L’uomo delle rune di Peter V. Brett (Oscar Fantastica, 2018) a cura di Elena Romanello

8 Maggio 2019 by

44396-peter-v-brett-l-uomo-delle-runeA quasi dieci anni dalla sua uscita in lingua originale arriva in italiano il primo capitolo del Ciclo del demone, saga fantahorror che inizia appunto con L’uomo delle rune, scritta da Peter V. Brett, già uscito tempo fa con un altro titolo, Il guardiano di demoni, e adesso presentato in una nuova traduzione che proseguirà con gli altri volumi
In un futuro remoto la Terra è regredita ad un livello di vita di tipo medievale, perché gli esseri umani sono preda dei coreling, demoni assassini dotati di poteri soprannaturali, padroni della notte durante la quale nessuno può uscire, pena la morte. L’unica possibilità di salvezza, abbastanza labile, è quella di rimanere a casa protetti da magie non sempre molto efficaci, che si stanno affievolendo nel corso del tempo, perché legate a incantesimi e simboli ormai persi nelle nebbie del passato.
C’è stato un tempo in cui il genere umano poteva ribellarsi, ma ora nessuno più osa, finché due ragazzi e una ragazza non decidono di affrontare l’ignoto, lasciare il loro villaggio e andare a cercare un uomo che forse può ricordare un passato perduto e aiutarli a cambiare il mondo e a trovare una possibilità di salvezza migliore per loro e le loro famiglie.
L’idea di un futuro post apocalittico è molto diffusa in tante storie, che siano romanzi, fumetti, cartoni animati, così come l’idea che una razza minacciosa possa invadere il nostro mondo comportandosi alla fine in maniera non tanto diversa da quella di tanti invasori molto umani. Nonostante questo, il libro ha una sua originalità, è avvincente, ricostruisce un mondo più vicino al dark fantasy che alla fantascienza catastrofista, con echi che non spiaceranno ai fan di The Walking Dead, ma anche a chi ama i mondi senza eroi di George R. R. Martin. E ci sarà anche chi ci troverà echi di anime classici come Ken il guerriero.
Tra le righe, il libro rivisita un altro archetipo, quello del viaggio dell’eroe, stavolta in un mondo particolarmente inquietante, senza speranza, tranne quella portata avanti da tre amici uniti da uno scopo, tre outsider neanche così amati dal loro villaggio, ribelli, ma forse per questo essenziali.
Un modo per rivisitare archetipi in maniera fresca, un primo capitolo chiaramente non conclusivo che racconta l’eterno tema di un gruppo di eroi per caso, giovani ma il libro non è certo solo per ragazzi, che devono provare a salvare un mondo che forse non è proprio così da salvare. Il tutto in attesa ovviamente dei prossimi capitoli, e magari anche di una serie TV, visto che L’uomo delle rune possiede molte delle qualità che oggi incatenano alla sedia gli amanti del binge watching su Netflix e piattaforme simili.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Peter V. Brett (New Rochelle, New York, 1973), dopo la laurea in Letteratura e Storia dell’arte, ha lavorato per un decennio nel campo dell’editoria farmaceutica, prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Da sempre appassionato di fantasy, è l’autore dei romanzi del ciclo del Demone, oltre che di alcune raccolte di racconti – The Great Bazaar (2010), Brayan’s Gold (2011), Messenger’s Legacy (2014) e Barren (2018) – e di un graphic novel, Red Sonja (2014).

Daisy di Marco Barretta e Lorenza di Sepio (Tunué, 2019) a cura di Elena Romanello

8 Maggio 2019 by

daisy_cover_ISBN_500w-1Daisy è una bambina che vive con il padre scrittore, che non ha mai superato il dolore per la morte della moglie e mamma della piccola e si è chiuso in se stesso. La vita di Daisy è quindi abbastanza solitaria, in una casa strana e a tratti inquietante. Un giorno, la ragazzina trova uno dei romanzi del padre, un fantasy avventuroso che racconta di un mondo che bisogna salvare, e sprofonda tra le pagine, diventando lei l’eroina. Per uscirne dovrà arrivare alla fine della storia, facendo lo stesso percorso dell’eroe che ha sostituito, e saranno tanti i pericoli da affrontare, anche fuori dal libro, con la disperazione di suo padre.
Il nemico principale da affrontare è la Regina Cattiva, ma forse alla fine riserverà delle sorprese, forse questa antagonista è diversa da come la si pensava, in un viaggio iniziatico in un mondo da fiaba che cambierà Daisy.
Un fumetto tutto italiano, con echi nel disegno dei manga ma anche delle opere di Noelle Stevenson e di Teresa Radice e Stefano Turconi, che presenta il tema eterno del viaggio in un altro mondo, oltre che l’importanza dei libri, della fantasia e della forza delle storie che fanno crescere e cambiano.
Ci sono echi di storie di ieri e di oggi, a cominciare da La storia infinita, cult di più di una generazione, senza dimenticare Il Mago di Oz, universo narrativo che sta per ridiventare protagonista con nuove storie in TV e al cinema, e il serial Once upon a time.
Daisy è un’eroina curiosa, in cerca della felicità, in un mondo reale che si schiude alla fantasia, per una storia che forse è conclusa ma forse no, senza anticipare niente ci sono vari livelli di lettura, come del resto in tutte le fiabe, rileggendo vecchie storie ma riuscendo sempre a dire qualcosa di nuovo, mescolando l’importanza della fantasia con temi come la solitudine e l’elaborazione del lutto.
Con questo titolo Tunué conferma il suo interesse per il fumetto di casa nostra, per i nostri talenti emergenti o meno, con alle spalle lunghi anni di studio e una creatività eclettica, capaci di proporre nuove storie che pescano da archetipi e attualità, con stili che mescolano varie suggestioni. Daisy è una storia che entra bene nella linea che l’editore propone ad un pubblico più giovane (gli appassionati vanno coltivati fin da piccoli!) ma è godibile anche per chi ha qualche anno in più e riconoscerà tutte le citazioni e i rimandi, ricordando che magari in qualche momento lontano o vicino della propria vita si è sognato tutti di perdersi in un altro mondo, magari contenuto in un libro.

Provenienza: libro del recensore.

Marco Barretta è un videografo, gira il mondo grazie al suo lavoro. È sceneggiatore di Procrastination, ultimo volume della serie Simple&Madama, disegnato da Lorenza Di Sepio.

Lorenza Di Sepio Disegnatrice nel campo dell’animazione 2D, dove lavora come character design e storyboard artist. Ha collaborato a diverse serie cartoon prodotte dalla RAI, video musicali e spot. Autrice di Simple&Madama, progetto virale nato sui social network e poi trasformato in progetto editoriale.

:: L’ora del buio di Giuseppe Perrone (collana Z, diretta da Nicola Vacca per I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

8 Maggio 2019 by

cover perroneIl poeta davanti alla realtà deve avere uno sguardo disincantato. In uno stato di vigilanza, il suo compito è quello di attraversare l’esistenza senza mai chiudere gli occhi e soprattutto raccontando quello che vede Giuseppe Perrone ne L’ora del buio si fa poeta civile e con le spalle al muro scrive poesie prendendosi cura delle parole per mettere nero su bianco tutta la precarietà di noi esseri umani davanti alla decadenza in cui siamo precipitati. Poesia che guarda in faccia lo sgomento, l’indifferenza di questo lungo e interminabile viaggio al termine della notte che noi come umanità disumana abbiamo scelto di intraprendere da incoscienti senza preoccuparci delle conseguenze che ci porteranno all’estinzione. «L’uomo è il cancro della terra» scrive Emil Cioran. Giuseppe Perrone, come uomo e come poeta, ha preso coscienza di questa pericolosa e irreversibile deriva. Come poeta, che prima di tutto è uomo, scrive nel solco di una consapevolezza. L’ora del buio è il libro di un poeta e di un uomo che ha gli occhi aperti sulle macerie.

(dalla postfazione di Nicola Vacca)

“La collana Z di Nicola Vacca – dichiara l’editore Stefano Donno – continua a presentare lavori editoriali di grande qualità poetica ma soprattutto a far conoscere autori che scandagliano le profondità dell’esistenza in maniera lucida e puntuale senza troppi infingimenti o inutili orpelli. Anche in questo caso con L’Ora del buio di Giuseppe Perrone offre al lettore un desiderio profondo di comunicare l’esistenza e la resistenza nell’esistere che è dialogo pulsante di una comunità letteraria che la nostra casa editrice sta costruendo con forza e tenacia”.

Preludio
Vorrei che fosse preludio
Non so di cosa
Le parole mi dettano incertezza
mi consigliano timore
Vorrei che fosse preludio
Forse l’affrancarsi da un mondo
come prigione
Forse la libertà da un sogno
troppo irreale
Vorrei che fosse preludio
Di una cosa semplice, senza virtù
Eppur vera
Ecco, sì
Preludio di verità
Non ideale d’amore
Di qualcosa per cui morire
Preludio di verità

Giuseppe Perrone è nato a Taranto nel 1959 e svolge l’attività di medico. Nel 2013 pubblica Tra i passi e le strade (Manni editori), il suo libro d’esordio. Nel 2017 esce La carità delle parole (Luoghi interiori).

Nota: Info Link ‒ http://www.iquadernidelbardoedizioni.it/

:: Poesie dal campo di concentramento di Josef Čapek (Miraggi Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

7 Maggio 2019 by

Poesie-dal-campo-di-concentramentoJosef Čapek appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka. È morto da poeta e da combattente antifascista e antinazista in un lager. Durante la sua detenzione nel campo di concentramento scrisse poesie.
Questi versi rappresentano una testimonianza e un paradosso. Il poeta – intellettuale – prigioniero scrive dal terribile baratro dell’universo concentrazionario con l’intenzione di scavare nell’impossibilità della parola e allo stesso tempo è vigile e presente davanti al terrore dei suoi aguzzini.
L’editore Miraggi pubblica una scelta delle poesie dello scrittore boemo. Poesie dal campo di concentramento (traduzione di Lara Fortunato) è un viaggio nel calvario di un uomo privato della sua libertà. La poesia di Čapeck affonda i suoi artigli nella rappresentazione più feroce che il male ha raggiunto nel secolo breve.
Dall’inferno del campo di concentramento il poeta scrive del baratro senza fine, perde il sonno per scrivere poesie come tracce di bene davanti all’orrore del sangue.
La poesia per Čapek è l’unica istanza di verità. Nella poesia la parola rimane viva e sveglia. È proprio grazie alla sua lucidità che il poeta è in grado nei suoi versi di catturare nell’essenzialità l’inferno mortale del campo di concentramento.

«A tratti i componimenti – scrive Laura Fortunato nella prefazione – si fanno cronache condensate dello sterminio in atto, riuscendo a ignorare del tutto la miseria degli aguzzini, per porre invece al centro la condizione dei prigionieri».

Josef Čapek prese apertamente posizione contro l’avanzata del nazismo, nel 1939 fu arrestato e deportato in un campo di concentramento.
Qui scelse la poesia per cantare la disgrazia, il lutto e il dolore dei giorni infernali trascorsi nell’orrore terribile del campo di concentramento dove «le cose umane si sgretolano» e l’angelo della morte arriva in volo per oscurare con le ali il palpito della vita.
Nel campo di concentramento, dove il nulla fiorisce e gli uccelli non cantano e primavera e inverno sono una catena di giorni di pena continua e tristezza, Josef Čapek scrive poesie chiedendo alla parola di donargli tutto il suo impeto per descrivere dal vivo e nel vero tutto il turbamento dell’orrore.
Il 25 febbraio del 1945 Čapek venne trasportato nel campo di concentramento di Bergen –Belsen, dove morì qualche mese dopo.
Consapevole di andare incontro alla morte scrisse la sua ultima struggente poesia.
Si congedò dal mondo con Prima del grande viaggio:

«Difficili momenti, giorni difficili / non vi è scelta, decisione, / ultimi giorni scuri, / siete giorni di vita o di morte? / Indietro alla vita o nelle fauci della morte / – cosa vi sarà alla fine del viaggio? / A migliaia vanno, non sei solo… / Avrai, non avrai fortuna? / Sorto è il giorno del grande viaggio / – da tempo vi sei preparato: / messe di vita o di morte / – tanto vai verso casa – tu torni a casa!».

Poesie dal campo di concentramento è un libro da leggere. Solo un poeta poteva lasciarci in eredità la testimonianza straziante e viva dell’orrore di cui sono capaci gli esseri umani.

Josef Capek (Hronov, 23 marzo 1887 – Bergen Belsen, aprile 1945) è stato un pittore e scrittore ceco, e appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka.
Fratello di Karel Capek, fu autore di varie opere in collaborazione col fratello (tra cui Della vita degli insetti, 1925), ma ne scrisse anche altre autonomamente. Tra queste Lelio (1917) e La terra dei molti nomi (1923). Fu l’inventore della parola “Robot”.
Morì nell’aprile del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, dove venne deportato a causa del suo atteggiamento ostile nei confronti della politica di Hitler e del Führer stesso. Durante la prigionia scrisse Básne z koncentracního tabora, una raccolta di poesie, pubblicata postuma nel 1946.

Source: libro del recensore.

:: Calafiore di Arturo Belluardo (Nutrimenti 2019) a cura di Viviana Filippini

7 Maggio 2019 by

CalafioreCalafiore è un uomo dalla fame atavica e costante. Lui mangerebbe qualsiasi cosa e in qualsiasi momento della giornata. Per lui il cibo è una vera e propria ossessione. “Calafiore” è il protagonista, nonché il titolo, del nuovo romanzo di Arturo Belluardo edito da Nutrimenti. Il protagonista, che ha fatto del suo cognome il nome effettivo con il quale tutti lo chiamano, fa l’archivista bancario, ha quarantanove anni, una compagna e una figlia (quella di lei) a cui vuole bene. Calafiore vive però una vita che lo annienta, nel senso che subisce in modo passivo tutto quello che gli accade. Dalle angherie dei colleghi di lavoro, alle capricciose amanti, fino ai tentativi –vani- di dimagrire. Sì, perché Calafiore è affetto da obesità fin dai tempi dell’università, anche se quel suo continuo bisogno di ingollare cibo è un qualcosa che lui ha vissuto fin da piccolo, quando il padre lo obbligò a mangiare quella “cosa” con la quale aveva insozzato la macchina paterna. Da quel momento per Calafiore comincia una ricerca spasmodica di cibo che lo porterà a ingurgitare alimenti su alimenti per stare in pace e a diventare oggetto di scherno di molti. Poi, quella vita che Calafiore vive, complicata da ostacoli, da screzi, da amore e da incomprensioni, scompare, perché per un tragico disegno del destino Calafiore perde tutto. Sarà proprio la mancanza delle persone che ama a spingere l’archivista bancario a iniziare una lunga corsa contro il tempo per cercare di rimediare le cose. Il protagonista è lanciatissimo, anche se sempre tormentato dalla sua fame, ed è pronto a tutto, ma sulla sua strada arrivano Marta e Federico. E con questi due ventenni il piano perfetto di Calafiore vacilla. L’uomo e la sua enorme massa corporea sono presi di mira dai due ragazzi che lo sequestrano non per chiedere un riscatto – alla coppia i soldi non interessano-, loro vogliono quell’enorme ammasso di carne e adipe noto come Calafiore. “Calafiore” di Belluardo colpisce perché è un romanzo nel quale si mescolano atmosfere diverse. Non a caso si passa dal registro comico (vedi i diversi tentativi che il protagonista mette in atto per perdere peso, stuzzicato dalla compagna Serena e le battaglie perse contro i tubetti di maionese), a quello drammatico (quando il protagonista è messo alle strette dai superiori o scopre che la sua amata lo ha abbandonato) e anche un po’ splatter (quando Calafiore si trova con i due fidanzatini e assiste alle macabre azioni che la coppia attua per soddisfare i loro viscerali piaceri). Interessanti sono i temi messi in scena da Belluardo, perché la fame che tormenta Calafiore, proprio quella che lo spinge a mangiare in modo ossessivo, è una fame cronica necessaria a colmare i vuoti affettivi che hanno caratterizzato la sua vita fin da quando era bambino. In opposizione a Calafiore che ingurgita cibo (bulimia), Belluardo mette Mauro, il cugino del protagonista, e pure lui vive una situazione di disagio grave che lo porta a ripudiare il cibo fino all’anoressia. Marta e Federico invece, con la loro scelta di vita, rappresentano la coppia che ha optato per la via dell’estremo eccesso per sentirsi viva. Altro argomento affrontato è la “fame” di fama che caratterizza il mondo contemporaneo, rappresentata nel libro dalla sfida a chi mangia più tramezzini in un’ora per entrare nel Guinness dei primati. “Calafiore” di Arturo Belluardo si sviluppa in una dimensione narrativa caratterizzata da una quotidianità vorace, ammantata da un crescendo di atmosfere surreali, nelle quali ogni cosa e ogni persona ad un certo punto fagocitano loro stesse. Questo raccontare permette all’autore siracusano, da un lato, di narrare la drammatica vicenda esistenziale di un singolo (Calafiore) ma, allo stesso tempo, dall’altro, pone all’attenzione del lettore problematiche attuali che non sempre riusciamo, o forse vogliamo, accettare e analizzare perché troppo scomode e dolorose.

Arturo Belluardo è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe‑Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succedeoggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa Nutrimenti.

:: Graham Greene: Il lato oscuro delle cose

6 Maggio 2019 by

Stasera su RAI5 il documentario Graham Greene Il lato oscuro delle cose, ore 21,15

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:: I miei salotti radical chic di Luciano Valli

4 Maggio 2019 by
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Roberto Rossellini – Roma città aperta 1945

La luce artificiale illuminava il corridoio degli studi cinematografici.
La porta era semichiusa ma dalla vetrata che la precedeva intravedevo già la platea. I sedili di velluto rosso salivano verso l’alto dove, dalla parete scura, il raggio luminoso del proiettore si dipartiva traversando la sala per terminare il suo breve percorso sul grande schermo.
La scena del film Medea si rappresentava sul telo bianco. I due figli della maga Medea e dell’erede al trono Giasone portavano in dono l’abito per le nozze del tradimento tra Giasone e Glauce, prima della terribile vendetta di Medea che non risparmiò neanche loro.
Alla sinistra nella seconda fila c’era un leggio con un copione sistemato sopra. Pier Paolo era in piedi, a un lato, con grandi occhiali sul naso, un viso magro, rugoso e abbronzato, vestito di un maglione rosso scuro. Era nervoso. Serio e concentrato.
Con il suo accento friulano imprecava verso di me che stavo in piedi dinanzi al leggio. Avevo appena sette anni nel 1968 e anche io portavo gli occhiali perché astigmatico. Tartagliavo, lo so, ma seguivo una terapia intensiva della dottoressa Barbettani per guarire al più presto possibilmente prima di cominciare le scuole medie. È questo che irritava il regista. Ogni volta dovevo ricominciare a leggere la mia parte da capo. Mia madre, che era presente in sala, sempre bella, profumata di lavanda, elegante e raffinata nel suo portamento, ogni tanto mi lanciava un sorriso e una parolina d’incoraggiamento.
Il doppiaggio delle voci dei figli di Medea era molto semplice, di qualche parola detta qua e là durante la scena dove i bambini compaiono con i doni di nozze insieme a Giasone e Medea.
Ma Pierpaolo era un perfezionista ed era brusco con me. Se avesse saputo prima che tartagliavo avrebbe convinto mia madre che non ero adatto al doppiaggio. Ma Adele e Pasolini erano più che amici, colleghi e intellettuali. Mamma aveva recitato un ruolo nel film di Pier Paolo Accattone quando io non ero ancora nato. Poi la loro collaborazione era proseguita con intensità. Loro due erano diventati amici e colleghi.
Pierpaolo mi aveva conosciuto un giorno nell’attico di Via dei Pettinari, ‘il salotto della cultura’ lo avevo soprannominato io paragonandolo alle schubertiadi dell’Ottocento dove i concerti da camera venivano eseguiti nei salotti della borghesia tedesca. Durante una delle feste che Adele organizzava nella suggestiva terrazza per i suoi amici radical chic, ed erano tanti. Ho l’impressione che le amicizie quelle buone s’intende erano importanti per Pierpaolo, e Adele era stata una sua compagna.

Dal Diario di Accattone di Adele Cambria:

La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale)… Le prime cure del regista sono per Stella. Pasolini e l’aiuto ‒ Bernardo Bertolucci ‒ si preoccupano di come la ragazza debba essere vestita, qui in casa…

Molti anni dopo, quando ormai ero un adolescente, rividi Pierpaolo dalla terrazza di Palazzo Orsini. Era il novembre del 1975. Pierpaolo non era in piedi e vivace come quel giorno negli studi cinematografici ma disteso in una bara senza vita. Era stato massacrato da quei ragazzi che lui tanto amava e s’indentificava nella loro condizione di vita di borgatari romani. Sembrerebbe un filo conduttore di quel destino che forse brevemente ci accomunava, ma anche io come Pierpaolo vissi molti anni della mia giovinezza a contatto con quegli stessi ragazzi del popolino romano. Non in borgata ma nel centro di Roma a Campo de Fiori e a Piazza Farnese, dove ancora le famiglie povere abitavano prima di trasferirsi nelle periferie della città.
A me però piacevano le ragazze mentre a Pierpaolo i ragazzi come d’altronde anche a Dario Bellezza, il miglior poeta della nuova genereazione lo definiva Pasolini che scrisse questa sublime poesia:

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti, ciò che è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
D’amore, dell’amore di corpi senz’anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irremediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma; ora è finita.
Sopravviviamo; ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Dario abitava anche lui in Via dei Pettinari. Da casa spesso assistevo alle sue liti con gli amanti di turno nell’appartamento dirimpetto a qualche piano più sotto.
Con mia madre abitavo in un attico con terrazza adiacente alla chiesa di Trinità dei Pellegrini, mentre Dario viveva in un monolocale al quarto piano. Dal portoncino marrone del suo palazzo uscivano spesso dei ragazzi di borgata che lui, come Pierpaolo, rimorchiava alla Stazione Termini a Ostia o negli altri punti d’incontro degli omossessuali di quegli anni Settanta. Al Circo Massimo tra i cespugli avvenivano gli incontri.
Ormai io col passare degli anni ero diventato un bel ragazzo, somigliando parecchio a Robert De Niro nel film il Padrino parte seconda. Era quindi inevitabile per me evitare Dario mentre per lui era di certo un piacevole incontro. Pur essendo un amico di mia madre, Dario mi stava dietro ma sempre con il dovuto rispetto. Una sera di sabato, durante la movida dei fine settimana, mi presentò il Gobbo: un cartomante polacco che aveva il banchetto all’entrata di Piazza Navona. Dario mi offrì una lettura dei tarocchi. Le carte parlavano chiaro e non mentivano. Nella vita avrei fatto lo scrittore e soprattutto piacevo molto sia alle donne che agli uomini e comunque me ne ero già accorto da solo.
Quando Dario morì di AIDS anni più tardi, mi ero già trasferito altrove da quel quartiere romano dove era ubicato il salotto della cultura nostrana degli anni Settanta.

Una poesia in ricordo di Dario Bellezza:

Sesso
Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.
si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,
ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

Sul divano celeste (quasi un puf) del soggiorno, si era accomodato una sera durante una festa organizzata da mamma, Alberto Moravia. Quando entrai nella grande camera in compagnia della mia attraente ragazza di quel periodo, bionda formosa e straniera, Alberto, che stava colloquiando con Adele, lanciò subito un piglio interessato verso la mia compagna.

A differenza di Bellezza e Pasolini a Moravia piacevano le donne. A me neanche mi degnò di uno sguardo durante la festa. Talmente era antipatico. Moravia era già vecchiotto ma si portava gli anni della vecchiaia con stile ed eleganza. I capelli bianchi, il viso abbronzato e il completo da funzionario della RAI, gli rendevano un fascino tutto particolare specie se si aveva letto qualche pagina dei suoi capolavori della letteratura del Novecento. Lo stile di Moravia mi ha sempre attratto ed è ancora annoverato tra i miei scrittori preferiti.
Negli scaffali della libreria di mia madre c’erano tutte le sue opere che io ho letto anche più volte. I racconti romani è la sua opera che ha influenzato un po’ il mio stile di scrittura. Mia madre mi istigava spesso a scrivere dei racconti su Roma, conoscendo la mia esperienza giovanile nella città. Molti anni dopo infatti, come predetto dal Gobbo di Piazza Navona, pubblicai un romanzo dal titolo I Ragazzi della Comitiva, ambientato proprio in quegli anni Settanta nel centro di Roma e in quel salotto della cultura che altro non era che l’attico di Adele Cambria.

Poesia tratta da I ragazzi della comitiva

Castel Porziano

Uscendo dall’eterna Città
percorro il litorale asfaltato
tra il bosco di pini e le dune prominenti
verso l’orizzonte cilestrino,
come una lampada al neon
il lucore mi abbacina la somma veduta
he all’improvviso incute giocondità alla mia vita;
il sole impera sul Tirreno
scottando la pelle sudata
dei reali bagnanti di un castello di sabbia,
cute atree, bronzee ed eburnee
si mischiano al multiculturale di un quadro divino,
lambite da una brezza afosa
e dall’acqua melata di una vetusta sorgente;
l’appetito mi sazia di sapore marino
con una pasta alle vongole
sul poggiolo panoramico di Mario
e il vinello romano smorza in un adagio pucciniano
la mia euforia
di un lieto dì al lido di Castel Porziano.

Dacia Maraini fu invitata da Adele alla festa del suo ottantesimo compleanno. La incrociai all’uscita dell’ascensore. Dallo sguardo da nobildonna come d’altronde anche il suo portamento, non potei che confermare una sua forte antipatia nei miei confronti. Per certi versi non aveva torto… anni prima quando vivevo gli anni di un’adolescenza ribelle, frequentando i coatti dei vicoli e piazze di quel quartiere romano, (in compenso mi fornirono l’ispirazione per scrivere un romanzo) mi capitò di rispondere a una sua telefonata. Da ragazzo di strada in effetti risposi a Dacia in una maniera brusca e sgarbata da mero coatto romano. Lei se la prese e non poco, tanto che andò a reclamare da Adele chiedendole chi fosse quel ragazzino maleducato che le aveva risposto al telefono… anni dopo quel piglio snob stampato nei suoi occhi luminescenti che avevano fatto innamorare Moravia, mi fecero capire che Dacia non mi aveva dimenticato.
Dopo quelle vicende ho spesso pensato che la sua fama di scrittrice derivasse in parte dal fatto di essere stata la seconda moglie di Alberto Moravia. Ma leggendo alcuni dei suoi romanzi, Buio e La lunga vita di Marianna Ucria mi sono ricreduto.
Adele è stata sposata per un decennio travagliato, prima di divorziare, con un inviato speciale tra i migliori in Italia. Bernardo Valli. Durante i miei incontri con lui, stabiliti sia dai suoi viaggi che dalle regole della separazione, conobbi alcuni tra gli intellettuali, giornalisti, registi e scrittori più rinomati della storia italiana del ventesimo secolo.

Leonaro Sciascia lo incontrai di persona per la prima volta quando ero con Bernardo a Piazza Navona mentre pranzavamo in uno dei nostri meeting tra padre e figlio al ristorante “I tre Scalini”. Mi ricordo ancora il suo accento marcato siciliano e i suoi romanzi e film tratti da essi come Il giorno della civetta e Il contesto.

Anni dopo Giuliano Ferrara, sempre in carne e con la stessa barba di oggi ma vestito con i calzoni corti da boyscout, accanto al padre Maurizio funzionario del PCI e giornalista dell’”Unità”.

Durante un piacevole viaggio con Bernardo in Toscana, condito da brevi dialoghi padre-figlio, visitammo la casa di campagna di Tiziano Terzani, ubicata tra le colline intorno Firenze. Tiziano e Bernardo erano stati per anni colleghi e compagni di viaggio per i loro reportage in Asia dove erano corrispondenti per i quotidiani italiani, dal “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “Repubblica”. Quando arrivammo alla cascina dei Terzani era già in corso una grigliata con la moglie Angela e i figlio Folco e Saskia, all’epoca ancora adolescenti come me. Tiziano conduceva con maestria il barbeque e come al solito era vestito di un saio indiano di lino bianco. Era sempre allegro, rideva e scherzava e aveva i modi tipici di un turista americano, caciarone ma simpatico. Con Folco e Saskja mi appartai per qualche ora per andare a cercare i funghi nel bosco attiguo alla loro cascina. Erano dolci tutte e due come la loro madre e i funghi che avevamo raccolto. Tiziano lo incontrai poi diverse volte a Roma e una volta nell’atrio dell’Hotel Inghilterra di Via Bocca di Leone, ma era sempre vestito con il saio bianco come un vero guru. Il sorriso era sempre stampato sul suo volto ricoperto di una folta barba canuta. Era in viaggio per la Cina.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto.
Tiziano Terzani

Giovanna Calvino la conobbi grazie a Bernardo durante una vacanza in Tunisia. Italo Calvino era un amico di Bernardo come la moglie dello scrittore Chichita che non ebbi mai il piacere di conoscere.
Con Giovanna invece in quei giorni trascorsi insieme ad Hammamet, instaurai un rapporto stretto di amicizia che per sfortuna nostra non ebbe un seguito. Capitammo insieme durante una passeggiata sulle rive del mare nella città vecchia di Hammamet durante la chiusura e la preghiera della sera. Giovanna si era un pochino spaventata quando in un vicolo della città vecchia che odorava di pelle di cammello, fummo circondati da un gruppo di ragazzini entusiasti che avevano cominciato a toccarci un po’ dappertutto senza sapere che noi occidentali delle grandi metropoli non siamo abituati al contatto fisico. Ma eravamo noi nel torto… me ne resi conto qualche anno più tardi. Giovanna era una ragazza carina, timida ma dolce e soprattutto matura già all’epoca e in quei momenti di panico rinchiusi nella vecchia città araba, ne ebbi la conferma. Qualche giorno prima, mentre andavo a messa nella chiesetta cattolica di Hammamet, venni aggredito da un gruppo di giovanotti che dopo avermi insultato come ‘cane cristiano’ mi rubarono la pagnotta che avevo appena acquistato dal fornaio. L’ostilità tra musulmani e cristiani occidentali era già nell’aria, come si suol dire…
Il padre di Giovanna è stato probabilmente il più grande scrittore italiano del secondo Novecento italiano. Eppure non fu mai il mio preferito, nonostante io abbia letto i suoi romanzi più noti come il Barone rampante e Se una notte d’inverno un viaggiatore. Una maestria incomparabile. Ma il mio gusto mi ha fatto sempre prediligere i romanzi di Moravia e soprattutto di Elsa Morante. La Storia per me rappresenta il modello di romanzo per antonomasia. Calvino spinto da ragioni ideologiche riteneva invece che lo stile della Morante in questo romanzo fosse fin troppo popolare, avendo anche alcune riserve sull’esuberanza narrativa, sulla disuguaglianza degli esiti artistici e sulla pervasiva vena populista, tanto che affermava: un narratore contemporaneo può far ridere o far paura al suo lettore, ma «farlo piangere, no! E a me La Storia ha fatto lacrimare verso la fine, con la morte di Nino e poi di Useppe… non ci posso far nulla e che il padre di Giovanna perdoni la mia semplicità.
Lui un radical chic e io un populista?

Ad Hammamet ci trascorreva le vacanza anche Craxi. Ai fondatori di “Repubblica” non faceva simpatia. Anzi, non si aspettavano che un giorno Craxi venisse sostituito da un nemico peggiore, il cavaliere Berlusconi. Un pomeriggio mentre passeggiavo sulla spiaggia insieme a mio padre e colleghi del suo quotidiano romano, incrociammo Bettino in compagnia delle sue guardie del corpo. Io, che all’epoca ero palestrato e in quel pendente a torso nudo, divenni all’improvviso un cavallo di battaglia di quella partita a scacchi che ormai da mesi si stava disputando a Roma. Uno scontro frontale e fisico (fortunatamente per me) non avvenne sulla spiaggia di Hammamet ma gli sguardi che si scambiarono le due fazioni potevano uccidere se fossero stati di fuoco.
Una mia poesia scritta in quei giorni ad Hammamet:

NORD AFRICA

Un denso lucore, una terra assetata,
beduini dal derma corvino avvolti in candidi drappi,
la mia somma veduta dell’Africa;
Da un niveo abituro
e un brolo capace
di sponda al mare,
scorgo l’annosa contrada dell’araba primavera
mentre sorseggio un tè
tra empi pescatori siculi che taffiano cushcush;
Contemplo i toni infiniti
di un tramonto africano,
percependo il clamore ribelle
di mori saraceni nei vicoli della Medina;
Un dì, montando il mio cammello
come un principe del deserto e
peregrinando nei primordi del Sahara,
tra dune di sabbia levigate
e riflesse dal sole rovente
e ruvide folate nella volta cerula,
scorgo l’attolo eliso
adorno di palme e scaturigine;
L’oasi non la reputo un miraggio
ma la visione onirica di una fausta esistenza.

E che dire di Aldo Moro? Con mio padre, nei nostri saltuari incontri, o andavo al ristorante o al cinema. Prediligevamo film Western dove lui sapeva in cuor suo di recuparare il sonno perso durante i lunghi viaggi di lavoro. Un pomeriggio decidemmo di andare a vedere Con grazia ricevuta di Nino Manfredi al cinema Adriano a Piazza Cavour. Nel buio non mi accorsi che il mio vicino di sedia era il ministro Moro. Dormivano entrambi, l’inviato speciale del Corriere della Sera e l’uomo politico della DC. Qualche mese dopo Aldo Moro venne rapito e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Anni dopo la femminista Adele Cambria presentava il libro della brigatista Barbara Balzarani che aveva appena finito di scontare la pena per aver partecipato al rapimento, alla Casa Internazionale delle Donne a Via della Lungara a Roma.
Le casualità del destino?

Marco Panella invece era un caro amico di Adele e un collega di Bernardo. A differenza di quest’ultimo (ex coniuge e padre degli stessi due figli) si degnò ad andare a rendere omaggio alla salma di mia madre al Fatebenefratelli di Roma, dopo la sua scomparsa nel 2015, dove restò da solo con lei a dialogare per qualche minuto. Non so che cosa le disse ma probabilmente un arrivederci dato che qualche anno dopo la raggiunse nell’aldilà.
Marco era stravagante e spesso non veniva preso sul serio dai suoi interlocutori perché quando cominciava a parlare era come se cantasse un’aria dalla Tosca di Puccini e ai giornalisti quando discutono a tavola di politica, la musica romantica non piace.

Eugenio Scalfari andrebbe considerato come il caporedattore di Bernardo per antonomasia. Amici e colleghi dal giorno della nascita di “Repubblica”. Non ho mai avuto il dispiacere di conoscerlo, perché mi ha sempre ispirato una certa diffidenza e antipatia, eppure ho letto due volte di seguito Le affinità elettive di Goethe

Mentre con Sandro Viola ci siamo sempre attratti. A Parigi mi portava nei caffè della città che conosceva come le sue tasche dei suoi eleganti vestiti che si faceva cucire su misura dai sarti più alla moda di Roma. Una volta l’accompagnai dietro il Colosseo dal suo sarto personale a farsi cucire un completo. Sandro ci sapeva fare con tutti ed era una persona di tatto.
Nell’appartamento di Bernardo sulla Rue de Rennes cucinava una cuoca umbra straordinaria che avrebbe meritato almeno tre stelle sulla guida Michelin. Maria era una mera chef e nella capitale francese, coloro che erano andati a cena in quel salotto culturale di Rue de Rennes, lo sapevano. Sandro Viola compreso. Qualche anno fa dopo la sua scomparsa ricevetti una telefonata di una ragazza toscana che nei cassonetti dei rifiuti aveva trovato un diario di un certo Sandro Viola dove veniva nominato più volte Bernardo Valli ed Eugenio Scalfari. Le consigliai di mandarlo per posta alla redazione di “Repubblica” dove sia il Viola che il Valli erano stati tra i fondatori.

Anche il Presidente della Reppublica Giorgio Napolitano, quando era ancora un uomo politico del PCI, ebbe il piacere di degustare il risotto alla umbra di Maria. Io ero lì quella sera ma da spettatore in compagnia di un doberman pinche di origine asiatica, Happy.

Per concludere una mia poesia inedita:

PADRE E FIGLIO

Padre e figlio
insieme
trent’anni dopo
un’esistenza tribolata;
solidali nel lasso
dal nascimento al sonno eterno,
nel fugace ritrovo
di una solennità familiare.
Nessun cruccio
nessun cozzo
nessun tra loro;
nel focolare domestico
indi tramandato
alla progenie.

L’edizione 2019 del Salone del libro a cura di Elena Romanello

4 Maggio 2019 by

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Ormai ci siamo: dal 9 al 13 maggio torna a Torino il Salone del libro, per la trentaduesima edizione, che si svolgerà nei padiglioni 1, 2 e 3 del Lingotto e nell’ampio spazio dell’Oval, con possibilità di entrare e verso via Nizza e verso via Trucco e la stazione Torino Lingotto. Sono annunciati all’interno nuove aree di ristoro e di relax, per visitatori, espositori e professionisti.
Sono confermati sia i grossi gruppi editoriali che le case editrici indipendenti: il padiglione 2 sarà tutto per i lettori più giovani e alle sale conferenze tradizionali si aggiungeranno quelle dell’Oval. Ormai le polemiche sono rientrate e il Salone si conferma l’appuntamento italiano per antonomasia per chiunque ami i libri e uno dei momenti più importanti per lettura e editoria a livello europeo.
La Regione ospite quest’anno è le Marche, che ospiterà gli eventi per il bicentenario dell’Infinito di Leopardi. La cultura straniera ospite sarà quella spagnola e si segnalano anche gli stand di Paesi quali Sharjah, gioiello degli Emirati Arabi, nominata dall’UNESCO Capitale Mondiale del libro 2019, sede della Sharjah International Book Fair, Cina, Cuba, Perù, Romania, Spagna, Svizzera e Stati Uniti.
Anche quest’anno si conferma la partnership tra il Salone e Lucca Comics & Games, la più importante manifestazione italiana su fumetti e cultura nerd, con un suo spazio e vari eventi, tra cui la prima conferenza stampa di presentazione. Inoltre ci sarà la consueta area per Slow Food e gli eventi di Lingua Madre, con le storie delle donne del Mediterraneo e del Sud del mondo.
Tanti i percorsi su cui verteranno gli incontri, da quelli sullo spagnolo alle anime arabe, dallo spazio fumetti a quello sui mondi dell’immaginario, dalle donne alle aree sui mestieri del libro. Vari gli ospiti, con varie conferme e nomi come quelli di Luis Sepúlveda, Giancarlo De Cataldo, Clara Sánchez, Jovanotti, Loredana Lipperini, Neri Marcoré, Valeria Parrella, Colum McCann, Camilla Läckberg, Licia Troisi, Paola e Claudio Regeni, Fabio Geda, Zerocalcare, Michela Murgia, Erri de Luca, Massimo Carlotto, Bernardo Valli, Maurizio Molinari, Roberto Saviano, Massimo Cacciari, Tatiana Bucci, Mimmo Lucano, Alberto Angela, Samantha Cristoforetti, Daria Bignardi, Alessia Gazzola, Kim Rossi Stuart, Sophie Kinsella, Mauro Corona, Rocco Siffredi, Lidia Ravera, Eleonora C. Caruso.
C’è spazio anche quest’anno per la memoria, con vari anniversari: trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia, cent’anni fa nascevano Primo Levi e J. D. Salinger, l’autore de Il giovane Holden, venticinque anni fa ci lasciava Kurt Cobain. Inoltre la 001 edizioni omaggerà Héctor Osterheld, autore del fumetto di fantascienza L’eternauta, desaparecido insieme alla famiglia durante la dittatura militare argentina.
Molte case editrici festeggiano anche il loro compleanno in questo 2019: BUR compie settant’anni, Bompiani novanta, Sellerio e Newton Compton cinquanta, E/O quaranta, Lindau trenta, Fazi e Minimum Fax venticinque, Fandango Libri venti, Bao Publishing dieci.
Il Salone del libro è anche Salone Off e coinvolgerà librerie, biblioteche, musei e altri spazi in tutta Torino e nei comuni di Alpignano, Chieri, Chivasso, Giaveno, Ivrea, Moncalieri, Nichelino, Pianezza, Pinerolo, Pino Torinese, Rivalta, Rivoli, San Giorgio Canavese, San Mauro Torinese, Settimo torinese e Villarbasse.
Il Salone del libro è aperto giovedì, domenica e lunedì dalle 10 alle 20, venerdì e sabato dalle 10 alle 21, il biglietto intero costa dieci euro, con varie riduzioni.
Per ulteriori informazioni e il programma completo visitare il sito ufficiale del Salone.

L’Italcon 2019 è a Torino a cura di Elena Romanello

3 Maggio 2019 by

WhatsApp Image 2019-04-21 at 16.43.30Dopo varie vicissitudini si è deciso per quest’anno 2019 di svolgere l’Italcon, uno dei più importanti eventi a livello europeo sul fantastico, a Torino, insieme a Mini Maker Faire e a Vaporosamente, la fiera dello steampunk, di modo da creare un evento che possa coinvolgere target diversi accomunati dall’interesse per il fantastico in letteratura e nella creatività.
Il 4 e 5 maggio, quindi, in via Egeo 18, si potrà quindi assistere a due giorni a tema fantastico, in attesa della prossima convention, che sarà invece a San Marino. Ma c’è da sperare in altri eventi in tema sotto la Mole, sempre con un taglio letterario, oltre ad alcuni appuntamenti al Salone del libro e al Salone Off.
Sabato 4 maggio, dalle 10 e 30 in poi saranno di scena Armando Corridore con Edisonade, Dan Cutali con Steampunk e multiversi a fumetti, Dogen Hepta con Chihaart – La corona viandante, Giulia Massini con a terra sul filo di seta,  Emiliano Mecati e Alessio Seganti con Karma Avverso, Odoya con le sue novità, Augusto Chiarle con  Tuonetar Alla scoperta di un mondo, Mariangela Cerrino con Tra storia e racconto, Davide del Popolo Riolo e Silvio Sosio con Übermensch, Il superuomo ariano 70 anni dopo, di nuovo Silvio Sosio con  I mondi di Jack Vance, un ricordo di Giuseppe Lippi e del suo lavoro per Urania e Dario Tonani con Naila di Mondo9 . La giornata si chiuderà alle 18 e 30 con la consegna del Premio Italia, per cui si è svolta un’apposita votazione con i soci dell’Italcon.
Domenica 5 maggio, alle 9 l’assemblea dei soci Italcon e  a seguire altri interventi, con  Maurizio Matassi e Ambra celeste, Anna Pullia con  Penny steampunk III, Annarita Guarnieri che parlerà del cult The Orville, Adriana Comaschi con  La Rajetta, Marino Solfanelli e Chiara Nejrotti con Dimensione cosmica, un dibattito sulla Sword & Sorcery in Italia, il programma delle Edizioni della Vigna e Caterina Mortillaro con il suo , Cicerone, Memorie di un gatto geneticamente modificato.
Il programma completo è nel sito Fantascienza.com.

:: Chiedi alla notte di Antonella Boralevi (Baldini+Castaldi 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 Maggio 2019 by

Chiedi alla notteChiedi alla notte di Antonella Boralevi, titolo che vagamente riecheggia Chiedi alla polvere di Fante, ci riporta nelle vite di Emma e Alfio già conosciuti ne La bambina nel buio, edito l’anno scorso sempre da Baldini +Castoldi.
Siamo a Venezia durante il 75° Festival del Cinema e un delitto se vogliamo riavvicina i due protagonisti: la luce della bellissima eterea Vivi Wilson brilla una sola sera, quella dell’inaugurazione del Festival. Il giorno dopo infatti viene trovata morta sulla spiaggia degli Alberoni, nel Lido di Venezia. Ad indagare sul delitto naturalmente il bel commissario Alfio Mancuso aiutato da Emma Thorpe, avvocato di Netflix, coproduttori del film di cui la Wilson, la Regina delle fate, era la star.
Continua così l’insolito mix di thriller, romanzo sentimentale, e affresco sociale, iniziato con il precedente romanzo. La scrittura è patinata, effervescente, l’ambiente internazionale, si sprecano i marchi di lusso, gli status symbol che decretano il tanto ambito successo sociale (l’essere accettati nel gotha che conta), ma in tutto questo apparente splendore sembra che la superficie smaltata nasconda un terribile vuoto. Mondanità, ricchezza, fascino non sembrano sufficienti a dare un senso alle vite dei personaggi, se non per l’amore che unisce Emma e Alfio, unica vera luce in un profondo e feroce buio.
La Boralevi è brava nel accentuare questo stridente contrasto, che se vogliamo incarna la vera anima noir del libro (affatto edulcorato se analizziamo bene sotto le apparenze). E le apparenze sono la chiave di volta dell’intero libro. Tutti mentono in questo mondo, in questo effimero gioco di specchi, dice una notte il regista Bob Miller a Emma.
Mondanità, ricchezza, privilegi non bastano insomma sembra dirci l’autrice tra le righe per raggiungere se non la felicità anche solo una certa pace. Il male, la sofferenza toccano tutti, anche i più privilegiati e apparentemente fortunati.
Naturalmente ci chiediamo chi abbia ucciso la bella Vivi Wilson, (lo si scoprirà alla fine in un gioco di maschere e disvelamenti) ma forse è il quadro sociale la parte più interessante del romanzo e la capacità della Boralevi di vedere le pieghe più oscure in tanto ostentato luccichio di gioielli, borse, vestiti, motoscafi, champagne, auto di lusso, ville antiche, locali alla moda, feste e cene esclusive.
Lo stile è semplice, cadenzato, fatto di frasi brevi, ritmate, impreziosite in alcuni tratti da accostamenti semantici più poetici che prosastici, certamente insoliti. Cosa abbastanza singolare per un thriller.
Poi naturalmente la bellezza di Venezia con il suo fascino crepuscolare e antico, sebbene siamo a fine estate, accresce il lirismo della storia.
Venezia con la sua luce, le sue calli, la polvere dorata che si muove nell’aria è sempre capace di evocare quel gusto decadente che racchiudono le cose in via di decomposizione. Quel fascino un po’ innaturale e straniante che molti artisti hanno da sempre accentuato.
Ricordo il bellissimo romanzo di Fruttero e Lucentini, L’amante senza fissa dimora, che seppur per molti versi diverso, racchiudeva anche esso un amore senza tempo, e il fascino nobile di questa città che è stata scelta anche come location di romanzi e film ben più inquietanti come tra tutti il bellissimo A Venezia un dicembre rosso shocking, film del 1973 diretto da Nicolas Roeg, che se non avete visto vi consiglio di recuperare. Ma numerosi altri sono gli esempi.
Interessante.

Antonella Boralevi (Firenze, 18 giugno 1953) è una scrittrice, conduttrice televisiva, autrice televisiva e personaggio televisivo italiana, ed è autrice di romanzi, racconti, saggi e sceneggiature.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Baldini+Castoldi.

:: Il sogno infranto di Valentina di Fulvio Drigani

30 aprile 2019 by

treno

Padre e figlia si riabbracciarono felici. Erano mesi che non si vedevano.

– Valentina! Sono molto contento di vederti.
– Anch’io, papà.
– Come ti trovi a Rotterdam?
– Bene, molto bene – rispose lei con un gran bel sorriso – I corsi mi piacciono molto. Penso che passerò gli esami.
– Brava! – esclamò il padre, con evidente orgoglio – Quanto tempo starai qui?
– Molto poco, papà, e mi dispiace, ma ho tante cose da fare e un giorno l’ho già passato da mamma. Certo che se non vi foste separati, sarebbe stato tutto più semplice.
– Ma è andata così – disse lui allargando sconsolato le braccia – Siamo stati bene insieme quando i tempi erano difficili e ora, che avremmo potuto goderci la vita, ci siamo venuti a noia.
– Non sei sincero, papà. Tu non l’avresti fatto di sicuro. È stata lei che è andata fuori di testa. Dì la verità.
– Non parlare così di mamma! – rispose lui con veemenza – È difficile in questi casi stabilire chi ha torto e chi ha ragione. A un certo punto le cose si aggrovigliano e non riesci neanche a capire il perché.
– Sarà, ma adesso siete infelici tutti e due. Tu non hai più la donna che amavi e lei, che non aveva capito cosa avrebbe perso, si è ora pentita di quello che ha fatto.
– Dici sul serio? – sembrò colpito dalle parole della figlia.
– Te l’ho detto! Sono appena stata un’intera giornata con lei.
– Dai, lasciamo perdere queste cose – ribatté lui con fare sbrigativo – e andiamo a mangiare, che è meglio.
– Va bene, papà, ma promettimi di chiamarla. Secondo me, lei non aspetta altro.
– Non so se lo farò. Ormai la ferita si sta rimarginando.
– Non ne sarei così sicura, se fossi in te – alla ragazza brillarono gli occhi – Ti giuro che lei è lì che si sta rodendo il fegato per quello che ha combinato e so bene che, sotto sotto, stai male anche tu.
– Ci penserò.
– Dai, papà, ti prego – lo supplicò Valentina.

Finita la cena, padre e figlia tornarono dal ristorante a casa tenendosi sottobraccio, felici di stare insieme. Si accomodarono sul divano e guardarono per un’oretta vecchie foto di quando lei era piccola, fino a quando Valentina non se ne andò a dormire.
L’uomo rimase quindi solo nella grande sala. Dopo alcuni minuti passati con gli occhi fissi nel vuoto, si alzò dal divano, andò in cucina e si versò un goccio di limoncello. Tornò a sedersi, questa volta in poltrona, e cominciò a sorseggiare il liquore, assorto nei suoi pensieri. Trascorse così almeno un quarto d’ora. Centellinava le gocce ad una ad una.
Improvvisamente, come colto da una sorta di frenesia, posò con rabbia il bicchierino sul tavolino, si alzò di scatto, spense le luci e corse in studio. Accese il computer, entrò nella sua casella di posta e scrisse alla moglie.

Il padre di Valentina arrivò nella grande stazione con un mazzo di fiori in mano e raggiunse la testa del binario. Il treno stava arrivando, ma decise di non andare incontro a sua moglie lungo il marciapiede. Con tutta quella gente che sarebbe scesa, c’era il rischio di non incrociarsi. Aspettò lì, dov’era arrivato, in mezzo alla piccola folla dei parenti e amici.
Passarono alcuni minuti e sua moglie scese dalla terza carrozza, emozionata come lui. Le sembrava di essere tornata indietro di venticinque anni e si sentiva nuovamente una ragazza in cerca d’amore. Era stata stupida a lasciarlo, pensava, ma lui aveva le sue colpe. L’aveva fatta troppo ingelosire, anche se, ora ne era quasi certa, quel matto del suo uomo non aveva combinato ciò che lei aveva sospettato. Tutta colpa del suo dannato lavoro di impresario teatrale che gli faceva incontrare tante donne e del fatto che gli piaceva pavoneggiarsi in loro compagnia. Era fatto così. Un vero e proprio bambinone. Ma sua figlia l’aveva tenuta aggiornata e le aveva garantito che lui non aveva una relazione quando lei se n’era andata e che, anche dopo, non si era legato con nessun’altra.
Si era però ripromessa di non parlare con lui del passato. Adesso bisognava pensare al futuro. Quando aveva accettato l’invito, pur avendo provato un certo piacere, non aveva subito realizzato fino a che punto fosse disposta a spingersi. L’aveva capito solo dopo, quando, con molta cura, aveva scelto il profumo e la biancheria intima. Si era in quel momento resa conto di fremere nuovamente di desiderio e di sperare, nel profondo, che le cose finissero in modo molto romantico. Si era allora fatta più bella all’ultimo minuto, tingendo e acconciando i capelli proprio come piaceva a lui, e ora ringraziava in cuor suo Valentina che l’aveva spinta su quella strada. C’era voluta una figlia ventenne per spiegarle che ancora si poteva credere nell’amore.
Cominciò a camminare sul marciapiede, in uno stato di crescente trepidazione. Quando era ormai giunta all’altezza della prima carrozza, suo marito la vide e, sorridendo, fece l’atto di andarle incontro. In quell’attimo, però, la folla alla sua destra ondeggiò e molti cominciarono a fuggire, urlando. Udì degli spari, raffiche furiose e molto ravvicinate, ma continuò ad andare verso di lei. Improvvisamente, però, sentì un forte bruciore all’addome, si accorse che non riusciva più a camminare e gli sembrò che sua moglie svanisse in lontananza. Gli occhi gli si appannarono e cominciò a vacillare, mentre un dolore penetrante cresceva  all’altezza dello stomaco. Si toccò e vide con orrore la sua mano intrisa di sangue. Cadde in ginocchio e poi a terra. Imprecò. No, non poteva finire così! Perché stava accadendo proprio a lui che voleva ancora amare, che credeva nella vita, che adorava Valentina? Non poteva accettare che un odio fanatico e cieco l’avesse raggiunto proprio vicino a casa, a un passo da sua moglie che finalmente tornava da lui. Se c’era un dio doveva dargli ancora del tempo, sì, del tempo! Un futuro, per l’amor del cielo, uno straccio di futuro!
Il sangue intanto colava copioso e una larga chiazza scura si era ormai formata sul marciapiede. Cercò di rialzarsi ma il corpo non rispondeva più. Sentì una grande confusione intorno a sé, urla, mani che lo afferravano e riuscì ancora, come in un sogno, a vedere sua moglie mentre si chinava su di lui, gli occhi terrorizzati, lo sguardo disperato.
Era bella anche così, pensò, come non mai.
Poi più niente, solo silenzio e buio.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.

:: Un soffio di vita di Clarice Lispector (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2019 by

cl(2)Clarice Lispector, nata in Ucraina nel 1920, approdò successivamente in Brasile dove si formò e diventò scrittrice.
Una voce inquieta che fu accolta con grande favore. La sua è una scrittura particolare che scava nell’indicibile e che si risolve in un flusso di parole che decostruisce il senso.
Adelphi pubblica Un soffio di vita (nella traduzione di Roberto Francavilla), il libro più difficile della scrittrice.
Clarice Lispector ci stava lavorando quando le è stata diagnosticata una malattia mortale.
Il libro è uscito postumo ed è stato curato e riordinato da Olga Borelli, l’amica e assistente che le è stata vicina fino alla morte.
Un soffio di vita può considerarsi il testamento letterario di Clarice Lispector.
Un libro definitivo in cui la sua autrice si avventura, sotto il peso tragico dell’idea della fine imminente, nelle ragioni intime e esistenziali della sua scrittura.
Scrive per frammenti perché anche la sua vita è fatta di frammenti e mette in scena nella trama un dialogo serrato tra l’autore e Ângela, il personaggio inventato dall’autore stesso che sta scrivendo le pagine del libro.
L’autore inventa il suo personaggio perché confessa di essere stato sempre alla ricerca di una persona che vivesse per lui.
Dalla loro conversazione emergono intuizioni, osservazioni e riflessioni sul ruolo della scrittura. Ângela per il suo inventore è una nota acuta, è un grido nell’aria. Entrambi commettono il grave errore di pensare e danno vita a un dialogo fra sordi:

«uno dice una cosa e l’altro risponde di sì ma a una cosa diversa, e io dico di no, e mi accorgo che Ângela non mi contraddice neppure. Ognuno di noi segue il proprio filo, senza ascoltare davvero l’altro. È la libertà»,

Dallo scrivere, che è un agire senza preavviso, l’autore e il suo personaggio si avventurano, con un forte carico di ansia e di inquietudine, sui sentieri pericolosi del linguaggio che dissemina trappole nel labirinto intricato della scrittura.
Nella parole c’è tutto e l’autore afferma di voler scrivere movimento puro. Per Ângela scrivere vuol dire strappare le cose via da lei, a pezzi come l’arpione che si conficca nella balena e le squarcia la carne.
Clarice Lispector sfida le parole e la su stessa scrittura. Un soffio di vita è il suo libro più estremo, l’ultimo e il conclusivo.
Senza preoccuparsi di non essere capita, la scrittrice mette insieme il frammenti di questo stravagante dialogo interiore tra l’autore e il suo personaggio per ribadire, prima di chiudere gli occhi, che la scrittura è qualcosa di importante che ha a che fare con la necessità e l’urgenza.

«Io non scrivo certo perché lo desidero. Scrivo perché ne ho bisogno. Altrimenti cosa farei di me?».

Clarice Lispector non poteva non affidare alla volontà di potenza della parola il destino del suo cammino fra le tenebre.
Arrivata alla fine della sua vita, si sente come una domanda inesistente che non ode risposta.
Lei sa bene che Un soffio di vita non è un libro facile, però non può rinunciare a scriverlo come un libro di sangue, pus, escremento, cuore tagliuzzato, nervi a brandelli, scossa elettrica.
Un libro ermetico accessibile a pochi. Composto da antiparole straordinarie, disordinate per frammenti.
Scrivere, per Clarice Lispetor ma anche per i due personaggi di questo libro silenzioso di vita, significa trasformare tuto in un sogno a occhi aperti e cercare per ogni parola lo schiocco incosciente di un sentimento tormentato
Solo così l’autrice di queste pagine (scritte con parole attaccate le une alle altre) si libererà di se stessa e potrà riposare per sempre.

Clarice Lispector è stata una scrittrice, giornalista e traduttrice ucraina naturalizzata brasiliana. Nata in Ucraina e naturalizzata brasiliana – per quanto riguarda la sua “brasilidade” affermava di essere pernambucana – ha scritto romanzi, racconti e saggi, ed è considerata una delle scrittrici brasiliane più importanti del XX secolo nonché la più importante scrittrice ebrea dai tempi di Franz Kafka.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.