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:: Il sogno infranto di Valentina di Fulvio Drigani

30 aprile 2019

treno

Padre e figlia si riabbracciarono felici. Erano mesi che non si vedevano.

– Valentina! Sono molto contento di vederti.
– Anch’io, papà.
– Come ti trovi a Rotterdam?
– Bene, molto bene – rispose lei con un gran bel sorriso – I corsi mi piacciono molto. Penso che passerò gli esami.
– Brava! – esclamò il padre, con evidente orgoglio – Quanto tempo starai qui?
– Molto poco, papà, e mi dispiace, ma ho tante cose da fare e un giorno l’ho già passato da mamma. Certo che se non vi foste separati, sarebbe stato tutto più semplice.
– Ma è andata così – disse lui allargando sconsolato le braccia – Siamo stati bene insieme quando i tempi erano difficili e ora, che avremmo potuto goderci la vita, ci siamo venuti a noia.
– Non sei sincero, papà. Tu non l’avresti fatto di sicuro. È stata lei che è andata fuori di testa. Dì la verità.
– Non parlare così di mamma! – rispose lui con veemenza – È difficile in questi casi stabilire chi ha torto e chi ha ragione. A un certo punto le cose si aggrovigliano e non riesci neanche a capire il perché.
– Sarà, ma adesso siete infelici tutti e due. Tu non hai più la donna che amavi e lei, che non aveva capito cosa avrebbe perso, si è ora pentita di quello che ha fatto.
– Dici sul serio? – sembrò colpito dalle parole della figlia.
– Te l’ho detto! Sono appena stata un’intera giornata con lei.
– Dai, lasciamo perdere queste cose – ribatté lui con fare sbrigativo – e andiamo a mangiare, che è meglio.
– Va bene, papà, ma promettimi di chiamarla. Secondo me, lei non aspetta altro.
– Non so se lo farò. Ormai la ferita si sta rimarginando.
– Non ne sarei così sicura, se fossi in te – alla ragazza brillarono gli occhi – Ti giuro che lei è lì che si sta rodendo il fegato per quello che ha combinato e so bene che, sotto sotto, stai male anche tu.
– Ci penserò.
– Dai, papà, ti prego – lo supplicò Valentina.

Finita la cena, padre e figlia tornarono dal ristorante a casa tenendosi sottobraccio, felici di stare insieme. Si accomodarono sul divano e guardarono per un’oretta vecchie foto di quando lei era piccola, fino a quando Valentina non se ne andò a dormire.
L’uomo rimase quindi solo nella grande sala. Dopo alcuni minuti passati con gli occhi fissi nel vuoto, si alzò dal divano, andò in cucina e si versò un goccio di limoncello. Tornò a sedersi, questa volta in poltrona, e cominciò a sorseggiare il liquore, assorto nei suoi pensieri. Trascorse così almeno un quarto d’ora. Centellinava le gocce ad una ad una.
Improvvisamente, come colto da una sorta di frenesia, posò con rabbia il bicchierino sul tavolino, si alzò di scatto, spense le luci e corse in studio. Accese il computer, entrò nella sua casella di posta e scrisse alla moglie.

Il padre di Valentina arrivò nella grande stazione con un mazzo di fiori in mano e raggiunse la testa del binario. Il treno stava arrivando, ma decise di non andare incontro a sua moglie lungo il marciapiede. Con tutta quella gente che sarebbe scesa, c’era il rischio di non incrociarsi. Aspettò lì, dov’era arrivato, in mezzo alla piccola folla dei parenti e amici.
Passarono alcuni minuti e sua moglie scese dalla terza carrozza, emozionata come lui. Le sembrava di essere tornata indietro di venticinque anni e si sentiva nuovamente una ragazza in cerca d’amore. Era stata stupida a lasciarlo, pensava, ma lui aveva le sue colpe. L’aveva fatta troppo ingelosire, anche se, ora ne era quasi certa, quel matto del suo uomo non aveva combinato ciò che lei aveva sospettato. Tutta colpa del suo dannato lavoro di impresario teatrale che gli faceva incontrare tante donne e del fatto che gli piaceva pavoneggiarsi in loro compagnia. Era fatto così. Un vero e proprio bambinone. Ma sua figlia l’aveva tenuta aggiornata e le aveva garantito che lui non aveva una relazione quando lei se n’era andata e che, anche dopo, non si era legato con nessun’altra.
Si era però ripromessa di non parlare con lui del passato. Adesso bisognava pensare al futuro. Quando aveva accettato l’invito, pur avendo provato un certo piacere, non aveva subito realizzato fino a che punto fosse disposta a spingersi. L’aveva capito solo dopo, quando, con molta cura, aveva scelto il profumo e la biancheria intima. Si era in quel momento resa conto di fremere nuovamente di desiderio e di sperare, nel profondo, che le cose finissero in modo molto romantico. Si era allora fatta più bella all’ultimo minuto, tingendo e acconciando i capelli proprio come piaceva a lui, e ora ringraziava in cuor suo Valentina che l’aveva spinta su quella strada. C’era voluta una figlia ventenne per spiegarle che ancora si poteva credere nell’amore.
Cominciò a camminare sul marciapiede, in uno stato di crescente trepidazione. Quando era ormai giunta all’altezza della prima carrozza, suo marito la vide e, sorridendo, fece l’atto di andarle incontro. In quell’attimo, però, la folla alla sua destra ondeggiò e molti cominciarono a fuggire, urlando. Udì degli spari, raffiche furiose e molto ravvicinate, ma continuò ad andare verso di lei. Improvvisamente, però, sentì un forte bruciore all’addome, si accorse che non riusciva più a camminare e gli sembrò che sua moglie svanisse in lontananza. Gli occhi gli si appannarono e cominciò a vacillare, mentre un dolore penetrante cresceva  all’altezza dello stomaco. Si toccò e vide con orrore la sua mano intrisa di sangue. Cadde in ginocchio e poi a terra. Imprecò. No, non poteva finire così! Perché stava accadendo proprio a lui che voleva ancora amare, che credeva nella vita, che adorava Valentina? Non poteva accettare che un odio fanatico e cieco l’avesse raggiunto proprio vicino a casa, a un passo da sua moglie che finalmente tornava da lui. Se c’era un dio doveva dargli ancora del tempo, sì, del tempo! Un futuro, per l’amor del cielo, uno straccio di futuro!
Il sangue intanto colava copioso e una larga chiazza scura si era ormai formata sul marciapiede. Cercò di rialzarsi ma il corpo non rispondeva più. Sentì una grande confusione intorno a sé, urla, mani che lo afferravano e riuscì ancora, come in un sogno, a vedere sua moglie mentre si chinava su di lui, gli occhi terrorizzati, lo sguardo disperato.
Era bella anche così, pensò, come non mai.
Poi più niente, solo silenzio e buio.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.