Mai più sola nel bosco di Simona Vinci (Marsilio Editori, 2019) a cura di Elena Romanello

6 giugno 2019 by

2970015Marsilio editore propone un nuovo titolo per l’interessante e intrigante collana Passaparola, dove autori e autrici si confrontano con il libro che li ha cambiato, magari da giovanissimi, dando voce a Simona Vinci, che sceglie di confrontarsi con le Fiabe dei fratelli Grimm.
L’autrice ha raccontato fin dai suoi esordi il rapporto con la paura, che può anche essere piacevole, e non stupisce che scelga come libro suo una raccolta di storie tutt’altro che zuccherose e melense come si potrebbe pensare se non le si conosce, perché le fiabe nascono per un pubblico adulto, sono tutto tranne che politicamente corrette, a cominciare proprio da quelle dei Grimm, soprattutto nella prima edizione ritradotta recentemente per Donzelli.
Simona Vinci si confronta quindi con fiabe che si avvicinano alle tradizioni della sua città natale, Budrio, a cominciare da quella con protagonista una creatura fatta d’acqua scura che striscia in soffitta, forse il fantasma di un uomo assassinato durante la Resistenza e gettato in uno stagno. Ma nelle pagine rivivono le Cose assiepate dietro i cespugli e che ringhiano quando qualcuno passa lì vicino, soprattutto se è un bambino o bambina, il lupo nei boschi che attende Cappuccetto rosso, in una metafora del crescere e diventare donna, gli alberi di ginepro che conservano la memoria dei morti pronta a tornare, i briganti e le madri antropofaghe, i corvi che erano ragazzi, l’arcolaio di Rosaspina la bella addormentata che per i Grimm è meno gore stranamente che per Basile e Perrault, la mela avvelenata di Biancaneve, le matrigne assassine, gli animali parlanti.
Un esame appassionato e accurato di storie che hanno riflettuto una società spesso terribile, in cui si abbandonavano i bambini quando non li si mangiavano, e in cui la paura era qualcosa di palpabile, in notti scure perché non esisteva l’elettricità e il cibo appunto era essenziale perché scarseggiava e una casa fatta di marzapane non è una follia da golosi. L’autrice racconta il suo rapporto con questo mondo che le è entrato dentro, che raccorda il tempo presente con l’infanzia, rievoca colpe e assoluzioni, giochi e dispetti, il primo approccio con la morte, gli amici perduti e i luoghi da riscoprire, insieme ai bambini che crescono e i bambini che si è stati.
Simona Vinci racconta quindi anche l’importanza della paura per crescere  e per mantenere dentro di sé un lato oscuro che non va temuto ma tenuto sotto controllo, attraverso fiabe che è senz’altro divertente aver letto da piccoli o averle sentite raccontare dai parenti anziani, ma che è un’ottima cosa riprendere in mano da adulti. Perché paura e lato oscuro sono parte della nostra vita e la creatura d’acqua scura forse non è quello che si temeva davvero da piccoli.
Un ritratto di un’infanzia sospesa in un tempo fiabesco e anche dell’importanza della fantasia, dello spavento e dell’incanto contenuti in storie che sono ancora oggi fondamentali.

Simona Vinci è nata a Milano nel 1970 e oggi vive a Bologna. Ha pubblicato Dei bambini non si sa niente (Einaudi Stile libero 1997 e 2018), In tutti i sensi come l’amore (Einaudi Stile libero 1999 e 2018, premio Selezione Campiello 1999), Come prima delle madri (Einaudi 2003, premio Selezione Campiello 2003), Brother and Sister (Einaudi Stile libero 2004), Stanza 411 (Einaudi Stile libero 2006 e 2018), Rovina (Edizioni Ambiente 2007), Strada Provinciale Tre (Einaudi Stile libero 2007), Nel bianco (Rizzoli 2009), La prima verità (Einaudi Stile libero 2016, premio Campiello 2016), Parla, mia paura (Einaudi Stile libero 2017) e In tutti i sensi come l’amore (Einaudi Stile libero 2018). I suoi libri sono tradotti e pubblicati in quindici paesi.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: La danza dei veleni – Il ritorno di Blanca di Patrizia Rinaldi (Edizioni EO 2019) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2019 by

Patrizia RinaldiIl ritorno di Patrizia Rinaldi e della sua Blanca, detective ipovedente, è nelle parole scritte in questo libro. Ma anche in quelle che l’autrice permette al lettore di percepire, di sentire, di immaginare. A partire dall’incipit, che apre uno scenario di emozioni, sensazioni, di luci e ombre. Perché Blanca è così, un mondo a sé, da scoprire. Un mondo complesso, che nemmeno i colleghi Carità, Martusciello, Liguori e Micheli capiscono.
Blanca non si accontenta di sapere che qualcuno sta morendo avvelenato o che qualcun’altro sta commerciando animali in maniera illegale. No. Lei deve scavare, annusare, ascoltare. Deve amplificare i sensi che ha a disposizione. Ha bisogno di tempo e di spazio vitale per mettere tutto in ordine in un’indagine che è incasinata e non coordinata a dovere. Le serve fiducia e silenzio, pazienza e forza.
Nel frattempo chi le sta intorno ha un timore particolare, la tratta con rispetto ma non con compassione. Blanca non lo sopporterebbe. C’è chi le descrive il mare, la natura in generale o più nello specifico la scena di un crimine. La vita privata di ogni protagonista ruota intorno alla vicenda, intorno a Blanca e al quotidiano di ciascuno. Questo sembrerebbe allontanarli dal lavoro in commissariato. Sarà così?
Blanca affronta tutto custodendo le informazioni in un contenitore sigillato. Perché? Sta respingendo qualcuno o vuole proteggersi ad ogni costo? Blanca è una donna eccezionale che sa donare a modo suo e sa estraniarsi quando le serve. Ha solo una grande fatica da gestire, il limite dell’amore, il limite fra corpo e cuore …
La passione per il suo lavoro la contraddistingue, anche a costo di stare male, anche quando scoprire la verità provoca sofferenza. Blanca vive ogni attimo sentendoselo addosso e dentro, ed è capace di sospendere un’impressione o un giudizio se può ferirla nel profondo. Ha bisogno di dare ordine alle sue emozioni.
Di animali si parla in questo libro, e non solo a quattro zampe. Si parla di uomini e donne che seguono un loro percorso, più o meno in modo consapevole; che si lasciano usare o maltrattare; che desiderano emergere ma lo fanno utilizzando i mezzi peggiori. Si parla anche di sentimenti e ragione. Di tradimento e fedeltà. Di segreti e verità.
Dovete leggerlo, non posso dirvi di più. Solo che la vita di Blanca entrerà a far parte della vostra.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Mi­glior Scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La compagnia dei soli, illustrato da Marco Paci, (Sin­nos 2017), vincitore del Premio An­der­sen Miglior Fumetto 2017, Un grande spet­tacolo (Lapis 2017), Federico il pazzo, vincitore del premio Leggimi Forte 2015 e finalista al pre­mio Andersen 2015 (Sinnos 2014), Mare giallo (Sinnos 2012), Rock senti­men­tale (El 2011), Piano Forte (Sinnos 2009). Per le Edizioni E/O ha pubblicato Tre, nu­mero imperfetto (tradotto negli Stati Uni­ti e in Germania), Blanca, Rosso caldo, Ma già prima di giugno (Premio Alghero 2015) e La figlia maschio (2017).

Source: omaggio dell’autore al recensore.

L’ombra di Allende di Jorge Gonzalez e Olivier Bras (001 Edizioni, 2019) a cura di Elena Romanello

5 giugno 2019 by

allende-001-670x948001 Edizioni continua a guardare con attenzione e interesse al fumetto sudamericano presentando una riflessione su una ferita mai chiusa nel continente, quella legata al presidente cileno Allende, in appunto L’ombra di Allende, un lavoro a quattro mani di Jorge Gonzalez e Olivier Bras.
Il fumetto non è un racconto biografico sull’uomo politico ma una riflessione oggi da parte di chi appartiene ad un’altra generazione rispetto a quella che credette in un’utopia socialista e fu oppressa da un regime totalitario, fuggendo all’estero in dolorosi esili. La storia viene raccontata per immagini, con vari stili, a volte con pochi tratti a volte prendendo ispirazione da giornali e foto.
Il Cile è rimasto ferito dagli eventi di un altro 11 settembre rispetto a quello diventato più famoso oggi, quello del 1973, quando al Palacio de la Moneda ci fu un colpo di stato che cambiò la storia dell’America latina ed ebbe una profonda influenza sulla politica mondiale, la deposizione e la morte del presidente della Repubblica Salvador Allende, deposto dalla giunta militare guidata dal generale Augusto Pinochet.
La storia di due protagonisti è raccontata dal punto di vista di Leo, figlio di immigrati cileni, che ha sempre sentito raccontare la vicenda in casa dai genitori ma non ha mai voluto schierarsi, forse perché non l’ha mai sentita una cosa non sua, una memoria di un altro mondo e di un’altra generazione.
Finché il generale Pinochet non viene arrestato a Londra nei primi anni del Duemila e a questo punto Luis deve ricercare le proprie radici, ricostruire cosa è successo ai suoi genitori e ai loro coetanei quando avevano più o meno la sua età e anche interrogarsi sulla sua identità morale, su da che parte vuole stare.
L’ombra di Allende racconta quindi, in parallelo e senza retorica, le vite di Allende e di Pinochet, le loro opposte visioni politiche e anche il loro approccio diverso alla vita, due rivali forse per caso e al centro comunque di una tragedia capace ancora oggi di dividere e far riflettere.
Una graphic novel interessante dal punto di vista tecnico e della realizzazione, una pagina di Storia ricostruita ma anche una riflessione sul destino e sull’importanza della memoria, che spesso tende a rimuovere fatti ed eventi che non andrebbero cancellati. Il ricordo di un’utopia per un mondo migliore e di una terribile sconfitta, ricostruito in maniera secca, asciutta ma implacabile, per chi c’era allora e per chi è arrivato dopo e deve capire cosa è successo e cosa ha significato.

Jorge González è un artista argentino, spagnolo d’adozione, classe 1970, che ha lavorato per la pubblicità come illustratore e storyboard artist e come illustratore di graphic novel. Ha collaborato con il quotidiano El País e disegnato alcune storie per Horacio Altuna. I suoi libri sono pubblicati in tutta Europa. Con Fueye ha vinto nel 2008 il Premio internazionale per il romanzo grafico FNAC-Sinsentido, e nel 2009 il Premio Junceda Iberia. Con Hate Jazz nel 2010 si aggiudica il Premio Tiza al  primo Salone del fumetto di Navarra. Tra le sue altre opere ricordiamo Ritorno al Kosovo, un reportage su una terra martoriata dalla guerra e Cara Patagonia, entrambi pubblicati da 001 Edizioni.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa, che ringraziamo.

:: La vicevita. Treni e viaggi in treno di Valerio Magrelli (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

5 giugno 2019 by

cop magrelliLa vicevita. Treni e viaggi in treno è un piccolo e prezioso libro scritto da Valerio Magrelli, uno dei pochi poeti italiani contemporanei che vale la pena leggere.
Prose e frammenti in cui lo scrittore romano si cimenta con il tema del viaggio, in mondo particolare con quello lento e contemplativo che si fa utilizzando il treno.

«Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte. Il suo scopo, cioè risiede altrove. È ciò che chiamerei: la vicevita».

La vicevita, scrive Magrelli nella nota introduttiva, allude al tempo morto dell’attesa, un tempo morto che le sue parole provando a rianimare annotando sul suo personale diario quotidiano di viaggio in treno impressioni e osservazioni per disegnare la mappa di un’antropologia culturale e umana dell’essere in movimento tramite le rotaie dell’esistenza.
Magrelli parla dei suoi viaggi in treno, delle persone che incontra, scrive una piccola enciclopedia del mettersi in viaggio.
Racconti brevi, anzi brevissimi, in cui l’uomo e il poeta si mettono a nudo raccontando le esperienze autobiografiche di una vita che corre sulle rotaie.
Il treno è una chiusura lampo che fila sui binari. Ma è anche il luogo dove accade tutto o non accade niente, dove il viaggiatore scopre a proprie spese che le coincidenze non servono a nulla.
Tra cuccette, stazioni, errori di destinazione, freni d’allarme tirati, Magrelli disegna una stravagante geografia del viaggio in treno. La sua vice – autobiografia di viaggiatore e di uomo che osserva la commedia dantesca di tutti i giorni, condividendo la sorte con gli altri che come lui si sono messi in cammino per andare.

«In effetti, tutti noi continuiamo a viaggiare come se, da un momento all’altro dovessimo venire deportati».

La nostra condizione umana è il tema fondamentale degli appunti di viaggio in treno di Valerio Magrelli.

«Ma come si fa a viaggiare in treno? Da quando ho letto che le pupille si strappano, si scollano, si sfilacciano, a forza di guardare troppo dal finestrino, per me è diventa un inferno».

Anche il treno è un condominio di carne e Magrelli quando scrive non smette di ascoltare il suo cuore di poeta.
Queste prose si illuminano di lampi di poesia: il viaggio in treno è la vita che va, è la vita che viene. Ma soprattutto è la vita che accade.

Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è scrittore, traduttore e professore ordinario di Letteratura francese all’Università Roma Tre. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il commissario Magrelli (2018). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013), La vicevita (Einaudi 2019) e Sopruso: istruzioni per l’uso (Einaudi 2019). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Ha pubblicato per Einaudi anche due raccolte di poesie: Il sangue amaro (2014) e Le cavie (2018). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog il Reportage.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa.

:: Il nero è un colore di Grisélidis Réal (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

3 giugno 2019 by

web-07-nero-frIl nero è un colore” è il romanzo autobiografico di Grisélidis Réal, autrice nata a Losanna nel 1929 e scomparsa a causa del cancro nel 2005. La storia narrata dalla Réal è una vicenda autobiografica che ha al centro la fuga della narratrice con un amante pazzo di origine afroamericana (Bill), che lei è riuscita a far dimettere da una clinica psichiatrica. Con la coppia ci sono i due figli della donna e tutti e quattro si dirigono a Monaco per sfuggire alla miseria, alla fame e alla povertà. Per il quartetto comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza per poter mangiare qualcosa e per avere un tetto da riparo sulla testa. Pagina dopo pagina ci addentriamo nella vita della scrittrice svizzera che ci trascina nel suo mondo, complicato sì, ma dove l’amore per i figli è quello che domina e che la spinge la Réal a fare il possibile per tenere unita la famiglia. Ed ecco che nelle pagine, al tanto amore materno, si alternano momenti più cupi dove la protagonista conosce da vicino il male, la violenza, lo spaccio per droga, la fame, il carcere e quella sensazione di vita vissuta sempre sul filo del rasoio. Dalla strada, ad un certo punto, la protagonista finirà a lavorare come attrice in piccoli film, come modella per la scuola di pittura e nella Casa Rossa, un bordello gestito da Mamma Shakespeare. Non mancherà nemmeno un altro amante che la trascinerà in un losco giro di traffico di droga e tante altre dure prove che renderanno l’esistenza di Grisélidis una lotta per la sopravvivenza, la sua, per garantire quelle dei suoi bimbi. “Il nero è un colore” è una vicenda autobiografica di forte impatto emotivo, nella quale il sopruso, la violenza, il cinismo umano sono qualcosa di impressionante, perché la protagonista incontra persone con atteggiamenti così meschini, cattivi e brutali da sembrare usciti da un film, mentre in realtà sono la nuda e cruda verità vissuta in prima persona dall’autrice. Chi racconta parla di sé, e lo fa con dolcezza alternata a rabbia e furore, ponendo però al centro di tutto, e sempre, quell’ amore profondo per i figli, un legame così intenso da indurla a vendere il suo copro pur di dare loro un po’ di tranquillità e cibo. Nelle pagine di “Il nero è un colore” si susseguono depravazione e le richieste più assurde di clienti che possiamo mettere tra il sadico e il feticista, ai quali la donna si sottomette per avere qualche spicciolo, ma la Réal ci fa conoscere anche qualcosa di davvero speciale nel suo vissuto: le sue passioni potenti. Oltre ai due figli, Girsélidis ha una profonda e palpitante attrazione per gli uomini dalla pelle color ebano, in particolare per i militari presenti nelle caserme americane in Germania. Quei soldati che attirano la protagonista per la loro prestanza fisica, per quella pelle così liscia e levigata da sembrare scolpita e per le loro automobili luccicanti. Altro elemento importante della vita della Réal sono i suoi amici zingari, quell’etnia che per lei è una vera e propria famiglia, che la ama e accudisce, senza pregiudizi, come se fosse una figlia, anche se figlia loro non lo è. “Il nero è un colore”, Grisélidis Réal è un libro lucido, nel quale l’autrice ripercorre passo dopo passo la sua vita, le sensazioni e le emozioni che l’hanno caratterizzata, in un ritratto chiaro di sé nel quale ogni singola cosa o gesto compiuto è portato avanti, nonostante le difficoltà, dalla forza e dal sentimento dell’amore. Traduzione dal francese Yari Moro.

Grisélidis Réal è nata a Losanna nel 1929. Ha trascorso la sua infanzia in Egitto e in Grecia, prima di intraprendere gli studi in Arti decorative a Zurigo. Presto madre di quattro figli, si prostituisce in Germania nei primi anni Sessanta, poi diventa la famosa “puttana rivoluzionaria” dei movimenti delle prostitute nel decennio che segue e cofondatrice di un’associazione di tutela nei loro confronti (ASPASIE). È morta il 31 maggio 2005.

Source: inviato dall’editore. Grazie a tutto lo staff di Keller Editore.

Le colpe della notte di Antonio Lanzetta (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

3 giugno 2019 by

Cover-leCOLPEdellaNOTTE-RGB-307x429Torna Antonio Lanzetta, ormai affermato autore di thriller riconosciuto anche all’estero, con una nuova storia che viaggia negli abissi dell’animo umano, Le colpe della notte, legato da vari riferimenti ai due precedenti e da divorare tutto d’un fiato.
Cristian è quello che oggi viene definito un hikikomori, sempre attaccato al PC e perso in un mondo virtuale: la cosa non piace ai suoi genitori, suo padre tra l’altro è uno stimato commissario di polizia, e una sera, dopo l’ennesimo litigio, il ragazzo esce di casa per un paio d’ore. Quando torna a casa trova i genitori morti, in quello che sembra un omicidio suicidio del padre di cui si sente responsabile.
Cristian viene spedito al sud, a Castellaccio, nella casa famiglia di Flavio, che continua ad occuparsi di salvare ragazzini e ragazzine da da drammi familiari di vario genere, e qui si scontra con il bullismo di alcuni compagni di scuola, ma trova anche alcuni improbabili ma simpatici amici.
Damiano, lo Sciacallo, non è convinto che la morte dei genitori di Cristian sia stata come ha concluso l’indagine ufficiale e inizia a indagare per conto suo, scoprendo legami insospettabili con fatti delittuosi dietro ai quali si nascondono poteri forti di vario tipo e sinistramente presenti dietro a tanti fatti dalla Storia italiana degli ultimi decenni.
Cristian cercherà nel frattempo di rimarginare la sua vita, con i nuovi amici e nuovi scopi, e con l’incontro anche con Girolamo, un maresciallo dei carabinieri gattaro e in pensione, ossessionato dall’Uomo del Salice e dalla scomparsa di una bambina avvenuta trent’anni prima e mai risolta.
Antonio Lanzetta torna quindi sui suoi personaggi iconici e sulla loro lotta contro l’Uomo del Salice, tra passato e presente, non dimenticando le tematiche che gli stanno a cuore sull’adolescenza e la ricerca di sé, oltre al bisogno di verità e giustizia per fatti accaduti anni prima, i famosi cold case che non passano mai per il dolore che lasciano con loro.
Stavolta il legame con il passato è duplice, e mescola il fatto locale dell’Uomo del Salice, già ombra nera dei primi due libri, con altri fatti legati ad un attentato che ricorda tanto quello reale del 1993 di via dei Georgofili a Firenze, oltre che altre vicende vere degli ultimi decenni, da non dimenticare anche se c’è chi, tra eversioni varie, terrorismo di casa nostra e poteri mafiosi e non solo, vorrebbe che sparissero con i loro morti.
Una storia sul crescere e sul dolore che questo comporta, sul lutto, sui drammi mai risolti, sul fatto che bisogna provare ad andare avanti ma come questo a volte sia impossibile, quando si sono visti i peggiori abissi e non si è riusciti ad uscirne.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Antonio Lanzetta è uno scrittore salernitano che, dopo aver iniziato la sua carriera come autore di romanzi fantasy (sempre per La Corte Editore ha pubblicato Warrior e Revolution), vira verso il thriller prima con il racconto breve Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo Cattolica, e poi con i romanzi conIl Buio Dentroe conI figli del male.
Il Buio Dentro gli permette di valicare i confini nazionali venendo tradotto da Bragelonne, una delle più prestigiose case editrici d’oltralpe, in Francia, Canada e Belgio; lo stesso romanzo viene anche citato dal Sunday Times come uno dei cinque thriller non inglesi migliori del 2017.
Lanzetta è anche opinionista di cronaca nera per Rai Uno.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti, redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2019 by

Trattato INF

Benvenuto Tiziano su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. È laureato in Storia Medievale, Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, scrive su Difesa online, ed è studioso di tematiche militari. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, tema che sembra diventato di stretta attualità e che dovrebbe interessare tutti i cittadini della UE.

Può spiegarci, per sommi capi, cos’è il trattato INF e cosa portò alla sua stipula tra Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica?

Il trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) è stato firmato nel 1987 tra l’Unione Sovietica di Gorbachov e gli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Reagan. Tale trattato prevedeva, non più solo limitazioni numeriche agli arsenali nucleari della due super Potenze, ma la completa eliminazione di due tipologie di armi: i missili a corto raggio (500-1.000 km di gittata) e quelli a medio raggio (1.000-5.000 km di gittata).
La necessità del trattato nacque a causa della necessità del Cremlino di aggirare la dottrina NATO della risposta flessibile (in caso di un attacco convenzionale su larga scala da parte delle forze del Patto di Varsavia in Europa occidentale, la NATO si sarebbe difesa impiegando armi nucleari tattiche), ovvero di essere i primi a varcare la soglia nucleare con il lancio di oltre 200 testate su obiettivi di vario genere in Europa occidentale, come mossa iniziale di un eventuale conflitto.
Nel 1977 l’URSS cominciò a schierare, nelle sue zone europee, il nuovo missile balistico a portata intermedia (IRBM) SS-20 SABER, armato con tre testate nucleari da 150 kilotoni (la bomba lanciata su Hiroshima nel 1945 aveva una potenza di 1,3 kilotoni), e con una gittata di circa 5.000 km, sufficienti per colpire le principali città dell’Europa occidentale, tuttavia appena inferiore a quanto previsto dal trattato SALT II per la limitazione delle armi nucleari allora vigente (5.500 km), quindi gli SS-20 si ponevano al di fuori degli accordi tra URSS e USA.

Questo processo di superamento della Guerra Fredda si è per lei interrotto? Cosa ha portato a ciò, considerato che il cosiddetto “pericolo comunista” non sussiste più. E volendo anche la Cina, pur restando una repubblica socialista, sta intraprendo una difficile strada verso una maggiore democratizzazione sia economica che politica.

Gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’URSS, sono rimasti l’unica super Potenza. Già dagli anni 90 dello scorso secolo (il cosiddetto decennio unipolare) gli strateghi americani postulavano un allargamento della NATO verso Est. Con l’adesione della Polonia e degli Stati Baltici alla NATO, la Russia si è sentita accerchiata, tuttavia non ha i mezzi per contrapporsi alla potenza americana.
La Cina non ha firmato nessun trattato contro la proliferazione nucleare (la sua dottrina militare non concerne l’impiego atomico come primo strike), ha solamente 280 testate stoccate contro le 4.700 americane più le 1.750 operative.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa, una proposta di legge per sospendere il trattato INF, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Una notizia di tale portata dovrebbe avere un eco maggiore anche a livello di mass media. Perché secondo lei questo non è successo? Anche i politici sottovalutano i rischi che tutto ciò comporta?

Perché in Europa (e in particolare in Italia) non esiste una politica di Difesa; per troppo tempo ci siamo posti sotto l’ombrello americano, delegando all’Alleato d’oltre oceano ogni responsabilità. Se guardiamo ai nostri politici credo che in pochi comprendano quanto siano importanti le Relazioni Internazionali.

Al netto delle accuse reciproche di non rispettare il trattato, la funzione di deterrenza è inequivocabile, c’è il margine per una successiva trattativa?

Sono gli americani a dettare le regole, quindi, se volessero credo di si.

Più nello specifico, che lei sappia, si sta lavorando a livello diplomatico su un meeting tra Russia e Stati Uniti per ripristinare il cosìddetto trattato INF, ed eventualmente allargarlo anche ad altri stati, come era inizialmente nelle intenzioni statunitensi?

Credo che gli USA vogliano avere mano libera nei confronti della Cina, la quale sta sviluppando armi che rientrerebbero nelle limitazioni del trattato INF.

Si conosce, per sommi capi, quale è lo stato degli arsenali dei due paesi (e alleati), quanto è aggiornato? Ci sono soprattutto i fondi per ricostruire l’arsenale atomico, reali commesse? O è più, secondo lei, uno scontro verbale?

Gli arsenali nucleari di Russia e USA sono ben forniti (la Francia è la terza nazione al mondo che possiede più testate nucleari). Il fatto è che esistono nuovi attori come India, Pakistan e soprattutto Corea del Nord entrati negli ultimi decenni nel club nucleare, non certo nazioni politicamente stabili. Un grosso interrogativo è rappresentato dall’Iran, anche lì Trump ha cestinato gli accordi sul nucleare, precedentemente stipulati con l’Amministrazione Obama.

In merito agli USA, non è detto che troveranno disponibilità e grande entusiasmo da parte degli alleati a piazzare testate atomiche dirette contro la Russia nei loro territori, si parla di sottomarini ed eventualmente fregate lanciamissili? Non ha l’impressione che stiano giocando su troppi fronti?

La UE ha espresso ufficialmente il suo sconcerto per la decisione americana, le uniche dichiarazioni favorevoli sono giunte da Londra e, ovviamente, da Varsavia.
Gli USA sono una Potenza globale, vivono di strategia, anche se Trump (come del resto la precedente Amministrazione) dichiara l’intenzione di ritirarsi da alcuni contesti, non può certo lasciare l’Europa indifesa.

Realisticamente, ora come ora, che pericoli corrono l’Europa e la Russia?

Credo che l’Europa corra il serio rischio della totale marginalità sulla scena internazionale. Napoleone diceva che se un popolo non vuole pagare per un suo esercito, prima o poi dovrà pagare per l’esercito di qualcun altro.

Da un punto di vista strategico un’alleanza tra Europa e Russia, rafforzata anche da più stretti rapporti economici e commerciali, non sarebbe auspicabile per la maggiore sicurezza internazionale? Onde scongiurare l’asse Mosca-Pechino. Cosa lo impedisce, quali sono i veri ostacoli in merito? Si è mai parlato di un’entrata della Russia nella NATO?

Un asse strategico Mosca-Pechino credo sia poco probabile, ci sono troppi interessi geopolitici inconciliabili. L’Europa è sotto l’ombrello americano, non è possibile al momento attuale uscirne. Nel 2002, un summit organizzato a Pratica di Mare dall’allora governo Berlusconi, creò una sorta di partnership tra Russia e NATO ma non si andò oltre. La Russia vuole tornare ad avere un ruolo primario nel contesto internazionale, infatti è sicuramente una potenza militare ma non è certo una potenza economica. Già la precedente Amministrazione Obama aveva identificato la Cina come futuro, possibile, competitor, relegando la Russia a semplice Potenza regionale.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

Tosca dei boschi di Teresa Radice e Stefano Turconi (Bao Publishing, 2019) a cura di Elena Romanello

1 giugno 2019 by

Dopo i successi de Il porto proibito Non stancarti di andare, torna per Bao il duo artistico formato da Teresa Radice e Stefano Turconi, autori Disney e non solo, con Tosca dei boschi, una favola tra Medio Evo e Rinascimento per tutte le età, che mostra la voglia di raccontare e sperimentare dei due artisti, portando stavolta in un nuovo universo narrativo tra realtà e leggenda.
Alla base di tutto c’è la rivalità, realmente presente allora e magari latente oggi, tra Firenze e Siena, con una storia romanzata per tutte le età, dove Lucilla, duchessina della nobile famiglia dei Fieramosca, conosce Tosca, Robin Hood in gonnella che ruba ai ricchi per dare ai poveri, e Rinaldo, un menestrello, fratello e sorella, entrambi girovaghi.
Malgrado le differenze, o forse proprio grazie alle differenze, i tre ragazzi diventano inseparabili e si alleano per evitare un matrimonio combinato ma anche contro intrighi di palazzo che potrebbero portare ad una nuova guerra. Anche perché Lucilla vede in loro nuove possibilità di vita, libera da costrizioni e capace di costruire il proprio destino, ma ci saranno sorprese anche per Tosca e Rinaldo legate al loro passato. E in ogni caso Firenze deve essere salvata, insieme a qualcuno molto vicino a Lucilla.
Dalle prime pagine si viene immerse in un Medio Evo da fiaba, con un omaggio ai classici Disney, che si aprivano con libri antichi vergati da miniature e da una scrittura arzigogolata e tavole che possono riecheggiare le atmosfere de La Bella Addormentata nel Bosco e Robin Hood.  Stefano Turconi ama sperimentare sempre, qui privilegia le matite, creando un mondo pieno di vita e di colore in tavole che portano in una Firenze variopinta ma con lati oscuri, e tra foreste e monasteri in una campagna da fiaba.
Tosca dei boschi ha toni fiabeschi anche nel disegno dei personaggi, ma alla base c’è una fedele ricostruzione grafica e storica del mondo reale in cui è ambientata la storia, con una cura minuziosa anche dei dettagli della vita di tutti i giorni, tra abiti e oggetti. Il tutto è completato da citazioni di grandi autori italiani medievali, in un’opera godibile quindi a più livelli, per puro svago ma anche per cercare un omaggio ad un mondo e ad un momento fondamentale per la Toscana e per la cultura europea in generale.
Una conferma quindi del talento di due autori che amano raccontare e illustrare sempre delle belle storie, spesso diverse, ma capaci sempre di appassionare.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi.
Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve.
Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”: arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015).
Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi.
Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare.
Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud: Prix Jeunesse a Bédécine Illzach 2015 e Sélection Jeunesse a Angouleme 2016).
Il Porto Proibito, pubblicato nel 2015 per BAO Publishing e ristampato nel 2016 in una Artist Edition di prestigio, ha vinto il Gran Guinigi come “Miglior graphic novel” a Lucca Comics 2015 e il Premio Micheluzzi come “Miglior fumetto” a Napoli Comicon 2016. Sempre per i tipi di BAO, pubblicano Non stancarti di andare nel 2017 (graphic novel che riscuote in brevissimo tempo un grande successo di pubblica e critica), due volumi della serie per i più piccoli Orlando Curioso (Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone e Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati) tra il 2017 e il 2018, Tosca dei Boschi (inizialmente edito da Dargaud in Francia e poi portato in Italia) nel 2018.
I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie.
I loro nomi sono Viola e Michele.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Lupa a Gennaio di Massimo Scrignòli (Book Editore nella collana Serendip 2019) a cura di Nicola Vacca

31 Maggio 2019 by

cmsDi tutte le acque chiare, la poesia è quella che meno indugia ai riflessi dei suoi ponti.
Poesia, vita futura nell’intimo dell’uomo riqualificato.

È indegno del poeta mistificare l’agnello,
investirne la lana.

(René Char)

Massimo Scrignòli è un poeta unico, riconoscibile e appartato che ama la sofisticata eleganza del dire. Ma soprattutto scrive e pubblica quando ha qualcosa da dire.
Giovanni Raboni, che firmò la prefazione all’opera prima di Massimo Scrignòli (Notiziario tendenzioso, 1979), scrive che la sua poesia è coraggiosamente priva di simboli e forse di immagini, una trascrizione pura, quasi àfona per bisogno e desiderio di esattezza, completezza e onestà di cose pensate.
Le parole di Raboni fanno centro, meglio di molte altre inquadrano l’essenza della poesia di Scrignòli che nella sua fisiologica evoluzione non ha perso mai questa caratteristica individuata dal poeta e critico milanese.
A dieci anni da Vista sull’ Angelo, il poeta ferrarese pubblica Lupa a Gennaio. Ancora una volta Massimo torna alla poesia scavando nell’infinito delle parole e con un essenziale gioco a sottrare elabora un distillato per frammenti, che è il frutto tormentato di una ricerca poetica che copre dieci anni.
Questa volta il poeta si cimenta con la prosa poetica. Il volume ne contiene con ventotto.
Scrignòli è un poeta che nella sua scrittura non ha smesso di dialogare mai con i maestri e gli autori da lui amati.
In questo libro ci sono tutti (Kafka, Eliot, Pound, Apollinaire). Sono due i nomi che in questi frammenti occupano un posto di rilievo: René Char e Paul Celan.
Scrignòli alla maniera di Char scrive queste brevi e intense prose cariche di una straordinaria vocazione oracolare attraverso cui il poeta si tuffa nel vizio infinito delle parole per ascoltare e nominare in attesa di avere fiducia in una lingua che ci parla.
Il poeta cerca nelle parole una ipotetica fioritura, trattiene sul taccuino la notte per

«essere nelle povere piccole cose, dove si arriva sempre poco prima di riprendere fiato».

Lupa a Gennaio è l’esperimento unico di un poeta vero. Un breve e intenso viaggio nel mondo della poesia.
Ventotto brevi frammenti da leggere senza respiro e da meditare come l’opera matura di un poeta che come pochi ha saputo spingersi oltre i confini di una narrazione metafisica intuendo l’oltre di un oltre da cui scaturisce un alfabeto in cui fare i conti ogni giorno con la semina dei freddi, con la conquista del gelo.

«Eppure dorme, questo secolo: è un sonno senza sogni, adagiato sul fondale di un tempo tuttora indifeso dalle antiche profezie di Vulcano.
E noi non abbiamo ancora messo in salvo la cenere».

Solo i grandi poeti sanno scrivere parole di rara bellezza. Massimo Scrignòli lo è.
Con Lupa a Gennaio si conferma una voce fertile di intuizioni. Un poeta che ha il coraggio di ritrovare una parola estrema, che prepara la pioggia, ma anche il nostro riparo.
Una parola che ci avvicina (nella poesia come nella vita) al valore indiviso della verità.

:: Lievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai di Silvino Gonzato (Neri Pozza 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2019 by

Lievito madreLa crisi, i dissidi societari, la concorrenza, varie coincidenze sfavorevoli possono portare verso la chiusura un’azienda centenaria un tempo prospera e rinomata nel mondo? È quello che è successo alla Melegatti, azienda dolciaria di Verona produttrice del famoso Pandoro Melegatti.
Ma la storia che Silvino Gonzato, giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona ci racconta nelle pagine di Lievito Madre, che ammettiamolo poteva essere solo un triste fatto di cronaca con dipendenti licenziati, famiglie sul lastrico, competenze disperse, o imprenditori che arrivano anche ai gesti più estremi, ha il sapore delle favole antiche, di quelle storie che sfiorano la leggenda per l’eccezionalità dei fatti narrati.
E invece è tutto vero, la caparbietà, il senso di responsabilità, l’altruismo di un gruppo di operai ha davvero contribuito a salvare un’azienda e Silvino Gonzato ci spiega nel suo libro dettagliatamente come, senza tralasciare l’eroismo e la fantasia di questi uomini e donne (e c’è pure un gatto che anche solo con la sua presenza ha contribuito a migliorare l’umore e la coesione del gruppo).
Ma andiamo con ordine nel 2017 la Melegatti era stata costretta a chiudere i suoi stabilimenti per alcuni investimenti sbagliati e mancati pagamenti dei fornitori. Se la chiusura di qualsiasi altra azienda, pur con le sue ripercussioni negative, è pur un fatto senza conseguenze dirette, non così per la Melegatti perché c’era a rischio il centenario lievito madre, l’impasto con cui Domenico Melegatti nel 1894 aveva creato il primo pandoro della storia. Una creatura viva, un prodigioso reperto di archeologia alimentare, che grazie all’aggiunta quotidiana di farina e acqua è giunto fino a noi. E se la storia ufficiale parla di passaggi di proprietà, capitali e finanza, questo libro è il reportage del presidio dei lavoratori che nel loro gazebo davanti alla fabbrica hanno tenuto viva la speranza e materialmente Matteo, Michele e Davide il lievito madre stesso. Senza stipendio, senza che nessuno glielo dicesse, nel caos che è seguito alla chiusura non hanno perso la testa e hanno salvato il cuore di una delle aziende italiane più conosciute al mondo, tanto che anche il New York Times si è interessato alla vicenda.
Proprio la eccezionalità della storia e la bravura di Silvino Gonzato, che con sensibilità e partecipazione parla dei fatti, hanno permesso al libro Lievito Madre di aggiudicarsi il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, che sarà consegnato il 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella. Tra tanto pessimismo, crisi, lettere da Bruxelles, un premio che dà risalto a storie che hanno al centro modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza. E ditemi se non ce ne è bisogno?

Silvino Gonzato è giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona. Ha pubblicato tre romanzi tra i quali, con Neri Pozza, Il chiostro e l’harem (1997); raccolte di reportage e libri di satira del costume. Massimo biografo di Emilio Salgari, è autore di numerosi saggi sul romanziere, tradotti all’estero. I suoi ultimi lavori per Neri Pozza sono stati: La tempestosa vita di Capitan Salgari (2011), Esploratori italiani (2012), Briganti romantici (2014), Venezia libertina (2015) e Lievito madre (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

Indomite volume 2 di Penelope Bagieu (Bao Publishing, 2019) a cura di Elena Romanello

30 Maggio 2019 by

trasferimentoDopo il successo ottenuto con il primo volume, Bao Publishing continua a proporre le strisce della fumettista francese Penelope Bagieu dedicate a donne fuori dall’ordinario, con il secondo volume di Indomite.
Chi ha amato il libro precedente amerà anche questo, comunque legato all’altro solo come progetto grafico e culturale e incentrato su figure forse meno note e per questo tutte da scoprire e conoscere, qualsiasi età si abbia mentre si sfogliano queste pagine non certo banali, capaci davvero di far scoprire esistenze e mondi.
Si parte con Temple Gradin, etologa affetta dalla sindrome di Asperger, grazie alla quale oggi gli animali da allevamento sono considerati e allevati con maggiore cura, poi è la volta di Sonita Alizadeh, rapper afghana che con le sue canzoni ha dato voce alla ribellione delle ragazze contro costumi retrogradi e bigotti, come i matrimoni combinati. Si procede quindi con Cheryl Bridges, atleta e maratoneta che ha rivoluzionato le regole dello sport, con Thérèse Clerc, attivista sociale e utopista che ha creato nuove prospettive per le donne anziane, con Betty Davis, cantante rock afroamericana pronta a rivoluzionare la musica negli anni Sessanta.
Si visita poi l’Ottocento con Nellie Bly, prima giornalista investigativa recentemente riscoperta dai media, si torna quindi oggi nella contraddittoria India con Phoolan Devi, regina dei banditi che si ribellò contro patriarcato e tradizioni ancestrali e si scoprono altre icone musicali, il gruppo di rockstar The Shaggs.
Donne e scienza sono rappresentate da Katia Krafft, una delle maggiori esperte di vulcani morta sul campo, mentre una recente pagina sui diritti civili negli Stati Uniti rivive grazie alla storia dell’avvocatessa Jesselyn Radack. C’è spazio anche per Hedy Lamarr, per troppo tempo ricordata come bellissima diva del cinema, quando in realtà era una scienziata e inventrice della tecnologia del GPS e degli smart phones che usiamo oggi, per la femminista siriana Naziq al-Abid, per la collaboratrice della polizia nell’Ottocento Frances Glessner Lee, prima studiosa delle scene del crimine, per Mae Jemison, prima astronauta afroamericana, e per Peggy Guggenheim, una delle maggiori collezioniste d’arte del Novecento.
Un panorama quindi vasto e poliedrico, di tante carriere possibili, per ispirare le più giovani ma anche per dare nuovi spunti a chi ha qualche anno in più, con il mezzo efficace delle vignette, essenziali e esaurienti, capaci di raccontare ogni donna nello spazio di sei pagine.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Pénélope Bagieu, nata nel 1982 a Parigi da genitori corsi e baschi, è un’illustratrice e fumettista francese. Nel 2007 crea il blog a fumetti Ma vie est tout à fait fascinante (www.penelope-jolicoeur.com), in cui racconta episodi della sua vita quotidiana con humour e grazia accattivanti. La successiva pubblicazione dell’omonimo libro riconferma il successo del blog anche sulla carta stampata. In seguito illustra le avventure di Joséphine e si cimenta in varie collaborazioni con la stampa, l’editoria e la pubblicità. Nel 2010 pubblica il suo primo racconto di largo respiro, Cadavres exquis, per la Casa editrice Gallimard. Due anni dopo, per Delcourt, disegna con Boulet La Page blanche. Nel 2013, nel corso del Festival Internazionale del fumetto di Angoulême, viene nominata Cavaliere delle Arti e delle Lettere. Lo stesso anno collabora con Joann Sfar per il libro Stars of the Stars, sempre pubblicato con Gallimard. Con lo stesso editore pubblica nel 2015 California Dreamin’, che nel 2017 viene portato in Italia dalla Casa editrice BAO Publishing. Negli ultimi anni ha lavorato e sta lavorando al progetto di Indomite.

:: I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Nord Editore, 2019) a cura di Eva Dei

30 Maggio 2019 by

I leoni di Sicilia di Stefania AuciUn violento terremoto scuote le viscere della Calabria, lasciando al suo passaggio morte e distruzione. Siamo alla fine del 1700 e anche a Bagnara Calabra si piangono le proprie vittime e si fa la conta dei danni, ma c’è qualcuno che rientrando nella propria casa prende una decisione risolutiva: si tratta di Paolo Florio e la sua scelta di abbandonare il paese natale alla volta di Palermo non cambierà per sempre solo la vita della sua famiglia, ma segnerà anche la storia d’Italia.
Al bordo dello schifazzo (tradizionale imbarcazione a vela siciliana) salgono Paolo, la sua riluttante moglie Giuseppina, il piccolo Vincenzo, la nipotina Vittoria e il fratello e socio, Ignazio. Da umili commercianti calabresi i Florio arrivano a Palermo per far rifiorire una vecchia putìa, una bottega di spezie. Ma se a bordo dello schifazzo Palermo si è offerta a loro in tutta la sua bellezza, cupole di maiolica, torri merlate, un porto in piena attività, una volta toccata terra i Florio si rendono conto che per loro la Sicilia sarà una terra ricca di promesse, ma anche ostile, dove saranno sempre degli stranieri, dei facchini arrivisciuti. Paolo e Ignazio non si danno però per vinti e, rimboccandosi le maniche, danno inizio al loro riscatto, trasformando quella che era una lurida e buia stamberga in una delle botteghe più floride ed eleganti di Palermo.
Le vicende familiari si alternano all’ascesa commerciale e politica dei Florio, che negli anni allargano la loro attività non solo al commercio e alla vendita delle spezie, ma anche alla lavorazione e al commercio del tonno (prima sotto sale e poi sott’olio) e alla produzione e alla vendita del Marsala, solo per citarne alcune, fino a diventare una delle famiglie più potenti della Sicilia. I leoni di Sicilia attraversa di fatto la storia d’Italia: dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, fino alla nascita del Regno d’Italia, concludendosi nel 1868 alla morte di Vincenzo Florio.
Dopo Florence (Baldini & Castoldi, 2015), la Auci torna in libreria con un nuovo libro. L’opera si configura a metà tra romanzo storico e saga familiare mantenendo probabilmente gli aspetti migliori di entrambi i generi. Dal primo la Auci riprende sicuramente un’accurata attenzione all’ambientazione e ad avvenimenti e meccanismi storici che hanno segnato la Sicilia e il nostro Paese. La stessa autrice ha dichiarato infatti di aver condotto numerose ricerche, leggendo saggi e cronache giornalistiche dell’epoca riguardanti i Florio, ma anche visitando numerosi negozi antiquari e soprattutto quelli che erano i possedimenti della famiglia, in modo da calarsi al meglio nell’atmosfera del romanzo. Detto questo, nonostante ogni capitolo si apra prima con un proverbio siciliano e in seguito con una breve trattazione storica oggettiva dei fatti, pregio dell’opera della Auci è sicuramente quello di non appesantire la narrazione o rallentarne il ritmo narrativo. Infatti, dopo l’introduzione al capitolo, le vicende storiche si inseriscono in maniera fluida nella narrazione ed emergono solo in relazione a come influiscono nella vita dei protagonisti. Si lascia quindi spazio alla cronaca familiare: i dissidi, le storie d’amore, la nascita dei figli.
La Auci sceglie una scrittura formata da numerosi episodi, alcuni che ricordano quasi la tecnica del montaggio alternato, ma nulla si perde, anzi i personaggi sono ben delineati e spesso alcuni episodi tralasciati ritornano in seguito sotto forma di ricordo. Tutto il resto non compare perché probabilmente non è funzionale alla storia: la saga dei Florio a mio avviso è prima di tutto la storia di un riscatto, poi una saga familiare o un romanzo storico.
L’unico scoglio si può rilevare effettivamente nell’uso abbastanza costante, ma non preminente, del dialetto che se da un lato sicuramente riesce a rendere più vivida nel lettore sia l’ambientazione, sia l’enfasi di certi dialoghi, dall’altro potrebbe rivelarsi leggermente ostico.

Stefania Auci è una scrittrice e insegnante di sostegno. Tra i suoi libri ricordiamo: Florence (Baldini + Castoldi, 2015) e La cattiva scuola (Tlön, 2017) scritto con l’amica e collega Francesca Maccani.
Nel 2019 esce per Nord I leoni di Sicilia. La saga dei Florio.

Source: libro del recensore.