
Tornano i reportage mozzafiato di Jacek Hugo Bader con “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia”, edito in Italia da Keller. Nel libro lo scrittore giornalista si addentra nella terra della Kolyma dove, durante il periodo del Comunismo, centinaia di migliaia di persone furono internate nei Gulag. Bader va alla ricerca di coloro, uomini e donne, giovani o vecchi, che furono rinchiusi nei campi di lavoro con l’accusa di aver violato l’articolo 58 del codice penale russo (bastava raccontare barzellette che sbeffeggiavano il regime) o perché sospettati di aver idee contrarie al regime al potere o di essere delle spie. Secondo le fonti recuperate da Bader, una volta chiusi i campi, la maggior parte dei sopravvissuti si sarebbe raccolta lungo i 2000 chilometri dell’autostrada che attraversa la Kolyma. Dal porto di Magadan fino alla Jacuzia, Bader si addentra in un territorio che, pagina dopo pagina, si rivelare essere uno dei cimiteri più estesi presenti al mondo. In questo reportage di viaggio, oltre alla cronaca nella quale Bader narra il suo spostamento fisico sull’autostrada, evidenziando le difficoltà e lo stato di precarietà in cui è costretto a vivere (freddo, mancanza di adeguata connessione internet per inviare i suoi articoli, condizioni igienico sanitarie scarse, povertà estrema delle persone incontrate), lo scrittore ci racconta le persone. Molti degli ex internati non ci sono più, ma a narrare degli “zek” (ossia i reclusi o prigionieri) ci sono i discendenti (figli o nipoti) o conoscenti. Anche loro, uomini e donne ricordano e, allo stesso tempo, si arrabattano a sopravvivere facendo i lavori più disparati e disperati: truffatori, pescatori di salmone, cercatori di oro, commercianti corrotti. Non solo, il giornalista polacco si imbatte anche in studiosi che vivono ogni giorno cercando funghi e bacche, in scultori che vanno alla ricerca delle teste estirpate di Lenin e minatori intenti a scavare nelle fosse comuni in cerca di oro, dove invece trovano spesso resti umani degli ex internati. Bader ha svolto il viaggio per raccogliere queste storie nel 2010 e durante il suo cammino ha incontrato tanti individui che hanno fatto rivivere un passato di dolore e morte non a tutti conosciuto. Un ritratto chiaro e lucido di un mondo dove molti innocenti finirono vittime di Lenin e Stalin senza avere colpe precise e concrete. A fare da sfondo a questo viaggio il paesaggio della Kolyma, il suo freddo pungente con il permafrost (un terreno perennemente ghiacciato) pronto a diventare paludoso nei pochi mesi in cui le temperature si alzano. Il tutto è caratterizzato da una desolazione costante di un paesaggio popolato da anime dolenti e solitarie. Ogni incontro vissuto da Bader è la scoperta di un pezzo di vita, tradizioni, usi e costumi altrui e, allo stesso tempo, è anche un confronto emotivo sulle dolorose esperienze vissute dagli “zek”. “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia” di Jacek Hugo-Bader mostrano una Russia composta da gente povera, sfruttata, maltrattata e costretta, in passato, ma anche oggi, a subire indicibili violenze che hanno lasciato ferite indelebili nei corpi e negli animi. Traduzione Marco Vanchetti.
Jacek Hugo-Bader è nato a Sochaczew nel 1957, ha una moglie, due figli e due cani. È stato insegnante in una scuola per ragazzi in difficolta, ha lavorato in un negozio di alimentari, caricato e scaricato treni, è stato pesatore in un punto vendita di maiali, consulente matrimoniale e ha gestito una società di distribuzione. Dal 1991 è reporter per la «Gazeta Wyborcza», il piu importante quotidiano polacco. Ha scritto numerosi reportage sull’ex Unione Sovietica, sull’Asia centrale, Cina, Tibet e Mongolia e vinto prestigiosi premi come il Grand Press nel 1999 e nel 2003, il Bursztynowego Motyla nel 2010 oltre all’English Pen Award proprio con I diari della Kolyma. Sempre per Keller è uscito in Italia Febbre bianca. Un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia (trad. M. Borejczuk).
Source: inviato dall’editore.
Approderà in libreria da Mecoledì 13 giugno The Passenger, il nuovo progetto editoriale messo in campo dalla casa editrice Iperborea.Il tutto è una raccolta di reportage letterari e saggi narrativi che si impegnano a narrare la vita contemporanea di un paese e dei suoi abitanti. Tra le pagine si troveranno tante storie diverse e voci per conoscere, comprendere, approfondire e, perché no, lasciarsi ispirare dalle realtà che verranno indagate. La rivista sarà ancora più coinvolgente grazie alla presenza di rubriche, box esplicativi, cartine, infografiche, illustrazioni originali e «consigli d’autore». E non è tutto, perché ogni numero accoglie un progetto fotografico originale curato da un fotografo internazionale andato nel paese protagonista della rivista per documentare le storie più significative. Il primo volume avrà per protagonista l’Islanda. In esso ci saranno testi di Hallgrímur Helgason sbalordito da strani individui, o meglio alieni, vestiti da trekking che hanno invaso la sua città; il premio Nobel Halldór Laxness allarmato, già nel 1970, dalla devastazione delle più remote valli del paese per lo sfruttamento delle risorse naturali; Jón Kalman Stefánsson che consiglia cosa leggere, guardare e ascoltare; Silvia Cosimini si concentra sul pericolo di estinzione di una lingua millenaria; il critico e musicista Atli Bollason analizza come i suoi colleghi abbiano cavalcato la moda del «borealismo», e molto altro. Turismo, politica, tradizione, religione, commercio (si analizza il rapporto sempre più stretto con la Cina), musica (c’è la storia di un sindaco con un passato da punk e di cosa ha fatto per scacciare la crisi), ambiente, energia, cultura e tanto altro, permetteranno ai lettori di scoprire altri aspetti insoliti dell’Islanda oltre a quelli già noti. Dopo la lettura di The Passenger-Islanda, ci si accorgerà che l’Islanda, nota ai più come la terra dei vichinghi e delle saghe, della natura incontaminata, delle canzoni di Björk, degli elfi, delle piscine geotermiche e delle foto dei ghiacciai sulle bacheche degli amici in vacanza, è un piccolo mondo composto da una miriade di sfaccettature.
10 giugno la seconda edizione della Festa delle Ombre lunghe, una rassegna tra i mille modi di narrare storie immaginarie ma magari molto attuali.
Appena si comincia la lettura di Acqua alta nei caruggi di Giuseppe Chiara sembra di essere capitati in un fumetto. Peccato però che Pippo e Topolino, in realtà, sono nel mezzo di un colpo all’ufficio postale. La rapina sembra perfetta, ma una cassiera si sente male, le casse postali hanno solo spiccioli e il tentativo di aprire la cassaforte è un pasticcio. Così disastroso che il terzo compagno, quello che fa il palo e che li attende in macchina- tal Olmo Vivera- è lì lì pronto per svignarsela, quando i due saltano in macchina e lo incitano alla fuga. Olmo è un fenomeno alla guida, almeno crede, ma il traffico dell’ora di punta, il furto del loro furgone e la polizia alle calcagna, più un pizzico di volontà furbetta del destino scatenano lo sfacelo. Olmo corre con l’auto, ma nel tentativo di schivare una ragazza, il mezzo sbanda, esce fuori strada e ci sono tre morti. Anni dopo, Olmo esce di prigione, ha scontato la sua pena per il reato compiuto ed è deciso a cambiare vita, deve solo imparare a convivere con lo spettro della ragazza della bicicletta, lei lo tormenta parecchio, anzi gli parla proprio. Olmo prova a stare lontano dai guai, però alla fine ci ricasca e si mette a lavorare per Giorgione, un malvivente locale per il quale il protagonista trasporta borse dall’originale contenuto. Tutto fila liscio fino a quando Vivera ha un nuovo incidente sull’autostrada Milano-Genova. La ragazza in bicicletta non c’è, l’auto slitta comunque, esce fuori strada e il borsone trasportato scompare e Vivera, uscito (o meglio fuggito) dall’ospedale, dovrà ritrovarlo. Motivo? Non solo Giorgione lo minaccia e gli sta addosso e vuole quel benedetto borsone. In parallelo al delinquente ci stanno pure le forze dell’ordine, in particolare l’Ispettore Podenzana, che gli fanno pressione per ritrovare quella borsa. Ad aiutare Olmo nell’impresa ci saranno Mara, ex compagna, ora amica, cantante di jazz e Carlo, ex compagno di furti, zoppo. Giuseppe Chiara, torna a pubblicare con Todaro dopo l’esordio con L’apprendista becchino, e questa volta il protagonista è un uomo di mezza età in una narrazione che ha tutte le carte in regola per essere un thriller. Lo squattrinato rapinatore seriale protagonista è uno che perde il pelo, ma non il vizio. Olmo prova a smettere di guadagnarsi da vivere con traffici loschi, ma non ce la fa e torna sui suoi passi –deviati- ma suoi. Si trova a fare le cose di sempre, con la solita – concedetemelo- sfiga costante che gli crea intoppi su intoppi, impedendogli di portare a termine le sue imprese. Anzi, Vivera il ladro pasticcione si caccia nei guai, peggio di un bambino che ruba la marmellata. Tanto è vero che ad un certo punto ci si domanda se è Olmo a cercare i gli intoppi o se sono gli intoppi a rincorrerlo e ad acciuffarlo. Un po’ e un po’ mi verrebbe da dire, visto che il simpatico e imbranato Olmo Vivera è lì, sempre sul filo del rasoio e della legalità nel suo dire e nel suo fare. In Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara crea un storia dinamica, dell’alta suspense presente in ogni momento della narrazione, dove l’acqua (quella della pioggia e del mare) invade ogni caruggio di Genova e ogni pagina della storia, lasciando appiccicato addosso un senso di umidità costante.

































