Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2012

Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale.  Che dire di più, buona lettura.

Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).

:: Recensione di Respiro corto di Massimo Carlotto (Einaudi, 2012)

23 aprile 2012

La mattina era umida ma non fredda. Sigaretta e Johnny Halliday, occhi puntati sul portone. Il commissario Bourdet era immersa nei suoi pensieri. Non doveva trovarsi lì. La condizione per essere riammessa in servizio era stata chiara. Mai più indagini sull’onorevole Bremond e sui suoi amici. Mai più. Aveva accettato riconoscente perché quel distintivo era tutta la sua vita. Era sola e sola sarebbe rimasta fino al giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il suo appartamento e trasferirsi alla casa di riposo della polizia. Sempre se non si fosse tirata un colpo in testa. Ogni tanto ci pensava. La solitudine era feroce. Fu tentata di allungare la mano sulla chiave e mettere in moto la macchina, ma ricacciò il pensiero. Non si sarebbe mai perdonata di non aver tentato di fottere la cricca. Lo doveva a Marsiglia, che non meritava anche quell’affronto.

E’ difficile scrivere un noir ambientato a Marsiglia senza sentire il respiro di Jean-Claude Izzo aleggiare per il porto vecchio, splendere nelle luci notturne di una città che non dorme mai, dissolversi nella pioggia sottile che sporca strade abitate da spacciatori, puttane, papponi, politici corrotti, poliziotti con un personale senso della giustizia e sempre più simili ai criminali. Massimo Carlotto ha accettato la sfida decisamente consapevole che un noir non è scritto per anime candide, desiderose di vedere sempre il bene e il male contrapporsi con contorni precisi e nella lotta finale desiderose di vedere l’immancabile lieto fine. La vita si sa è un’altra cosa e il noir è ciò che più le somiglia. In Respiro corto, edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big, Carlotto lascia gli scenari consueti dei suoi precedenti romanzi e porta l’azione nel cuore nero della Francia profonda, nel crocevia di traffici criminali sempre più complessi, sempre più ramificati nelle alte sfere del potere politico, protetti da una polizia sempre più decisa a perseguire i pesci piccoli e lasciare al sicuro gli intoccabili. Di questa mafia occulta è vittima il commissario Bernadette Bourdet, B.B., una poliziotta della vecchia guardia a capo della Brigade Anti-Criminalitè, di mezza età, brutta, lesbica, cattiva, anche antipatica, ma che sotto la scorza dura e arrabbiata nasconde un cuore materno, si svela nella scena in cui abbraccia Rosario, e un romantico senso della giustizia e preferisce sempre vedere i suoi “clienti” al sicuro in carcere che crivellati dai colpi di kalashnikov di bande rivali su marciapiedi anonimi della “sua” città. Il commissario Bourdet ha rischiato grosso mettendosi contro alcuni pezzi grossi della città noti come “la cricca Bremond”, insistendo su un’ indagine per corruzione e appropriazione indebita di denaro pubblico per trentacinque milioni di euro riciclati in una banca di Ginevra, e ne è uscita con le ossa rosse e la carriera finita.Per tenersi il distintivo ha dovuto giurare che non avrebbe più toccato Bremond ma c’è un abisso tra il dire e il fare e la sua indagine segreta continua tra i suoi soliti casi di normale amministrazione condotti con metodi discutibili tra cui catturare un corriere della droga paraguayano e usarlo per il lavoro sporco, o intrattenere rapporti di amicizia con il vecchio boss della mala marsigliese Armand Grisoni, un corso con ancora un superato codice morale fatto di rispetto e senso dell’onore ma pronto a tradirla in cambio di una buona fetta di guadagno. Bernadette Bourdet che paga il doppio una puttana per un po’ di affetto, è testimone di un cambio al vertice, non sono più a comandare i vecchi mafiosi che tentano in tutti i modi di controllare la guerra dei territori, ma c’è una nuova criminalità in ascesa, senza legge ne morale, pronta a tutto. Pronta a trafficare in legname radioattivo di Chernobil, pronta ad aprire cliniche per il trapianto clandestino di organi, pronta ad investire in attività immobiliari, in giochi finanziari sempre più rischiosi e spericolati. I nuovi criminali vanno all’università, vestono Armani, hanno gli agganci giusti e B.B. ha ben poche possibilità di combatterli uscendone vincitrice. Bel personaggio quello del commissario Bourdet, a mio avviso il più riuscito del romanzo, sicuramente il più complesso, che si presta, per i vari nodi irrisolti, a proseguire la sua storia in un nuovo libro. Chissà quali sono le intenzioni di Carlotto. Bel personaggio di criminale anche quello del corso Grisoni, il tradimento finale forse ne offusca un po’ la dignità come è giusto che sia trattandosi sempre di un delinquente, e sia quello di Zosim Kataev, della Dromos gang,  spietato ma capace di provare amore per la bella Inez, dando vita ad una sorta di Romeo e Giulietta criminale, vittima in un certo senso di un gioco che deve essere portato fino infondo. Un buon libro, essenziale, ruvido, cattivo, una gangster story senza vincitori, o meglio quelli ci sono ma non sono quelli giusti. Piaciuto e molto per il senso di autenticità e verità che traspare e per il coraggio dello scrittore che penso apprezzeranno quelli che quei luoghi li conoscono e sanno che chi ha indagato sui crimini della nuova mafia nel sud della Francia, giudici, giornalisti, poliziotti quasi sempre c’è morto.

:: Recensione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2012

Quando il fucile sparò di nuovo, lo seppi. Capii perché ero venuto qui, che cosa dovevo fare. Ogni cosa divenne chiara come il vasto cielo azzurro. Non ero venuto al Nord per un nuovo inizio, per sfuggire alla città per trovare la pace e la felicità nella natura. Il mio destino non era di essere felice; non ero stato programmato per esserlo. Non ero nemmeno venuto al Nord per salvare qualcuno, anche se quella era una parte di quanto dovevo fare, una parte importante. No, ero venuto qui per uccidere qualcuno.

La società degli animali estinti (The Extinction Club, 2010), edito in Italia nella collana Special Books di Isbn Edizioni e tradotto da Dafne Calgaro, è il terzo romanzo dello scrittore canadese Jeffrey Moore dopo Una catena di rose e Gli artisti della memoria, libri che i lettori che hanno avuto la fortuna di leggerli avranno sicuramente apprezzato per la bellezza poetica che contengono, per l’ironia sottile e dissacrante, per lo stile ricercato, che fa di ogni frase, cesellata e perfezionata quasi esasperatamente, un piccolo capolavoro che rasenta quasi la perfezione. Amo molto Jeffrey Moore e quando mi è stato proposto questo nuovo libro ho accettato di recensirlo con un certo entusiasmo e con idee precise su cosa avrei trovato. Come al solito Moore mi ha spiazzato proponendomi una favola ambientalista amara e dolorosa, sì resa più sopportabile dallo humour pieno di vita che caratterizza l’autore, ma con sfumature più malinconiche e arrabbiate rispetto ai libri precedenti. La società degli animali estinti è la storia di un’ amicizia tra un uomo, Nile Nightingale, e una ragazzina, Celeste Jonqueres, e di un amore verso la natura incontaminata, che è ancora possibile trovare nelle terre del Nord del Canada, minacciata da uomini senza scrupoli mossi unicamente dal profitto e dalla stupidità. Oltre che una favola nera il romanzo è anche un atto di denuncia efficace e lontano dalla retorica ambientalista che molti praticano per essere alla moda, e politicamente corretti. Moore riesce nel difficile compito di essere educativo e morale senza appesantire la sua opera con intenti propagandistici o demagogici. La delicatezza con cui delinea il rapporto tra l’adulto e la ragazzina più che commuovere cercando facili scorciatoie, emoziona e intenerisce lasciando nel lettore un senso di pulito e di incorrotto. La società degli animali estinti inizia con l’incontro tra i due protagonisti, avvenuto in circostanze drammatiche. Nile trova Celeste rinchiusa in un sacco, ferita e gettata in una palude a morire dissanguata. Abituato a fare sempre la cosa sbagliata l’uomo la raccoglie e la porta a casa sua. La cura, e si chiede le ragioni di quella aggressione così feroce. Celeste non vuole che sia avvisata la polizia, mente scrivendo (non può parlare avendo la laringe compromessa) che è stata aggredita da dei bulli che la pensano una ragazzina secchiona. Ma la verità emerge e i due si trovano alleati nella lotta contro i bracconieri che la ragazzina combatte con coraggio per salvare gli animali in via di estinzione e l’ambiente naturale del Quebec. Il finale è inevitabile. Bellissimo.

Jeffrey Moore divide il suo tempo tra Montreal, dov’è nato, e Val Morin, in Québec. Ha studiato all’Università di Toronto e all’Università della Sorbona (Parigi). Svolge professionalmente l’attività di traduttore, insegna al dipartimento di francese dell’Università Concordia e al dipartimento di traduzione dell’Università di Montreal, ma attualmente si dedica prevalentemente alla scrittura.
Con il suo primo romanzo “Una catena di rose” ha vinto il Commonwealth Writers Prize e si è fatto amare dai lettori di tutto il mondo.

:: Recensione di Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson (Iperborea 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2012

La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché.
E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente?
Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole.
Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson, Iperborea edizioni, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima, è un libro particolare, onirico quasi, che richiama alla memoria suggestioni tenui e delicate miste ad un fascino tutto nordico fatto di lentezza, silenzio, quiete. Un omaggio a Alla ricerca del tempo perduto di Proust e a L’educazione sentimentale di Flaubert, tutto filtrato attraverso la luce rarefatta del grande Nord, in cui l’autore definito il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei, fluttua tra picchi autobiografici e riflessioni colte, utilizzando uno stile raffinato e cesellato come un merletto antico. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria, nei meccanismi che portano un uomo a rivedere il passato con gli occhi velati dalla malinconia e una sorta di rimpianto per l’adolescenza e freschezza perduta. La storia ha come protagonista un ex professore di filosofia a Oxford, alter ego dell’autore che anch’esso insegnò per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, che come tutte le persone anziane ricorda il passato con una vividezza e una messa a fuoco più intensa del presente, e la sua mente non può che tornare nella nativa Vasteras nel 1954, quando nella sua vita entrò la Signora Sorgedahl, il suo primo amore, la prima donna della sua vita. Per ricostruire questo avvenimento, per lui fondamentale percorso di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, non può fare a meno che rievocare l’intera sua adolescenza in Svezia negli anni Cinquanta  in cui molto spesso la fantasia trasfigura il ricordo e rende dorato un periodo di formazione e di crescita di un ragazzo non molto diverso dagli altri che si affaccia alla vita con curiosità, spirito critico, e intelligenza.

:: Recensione di Il respiro del buio di Nicolai Lilin a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2012

Non capivo come si potesse vivere così tranquillamente, preoccupandosi dei problemi quotidiani, circondati da mille cose create nell’interesse del proprio corpo, quando soltanto a qualche centinaio di chilometri da lì, in quello stesso paese, altre persone vivevano il più grande dramma che il genere umano abbia mai conosciuto: la guerra. Tutto mi sembrava un enorme show televisivo, una corsa verso l’apocalisse su un autobus strapieno, dove la gente se ne stava aggrappata alle maniglie sorridendo, con tenace azzardo e spirito sportivo.
Vedevo la voglia di trasformare l’esistenza in un’ eterna festa, di semplificarla, di ridurre le profondità umane a una bottiglia vuota, di prendere l’angelo della morte per i capelli e dipingerlo con colori ridicoli, trasformando la sua figura fatale in quella di un clown. Questo pensiero mi faceva paura e mi confondeva. Cosa centravo io con questa vita?

Il ritorno del reduce, magistralmente descritto da William Faulkner in La paga del soldato, ha sicuramente illuminato la mia lettura di Il respiro del buio di Nicolai Lilin. È forse un azzardo accostare due romanzi così diversi ma le sensazioni provate durante la loro lettura, almeno per me, sono state molto simili. Il ritorno a casa di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle i traumi e il dolore che la guerra porta con sé è sicuramente il cuore di questo romanzo incredibilmente ben scritto se pensiamo che l’autore è russo, vive da pochi anni in Italia e ha scelto di scrivere i suoi libri nella lingua del paese che ora lo ospita. Molto si è discusso a proposito dei suoi libri precedenti Educazione siberiana e Caduta libera, se nascano da esperienze reali e autobiografiche dell’autore o siano semplicemente frutto di fantasia. L’autore ci tiene a far notare, e lo scrive chiaramente, che i suoi libri sono romanzi in cui la verità è come riflessa e i fatti narrati sono legati alla sua esperienza o a quella di persone che ha conosciuto, per cui l’onestà di fondo che si respira può sicuramente tranquillizzare i puristi della “verità storica” a tutti i costi. Un romanziere ha diritto di creare il suo mondo letterario e così Lilin fa. Penso per esempio all’incontro del protagonista su un albero con una lince, può parere bizzarro, forse è trasfigurato in una favola, forse la lince è un simbolo, lo spirito del bosco, della natura che lo circonda e lo cura. Svelare questo mistero toglierebbe bellezza alla scrittura e perciò non voglio soffermarmi più di tanto. Il respiro del buio inizia in modo pacato, composto, il frastuono della guerra cecena è lontano e il protagonista attraversa la Russia in treno per tornare a casa. Il paesaggio scivola fuori dal vetro del finestrino e il reduce si interroga sulla differenza tra la pace e la guerra e sente che la guerra se la porta dentro come un bagaglio invisibile e dolorosamente presente. Nella vita pacifica ogni cosa è grigia e smorta riflette inquieto accorgendosi che tutto intorno a lui rispecchia una realtà distorta e deformata. Reinserirsi nella società civile superando i disturbi post traumatici da stress diventa la sua preoccupazione principale, ma subito si accorge che un ex cecchino che ha combattuto per le forze speciali è visto più come una minaccia che come un eroe. A curare la sua anima e a ridargli il suo equilibrio psichico compromesso ci penserà il suo viaggio in Siberia, dal nonno cacciatore, ruvido e semplice, amato come un padre, e queste pagine sono sicuramente venate di un lirismo e di una bellezza che difficilmente lasceranno indifferenti i lettori. Il ritorno poi a San Piertoburgo, il suo arruolamento in un organismo paramilitare di sicurezza di un oligarca inviso al regime, riporterà il protagonista alla sua dimensione di combattente, di soldato anche senza divisa, anche senza più nobili ideali per cui combattere. Nella vita civile solo i soldi smuovono le persone e questa lezione porterà il protagonista a cercare di conservare l’antica purezza che la vita in Siberia gli aveva trasmesso. Il respiro del buio è un libro che trasmette sensazione positive, quasi catartiche, quasi come una fiaba fa portando il lettore in un mondo altro, almeno nella parte centrale, poi si torna nel mondo reale fatto di violenza e corruzione e il contrasto è stridente, velenoso, immancabile un soffio di malinconia per l’amore impossibile per Anna, giusto un soffio niente di più e tanta amarezza e anime che diventano cenere perché chi uccide in realtà quando lo fa muore anche lui.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014), Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio), Spy Story Love Story (2016 e 2017), Favole Fuorilegge (2017) e Il marchio ribelle (2018 e 2019).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

:: Recensione di Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2012

Gli sudavano le mani mentre guidava. Perchè? Sul suo volto apparve un sorriso amaro. Che senso aveva tanta cautela? Non aveva forse desiderato solo morire nelle ultima sei settimane? Serrò la bocca. Era finita. Adesso doveva adattarsi a vivere. Che altro poteva fare? Vivere e dimenticare, almeno finchè non fosse stato in grado di ripensarci senza soffrire. E prima o poi ci sarebbe riuscito. Ma certo. Lo dicevano tutti i libri. La summa dell’ umana saggezza. Nel frattempo, era di nuovo al lavoro.

Sembra banale iniziare una recensione dicendo che il libro che si è appena letto è bellissimo, già banale, mi perdoneranno quindi quelli che non lo farebbero mai, ma Scomparso di Joseph Hansen, edito da Elliot, titolo originale Fadeout, tradotto con sensibilità e limpidezza da Manuela Francescon, è davvero un libro bellissimo, dal ritmo perfetto, che apprezzeranno tutti gli amanti dell’ hardboiled con venature psicologiche e crepuscolari quanto lo può permettere l’impietoso sole della California, molto alla Ross Mcdonald per intenderci, e non solo.
Innanzitutto questo romanzo ha un’ impostazione classica, un buon equilibrio tra parti descrittive e caratterizzazione dei personaggi, dialoghi incisivi e sempre impeccabili, senza sbavature o parole superflue, poi è doveroso evidenziare che ha i suoi bei 40 anni, fu infatti pubblicato in America nel 1970 e ambientato qualche anno prima, e per finire ha un protagonista gay, cosa che se può sembrare normale oggi, negli anni in cui fu scritto, e pubblicato, non lo era affatto, anzi fervevano i primi tentativi di liberazione sessuale ed essere gay era ancora un marchio infamante capace di precludere carriere e ghettizzare nel vero senso della parla.
Hansen ci mise tanto a pubblicarlo, perché non voleva fare del suo libro un manifesto gay, voleva semplicemente pubblicare un libro le cui tendenze sessuali del protagonista fossero marginali e unicamente atte a evidenziare la sua psicologia, il suo carattere e la sua personalità.
Dave Brandstetter, protagonista di Scomparso, è infatti un investigatore assicurativo dell’agenzia del padre, vedovo del suo compagno Rod, appena morto di cancro all’intestino, e basta questo particolare a stendere un velo di malinconia e tristezza rendendo meno vivido il sole accecante della Los Angeles di fine anni 60.
Per sopravvivere al lutto si butta nel lavoro e il primo caso che deve affrontare riguarda la presunta morte di Fox Olson, stella del Fox Olson show, programma radiofonico della radio locale di Pima, amena cittadina persa in un canyon non lontano da Los Angeles. Presunta morte perché tutto quello che resta è l’auto, una Thunderbird bianca, precipitata da un ponte alla fine di una strada tutta tornanti, in una grigia giornata di pioggia.
Del corpo di Olson nessuna traccia e basta questo a mettere in allarme la compagnia assicurativa, che rischia di sborsare alla vedova l’assicurazione sulla vita di centocinquantamila dollari – un sacco di soldi – come dirà lo stesso Brandstetter all’affranta vedova, già pronta a farsi consolare tra le braccia di un aitante riccone del luogo.
Come nei migliori romanzi di Ross Mcdonald intrighi famigliari, soldi e potere si intrecciano portando a galla una storia terribile nella sua semplicità e dolorosa in cui i sentimenti sono i soli sconfitti, in cui i più sensibili pagano per tutti.
Il meccanismo dell’indagine è impeccabile, Brandstetter con umanità e comprensione si lascia coinvolgere in una storia in cui non c’è nessun vero colpevole, ma solo uomini e donne dolorosamente occupati a sopravvivere al male di vivere.
Scomparso è il primo romanzo di una serie di dodici episodi che la Elliot pubblicherà in Italia per la prima volta. Sono certa che se lo leggerete non potrete, come me, non aspettare il prossimo della serie previsto prima dell’estate.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Amnesia di Jean-Christophe Grangè a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2012

A poco a poco la situazione le diventava chiara: l’assassino non poteva essere un barbone o uno spacciatore e tanto meno l’uomo che aveva perso la memoria. Era un killer folle, freddo, razionale. Un essere dai nervi d’acciaio che si era preparato accuratamente in vista del sacrificio. Non era un macellaio né un allevatore e neppure un veterinario, lei ne era sicura. Aveva acquisito quell’abilità soltanto per allestire la sua messinscena.
Anais fremeva all’idea di affrontare un avversario simile, non sapeva se di paura o di eccitazione; probabilmente di entrambe. Era consapevole che nella maggior parte dei casi gli omicidi psicopatici venivano arrestati perché commettevano un errore o perché la polizia aveva un colpo di fortuna. Nel caso del killer, non poteva contare sul fatto che facesse errori; quanto alla fortuna…

Mathias Freire, psichiatra al centro ospedaliero specializzato Pierre-Janet di Bordeaux, e protagonista del nuovo romanzo edito in Italia da Garzanti di Jean-Christophe Grangè Amnesia, titolo originale Le passager tradotto dal francese da Doriana Comerlati, riceve una telefonata in piena notte sul suo cellulare del dottor Fillon, medico di guardia nel quartier Saint-Jean Belcier, che lo informa di un caso singolare avvenuto alla stazione Saint-Jean: verso mezzanotte i guardiani notturni si sono imbattuti in un uomo, un vagabondo nascosto in una cabina all’altezza del punto di ingrassaggio, sui binari. Uno sconosciuto, un uomo completamente privo di memoria, un colosso, alto almeno due metri, di centotrenta kili di peso con indosso un vero Stetson da texano e stivali da cowboy di lucertola. Quella stessa notte il capitano di polizia Anais Chatelet viene chiamata sul luogo di ritrovamento di un cadavere. Un giovane nudo, con diverse ferite. Una messinscena aberrante. Qualcosa che puzzava di follia e crudeltà lontano un miglio. Non una banale rissa finita male né un volgare furto di denaro. Roba seria. Il morto, rinvenuto in una fossa accanto ai binari della stazione di Saint-Jean, “ucciso” da un overdose di eroina, presenta un particolare aberrante: la sua testa non è quella di un uomo ma è inglobata nella testa di un toro. Subito le indagini portano ad un collegamento tra lo sconosciuto senza memoria e il delitto. I casi sono due: o lui è il principale sospettato, o ha assistito al delitto e per lo shock ha perso la memoria. Amnesia inizia così  presentando due personaggi Mathias Freire e Anais Chatelet, che si incontrano casualmente e ci accompagnano per le ben 750 pagine del romanzo facendoci affrontare un viaggio avventuroso e interessante nella psiche umana e nei segreti racchiusi nella memoria ancor più quando è ferita, frammentata, lacerata. Innanzitutto non fatevi spaventare dalla mole del libro, sarà per le frasi brevi, per lo stile incisivo e pulito di Grangè, ma si legge molto velocemente. Se amate i thriller, pieni di colpi di scena, dove nulla è come sembra, dove l’autore sa escogitare trame vertiginose praticamente impossibili da svelare prima che sia lui stesso a farlo, troverete pane per i vostri denti. Se avete amato L’impero dei lupi vi troverete a casa. Senza svelare troppo della trama labirintica e davvero complessa, comunque per sommi capi presente nel risvolto di copertina, sicuramente è un libro in cui un uomo si interroga su chi sia realmente, su quali siano davvero i suoi ricordi, angosciato dalla paura di poter essere un assassino freddo e spietato e minacciato da un reale pericolo del quale non riesce in nessun modo ad individuarne l’origine. Il personaggio di Anais Chatelet, tipica eroina alla Grangè, è sicuramente una coprotagonista riuscita e agguerrita che compete ad armi pari con Mathias Freire. Sin dai tempi di Fiumi di porpora, l’autore ama presentare donne forti, volitive, capaci di reggere il confronto con i personaggi maschili, quasi sempre più problematici pensiamo a Pierre Niemans di Fiumi di porpora appunto o Jean-Louis Schiffer de L’impero dei lupi. Grangè unisce il thriller psicologico al romanzo di azione puro e lo fa conservando il suo stile particolare e tipicamente francese alla Besson per intenderci e dato che ogni romanzo di Grangè ha il destino quasi segnato di diventare un film non ci vedrei male proprio Besson alla regia.

:: Recensione di Stoner di John Williams (Fazi 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 marzo 2012

Stoner non aveva mai pensato a come potesse apparire agli occhi di un estraneo, o del mondo. Per un momento si immaginò dal di fuori: quel che vide in parte corrispondeva alle parole di Edith. Scorse una figura in volo tra i pettegolezzi di una sala fumatori e le pagine di un romanzo di appendice, un patetico individuo prossimo alla mezz’età, incompreso dalla moglie, che nella speranza di trovare l’energia di un tempo frequentava una ragazza più fresca di lui, scimmiottando goffamente la giovinezza che non poteva più avere. Un fatuo, chiassoso pagliaccio di cui il mondo rideva con imbarazzo, pietà e disgusto. Contemplò quella figura, più da vicino possibile, ma più la guardava, meno gli sembrava familiare. Non era se stesso che vedeva, e all’improvviso capì che non vedeva nessuno.  

Il destino dei libri è strano: possono passare inosservati pur essendo capolavori, possono vivere uno stato di eterna giovinezza ristampati in continuazione anno dopo anno con il successo dell’esordio, o possono venire stampati per poi essere per lungo tempo dimenticati e infine risorgere dalle proprie ceneri come un’araba fenice guadagnandosi l’attenzione e l’amore incondizionato del pubblico e della critica unita nell’osannarli in un susseguirsi quasi iperbolico di aggettivi che toccano tutte le sfumature possibili del meraviglioso. Quest’ultima sorte, forse la più insolita, è toccata a Stoner di John Edward Williams. Pubblicato per la prima volta nel 1965 dalla Viking Press, ne esistono ancora esemplari vintage in circolazione, dimenticato per lunghissimi anni e poi riscoperto nel giugno del 2006 dalla New York Review Books, Stoner merita senza dubbio un posto di rilievo tra i libri segnati da un destino bizzarro, libri che forse ignorati al tempo in cui furono scritti perché troppo innovativi, troppo “altri”, trovano la loro giusta collocazione in un futuro forse non migliore ma semplicemente adatto ad ospitarli. Data l’aura di eccezionalità che caratterizza questo libro, che ora la Fazi pubblica, con postfazione di Peter Cameron e traduzione di Stefano Tummolini, mi sembra doveroso spendere due parole sull’autore. John Edward Williams nacque il  29 Agosto del 1922, in Texas,  per la precisione a Clarksville, comunità rurale nel nord est del paese. Dopo esperienze varie nei giornali e nelle stazioni radio, e dopo un infelice tentativo al college,  si arruolò nel 1942 nell’Army Air Corps combattendo durante la guerra come sergente in India e Birmania. Proprio in questo periodo scrisse la prima bozza del suo primo romanzo Nothing But the Night che verrà poi pubblicato nel 1948. Iscritto all’Università di Denver,  si laureò alternando allo studio anche la sua attività di poeta. Nel 1950 si trasferì alla University of Missouri dove insegnò e ottenne un dottorato di ricerca. Nell’autunno del l955 Williams assunse la direzione del programma di scrittura creativa presso l’Università di Denver. Da questo momento in poi pubblicò diversi romanzi: Crossing Butcher nel 1960, poi Stoner nel 1965 e Augustus nel 1973 romanzo che gli valse il prestigioso National Book Award. Dopo il pensionamento nel 1985 si ritirò con la moglie a Fayetteville, Arkansas, dove morì il 3 marzo 1994 per insufficienza respiratoria, lasciando il suo quinto romanzo The Sleep of Reason incompiuto. Fatta un po’ di luce sull’autore passiamo al romanzo. William Stoner, Bill per gli amici,  protagonista, eroe, antieroe, ombra che passa nella vita senza voler disturbare e senza lasciare alcuna traccia, nasce nel 1891 “in una piccola fattoria al centro del Missouri, vicino a Booneville”. Il padre, un povero contadino sfiancato dal lavoro dei campi, con le mani che raccolgono nelle pieghe della pelle strie di terra che non andrà più via, decide di mandarlo alla facoltà di Agraria dell’Università di Columbia perché impari a far fruttare quella terra sempre più arida e sempre più improduttiva ogni anno che passa. Stoner accetta senza tanto entusiasmo ma durante un corso proforma di letteratura inglese capisce che è quello che vuole studiare e senza dire niente ai suoi genitori cambia corso di studi, si laurea e inizia a insegnare. La sua vita da questo momento inizia a scorrere lenta e costellata da un infinita serie di piccoli drammi e delusioni: i suoi genitori diventano per lui estranei, si sposa infelicemente, ha una figlia, la sua carriera, caratterizzata da un senso continuo di inadeguatezza, verrà ostacolata da un collega che non lo stima granché. Poi un amore per una studiosa nasce e finisce per paura dello scandalo riportandolo a vivere la sua solitaria condizione di reietto. Muore nel 1956 non superando mai il grado di ricercatore e “pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi serbarono di lui un ricordo nitido”.  Ecco in breve la trama di questo strano romanzo, probabilmente autobiografico, che scorre come un lungo fiume tranquillo nel quale solo ogni tanto qualche sasso rimbalza creando onde concentriche che subito si spengono. Non ci sono eventi rilevanti, è tutto un susseguirsi di piccoli avvenimenti senza importanza che accadono intorno al protagonista, essenzialmente malato di solitudine. Sua unica ambizione è “essere felice di tanto in tanto”, suo unico desiderio è essere lasciato tranquillo, in pace. La sua mitezza, la sua incapacità di difendersi e di lottare in un mondo freddo e spietato, acquistano quasi un valore simbolico, mitico, un’epicità che non ha nulla a che fare con il grande sogno americano. Una malinconia scura e grumosa avvolge le pagine e non si capisce se l’autore nutra amore o meno per il suo personaggio. Pur tuttavia ci si affeziona Stoner, lo si vorrebbe come amico, si prova un’intima comunanza, un’ universale fratellanza con quest’uomo fragile e ostinatamente buono. Infondo c’è qualcosa di Stoner in ognuno di noi.

:: Recensione di Oltre le apparenze di Charlotte Link (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2012

Spiava tante di quelle persone…! S’imprimeva il modo in cui trascorrevano le loro giornate, le loro abitudini, si sforzava di esplorare a fondo le loro esistenze. Non sarebbe riuscito a spiegare  a nessuno cosa l’affascinasse tanto in quella attività: era come un vortice in cui sprofondare. Non era possibile smettere una volta che si fosse cominciato.  Un’altra vita accanto all’esistenza vera. Destini in cui era possibile sognare di intrufolarsi. Ruoli in cui calarsi. Conferiva in quel modo smalto e gioia alla vita di ogni giorno e, anche se qualcuno lo avesse giudicato pericoloso o comunque spostato – e intuiva che uno psicologo avrebbe trovato un mucchio di definizioni allarmanti per il suo hobby- quell’attività restava comunque per lui l’unica possibilità di sopportare la tristezza che lo circondava.

Oltre le apparenzeDer Beobachter” titolo originale che tradotto in italiano significa L’osservatore edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Umberto Gandini nuovo romanzo di Charlotte Link è un thriller molto particolare che scava nelle paure più profonde che affliggono le donne. E’ cronaca recente, suffragata dalle statistiche, che molto spesso gli stalker si trasformano in assassini, quasi che la strada che porta a perseguitare, tormentare una donna porti anche inevitabilmente al delitto. E questo dubbio, è il nucleo centrale del romanzo che ci porta a chiederci sin dall’inizio se davvero Samson Segal, l’osservatore del titolo originale, è anche un assassino, colpevole delle barbare uccisioni di donne che si susseguono in una fredda Londra invernale. Samson è un osservatore abusivo delle vite degli altri. Una malattia lo divora, la curiosità di conoscere tutto quel che succede nel segreto della privacy delle donne che attirano il suo sguardo. Samson scruta, spia le donne, ne trascrive maniacalmente le vite, i movimenti, i tic, finchè la sua malata curiosità non si fissa su un’unica donna Gillian Ward, una donna di successo, realizzata sia nel lavoro che nella vita privata, sposata felicemente con Tom, con una figlia di dodici anni, una donna che suscita in lui un sentimento-surrogato molto simile all’amore. Ma le apparenze a volte ingannano, a volte la facciata perfetta che si mostra al mondo nasconde crepe, ragnatele, inganni e più Samson prende coscienza di questo, più la sua vita va in pezzi. Parallelamente una serie di omicidi si susseguono apparentemente senza connessioni, le vittime hanno solo la caratteristica comune di essere tutte donne sole, uccise in modo spietato e assurdamente crudele, dopo aver vissuto l’incubo di essere perseguitate e minacciate. Inquietante l’ascensore che perseguita Carla, che giunge fino al suo piano abitato solo da lei, senza che nessuno esca. Da particolari come questi la Link crea la sua ragnatela di tensione che imprigiona il lettore generando abilmente ansia, angoscia, terrore in un crescendo sempre più soffocante. L’abilità della Link è soprattutto evidente nella sua capacità di accostare la vita quotidiana dei personaggi, normale, quasi banale, descritta fin nei minimi dettagli consueti, la colazione la mattina, la preparazione dei muffins in linde cucine super attrezzate, il the con le amiche, all’orrore che nasce quando ci si ritrova vittime di persone profondamente disturbate e capaci di tutto. Altro tema fondamentale del libro su cui l’autrice gioca molto pur senza barare apertamente con il lettore è la infondatezza delle apparenze, niente è come sembra, tutto si trasforma, anche quando si arriva ad una certezza, poi inevitabilmente succede che si riveli infondata, fluttuante, alienante. L’autrice parte da paure reali, molto concrete e costruisce una trama fitta di autentica angoscia più psicologica, che generata dalla descrizione di efferatezze o violenze esibite. Oltre le apparenze è il primo libro della Link che leggo, ma sembra che in Germania sia molto amata e addirittura chiamata Lady bestseller e che anche in Italia si sia guadagnata una schiera di lettori affezionati. La sua produzione è piuttosto nutrita e spazia dai romanzi storici agli psicothriller molti dei quali editi da Corbaccio e riediti da Tea. L’uscita nelle librerie di Oltre le apparenze è prevista per il 15 marzo e grazie all’editore Corbaccio abbiamo provveduto a mandare alcune domande alla Link in visita in Italia dal 20 al 22 marzo per la pubblicazione del libro. Non mi resta che recuperare anche i suoi vecchi romanzi. Particolare che mi piace segnalare è la strepitosa copertina scelta da Corbaccio sui toni del bronzo, una delle più belle viste quest’anno.

:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2012

Ecco il foglio bianco, solo il titolo sporca la pagina e io a riflettere su come iniziare la recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini. Di solito non mi mancano le parole, anzi si affollano nella mia mente e mi tocca ordinarle, disciplinarle, privarle in un certo modo del loro anarchico fluire. Esercitare insomma il mestiere di scrivere, mestiere che Bassini fa così bene, sa raccontare, sa partire da un dettaglio e costruirci una storia, sa partire da un piatto tipico toscano, da una strada fatta di scalini, dallo sguardo ombroso di un personaggio e creare parole che diventano una musica, che vanno scritte così e non in un’altra maniera. Vicolo del Precipizio è un libro duro, in certe parti anche cattivo decisamente non afflitto da alcuna sorta di autocompiacimento. Il personaggio principale, il soggetto centrale intorno a cui ruota, sgorgando come da una sorgente avvelenata, torbida, la storia è un uomo di quasi cinquant’anni, un uomo che non si ama, come non ama il suo lavoro di scrittore impuro, di ghostwriter di scrittori che hanno bisogno del suo talento per sopravvivere in una giungla letteraria che non fa sconti per nessuno, che divora, fagocita avidamente chi non accetta le regole del gioco. Tiziano, questo è il suo nome, dopo aver intrapreso la nobile professione scrivendo giovanissimo un libro di racconti I racconti della vecchia osteria dando voce alla tradizione della sua terra, ai canti dei contadini, alla memoria di gente umile ma piena di dignità e moralità, ottenendo anche un discreto successo, ha scelto di dare il suo talento, rifuggendo il successo che lui giudica privo di senso e inutile, in cambio di un ben remunerato ruolo di comprimario oscuro, di nascosto demiurgo della fortuna letteraria altrui. Forse grazie al suo carattere schivo, al fatto che balbetta quando troppo emozionato, al suo umbratile caratteraccio toscano, è uno dei migliori nel suo lavoro, rispettato dal suo capo, un importante e influente agente letterario, che in fondo ha paura di lui, lo teme per il suo modo disinvolto di svelare i segreti, di parlare troppo. Quando un ghost ha come prima regola il silenzio, l’auto eliminazione, lo scomparire sullo sfondo per lasciare tutta la luce allo scrittore famoso, a chi deve rifulgere in pubblico. Ma Tiziano è stanco, basterà un’estate, due mesi, luglio e agosto, in un’afosa Torino che lo costringe a scrivere sul terrazzino, o a farsi rinfrescare i piedi nudi da un ventilatore, e messi da parte i lavori altrui scriverà finalmente per sé, perché a volte per un libro basta un lettore solo, e scrivere è terapeutico, anche se fa soffrire, quando si scava troppo in fondo. Ma un impulso autodistruttivo ha risvegliato l’antica fiamma e ora deve scrivere di sua madre, di suo padre, di suo nonno comunista e mangiapreti, delle donne della sua vita Magda, Cristina, della sua seconda madre Mimma, della sfortunata Andreina, degli amici. Deve fare pace con i suoi fantasmi, con suo padre per cui ha abbandonato Cortona, e solo allora potrà tornare a casa, riacquistando se stesso. Sullo sfondo il personaggio di Alice, la dirimpettaia curiosa, l’innamorata, il pubblico silenzioso che assiste alla sua arte di comporre, la donna che capisce di essere stata rifiutata ancora prima di essersi offerta, che non può far altro che cercare di dimenticare. Vicolo del precipizio è un libro così, con il fascino antico della novella raccontata, tramandata oralmente di bocca in bocca, tante schegge di attimi, racconti che si incastrano tra loro come i tasselli di un puzzle, tanti personaggi minori, che per un attimo hanno tutta la luce su di sé e diventano protagonisti: il sagrestano vendicativo, il prete con moglie, la Nina, il Lucarone, Mariano e i suoi maglioni verdi, la Clara, è strano sembra doveroso nominarli tutti fino all’agente letterario, a Lucetta, a Giovanni. Tutti coralmente impegnati a recitare la loro parte nel mondo creato dall’autore. Tanti personaggi da commedia dell’arte e che Bassini abile capocomico sa far comparire e scomparire, lasciando echi dietro di sé, perché la scrittura è un gioco di memoria, e i personaggi anche quelli totalmente inventati sono veri, nascono da verità profonde per lo meno. E uno scrittore impara questo prima ancora di scrivere su un foglio bianco. Impara l’umiltà, la disciplina, la sofferenza e perché no impara che una storia una volta scritta non è più sua, ma diventerà vita nella mente dei lettori che la leggeranno.

:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.