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:: Recensione di Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.

Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.

Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:

appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.

Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012) a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2012

Mentre Arnold Schwarzenegger tiene paralizzata mezza Los Angeles per girare il suo ennesimo film a base di muscoli e azione il sergente Shane Scully del LAPD ha le sue grane. Per prima cosa si è preso in casa il figlio di un’informatrice Charles “Chooch” Sandoval, un quindicenne mezzo teppista, diffidente e arrabbiato, che quasi si fa sbattere fuori da scuola per aver venduto erba ai compagni, del quale deve conquistarsi il rispetto e la fiducia, scoprendo a sue spese che il ruolo di padre non è una passeggiata. Poi cosa ancora più grave si trova ad avere a che fare con gli Affari Interni seriamente intenzionati a mandare la sua vita a puttane. Ma andiamo con ordine. Una notte il telefono lo sveglia e Barbara Molar una sua ex ragazza, ora sposata ad un ex compagno di pattuglia, gli chiede disperatamente aiuto. Shane, senza scarpe si fionda a casa sua per difenderla dal marito violento e durante la colluttazione che ne segue è costretto ad ucciderlo sparandogli una pallottola in fronte per legittima difesa. Ray “Dente d’Acciaio” Molar ha sparato per primo e Shane non ha proprio avuto scelta ma sin da subito le cose si complicano. L’idea della legittima difesa viene scartata e invece fiocca una bella e buona accusa di omicidio con tanto di commissione Affari Interni decisa ad avere la sua testa e guidata da una sua vecchia conoscenza, Alexa Hamilton, una specie di mastino in tailleur che colleziona i distintivi dei colleghi come fossero trofei, il titolo originale The Tin Collectors  “I collezionisti di latta” si riferisce proprio nel gergo poliziesco a questo. Cosa ancora più strana è poi il fatto che Ray Molar poliziotto ottuso, violento e corrotto, il prototipo del cattivo poliziotto, siamo nel periodo poco successivo all’aggressione di Rodney King che viene citata un paio di volte, anche se autista e guardia del corpo del sindaco o forse proprio per questo, viene di colpo riabilitato e presentato come un’icona di coraggio e dedizione al lavoro con tanto di funerale con tutti gli onori. Shane è perplesso, a difenderlo il poliziotto in pensione DeMarco Saint una specie di hippy alcolizzato con di grigia coda di cavallo di ordinanza che vive in un bungalow sulla spiaggia. Non gli resta che iniziare una personale indagine che più prosegue e più scoperchia un intrico di corruzione e di fango che arriva fino alle alte stanze del sindaco. Inaspettato l’aiuto di Alexa da nemico ad alleato in un’ indagine che porterà l’intero Dipartimento della Polizia di Los Angeles a fare i conti con i suoi scheletri. I collezionisti di destini (The Tin Collectors, 2001) di Stephen J. Cannell, edito da Gargoyle nella collana Extra e tradotto da Benedetta Tavani, è il primo volume della serie di undici romanzi che vede protagonista il sergente della Polizia di Los Angeles Shane Cully e che probabilmente la Gargoyle pubblicherà nei prossimi anni. Poliziesco classico di tipo procedural con una solida struttura narrativa e una buona ricostruzione delle dinamiche e delle procedure del Dipartimento di Polizia di Los Angeles I collezionisti di destini è davvero un libro ben scritto, capitoli brevi che si susseguono come proiettili, aumentando in crescendo la suspense e conditi con divertita ironia che attenua un po’ la tristezza e la solitudine del protagonista un poliziotto il cui istinto investigativo è proporzionale ai suoi principi e al senso di giustizia che lo contraddistingue. Bellissimo e delicato il rapporto tra Shane e il giovane Chooch, un rapporto padre e figlio che arricchisce il personaggio di sfumature interiori come non succede spesso nei thriller di pura azione. Qui certo l’azione non manca dalla scena iniziale in poi sarà un susseguirsi di sparatorie, minacce, inseguimenti che lasceranno al lettore ben poco tempo per annoiarsi. Cannell è un narratore di razza, ha senso del ritmo e dei tempi dell’azione, usa l’ironia come un veleno che pian piano entra in circolo e non se ne può più fare a meno. La caratterizzazione dei personaggi è accurata, nitida senza sbavature e la Los Angeles che emerge è vivace e vitale. Bello il personaggio di Sandy Sandoval una madre che ha per il figlio grandi sogni e quello di Alexa Hamilton sergente tutto di un pezzo ma sinceramente intenzionata a fare pulizia nell’intrico di violenza e corruzione che appesta il sistema in cui ancora crede e a cui ha dedicato la vita. Cannell non ha certo la cattiveria di Ellroy ma un po’ le atmosfere di L.A. Confidential sono presenti e rendono la lettura davvero piacevole. Un ottimo poliziesco, da non perdere.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2012

E dove sono adesso, dove io e Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra la Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto e ne prenderanno possesso.
Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero. 

La fabbrica delle vespe (The Wasp Factory, 1984) libro d’esordio dell’autore scozzese Iain Banks, tradotto da Alessandra Di Luzio, (autrice anche della interessante postfazione da leggere rigorosamente dopo aver letto il romanzo fino all’ultima parola), fu edito per la prima volta in Italia con il titolo La fabbrica degli orrori da Fanucci nel 1996, per poi passare a Guanda e Tea alcuni anni dopo.
Ora, dopo che Alessandra Di Luzio ha rivisto e revisionato la traduzione, approda a Meridiano Zero e inaugura la collana “de te fabula narratur” punta di diamante del nuovo corso della gloriosa casa editrice padovana intrapreso con la acquisizione da parte di Odoya.
In più occasioni definito romanzo di culto La fabbrica delle vespe è un romanzo decisamente surreale e inquietante e per alcuni versi anche scioccante non tanto per gli aspetti macabri e per la violenza descritta fin nei minimi dettagli contro animali e bambini, sottolineata da abbondanti dosi di humour nero, ma per la totale naturalezza con cui il protagonista descrive il suo essere percepito come normale e deprivato quasi da ogni senso di colpa, sebbene abbia la consapevolezza di avere crimini spaventosi sulla coscienza.
Frank Cauldhame, il sedicenne antieroe e narratore in prima persona di questa terribile favola macabra, possiede o è posseduto dal Male nella sua forma più velenosa e eccessiva. La sua infanzia, la sua adolescenza sono dominati da un segreto che verrà rivelata nell’ultimo capitolo, forse nel finale più sconcertante che abbia mai letto.
La tentazione di rivelarvi questo segreto è tanta e la capacità della traduttrice di non fare trapelare nulla durante la traduzione è davvero eroica, per cui cercherò di resistere e di parlarvi di questo libro senza rovinarvi il salto sulla sedia che farete nel leggere di cosa Frank è vittima, fatto che ribalterà probabilmente in parte la pessima opinione che vi sarete fatti di lui o anche se non giustificherà del tutto il suo comportamento perlomeno gli darà una spiegazione comprensibile e quasi razionale.
Dite che è impossibile? Non conoscete il sottile amore per il paradosso di Iain Banks, conosciuto in Italia forse più per i suoi libri di fantascienza con il nome di Iain M. Banks, ma capace di costruire trame contaminate di horror e critica sociale davvero sinistre.
Frank Cauldhame adolescente complicato e fuori dalla società, non ha certificato di nascita né è mai andato a scuola, vive con il padre in una piccolissima isola della Scozia in uno stato di quasi completo isolamento sacerdote di un culto quasi religioso che implica le immolazioni come vittime di piccoli animali e anche di tre bambini, uccisi quando non aveva ancora compiuto dieci anni.
La sua sete di sangue e di dolore sembra avere origini oscure probabilmente legate a cosa succede dietro la porta dello studio di suo padre, sempre chiusa a chiave. La strana normalità in cui Frank è immerso sembra precipitare quando vengono avvertiti che il fratello Eric, piromane da anni rinchiuso in ospedale psichiatrico, è scappato e la polizia pensa che sia stia dirigendo nell’isola per tornare a casa.
Per palati forti.

Iain Banks (Dunfermline 1954-2013), grandissimo scrittore scozzese, è considerato dalla critica e dai lettori l’autore più significativo emerso nella fantascienza britannica contemporanea. Dopo aver girato l’intera Europa in autostop svolgendo i più svariati lavori, negli anni Ottanta è clamorosamente salito
alla ribalta letteraria con la pubblicazione del romanzo La fabbrica delle vespe (Meridiano Zero 2012). Fra le sue opere fantascientifiche magistrali sono i romanzi appartenenti al celebre “Ciclo della Cultura”.

:: Recensione di La notte che sono andata via di Cristiana Danila Formetta (MilanoNera, 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2012

Gli amanti hanno sempre qualcosa di speciale che li lega, un posto che ha un significato segreto, una canzone. Noi invece avevamo Godard, frammenti di bianco e nero senza musica. La nostra colonna sonora era la strada, le stazioni ferroviarie dove mi vedevi arrivare, il fischio monotono dei treni di passaggio, lo stridore delle rotaie, il frastuono del metallo che copriva le banali melodie da spot pubblicitario che entrambi fingevamo di odiare. Eravamo corpi in transito, viaggiatori distratti che si perdevano di stazione in stazione. Nessuno faceva caso a noi, nessuno pareva notare quanto lunghi fossero i nostri abbracci.

Parlare di erotismo è sempre difficile e complesso un po’ perché ognuno di noi ha una propria percezione di cosa sia erotico o meno, un po’ perché fa parte di qualcosa di così profondo e antico insito nell’uomo che è sempre necessario usare rispetto e sensibilità per definirlo. E sensibilità e rispetto utilizza Cristiana Danila Formetta in questo suo racconto/lettera/monologo La notte che sono andata via uscito in ebook per la collana pink di MilanoNera. Una donna per metabolizzare, spiegarsi, decifrare un amore che si è chiuso con un abbandono si espone in prima persona e tenta di raccogliere i frammenti di una storia fatta di sentimenti, necessità, sensualità, sesso e amore. Una storia semplice, anche se le persone coinvolte sono complesse, una storia che può richiamare alla mente nostre stesse storie conclusisi con un addio. E cosa c’è di più erotico dell’assenza, del desiderio che sempre ci sfugge, che ci eccita, ci emoziona, a volte ci fa soffrire perché implica scelte, decisioni non sempre facili non sempre prive di rischi. E l’autrice sfuma tutte queste gradazioni d’amore senza essere mai volgare, senza turbare la sensibilità di nessuno, con naturalezza, spontaneità, sincerità. Una bella storia, forse troppo breve, dove i protagonisti si materializzano come ombre che si trasformano in persone, persone reali, fatte di carne e sangue, fatte di ricordi, sogni, necessità, ma anche debolezze. La protagonista arriva ad analizzare il rapporto con il marito senza nascondere a se stessa la sua necessità di sicurezza, di stabilità, che con l’amante sfugge, perché anche lui è sposato, ha una figlia, si sente in colpa. Leggetela se ne avrete occasione, non ci sarà un lieto fine apparente, ci sarà una donna che forse è avvolta da un po’ di amarezza e rimpianto ma tuttavia lascerà qualcosa in noi, e non è poco.

:: Recensione de Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord Edizioni, 2012) a cura di Giulietta Iannone

16 giugno 2012

Nessuno può proteggere un altro per sempre. Prima o poi, anche lei sarebbe diventata grande, e avrebbe dovuto affrontare il mondo da sola. Ci pensava spesso, quando vedeva quei ragazzi, non ancora maggiorenni, che uscivano dalle discoteche stravolti, con lo sguardo perso, come se fossero stati catapultati fuori da un tunnel, ritrovandosi in un mondo sconosciuto e ostile. O quei gruppi di liceali che passavano il sabato sera a ubriacarsi accanto alla stazione, lasciando il piazzale coperto di bottiglie di birra vuote. In che momento i maghi abbandonavano la mente dei bambini, lasciando il posto alle forme astratte della notte o a quelle del crimine? Magari anche Patricia Palmer aveva avuto il suo mago vestito di verde, come quello appena descritto da Candela, con un cilindro pieno di stelle. Castro non riusciva ad immaginare lungo quali labirinti potesse perdersi una studentessa di Filosofia, ma ormai non aveva dubbi sul fatto che quella ragazza si fosse infilata da sola nella bocca del lupo cattivo.

Santiago de Compostela, cuore sacro della Galizia, con la sua cattedrale che conserva le reliquie dell’apostolo Giacomo il Maggiore, meta sin dal Medioevo di pellegrinaggi irrinunciabili per tutta la cristianità, è lo scenario principale del nuovo thriller a carattere religioso di Susana Fortes Il cammino del penitente (La Huella del Hereje, 2011) tradotto dallo spagnolo da Patrizia Spinato e edito in Italia da Nord Edizioni. Susana Fortes è un nome piuttosto noto tra i lettori di thriller che hanno al centro misteri che traggono le loro origini in periodi storici lontani, ha raggiunto infatti una certa fama internazionale con il suo thriller d’esordio Quattrocento edito dalla Nord nel 2008, con al centro la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici.
Tutto ha inizio con il ritrovamento del cadavere di una giovane studentessa di Filosofia, Patricia Palmer, uccisa un venerdì di febbraio nella Cattedrale di Santiago de Compostela e depositaria e scopritrice di un segreto che sembra averne determinato la morte. Il commissario Lois Castro, poliziotto fuori dagli schemi, magro e spigoloso, divorziato e padre di una splendida bambina, si trova ad indagare sul suo omicidio incerto su come comportarsi. Non può dimenticare che la scena del delitto è un luogo di culto per milioni di fedeli, e pur non essendo credente sente che quel luogo rende il delitto diverso da tutti gli altri.
Primo sospettato il fidanzato della ragazza, Robin, improvvisamente scomparso e una traccia se pur esile sembra condurre le indagini verso il passato ambientalista della ragazza. Sembra infatti che Patricia Palmer, membro attivo di un piccolo gruppo ecologista L’arca di Noè, avesse passato alcune notti in commissariato per via di un incendio ad un’ azienda di fertilizzanti, la Ferticeltia, responsabile di uno dei più gravi disastri ecologici della Galizia e che questo le avesse attirato parecchi nemici.
A capitoli alterni le indagini di Castro si intervallano con quelle di una giovane giornalista Laura Marquez incaricata dal suo giornale l’Heraldo Gallego di indagare sulla scomparsa di un antichissimo manoscritto del Liber apologeticus, un testo del IV° secolo attribuito a Priscilliano, vescovo di Avila, condannato a morte per eresia dal concilio di Bordeaux. Laura sospetta che questa scomparsa nasconda un mistero ben più fitto e quando scopre che la ragazza uccisa nella Cattedrale fu l’ultima a visionare il testo i suoi dubbi diventano certezze.
Questa scoperta porta la ragazza ad affiancare il collega Villamil sul caso e da questo momento in poi le indagini del commissario e dei due giornalisti proseguono parallele. Tanti i possibili colpevoli, oscuro il movente poi inaspettatamente la confessione del vero colpevole, l’unico che aveva una ben valida ragione per uccidere, l’unico che vedeva in Patricia Palmer un pericolo che solo la morte avrebbe fermato.
Il cammino del penitente è un thriller ambientato ai giorni nostri in cui il movente dell’omicidio al centro della storia trae le sue origini addirittura nel IV° secolo, e in cui mistero, interessi economici e criminali, sette panteistiche, culti eretici, danno origine ad una vicenda per alcuni versi inquietante e ricca di suspense che in mani diverse avrebbe potuto essere ben ostica e indigesta, ma la Fortes ha dalla sua una leggerezza e semplicità espositiva che fanno del romanzo un testo piacevole e veloce da leggere.
Il cammino del penitente è un libro scritto bene, interessante, caratterizzato da descrizioni che quasi danno lampi visivi della narrazione: la pioggia che costantemente cade, le scalinate della cattedrale, la vita del commissariato, gli incontri nei caffè di Santiago, il rapporto tra Lois Castro e sua figlia, il senso di vita vissuta, rimandi letterari, versi di poesie. L’autrice ammette di essersi ispirata a Michael Blomkvist e Lisbeth Salander per i personaggi di Laura Marquez e Villamil, ma la somiglianza a mio avviso è molto velata, forse più accentuata per il personaggio femminile con un passato doloroso e un carattere molto solitario.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Recensione di Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2012

Arrivo in piazza costeggiando i tigli del castello. Il loro profumo per me è quello della festa patronale. Realizzo che mancano solo due settimane al 29 giugno SS. Pietro e Paolo, quindi festeggerò il mio ritorno con le giostre e i fuochi d’artificio, e questo pensiero, che immediatamente è anche ricordo (conta dei giorni, danza rituale contro lo spauracchio della pioggia rovinafeste, conquista della mezz’ora in più sull’orario di rientro, krapfen bisunti, ragazzi nuovi, musica, luci e ancora luci), spalanca la voragine del mezzogiorno, l’ora destata, l’ora tannica. Mi appoggio al muro settecentesco, chiudo gli occhi e aspetto che la vertigine passi, poi mi allontano svelta dall’assedio nauseante dei tigli e ritorno a casa.

Laura Liberale, dopo il suo esordio nel 2009 con Tanatoparty edito da Meridiano Zero, torna al romanzo con Madreferro. Saga familiare minima edito nella collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci di Perdisa Editore e si assume la responsabilità di portare la scrittura ad un livello superiore e ben poco superficiale. Interpretando la scrittura come rituale catartico, come vera e propria cerimonia di iniziazione, l’autrice ci accompagna in un breve viaggio affascinati e quasi ipnotizzati dalla voce seducente e da sirena della protagonista, voce narrante del romanzo non privo di picchi inquietanti e delicati al tempo stesso, in cui il sangue, penso che ferro nel titolo richiami a questa sostanza, si fa veicolo di continuità e rugginosa percezione del reale attraverso gli occhi di una donna-bambina che cerca di comprendere cosa è difficilmente percepibile con la sola razionalità.
Laura, giovane ricercatrice alterego piuttosto manifesto dell’autrice o perlomeno sua incarnazione letteraria trasfigurata e liberatoria, grazie ad un congedo temporaneo di sei mesi torna a Fabrica piccolo paese della campagna canavesana in Piemonte, che l’ha vista bambina e ha abbandonato sette anni prima per la grande città. Apparentemente per svolgere delle ricerche per l’università, forse in realtà per iniziare a scrivere un romanzo, quello che non sa e che prenderà coscienza durante la narrazione, è che una chiamata l’ha attratta come una calamita in quel luogo di memoria e di ritorno, di rientro nel grembo materno, di riscoperta delle radici familiari e mitiche, dove le storie familiari si intrecciano indissolubilmente alla memorie fantastiche del luogo, alle masche, le streghe della mitologia piemontese, arse sul rogo secoli prima accusate di commerci con il Diavolo in persona, di cui esiste pure un’ immagine piuttosto inquietante nel sottotetto della canonica e che i bambini si divertono ad evocare nei loro giochi irriverenti Bade bade bade eh!.
Ora sono di nuovo a Fabrica, per inseguire orme vecchie di centosessant’anni, per parlare con i morti, visto che con i vivi non mi riesce più di farlo. Sono tornata da Angela, l’ultima donna di un mio matriarcato potente e invasivo. Dice la voce narrante e introduce i due temi centrali di questo misterioso romanzo breve: la morte o meglio i morti che come fantasmi affollano il mondo dei vivi e l’essere madre, condizione richiamata dal titolo, femminile potere vivificante e devastante nello stesso tempo che riflette quello ancora più terribile della Magna Mater.
Georgina de Martignac e il suo album di disegni, la zia Angela, la madre che riposa nell’urna a fiori viola che condivide con suo padre,  la giovane Elsa sono tutti personaggi femminili che declinano uno stesso volto di donna, la femminilità oscura e terribile che si autoafferma e porta a compimento una misteriosa missione di vita o di morte sta al lettore trovare la strada.
In libreria dal 6 giugno.

Giuseppe Iannozzi intervista Laura Liberale

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Dietro le sbarre di Allan Guthrie (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2012

Dietro le sbarre (Slammer, 2009), edito in Italia da Revolver collana noir-crime diretta da Matteo Strukul delle Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, è l’ultimo romanzo dell’agente letterario e scrittore scozzese di romanzi crime Allan Guthrie, esponente del Tartan Noir. Ambientato nel carcere “Hotel” Hilton di Edimburgo,  ha per protagonista Nick “Cristallo” Glass una giovane e inesperta guardia carceraria schiacciata da troppe responsabilità e da un lavoro per cui non è portata che la porteranno a perdere il suo equilibrio mentale e a distruggere la sua vita. Usato e abusato dai suoi stessi colleghi e dai detenuti Nick infatti perderà sempre più i contatti con la realtà sprofondando in un abisso di disperazione e violenza che l’autore descrive in maniera così accurata e minuziosa che più si avanza con la lettura e più ci si sente come se una mano ci afferrasse alla gola. Asfissiante, claustrofobico, delirante più che un dramma carcerario è una tragedia della follia che descrive gli stadi in cui la psiche si disgrega disintegrata da varie forze oltre le quali si raggiunge un punto di rottura. Nick in fondo è un bravo ragazzo, onesto, pulito che vive per la sua famiglia, per sua moglie e per sua figlia, il suo mondo è elementare, semplice non ha grandi ambizioni, non è eccessivamente coraggioso o altruista, non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere tra delinquenti e guardie non meno feroci e corrotte, ma naturalmente non gli sarà concesso con esiti del tutto inarrestabili. Tutto inizia quando Nick subisce un vero e proprio ricatto da parte di Cesare un detenuto che controlla la circolazione della droga all’interno del penitenziario. Fare da mulo non è decisamente coerente con le sue aspettative ma quando Cesare tramite il fratello di Mafia minaccia la sua famiglia, Nick è costretto ad accettare. Naturalmente Cesare non vuole da lui solo questo, il suo obbiettivo è la fuga. Il piano è ben congegnato, ma un evento imprevisto farà precipitare tutti gli equilibri in un vortice di violenza che non risparmierà nessuno. Dietro le sbarre  è un romanzo  angosciante, in cui il grado di violenza, più psicologica che fisica, ma anche quella non manca, e i meccanismi che rendono il più debole schiavo del più forte hanno ripercussioni drammatiche e terribili. Nick sarebbe in fondo un debole, incapace in circostanze normali di atti veramente violenti e invece arriva a commettere i crimini più atroci senza rendersene quasi conto. Il finale è piuttosto aperto, la follia del protagonista si presta a diverse interpretazioni, lascio a voi lettori di trovare la giusta chiave di lettura. Se amate le atmosfere cupe e malate di Irvine Welsh non potrete non amare anche questo libro. Sconsigliato alle guardie carcerarie fresche di diploma e in attesa del primo incarico.

:: Recensione di L’ora decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

3 Maggio 2012

Duro, durissimo, senza pietà. Jack Reacher torna in una nuova avventura, fedele alla formula che gli ha portato fortuna negli anni. In viaggio, sempre senza bagaglio, una meta abbozzata, si ritrova in una situazione di emergenza, coinvolto in un complicato meccanismo che lo schiera in prima linea contro il crimine. E lui, che vorrebbe star fuori dalla lotta, finisce per trasformare in personale ogni battaglia. Forse il segreto del personaggio sta tutto in un frammento di film che Susan Turner, che lo ha sostituito nell’esercito e intreccia con lui una bizzarra ma coinvolgente relazione a distanza, ritrova nelle sue valutazioni. Una reazione di un bambino di sei anni che, mentre gli altri mostrano paura, impugna un serramanico e si prepara ad affrontare un mostro. Non importa che sia di celluloide. È il tratto psicologico di Reacher a stupire. Reagire, combattere, non accettare soprusi. Sempre più eroe western in un’epoca sbagliata. Ma forse Reacher è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. O quello giusto nel posto giusto. Questa volta in una tormenta con solo 61 ore per sventare il piano di un narcotrafficante che ha portato alla luce un segreto vicino a una prigione. Ci sono poliziotti, testimoni, biker, gente comune, gangster messicani e russi. Solo contro tutti, Reacher corre verso il traguardo. Ci arriverà? L’ho conosciuto nel 2006, Lee Child. Molto british, taciturno come il suo eroe. Capace di creare vicende complesse coinvolgenti, ricche di azione ma anche di suspense e umanità. Uno di quei personaggi che compro il giorno stesso in cui li vedo in libreria e me li leggo d’un fiato. Per divertirmi e imparare. Solo, mi rimane  sempre il dubbio che accorciati di una cinquantina di pagine i romanzi di Child potrebbero essere anche più belli, più adrenalinici. Ma se proprio un difetto lo vogliamo trovare. Avercene, cari maestri del thriller italiano…

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro del recensore.

:: Recensione de L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Presi il sentiero che Robertson aveva percorso la sera in cui aveva scoperto il cadavere del fratello. Lo seguii lentamente. Superai i resti del nastro della scena del delitto, lasciati disseminati sul lato del sentiero. Impigliati nel fitto della vegetazione. Un brutto ricordo di quello che era accaduto lì.
Abbandonai il sentiero, spingendo via rami spessi e foglie.
Di fronte a me c’era l’albero a cui era stato trovato appeso il cadavere di Daniel Robertson. Uno spregevole e nero scherzo di natura, eruttato dalla terra come se si fosse fatto strada artigliandola direttamente dall’inferno. L’albero stava là: una cosa morta al centro della foresta viva. Foglie ricoprivano il terreno fangoso alla sua base. Crocchiavano e si rompevano sotto il mio peso.
Chiusi gli occhi, tentai di visualizzare il copro che aveva dondolato dai rami anneriti.
Il vento si alzò.
La silhouette del cadavere di Daniel apparve e scomparve come un fantasma che non voleva essere visto.

L’impiccato (The Good Son, 2008), edito in Italia nella collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul, è il romanzo di esordio dello scrittore scozzese Russel D McLean con cui ha ottenuto una nomination allo Shamus Award 2010 nella categoria migliore opera prima, premio letterario assegnato annualmente dall’associazione Private Eye Writers of America a quei romanzi gialli che hanno un investigatore privato come protagonista. Autore di due romanzi, oltre a L’impiccato anche di The Lost Sister, sempre con protagonista il detective privato John “Steed” McNee ancora inedito in Italia, Russel D. McLean arriva da noi accompagnato dall’entusiasmo di numerosi suoi colleghi del calibro di John Connolly, Tony Black e Ken Bruen tra gli altri, e dalle recensioni a dir poco esaltanti dei maggiori giornali e riviste di settore. Basta questo per suscitare una certa curiosità tra gli appassionati di noir e hardboiled, che vedono nel tartan noir, termine coniato da quel mattacchione di James Ellroy, una scuola di indubbio interesse, e sicuramente nella sottoscritta più che propensa a vedere l’evoluzione di un genere che sembrava già con Raymond Chandler aver detto tutto. L’America degli anni Trenta è ben lontana, ma la Scozia degli anni Duemila non è da meno come scenario di una storia torbida e traboccante violenza con al centro i classici stilemi e le iconografie tipiche del genere. Non mancano un detective privato tormentato, un cliente che non la racconta giusta, una vittima che decisamente non era uno stinco di santo, una dark lady troppo truccata e quasi grottesca, un poliziotto stronzo ma infondo onesto, vecchi gangster riciclatici come cittadini onesti e killer psicopatici destinati a fare una ben brutta fine. Sullo sfondo Dundee ex città industriale in via di trasformazione situata sull’estuario del fiume Tay a un centinaio di chilometri a nord-est della più affascinante e suggestiva Edimburgo. La storia raccontata non presenta picchi di eccessiva eccentricità anzi si adegua in modo quasi certosino alle regole della detective story proponendo uno stile lineare e uniforme che stranamente ha la capacità di sedurre il lettore attirandolo pagina dopo pagina in un vortice di oscura bellezza. John “Steed” McNee, ex poliziotto burbero e solitario, ora riciclatosi come investigatore privato, ancora in lutto per la fidanzata Elaine, la sola capace di vedere qualcosa di buono in lui, e afflitto dal senso di colpa per la sua morte che si somatizza in una zoppia quasi invalidante, riceve la visita di un cliente James Robertson, un agricoltore con coppola in testa deciso a fare chiarezza sul suicidio del fratello Daniel, trovato impiccato ad un albero della foresta di Tentsmuir nei dintorni della sua fattoria. Robertson dichiara di non vedere il fratello da trent’anni, quando aveva lasciato Dundee per fare fortuna a Londra ed era finito a fare lo scagnozzo e il buttafuori di un gangster di un certo prestigio di nome Gordon Egg. McNee non esita a credergli desideroso di tenersi un lavoro sicuro, uno di quelli che pagano subito e inizia a investigare consapevole che: “In Gran Bretagna la vita di un investigatore di rado è considerata affascinante. Non godiamo della stessa aura da lupo solitario che contraddistingue i nostri colleghi americani. Quando la gente pensa a noi, pensa a una squallida, modesta ultima spiaggia. E in Scozzia la gente a noi non pensa proprio”. Lo strano atteggiamento della polizia troppo solerte nel chiudere la cosa come un suicidio senza importanza, l’arrivo della moglie di Egg con cui la vittima aveva una relazione e che morirà in modo violento poco dopo, il coinvolgimento di David Burns, un imprenditore coinvolto in affari sia legali che illegali, una strana aria restia in Robertson che è troppo evidente nasconde qualcosa, spingono McNee, oltre a combattere con i suoi demoni interiori, senza riuscire a fare chiarezza nel rapporto irrisolto con suo suocero e con la poliziotta Susan che ha conservato per lui una parvenza di amicizia e forse qualcos’altro, ad andare in fondo alla faccenda anche a rischio di vedersela esplodere tra le mani. Tutto si giocherà in un cimitero sotto una pioggia torrenziale, in uno scontro decisivo in cui McNee dovrà decidere se l’oscurità sia la parte che ha prevalso nella sua anima.