:: Recensione di Il respiro del buio di Nicolai Lilin a cura di Giulietta Iannone

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Non capivo come si potesse vivere così tranquillamente, preoccupandosi dei problemi quotidiani, circondati da mille cose create nell’interesse del proprio corpo, quando soltanto a qualche centinaio di chilometri da lì, in quello stesso Paese, altre persone vivevano il più grande dramma che il genere umano abbi amai conosciuto: la guerra. Tutto mi sembrava un enorme show televisivo, una corsa verso l’apocalisse su un autobus strapieno, dove la gente se ne stava aggrappata alle maniglie sorridendo, con tenace azzardo e spirito sportivo.
Vedevo la voglia di trasformare l’esistenza in un’ eterna festa, di semplificarla, di ridurre le profondità umane a una bottiglia vuota, di prendere l’angelo della morte per i capelli e dipingerlo con colori ridicoli, trasformando la sua figura fatale in quella di un clown. Questo pensiero mi faceva paura e mi confondeva. Cosa centravo io con questa vita?

Il ritorno del reduce, magistralmente descritto da William Faulkner in La paga del soldato, ha sicuramente illuminato la mia lettura di Il respiro del buio di Nicolai Lilin. È forse un azzardo accostare due romanzi così diversi ma le sensazioni provate nella loro lettura, almeno per me, sono state molto simili. Il ritorno a casa di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle i traumi e il dolore che la guerra porta con sé è sicuramente il cuore di questo romanzo incredibilmente ben scritto se pensiamo che l’autore è russo, vive da pochi anni in Italia e ha scelto di scrivere i suoi libri nella lingua del paese che ora lo ospita. Molto si è discusso a proposito dei suoi libri precedenti Educazione siberiana e Caduta libera se nascano da esperienze reali e autobiografiche dell’autore o siano semplicemente frutto di fantasia, l’autore ci tiene a far notare e lo scrive chiaramente che i suoi libri sono romanzi in cui la verità è come riflessa e i fatti narrati sono legati alla sua esperienza o a quella di persone che ha conosciuto, per cui l’onestà di fondo che si respira può sicuramente tranquillizzare i puristi della verità storica a tutti i costi. Un romanziere ha diritto di creare il suo mondo letterario e così Lilin fa. Penso per esempio all’incontro del protagonista su un albero con una lince, può parere bizzarro, forse è trasfigurato in una favola, forse la lince è un simbolo, lo spirito del bosco, della natura che lo circonda e lo cura. Svelare questo mistero toglierebbe bellezza alla scrittura e perciò non voglio soffermarmi più di tanto. Il respiro del buio inizia in modo pacato, composto, il frastuono della guerra cecena è lontana e il protagonista attraversa la Russia in treno per tornare a casa. Il paesaggio scivola fuori dal vetro del finestrino e il reduce si interroga sulla differenza tra la pace e la guerra e sente che la guerra se la porta dentro come un bagaglio invisibile e dolorosamente presente. Nella vita pacifica ogni cosa è grigia e smorta riflette inquieto accorgendosi che tutto intorno a lui rispecchia una realtà distorta e deformata. Reinserirsi nella società civile superando i disturbi post traumatici da stress diventa la sua preoccupazione principale ma subito si accorge che un ex cecchino che ha combattuto per le forze speciali è visto più come una minaccia che come un eroe. A curare la sua anima e a ridargli il suo equilibrio psichico compromesso ci penserà il suo viaggio in Siberia, dal nonno cacciatore ruvido e semplice, amato come un padre, e queste pagine sono sicuramente venate di un lirismo e di una bellezza che difficilmente lasceranno indifferenti i lettori. Il ritorno poi a San Piertoburgo, il suo arruolamento in un organismo paramilitare di sicurezza di un oligarca inviso al regime riporterà il protagonista alla sua dimensione di combattente, di soldato anche senza divisa, anche senza più nobili ideali per cui combattere. Nella vita civile solo i soldi smuovono le persone e questa lezione porterà il protagonista a cercare di conservare l’antica purezza che la vita in Siberia gli aveva trasmesso. Il respiro del buio è un libro che trasmette sensazione positive , quasi catartiche, quasi come una fiaba fa portando il lettore in un mondo altro, almeno nella parte centrale, poi si torna nel mondo reale fatto di violenza e corruzione e il contrasto è stridente, velenoso, immancabile un soffio di malinconia per l’amore impossibile per Anna, giusto un soffio niente di più e tanta amarezza e anime che diventano cenere perché chi uccide in realtà quando lo fa muore un po’ anche lui.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014), Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio), Spy Story Love Story (2016 e 2017), Favole Fuorilegge (2017) e Il marchio ribelle (2018 e 2019).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

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