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:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2012

Ecco il foglio bianco, solo il titolo sporca la pagina e io a riflettere su come iniziare la recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini. Di solito non mi mancano le parole, anzi si affollano nella mia mente e mi tocca ordinarle, disciplinarle, privarle in un certo modo del loro anarchico fluire. Esercitare insomma il mestiere di scrivere, mestiere che Bassini fa così bene, sa raccontare, sa partire da un dettaglio e costruirci una storia, sa partire da un piatto tipico toscano, da una strada fatta di scalini, dallo sguardo ombroso di un personaggio e creare parole che diventano una musica, che vanno scritte così e non in un’altra maniera. Vicolo del Precipizio è un libro duro, in certe parti anche cattivo decisamente non afflitto da alcuna sorta di autocompiacimento. Il personaggio principale, il soggetto centrale intorno a cui ruota, sgorgando come da una sorgente avvelenata, torbida, la storia è un uomo di quasi cinquant’anni, un uomo che non si ama, come non ama il suo lavoro di scrittore impuro, di ghostwriter di scrittori che hanno bisogno del suo talento per sopravvivere in una giungla letteraria che non fa sconti per nessuno, che divora, fagocita avidamente chi non accetta le regole del gioco. Tiziano, questo è il suo nome, dopo aver intrapreso la nobile professione scrivendo giovanissimo un libro di racconti I racconti della vecchia osteria dando voce alla tradizione della sua terra, ai canti dei contadini, alla memoria di gente umile ma piena di dignità e moralità, ottenendo anche un discreto successo, ha scelto di dare il suo talento, rifuggendo il successo che lui giudica privo di senso e inutile, in cambio di un ben remunerato ruolo di comprimario oscuro, di nascosto demiurgo della fortuna letteraria altrui. Forse grazie al suo carattere schivo, al fatto che balbetta quando troppo emozionato, al suo umbratile caratteraccio toscano, è uno dei migliori nel suo lavoro, rispettato dal suo capo, un importante e influente agente letterario, che in fondo ha paura di lui, lo teme per il suo modo disinvolto di svelare i segreti, di parlare troppo. Quando un ghost ha come prima regola il silenzio, l’auto eliminazione, lo scomparire sullo sfondo per lasciare tutta la luce allo scrittore famoso, a chi deve rifulgere in pubblico. Ma Tiziano è stanco, basterà un’estate, due mesi, luglio e agosto, in un’afosa Torino che lo costringe a scrivere sul terrazzino, o a farsi rinfrescare i piedi nudi da un ventilatore, e messi da parte i lavori altrui scriverà finalmente per sé, perché a volte per un libro basta un lettore solo, e scrivere è terapeutico, anche se fa soffrire, quando si scava troppo in fondo. Ma un impulso autodistruttivo ha risvegliato l’antica fiamma e ora deve scrivere di sua madre, di suo padre, di suo nonno comunista e mangiapreti, delle donne della sua vita Magda, Cristina, della sua seconda madre Mimma, della sfortunata Andreina, degli amici. Deve fare pace con i suoi fantasmi, con suo padre per cui ha abbandonato Cortona, e solo allora potrà tornare a casa, riacquistando se stesso. Sullo sfondo il personaggio di Alice, la dirimpettaia curiosa, l’innamorata, il pubblico silenzioso che assiste alla sua arte di comporre, la donna che capisce di essere stata rifiutata ancora prima di essersi offerta, che non può far altro che cercare di dimenticare. Vicolo del precipizio è un libro così, con il fascino antico della novella raccontata, tramandata oralmente di bocca in bocca, tante schegge di attimi, racconti che si incastrano tra loro come i tasselli di un puzzle, tanti personaggi minori, che per un attimo hanno tutta la luce su di sé e diventano protagonisti: il sagrestano vendicativo, il prete con moglie, la Nina, il Lucarone, Mariano e i suoi maglioni verdi, la Clara, è strano sembra doveroso nominarli tutti fino all’agente letterario, a Lucetta, a Giovanni. Tutti coralmente impegnati a recitare la loro parte nel mondo creato dall’autore. Tanti personaggi da commedia dell’arte e che Bassini abile capocomico sa far comparire e scomparire, lasciando echi dietro di sé, perché la scrittura è un gioco di memoria, e i personaggi anche quelli totalmente inventati sono veri, nascono da verità profonde per lo meno. E uno scrittore impara questo prima ancora di scrivere su un foglio bianco. Impara l’umiltà, la disciplina, la sofferenza e perché no impara che una storia una volta scritta non è più sua, ma diventerà vita nella mente dei lettori che la leggeranno.