:: Recensione di Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson (Iperborea 2012) a cura di Giulietta Iannone

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La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché.
E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente?
Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole.
Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson, Iperborea edizioni, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima, è un libro particolare, onirico quasi, che richiama alla memoria suggestioni tenui e delicate miste ad un fascino tutto nordico fatto di lentezza, silenzio, quiete. Un omaggio a Alla ricerca del tempo perduto di Proust e a L’educazione sentimentale di Flaubert, tutto filtrato attraverso la luce rarefatta del grande Nord, in cui l’autore definito il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei, fluttua tra picchi autobiografici e riflessioni colte, utilizzando uno stile raffinato e cesellato come un merletto antico. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria, nei meccanismi che portano un uomo a rivedere il passato con gli occhi velati dalla malinconia e una sorta di rimpianto per l’adolescenza e freschezza perduta. La storia ha come protagonista un ex professore di filosofia a Oxford, alter ego dell’autore che anch’esso insegnò per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, che come tutte le persone anziane ricorda il passato con una vividezza e una messa a fuoco più intensa del presente, e la sua mente non può che tornare nella nativa Vasteras nel 1954, quando nella sua vita entrò la Signora Sorgedahl, il suo primo amore, la prima donna della sua vita. Per ricostruire questo avvenimento, per lui fondamentale percorso di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, non può fare a meno che rievocare l’intera sua adolescenza in Svezia negli anni Cinquanta  in cui molto spesso la fantasia trasfigura il ricordo e rende dorato un periodo di formazione e di crescita di un ragazzo non molto diverso dagli altri che si affaccia alla vita con curiosità, spirito critico, e intelligenza.

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