Posts Tagged ‘Jeffrey Moore’

:: Un’ intervista con Jeffrey Moore a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2012

Ciao, Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e bentornato su Liberi di scrivere. La società degli animali estinti è il tuo terzo romanzo, ora pubblicato in Italia da ISBN Edizioni, dopo Una catena di rose (2000) e Gli artisti della memoria(2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Come comincia? Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Comincia con un uomo di città del New Jersey spettacolarmente incasinato, che sta cercando di sfuggire ai suoi problemi, problemi di droga e alcol, emotivi, romantici, finanziari e giuridici, e cerca di trovare un po’ di pace e tranquillità nella natura. Quindi, dopo aver scoperto in vendita su Internet una chiesa abbandonata nel Quebec, si dirige a nord, oltre il confine illegalmente, e arriva nelle Laurentian Mountains a mezzanotte. Lì scopre non la pace e la tranquillità, ma un corpo insanguinato in una palude, avvolto in un sacchetto di tela. All’interno c’è una ragazzina di quindici anni, la cui testimonianza potrebbe mettere dietro le sbarre il leader di una banda locale di bracconieri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La società degli animali estinti ?

La morte di Huxley. Non l’autore britannico, ma il mio gatto che non c’è più. Non ho prove, ma ho il sospetto che la trappola d’acciaio di un cacciatore lo abbia ucciso. Ho trovato parecchie di queste trappole nelle Laurentians tutte illegali e tutte le ho smontate o almeno sabotate. E poi c’era il caso documentato in un noto film del 2004 chiamato Casuistry: the Art of Killing a Cat, in cui un gruppo di studenti di Toronto torturano e infine uccidono un gatto come un esperimento “artistico”. Questo ed altri eventi mi hanno spinto a esplorare il tema della crudeltà umana verso gli animali. Il maltrattamento del golden retriever in La società degli animali estinti, per esempio, può essere correlato a qualcosa che ho osservato nelle vicinanze. Un residente locale, era solito tenere un cane incatenato in una casa tutto l’anno, mai lasciandolo fuori e mai libero. Era la cosa più triste. Così ho lasciato un biglietto minaccioso, contro questo comportamento criminale, nella cassetta postale del proprietario. Il giorno dopo, e nei giorni successivi, ho notato che il cane era libero di vagare senza la sua catena fuori dalla sua prigione. Quindi suppongo che il romanzo sia un tentativo di fare qualcosa di simile, su scala più ampia.

Altri libri ti hanno ispirato a esplorare questo tema?

Sì, dopo aver deciso il tema generale, ho cominciato a leggere i mysteries di alcuni dei maestri del genere, un genere per cui avevo poco rispetto fino a quando non ho letto alcuni dei suoi migliori professionisti del settore, tra cui Elmore Leonard e PD James. E poi ho letto qualche eco-thriller di artisti del calibro di Carl Hiaasen e David Liss (The Ethical Assassin) e romanzi “ambientalistici”, tra cui due grandi: That Old Ace in the Hole di Annie Proulx e Libertàdi Jonathan Franzen.

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?

Quattro lunghi agonizzanti anni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho studiato le attività di bracconaggio in Quebec e in Nord America, e ho letto testi sulle pratiche di caccia in generale e sul mercato illegale di bile dell’orso bruno in particolare. E rapidamente ho scoperto che le leggi sul bracconaggio in Quebec non sono applicate veramente. Che non ci sono abbastanza agenti che lavorano sul campo, né vi è un desiderio reale da parte del Ministero della Fauna Selvatica di contrastare i cacciatori, dato che sono la fonte di reddito maggiore. Dai turisti, da chi vende attrezzature, dalle guide, dai diritti di licenza, questo genere di cose. E c’è corruzione e collusione, naturalmente, quella che vi è in molti ministeri.

Quanto è importante un buon titolo?

Spero che ponendomi questa domanda, stai implicando che  il mio titolo è buono. Penso che i titoli siano estremamente importanti. Anche se molti scrittori li trascurano, o lasciano che sia il loro editore a decidere. Quanti libri hanno titoli atroci, o blandi, come Bob and Jane? Non l’ho mai capito.

Può dirci un po’ di più sui protagonisti, Nile e Celeste?

Celeste è l’eroina  precoce, orfana e che va ancora a scuola del libro e la co-narratrice. Nile è un uomo in fuga proveniente da una misteriosa scuola americana di medicina abbandonato da una ricca famiglia. Egli decide di salvare Céleste quasi morta, un atto che può a sua volta salvarlo.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile è stato sicuramente Céleste. La cosa più difficile per la maggior parte degli scrittori è quella di creare un credibile personaggio in prima persona del sesso opposto. Il problema è stato aggravato in questo caso dal fatto che Celeste è un adolescente, una razza aliena per me. Non solo per me, ma per la maggior parte dei genitori. Così ho provato a fare Celeste un po’ stravagante, che non parla nel modo in cui parlano le altre ragazze della sua età, che non è stata plasmata dalla televisione o di Internet, dalla pubblicità ipersessualizzata, e così via. Il personaggio più semplice da scrivere è stato Nile, dal momento che io e lui abbiamo un paio di cose in comune. La misantropia, per esempio. Inoltre sono affascinato dai narratori inaffidabili nella finzione perché la maggior parte di noi siamo narratori inaffidabili nella vita reale. Con ogni storia che vi raccontano, dovete filtrare gli elementi soggettivi, le emozioni che la agitano, gli elementi personali, gli abbellimenti, le fioriture retoriche, e così via. Una volta che un lettore si rende conto che il narratore in un romanzo non è affidabile, allora come un autore sei introdotto in un regno di drammatica ironia. Un bel posto dove stare.

È per questo che il romanzo è così insolito, e utilizza una doppia voce in prima persona?

Bingo. Per drammatica ironia. Si vede una situazione in un modo, e l’altro la vede in un modo radicalmente diverso. Che cosa ne consegue è la commedia o l’ironia, almeno in teoria.

Da quello che hai detto a proposito di Nile, suppongo che ci siano elementi autobiografici in La società degli animali estinti?

E ‘difficile evitarli, anche se stai scrivendo fantascienza. Nel mio caso, come Nile, ho un grande amore per gli animali e una generale avversione per gli esseri umani. E come la quindicenne Céleste, sono un “evangelico ateo.”

Il tuo stile è molto particolare: un acuto senso del dettaglio, un amore per la semplicità, frasi poetiche, grande attenzione per le descrizioni. È uno stile naturale per te o nasce da numerose riscritture?

A me viene naturale, nel senso che è quello che ho subito ammirato in altri scrittori. Ma certamente non viene subito, completamente formato, la prima volta che scrivo. I miei testi sono rivisti, poi rivisti di nuovo, poi ancora e ancora … praticamente ad infinitum.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o uno in particolare che abbia influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Stranamente, ho spesso detto che il mio stile è cinematografico, ma non ho mai cercato coscientemente di fare così. Tutti e tre i miei romanzi sono stati opzionati per il cinema, quindi ci può essere qualcosa di vero in questo…

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nelle parti di Nile e Celeste?

Ebbene, “l’Hollywood del Nord” ha chiamato, nella forma di un triumvirato che include il primo produttore del Canada, l’uomo dietro a Chicago e altri mega-hits. Vediamo. Per Nile, forse Michael Fassbinder o Clive Owen e Johnny Depp (perché ha bisogno di lavoro). Per Céleste, forse Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e Chloe Moretz (Kick-Ass) e Dakota Fanning.

Come è nato lo stile “poema in prosa” che utilizzi in La società degli animali estinti?

La poesia è di gran lunga la più alta forma d’arte letteraria, per cui la tua domanda è per me un grande complimento, per il quale ti ringrazio. Leggo sempre i grandi poeti, soprattutto quando sono a corto di ispirazione, perché possono fare cose che nessun’altro può fare e non farà mai.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Close Range di Annie Proulx e Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov.

Dal punto di vista artistico, piuttosto che economico, quale libro vorresti aver scritto?

La lista è lunga. The Collected Stories di William Trevor o The Collected Stories di Annie Proulx e Humboldt’s Gift (Bellow) o Pale Fire (Nabokov) o If on a Winter’s Night a Traveler (Calvino) o Cousine Bette (Balzac) o Orgoglio e pregiudizio (Austen).

Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, come scrittore?

Punti di debolezza? Di che cosa stai parlando? Non ho punti deboli. Punti di forza? Un tocco comico, almeno mi piace pensare così.

Verrai in Italia ancora una volta per presentare i tuoi romanzi?

Lo farò certamente. Sarò a Torino per la Fiera del Libro 2012, il 12 e 13 maggio. Non vedo l’ora di visitare il mio paese preferito. E no, non dico questo di tutti i paesi.

:: Recensione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2012

Quando il fucile sparò di nuovo, lo seppi. Capii perché ero venuto qui, che cosa dovevo fare. Ogni cosa divenne chiara come il vasto cielo azzurro. Non ero venuto al Nord per un nuovo inizio, per sfuggire alla città per trovare la pace e la felicità nella natura. Il mio destino non era di essere felice; non ero stato programmato per esserlo. Non ero nemmeno venuto al Nord per salvare qualcuno, anche se quella era una parte di quanto dovevo fare, una parte importante. No, ero venuto qui per uccidere qualcuno.

La società degli animali estinti (The Extinction Club, 2010), edito in Italia nella collana Special Books di Isbn Edizioni e tradotto da Dafne Calgaro, è il terzo romanzo dello scrittore canadese Jeffrey Moore dopo Una catena di rose e Gli artisti della memoria, libri che i lettori che hanno avuto la fortuna di leggerli avranno sicuramente apprezzato per la bellezza poetica che contengono, per l’ironia sottile e dissacrante, per lo stile ricercato, che fa di ogni frase, cesellata e perfezionata quasi esasperatamente, un piccolo capolavoro che rasenta quasi la perfezione. Amo molto Jeffrey Moore e quando mi è stato proposto questo nuovo libro ho accettato di recensirlo con un certo entusiasmo e con idee precise su cosa avrei trovato. Come al solito Moore mi ha spiazzato proponendomi una favola ambientalista amara e dolorosa, sì resa più sopportabile dallo humour pieno di vita che caratterizza l’autore, ma con sfumature più malinconiche e arrabbiate rispetto ai libri precedenti. La società degli animali estinti è la storia di un’ amicizia tra un uomo, Nile Nightingale, e una ragazzina, Celeste Jonqueres, e di un amore verso la natura incontaminata, che è ancora possibile trovare nelle terre del Nord del Canada, minacciata da uomini senza scrupoli mossi unicamente dal profitto e dalla stupidità. Oltre che una favola nera il romanzo è anche un atto di denuncia efficace e lontano dalla retorica ambientalista che molti praticano per essere alla moda, e politicamente corretti. Moore riesce nel difficile compito di essere educativo e morale senza appesantire la sua opera con intenti propagandistici o demagogici. La delicatezza con cui delinea il rapporto tra l’adulto e la ragazzina più che commuovere cercando facili scorciatoie, emoziona e intenerisce lasciando nel lettore un senso di pulito e di incorrotto. La società degli animali estinti inizia con l’incontro tra i due protagonisti, avvenuto in circostanze drammatiche. Nile trova Celeste rinchiusa in un sacco, ferita e gettata in una palude a morire dissanguata. Abituato a fare sempre la cosa sbagliata l’uomo la raccoglie e la porta a casa sua. La cura, e si chiede le ragioni di quella aggressione così feroce. Celeste non vuole che sia avvisata la polizia, mente scrivendo (non può parlare avendo la laringe compromessa) che è stata aggredita da dei bulli che la pensano una ragazzina secchiona. Ma la verità emerge e i due si trovano alleati nella lotta contro i bracconieri che la ragazzina combatte con coraggio per salvare gli animali in via di estinzione e l’ambiente naturale del Quebec. Il finale è inevitabile. Bellissimo.

Jeffrey Moore divide il suo tempo tra Montreal, dov’è nato, e Val Morin, in Québec. Ha studiato all’Università di Toronto e all’Università della Sorbona (Parigi). Svolge professionalmente l’attività di traduttore, insegna al dipartimento di francese dell’Università Concordia e al dipartimento di traduzione dell’Università di Montreal, ma attualmente si dedica prevalentemente alla scrittura.
Con il suo primo romanzo “Una catena di rose” ha vinto il Commonwealth Writers Prize e si è fatto amare dai lettori di tutto il mondo.