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:: Il morto in piazza di Ben Pastor (Sellerio 2017) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2018
Il morto in piazza

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Il carteggio segreto tra Benito Mussolini e Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale è al centro di Il morto in piazza (The Dead in the Square, 2004) di Ben Pastor edito originariamente in Italia nel 2005 per Hobby & Work, e nel 2017 riproposto nella nuova traduzione di Luigi Sanvito per Sellerio.
Cronologicamente, almeno per i fatti trattati, segue Kaputt Mundi di cui parlai alcuni anni fa, spero di poter recensire tutta la serie, ed è il quinto romanzo in ordine di scrittura dedicato a Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando al carteggio è uno dei misteri più ben dissimulati, tra depistaggi, false dichiarazioni e cortine di reticenza, del secondo conflitto mondiale, tanto che per alcuni storici non sarebbe in realtà mai esistito. Ne Il morto in piazza, troviamo Martin Bora incaricato di recuperarlo, dalle mani di un confinato, l’avvocato Luigi Borgonovo, e possibilmente distruggerlo, essendo il contenuto una spina nel fianco per molti alti ufficiali tedeschi, e per l’Italia, poiché se si dimostrasse un possibile “tradimento” di Mussolini e un suo tentativo di alleanza con gli inglesi, rischierebbe rappresaglie e ritorsioni senza fine.
Ma naturalmente Martin Bora non sarà solo occupato in questa delicata missione di intelligence, dal pittoresco nome in codice di Elster – gazza ladra –, durante il suo soggiorno a Faracruci, piccolo paesino (immaginario) dell’ Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, si troverà anche ad indagare su due morti, una avvenuta nel passato e una recente, avvenuta al suo arrivo, trovandosi come inaspettato alleato e aiutante nelle indagini proprio Borgonovo, con cui inizierà una inattesa quanto impossibile amicizia.
Il morto in piazza è un romanzo dolente, forse minore rispetto alla produzione dell’autrice italoamericana, meno ricco di azione se vogliamo. Tutto si svolge nel microcosmo rarefatto di un paesino abruzzese abitato da povera gente, perlopiù contadini. E’ una tappa di passaggio per Bora. Abbandonata in tutta fretta Roma, siamo nell’estate del 1944, e diretto a Bolsena, per prendere il comando del 960mo Reggimento Granatieri, si trova inaspettatamente rallentato da questa missione segreta da cui dipende la vita di innumerevoli persone, sia tedesche che italiane.
Bora è perfettamente conscio di ciò, e nella drammaticità della ritirata dell’esercito tedesco dall’ Italia centrale, gli Alleati ormai incalzano da tutti i lati (lo sbarco in Normandia è prossimo) non perde la testa né il sangue freddo e trova il tempo per indagare su un omicidio diciamo minore sullo sfondo dei grandi fatti storici che lo stanno travolgendo, lui come il suo paese ormai destinato alla sconfitta. Omicidio che sembra avere collegamenti con un altro fatto di sangue avvenuto nel 1919, in un paesino tranquillo in cui queste cose non succedono.
La vita di paese è descritta con tocchi leggeri, il bar ristorante principale, con le sue sedie all’aperto che ospitano anziani molto informati sui fatti, che spettegolano e ricordano il passato, la caserma dei carabinieri, le case che si affacciano sulla piazza, i campi tutt’ intorno, la povertà, la saggezza, la forza di questa gente che quasi vive in un’ oasi protetta lontana dal conflitto.
Belli i personaggi minori, tutti identificati con pseudonimo, come si usava nei piccoli centri dove tutti conoscevano tutti: Pipistròlle, il balordo, il matto del paese, dalla mente danneggiata dalla Grande Guerra, personaggio tenero e dolcissimo, a cui forse Bora si affeziona tanto da bere un sorso di gazzosa da lui offerta; Fissa-Fissa, proprietario del Caffè Adua, un fascista nostalgico, reduce dall’ Africa, che ama ascoltare i vecchi dischi di propaganda, a cui Bora regala il disco di Lili Marlene; e poi Don Fifì, il primo morto, Dindalò, Usagne, Caitène, Presentosa, la moglie di Fissa-Fissa.
Insomma tutta una compagnia di personaggi ben affiatati e ben caratterizzati, dove ognuno ha le sue peculiarità, i suoi vezzi e le sue debolezze. Oltre a Bora naturalmente spicca il personaggio di Borgonovo, il prigioniero politico confinato a Faracruci, che scrive lettere al figlio (e qui si nasconde un piccolo colpo di scena, che non vi anticipo, ma capace di toccare nel profondo il lettore). L’amicizia nata tra i due, sarà più forte per Bora del dovere all’ ottemperanza agli ordini ricevuti? Tutta la narrazione è tesa da questa questione morale, non un principio di secondo piano per il nostro, la cui posizione non è affatto facile.
L’apparizione, quasi spettarle, del suo acerrimo nemico Harald Cziffra, anticiperà la rocambolesca fuga di Bora dalle SS, e l’inattesa solidarietà di tutto il paesino, unito nel coprirlo.
Il morto in piazza, si conferma un giallo storico di sicuro interesse, curato nell’ambientazione, accurato nella documentazione storica, sorretto da una scrittura letteraria e poetica, oltre che molto attenta alle sfumature morali e psicologiche. Il tipo di libri che non ti stancheresti mai di leggere, per cui sono felice di anticiparvi, con il permesso dell’autrice, che la traduzione del prossimo Bora Night of the Shooting Stars, è pronta. Uscirà in Italia sempre per Sellerio tra la primavera e l’estate del 2018 (anche se non c’è ancora una data precisa), con il titolo La notte delle stelle cadenti. Cito le parole dell’autrice:

sarà ambientato nella Berlino pre-20 luglio 44, dove il Nostro, mentre indaga sulla strana morte di un veggente (o presunto tale) ammanicato col vertice del Terzo Reich, verrà coinvolto nell’attentato a Hitler e conoscerà (finalmente) il suo alter ego storico, Claus von Stauffenberg. Ma, conoscendo i due, non è detto che sarà un rapporto così facile…

Dunque che dire buona lettura e speriamo che l’estate arrivi presto.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016) e Il morto in piazza (2017).

Nota: In copertina Olio su tela di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). collezione privata.

Source: acquisto personale.

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:: Mi manca il Novecento – Il dibattito sul caso Silone e Uscita di sicurezza a cura di Nicola Vacca

1 febbraio 2018

Uscita di sicurezzaLa grandezza di Ignazio Silone risiede nell’attualità della sua opera. Oggi, purtroppo, Silone è uno scrittore poco letto. La straordinaria coerenza politica –intellettuale, che ha fatto dell’autore di Fontamara uno degli scrittori più irregolari del Novecento, merita considerazione e rispetto e soprattutto una rilettura onesta.
Silone è stato uno dei più attenti osservatori del suo tempo, un anticonformista capace di cogliere il fascino della seduzione ideologica per poi superarne profeticamente gli stessi contenuti.
La passione ideologica, infatti, muoverà il pensiero di Silone e lo condurrà fino al cuore del totalitarismo moderno (nel suo caso il comunismo) e poi alla definitiva rottura, che in seguito caratterizzerà la sua vicenda esistenziale prima ancora di quella politica. Dopo l’espulsione dal partito comunista si radicò nella sua coscienza la convinzione della necessità ideologica del tradimento nei confronti di ogni tentazione totalitaria.
Da quel momento in poi la figura di Ignazio Silone è stata oggetto di un duro attacco da parte dell’intellighenzia di sinistra che vedeva in lui un nemico da isolare e da abbattere. Lo scrittore nei suoi libri più importanti (Uscita di Sicurezza, La scuola dei dittatori) aveva denunciato il fallimento di un progetto ambizioso, il comunismo di matrice marxista, finito in una morsa tirannica e liberticida.
Silone, di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 nella qualità di membro della delegazione dei comunisti italiani, così scrive dei suoi colleghi russi:

«Ciò che mi colpì dei comunisti russi era l’assoluta incapacità di discutere lealmente di opinioni contrarie alle proprie. E il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro opportunista, se non addirittura un traditore ed un venduto».

Silone comprese, a proprie spese e sul campo, che il regime comunista nulla aveva a che fare con il concetto di libertà del pensiero occidentale.
Da quel momento con la sua opera egli si schierò apertamente dalla parte dell’uomo libero. E nella difesa ad oltranza della sua libertà, ma soprattutto della sua dignità, non rimaneva altro da fare che lasciare una testimonianza scritta e diretta dell’universo totalitario che aveva avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

«Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me l’assoluta necessità di testimoniare».

Silone è uno scrittore che non si dovrebbe mai smettere di leggere: ponendo al centro del suo pensiero sempre la libertà di giudizio nei suoi libri (in modo particolare nei saggi) ha descritto minuziosamente l’ingranaggio politico della nostra epoca, fornendo una interpretazione crudele, appassionata e inquietante dell’Italia contemporanea.
In tal senso, il libro di svolta è Uscita di sicurezza, una raccolta di scritti autobiografici che Ignazio Silone dà alle stampe nel 1965 in cui lo scrittore abruzzese con grande analisi e lucidità dà conto della sua disillusione nel confronti dell’ideologia.
Il nucleo centrale dei saggi che Silone mette insieme nel libro (si veda in proposito il saggio da cui prende il titolo l’intera raccolta) è rappresentato dalle tappe della sua militanza politica che lo porterà, dopo un viaggio in Unione Sovietica, alla fine del rapporto con il Partito Comunista.
In queste pagine Silone aderisce alla visione cristiana e individuale del socialismo e denuncia, dopo aver constato personalmente, la dittatura sovietica.
In piena guerra fredda, Silone prende definitivamente le distanze da quell’idea in cui aveva creduto e che si è rivelata totalitaria e oppressiva.
Nel saggio La lezione di Bubapest, dedicato ai fatti di Ungheria Silone scrive:

«Rinunziare, una volta per sempre, agli intermedari.Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali detti di sinistra. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».

Ignazio Silone, come il suo amico Albert Camus, aveva scelto di essere un uomo in rivolta.
E nel saggio «La scelta dei compagni» (che si trova sempre in Uscita di sicurezza) a proposito del grande scrittore francese Silone scrive:

«Camus ci ha insegnato che anche da una rivolta che nasce dalla semplice pietà può ridare un senso alla vita».

Uscita di sicurezza ha molte affinità con L’uomo in rivolta di Albert Camus.
I due scrittori allo stesso modo si sono schierati dalla parte della libertà, andando sempre controcorrente, con dedizione alla causa, coltivando i medesimi ideali di giustizia sociale, stando sempre dalla parte dell’uomo e mai del potere.
Uscita di sicurezza è soprattutto il percorso intellettuale di Silone, testimone scomodo del suo tempo, sempre politicamente scorretto che ha servito la verità e si è schierato contro la mistificazione del pensiero.
Il libro è uno straordinario autoritratto politico – morale dell’uomo e dello scrittore Ignazio Silone a cui costò caro aver scritto, nell’Italia che aveva i Pci più organizzato d’Europa con il suo codazzo servile di intellettuali al seguito, «ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi».

:: La colonna di fuoco di Ken Follett (Mondadori 2017) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2018
La colonna di fuoco

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Ken Follett torna a Kingsbridge, la città inglese di cui ha seguito le varie fasi della sua Storia a partire dal Medio Evo con I pilastri della Terra e Mondo senza fine, raccontando stavolta il Cinque e Seicento inglese e non solo, tra guerre di religione, massacri, regni di sovrane rimaste nella Storia come Elisabetta I, vicende tragiche come quella di Maria Stuarda, fatti oggi quasi dimenticati ma fondamentali come la strage di San Bartolomeo e la congiura delle polveri.
Dal 1558, dove Maria la Sanguinaria sta stringendo l’Inghilterra in una morsa integralista, al 1620 si dipana un intreccio che si svolge tra Londra, Parigi, Ginevra, Anversa, Amsterdam, Hispaniola, Edimburgo, dietro a vari personaggi: il protagonista è Ned Willard, figlio di un ricco mercante protestante, che vorrebbe sposare Margery Fitzgerald, di cui è innamorato ricambiato, figlia invece del sindaco cattolico. Il clima di intolleranza impedisce ai due giovani di coronare il loro sogno, Margery va in moglie ad un uomo rozzo della sua stessa religione, mentre Ned si trasferisce a Londra, dove viene ingaggiato da sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor, che diventerà di lì a non molto regina d’Inghilterra, per essere uno degli uomini chiave di uno dei primi servizi segreti della Storia.
Per cinquant’anni Ned si confronterà con fatti storici realmente accaduti, integralisti religiosi, persone che sognano solo, come lui, un mondo dove nessuno venga più perseguitato per il suo credo religioso, traditori insospettabili, congiure, passioni, morti, al centro di un affresco che coinvolgerà molti altri personaggi oltre a lui e Margery, reali e inventati, dal fratello Barney, avventuriero dei mari che ritroverà dopo anni il figlio avuto da un’affascinante donna di sangue misto all’infido Pierre, spia al soldo del duca di Guisa, da Sylvie, coraggiosa donna ugonotta e altro amore di Ned a Carlos, fuggito dalla Spagna dopo aver assistito agli orrori dell’Inquisizione e diventato un imprenditore nei Paesi Bassi.
Un romanzo lungo novecento pagine, in cui si racconta uno dei periodi più importanti nella costruzione dell’Europa di oggi, ricordando come alla fine nelle guerre di religione quello che rovina e pesa sono gli interessi dei tiranni e degli integralisti che vogliono imporre il loro potere su chi invece crede nella tolleranza e nel progresso sociale. Un discorso non certo lontano nel tempo, perché tra le righe si trovano tanti problemi dell’oggi, di un mondo in cui esistono ancora contrasti e persecuzioni religiose, per una storia che racconta comunque il desiderio di Ned e di altri personaggi di creare un mondo migliore, basato sulla libertà.
Tutto questo ovviamente è raccontato senza retorica, mescolando realtà e fantasia, ricordando fatti e questioni poco note, come lo sfruttamento dei neri dall’Africa in Europa e nelle Americhe, il coraggio di chi divulgava idee non ortodosse attraverso la stampa clandestina, la morsa dell’Inquisizione in Spagna contro ebrei e musulmani convertiti, la nascita di una nuova concezione della vita, del lavoro, dei sentimenti, dell’iniziativa individuale. Un ripasso di Storia che non annoia, un affresco che si dimostra una prova ulteriore di romanzo storico a tutto tondo, con il passato non come mero sfondo di vicende improbabili, ma come mondo vivo per ricordare da dove si viene e come e perché si è diventati in un certo modo.

Ken Follett è nato a Cardiff nel 1949 e vive a Londra con la moglie Barbara. Laureatosi in filosofia all’University College di Londra, ha lavorato come giornalista. Negli ultimi quarantatré anni ha pubblicato trentun romanzi, iniziando la sua carriera di scrittore nel 1978 con La cruna dell’Ago, a cui sono seguiti molti altri romanzi di genere giallo e spionistico. Per quello che riguarda il romanzo storico, non si possono non citare la trilogia “The Century” (La caduta dei giganti, L’inverno del mondo e I giorni dell’eternità), e la saga tra Medio Evo e rinascimento di Kingsbridge, composta da I pilastri della terra, Mondo senza fine e di cui La colonna di fuoco è il terzo capitolo.

Provenienza: acquisto personale del recensore.

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:: Non ho tempo per amarti di Anna Premoli (Newton Compton 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 gennaio 2018
Non ho tempo per amarti di Anna Premoli

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Non ho tempo per amarti”, pregevole opera dell’italiana Anna Premoli, è un trascinante romanzo rosa che pone l’accento, con estrema delicatezza, su come l’amore nelle sue differenti accezioni e sfaccettature possa spingere in modo inequivocabile gli opposti ad attrarsi reciprocamente e a combinarsi in una vivace e meravigliosa alchimia.
La protagonista femminile, Julie non è altro che una giovane scrittrice acculturata e di talento che non riesce suo malgrado a sentirsi a proprio agio con una modernità galoppante che in fondo le incute paura ed un generale malessere esistenziale. Lei è uno spirito fragile e sensibile, innamorata del passato; un passato che la rende felice e le regala la magia inconsistente di una libertà insperata. Tanto è vero che la sua stessa produzione letteraria si compone solamente di romanzi ambientati nell’ottocento!
Ma la vita è strana e anche buona matrigna e quando meno te lo aspetti ha la capacità di offrirti una sorta di miracolo, ovvero quella imprevedibilità grazie alla quale ti viene concessa una specie di rinascita intima. E così avviene anche per la stessa Julie! Grazie al fortuito incontro con un aitante vicino di casa,dai modi passionali e vivaci, e al conseguente innamoramento, la giovane avrà quindi l’opportunità di maturare e di vincere le sue paure: cambierà dunque mentalità e piano piano sarà sempre più sospinta verso quel doveroso ricongiungimento con il suo tempo e i suoi conseguenti ritmi vitali.

Anna Premoli è nata nel 1980 in Croazia e vive a Milano, dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan nell’Asset Management e per un lungo periodo in ambito Private Banking per una banca privata, prima di accettare una nuova sfida nel campo degli investimenti finanziari per una holding di partecipazioni. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013: è stato per mesi ai primi posti nella classifica, i diritti cinematografici sono stati opzionati dalla Colorado Film e ha vinto il Premio Bancarella. I suoi romanzi sono tradotti in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro; Finché amore non ci separi; Tutti i difetti che amo di te; Un giorno perfetto per innamorarsi; L’amore non è mai una cosa semplice; È solo una storia d’amore; L’importanza di chiamarti amore; Un imprevisto chiamato amore e Non ho tempo per amarti.

Source: libro del recensore.

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:: Sleeping beauties di Stephen King e Owen King (Sperling & Kupfer 2017) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2018
Sleeping Beauties cover Sperling

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Il nuovo romanzo di Stephen King è in realtà un lavoro a quattro mani con il figlio Owen, per raccontare una storia affascinante e tenebrosa, una fiaba dark al femminile, anzi femminista, che prende il largo da una cittadina del West Virginia, Dooling, dove sorge un carcere per donne condetenute che hanno commesso i reati più vari.
Un giorno una delle prigioniere comincia a parlare riguardo alla Regina nera e ha una crisi: il dottor Norcross, lo psichiatra della prigione le somministra un sedativo non dando peso alla cosa, mentre sua moglie, Lila, lo sceriffo di Dooling, sente questo come un presagio. Anche perché, alcune ore dopo, arriva una chiamata alla polizia, da parte di una ragazza sconvolta che ha visto una donna mai vista uccidere due suoi amici, una donna che si chiama Evie Black, intorno alle quali svolazzano strane falene e che non sembra umana. Man mano le donne non solo di Dooling cadono in un sonno profondo e vengono avvolte in un bozzolo, un qualcosa da cui è meglio non svegliarle.
I fan di Stephen King troveranno nel corso della storia echi di altri suoi romanzi, a cominciare da Under the dome e The Tommyknocker, con il tema della minaccia aliena, strana, devastante e a cui non si vuole dare un nome che irrompe nella vita quotidiana cambiando equilibri e sconvolgendo vite. Ma i toni sono diversi, sono quelli di una favola nera ma anche metafora della realtà degli Stati Uniti e non solo, con un richiamo alle fiabe partendo dall’inizio, C’era una volta a Dooling, microcosmo di un mondo più ampio.
Non è la prima volta che Stephen King si interessa all’universo femminile, visto che ha donato a lettori e lettrici figure indimenticabili come Carrie, Beverly, Dolores Claiborne, Rose Madder e anche la folle ma non certo sottovalutabile Annie Wilkies, solo per citarne alcune. In questa storia di una malattia che colpisce tutte le donne, gli autori parlano di molestie sessuali e sopraffazione, raccontando gli orrori con lo specchio deformato di donne che non sono più a disposizione degli uomini ma possono essere un qualcosa di molto diverso, anche di devastante.
Fiaba nera e denuncia sociale, orrore paranormale dietro a cui si nascondono gli orrori veri che esistono nella realtà di tutti i giorni: Sleeping beauties è tutto questo, non si sa quanto è farina del sacco del padre o del figlio, lo stile resta inconfondibile, e la storia, complessa e che non si riesce a lasciare, è un nuovo tassello nella produzione di un autore che ha saputo segnare la letteratura e la cultura non solo pop degli ultimi quattro decenni.
Da Sleeping Beauties verrà tratta una miniserie, forma narrativa che si è già dimostrata ottima per altre opere di Stephen King, prodotta dalla Anonymous Content, la stessa di True Detective e Mr. Robot. Chiaramente sarà interessante vederla, ma nell’attesa il libro è già capace di travolgere, appassionare e far riflettere.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie sono clamorosi bestseller che hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. Accanto ai grandi film, innumerevoli gli adattamenti televisivi tratti dalle sue opere. King, oggi seguitissimo anche sui social media, è stato insignito della National Medal of Arts dal presidente Barack Obama.

Owen Philip King, nato a Bangor nel 1977, è il figlio minore di Stephen King. Autore di due raccolte di racconti (la prima delle quali pubblicata da Frassinelli con il titolo Siamo tutti nella stessa barca) e di un romanzo, ha ricevuto diversi premi letterari per il suo lavoro. È sposato con la scrittrice Kelly Braffet.

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:: L’eredità delle dee – Una misteriosa storia dai Carpazi Bianchi di Katerina Tuckova (Keller editore 2017) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2018
L' eredità delle dee

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L’eredità delle dee” è il romanzo di Katerina Tuckova, edito in Italia da Keller. Il libro è un intrigante e avvincente viaggio dentro ad un mondo, nel quale usi e costumi atavici vengono tramandati nel tempo. A scambiarsi questi saperi sono le donne della comunità di Žítkova situata sulle alture delle sulle montagne dei Carpazi Bianchi. Le donne qui residenti hanno delle qualità che le rendono diverse da tutte le altre, perché sono guaritrici che non usano pasticche, ma erbe medicinali, sono delle preveggenti e sempre pronte a tramandare la loro arte di madre in figlia. Sono chiamate “dee”. La loro storia è conosciuta da Dora Idesová, l’ultima di questa importante discendenza, che è certa –lei lo crede – di non aver ereditato nessuna arte dalla madre. Dora non ha vita facile, perché da piccola resta orfana e di lei si prende cura zia Surmena, ma il tutto dura poco. Ad un certo punto la zia sparisce rinchiusa dentro ad una clinica psichiatrica per non uscirne più. Dal passato si passa al presente dove il lettore scopre che Dora, una volta internata la zia, è finita in un collegio ed è diventata adulta con degli studi in Etnografia e un lavoro presso l’Accademia delle Scienze di Brno. La giovane è alla prese con la scrittura di una saggio sulle dee di Žítková e nell’accedere ai materiali degli archivi, resi pubblici dalla polizia segreta nei primi anni Novanta del Novecento, Dora si imbatte in un dossier sulla zia Surmena, una dea. Ogni pagina del dossier è un importante documento per la ragazza, perché grazie ad essi potrà ricostruire non solo la storia delle dee, ma anche quella della parente scomparsa. Quello compiuto da Dora sarà un vero e proprio cammino a ritroso nel tempo alla ricerca delle proprie origini, passando anche per diverse documentazioni che raccontano le ragioni (guarigioni pseudomiracolose, strani e miracolosi decotti da bere, previsioni di eventi) per le quali la zia Surmena venne più volte fermata dalle autorità competenti. Ciò che Dorà scoprirà sarà per lei una rivelazione agghiacciante e sconvolgente, perché leggendo i documenti, gli articoli di giornale e parlando con la popolazione di Žítková, la giovane verrà a conoscenza di come la storia della sua famiglia, intrecciata agli eventi che travolsero il loro Paese (la Repubblica Ceca), sia minata da una maledizione antica difficile da sconfiggere e sradicare. “L’eredità delle dee” è un perfetto mix di realtà e finzione ed è un romanzo che racchiude in sé diverse tipologie di genere, nel senso che per certi aspetti il libro della Tuckova è romanzo storico (ci sono riferimenti al nazismo e al comunismo), ma esso ha degli elementi simili al thriller, all’ indagine etnografica, alla ricerca sulla magia. Quando poi si narra delle dee, ci si rende conto delle ambiguità che c’erano verso di loro. Da una parte, erano bersagliate proprio per il loro “fare rituale”, dall’altra però, nei loro confronti c’erano pure una forma di timore e ossequio, per il rispetto massimo del loro “saper fare” alternativo. Allo stesso tempo, dalle pagine, emerge il forte amore verso il mondo della natura e dei suoi elementi, perché si ha come la sensazione che fosse proprio in essi che il genere umano potesse trovare le medicine e gli aiuti che alimentavano la speranza e che portavano rimedio ai mali fisici e sociali. “L’eredità delle dee” della Tuckova è sì l’affresco di un’epoca dove si alternano disperazione, paura, lotta e speranza ma è anche un libro affascinante, misterioso e –concedetemelo- un po’ mistico, che dimostra quanto sia importante attuare la ricerca delle proprie radici per comprendere le proprie origini. Traduzione dal ceco: Laura Angeloni.

Kateřina Tučková (1980) Scrittrice, giornalista, curatrice di mostre e autrice di opere teatrali, si è laureata in Storia dell’Arte e Boemistica all’università FF MU di Brno e ha conseguito un dottorato in Storia dell’Arte presso l’università Karlová di Praga. Già autrice di varie pubblicazioni specialistiche in ambito artistico, si impone sulla scena letteraria ceca con il romanzo Vyhnání Gerty Schnirch (L’espulsione di Gerta Schnirch) del 2009, vincendo il premio Magnesia Litera 2010 (Categoria Premio dei Lettori) e guadagnando la candidatura ai premi Josef Škvorecký e Jíří Orten.

Source: inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ ufficio stampa Keller.

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:: Gli autonauti della cosmostrada ovvero un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia di Julio Cortázar e Carol Dunlop (Einaudi 2012) a cura di Michela Bortolotto

30 gennaio 2018
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Domenica 23 maggio 1982. Un uomo e una donna si apprestano a percorrere la strada Parigi-Marsiglia a bordo del loro pulmino Wolkswagen rosso. Un normale viaggio di circa una decina di ore da percorrere tutte lungo l’autostrada. Un tragitto di ordinaria amministrazione. Niente di particolare, starete pensando. E invece no. Non c’è nulla di banale se i due viaggiatori sono Julio Cortázar e sua moglie Carol Dunlop e se il loro intento non è quello di raggiungere Marsiglia il prima possibile, ma bensì, quello di fermarsi

nelle 65 aree di sosta dell’autostrada al ritmo di due al giorno, vale a dire impiegando poco più di un mese per compiere il tratto Parigi-Marsiglia senza mai uscire dall’autostrada”.

E così, nel pomeriggio di una domenica di pioggia, Lupo (Julio) e Orsetta (Carol) partono a bordo del loro Fafner , rifornito di tutte le provviste necessarie, alla volta di Marsiglia.
Inizia così la loro avventura alla scoperta di quanto un’autostrada possa offrire a due viaggiatori curiosi. Da questo viaggio durato circa un mese nasce il libro Gli Autonauti della Cosmostrada.
Questo libro non è un semplice resoconto di viaggio. È un diario scritto a quattro mani, è una lista di cose da portare, è un susseguirsi di incontri, saluti, sguardi amichevoli, ma anche scontri. È una raccolta di foto e immagini. È un gioco con regole precise che Julio e Carol si apprestano a fare con incoscienza e innocenza quasi fanciullesche.
L’autostrada non è più un semplice non-luogo da attraversare il più velocemente possibile per arrivare alla meta. L’autostrada è essa stessa la meta, il viaggio. Un viaggio fatto di nuovi incontri, di riflessioni e anche di ricordi. Nella loro avventura Lupo e Orsetta incontrano così turisti e lavoratori, camionisti e operai. Ogni incontro merita di essere riportato nel loro diario di viaggio. Julio e Carol osservano e scrivono. Ma non solo. Questo viaggio è anche un’occasione per ricordare episodi della loro vita e riflettere sul passato e sul presente e per scoprire che nelle aree di servizio si vende di tutto, compreso un Budda di porcellana alto un metro!
Un viaggio, insomma, un po’ fuori dagli schemi classici. A renderlo ancora più speciale c’è, inoltre, il fatto che, senza saperlo, questo è stato l’ultimo viaggio insieme di Lupo e Orsetta.
Gli Autonauti della Cosmostrada si legge tutto d’un fiato. Una pagina tira l’altra e, una volta letta l’ultima parola, si viene presi da un’irrefrenabile voglia di partire. Non importa per quale destinazione perché in fondo, citando un nostro cantante compatriota,

che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada.

E la strada, o meglio, le pagine, in questo caso, si godono tutte, dalla prima all’ultima.

Julio Cortázar è nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Tra i suoi libri pubblicati da Einaudi, oltre a Bestiario (1965) e al Gioco del mondo. Rayuela (1969, 2013), Storie di cronopios e di famas (1971), Ottaedro (1979), Il viaggio premio (1983), Il persecutore (ultima edizione nelle «Letture Einaudi», 2017), il volume complessivo dei Raccontia cura di Ernesto Franco, nella «Biblioteca della Pléiade» (1994), Fine del gioco (2003), Carte inaspettate (2012), Gli autonauti della cosmostrada ovvero Un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia (2012), diario di viaggio scritto a quattro mani con la moglie Carol Dunlop, Animalia (2013) e Lezioni di letteratura (2014).

Carol Dunlop nata a Quincy, Massachusetts, nel 1946, la scrittrice, fotografa e traduttrice,  sposò Julio Cortázar nel 1979; morì a Parigi nel 1982. È autrice del romanzo La solitude inachevée (1976).

Source: libro del recensore.

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:: Un amore di città di Antonella Ferrari (Il Seme Bianco 2017) a cura di Marcello Caccialanza

30 gennaio 2018
un amore di città

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Un amore di città”, l’ultima fatica dell’autrice Antonella Ferrari, non è altro che un esilerante ritratto a tutto tondo di un luogo immaginario, conosciuto dai benpensanti con il nome di Rapasodi, una città che conta la bellezza di circa settantamila anime.
La scrittrice, con garbo ed eleganza, ha così ben costruito una sorta di tragicommedia, in cui i suoi protagonisti, che peccano in tracotanza ed affettazione, vivono un’esistenza quasi ovattata, una specie di bolla d’aria, in cui il medesimo meccanismo narrativo assume piano piano una velata connotazione burlesca e surreale, quasi se noi stessi, ignari lettori, venissimo catapultati, a nostra insaputa, all’interno di una farsa di genere!
Rapasodi è dunque una tipica cittadina di provincia, dove trionfano in modo vergognoso pettegolezzi d’ogni sorta, lusso sfrenato ed ostentato, macchine potenti e capi d’abbigliamento all’ultima moda, che vanno in un certo senso a colmare il vuoto delle menti e dei cuori. In questo luogo non ben identificato regna la cattiveria, la corruzione e dulcis in fundo l’invidia reciproca. Tutti tradiscono e vengono di conseguenza traditi!
Una commedia da non perdere, da leggere e gustare tutta d’un fiato, perché aiuta a rivalutare nel bene e nel male la caotica vita metropolitana.

Antonella Ferrari è nata a Chieti, laureata in Giurisprudenza è stata Professore a Contratto presso L’Università G. D’Annunzio di Chieti. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche abruzzesi. Ha pubblicato con l’Editore Morlacchi di Perugia, il romanzo “Nessun Dolore”, autobiografico che ha ricevuto l’apprezzamento dei lettori.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’uomo di gesso di C.J. Tudor (Rizzoli 2018)

29 gennaio 2018
L'uomo di gesso

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Trent’anni fa, Il cadavere della ragazza del Valzer. Senza testa.
Sono trascorsi trent’anni. Ed Munster adesso è un uomo, è rimasto a vivere nella stessa cittadina e insegna nella scuola locale. Abita nella bella casa che gli ha lasciato la madre e affitta una stanza a una studentessa vivace da cui è attratto, suo malgrado. Ed sembra essersi lasciato il passato alle spalle, quell’estate del 1986 in cui era un ragazzino e trascorreva giorni interi con i suoi amici. Tra infinite corse in bicicletta, spedizioni nei boschi che circondano la pittoresca e decadente Anderbury e i pomeriggi a scuola, il loro era un tempo sereno: erano una banda, amici per la pelle. E avevano un codice segreto: piccole figure tracciate col gesso colorato, per poter comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi, un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco. Fino al corpo smembrato di una ragazza. Chi sia stato l’artefice di un simile delitto, in questi trent’anni, non si è mai saputo. Sono state percorse innumerevoli piste, tutte finite in vicoli ciechi, tutte rimaste fredde. La verità di cosa sia successo quel giorno nel bosco non è mai emersa. Ma adesso Ed ha ricevuto una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri hanno ricevuto lo stesso messaggio. L’uomo di gesso è tornato.

Esce domani 30 gennaio per Rizzoli un thriller che farà discutere.
Si intitola L’uomo di gesso (The Chalk Man, 2017), è stato scritto da una scrittrice inglese, ex presentatrice tv e dog sitter, C.J. Tudor, con questo romanzo al suo esordio, e tradotto da Sandro Ristori.
Caso internazionale all’ultima fiera di Francoforte, i diritti venduti ai quattro angoli del globo, insomma di libri presentatati così ce ne sono spesso, a volte usando queste letterali parole, ma questo libro è effettivamente diverso dai molti altri che ho letto ultimamente.
Più che per l’efferatezza di alcune scene, è un thriller horror, quindi aspettatevi un po’ di movimento per intenderci, per una sottile inquietudine che traspare da particolari minimi, che solo alla fine, mettendo assieme tutti i tasselli, daranno un quadro di insieme terrificante.
L’excipit è poi di una perfidia terribile, bocca cucita naturalmente, ma fateci caso.
Allora cosa colpisce di questo libro?
Innanzitutto è notevolmente ben scritto e immagino tradotto (anche se il prologo sembra tradotto da un’ altra mano, quindi non fatevi spaventare). Per un’ opera prima è sicuramente singolare.
Il debito verso Stephen King è grande nella misura in cui si parla di ragazzini (una banda di ragazzini questa volta inglesi cresciuti negli anni ’80) che hanno a che fare con la morte. La Tudor è davvero un’attenta osservatrice dei preadolescenti, della loro psicologia, dei loro gusti, dei loro giochi, dell’ importanza che danno all’amicizia, amicizia che inevitabilmente si sgretola e decompone nell’età adulta, ed è capace di ricreare il loro linguaggio, in dialoghi vividi e mai banali.
Questo passaggio è efficacemente dimostrato, più che detto, portando avanti la narrazione in due tempi paralleli che si alternano: il 1986 quando il protagonista è poco più che dodicenne, e il 2016 quando è un professore di inglese quarantenne con una cotta per la sua coinquilina. La narrazione è sempre in prima persona, vediamo sempre la storia dal punto di vista di Ed, prima ragazzino, poi adulto.
Poi è un thriller non solo apparentemente feroce, lo è proprio, la scena dell’aggressione al parco da parte dei bulli è molto cruda e sicuramente rende questo libro diciamo consigliato solo a lettori adulti. Ma di norma tutti i thriller lo sono.
Dirò poco della trama per evitare anche spoiler involontari, ma sicuramente posso elencarvi i personaggi. Innanzitutto la banda formata da Eddie Muster, Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky. E poi i genitori di Ed, il reverendo, padre di Nicky, Chloe, l’inquilina di Ed, l’inquietante signor Halloran, l’uomo di Gesso, e in ultimo ma non meno importante la ragazza del Valzer. Beh un consiglio non affezionatevi troppo ai personaggi, anche se francamente è un po’ impossibile. Concludo con l’ultima strofa di una canzone di Jannacci: Dove si è spenta l’ultima storia dell’ uomo di gesso che sa tutto a memoria. Certo la Tudor magari non l’ha mai sentita, ma trovo che sia perfetta. Buona lettura!

C.J. Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con la famiglia. Dopo aver lasciato la scuola a sedici anni, ha cambiato diversi lavori, è stata reporter, doppiatrice, cameriera, autrice per la radio, presentatrice di un programma televisivo in cui intervistava le più grandi celebrità di Hollywood. Ha iniziato a scrivere questo romanzo ispirata da una scatola di gessetti colorati che un amico aveva regalato a sua figlia per il compleanno. Di sera quei disegni sul vialetto di casa avevano assunto un’aria sinistra. L’uomo di gesso, in uscita in contemporanea negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è il thriller più atteso del 2018.

Source: bozze in anteprima inviate dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: Gruppo di lettura – Nightbird di Lucia Patrizi

29 gennaio 2018

Devo dire che a me il gruppo di lettura del blog è un po’ mancato. Il piacere di leggere in compagnia credo aumenti il piacere della lettura, per cui perchè non lanciare un nuovo gruppo di lettura dedicato a un libro Nightbird di Lucia Patrizi, edito da Acheron Book. Io ho già comprato la mia copia. Per decidere se partecipare avete bisogno di maggiori info? Ecco iniziamo con le info sul libro:

Sinossi e cover:

nightbird-cover

Roma, oggi.
Irene e Giada sono acchiappafantasmi professioniste. Ma il loro metodo di lavoro è un po’ particolare: Irene disinfesta i luoghi appositamente infestati da Giada al fine di procacciarsi nuovi, danarosi clienti. I quali credono di avere a che fare con lo spettro infuriato del proprio trisavolo, e non sospettano trattarsi invece di una messinscena ben orchestrata.
Sì, perché Giada è realmente un fantasma. Le sue sono vere infestazioni, seppur abusive. Ma questo non impedisce alle due ghostbusters di mantenere “vivo” il profondo, contrastato legame che le unisce, messo a dura prova dal terribile evento che ha segnato per sempre le loro esistenze: la morte di Giada.
Questo precario equilibrio si infrange quando, in una villa abbandonata sul lago di Bracciano, Irene e Giada si trovano di fronte a un’infestazione precedente alla loro. Una forza perversa, antica e brutale, si è risvegliata e minaccia di annientare tutto ciò che incontra.
E’ tempo allora di fare le acchiappafantasmi sul serio, anche se questo significa affrontare la più devastante minaccia sovrannaturale per Roma (e per il mondo intero) e fare i conti una volta per tutte con il passato.
E con la bicicletta chiamata Nightbird.

GHOST STORY, ACTION LOVECRAFTIANO, STRUGGENTE STORIA D’AMORE: CON “NIGHTBIRD” IL FANTASTICO ITALIANO RIVENDICA IL SUO ESSERE, A PIENO TITOLO, LETTERATURA.

Info sull’autrice:

Lucia Patrizi vive, pedala e lavora a Roma. Di mestiere fa l’assistente al montaggio, una faccenda esoterica e quasi incomprensibile anche agli addetti ai lavori. L’obiettivo è quello di passare il prima possibile da assistente a montatore, se non per ambizioni personali, almeno per non dover dare troppe spiegazioni quando qualcuno le chiederà cosa fa nella vita. Nel frattempo, potete cercarla all’ultimo posto in fondo nei titoli di coda di serie come “Tutto Può Succedere” e “Gomorra”. Ha montato un film di fantascienza indipendente, “L’Ultimo Sole della Notte”, di Matteo Scarfò. Potete leggere i suoi sproloqui sul cinema horror – e non solo – sul blog “Il Giorno degli Zombi”. Quando non mette insieme pezzi di film e non scrive, va in bicicletta o sott’acqua. “Nightbird” è il suo terzo romanzo.

Alcune regole:

  • Procurarsi il libro (c’è sia in digitale che cartaceo).
  • Se vi iscrivete, qui nei commenti al post, dichiarate sul vostro onore (pena terribili piaghe bibliche) che lo leggerete e il giorno stabilito vi presenterete per discuterne (quattro chiacchiere in amicizia, niente di paludato o accademico).
  • Ci sarà un mese di tempo per leggerlo, tutto febbraio, il giorno stabilito per l’incontro sarà il 1 Marzo, un giovedì. Dalle 18 alle 19. Orario credo che possa andare bene per tutti.

Buonpomeriggio ragazzi, sto preparando l’incontro. Ho tolto la moderazione, approvato il primo commento gli altri sono liberi. Tra circa mezz’ora si inizia. Vi aspetto.

:: Mi manca il Novecento – Simenon, Maigret e la commedia umana a cura di Nicola Vacca

29 gennaio 2018

Simenon

Georges Simenon nei suoi libri riesce a dare voce agli aspetti più estremi della nostra psiche, e allo stesso tempo mette sulla pagina tutte le zone oscure del comportamento umano, smascherando sempre fragilità e debolezze di un conflitto dell’uomo con il sistema sociale e le sue infinite contraddizioni.
Tra gli scrittori più prolifici del secolo scorso, Simenon ha goduto di un enorme successo commerciale e la critica letteraria è stata sempre indecisa riguardo a una sua possibile classificazione in un genere.
Uno scrittore a tutto tondo che è riuscito a creare atmosfere suggestive e intense, ignorando finezze letterarie alle quali preferiva uno stile essenziale e nudo.
Il commissario Maigret è il risultato perfetto del suo modo di essere scrittore. Simenon ha creato un uomo comune e eccezionale. Acuto, saggio e paziente. Un funzionario di polizia un po’ stoico e po’ scettico che detesta gli abusi e la prepotenza, ma soprattutto non sopporta coloro che ritengono di sapere tutto.
Maigret, innamorato delle piccole cose della vita quotidiana, nel suo ufficio al Quai des Orfèvres in compagnia della sua pipa, vede passare sotto i suoi occhi fatti e persone di quella commedia umana di cui sente parte integrante.
Non possiede metodo di indagine, ma ha un grande fiuto. Maigret davanti a ogni inchiesta sostiene che la verità non bisogna scoprirla. L’unico modo per arrivare a essa non è il ragionamento ma il fervido sentire.
Maigret non ama il chiacchiericcio, si tiene lontano dalle parole inutili, conosce nei più piccoli dettagli l’arte di vivere che gli insegna la strada. Egli sa che vivere è il mestiere più difficile che ci sia, e mai si sottrae all’attraversamento del quotidiano che bisogna accettare per saper vivere nel mondo e con gli altri.
Il commissario Maigret è uno dei personaggi più riusciti della letteratura e Simenon con tutte le sue maschere è senza dubbio tra gli scrittori più importanti del Novecento.
Georges Simenon non finirà mai di stupirci.
Nei romanzi duri (come egli stesso definiva i suoi romanzi “letterari”) la psicologia umana è scandagliata nel profondo. Nelle sue pagine noi esseri umani ci ritroviamo senza maschera con le nostre debolezze e le nostre solitudini.
Pochissimi scrittori sono riusciti a entrare dentro l’uomo. Qui sta la sua grandezza.
Simenon è magistrale nel rappresentare le deviazioni perverse di cui siamo capaci, a entrare nei coni d’ombra della nostro cervello che spesso senza alcun motivo innescano cortocircuiti devastanti.

:: Un’intervista con Selma Dabbagh a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2018

Selma-DabbaghBenvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

Cosa significa il tuo nome?

La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

Mi piace il modo in cui hai formulato questa domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

(Risponderò a queste due domande insieme)

Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

Come immagini il tuo futuro adesso?

Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

[Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]