
Il blog è chiuso, i collaboratori sono in vacanza ma io naturalmente sono sempre qua a sorvegliare il fortino, per cui potreste tornare e trovare anche d’agosto articoli nuovi, chissà.

Il blog è chiuso, i collaboratori sono in vacanza ma io naturalmente sono sempre qua a sorvegliare il fortino, per cui potreste tornare e trovare anche d’agosto articoli nuovi, chissà.
Cento parole possono bastare per raccontare ai bambini attraverso il fiabesco il mondo in cui viviamo, il mondo che vorremmo.
Gennaro Guida con originalità e tantissima intuizione scrive piccole favole, avvalendosi della brevità (che sarebbe piaciuta molto a Calvino) per educare i bambini di oggi, che saranno gli adulti di domani, alla bellezza, all’amore, all’amicizia e a tutti quei valori necessari per costruire un modo di vita umano.
In cento parole, Guida scrive favole scomodando diversi registri di scrittura: il surreale si contamina con il reale, il visionario abbraccia l’onirico. Da questo interessante contagio nascono storie davvero belle e edificanti che hanno come uno scopo la crescita morale nel nome della pace, della conoscenza e del dialogo.
L’autore ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Gianni Rodari. Il grande scrittore sosteneva che la fiaba per il bambino ha la stessa verità del gioco. A questa verità di affida anche Guida quando intinge la penna nella sua creatività per raccontare in cento parole storie che diventano favole – metafora di un mondo da cambiare.
Cento parole (L’ArgoLibro editore, pagine 100, euro 14,00) è un piccolo e prezioso libro originale che apre a infiniti mondi con una narrazione semplice in cui l’autore di queste favole brevi suggerisce ai giovani lettori, e non solo, un percorso di vita e di valori sani da trasmettere in forma pedagogica ai bambini, ai quali, come diceva Gaber, non bisogna insegnare la nostra morale peché è cosi stanca e malata, potrebbe far male.
«Guida moderno educatore, – si legge nella nota introduttiva firmata da Raffaele Aragona – è affascinato dagli esperimenti linguistici delle avanguardie storiche o dei ludolinguisti moderni e contemporanei»
Il libro è impreziosito dalle illustrazioni di Rossa Cianciulli, che con un tratto di inchiostri e matite dà un volto alle creature immaginarie uscite dalla penna e dall’invenzione fertile di Gennaro Guida.
Una ricerca estetica, questa della pittrice, che sa scavare nelle parole dell’autore di queste splendide favole e interpretarne la dimensione del gioco e del racconto.
Gennaro Guida invita tutti, adulti e bambini, a avvicinarsi alle parole con i cinque sensi. A sentire attraverso la loro cura quel profumo intenso della fantasia, un dono prezioso che ci permette di essere liberi e umani.
Nota: http://largolibro.blogspot.com/2019/01/gennaro-guida-cento-parole.html
Source: Libro arrivato da ufficio stampa.
La verdissima Estonia è un paese tutto da scoprire, e grazie alla guida insider di Alessio Franconi, edita da Morellini editore, molto più accessibile di quanto si possa pensare.
Paese ideale per chi ama visitare e soggiornare nei paesi nordici, l’ Estonia è tra le repubbliche affacciate sul Baltico forse quella maggiormente cosmopolita e proiettata nel futuro, non a caso è detta “Nazione digitale” ed vi è la sede operativa di Skype, pur conservando le vestigia di un passato più o meno recente e un amore incondizionato per la natura selvaggia e incontaminata e la tutela del paesaggio.
Tipiche le coloratissime casette di legno, i fari, i mulini a vento, i parchi naturali, le spiagge, estese per chilometri, e le chiese, i monasteri, i castelli e i palazzi di epoca zarista.
Le principali città sono a ovest Tallinn, la capitale, una delle città medioevali meglio conservate d’Europa, e a sud Tartu, dove ha sede la più antica università del paese.
Ricca di laghi, il più grande è Peipsi, tra Russia ed Estonia, con circa duemila isole, e foreste che la coprono per il 50% della sua estensione, l’Estonia è il luogo ideale per chi ama i viaggi a contatto con la natura. Ma non si vuole far mancare anche visite ai musei, festival e rassegne culturali.
Di notte nella capitale la vita notturna è intensa e ricca di possibilità di scelta tra pub, ristoranti e locali molto frequentati dai giovani di ogni nazionalità.
Il clima è relativamente mite nella bella stagione, e il mese più caldo è luglio. Le temperature scendono sottozero d’inverno. Il mese più freddo è febbraio. La guida comunque vi indicherà le stagioni con meno piogge e l’abbigliamento ideale da portare con voi.
Indispensabile la mascherina per dormire, come in tutti i paesi nordici le finestre spesso non hanno le tapparelle, e la luce solare che copre più ore al giorno nei mesi estivi potrebbe crearvi disagio.
Ricca la gastronomia, tipicamente continentale in cui spadroneggiano carne, pesce e patate. Molto apprezzato il pesce affumicato, e il pane di segale, spesso servito a colazione assieme alle celebri aringhe del Mar Baltico. Varie sono le zuppe, i dolci e i piatti di influenza russa, tedesca e scandinava.
Cosa bere? Non c’è che l’imbarazzo della scelta dalle birre artigianali, ai liquori, tra cui l’immancabile vodka estone, tra cui la principale la Viru Valge. Scoprirete leggendo la guida anche una curiosità piuttosto bizzarra, con al centro la vodka ed un rimedio empirico per i raffreddori e i mali di stagione.
Come tutte le repubbliche ex sovietiche, indipendente dal 1991, conserva segni del passaggio della dominazione comunista. Per i nostalgici comunque da non perdere il tour della Tallinn sovietica.
Guida compatta e completa, con 0,99 Euro si scarica anche il pdf light, interattiva per i più tecnologici. Tutto sommato una buona guida, in carta patinata, con belle foto, ricca di aneddoti e curiosità, aggiornata con orari di visita, telefoni, indirizzi degli alberghi e dei principali luoghi da visitare. Non occupa troppo spazio, facilmente collocabile in uno zaino. Che dire ancora se partite per l’Estonia portatevela con voi.
Alessio Franconi nasce a Genova ma da sempre risiede a Milano, dove vive dividendosi tra la professione forense e quella di fotografo-scrittore. Negli ultimi anni si è recato sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale lungo tutto l’arco alpino, realizzando la mostra fotografica “Si combatteva qui! 1914-1918”, che sta girando l’Italia e l’Europa. Collabora come freelance con la rivista “Storia Militare”. Cura costantemente il suo sito web dedicato alla fotografia www.franconiphotos.eu.
Source: copia stampa inviata dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Morellini.

Tra i freschi di stampa Gallucci di questa settimana appare un albo colorato, e molto divertente, dal titolo che è tutto un programma: Tutta la verità sugli anziani (The Truth About Old People, 2019) testi e disegni di Elina Ellis, tradotto dall’inglese da Federico Taibi e pubblicato per la prima volta da Two Hoots, un marchio parte di Macmillian Publisher International Limited di Londra.
Protagonisti un ragazzino, il suo cagnolino e i suoi arzilli nonni. Un simpatico quartetto alle prese con la vita di tutti i giorni. Occasione per sfatare tanti luoghi comuni legati alle persone anziane: non si sanno divertire, sono lenti, sono goffi, hanno paura delle cose nuove etc…
Per ogni luogo comune una simpatica illustrazione ironica e indovinata atta a ribaltarlo come un calzino. Perché gli anziani ballano, sono romantici, sanno divertirsi, e sono pure avventurosi.
Scoprire il vero volto delle persone anziane in questo simpatico libro illustrato per bambini sarà piacevole quanto istruttivo. Un’occasione per sorridere e per creare un’allegra complicità tra nonni e nipoti.
I disegni sono stati realizzati con penna, inchiostro, guazzo e Photoshop. Formato: 23.1 x 28.7 cm, cartonato, pagine 28. Consigliato dai 5 ai 99 anni.
Elina Ellis scrive e disegna storie. Di origini ucraine, si è specializzata in illustrazioni per l’editoria per l’infanzia a Cambridge, dove vive e lavora, creando libri propri o illustrando testi di altri autori.
Source: ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio stampa Gallucci per la copia stampa.
Quanti possono dire di sapere cos’è un’okapi? L’ultimo grande mammifero scoperto dall’uomo
“un animale assurdo, molto più assurdo della morte, e sembra del tutto sconnesso con le sue zampe da zebra, i fianchi da tapiro, il corpo da giraffa color ruggine, gli occhi da capriolo e le orecchie da topo.”
Sembra davvero un animale inverosimile, ancora di più quando si materializza davanti a un’anziana signora del Westerwald, in Germania. Selma lo incontra nei suoi sogni sempre nei prati dell’Uhlheck, quell’insieme di campi e prati dove la conduce la sua passeggiata pomeridiana. I due si stagliano immobili nella piana, fino a quando i loro sguardi si incrociano; solo a quel punto, come tutte le volte, il sogno sfuma, Selma si sveglia e capisce che qualcosa di brutto accadrà a breve. Tre volte ha sognato un okapi e nelle ore successive è sempre morto qualcuno all’interno della sua piccola comunità.
Una nonna che prevede la morte è solo uno degli strani componenti della famiglia di Luise: un padre dottore alla ricerca di una cura per il proprio dolore, una madre cronicamente incapace di essere presente, un ottico, amico di famiglia, segretamente innamorato di sua nonna. Questi sono solo alcuni degli strani personaggi che prendono vita dalla penna di Mariana Leky.
Quel che si vede da qui è un romanzo di formazione, la storia inizia quando Luise ha dieci anni: i giochi, la scuola, l’amicizia con Martin, il mondo filtrato dagli occhi dell’infanzia. Con la seconda parte compiamo un salto temporale e ritroviamo Luise che ha già ventidue anni, alle prese con un apprendistato in libreria e con Frederik, un giovane monaco buddista che vive in Giappone e che dal loro primo incontro le ha “ribaltato la vita”. Fa da spartiacque della storia, un evento tragico, una morte annunciata proprio dall’astruso sogno della nonna Selma.
Ma questo libro è pieno di avvenimenti e personaggi bizzarri, una realtà al limite dell’onirico, pervasa da momenti delicati ma anche divertenti. Nel romanzo ritroviamo tanti temi importanti: la crescita, l’amore, la ricerca di sé, la perdita e la morte, l’amicizia e il senso di comunità; forse, però, ciò che maggiormente lo differenzia da altri libri di questo genere è la componente del “meraviglioso” che la Leky decide di far entrare in scena. Ricorrendo a situazioni assurde e inverosimili, a credenze e personaggi immaginari, l’autrice coglie l’essenza di situazioni e sensazioni più che reali; cosa rievoca meglio il dolore per una perdita se non la sensazione di portare su di noi un peso in ogni momento, per i giorni a venire? E quale è il nostro desiderio più forte dopo un lutto se non quello di cadere in un sonno perpetuo in cui non avvertiamo più nessun dolore ma nemmeno nessun bisogno? E infine l’ansia, l’angoscia non sono tanto simili a quel fastidioso e invisibile folletto Sbranagole che si attacca al collo di Elsbeth?
Quel che si vede da qui è un romanzo lieve, un inno alla vita in tutte le sue sfaccettature:
«(…) e mi accorsi che io fino a quel momento non avevo ancora scelto nulla, che le cose mi erano capitate e basta, mi accorsi che non avevo mai detto davvero “sì” a niente, semplicemente non avevo detto “no”. Pensai che non bisogna lasciarsi intimidire da un borioso addio, che gli si può sfuggire eccome, perché tutti gli addii sono negoziabili finché nessuno muore.»
Mariana Leky ha studiato Giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim, dopo aver svolto un tirocinio in una libreria. Oggi la sua vita si divide tra Berlino e Colonia. Il romanzo Quel che si vede da qui, pubblicato in Germania nel luglio del 2017, è rimasto per diverse settimane nei primi posti dei best seller e da allora a oggi è stabilmente tra i libri più venduti nelle librerie tedesche. È stato tradotto in più di quattordici lingue e al momento è in corso l’adattamento per il grande schermo.
Source: libro del recensore.
“Le volte che esco fuori dai gangheri,
divento rossa, più rossa dei gamberi.
I miei genitori non san più che fare:
le provano tutte, ma mi fanno infuriare…“
La rabbia è qualcosa che ci tormenta. È un sentimento che quando arriva non riusciamo a controllare. È qualcosa che parte da dentro, dal nostro io profondo, e poi esplode in maniera potente, spesso anche brutale. C’è chi urla, chi tira oggetti, chi rompe cose e, una volta passato l’attacco di rabbia, torna la pace dopo la tempesta. Sì ma a che conseguenze. Ne sa qualcosa la piccola protagonista del libro “Color collera” di Emmanuel Trédez con i disegni di Amandine Piu, edito da Gallucci. Non a caso per la piccola protagonista di queste pagine illustrate basta un non nulla- un semplice piatto di fagiolini- a scatenare la mostruosa rabbia che c’è in lei. La bambina esplode d’ira, sbraita, grida parole e frasi improvvise, senza pensare tanto a quello che dice, lo pronuncia e basta. I suoi capelli si arruffano, la sua faccia diventa una smorfia di fastidio e insofferenza, la sua camera un campo di battaglia dove giocattoli, libri e quello che capita tra le mani volano da una parte all’altra della stanza. Poi, finito lo sfogo, la bimba di “Color collera” si sente stanca, spossata, affranta e terribilmente in colpa per il suo brutto comportamento e per la pessima figuraccia fatta con i genitori. Il libro tradotto da Emanuelle Caillat è per bambini e analizza, attraverso parole, disegni e colori, i sentimenti presenti nell’animo di ogni persona, fin da quando si è piccoli. Tra queste pagine basta davvero poco per scatenare la furia della protagonista che vede poi la sua rabbia diventare nera, rossa, un sentimento che le toglie il respiro tanto è potente. Poi, la piccolina, finito lo sfogo si rende conto di aver dato il peggio di sé con mamma e papà e il pentimento in lei è sincero, come la paura -e anche la consapevolezza – che la rabbia che si scatena in lei tornerà e non sarà facile da controllare e da tenere a bada. “Color collera” è un libro per i piccoli lettori, ma anche per gli adulti, da leggere insieme per comprendere quanto la rabbia a volte si scateni improvvisa e come essa si manifesti in modo brutale, lasciando poi, una volta sfogata, la persona che era arrabbiata avvilita e pentita di essersi infuriata a causa di motivazioni banali e insensate. “Color collera”, edito da Gallucci, cerca quindi di aiutare chi legge a capire quanto il sentimento della rabbia sia qualcosa che caratterizza tutti, ma si deve piano piano imparare a controllarlo e gestirlo, perché gli sfoghi di rabbia sono tremendi e tirano fuori il peggio che è in ognuno di noi facendoci dire e fare quello che mai, da non arrabbiati, metteremmo in atto.
Emmanuel Trédez è nato a Parigi nel 1968 e vive a qualche chilometro dalla capitale, con la moglie e i due figli. Da quindici anni si occupa di letteratura per ragazzi, esercitandosi su diversi formati, dall’albo illustrato al fumetto al romanzo.
Amandine Piu è nata nel 1982 e vive nei pressi di Strasburgo. Dopo il diploma all’Atelier d’Illustration des Arts Décoratifs, ha cominciato l’attività di illustratrice nel campo dell’editoria e delle arti applicate. La sua valigetta da lavoro contiene un pizzico di poesia, una manciata di colori e una grande dose di umorismo.
Source: libro acquistato dal recensore.
Un lampo azzurro squarciò il cielo notturno e un attimo dopo, come a un segnale convenuto, la pioggia iniziò a cadere con violenza sulla casa del giudice Wang: sui muri esterni cosparsi di muschio che circondavano la proprietà, sulle tegole verdi delle costruzioni principali, sui giardini invernali, sugli alberi secolari, sul laghetto di carpe argentate, sul sentiero di pietra, sul tempio dedicato a Confucio.
Il rumore era assordante, un rombare profondo tipico della stagione estiva delle piogge, non di quell’inverno cupo e isolato alla periferia nord di Yinchuan. Gli dei sembravano arrabbiati, sembrava che in cielo si combattesse una dura battaglia senza esclusione di colpi.
Hǎi yún, serva nella casa del giudice Wang da quando era bambina, osservava il cielo e tremava, ogni tanto squassata dalla tosse. Cercava di soffocare quegli accesi improvvisi, per paura che ne accorgessero, ma ormai stava troppo male, ed era ingenuo pensare che avrebbero pagato un medico per lei. L’avrebbero cacciata, come si caccia un moscerino o una mosca molesta.

La bella stagione degli speranzosi anni ’50 e ’60 fa da sfondo a questo bel libro, cucito su misura dei lettori più esigenti: spalma una storia di passione tecnologica sul pane dei sentimenti puri, della genuinità delle relazioni, della freschezza dell’amicizia imperitura; quei rapporti umani che fanno gridare al miracolo quando producono soluzioni a problemi del futuro. Ma andiamo con ordine e partiamo dal plot. I personaggi principali sono due ventenni, Giorgio e Angela, e le loro vite si incrociano con quelle dei protagonisti della sfida che portò alla realizzazione della prima calcolatrice elettronica italiana a Pisa. La narrazione parte dall’idea iniziale di creare una calcolatrice elettronica, così da arrivare alla effettiva realizzazione della Macchina Ridotta prima e di quella che fu chiamata CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) poi; tutto questo passando per la fondamentale collaborazione dell’Università con la Olivetti, in particolare con il centro in via del Capannone a Barbaricina, dove fu costruito il prototipo “zero” delle macchine ELEA. Il 13 novembre 1961 la CEP fu presentata al Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Si sono gettate in tal modo le basi per il futuro sviluppo dell’informatica in Italia, che ha cambiato radicalmente il nostro modo di scrivere, di comunicare, di lavorare, di stare nel mondo.
Il libro è molto diverso da altre ricostruzioni dell’argomento pubblicate nel passato. Tanto per cominciare, non è un saggio, ma lo si può definire un romanzo storico, perché gli avvenimenti della costruzione della CEP e del primo computer Olivetti a Pisa sono intrecciati con gli eventi della storia della città e dell’Italia di quel periodo.
Nel pieno del fermento avveniristico, la Storia si incontra con la finzione narrativa e nasce la storia di Giorgio e di Angela, lui giovane ingegnere coinvolto nella costruzione della CEP, lei, sua fidanzata, operaia della fabbrica Marzotto e protagonista delle prime lotte delle donne per l’emancipazione. C’è anche una rivale di Angela, Ella, una scienziata americana che Giorgio conosce nel suo viaggio negli USA e che con il suo fascino intellettuale mina le sicurezze di Giorgio sulle sue scelte di cuore. Le due donne, appartenenti a classi sociali e mondi molto diversi, sono entrambe figure intelligenti, tenaci e volitive. In particolare, è molto ben descritta la crescita personale di Angela, che, da ragazza semplice e ingenua, con il passare degli anni e il contatto con gli avvenimenti della fabbrica e le lotte per i diritti delle donne, acquisisce una sempre maggior coscienza del suo ruolo nel mondo.
“Giorgio commentò a modo suo:”E’ vero, senza evoluzione non c’è futuro, di nessun tipo”. Angela era visibilmente allegra: le piacevano quei discorsi solo apparentemente leggeri e senza capo né coda. Provò a dire la sua, mettendoci tutta la serietà di cui era capace, intrecciando quei concetti con la sua vita in fabbrica. “La spinta che dà il cambiamento, anche solo come ipotesi, è essenziale per migliorare la condizione degli uomini e delle donne. Noi operaie, per esempio, se non avessimo in testa obiettivi di miglioramento della nostra condizione, faremmo meglio a rinunciare a lavorare in fabbrica. Se voi ingegneri migliorate le macchine, noi rischiamo meno di farci male e possiamo evitare di fare lavori ripetitivi, noiosi e logoranti. Ma anche se noi operaie, se noi sindacaliste, conquistiamo nuovi diritti con le nostre lotte, non migliora soltanto la nostra condizione di lavoro, ma anche quella delle nostre famiglie, dei nostri figli, delle nostre comunità, delle nostre città””.
A tutto fa da sfondo la città di Pisa con i suoi monumenti, le sue strade, le sue luci cangianti e seducenti. Un libro delizioso, scritto sulla scorta di una templare ispirazione. Perfetto ritratto di quel momento d’oro della nostra storia italiana che dopo il supplizio fascista è stata capace di ricominciare da zero per poi proiettarsi in avanti con fiducia e provvidenza. Finalista al premio Biella Letteratura e Industria 2019.
Maurizio Gazzarri è nato a Volterra nel 1971. Nel 1990 si trasferisce a Pisa dove si laurea in Scienze dell’Informazione. Dal 2008 al 2018 ha svolto il ruolo di capogabinetto del Sindaco di Pisa occupandosi di digitalizzazione dei servizi, comunicazione, partecipazione e coordinamento di progetti innovativi. Nel 2018 è uscito questo romanzo d’esordio, “I ragazzi che scalarono il futuro”(Edizioni ETS), che racconta, mescolando realtà e fantasia, la nascita dell’informatica italiana e la realizzazione dalla CEP e della ELEA, le prime calcolatrici elettroniche italiane.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ Ufficio stampa Edizioni ETS.
Henry David Thoreau ci ha accompagnato nella vita nei boschi con Walden, ma in realtà lo scrittore americano, nel 1862 ha trascritto le riflessioni emerse dalla sua passione del camminare. L’editore Marietti 1820 ha pubblicato “Camminare” di Thoreau. Il saggio è nato dalle solitarie camminate che lo scrittore ha sperimentato nelle incontaminate terre degli Stati Uniti d’America. Camminare per Thoreau non era un agire qualunque. Il camminare per lui era uno stare a contatto diretto con la natura più pura. Era, ed è, lo stabilire con essa un rapporto profondo e fondamentale che permette all’essere umano di cogliere la dimensione più profonda che anima il mondo naturale e ciò che lo compone. Questo camminare per conoscere meglio il sé e il mondo, è visto da Thoreau come un vero e proprio Camminare Errante, che l’individuo compie per evolversi, per comprendere la bellezza della realtà naturale che lo circonda, per maturare e accrescere le proprie competenze e conoscenze, sempre il relazione al creato più puro e libero. Thoreau parla di arricchimento per l’uomo derivante dal muoversi immerso nella natura, però questa natura deve essere naturale, o meglio deve essere allo stato selvaggio, perché, secondo l’autore, le cose sono davvero buone e sane quando sono libere di essere quello che sono e non hanno costrizioni imposte da altri. Secondo Thoreau per capire al meglio la Natura non solo ci si deve immergere e lascia trasportare da essa, quando si trova nel suo stato più selvaggio. Per avere una massima comprensione di essa e dei suoi elementi, si deve camminare dentro ogni suo elemento, lasciandosi completamente trasportare dal linguaggio oscuro di vibrazioni e suoni che la caratterizza. Elementi che compongono una vera e propria grammatica da interpretare. Il camminare è molto utile secondo l’autore, perché porterebbe ogni singolo individuo ad uscire da una condizione di ignoranza (definita conoscenza negativa) per arricchire la conoscenza vera (definita ignoranza positiva). Il saggio “Camminare”, ha sì poche pagine, ma è un concentrato di riflessioni profonde sull’uomo, sul suo agire e sul modo di porsi nei confronti di quello che lo circonda. Non a caso, Thoreau mette in evidenza anche la chiara e nette differenza tra il mondo civilizzato, dove tutto è imbrigliato in regole, usi, dettami che rendono l’ambiente, la natura e l’uomo stesso poco spontanei e il mondo della Natura pura e rigogliosa. Thoreau ci consiglia di camminare, da soli, in un bosco selvaggio, piuttosto che in un giardino ben curato, perché nel primo si respira la massima libertà della Natura, mentre nel secondo, essa è modellata dalla volontà ed esigenze degli uomini. “Camminare” di Thoreau è un invito che l’autore rivolge ai lettori, a tutti noi esseri umani, per sperimentare il camminare non come un fare meccanico, ma come un’arte che permette ad ogni singola persona di indagare il proprio io in rapporto con la Natura Madre pura e selvaggia, riscoprendo la profonda armonia che anima il rapporto secolare tra queste parti. Il testo presenta una nota di Marina Corradi dedicata alla Gramática parda. Traduzione di Alessandro Pugliese.
Henry David Thoreau (1817-1862), scrittore statunitense, è stato tra i grandi protagonisti del “rinascimento americano”. Il suo capolavoro, “Walden ovvero La vita nei boschi”, è una riflessione sul rapporto che gli individui devono ripristinare con l’armonia del mondo naturale per resistere alla spersonalizzazione della società moderna.
Marina Corradi, giornalista e scrittrice, è editorialista e inviata del quotidiano Avvenire.
Source: richiesto dall’autore all’editore. Grazie ad Anna Ardissone.