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:: Figli dello stesso fango. Un romanzo sul disagio giovanile di Daniele Amitrano, (13 Lab Milano 2016) a cura di Viviana Filippini

29 aprile 2019

coverAndrea è un giornalista e vive a Milano. Ha la sua famiglia, un lavoro che gli piace, poi, un giorno, gli arriva una telefonata strana che gli annuncia la morte per overdose di un suo amico d’adolescenza. Andrea, protagonista di Figli dello stesso fango si insospettisce e torna, dopo dieci anni, a casa. Arrivato nella terra di un tempo, a Formia, non solo cercherà di capire come l’amico è morto, ma ci sarà un vero e proprio confronto con quello che è stato il suo – anzi il loro- passato. Nel romanzo di Amitrano, dal presente si fa quindi un balzo nel passato grazie ad un sapiente utilizzo del flashback, che permette ai lettori di comprendere l’adolescenza, un po’ travagliata, di Andrea e dei suoi amici. Non mancano le fughe segrete dalla provincia verso la grande città per divertirsi un po’ e sentirsi grandi. I primi amori e le prime schermaglie amorose, ma anche le scazzottate per salvare l’onore dell’amata e la ricerca dell’eccesso per sentirsi esperti. Il libro di Amitrano è un romanzo di formazione nel quale si pone luce sulle diverse sfaccettature che il disagio giovani può assumere. Dai conflitti tra amici, a quelli generazionali tra genitori e figli, fino alla “caduta” nel tunnel della droga dal quale, come accadrà ad alcuni amici del protagonista, è molto difficile uscire. Tornando al paese d’infanzia Andrea fa un balzo nella sua gioventù passata e questo rivivere la vita di un tempo sarà il giusto elemento che gli permetterà di trovare una soluzione per la morte del caro amico. Pagina dopo pagina, il lettore resta con il fiato sospeso, perché Andrea ci porta a zonzo con i suoi compari, le difficoltà a parlarne e a vivere spensierato quella che è la sua giovane vita. Per lui l’andare via, l’aver abbandonato gli amici, la famiglia e il fratello gli ha permesso sì di trovare una nuova stabilità esistenziale, ma certi spettri del passato sono quelli che gli daranno tormento anche nel presente. Il romanzo è carico si suspense che aumenta pagina dopo pagina, perché con Andrea il lettore si fa un’idea su chi o cosa possa aver fatto fuori l’amico, ma la fine della storia lascia di stucco perché c’è un ribaltamento dei piani e delle situazioni imprevisto e imprevedibile. Amitrano, come indica il titolo completo del libro, crea un romanzo sul disagio giovanile, nel quale però non si narrano solo le difficoltà dei giovani ad avere ben chiare le idee per la vita e per il futuro. È un libro che evidenzia quanti possono essere i pericoli nei quali un ragazzo o una ragazza in fase di crescita potrebbero incappare (droga, violenza, il brando, ignoranza, pregiudizio, malattia mentale, solitudine ed esclusione). In realtà, c’è un altro aspetto interessante che emerge dalle pagine di Figli dello stesso fango. Un romanzo di disagio giovanile, ed è il fatto che spesso ci si fida e affida troppo alla propria mente e alla prima impressione che abbiamo delle persone e delle cose e Amitrano, nel suo romanzo, evidenzia come in molti casi gli individui, le cose e le situazioni che ci compaiono davanti non sempre sono quello che cercano di far credere d’essere.

Daniele Amitrano nasce a Formia (LT) il 14 febbraio 1982. Ha conseguito due lauree: la prima in Scienze Organizzative e Gestionali e la seconda in Scienze Politiche. Ha pubblicato due raccolte di poesie tra il 2005 e il 2007 e ha vinto tre premi letterari nazionali con componimenti singoli. Figli dello stesso fango (13Lab Editore, 2016) è il suo romanzo d’esordio. La bambina che urlava nel silenzio. Un’indagine dell’ispettore Lorenzi è il suo secondo romanzo (13Lab Editore, 2018).

Source inviato dall’editore.

:: Bettina Müller Renzoni (San Gallo 1961- Pisa 2019)

24 aprile 2019

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:: Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

24 aprile 2019

Il silenzio dei satellitiClemens Meyer lo avevamo conosciuto con Eravamo dei grandissimi, il romanzo del 2016 con protagonista la squattrinata combriccola adolescente a Lipsia. Ora il narratore tedesco torna in libreria con un nuovo lavoro letterario che Keller ha pubblicato per noi in Italia. Il silenzio dei satelliti è un raccolta di racconti (12) ambientai in Germania, nei quali la protagonista è una umanità varia, ritratta nelle sue diverse sfaccettature. O meglio, nel libro si trovano nove racconti intervallati da tre momenti (uno-due-tre). Tre sezioni di storie dove l’importanza è quella di mantenere vive le reazioni umane, dove c’è la paura ad accettare e a manifestare i sentimenti che animano il cuore e i desideri umani, uniti al passato che torna per non essere dimenticato. Ogni racconto è poi una storia a sé, dove sono messi in gioco valori esistenziali, ricordi, emozioni, gioie, dolori e paure che rendono le creature letterarie di Meyer tipi narrativi molto simili alle persone reali. Queste diverse tipologie di esseri umani e di storie si muovono in grandi architetture e appartamenti che hanno il ruolo integrante di scenari di ambientazione. Tanti racconti, per tanti individui che danno vita ad un’opera corale della quale Meyer diventa uditore-testimone, che rendiconta a noi lettori queste esistenze frammentate, fatte di sconfitte e di piccole rivincite, diverse e, allo stesso tempo, anche simili alle nostre. C’è allora il poliziotto guardiano che si innamora della ragazzina che vive nel campo profughi. La donna ossessionata dai nocciolini delle ciliegie e la sua amicizia con un’altra anima solitaria come la sua. I due amici che prendono il padre malato di uno di loro e lo portano sulla ruota panoramica. Accanto al trio, il sottoufficiale che torna a casa a trovare la nonna. Con lui, in un’altra storia, il gestore di un chiosco innamorato della fidanzata musulmana del migliore amico e del tutto incapace di accettare tale sentimento. Ci sono fantini che vanno a cavallo e quelli che sognano di gareggiate a St. Moritz e poi arrivano i sopravvissuti ai campi di concentramento, che pensano a quante ne hanno passate e sopportate. La scrittura di Meyer è dinamica, veloce e denota una volontà precisa di mettere in scena alcuni temi attuali come il contrasto fra culture, fra usi e costumi differenti che convivono in uno stesso spazio anche in modo forzato e sulle contrapposizioni generazionali. Non mancano l’amore provato e non ricambiato, la povertà, la sofferenza e la solitudine che annientano alcuni dei protagonisti presenti nella narrazione. Non tutto è perduto, perché poi arriva lei, è non è un persona vera e propria, ma è la Speranza e la ritroviamo in molte delle creature che, nonostante tutte le ammaccature e imprevisti della vita, sono pronte a non mollare mai e a guardare avanti per un domani migliore. Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, edito da Keller, è una sorta di grande condominio nel quale ogni finestrella illuminata è la storia di vita di ognuno dei personaggi in esso presenti. Frammenti di vissuto che ci vengono incontro, che si raccontano per quello che sono e che chiedono di rivivere grazie alla lettura e all’ascolto. Traduzione, sapiente e ben fatta, di Roberta Gado e Riccardo Cravero.

Clemens Meyer è uno scrittore tedesco nato a Halle, in Germania, nel 1977 e residente a Lipsia. Il suo esordio è stato segnato nel 2006 con Eravamo dei grandissimi (Als wir träumten) dal quale, nel 2015, è stato tratto anche il film di Andreas Dresen, presentato alla 65esima Berlinale. In seguito ha pubblicato altri due romanzi e una raccolta di racconti ed è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea tedesca. Tra i premi ricevuti il Premio Salerno Libro d’Europa 2017. Finalista al Premio Gregor Von Rezzori 2017. Longlist Man Booker International Prize 2017. Bremer Literaturpreis 2013. Premio della Leipziger Buchmess 2008 e Clemens – Brentano- Preis der Stadt Heidelberg 2007.

Source: inviato dell’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa e staff Keller.

:: Un’intervista con Giuseppe Culicchia a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2019

Il cuore e la tenebraBenvenuto Giuseppe sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo principalmente del tuo ultimo libro, Il cuore e la tenebra, edito da Mondadori, che ti confesso mi ha notevolmente colpito. Ma lascio a te la parola. Descrivici in breve la trama, e parlaci del momento in cui l’hai ideato, proprio come è nato il processo creativo.

Il cuore e la tenebra è un romanzo che nasce dal mio primo soggiorno berlinese, avvenuto vent’anni fa. Berlino fu per me sconvolgente. Camminavi per strada e vedevi le ferite di tutto il Novecento, i vuoti e le cicatrici che aveva lasciato, e allo stesso tempo percepivi una vitalità incredibile, una capacità di risorgere dalla proprie ceneri davvero non comune. Per tutti questi anni ho desiderato scrivere un romanzo berlinese. E infine ho capito che quella era la città perfetta per una storia che avese a che fare con la colpa e il perdono, con la morte del padre e con il viaggio alla scoperta del suo lato oscuro: Mark Twain diceva che in tutti noi c’è la faccia nascosta della luna, quella che nessuno vede mai. Giulio, il figlio di Federico che va a seppellirlo, parte dall’Italia per Berlino senza sospettare che il suo viaggio lo porterà in quel territorio sconosciuto.

Protagonista del romanzo è un figlio che per la morte del padre si reca a Berlino per provvedere alla sua cremazione. Segue l’ordine delle cose, di solito i padri vanno via prima di figli, e spetta ai figli elaborare il lutto e mantenere viva la loro memoria. Ma Giulio si trova a scoprire del padre cose che mettono in crisi la sua memoria, dell’infanzia soprattutto, il suo attaccamento per questo padre assente ma molto amato. Come hai reso questa discordanza, questa usando un termine musicale dissonanza?

Nel momento in cui Giulio trova ciò che ha lasciato scritto il padre è come se dovesse imparare di nuovo a camminare: si tratta di un mondo nuovo, in cui da principio non sa orientarsi. Più va avanti questo suo viaggio nella memoria e nelle memorie più viene spiazzato da ciò in cui s’imbatte. Disorientato, a tratti deve staccarsi da ciò che ha trovato, si perde per Berlino, si ubriaca. Il peso è troppo grande. Ma infine riesce a farsene carico.

Il padre di Giulio e Pietro (c’è anche un altro fratello), Federico Rallo, era un grande musicista, un’artista ossessionato dalla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler. Questa ossessione lo porta ad essere allontanato, a perdere il suo lavoro e il suo status. Ma proprio un fallimento esistenziale precedente porta quest’uomo ad avvicinarsi all’ideologia nazista, giusto?

Ciò che colpisce Federico dell’hitlerismo è la determinazione a non arrendersi di fronte alla sconfitta ormai certa. Federico è un vinto: ha fallito sia professionalmente sia umanamente. E forse proprio la consapevolezza di questo fallimento lo porta a stare dalla parte dei vinti, o se non altro a solidarizzare con loro, malgrado l’orrore.
Sempre parlando dell’esecuzione di Furtwangler, la fascinazione, l’attrazione per quel mondo, sul punto di crollare (la guerra sembra ormai persa e forse anche i musicisti ne hanno consapevolezza), è molto probabilmente puramente estetica. Ci puoi spiegare meglio questo concetto?
La perfezione assoluta di quella Nona Sinfonia diretta da Furtwängler è figlia del tempo e delle condizioni in cui è stata eseguita. Questa è la molla che fa scattare in Federico l’interesse nei confronti di Hitler. E il dittatore si dimostra capace di sedurre anche post-mortem. Come musicista, Federico ama profondamente la stessa musica amata dal Führer. E come artista rimane affascinato dalla perfezione estetica dei film della Riefenstahl. Ma davanti alle foto di Album Auschwitz resta senza parole.

Fascismo, nazismo, antisemitismo che fino anche solo a pochi anni fa sembravano capitoli chiusi, idee con le quali si era venuti a patti, attualmente si stanno ripresentando anche con grande virulenza. Come te lo spieghi? Covavano come cenere sotto la brace come si suol dire?

Quello che cova sotto la cenere è la crescente consapevolezza delle diseguaglianze che sono frutto del capitalismo liberista e della globalizzazione. In nome del profitto stiamo assistendo alla distruzione della biosfera e in prosepttiva alla trasformazione del nostro Pianeta, destinato a diventare sempre più inabitabile dalla nostra Specie. Non credo a un ritorno delle ideologie che hanno segnato il Novecento: ho semmai la sensazione che sia in corso una trasformazione radicale del nostro essere gettati nel mondo, come diceva Heidegger, complici non solo i mutamenti climatici ma anche quelli antropologici dovuti agli sviluppi nelle nuove tecnologie. Molto presto dovremo fare i conti con le conseguenze del nostro volerci sostituire a Dio, tra intelligenza artificiale, clonazione, riduzione dell’essere umano a monade priva di memoria e di identità, da libero cittadino a schiavo consumatore, una sorta di codice a barre ambulante dominato da algoritmi e narcotizzato da un arsenale in costante evoluzione di armi di distrazione di massa. È questo a occupare i miei pensieri, non i nazisti dell’Illinois.

Scrivendo questo libro non hai avuto paura di essere frainteso? Che qualcuno ti avvicinasse al nazismo? Non hai avuto paura dello stesso effetto su cui Nietzsche mette in guardia?

Il fraintendimento è un problema innanzitutto per chi e di chi fraintende.

Seguendo questo disvelamento il lettore si chiede e adesso? Il figlio casa farà? Giulio spiazza tutti alla fine con il perdono. L’amore verso il padre è superiore al disprezzo, non giustifica, non assolve né il padre, né la storia, ma il sentimento viene prima della ragione. È esatto?

Se il sentimento non venisse prima della ragione ci saremmo già estinti. Credo che esistano forme di amore assoluto in cui cui tutto infine si perdona, perché al giudizio subentra la pietà.

Il tuo libro in sintesi parla di amore, dell’amore che lega un genitore al figlio, e delle sue regole. Citi nel tuo libro figli di nazisti, che a guerra finita, emerse le azioni dei padri hanno continuato ad amarli, non li hanno mai rinnegati. L’amore è quindi superiore del giudizio etico e morale? È al di la del bene e del male?

L’amore, se è vero amore, è sempre al di là del bene e del male.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandoti ancora del tempo che ci hai concesso mi piacerebbe ancora chiederti se stai attualmente scrivendo, e di cosa ti stai occupando.

Sto scrivendo, sì. E si tratta di un libro molto lontano da Il cuore e la tenebra.

:: Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa by Shanmei

22 aprile 2019

12v Nave nel porto

Napoli giovedì 19 luglio 1900 San Vincenzo de Paoli

La luce di quel lontano mattino di mezza estate era accecante, il pulviscolo dorato, il cielo di un vivo blu cobalto, quasi privo di nuvole, e per quanto ci si sforzasse di vedere cattivi presagi, era difficile scorgere in quel giorno nient’altro che eccitazione e aspettativa.
La folla vociante stazionava da giorni tra i moli del porto, era usanza che questo spettacolo di varia umanità si ripetesse alle partenze dei contingenti militari, nessuno si voleva perdere l’attimo della partenza e le notizie che si rincorrevano non facevano ben sperare che sarebbe stata a breve.
Il frastuono era incessante, fischi, grida, richiami, risate, applausi si susseguivano a ondate, specialmente quando qualcuno gettava in pasto alla folla la notizia che il Re era presente con la sua uniforme d’alta ordinanza, la barba bianca e ben curata, e l’aria marziale delle grandi occasioni.
Ma, ahimé, il Re se anche era a Napoli ormai da giorni se ne stava al sicuro, a sorseggiare bevande fresche in compagnia dell’alta nobiltà partenopea al riparo dai raggi del sole. Avrebbe passato in rassegna le truppe solo al momento opportuno poco prima della partenza, avrebbe pronunciato il suo breve discorso, salutato compito, stretto qualche mano, se il protocollo l’avesse concesso, e avrebbe lasciato Napoli in tutta fretta destinato ad altre incombenze forse meno esotiche di quella ma altrettanto importanti.
Almeno questo si mormorava non mettendo in conto l’ostinazione del sovrano che davvero voleva stringere ogni mano, perlomeno quelle degli ufficiali, augurare buon viaggio e felice ritorno.
Anche il Papa, Leone XII, aveva impartito la Sua benedizione alle truppe e all’impresa tramite il Vescovo di Napoli che aveva letto il Suo messaggio caloroso e partecipe giunto come telegramma.
Le operazioni di imbarco ormai erano terminate, i piroscafi Minghetti, Giava e Singapore, messi a disposizione dalla Compagnia di Navigazione Italiana attendevano strapieni ancorati al porto e a dirla tutta nessuno sapeva perché le procedure legate alla partenza non fossero state ancora avviate.
Forse si aspettava un telegramma dal Parlamento, come se fosse stato ancora possibile un cenno che avesse mandato tutto alla malora, rimettendo tutto nelle mani dell’ Onnipotente.
Ma la partenza era imminente, c’era poco da costruire castelli in aria con sogni impossibili di dietrofront.
L’utilità di quel contingente, forse mandato in soccorso in ritardo, quando ormai le notizie che si susseguivano facevano ben sperare che al loro arrivo in Cina tutto sarebbe stato concluso, era dubbia, ma non si poteva restare indietro, si doveva partecipare, sia come dovere morale, c’erano delle vite in gioco da difendere, che per non sfigurare.
C’erano stati degli oppositori, questo sì, contrari a quella partenza, e avevano fatto sentire la loro voce anche in maniera alquanto vivace: uno spreco di denaro pubblico, uno spreco di vite e competenze. Ma le voci discordanti erano state rapidamente messe in minoranza, e ora la Cina rappresentava un’ occasione di riscatto, dopo Adua, luminosa e vicina da catturare con una mano.
Il tenente Luigi Bianchi osservò la folla che premeva verso la banchina e si sentì stranamente a disagio. Il caldo non era ancora soffocante, certo non come quello che avrebbero incontrato durante la traversata e a questo proposito si faceva poche illusioni. Come tutti i veterani dell’Africa aveva un’idea precisa di cosa significasse sentirsi soffocare dall’afa, sentire l’aria bruciare nei polmoni come oro fuso, e implorare un refolo di vento che non c’è.
Certo l’Africa non era la Cina, c’era tutt’altro clima, seppure quei dementi dei piani alti dell’approvvigionamento li avevano equipaggiati come se non lo sapessero: uniformi leggere, caschi di sughero, stivali di cartone. Avevano derrate da smerciare, e quindi avevano trovato vantaggioso stiparle alla bell’e meglio nelle loro stive. Tanto mica potevano protestare. Erano soldati, dovevano solo ubbidire, combattere e morire.
Cercò di mandare via quei cattivi pensieri ma i volti puliti e eccitati dei novellini che per la prima volta lasciavano l’Italia non gli permetteva di fare diversamente.
Anche se bisognava ammettere molti erano come lui, scelti perché si erano distinti in Africa, o perlomeno erano sopravvissuti. Vecchi amici, alcune vere carogne, ma per lo più buoni soldati, che si astenevano dagli eccessi, rispettavano donne e bambini, soccorrevano quando era il caso i compagni feriti anche a rischio della propria vita. Vecchie pellacce, certo, chi poteva negarlo, ma buoni compagni quando il nemico ti accerchiava.
Quel viaggio li avrebbe cambiati. Ne avrebbe indurito i tratti, smussato il carattere, incupito lo sguardo. Alcuni non sarebbero tornati se non come una medaglia al valore. Ogni buon soldato mette sempre in conto questo prima di una partenza, ma il segreto è non lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dall’ umor nero, dalle paturnie. O è finita, tanto vale spararsi una pallottola in testa.
“E così i quattro cenciosi italiani sono pronti a partire” disse lapidario il sergente Vincenzo Bertelli, marchigiano, socialista non dell’ultima ora e tiratore scelto infallibile, anche dalle lunghe distanze.
“Ci mancava solo lei a sottolineare la sacralità del momento” rispose il tenente Bianchi a cui si era rivolto quasi bisbigliando.
“Non dico mica fanfaluche, guardi si vedono i rattoppi e i rammendi delle uniformi, le misure sbagliate, e guardi gli stivali, alla prima pioggia saranno tutti scalzi. E intanto si ride, si brinda, si folleggia. Patetico”.
“Potrebbe essere accusato di demoralizzare le truppe se non la conoscessi” disse Bianchi lisciandosi i guanti e guardandosi intorno.
“Mica sono tutti come lei tenente. Con la sua bella divisa impeccabile, sempre pulita e stirata, i suoi stivali lucidi e di vera pelle e vero cuoio…” Bianchi lo fermò infastidito.
“Adesso aduliamo i superiori?”.
“Ma ci mancherebbe, lei mi conosce, dico solo quello che vedo, dico solo la verità. Ma ce ne accorgeremo quando, e soprattutto se, arriveremo in Cina” disse sibillino con uno strano scintillio negli occhi marroni.
“Cosa vuole dire Bertelli?”
“Ma niente, niente, fanfaluche da vecchio socialista”.
“Mi avete incuriosito, non lasciate il discorso a metà”.
“Dico solo che quando arriveremo in Cina e troveremo tutte le altre truppe bardate di tutto punto, ci faremo la solita figura da pezzenti. Ecco cosa voglio dire, signor tenente. E non mi contraddica, sa che ho ragione”.
“No, no non la contraddico, ma la invito a usare prudenza. Rischia grosso a fare discorsi così disfattisti. Qualche giorno di guardina è il meno. Potrebbero bloccarle le promozioni, danneggiarle veramente la reputazione. Con me non rischia, lo sa bene, ma ci sono molti codardi che fanno la spia”.
“Ma che vuole, sergente sono, e sergente resterò. Che vuole che me ne importi. Ho scelto di partire per la Cina per lasciare l’Italia. Non credo che ci tornerò, perlomeno volontariamente. Mia moglie Maria è morta di difterite, non ho figli, né fratelli. Sono solo al mondo. Mi troverò una bella cinesina e metterò famiglia là” disse e terminò con una gran risata.
Di colpo il gran vociare cessò e tutte le teste si volsero nella stessa direzione. Su una lancia stava arrivando il Re. Con la sua scorta salì a bordo del Giava e tenendo a debita distanza la truppa iniziò a stringere le mani degli ufficiali. Furono intanto diffusi dei ciclostilati con il discorso del Re alle truppe. Alcuni soldati lo gettarono sprezzantemente in acqua.
Luigi Bianchi lo lesse e lo ripiegò mettendolo in una tasca.
Quando fu il momento strinse la mano del Re. Era fresca e asciutta, e profumava di violetta. Chissà perché, anche tantissimi anni dopo avrebbe associato a quel momento quell’odore, non prettamente maschile.
Il Re scambiò con lui qualche parola, gli chiese cortesemente come stava, se aveva famiglia, e lo affidò a Dio Onnipotente, ultimo rifugio di tutti noi nell’ora del bisogno.
Luigi Bianchi ringraziò e si allontanò educatamente. Aveva alcune lettere da scrivere e voleva scattare qualche foto con la sua Goertz, prima che fosse stato impossibile.
Scese dalla nave e cercò un osteria del porto. Ordinò un fiasco di vino novello, una pastasciutta al pomodoro, e agnello con patate e iniziò a scrivere ai suoi genitori, a suo fratello Michele, ad alcune cugine.
Imbucò le lettere e iniziò a scattare le foto, prima di tornare a bordo in cerca della sua cabina. In realtà le cabine degli ufficiali non erano ancora state distribuite, ma tutti avevano la strana tendenza ad accontentarlo, così aveva scelto la sua prima degli altri.
Controllò che la sua attrezzatura per fare foto fosse in buono stato, la teneva accanto alla branda, e ringraziò il cielo che non avessero rotto le lastre.
Tornò sul ponte e si avvicinò al parapetto. Stavano caricando a bordo i cavalli e gli asini. Sarebbe stato un viaggio parecchio affollato, per non contare la puzza e gli afrori vari. Tenere pulita una nave bestiame non era uno scherzo, ma sembrava che nessuno lo tenesse in conto, data l’euforia generale.
La sua era la nave con meno cristiani a bordo, ma quegli ospiti a quattro zampe avrebbero portato malattie e sporcizia. Controllò che il suo cavallo stesse bene, e diede una mancia al soldato con mansioni da stalliere, che fece un po’ fatica ad accettarla dal tenente Bianchi, data la sua fama di buon cuore e generosità.
Saba era spaventata, tutta quella confusione la rendeva nervosa. Era una cavalla di tre anni, color grigio fumo. Una brava bestia, paziente e molto intelligente. Gli accarezzò il muso e gli parlò sotto voce per calmarla. Al suono della sua voce l’animale smise di nitrire e di calciare con le zampe posteriori. Si lasciò docilmente legare e i suoi occhi dolci e liquidi sembravano umani tanto erano vividi.
“Brava Saba” disse e le diede una zolletta di zucchero di cui era ghiotta. Almeno avrebbero viaggiato insieme, e tra le tante contrarietà di questo era felice.

Disponibile su Amazon in digitale su Unlimited o al costo di 4,99 Euro, e in cartaceo a quello di 9,99 Euro.

Buona Pasqua ai lettori (di) Liberi

20 aprile 2019

Buona Pasqua

Cari lettori,

che dire la Primavera è tornata anche quest’anno, nonostante tutto, la bellezza del creato è di nuovo piena di splendore e luce, e questo ci incoraggia. Ognununo sta facendo il suo, con impegno e coraggio. Sì, dobbiamo ripensare il nostro nuovo mondo, un mondo più solidale, più umano, più felice. Lo dobbiamo alle tante vittime, ormai 100.000 nel mondo. Io ringrazio del dono della vita, e sono certa che lo fate anche voi. Se siamo ancora qui c’è un motivo, la nostra vita ha un senso.

Vi auguro questa Pasqua di capire il senso vero della vostra vita, vi aiuterà nei prossimi mesi che non nego saranno difficili, ma noi che amiamo i libri siamo gente tosta. Non ci arrendiamo. Continuiamo a ordinare i libri alle librerie facendoceli consegnare a casa se proprio non possiamo leggerli in digitale (modalità che consiglio).

Cerchiamo di ridurre il più possibile i rischi. e sprattutto lasciamo che la bellezza entri nelle nostre vite, che sia ascoltare Tchaikovsky o Chopin, guardare un bel film o un documentario, rileggere un classico. Mettiamo a frutto questo tempo.

Buona Pasqua di rinascita a tutti da Liberi di scrivere!

:: Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore 2019) a cura di Nicola Vacca

19 aprile 2019

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Attendevo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, il primo libro di sideKar, una nuova collana di narrativa pubblicata da Arkadia editore.
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questi racconti, che in un certo senso formano un romanzo, mi sono venute in mente alcune parole di Cioran in merito ai libri che devono frugare nelle ferite e che devono allargarle fino a diventare essi stessi un pericolo.
La scrittura di Alessandro Zannoni è arrivata come un colpo d’ascia che mi ha spaccato virtualmente il cranio.
Non abbandonando mai la letteratura, l’autore compie un indagine intorno al male, osando sempre chiamarlo per nome con tutto il suo sangue che ogni giorno versa nelle nostre esistenze.
Ogni racconto ha per titolo il nome del protagonista e inizia con un delitto efferato che egli commette in seno alla propria famiglia.
L’autore usa una tecnica di montaggio a ritroso e una scrittura crudele, asciutta e essenziale, che arriva diretta come una pugnalata che squarcia la carne, per ricostruire le cause che hanno portato il protagonista a compiere il gesto insano e omicida.
Le storie crudeli di Alessandro Zannoni si consumano tutte in famiglia e nei suoi racconti estremi troviamo rappresentato tutto il male che oggi la cronaca ci sbatte davanti agli occhi con tutto il suo carico di ferocia.
Mariti che picchiano e uccidono le mogli, donne che la fanno finita insieme ai loro figli perché non reggono più la violenza familiare, figli che massacrano i genitori perché hanno completamente perso la ragione, padri che sterminano l’intera famiglia.
Zannoni in questi racconti brevi, senza nessun filtro e a colpi di machete, ci rappresenta il nostro mondo familiare massacrato dalla violenza degli esseri umani.
Noi lettori lo percepiamo come un pugno allo stomaco perché la scrittura del suo autore si avvale del sanguinamento. Zannoni scrive per svegliare e quindi è consapevole che c’è un solo modo per raccontare il male che siamo capaci di fare.
Guardarlo in faccia e descriverlo con la stessa crudeltà con cui lui arma la nostra follia.
Lucio, il protagonista dell’ultimo Stato di famiglia, colpisce a morte Silvia, sua moglie. Lei, inciampando si rivolge al marito e chiede perché. Lui si spaventa e la colpisce ciecamente fino a che non smettere di dire perché.
Questo è uno dei brani del libro che più mi è rimasto impresso.
Alessandro Zannoni vuole dirci che al male che coviamo dentro non c’è un perché. Siamo maledettamente sedotti dal suo fascino sinistro e abbagliati dalla sua luce perversa non siamo mai lucidi da considerare i suoi effetti collaterali devastanti.
Stato di famiglia è un libro riuscito perché la scrittura nera e appuntita di Alessandro Zannoni si conficca come un chiodo nella nostra carne viva di uomini che (anche in chiusura il pensiero va a Cioran) sappiamo essere solo il cancro della terra.

Alessandro Zannoni scrive romanzi per adulti e per ragazzi, pubblica racconti su antologie e riviste di settore. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino” disegnato da Lorenzo Palloni. Nel 2002 ha dato vita al FestivalNoir di Lerici, che si è trasformato negli incontri letterari “Leggere fa male”. Nel 2018 ha organizzato “Mi piace corto”, primo festival Italiano dedicato al racconto. Dal 2017 scrive per il cinema. Conduce “Senzafiltro” un programma in diretta radioweb su www.radiorogna.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Tania Murenu dell’Ufficio Stampa Arkadia Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) ne parliamo con l’autrice Michela Tilli a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2019

Fantalà 1. Due strane creatureFantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.

Ben trovata Michela, come è nata l’idea della saga di Fantalà 1. Due strane creature?

C’è un’immagine che ricorre nelle mie fantasie fin dall’infanzia. È quella di un’ombra che vive sotto il letto di un bambino: è il suo amico immaginario ma è anche, nello stesso tempo, l’Uomo nero, la rappresentazione del male. Proveniva, se non ricordo male, da un episodio di una serie televisiva che mi aveva colpito molto, Ai confini della realtà. I miei romanzi nascono sempre da una piccola idea, a volte un’immagine come questa, che poi prende un’altra strada. In questo caso, quando ho deciso di scrivere la mia prima storia per ragazzi, sapevo che avrei raccontato della difficoltà di distinguere il bene dal male. E quale tema migliore e più attuale del bullismo per parlare dell’incerto confine tra bene e male? Gli adulti che dovrebbero educare i bambini spesso fanno confusione tra la capacità di reagire e l’uso stesso della violenza. E anche i diretti interessati, bulli, vittime, gregari e testimoni non hanno ben chiaro cosa sia bene e cosa male. E così l’ombra nera della mia infanzia è diventata un omino simpatico e colorato, anzi due, che appaiono a Simone nel momento di massima confusione.

Simone è vittima di brutti scherzi di alcuni compagni di classe e ha un nemico: il capobanda Emiliano, bulletto di turno figlio del capo del padre. Quanto questa situazione grava sul protagonista?

Simone vive questa situazione con grande sofferenza. Non ha voglia di andare a scuola e i genitori pensano che sia pigro. Sperimenta i primi insuccessi scolastici e vede la delusione sul viso degli adulti che gli stanno intorno, genitori e insegnanti. La verità è che ha paura ed è stanco di dover combattere ogni giorno per la propria tranquillità.

Grimm e Ben, due simpatiche creature o le parte ribelle e buona che vivono in Simone?

Ben e Grimm sono due creature concrete, che irrompono nel mondo di Simone portando un simpatico scompiglio e una serie di soluzioni ma anche di problemi ulteriori. Naturalmente nascono dal suo cuore e rappresentano la parte buona e la parte ribelle, ma il compito della fantasia è dare corpo e voce alle idee per vedere dove ci portano. Quando Ben e Grimm rotolano fuori da Fantalà per aiutare il loro protetto, nessuno potrà più fermarli, né controllarli. Ribellarsi a volte è un bene ed essere sempre buoni in certe occasioni bene non ci fa. Come tutti i personaggi, Ben e Grimm hanno cominciato presto a reclamare la propria indipendenza.

Il protagonista sarà coinvolto in diverse avventure e disavventure, e non sempre verrà creduto dagli adulti (maestre e genitori). Perché ci sono queste incomprensioni?

Purtroppo, nonostante tutte le conoscenze che noi adulti abbiamo in campo educativo, spesso svalutiamo il disagio dei ragazzi e scambiamo per pigrizia e inettitudine il dolore che i bambini non riescono a esprimere in altro modo. E una volta che iniziano le incomprensioni, una tira l’altra, fino a creare uno stato di incomunicabilità. I ragazzi possono mentire per coprire un fatto di scarsa importanza, solo per evitare la solita ramanzina o per non vedere la solita espressione sul volto dell’adulto che amano. Poi la menzogna si fa più grande per coprire la precedente, e così via. Oppure raccontano la verità, magari con il loro speciale punto di vista, ma gli adulti non ascoltano.

Questo primo romanzo può essere visto come l’inizio di un cammino di crescita e maturazione per Simone?

Sì, l’idea di continuare la serie con altri due volumi nasce proprio da lì. Volevamo, insieme con l’editore, raccontare un percorso di crescita. Simone cambia molto tra l’inizio e la fine di questo romanzo, ma continuerà a cambiare anche dopo nel secondo e terzo volume. A una velocità che ben conosce chi osserva i bambini da vicino.

Fantalà tratta il tema del bullismo con l’aggiunta della componente fantastica, come è stato mescolare questi due elementi?

Anche quando mi occupo di temi molto concreti e reali, sia in Fantalà sia nei romanzi per i lettori adulti, non posso fare a meno della componente fantastica. È per me proprio connaturata alla scrittura. Di solito si tratta semplicemente del rapporto tra realtà esterna e realtà mentale dei personaggi. Mentre qui, parlando di ragazzi e ai ragazzi, ha assunto un’importanza ancora più spiccata, forse a causa dei riferimenti alle mie letture infantili. Avevo, credo, sette anni quando in Italia uscì uno dei libri che ho amato di più in assoluto, La soria infinita di Ende, il primo libro che poi ho letto a entrambi i miei figli.

Per chi è vittima o testimone di atti di bullismo quanto è importante raccontare il proprio stato di disagio interiore?

Parlarne è il primo passo per tutti, l’unico veramente importante. Gli atti di bullismo sono molto frequenti e avvengono a ogni livello, anche tra adulti, sebbene li chiamiamo con nomi diversi. A volte sono atti gravissimi, a volte sono piccole estenuanti molestie, come prese in giro e dispetti ripetuti, che debilitano l’autostima di chi le subisce. Non se ne parla per vergogna o per paura. I testimoni, a volte, per quieto vivere. Ed è lì, nell’omertà, che si annida il vero pericolo: che è il pericolo della ripetizione più che dell’atto violento in sé. La ripetizione diventa ansia e ricatto. Le persone si spezzano e non riescono più a reagire.

Ha già elaborato gli altri libri della saga?

Sì. Il secondo volume è terminato e il terzo è a buon punto. Questa volte mi dispiace quasi finire di scrivere, cosa che invece di solito è un sollievo. Perché il romanzo richiede una grande fatica, ma Simone, Ben e Grimm mi hanno riservato grandi sorprese. Quando si lascia campo libero alla fantasia, si scoprono meraviglie che non pensavamo potessero prendere vita.

:: Vagoni gialli di Orazio Turrisi

19 aprile 2019

immagine treno

Quando papà torna a casa, di rientro dai campi, sono le quattro del pomeriggio e il treno dai vagoni gialli fischia forte, fermandosi nella stazione di sotto lungo la vallata.
Quando papà torna a casa, entra in cortile con l’apecar, scende dal mezzo e scalcia contro un gradino per levarsi la terra da sotto gli scarponi.
Quando papà torna a casa, e fa le scale per raggiungere la porta d’ingresso, corro verso la mia camera, mi ci chiudo dentro e faccio finta di fare i compiti.
Quando papà torna a casa, entra con in braccio il fagotto dei suoi vestiti sporchi, sbatte la porta dietro di lui, e quel tonfo acuto mi scuote forte la pancia.
Quando papà torna a casa, aspetto che passi davanti alla mia porta chiusa, mi tappo le orecchie con entrambe le mani e tengo gli occhi premuti, sperando che non apra.
Quando papà torna a casa, dopo qualche minuto devo andare in cucina a salutarlo, dandogli un bacio sulla guancia perché la mamma dice che si fa così.
Quando papà torna a casa è sempre nervoso e se la prende prima con la mamma e poi con me; l’odore del suo sudore si confonde con il profumo aspro dei limoni.
Quando papà torna a casa e si arrabbia con me senza motivo, vorrei spaccargli la faccia con la pompa della mia bicicletta così da farlo smettere di abbaiare.
Quando papà torna a casa mi sento uno scemo, e vado alla finestra della mia camera, spalanco le ante, mi metto con i gomiti sul davanzale e appoggio il viso sulle mani.
Guardo le nuvole volare sopra di me e il treno delle quattro e cinque ripartire, attraversare gli spazi vuoti fra una pianta di ulivo e l’altra, smuovere le foglie scosse dal suo passaggio; e penso che un giorno, quando sarò grande e il mio salvadanaio sarà
pieno di monetine, comprerò il biglietto per salire su uno di quei vagoni gialli, senza più tornare a casa.

Orazio Turrisi è nato a Giarre, in provincia di Catania, ha 39 anni ed è laureato in Ingegneria Elettrica. Scrive racconti da sempre e da un anno sta perfezionando la sua formazione alla scuola di scrittura di Raul Montanari. Vive a Milano, dove lavora come project manager in una società di gestione della rete gas. Da sempre appassionato di letture, gli scrittori a cui si ispira sono i classici della letteratura italiana e siciliana in particolare come Sciascia, Bufalino e Sapienza.

:: Un’intervista con Bianca Garavelli a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2019

BiancaBenvenuta Bianca, scrittrice, critica letteraria, firma per “Avvenire”, dantista, ti occupi di molti campi e quest’anno sei stata membro della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario “La Provincia in Giallo”. Ce ne vuoi parlare? Come sei stata coinvolta nel progetto?

Grazie Giulietta, è un piacere conoscerti. In realtà, sono la co-fondatrice del Premio “La Provincia in Giallo”, che è nato da una chiacchierata tra me, che ho a lungo studiato il fenomeno del giallo italiano per la mia tesi di dottorato, e Raffaella Spini, presidente nel 2012 del Rotary Club Cairoli. Questo Club, che agisce in Lomellina, quindi in provincia, considera importante anche l’aspetto culturale dei servizi che può rendere alla società: servire per migliorare il mondo, a partire dal proprio territorio, è l’obiettivo generale del Rotary. Ogni anno il Club dona i libri che hanno partecipato al Premio a una biblioteca del territorio.
Nei miei studi sui giallisti italiani dal 1980 ai giorni nostri, ho notato emergere un interesse ricorrente di alcuni scrittori verso i piccoli centri, una sorta di legame fondato sulla condivisione delle tradizioni, che somiglia al regionalismo proprio del Neorealismo. Quindi è nata l’idea di valorizzare questo tipo di romanzi e racconti, e io stessa ho aggregato una giuria, che si è modificata nel corso degli anni. I primi giurati oltre a Mino Milani e me sono stati Giuseppe Lippi e Margherita Oggero. Come Milani, Giuseppe Lippi è sempre rimasto, ma purtroppo lo scorso dicembre si è spento, prematuramente.

Un premio molto particolare, in cui concorrono opere ambientate in provincia di genere giallo. Il noir, specialmente americano, nasce nelle metropoli, nelle grandi città della costa atlantica e pacifica. Solo successivamente la periferia ha acquistato interesse, la provincia, la campagna, i borghi montani. Cosa pensi abbia contribuito a questo cambiamento?  

Credo che sia dovuto a un bisogno di raccontare un’Italia meno vistosa di quella metropolitana, ma non meno importante, anzi forse più decisiva per i cambiamenti, per i fenomeni sociali in corso. È come se la provincia volesse fare sentire la sua voce, fosse stanca di essere sottovalutata. La provincia è la cartina tornasole di mutamenti che coinvolgono l’intera società, nonostante rimanga costante il suo legame con la tradizione. Il genere giallo permette di entrare in profondità nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti sempre più sorprendenti. Per esempio, c’è anche un filone che collega la provincia con il soprannaturale, con misteri che sfidano la nostra razionalità, come nei romanzi di Eraldo Baldini e Giorgio Todde.

Il giallo ormai è un genere che ha acquistato una sua precisa nobiltà artistica, anche agli occhi della critica più impegnata e preparata che una volta la considerava letteratura esclusivamente di intrattenimento ma priva di un vero valore letterario. Hai notato anche tu questo cambiamento?  

Sì, e soprattutto ho notato una svolta importante nel 1980, con la pubblicazione di un giallo storico di successo planetario, scritto da uno studioso che godeva di una grande stima: Il nome della rosa di Umberto Eco. Questo romanzo ha spianato la strada a molti altri che, anche se non hanno raggiunto gli stessi risultati, hanno confermato e poi consolidato un interesse crescente. Gli scrittori stessi si sono accorti di questo cambiamento, e si sono aggregati in “movimenti”, in gruppi, nati proprio tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, come il “Gruppo 13” a Bologna e la “Scuola dei duri” a Milano, di cui ha fatto parte lo stesso vincitore di quest’anno, Raul Montanari. Il fenomeno giallo-noir è oggetto di studio anche da parte di accademici illustri, che ampliano il loro raggio d’azione, come testimonia il convegno ricorrente dell’Università La Sapienza, “Roma Noir”, curato dall’italianista Elisabetta Mondello.

Ha vinto Raul Montanari con “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, romanzo sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Cosa vi ha colpito di più del suo libro? È stato difficile arrivare a un verdetto finale?

È stato di una difficoltà crescente arrivare alla selezione dei semifinalisti, poi dei tre finalisti e fra questi del vincitore, anche perché quest’anno il Premio ha avuto una partecipazione da record, con sessantanove libri. Credo che la giuria abbia lavorato con onestà e impegno, tenendo conto delle qualità di tutti gli autori. I tre finalisti raccontano delle province molto diverse fra loro, confermando l’idea che il giallo stia mettendo in luce aspetti nascosti dell’Italia di oggi. Fulvio Ervas ci rivela i segreti del Nord-Est, Mariolina Venezia di una Matera sempre meno provincia e più centro di cultura internazionale; entrambi ce ne svelano i lati corrotti, insieme ad altri ancora molto vicini alla tradizione.
Il romanzo di Montanari colpisce per l’originalità della struttura, per la capacità di trasferire in una sorta di provincia quasi astratta, un ambiente in apparenza isolato circondato da montagne imponenti, una trama da noir metropolitano. C’è una doppia sfida in atto nel romanzo: fra adulti e adolescenti, e fra due tipi di “male” incarnati rispettivamente da un ragazzo, come tutti i suoi coetanei navigato in ambito di social network, e da un adulto provato da molte esperienze militari. L’autore ha la capacità non comune di spingere fino all’estremo i suoi personaggi, di mostrarne gli aspetti che li uniscono, anche se sono avversari, creando interazioni da tragedia, e, usando l’attualità per mostrarci lati sconvolgenti della realtà sociale, come il cyberbullismo, che trasforma in incubo persecutorio le potenzialità aggregative dei social.

Ringraziandoti per la disponibilità un’ ultima domanda dedicata a te e al tuo lavoro di scrittrice. Che progetti stai portando avanti? Stai scrivendo attualmente?

Ho in cantiere un progetto dantesco, che si ricollega in parte al mio romanzo del 2015, Le terzine perdute di Dante, uscito da Rizzoli Best BUR. È un omaggio al grande maestro di cui si celebra un importante anniversario nel 2021: i settecento anni dalla morte.

:: Un’intervista con Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2019

La vita finoraBenvenuto Raul. Hai appena vinto l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” con il romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, libro sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Un male sommerso ma che crea tanto disagio e vera disperazione. Ce ne vuoi parlare?

In estrema sintesi, anche se il discorso sarebbe complesso: attraverso il drammatico crescendo di disavventure di un professore che va a insegnare in un paese sperduto in cima a una valle, ho cercato di raccontare i due cambiamenti epocali che stiamo vivendo.
Anzitutto si è rotta l’alleanza fra gli adulti, quel meccanismo per il quale, fino alla generazione scorsa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava nell’adulto a scuola (l’insegnante), mentre ora vede spesso nell’insegnante un nemico ostile a suo figlio.
In secondo luogo, questa è la prima volta, nella storia del mondo così come lo conosciamo, che la generazione adulta si trova in svantaggio rispetto alla generazione nuova. Un ragazzino di 12 o 13 anni usa il computer, i social, le nuove tecnologie con più prontezza e competenza di suo padre e dei suoi insegnanti; l’esperienza, che è sempre stata l’arma vincente a vantaggio della vecchia generazione, non conta nulla nel mondo digitale.
Il risultato è che il virtuale non è più separato dal mondo reale, dal mondo “vero” come abbiamo sempre detto ai ragazzi: è diventato così importante che è ora di dire che IL VIRTUALE È REALE. Dobbiamo dirlo proprio perché il virtuale non sembri una specie di Paese della Cuccagna in cui si può fare di tutto, adottare per esempio comportamenti aggressivi e persecutori, con la scusa che sono cose meno gravi rispetto a quanto sarebbero nel mondo reale.
Una persona presa di mira nel mondo virtuale soffre realmente, non virtualmente; ciò che facciamo nel mondo virtuale ha sempre una ricaduta nel mondo reale.

I libri in concorso avevano la peculiarità di essere ambientati in provincia e di essere di genere giallo, nella più ampia accezione del termine. Pensi che questo tipo di ambientazione sia parte di un processo di crescita e cambiamento anche sociologico? Non più il centro, la metropoli, ma la periferia come luogo in cui accadono le cose, penso al country noir di scuola americana.

In realtà credo piuttosto che sia il contrario: la dimensione metropolitana sta divorando quella della provincia, dello smalltown, e te lo posso dimostrare (ma non ce n’è bisogno) con un esempio divertente. La vita finora si svolge come abbiamo detto in un paesino, quindi in provincia; eppure in molte recensioni hanno scritto che si svolge “in periferia”, come se tutto il mondo ruotasse comunque intorno alla città e un paese a cento chilometri da Milano fosse in ogni caso “periferia” di Milano!
Quindi credo che il senso del premio sia piuttosto di tipo conservativo: cercare nella produzione letteraria uno sguardo ancora attento a un mondo svalutato, sottostimato.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos). Cosa pensi i giurati abbiano visto nel tuo libro, tanto da proporlo per la vincita?

Penso semplicemente che abbiano trovato nel mio libro una storia incisiva scritta con uno stile consapevole.
Ti confesso che non do un’eccessiva importanza al fatto di aver vinto, mi importa di più essere entrato in finale. Nel breve ringraziamento alla fine della cerimonia ho detto che consideravo il mio libro a pari merito con quelli di Fulvio e Mariolina, che stimo moltissimo.
Considerando la complessità del giudizio letterario, è già difficile dire: questi tre libri sono i migliori dei quasi settanta candidati al premio; figuriamoci la difficoltà di dover dire: e fra questi tre il migliore dei migliori è La vita finora. Abbiamo vinto tutti e tre, e basta.

La giuria, presieduta da Mino Milani, giornalista, romanziere, sia per ragazzi che per adulti, storico, fumettista, era composta da Bianca Garavelli, dantista, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi. Una giuria di qualità si potrebbe dire, non strettamente legata al giallo e al noir. Pensi che questo genere una volta considerato di meno valore della narrativa cosiddetta letteraria, abbia acquistato oggi nuova importanza e anche interesse tra i critici più colti?

Nella tua domanda è implicita tutta la mia storia.
Ho cominciato a scrivere negli anni ’80 cercando di usare certi schemi della narrativa di tensione non per divertire il lettore ma per provare a dirgli cose importanti in un modo non noioso. Avevo imparato dai miei idoli e dai miei maestri: Poe, Stevenson, Kafka, Borges, Dürrenmatt, ma anche Aldo Busi, Giovanni Testori e Giuseppe Pontiggia, che mi hanno aiutato agli inizi della mia carriera.
Quindi sì, io credo che si possa dire  in tono un po’ sprezzante: “Questo è un giallo” soltanto di un libro che non è nient’altro che un giallo, un prodotto di intrattenimento; ma che le strutture e le sottigliezze del genere possano tranquillamente ritrovarsi in testi di livello letterario.
Spesso poi il confine fra narrativa d’evasione e narrativa letteraria è impossibile da fissare. Graham Greene distingueva, nella sua produzione, fra i libri impegnati e quelli che chiamava “divertimenti”, che erano perlopiù storie di spionaggio (o noir come Una pistola in vendita). Il fatto è che questi “divertimenti” erano scritti meravigliosamente, tali e quali ai suoi libri “impegnati”!

Grazie Raul, e ancora complimenti per la vittoria; come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando attualmente.

All’ennesima revisione delle bozze del mio secondo romanzo, La perfezione. Scritto nel 1991 e uscito in prima edizione nel 1994 con Feltrinelli, oggi che come libri pubblicati sono a quota ventuno lui è arrivato alla quarta edizione (con quattro copertine diverse: un record!) e uscirà con Baldini+Castoldi, che ne ha rilevato i diritti.
È appunto uno dei titoli storici del nuovo noir italiano che andò all’assalto delle grandi case editrici all’inizio degli anni ’90, come ha ricordato affettuosamente Andrea Pinketts nell’ultima intervista rilasciata prima di morire, pochi mesi fa.

:: Il buio a luci accese di David Hayden (Safarà 2019) a cura di Fabio Orrico

18 aprile 2019

Il buio a luci acceseIl buio a luci accese è il libro d’esordio dell’irlandese David Hayden. Ora, grazie all’editore Safarà al quale dobbiamo proposte e recuperi non meno eccentrici (dal classico contemporaneo Alasdair Gray all’americana Helen Phillips), il libro è disponibile anche per noi lettori dello stivale.
Il buio a luci accese è composto da venti racconti per i quali è forse banale ma comunque appropriato spendere la definizione di surreali. La surrealtà di Hayden però non passa attraverso il linguaggio che è preciso fino a sembrare meticoloso, trasparente e intensamente comunicativo. Le descrizioni di Hayden, che si tratti di un paesaggio o di una casa, si conformano a un dettato rigoroso, secondo il quale una parola di troppo spezzerebbe l’eleganza dell’insieme. Ma, naturalmente, quello che succede, il plot se così vogliamo chiamarlo, ammesso che in un libro come questo abbia senso rifarsi al concetto di plot per come viene comunemente inteso, si muove in tutt’altra direzione. A cominciare dal quasi buzzatiano racconto di apertura Sortita che narra gli ultimi istanti di vita di un suicida o meglio ancora di qualcuno che si è gettato da un palazzo perché in effetti, fedele al rigore di cui si diceva, Hayden non perde tempo a spiegare i motivi del gesto. Nel tempo contratto di una caduta si dispiega la possibilità di una vita intera con tanto di decisioni prese troppo in fretta, indecisioni, incertezze e brutte figure. Il mistero è una delle voci, forse la più cospicua, cui rimandano questi testi. Non per forza di cose sappiamo immediatamente chi parla, chi agisce, le sue motivazioni o semplicemente il suo genere sessuale, le informazioni vengono abilmente dosate dall’autore forse anche con una punta di sadismo. La fabula prende forma senza fretta (per quanto la foliazione dei singoli racconti raramente superi le quindici pagine) e ci pone quasi subito in situazioni da incubo, trattate col massimo grado di disinvoltura. Prendiamo ad esempio il bellissimo I resti del mondo che fu, dal taglio postapocalittico, storia che letteralmente si svolge dentro la testa di un uomo. Hayden ha ben chiaro quanto siano sterminate le possibilità della letteratura, il suo grado estremo e incontrollato di sperimentazione e ne approfitta da par suo. O ancora Una mela in biblioteca dove la betise della condizione umana è ritratta con tale impietosa lungimiranza da arrivare all’equivalenza tra uomini e oggetti.
Naturalmente, seppure originalissimo, il talento di Hayden non nasce solitario. In effetti l’ombra del grande conterraneo Samuel Beckett sembra stendersi su più di una pagina e in particolare l’apertura di Dick non può non richiamare alla memoria il Beckett di Giorni felici. Ma è un modello, quello beckettiano e del teatro dell’assurdo, perfettamente metabolizzato e che quindi non viene gestito secondo una logica citazionista ma restituito al lettore con naturalezza, con lo spirito di un classico senza tempo.
Dopo questa raccolta d’esordio pare che Hayden stia lavorando a un romanzo e questo incuriosisce non poco perché la natura del suo talento, fulminante e concentratissimo, sembra sposarsi perfettamente con la forma breve, dalla quale è in grado di cogliere i massimi vantaggi. Lo straniamento e la quotidianità, se fatte cozzare funzionano magnificamente in una decina di pagine, ma è anche vero che la consapevolezza dei suoi mezzi è tale che Hayden saprà sicuramente adattare le sue idiosincrasie a una narrazione più ampia. E noi non vediamo l’ora di scoprire come farà.

David Hayden è nato a Dublino e ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia. Autore di racconti, ora vive in Norvegia e nel Regno Unito, dove sta attualmente lavorando a un romanzo.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Serena dell’Ufficio Stampa Safarà.