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:: Almeno un grammo di salvezza, Nicola Vacca (L’ArgoLibro Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2018

StampaSi fruga tra le macerie
In cerca di persone vere

Raccolta poetica atipica, questa di Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, in questi tempi così aridi, cupi e fasulli.
Versi brevi, essenziali, colmi di una religiosità laica che non a fatica ci porta a intessere un dialogo profondo e serio sui limiti della parola, della poesia stessa, e dei suoi nessi spesso occulti o celati, con la sacralità, la spiritualità e il divino.
Per chi conosce la spiritualità sofferta e dolorosa di David Maria Turoldo non una novità che la poesia e la preghiera sono fatte della stessa sostanza, dello stesso tessuto esistenziale ed etico.
Religiosità laica, spiritualità sembrano parole vuote, entità assenti nel nostro vivere contemporaneo, così privo di poesia, di bellezza e di dignità.
A tempo scaduto, Nicola Vacca invece li mette al centro della sua poetica ormai matura e indifferente a mode, filosofie e pregiudizi.
La sua poesia si fa meditazione, si fa studio della trascendenza racchiuso in un animo sensibile e poliedrico che si interroga, sul mistero del male, ovvero sul pesante interrogativo del male, e sulla mediocrità dei malvagi, ben poca cosa densa come polvere o cenere.
Che la religiosità laica non sia un paradosso già Norberto Bobbio lo sosteneva vivacemente e ostinatamente, e il linguaggio poetico è il veicolo più prossimo al mistero, alla trascendenza, e si fa spiritualità e la più alta, la più autentica.
Questi versi nati da una meditazione matura e profonda sia dell’ Antico che del Nuovo Testamento, ci presentano una profonda onestà di chi dice un disarmante “non so”, in un mondo dove tutti sanno tutto, tutti sono tuttologi e inveterati sapienti. Il senso morale, e la verità acquistano senso importanza, perché

Nessuna parola muore
Se incontra l’orecchio giusto

Il pessimismo, nato e sgorgato a contatto della realtà non si fa mai rassegnazione o disperazione anzi nasconde una traccia di luce quando dice:

Si scrive per capire se è vero
Che un lieto fine ci aspetta
Al termine della strada.

La rilettura e metabolizzazione personale de I Salmi, di Quolet, del libro di Giobbe (anticipazione delle sofferenze del Cristo, con il dramma messianico della morte in croce dell’ innocente), de Il Cantico dei Cantici, dell’ Apocalisse, ci avvicina alla colpa, alla salvezza, al senso ultimo delle cose, con naturalezza e semplicità senza bizantinismi di facciata o di maniera. E se un velo di pessimismo sussiste, ci ricorda che noi soli ne siamo la causa, perchè

La bellezza è scomparsa
Perché gli occhi non la cercano più

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Comunità e società del consumo di Gianfrancesco Caputo (L’Argolibro editore 2017) a cura di Nicola Vacca

5 marzo 2018

Comunità e società del consumoIl disfacimento di una comunità valoriale ha portato la nostra società a un’involuzione che ha permesso l’affermazione di un’omologazione culturale e della globalizzazione.
Questa è la tesi di fondo di Comunità e società del consumo (L’Argolibro editore, largolibro@gmail.com, 3395876415) un pamphlet di Gianfrancesco Caputo.
L’autore muove una critica argomentata al consumismo e al liberismo economico che hanno condotto la società e l’uomo a essere schiavi dei bisogni.
Caputo ha le idee chiare quando sostiene che il sistema di connessione tra plus valore e bisogni indotti incrementa un antagonismo sociale intriso di competitività individualista che penalizza nei fatti la difesa dei diritti e mette in pericolo il sistema delle garanzie sociali.
L’affermazione del pensiero unico e dell’ideologia materialista e contrattualistica hanno instaurato un sistema di antagonismo sociale e economico e hanno svuotato del suo progetto esistenziale il concetto di umanità.
Non siamo più una comunità sociale e solidale.
Da comunitarista convinto, tutti i problemi morali del nostro tempo scaturiscono dal fatto che si assiste alla perdita del concetto di comunità.
Dal tramonto della comunità alla decadenza il passo è stato breve.

«La comunità, nella sua forma più alta, è un’associazione di persone unite dal comune accordo di norme etiche. Una comunità autentica, quindi può essere definita come un’associazione di persone unite dal senso della giustizia, nel rispetto di norme che trascendono gli interessi materiali e i cui scopi egoistici sono temperati dall’interesse per il bene comune».

Così Gianfrancesco Caputo inquadra il senso comunitario che si è smarrito e allo stesso tempo muove una critica severa alla nostra civiltà che ha smesso di pensare nel momento in cui ha anteposto gli interessi di pochi al bene comune.
Davanti alla disgregazione della comunità, l’autore propone le sue considerazioni inattuali rilanciando la riscoperta delle idee comunitarie che hanno nella tradizione l’asse portante della cultura.
Lo sviluppo culturale di una comunità, e quindi di una società, passa per la tradizione, ovverosia sulla capacità di creare simboli per tramandare conoscenza.
In una società in cui si è affermato il capitale finanziario e l’eccessivo consumismo ha creato solo bisogni, le tradizioni, che preservano le identità dei popoli, sono state assassinate perché ritenute un ostacolo ingombrante dal super mercato globale e mondiale.
Le posizioni critiche dell’autore sono chiare. Partendo da Aristotele, in questo libro si propone un ritorno alla polis e in maniera più ampia una riscoperta del pensiero comunitario, e dell’idea originaria di comunità, e un rilancio dei suoi valori necessari per rimettere al centro di tutto l’uomo.
Perché l’uomo comunitario, – sostiene Caputo nelle conclusioni – agganciato alla tradizione, è l’unico capace di battersi contro il Leviatano, l’insondabile mega macchina mercantile che riduce uomini e donne ad atomi sociali.

Gianfrancesco Caputo, nato a Brindisi nel 1966 , si interessa di problemi di lavoro e di prassi politica attraverso l’approfondimento e l’indagine di una prospettiva di analisi filosofica e sociologica.

Source: libro inviato dall’Ufficio stampa al recensore.