E’ stata una delle serie televisive più amate degli ultimi tempi, pluripremiata anche ai Golden Globe: La regina degli scacchi, è un vero e proprio fenomeno di costume degli ultimi mesi, ma non bisogna dimenticare che è innanzitutto un romanzo, uscito mezzo secolo fa ad opera di Walter Tevis, autore di altri libri di successo trasposti al cinema, come il cult Lo spaccone.
Oscar Absolute ha riproposto in un’edizione sottolineata dalla copertina con la protagonista della miniserie Anya Taylor-Joy questo classico contemporaneo, da leggere o rileggere dopo aver visto la serie, scoprendo la fonte di ispirazione di un grande successo di questi tempi, opera di un autore che ha raccontato nelle sue storie personaggi solitari, fuori posto, metafora del disagio che ha sofferto anche lui da bambino e ragazzo, malato e solo.
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta Beth Harmon resta orfana a soli otto anni e il suo destino sembra segnato con una vita senza futuro, in un grigio orfanotrofio in mezzo ad altre bambine e ragazzine in disgrazia come lei, in un’esistenza senza prospettive. Ma Beth scopre in orfanotrofio, oltre alla trasgressione grazie all’amica afroamericana Jolene, di qualche anno più grande di lei, il potere che hanno le pillole calmanti sulla sua vita, allora prassi comune per come venivano date ai bambini, e soprattutto la magia del gioco degli scacchi, in cui comincia ad allenarsi e ad eccellere.
Alcuni anni più tardi viene adottata da una donna presto sola dopo che il marito la lascia, che vede in lei una possibilità di riscatto e comincia ad aiutarla a partecipare a tornei in cui si fa notare, giovanissima e donna, in un mondo per lo più maschile. Il dolore di un’esistenza comunque ferita e la sua profonda solitudine non la lasciano, ma nonostante questo Beth viaggia, vince, conosce persone, cresce, si innamora anche, continuando a trovarsi a casa sua solo sulla scacchiera, in quel gioco solitario e meditativo di cui diventa l’emblema.
Sono passati oltre cinquant’anni da quando Walter Tevis ha raccontato questa storia, emblema di un’epoca storica e sociale che traspare, ma a tratti universale e sempre valida, come dimostra il successo della serie, del resto: La regina degli scacchi racconta, molti anni prima che esplodessero, problemi come la solitudine e l’alienazione, l’attaccamento a qualcosa di totale come un gioco come mezzo per evadere e dare un senso alla propria vita, tutte tematiche ancora più attuali oggi che negli anni Sessanta.
Beth è un’eroina o antieroina contemporanea, più attuale oggi che all’uscita del libro, in cerca di una sua dimensione, di un suo posto nel mondo fuori dagli schemi, o possibile solo nello schema della scacchiera, protagonista di una vicenda che si evolve man mano, con non grossi accadimenti, ma un’uscita allo scoperto di un personaggio che continuerà a fare quella vita, con un finale aperto che l’autore non ha mai voluto continuare, giustamente.
Un libro che fa riflettere, in cui vedere un mondo di ieri che anticipa l’oggi e i suoi problemi, per chiunque senta interesse e empatia per Beth, protagonista fuori dalle righe pur non facendo niente di particolarmente trasgressivo, in un microcosmo suo dove non si sente fuori posto come nel mondo.
Walter Tevis, nato nel 1928 a San Francisco, cresciuto e vissuto in Kentucky, è l’autore di sei romanzi, oggetto di famose trasposizioni cinematografiche. La regina degli scacchi, da cui è stata tratta l’omonima serie Netfliix, è considerato uno dei suoi capolavori. Tra i suoi titoli più famosi Il colore dei soldi, Lo spaccone, L’uomo che cadde sulla Terra. L’intera opera di Tevis è in corso di ripubblicazione presso gli Oscar Mondadori.
Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.






La brava e talentusosa Ben Pastor è molto conosciuta sul nostro blog specialmente per la sua serie dedicata a Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dieci racconti ambientati nel Midwest. Dieci spaccati di vita strettamente legati a luoghi dove la natura è protagonista. Il vento, il sole cocente, l’acquazzone improvviso, il rigido inverno, il fiume ingrossato in primavera. Elementi che osservano i personaggi di Butler, li stanno a guardare con attenzione, li guidano e il provocano. I protagonisti amano, odiano, lottano, picchiano e sfregiano. Sono affettuosi o indifferenti, nostalgici o inseguono la morte come una liberazione.
Quando erano arrivati gli spagnoli, lì c’erano i Suma, i Jumano, i Manso, i La Junta, i Concho e i Chiso e i Toboso, gli Ocana e i Cacaxtle, i Couahuilatechi, i Comecrudo…ma nessuno sapeva se avessero spazzato via i Mogollon o discendessero da loro. Vennero tutti spazzati via dagli Apache. Che a loro volta vennero spazzati via, perlomeno in Texas, dai Comanche. Che alla fine vennero spazzati via dagli americani.
Ci sono romanzi che lasciano il segno, non perché ti cadono addosso di spigolo. Lasciano il segno per la potenza che hanno le parole impresse sulla carta. Uno di questi libri è “Furore” di John Steinbeck, uscito nell’aprile del 1939 in America e arrivato in Italia nel 1940, per volontà (a lui immenso grazie!) dell’editore Valentino Bompiani. La storia narrata dallo scrittore americano ci trascina negli Stati Uniti d’America, ai tempi della Depressione, nelle vite di questa squattrinata famiglia americana che da Est a Ovest, sulla Route 66, si muove alla ricerca di una stabilità economica che, a dire la verità, sembra proprio non voler arrivare a loro. Il cuore narrativo è la struggente vicenda umana di questi esseri viventi sempre in bilico tra rinascita e perdizione, tutti con qualche cosa di traumatico nel loro vissuto. La capacità narrativa di Steinbeck è proprio quella di portarci dentro alla vite dei Joad, di creare quel coinvolgimento emotivo durante la lettura che, ad un certo punto, si ha la netta sensazione di essere lì, accanto ai protagonisti. Lo squattrinato Tom Joad è uscito di prigione con un permesso premio, quindi, da subito l’autore ci mostra uno dei protagonisti e il suo essere un relitto umano. T. Joad è stato condannato a sette anni di carcere per aver accoltellato un uomo e quel deserto, a tratti arido e piovoso, che lui attraversa mentre torna dalla famiglia è duplice. È la terra bruciata dalla tremenda crisi economica americana del 1929, dove aleggiano solo miseria e povertà e, allo stesso tempo, è il deserto delle relazioni umane che Tom ha perso a causa del suo violare la legge. Oltre a Tom incontriamo la mamma, poi Al, Connie e la giovane sposa e futura madrea Rosasharn (Rose of Sharon), il fratello maggiore Noah, la sorellina Ruth (12 anni) e il fratellino più piccolo Winfield (10 anni). Non mancano il babbo, lo zio John, i vecchi nonni e Casy, un ex-predicatore trovato da Tom, un uomo spesso e volentieri perso nei suoi pensieri filosofici sulla condizione umana. Questo piccolo gruppo, che già forma in sé una mini-comunità, si metterà alla ricerca della fortuna, del sogno americano, in una terra dove la grave crisi economica solcò per tempo l’intera America. Come fanno i Joad, ci sono centinaia di migliaia di altre famiglie che si muovono sul suolo americano per riuscire a riscattarsi e ad avere fortuna a livello economico. La realtà dei fatti sarà ben diversa, perché la famiglia dei protagonisti si troverà a convivere con tutta un’altra umanità derelitta, povera e imbarbarita dalla tremenda miseria che, a questo punto non è solo economica, ma anche di valori esistenziali. Basta un nulla per scatenare litigi, ripicche e aggressioni tra persone che nemmeno si conoscono, ma che sono accomunate dalla mancanza di sicurezze e dall’estrema fame. Sì perché nel libro, oltre ai personaggi, una delle altre componenti attive della narrazione è la fame che tormenta, assilla e mina in modo costante la vita della famiglia Joad e degli altri attori letterari messi in campo da Steinbeck in questo romanzo. Tutti sono alla ricerca di un lavoro per fare fortuna, per guadagnare soldi e per placare la fame che li attanaglia, quella che toglie loro le forze e che rende labile la possibilità di un riscatto per un domani migliore. In “Furore” però, Steinbeck non si concentra solo sulla sfera umana, spesso e volentieri ci sono parti narrative che hanno come tema centrale il dirompente arrivo dei mezzi meccanici nell’agricoltura. Essi appaiono in tutta la loro solitudine mentre lavorano nei campi. Un segno evidente del progresso meccanico che avanzava, ma anche del cambiamento radicale dell’economia agricola e del metodo di lavorare la terra che, accanto alla grave crisi del 1929, trasformò il destino dei braccianti. “Furore” di John Steinbeck, identificato come il grande romanzo sulla Depressione americana, è un libro che ti travolge e appassiona dalla prima all’ultima pagina, ed è entrando nel suo intreccio narrativo che ti rendi conto di come i Joad e i loro comprimari siano fragili e animati da quella forza e ostinazione che li rende pronti a tutto per un domani migliore. Nel novembre 2013, sempre per Bompiani, è uscita l’attesa nuova versione integrale curata dallo scrittore Sergio Claudio Perroni che è andata a sostituire quella fatta nel 1940 da Carlo Coardi.
























