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:: Un’intervista con Tessa Bernardi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2018

Caravaggio enigmaCiao Tessa, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione all’ ottava edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di Caravaggio enigma (Without Hope or Fear, 2017) Newton Compton. E’ risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore e conoscere qualcosa in più sul vostro lavoro, ancora per molti abbastanza misterioso.
Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, ma appunto è stato dato dai lettori quindi è significativo dell’apprezzamento che la tua traduzione ha suscitato, oltre al valore del libro. Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho sempre vissuto a stretto contatto con due lingue diverse, fin da bambina. Mia madre è cresciuta in Australia, e quando ero piccola mi parlava sempre in inglese, mentre mio padre mi parlava in italiano. La scelta del percorso di studi è stata quindi scontata: dai libriccini per l’infanzia in inglese alle pietre miliari della letteratura alla facoltà di Lingue all’Università di Pisa, e poi la specializzazione in Traduzione letteraria. Ho studiato inglese e spagnolo, un po’ di tedesco e portoghese, e ultimamente sto accarezzando l’idea di avvicinarmi al francese e allo swahili (galeotto fu un viaggio a Zanzibar!). Non ho mai fatto tirocini all’estero né l’Erasmus, ma ho sempre viaggiato molto in paesi anglofoni e attualmente vivo a Londra.

Qualche ricordo dei tuoi anni da studentessa?

Ricordo le montagne di libri! Montagne, dico sul serio. Ho sempre amato leggere, è ovvio, ma quelle pile di carta stampata con ambientazioni settecentesche popolate da fanciulle più o meno virtuose sembravano non finire mai. Scherzi a parte, ricordo con grandissimo affetto i docenti che ci spronavano a crederci: volete diventare traduttori? Rimboccatevi le mani, traducete, sfornate cartelle per il piacere di farlo e per la volontà di imparare, nel tempo libero, nelle vostre stanzette in condivisione, al parco. E ricordo anche chi invece diceva il contrario. Spesso sono quei “Non ce la farete mai” a non farti demordere, no?

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

Proprio qualche mese fa è uscito un romanzo di Dean Koontz, un autore che amo particolarmente, spesso associato a Stephen King e considerato uno dei maestri del thriller contemporaneo. Tra gli altri autori potrei menzionare Emily Elgar, un’esordiente con una scrittura delicata e molto evocativa, Jeff Johnson, di cui ho tradotto un noir veramente bello, e ovviamente Alex Connor, che mi ha accompagnata alla scoperta della biografia di Caravaggio.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo di tutto, quando e se trovo il tempo e le energie mentali per farlo. Questo, purtroppo, è il rovescio della medaglia. Lavorando tutto il giorno con testi e parole, nel tempo libero preferisco fare una passeggiata e svuotare la mente. In vacanza, però, ho letto un bellissimo libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, e tra i miei autori preferiti potrei citare Henry James, J.M. Coetzee e Ian McEwan.

Come lavorano i traduttori letterari? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

I primi tempi sono stati durissimi. Decine e decine di mail, neanche uno straccio di risposta. Benissimo, cambiamo strategia. Fiere del libro. Tutte. A tappeto. Roma, Bologna, Torino. Conoscere gli editori, cosa pubblicano, cosa cercano, vedere e farsi vedere, farsi conoscere. Dopo la laurea ho seguito brevi corsi e seminari di traduzione letteraria dal taglio veramente pratico. Un trauma. Della serie: Fitzgerald come prima prova di traduzione. E lì capisci che di strada da fare ce n’è ancora tantissima. Ma ho avuto la fortuna di conoscere grandi traduttrici, che mi hanno aiutata e corretta senza pietà. Voglio fare qualche nome perché le stimo moltissimo: Giuseppina Oneto, Gina Maneri, Anna Rusconi. Grazie a uno di questi corsi ho tradotto il mio primo racconto, poi sono venute le altre case editrici, alle quali avevo mandato un curriculum abbastanza mirato, e le prime prove di traduzione, che hanno portato a collaborazioni durature. E sì, la concorrenza c’è, come in tutte le professioni, ma se sei bravo e hai voglia di crescere (quella non deve mai mancare) uno spazietto si trova.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

In teoria, sì. In pratica… A volte (di rado, per fortuna) si può incappare in un vero e proprio blocco, dove anche la resa delle frasi più semplici diventa complicata, e tanti saluti alla scaletta, ma in genere tendo a farmi un’idea del numero di cartelle che dovrei tradurre quotidianamente (i fine settimana sono sacri, però!) in funzione della deadline, della complessità del testo, dell’affinità con lo stile dell’autore e via dicendo, e riesco ad attenermici senza grandi problemi.

Parliamo ora di Caravaggio enigma. Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già la sua autrice Alex Connor? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Un libro al quale ho lavorato con enorme piacere. Non conoscevo l’autrice, ma, quando mi è stato proposto l’incarico da un’agenzia di traduzione con cui collaboro da tempo, mi sono documentata e sono subito rimasta colpita dalla passione della scrittrice per l’arte italiana.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile?

È una perfetta via di mezzo tra la biografia storica e il thriller. Il personaggio di Caravaggio emerge con forza incredibile dalle pagine del libro. È un uomo cupo, tormentato, pieno di vizi e debolezze, ma è anche un genio assoluto che crede nella propria idea di arte e non accetta alcun compromesso. Ho fatto molte ricerche su di lui e sui personaggi storici descritti e menzionati nel romanzo, e posso assicurare che l’autrice non si è inventata niente, anzi! In fase di traduzione, ho dovuto prestare grande attenzione ai dettagli, come alla precisione dei dati storici e alle scelte lessicali, senza però tradire il ritmo serrato e adrenalinico che è tipico del thriller.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autrice, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Come in parte ho già anticipato, l’autrice ha dosato sapientemente gli elementi a sua disposizione. La figura di Caravaggio è di per sé un ottimo punto di partenza, tanto per il lascito artistico quanto per le travagliate vicende personali che lo hanno reso un personaggio davvero controverso. Alex Connor le ripercorre in chiave romanzata, con un ritmo avvincente e una buona dose di suspense che tiene incollati alle pagine: cosa succederà adesso? Caravaggio conduce una vita spregiudicata, combatte con chiunque incroci il suo cammino, non riesce mai a tenere la bocca chiusa. E le sue opere? Dipingeva con totale sprezzo dei canoni imposti dalla Chiesa, rischiava di perdere gli incarichi, sfidava costantemente la sorte. Caravaggio enigma è una biografia che non annoia mai, perché scava nella personalità del celebre pittore e offre un vivido spaccato della vita dell’epoca. Credo sia proprio questo il segreto dell’apprezzamento che ha riscosso.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ora come ora… sono appena rientrata dalle ferie! No, be’, sto lavorando alla traduzione di un bel thriller di un’autrice abbastanza famosa e ad alcune revisioni.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Grazie a voi e ai lettori del blog!

:: Un’ intervista con Caroline “Cass” Green

10 gennaio 2018

l'amica sbagliataCiao Caroline. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Caroline “Cass” Green? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia e grazie di avermi invitato sul tuo blog! Sono una scrittrice sia per ragazzi che per adulti che vive a Londra. Punti di forza e debolezza … hmm. Dovrei pensarci un po’ su! Diciamo troppi del secondo e non abbastanza del primo!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta nell’ Hampshire e sono andata all’Università di Sheffield dopo il liceo. Ho lavorato come giornalista per molti anni prima di passare alla narrativa.

Quando hai saputo per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Ho scritto molte storie quando avevo 11 anni, grazie a un insegnante che mi ha fatto da mentore.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Mi ci sono voluti sette anni e tre libri per essere pubblicata. Onestamente potrei tappezzare la mia stanza con le lettere di rifiuto che ho ricevuto!

Hai iniziato scrivendo romanzi young adult. Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Adoro la fiction YA e penso davvero che mi abbia insegnato molto su come disegnare i personaggi e su come scrivere thriller per adulti.

Come sei passata alla narrativa per adulti?

Sentivo necessario un cambiamento e soprattutto volevo vedere se potevo farlo.

The Woman Next Door (in Italia, pubblicato con il titolo L’amica sbagliata, tradotto da Cristina Ingiardi) è il tuo primo psychothriller per lettori adulti. Potresti parlarci di questo romanzo? Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stato immaginare una donna solitaria che guardava attraverso le tende mentre veniva consegnata la spesa del suo vicino. Mi sono trovata affascinata da questa persona che è diventata il mio personaggio Hester.

Sei mai stata ispirata da eventi reali quando hai creato le tue trame?

Non molto spesso. Sono stata ispirata da un caso per uno dei miei libri YA, ma farei un gigantesco spoiler se ti rivelassi quale fosse!

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura del romanzo?

Ad essere onesta, pensarlo in primo luogo, sembra sempre scoraggiante.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale? Quali sono i temi principali?

I temi principali riguardano i sentimenti delle persone che non provano un senso di appartenenza per i luoghi dove vivono, credo. Nessuno dei miei due personaggi principali sono persone felici e anche se in modi diversi sono ossessionate e definite dai fantasmi del loro passato.

Conosci la tua traduttrice italiana?

Niente affatto, ma mi sarebbe tanto piaciuto conoscerla. (Ciao Cristina se stai leggendo questa intervista! E grazie!)

Potresti parlarci un po’ delle tue protagoniste femminili: Hester e Melissa?

Sono consapevole che potrebbero non essere così simpatiche, ma sono riuscita ad amarle (sì, anche Hester!) Sono entrambe persone che portano con sé le conseguenze di oscuri segreti a vari livelli. Melissa ha la consapevolezza di sé che a Hester manca, credo.

Sei un’ autrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che qualche critica abbia influenzato il tuo lavoro?

Ogni scrittore riceve alcune recensioni negative. Non mi diverto mai a leggerle, ma cerco di non farmi ossessionare troppo. Se sentissi che qualcuno sta facendo un’ osservazione molto valida, la terrei certamente in considerazione.

Qualche progetto cinematografico tratto dal tuo libro?

Non ancora, ma chissà cosa potrebbe succedere!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Adoro l’Italia! Ho cercato di imparare un po’ di italiano per un paio d’anni ed è uno dei miei posti preferiti al mondo. Spero di essere invitata un giorno a parlare del libro e incontrare i lettori!

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Due cose sono cruciali a questo proposito: una, leggi tutto del genere che vuoi scrivere. Devi capire il mercato. E due, scrivi solo quando puoi. Non aspettare il momento perfetto, ma scrivi tutto il tempo e il buon lavoro inizierà a venir fuori.

Leggi altri scrittori di thriller inglesi contemporanei?

Sì, moltissimi. Gillian Flynn, Sabine Durrant, Eva Dolan sono tra le mie preferite.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Home Fires di Kamila Shamsie, che è geniale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio terzo thriller uscirà a settembre nel Regno Unito e ora sto solo lavorando alle modifiche finali. Allora sarà il momento di qualcosa di nuovo!
Grazie mille per avermi invitato!

:: Un romanzo inglese di Stephanie Hochet (Voland 2017) a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2018
un romanzo inglese

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Un romanzo inglese, di Stephanie Hochet, (Un roman anglais, 2015), edito in Italia da Voland nella collana Amazzoni, e tradotto dal francese da Roberto Lana, è un breve romanzo squisitamente femminista capace di toccare corde profonde del lettore, quasi disabituato a sondare l’animo femminile senza sovrastrutture e preconcetti.
Anna Whig, la protagonista del romanzo, è una donna schietta, intellettualmente indipendente, imprigionata in un matrimonio ormai fatto di apparenze e convenzioni. Cosa ne abbia determinato questo declino non è dato sapere, forse una decadenza insita di per sé in ogni matrimonio borghese, o lo spegnersi di un amore, nato con le migliori intenzioni, per un uomo per cui col passare del tempo è diventato più importante calibrare orologi che vegliare sulla felicità della moglie.
La nascita del piccolo Jack non sembra riaver avvicinato la coppia, che non percepisce la sua profonda infelicità, finché non entra sulla scena George, creduto per un bizzarro gioco di specchi per un po’ la nuova “governante” del bambino. Scoprire che George è un ragazzo, giovane, buono, dallo sguardo limpido, (e non una ragazza con pseudonimo maschile) è per Anna la prima microfrattura da cui si aprirà una voragine.
Siamo in Sussex, Inghilterra, nel 1917, in piena Prima Guerra Mondiale. La famiglia Whig ha lasciato Londra per sfuggire ai bombardamenti e vive tutte le ristrettezze della guerra nel suo eremo, quasi dorato, di campagna.
La volontà di Anna di riprendere a tradurre la porta a cercare una governante per il suo bambino, con tanto di inserzione sul Times.
Tra le risposte è la lettera di George a colpirla nel profondo, a generare una comunanza spirituale e un legame col ragazzo destinati a cambiare per sempre le loro vite. Jack adora George, (amore ricambiato), e se questo viene benvisto da Anna, non altrettanto da Edward che si sente quasi minacciato e scalzato dal giovane insegnante, e forse proprio questa gelosia innescherà anche se involontariamente il dramma.
Il ruolo della donna nella società inglese di primo Novecento, nelle sue vesti di moglie, di madre, ma anche di lavoratrice, (con tutti gli uomini al fronte non era raro che alcuni ruoli precedentemente solo maschili ora venissero ricoperti anche da donne per cui non è così difficile pensare per Anna che George fosse una donna invece che un ragazzo) e il ruolo della guerra nel movimentare le dinamiche sociali e politiche sono forse i due temi principali del romanzo, che si intrecciano a una poetica più legata ai sentimenti e alla vicinanza spirituale dei personaggi.
George è il vero eroe del romanzo e non a caso l’autrice riuscirà a fargli guadagnare una sorta di eternità nelle pagine finali della storia, dove incontreremo un Jack ormai adulto alle prese con i drammi della Seconda Guerra Mondiale. Questo senso di continuità ci accompagna e cadenza piacevolmente la storia, scritta con sensibilità, garbo e misura e densa di bellezza.
Una storia assai piacevole da leggere nonostante le derive assai drammatiche, che tuttavia non si discostano dalle tematiche dei drammi classici di inizio Novecento. Tanti i richiami letterari, gli omaggi e i tributi a molte scrittrici e scrittori del periodo, non a caso proprio una citazione de Le onde di Virginia Woolf troviamo messa in esergo.

Stephanie Hochet nata a Parigi nel 1975, ha esordito nel 2001. Autrice di undici romanzi e un saggio letterario, ha ricevuto il Prix Lilas (2009), il Thyde Monnier de la Société des Gens de Lettres (2010), e più di recente, nel 2017, il Prix Printemps du roman. Ha curato una rubrica per “Le Magazine des Livres” e collaborato con “Libération”. Attualmente scrive per il settimanale “Le Jeudi”.  http://stephaniehochet.net/

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio stampa Voland.

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:: Autismo – Pensieri e Parole a cura di Federica Belleri (Historica edizioni 2017)

24 dicembre 2017
autismo

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L’autismo non è una malattia, è una condizione. La sindrome dello spettro autistico ha una vasta gamma di sintomi e di gravità, per cui mai come in questo caso un bambino autistico è da considerare un caso a sé, come sono singoli e unici tutti i bambini. Un bambino autistico ha una diversa percezione della realtà, un diverso modo di comunicare, di interagire con gli altri, e proprio per questo implica impegno, nel cercare di capire il suo mondo sia da parte dei genitori, degli educatori dei medici che l’hanno in cura. Questo si impara leggendo AutismoPensieri e Parole, a cura di Federica Belleri edito da Historica Edizioni. Un percorso fatto di parole in cui genitori, fratelli, amici parlano della loro esperienza a contatto con bambini con questa sindrome. C’è rabbia, dolore, speranza, coraggio, ottimismo, tanti sentimenti che delineano un percorso che inizia con la diagnosi, (per tutti i genitori il momento più traumatico) e prosegue con la cura e il supporto che questi bambini necessitano, che può portare a veri miglioramenti anche se non alla vera e propria guarigione. L’origine della sindrome, la sua evoluzione, la sua diffusione (sembra che ci sia un incremento di questo dato) sono tutti temi dibattuti e complessi, che non prescindono mai dall’ affetto che questi bambini speciali suscitano, e ascoltando le voci di questi genitori, educatori, fratelli si ha un’ idea più veritiera di cosa l’autismo sia e di come si faccia a combatterlo. C’è molta indifferenza per questo tema tra i cosiddetti “sani” e “normali”. Se il problema non ti tocca da vicino insomma è difficile che si voglia approfondire il tema, quando invece per la sua portata sociale, e per la possibilità di poter o dovere interagire con persone autistiche ci dovrebbe portare tutti a volere sapere di cosa si tratta. Anche essere normali è una condizione, quando cosa sia la normalità nessuno lo sa veramente. Questo libro, con coraggio, porta queste voci, voci di genitori, fratelli, amici normali nelle nostre vite, ci fa riflettere, ci fa interrogare su quanta attenzione sensibilità necessitino alcuni bambini. Nulla di più, ma credo sia già tanto. Il volume è impreziosito dai disegni di Niccolò Pizzorno. Segnalo che i diritti d’autore sul venduto saranno devoluti al Centro Francesco Faroni di Brescia. Per effettuare una donazione libera: fo.b.a.p. onlus via michelangelo, 405 – 25124 brescia banco di brescia, ag.17 di via masaccio, 29 – brescia abi: 03500 cab: 11217 iban: it38p0311111217000000009000 causale: donazione centro francesco faroni.

Federica Belleri, è nata a Brescia nel 1970. Diplomata perito aziendale. Due figli. Appassionata lettrice, divoratrice di gialli, noir e thriller. I libri, per lei, non hanno età. Quando ne apre uno lo sradica, cercando le sfumature e i sottintesi. Il suo block notes  è colorato e fitto di appunti. Scrive per diversi blog letterari, tra i quali Sugarpulp di Matteo Strukul.  Ha scritto alcuni racconti, due dei quali sono stati pubblicati sull’antologia Racconti Bresciani (I II III edizione), edita da Historica Edizioni. Entrata da pochi anni in questo mondo bellissimo, ha già al suo attivo alcune presentazioni di autori, che lei ama incontrare per condividere emozioni e parole.

Source: pdf inviato dall’autrice.

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:: Onte il Camaleonte di Viviana Filippini (Edizioni Arpeggio Libero 2017)

23 dicembre 2017
camaleonte

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Delicata storia per ragazzi Onte il Camaleonte è l’ultimo libro della nostra Viviana Filippini, che oltre che giornalista è anche autrice di libri sia per adulti che ragazzi. Onte il Camaleonte, edito da Edizioni Arpeggio Libero è una favola con protagonisti piccoli animali che come nella tradizione più antica da Esopo in poi donano ai ragazzi, e a tutti noi, preziosi insegnamenti morali e etici. Tema centrale di questa favola è la diversità, come viene normalmente accolta per i ignoranza o vera cattiveria, e come invece non bisogna averne paura e anzi spesso nasconda capacità e doni sottovalutati. Insegnare ai ragazzi cos’è il bullismo, quanto dolore provochi e quanto sia stupido infierire contro chi molto spesso è solo troppo buono per potersi difendere è una cosa importante e Viviana Filippini veicola questo messaggio nella sua narrazione con grande sensibilità. A Camalandia vivono due fratellini camaleonti Bina e Onte. Onte però non è un camaleonte come tutti gli altri, due escrescenze arancioni sulla schiena, la corporatura piccola, tozza, minuta lo rendono diverso da tutti gli altri e agli occhi degli etranei brutto e sgraziato. I compaesani spettegolano e malignano provocando grande sofferenza al piccolo camaleonte, che però non è certo uno che si arrende e quando conosce Gelsomina la vedova nera inizierà a far luce sul vero significato delle sue gobbette colorate. Non vi anticipo sicuramente il colpo di scena, ma sicuramente sorprenderà i piccoli lettori. Onte il Camaleonte è una storia buffa, tenera curiosa, scritta con uno stile semplice e immediato, con piccoli tocchi di poesia. Le deliziose illustrazioni sono state eseguite da Daisy Romero, una giovane studentessa del Liceo Artistico C. Piazza di Lodi. Consigliato.

Viviana Filippini (Orzinuovi –Bs-, 1981) è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di “Racconti bresciani”(Vol I e II) per Historica edizioni, 2015 Cesena, e scritto “Brescia segreta. Luoghi, storie e personaggi della città”, Historica, 2015 Cesena e la storia per ragazzi “Furio e la Beata Paola Gambara Costa”, illustrata da Barbara Mancini, progetto realizzato da Radio Basilica di Verolanuova e Parrocchia di Verolanuova, ebm edizioni, Manerbio 2015. “A passo sospeso. The Floating Piers Christo & Jeanne Claude”, Temperino Rosso, Brescia 2016.

Source: pdf inviato dall’autrice.

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:: Seme di strega – Una riscrittura della Tempesta di Margaret Atwood (Rizzoli 2017) a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2017
seme di strega

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Che Margaret Atwood sia la più importante, e significativa, scrittrice canadese della sua generazione, (classe 1939), non è un segreto per nessuno.
Non bisogna essere necessariamente femministe militanti per apprezzare testi come Il racconto dell’ancella o L’altra Grace, forse i suoi libri più famosi, anche tra coloro che non leggono libri e guardano più che altro la tv, per le due trasposizioni televisive di successo.
Margaret Atwood non ha solo il dono di costruire grandi trame dense di coerenza narrativa, ma sonda il suo tempo e l’animo femminile con la stessa grazia.
La sfida di misurarsi con Shakespeare penso l’abbia accolta con divertita curiosità. Non è stata la sola, altri autori contemporanei da Tracy Chevalier, a Jo Nesbo, a Anne Tyler hanno accettato di partecipare all’iniziativa di riscrivere Shakespeare, riadattandolo per le nuove generazioni.
La Hogarth Press ha infatti inaugurato una collana di opere shakespeariane riscritte da autori contemporanei, alcune tradotte in Italia da Rizzoli.
Margaret Atwood ha scelto La Tempesta, e penso in tutta sincerità sia davvero la più adatta al suo stile, alle sue tematiche, al suo concetto del tempo narrativo e psicologico.
Seme di strega, questo è il titolo italiano, è una storia di vendetta, di giustizia, di ricerca di equilibri infranti dall’ arrivismo, dall’ avidità, dalla sete di potere.
Protagonista è un regista teatrale shakespiriano di nome Felix Phillips. Geniale, istrionico, carismatico, con una carriera di successi e gratificazioni, a cui il destino presenta immancabilmente il conto.
Prima la morte della figlia, da cui fatica a riprendersi, poi il tradimento del suo socio in affari Tony, lo portano a perdere tutto e a ritirarsi in una catapecchia in mezzo al nulla. Un eremo dal quale cova la sua inesauribile voglia di vendicarsi di tutti coloro che l’ hanno distrutto.
L’occasione si presenta quando assunto come insegnante di recitazione in un carcere (sotto falso nome) scopre che i sui ex nemici (ora ancora più potenti e riveriti) verranno in visita al carcere per assistere alla sua rappresentazione de La Tempesta. L’ultima opera di Shakespeare che voleva proporre al Makeshiweg Teatre Festival, prima della cacciata, e del pubblico ludibrio.
Riuscirà a ottenere vendetta o meglio farsi giustizia?
E soprattutto cosa ha in mente il terribile Felix?
Il fantasma di sua figlia, che l’ha accompagnato per tutto questo esilio e solo lui può vedere, finalmente troverà pace?
Avere a che fare con attori non professionisti, carcerati, si rivelerà davvero per lui l’esperienza più profonda della sua vita e non solo uno strumento per rimettersi in pari col destino?
A queste e altre domande si troverà puntualmente risposta fino all’immancabile lieto fine che ben si adatta a una storia di riscatto e liberazione.
Niente poteva essere diverso.
Traduzione di Laura Pignatti.
Buona lettura!

Margaret Atwood è autrice di oltre quaranta opere tra romanzi, saggi, raccolte di poesie. È stata cinque volte finalista al Booker Prize, vinto nel 2000 con L’assassino cieco. Le sue opere hanno ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo ed è una delle scrittrici più amate dal pubblico internazionale. Figura ecclettica sul piano artistico, politicamente impegnata soprattutto in seno alle tematiche del femminismo, è considerata tra le scrittrici più importanti in attività ed è stata più volte segnalata per il Premio Nobel per la letteratura.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand (Neri Pozza 2017) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2017
i bastardi dovranno morire

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Pauline lasciò la drogheria e risalì rue Jules-Guesde, che era meno illuminata ma rappresentava la via più breve per rincasare. Tutte quelle viuzze le conosceva a memoria, avrebbe potuto percorrerle a occhi chiusi. E tutto questo, presto, sarebbe stato solo un ricordo. Se un giorno avesse avuto dei figli, gli avrebbe parlato delle strade di Wollaing? Dei canaletti di scolo, delle buche sull’asfalto, dell’ intonaco scrostato sui muri, dell’ erba che spuntava sui marciapiedi? Gli avrebbe parlato di quell’ ultima volta in cui aveva preso rue Jules-Guesde al calar della sera, in un buio d’ inchiostro perché non c’erano lampioni?

Dopo Terminus Belz, polar con cui esordì nel 2014, insignito nel 2016 del premio “SNCF du polar”, il più importante premio dei lettori francesi, Emmanuel Grand arriva finalmente anche in Italia con il suo secondo romanzo, I bastardi dovranno morire (Les salauds devront payer, 2016), grazie a Neri Pozza e alla traduzione di Alberto Folin. E conferma un talento davvero notevole.
Insomma se non l’avete ancora letto Les salauds devront payer dovreste leggerlo al più presto, a tutt’ oggi, e il 2017 è ormai agli sgoccioli, è il più bel libro che ho letto quest’anno. Un noir se vogliamo, un polar per meglio dire, originale e ruvido che colpisce nel profondo, presentandoci un affresco sociale indubbiamente realistico e inquietante.
A volte un romanzo è migliore di un saggio sociologico, più incisivo e schietto, nel sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, e I bastardi dovranno morire riesce nell’intento. Si sente che Emmanuel Grand parla di una realtà che conosce bene, che alimenta le sue preoccupazioni e le sue inquietudini, che immancabilmente si trasmettono al lettore.
Insomma il libro è molto più che un’ indagine poliziesca, una caccia al colpevole, la struttura poliziesca è un pretesto quasi per parlarci d’altro, di una parte dell’ Europa, il nord della Francia, devastata dalla crisi, messa in ginocchio dalla disoccupazione, e da tutti i mali ad essa collegati dall’alcolismo, alla droga, al ricorrere a strozzini e usurai via internet quando la situazione si fa disperata, o al rifugiarsi nei partiti di estrema destra, come il Front National, quando si cerca un capro espiatorio per tutto questo e lo si trova nello straniero, nel diverso.
Pur non essendo un romanzo militante nel vero senso della parola, I bastardi dovranno morire ha quel quid, quella rabbia che non scade mai in ferocia, ma ci porta a riflettere su questioni serie, su ideali più o meno traditi, sul capitalismo stesso, da sempre interessato ad un accumulo di denaro quasi fine a se stesso, più che al benessere e alla pace sociale.
Le vicende della Berga, la grande fabbrica chiusa da 30 anni dopo strenue lotte sindacali, e conflitti sociali devastanti, è un po’ il convitato di pietra del romanzo. Piuttosto impressionante la parte in cui la poliziotta Saliha Bouzem, e il giovane fotografo Jeremy fanno una specie di pellegrinaggio in questa grande cattedrale arrugginita, vestigia di un tempo lontano, che sembra impossibile da fare risorgere. Sembra come Jeremy, di sentirli davvero i fantasmi degli operai animare quel luogo.
La chiusura della fabbrica ha segnato la fine della regione, trasformandola in quella terra desolata che è oggi. La concorrenza dei paesi asiatici ne ha segnato l’immancabile uscita dal mercato prima, e la mancanza di politiche statali di sostegno, la drammatica estinzione definitiva dopo.
In questo quadro, che più noir di così non si può, si muovono i personaggi principali: il comandante Erik Buchmeyer, e il tenente Saliha Bouazem, incaricati di indagare sull‘ omicidio di una ragazza di Wollaing, Pauline Leroy. Una tossicodipendente, commessa di una drogheria che sembra invischiata in una storia di prestiti con quelle finanziarie che spuntano come funghi su internet, che danno soldi senza garanzie e senza tante domande, per poi lanciarti dietro veri picchiatori alla prima rata non pagata.
I candidati ideali al ruolo di bastardi sembrano essere Frederic Wallet e il suo scagnozzo Gerard Waterlos, conosciuti da tutti come il braccio armato per riscuotere i crediti di queste finanziarie. Sarebbe facile chiudere il caso così, incolpando quei due balordi, un caso in realtà senza nessuna reale importanza, ma il comandante Erik Buchmeyer che da sempre ha fatto prevalere l’intuito ai fatti, (esatto opposto della sua collega Saliha), sente puzza di bruciato, sente che bisogna indagare sulle dinamiche sommerse di quella cittadina del profondo Nord. Chi poi avrebbe pensato che quella morte “insignificante” avrebbe fatto scatenare una vendetta ben più cruenta covata così lungamente negli anni? Quando la situazione sembra esplodergli in mano, Erik Buchmeyer non potrà far altro che sperare in un colpo di fortuna, l’ultima ratio di ogni poliziotto.

Emmanuel Grand (Versailles, 1966) è un informatico cresciuto a Vandea, a venti chilometri dalla costa atlantica. Il suo romanzo, I bastardi dovranno morire, ha riscosso, al suo apparire in Francia, un grandissimo successo di pubblico e critica. Oggi vive a Colombes, vicino Parigi.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Martina dell’ ufficio stampa Neri Pozza.

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Il Grande Sonno – un Guest Post

13 dicembre 2017

Avatar di Luciailgiornodeglizombi

La mia amica Giulia del blog Liberi di Scrivere si occupa (come da titolo del blog) di libri ed è una grande appassionata di noir; io, lo sapete, scrivo di cinema e parlo di soprattutto di horror. E così abbiamo pensato di scambiarci di ruolo: io vado a parlare di un libro horror da lei e lei viene qui da me a parlare di un film noir. Buona lettura a tutti. 

It was about eleven o’clock in the morning, mid October, with the sun not shining and a look of hard wet rain in the clearness of the foothills. I was wearing my powder-blue suit, with dark blue shirt, tie and display handkerchief, black brogues, black wool socks with dark little clocks on them. I was neat, clean, shaved and sober, and I didn’t care who knew it. I was everything the well-dressed private detective ought to be. I was…

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:: Un’ intervista con Barbara Cantini

13 dicembre 2017

barbara-cantini-mortinaBenvenuta Barbara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista, scrittrice e illustratrice, hai creato per la tv prima di dedicarti all’illustrazione per ragazzi. Parlaci di te, racconta qualcosa della tua vita ai nostri lettori.

E’ facile intuire che mi piace disegnare e raccontare storie di personaggi e mondi in cui posso entrare grazie a matita e colori. Cerco di trasmettere in quello che faccio il mio immaginario, che si forma a partire dalle piccole cose, dai ricordi della mia infanzia, dai racconti di vite altrui, dagli incontri fatti, dall’aver scoperto e continuare scoprire cose che amo, dal vissuto in generale insomma, che sia esso artistico, emozionale, culturale, quotidiano. Scrivere e disegnare storie mi aiuta a fare ordine in me stessa e molto disordine sulla scrivania.
Compro anche un sacco di libri, mi prendo cura delle mie bambine, mi circondo di gatti da abbracciare (ne ho 4!) e in generale stravedo per gli animali, non resisto ad acquistare compulsivamente tovagliolini di carta decorati, mi piace camminare all’aria aperta e molto incostantemente (!) pratico Yoga.

Che studi hai fatto? Quali sono state le tue prime esperienze formative?

Ho una formazione liceale di tipo artistico perché fin da piccola sapevo che avrei “disegnato”, una laurea e una breve parentesi nel settore del restauro, perché purtroppo ascoltando gli altri ho dubitato che “disegnare” potesse non essere un lavoro “serio”. E infine una scuola triennale di animazione cartoon, perché grazie a Dio la mancanza del disegno ha iniziato a urlare forte facendosi sentire e ricordandomi “il mio centro”, che fino alla maggiore età era sempre stato chiaro. Dopo il diploma in cartoon animation ho lavorato per tre anni in uno studio di animazione, esperienza assai formativa dove ho perfezionato e imparato molte cose, dal rispetto delle scadenze e i ritmi di lavoro, al clean-up, alla colorazione digitale, all’animazione vera e propria e a lavorare in team. Da lì in poi, dopo aver partecipato e vinto il concorso “L’Illustratore dell’Anno” di Città del Sole, ho scelto di dedicarmi all’illustrazione in modo esclusivo, ritrovandomi però a svolgere un lavoro in solitaria e perdendomi lo scambio diretto con i colleghi, ma soprattutto le chiacchiere delle pause caffé! 😀

Che responsabilità implica occuparsi di letteratura per ragazzi? Senti di dover fare un’attenzione particolare verso i tuoi piccoli lettori?

Implica senz’altro molta responsabilità per i contenuti e la forma in cui questi vengono veicolati, ma è una responsabilità che penso si debba affrontare con la giusta dose di leggerezza, ovviamente intesa non come superficialità, ma intesa come garbo, fantasia e ironia. I bambini hanno la capacità di sentire se qualcosa suona falso, moralistico o anche solo banale. Ogni autore ha la sua “voce” e il suo modo di raccontare, io come autore di testi sono all’inizio, ma posso dirti che il linguaggio che mi è più congeniale e che cerco di adottare è quello dell’ironia e della delicatezza, e chi mi conosce molto da vicino sa che la mia scrittura corrisponde proprio al mio modo di essere.
L’augurio che mi faccio è quello di riuscire a raccontare storie che contribuiscano nel loro piccolo, a sviluppare empatia nei bambini. Per me l’empatia è il sentimento più importante alla base delle relazioni con gli altri e con il mondo, e vorrei arrivarci proprio attraverso la delicatezza e l’ironia delle storie.

Ho letto il tuo ultimo libro illustrato Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere e mi è piaciuto davvero tanto. Come è nata l’idea di scriverlo?

Sono felice che ti sia piaciuto:) L’idea è nata in seguito “all’arrivo” del personaggio.
Mortina si è presentata molti anni fa, quando ancora frequentavo la scuola di animazione, ma è rimasta in attesa, come chiusa in soffitta per diverso tempo, facendo capolino però di tanto in tanto per ricordarmi che “Ehi, io son qui, ti ricordi di me?!?”.
Quando mi sono decisa ad ascoltarla ho iniziato via, via a vedere il mondo intorno a lei e a delineare la sua storia. Mi sono poi resa conto che (inconsciamente) ci sono dei piccoli rimandi a personaggi e situazioni della mia storia familiare materna, mischiati insieme al mio immaginario artistico, visivo e culturale.

Halloween è più che altro un pretesto, è una storia che si può leggere tutto l’anno, non trovi?

Sì, senz’altro! E mi auguro che sia così 🙂 Non vorrei che l’appeal “Halloweenesco” risultasse troppo penalizzante per il libro, sarebbe un peccato. La scelta di questo tipo di ambientazione nasce sì da una mia propensione (risalente all’infanzia) verso l’immaginario di questa festa, ma è anche fondamentale per lo snodo principale del testo, ovvero il piano orchestrato da Mortina.

Quali sono i temi principali che affronti nel libro?

Premetto che quando ho scritto la storia non ho deciso “a tavolino” di scrivere qualcosa che trattasse determinati argomenti. I temi principali che si possono individuare nel libro sono direi “classici”, ma sono tra i più importanti per la formazione dell’individuo. Si parla di amicizia, della ricerca dell’amicizia, che passa dalla paura di non essere accettati per come siamo, dalla paura di avere qualcosa di grottescamente sbagliato da non poter piacere agli altri. Ma parla anche del coraggio di scavalcare queste paure e di sovvertire alcune regole dettate “dai grandi” che talvolta appaiono troppo rigide (e insensate?) in nome di un obbiettivo per noi giusto e importante. Tutto questo è trattato in modo umoristico, parodiato, tra citazioni e doppi sensi delle parole.

Ho visto il book trailer, e a dire il vero anche il tuo blog, in cui ci sono bellissime immagini animate. Diventerà mai un cartone?

Magari! Nella mia immaginazione Mortina “vive” (passatemi il termine in riferimento a una zombie!) si muove e parla, avrei anche già in mente la voce della doppiatrice che  vorrei. Tutto il libro è nato e pensato in movimento nella mia testa, non come immagini statiche. A differenza di altri lavori, qui è come se avessi avuto una telecamera che ha seguito i personaggi che recitavano nella storia. Non so se questo è avvenuto perché si tratta del mio primo libro in cui sono anche autore, in cui cioè c’è una diretta corrispondenza tra testo e immagini, ma è il libro in cui più ho avvertito feeling e armonia tra storia e immagini.
Spero davvero che prima o poi qualcuno voglia “dare vita” a Mortina. Per adesso i miei amici ed ex-colleghi di Studio Cartobaleno hanno realizzato il bellissimo booktrailer che hai citato, ma purtroppo resta solo un piccolo assaggio di animazione! Quindi, se qualcuno fosse interessato si faccia pure avanti 🙂

Hai scritto la storia e disegnato le immagini. Cosa ti piace di più scrivere o disegnare?

Se mi chiedi di scegliere ti rispondo senz’altro disegnare, è il mezzo che mi è più congeniale e che mi viene più naturale, ma in fondo attraverso le immagini non raccontiamo delle storie?

Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Sì. Il ruolo degli insegnanti secondo me è determinante per la formazione, non solo intesa come formazione nella materia da apprendere, ma anche come formazione dell’individuo attraverso i giusti stimoli, le domande e le critiche, anche quelle “crude”, se necessarie. Ricordo Elvira, maestra alle elementari che tra le prime mi ha appoggiato, sottolineando anche con mia madre la mia inclinazione artistica da coltivare. Ricordo il prof. d’arte alle medie, un vulcano di idee e preparatissimo, che mi ha sempre stimolato e appoggiato e che in un’occasione seppe criticare il mio lavoro in modo molto diretto, ma assai efficace per il mio miglioramento.
E anche negli anni del Liceo ricordo molti professori d’arte che mi hanno dato, con modalità differenti, insegnamenti importanti. Le famose “critiche costruttive” e gli apprezzamenti argomentati, sono state le cose che forse più mi hanno aiutato a fare uno scatto di crescita o a mettere meglio a fuoco la mia direzione. Insieme alla proposta di testi d’arte che sono fondamenti dell’educazione visiva, alle mostre e agli spettacoli teatrali con fantastiche visite al dietro le quinte, anche ai tempi dell’Università.
Infine gli insegnanti della scuola di animazione, che mi hanno dato anche un suggerimento semplice e vero: disegnare, disegnare, disegnare. Alla fin fine è solo così si acquisisce scioltezza, bravura e si “fissano” preziose idee.

Progetti per il futuro?

Adesso sono a lavoro sul secondo libro di Mortina, che dovrebbe uscire nella seconda metà di Marzo. Ne seguirà poi anche un terzo per questa estate, facendo diventare Mortina una serie di tre volumi. Il primo libro non era nato con questo intento, mi è stato proposto successivamente dall’editore e ho accettato volentieri di scrivere altre due storie, dato che sono molto affezionata al personaggio di Mortina. Saranno due avventure con un piccolo mistero da risolvere, in linea con l’ambientazione zombie, ma non più con Halloween. In ciascuna storia comparirà un nuovo personaggio.
E dopo il ciclo di Mortina, ho in fase embrionale un progetto come illustratrice con un editore americano con il quale ho già collaborato, ma che per adesso è in stand-by. Poi, come autore/illustratore (e questa è la modalità in cui mi sento meglio) ho diverse altre idee da sviluppare, staremo a vedere quali di queste prenderanno la luce!

:: Fiabe di Natale di Guido Gozzano e Francesca Sanzo (Graphe.it Edizioni 2017) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2017
fiabe di natale

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La Graphe.it Edizioni, piccola casa editrice di Perugia, dal 2013 porta avanti una simpatica collana, Natale ieri e oggi, nata da un’ idea di Roberto Russo. Collana che propone un racconto del passato e un racconto del presente accomunati appunto dallo spirito natalizio. Sono libri piccolini, una sessantina di pagine, agili nel formato e nelle dimensioni, ma piacevoli da leggere e perché no regalare.
Quest’anno l’autore del passato è Guido Gozzano, poeta crepuscolare piemontese nato a Torino nel 1883. Partecipa con il breve racconto Il Natale di Fortunato, una fiaba edificante dalle forti componenti morali, scritta nello stile un po’ antiquato di inizio Novecento, ma da cui però traspare una grande freschezza e autenticità, tipica di questo autore davvero singolare. Per chi avesse erroneamente l’idea che Gozzano fosse un tipo triste, se non tetro, posso assicurare che era tutto il contrario. Amava l’umorismo, lo scherzo goliardico e pure la burla, mi raccontava mia nonna che l’aveva conosciuto da bambina, erano cugini, che con i suoi amici organizzava dei gavettoni per colpire le eleganti signore di Torino, per poi scappare ridendo come un matto.
Poi amava le fiabe e le favole, ne scrisse parecchie dedicate ai bambini, tra cui anche questa che ha per tema l’irriconoscenza di cui spesso più o meno tutti siamo vittime. Se è facile essere pii e generosi quando si è poveri, difficilmente lo si rimane quando si è investiti da un’ improvvisa e immeritata ricchezza. Lo sperimenterà a sue spese il povero Fortunato che avrà modo di incontrare sotto mentite spoglie niente meno che Gesù in transito sulla terra.
Francesca Sanzo è invece l’autrice del secondo racconto, quello contemporaneo, che ha per titolo Il Natale di Amalia. Protagonista è Amalia Zamboni, borghese benestante, moglie di un medico, e donna gretta e chiusa nel suo piccolo mondo, senza nessuna sensibilità verso gli altri specialmente i bambini. Quando le luci di Natale dei vicini di pianerottolo diventano un’ offesa al suo senso estetico, organizzerà uno stratagemma, che purtroppo le si ritorcerà contro.

Guido Gozzano (1883-1916) è stato un poeta e scrittore, spesso associato al crepuscolarismo, attento alle «buone cose di pessimo gusto», come egli stesso definiva, ironicamente, la sua poetica. A causa della tubercolosi, morì a soli trentadue anni.

Francesca Sanzo, bolognese, classe ’73, dal 2002 si occupa di comunicazione digitale: oggi è una copywriter e digital strategist e oltre a fare la consulente è anche una formatrice.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Roberto Russo.

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:: Berlino 2.0 di Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier (Bao Publishing 2017)

11 dicembre 2017
berlino 2.0

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Per chi è della mia generazione, e aveva 30 anni al tempo del Trattato di Maastricht del 1992, l’Unione europea ha racchiuso in sè un’ ideale forte, fonte di entusiasmo e aspettative. Poter vivere e lavorare e divertirsi in una grande Europa senza confini, culturalmente viva e libera, economicamente proiettata verso il futuro, un futuro di pace e prosperità per tutti, di solidarietà, di cooperazione e collaborazione è stato qualcosa di rivoluzionario, in cui ci abbiamo creduto veramente.
Oggi passati alcuni anni, pronti a tracciare un primo bilancio dobbiamo ammettere che questa realtà è stata sì caratterizzata da tante luci, ma anche da non poche ombre, ombre di cui ci parlano Mathilde Ramadier e Alberto Madrigal, (rispettivamente la prima ai testi, il secondo ai disegni) nella graphic novel Berlino 2.0 edita da Bao Publishing.
Se la denuncia sociale passa anche attraverso il fumetto, si può dire che Berlino 2.0 abbraccia questa visione raccontandoci una realtà ben diversa dai sogni che abbiamo più o meno fatto tutti. Sarà la crisi economica, saranno coloro che hanno voluto specularci su, i giovani di oggi che lasciano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero non sempre trovano una realtà idilliaca.
Come Margot giovane protagonista di Berlino 2.0 che lascia Parigi, e si trasferisce a Berlino con una borsa di studio. Ad accoglierla una città ancora culturalmente effervescente, dinamica, povera ma sexy, come disse l’ ex sindaco socialdemocratico di Berlino, Klaus Wowereit. Tanti sogni, tante illusioni concretamente disilluse al momento di cercare casa o lavoro. Stage non retribuiti, nessuna copertura sociale o assicurativa, minijob perfettamente legali, richieste assurde da parte dei datori di lavoro, nessun affitto agevolato, ecco questo è il panorama più o meno deprimente che le si prospetta davanti.
Per molti difficile da credere, ma questa è la realtà di molti giovani arrivati a Berlino negli ultimi anni, attirati dalla sua luce e dagli alti proclami del famoso modello economico della Germania della Merkel.
Tradotto da Francesco Savino, Berlino 2.0 è dunque un fumetto che ci parla dei cervelli in fuga, che tanto occupano le pagine dei giornali, giovani che non sempre lasciano lavori precari in cambio della stabilità. Ma pur tuttavia continuano ad avere fiducia nel futuro e non si arrendono.
Stampato su carta Fedrigoni Arcoset da 140 grammi per gli interni e Fedrigoni Symbol Freelife Satin da 300 grammi per la copertina, in carta proveniente da fonti gestite in maniera responsabile, Berlino 2.0 è un fumetto capace di sensibilizzare i lettori su problemi reali, depositari di una coscienza comune. E’ un fumetto a colori, fatto di acquarelli dalle tenui sfumature seppiate, nei colori del giallo, del marrone, dell’arancione, del verde, abbinamento cromatico interessante e funzionale a una storia che tratta temi seri e attuali. Consigliato.

Mathilde Ramadier, classe 1987, è autrice, saggista e sceneggiatrice. Dopo aver studiato graphic design si dedica agli studi di Estetica e Psicoanalisi all’Università di Parigi. Nel 2011 ottiene un master in Filosofia contemporanea all’ENS, con una tesi su Sartre. Nello stesso anno, attirata dalla capitale tedesca, si trasferisce a Berlino. Dopo diverse traduzioni dall’inglese al tedesco, nel 2013 pubblica il suo primo graphic novel per la casa editrice francese Dargaud, Rêves syncopés, per i disegni di Laurent Bonneau. Nel 2016, per la casa editrice francese Futuropolis scrive Berlino 2.0, disegnato da Alberto Madrigal ed edito nel 2017 in Italia da BAO Publishing.

Alberto Madrigal, nato in Spagna e residente a Berlino dal 2007, dopo alcune storie brevi e lavori da illustratore freelance, fa il suo esordio nel mondo del fumetto con la sua prima opera lunga nel 2013, quando pubblica Un lavoro vero (BAO Publishing), di cui è autore completo. Nel 2015 esce Va tutto bene, in cui ritrova i temi dello smarrimento e i sogni di una generazione che lotta per affermare la propria identità. Nello stesso anno realizza le illustrazioni de L’albero delle storie, romanzo per ragazzi scritto da Gabriele Clima e pubblicato nella collana “Il battello a vapore” (Edizioni Piemme). La sua ultima opera è Berlino 2.0, scritto da Mathilde Ramadier e pubblicato da BAO Publishing nel 2017.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Chiara dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

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:: Tredici giorni a Natale di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori 2017)

7 dicembre 2017
tredici giorni a Natale

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Torna la strana coppia del giallo italiano composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario di polizia Sergio Crema, protagonisti di Tredici giorni a Natale nuovo romanzo dello scrittore torinese Rocco Ballacchino. La Fratelli Frilli Editore di questo autore ha già pubblicato Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale, e come i precedenti anche questo romanzo è una piacevole lettura, e il quarto appuntamento ormai fisso con una serie che si è conquistata ormai numerosi estimatori. Se vi piace il giallo, solo leggermente screziato di noir, con molto umorismo e qualche attinenza con l’attualità, è una serie che consiglio.
Ballacchino è a suo agio nella sua Torino invernale, e ha creato una coppia di personaggi sicuramente riusciti e affiatati, che davvero prendono vita dalle pagine, acquistando profondità, soprattutto lo scorbutico Mario Bernardini che più invecchia, saranno anche le prove che deve affrontare, più perde cinismo e misantropia in favore di una più calda umanità. Il commissario è un buffo comprimario, buffo per le sue debolezze (la buona cucina e la passione per la bella collega Bonamico) ma tenace e perspicace come investigatore e poliziotto.
Siamo a Torino, mancano pochi giorni al Natale e il commissario Crema riceve una telefonata. All’ apparecchio c’è il primario di terapia intensiva del Mauriziano, che lo convoca in tutta fretta al capezzale di una donna morente, la signora Giraudo. Crema piuttosto riluttante si reca all’ospedale a bordo della Grande Punto assieme all’ispettore Quadrini, e raccoglie le ultime parole della donna: “Non è stato… Lui”.
L’arrivo del marito, il signor Cerutti, il giorno dopo in Questura fa luce sull’avvenimento insolito. L’uomo racconta una lunga storia risalente al 24 giugno del 1990, 26 anni prima. La figlia Sonia, studentessa in Lettere presso l’Ateneo torinese, dopo aver avuto un colloquio con il relatore della sua tesi si diresse verso gli ascensori di Palazzo Nuovo segnando il suo destino. La polizia ne rinvenne il giorno dopo il corpo in uno degli ascensori. Era stata strangolata.
Del delitto fu incolpato il custode di Palazzo Nuovo, Luigi Merlino, sempre professatosi innocente. Ed è proprio il custode, il lui a cui si riferiva la donna nelle sue ultime drammatiche parole, non avendo mai creduto alla sua colpevolezza.
Pur avendo altri casi, ben più recenti a cui pensare, il tarlo del dubbio e della curiosità si insinua nella mente del commissario, tanto che inizia raccogliere da internet tutte le notizie che trova sull’ omicidio della ragazza, denominato al tempo dai giornali il delitto di Palazzo Nuovo.
E così scopre che il presunto colpevole Luigi Merlino è morto alcuno anni prima per infarto. Il mistero si infittisce e il commissario Crema non riesce a capire perché la madre della ragazza abbia chiamato proprio lui in punto di morte per confidargli la certezza dell’ innocenza di Merlino.
Quando entra in scena Mario Bernardini, al tempo del processo testimone chiave, ormai non c’è più scelta bisogna fare luce sulla morte della ragazza, scoprire come andarono veramente le cose, nonostante sia quasi Natale e sarebbe preferibile pensare alle proprie compagne, ai regali, ai figli, alla famiglia.
In un susseguirsi di colpi di scena Ballacchino ci accompagna in un’ indagine ufficialmente chiusa, ma ancora piena di misteri e strane coincidenze, che condurrà a una vigilia di Natale difficile da dimenticare. Forse è proprio vero come filosoficamente pensa Crema che il passato dovrebbe essere lasciato in pace. Ma a volte la cocciutaggine di un poliziotto può portare anche ad effetti indesiderati, non solo allo svelamento del colpevole.
Con il suo ricorrente stile semplice e lineare Ballacchino ci narra una storia investigativa in cui passato e presente si intrecciano, in una Torino imbiancata dalla neve, una gran scocciatura per il nostro commissario che ha il buffo fascino di un personaggio di una commedia agro dolce anni ’70.
L’uso di capitoli brevi è funzionale al crescere della suspense. In ogni capitolo un pezzo del puzzle, un nuovo indizio, una nuova ipotesi alternata a parentesi più leggere come la battaglia a palle di neve in famiglia. Se vogliamo in questa indagine il personaggio di Mario Bernardini, testimone riluttante, passa sullo sfondo dando più spazio al commissario Crema, vero protagonista del romanzo. Questa scelta narrativa è interessante ma indebolisce un po’ l’originalità della serie, dove punto cardine era vedere le indagini di un critico cinematografico sui generis. Spero che Ballacchino non faccia sparire questo personaggio dalle sue indagini, nonostante un po’ il dubbio ce l’abbia avuto. Ma si sa un autore decide le sue scelte narrative ed è anche sbagliato da parte di un lettore forzarle.
In conclusione è una serie che amo, che leggo sempre con piacere, un po’ perchè ambientata nella mia città, un po’ perché parla di cinema (molte sono le citazioni cinematografiche). Una lettura che consiglio e senza volere apparire una indovina, credo avrà ancora lunga vita.

Rocco Ballacchino è nato a Torino nel 1972, si è laureato, nel 1999, in Scienze della Comunicazione, con una tesi dal titolo “Il personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra” (Semiologia del cinema e degli audiovisivi).
Ha collaborato dal 2009 al 2011, in qualità di sceneggiatore, con la Turin Video Production.Ha al suo attivo numerosi gialli pubblicati tra il 2009 e il 2017, gli ultimi dei quali hanno per protagonisti il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini.
È tra i soci fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, nato a Torino nel 2014.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

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