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:: I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand (Neri Pozza 2017) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2017
i bastardi dovranno morire

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Pauline lasciò la drogheria e risalì rue Jules-Guesde, che era meno illuminata ma rappresentava la via più breve per rincasare. Tutte quelle viuzze le conosceva a memoria, avrebbe potuto percorrerle a occhi chiusi. E tutto questo, presto, sarebbe stato solo un ricordo. Se un giorno avesse avuto dei figli, gli avrebbe parlato delle strade di Wollaing? Dei canaletti di scolo, delle buche sull’asfalto, dell’ intonaco scrostato sui muri, dell’ erba che spuntava sui marciapiedi? Gli avrebbe parlato di quell’ ultima volta in cui aveva preso rue Jules-Guesde al calar della sera, in un buio d’ inchiostro perché non c’erano lampioni?

Dopo Terminus Belz, polar con cui esordì nel 2014, insignito nel 2016 del premio “SNCF du polar”, il più importante premio dei lettori francesi, Emmanuel Grand arriva finalmente anche in Italia con il suo secondo romanzo, I bastardi dovranno morire (Les salauds devront payer, 2016), grazie a Neri Pozza e alla traduzione di Alberto Folin. E conferma un talento davvero notevole.
Insomma se non l’avete ancora letto Les salauds devront payer dovreste leggerlo al più presto, a tutt’ oggi, e il 2017 è ormai agli sgoccioli, è il più bel libro che ho letto quest’anno. Un noir se vogliamo, un polar per meglio dire, originale e ruvido che colpisce nel profondo, presentandoci un affresco sociale indubbiamente realistico e inquietante.
A volte un romanzo è migliore di un saggio sociologico, più incisivo e schietto, nel sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, e I bastardi dovranno morire riesce nell’intento. Si sente che Emmanuel Grand parla di una realtà che conosce bene, che alimenta le sue preoccupazioni e le sue inquietudini, che immancabilmente si trasmettono al lettore.
Insomma il libro è molto più che un’ indagine poliziesca, una caccia al colpevole, la struttura poliziesca è un pretesto quasi per parlarci d’altro, di una parte dell’ Europa, il nord della Francia, devastata dalla crisi, messa in ginocchio dalla disoccupazione, e da tutti i mali ad essa collegati dall’alcolismo, alla droga, al ricorrere a strozzini e usurai via internet quando la situazione si fa disperata, o al rifugiarsi nei partiti di estrema destra, come il Front National, quando si cerca un capro espiatorio per tutto questo e lo si trova nello straniero, nel diverso.
Pur non essendo un romanzo militante nel vero senso della parola, I bastardi dovranno morire ha quel quid, quella rabbia che non scade mai in ferocia, ma ci porta a riflettere su questioni serie, su ideali più o meno traditi, sul capitalismo stesso, da sempre interessato ad un accumulo di denaro quasi fine a se stesso, più che al benessere e alla pace sociale.
Le vicende della Berga, la grande fabbrica chiusa da 30 anni dopo strenue lotte sindacali, e conflitti sociali devastanti, è un po’ il convitato di pietra del romanzo. Piuttosto impressionante la parte in cui la poliziotta Saliha Bouzem, e il giovane fotografo Jeremy fanno una specie di pellegrinaggio in questa grande cattedrale arrugginita, vestigia di un tempo lontano, che sembra impossibile da fare risorgere. Sembra come Jeremy, di sentirli davvero i fantasmi degli operai animare quel luogo.
La chiusura della fabbrica ha segnato la fine della regione, trasformandola in quella terra desolata che è oggi. La concorrenza dei paesi asiatici ne ha segnato l’immancabile uscita dal mercato prima, e la mancanza di politiche statali di sostegno, la drammatica estinzione definitiva dopo.
In questo quadro, che più noir di così non si può, si muovono i personaggi principali: il comandante Erik Buchmeyer, e il tenente Saliha Bouazem, incaricati di indagare sull‘ omicidio di una ragazza di Wollaing, Pauline Leroy. Una tossicodipendente, commessa di una drogheria che sembra invischiata in una storia di prestiti con quelle finanziarie che spuntano come funghi su internet, che danno soldi senza garanzie e senza tante domande, per poi lanciarti dietro veri picchiatori alla prima rata non pagata.
I candidati ideali al ruolo di bastardi sembrano essere Frederic Wallet e il suo scagnozzo Gerard Waterlos, conosciuti da tutti come il braccio armato per riscuotere i crediti di queste finanziarie. Sarebbe facile chiudere il caso così, incolpando quei due balordi, un caso in realtà senza nessuna reale importanza, ma il comandante Erik Buchmeyer che da sempre ha fatto prevalere l’intuito ai fatti, (esatto opposto della sua collega Saliha), sente puzza di bruciato, sente che bisogna indagare sulle dinamiche sommerse di quella cittadina del profondo Nord. Chi poi avrebbe pensato che quella morte “insignificante” avrebbe fatto scatenare una vendetta ben più cruenta covata così lungamente negli anni? Quando la situazione sembra esplodergli in mano, Erik Buchmeyer non potrà far altro che sperare in un colpo di fortuna, l’ultima ratio di ogni poliziotto.

Emmanuel Grand (Versailles, 1966) è un informatico cresciuto a Vandea, a venti chilometri dalla costa atlantica. Il suo romanzo, I bastardi dovranno morire, ha riscosso, al suo apparire in Francia, un grandissimo successo di pubblico e critica. Oggi vive a Colombes, vicino Parigi.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Martina dell’ ufficio stampa Neri Pozza.

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Il Grande Sonno – un Guest Post

13 dicembre 2017

Avatar di Luciailgiornodeglizombi

La mia amica Giulia del blog Liberi di Scrivere si occupa (come da titolo del blog) di libri ed è una grande appassionata di noir; io, lo sapete, scrivo di cinema e parlo di soprattutto di horror. E così abbiamo pensato di scambiarci di ruolo: io vado a parlare di un libro horror da lei e lei viene qui da me a parlare di un film noir. Buona lettura a tutti. 

It was about eleven o’clock in the morning, mid October, with the sun not shining and a look of hard wet rain in the clearness of the foothills. I was wearing my powder-blue suit, with dark blue shirt, tie and display handkerchief, black brogues, black wool socks with dark little clocks on them. I was neat, clean, shaved and sober, and I didn’t care who knew it. I was everything the well-dressed private detective ought to be. I was…

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:: Un’ intervista con Barbara Cantini

13 dicembre 2017

barbara-cantini-mortinaBenvenuta Barbara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista, scrittrice e illustratrice, hai creato per la tv prima di dedicarti all’illustrazione per ragazzi. Parlaci di te, racconta qualcosa della tua vita ai nostri lettori.

E’ facile intuire che mi piace disegnare e raccontare storie di personaggi e mondi in cui posso entrare grazie a matita e colori. Cerco di trasmettere in quello che faccio il mio immaginario, che si forma a partire dalle piccole cose, dai ricordi della mia infanzia, dai racconti di vite altrui, dagli incontri fatti, dall’aver scoperto e continuare scoprire cose che amo, dal vissuto in generale insomma, che sia esso artistico, emozionale, culturale, quotidiano. Scrivere e disegnare storie mi aiuta a fare ordine in me stessa e molto disordine sulla scrivania.
Compro anche un sacco di libri, mi prendo cura delle mie bambine, mi circondo di gatti da abbracciare (ne ho 4!) e in generale stravedo per gli animali, non resisto ad acquistare compulsivamente tovagliolini di carta decorati, mi piace camminare all’aria aperta e molto incostantemente (!) pratico Yoga.

Che studi hai fatto? Quali sono state le tue prime esperienze formative?

Ho una formazione liceale di tipo artistico perché fin da piccola sapevo che avrei “disegnato”, una laurea e una breve parentesi nel settore del restauro, perché purtroppo ascoltando gli altri ho dubitato che “disegnare” potesse non essere un lavoro “serio”. E infine una scuola triennale di animazione cartoon, perché grazie a Dio la mancanza del disegno ha iniziato a urlare forte facendosi sentire e ricordandomi “il mio centro”, che fino alla maggiore età era sempre stato chiaro. Dopo il diploma in cartoon animation ho lavorato per tre anni in uno studio di animazione, esperienza assai formativa dove ho perfezionato e imparato molte cose, dal rispetto delle scadenze e i ritmi di lavoro, al clean-up, alla colorazione digitale, all’animazione vera e propria e a lavorare in team. Da lì in poi, dopo aver partecipato e vinto il concorso “L’Illustratore dell’Anno” di Città del Sole, ho scelto di dedicarmi all’illustrazione in modo esclusivo, ritrovandomi però a svolgere un lavoro in solitaria e perdendomi lo scambio diretto con i colleghi, ma soprattutto le chiacchiere delle pause caffé! 😀

Che responsabilità implica occuparsi di letteratura per ragazzi? Senti di dover fare un’attenzione particolare verso i tuoi piccoli lettori?

Implica senz’altro molta responsabilità per i contenuti e la forma in cui questi vengono veicolati, ma è una responsabilità che penso si debba affrontare con la giusta dose di leggerezza, ovviamente intesa non come superficialità, ma intesa come garbo, fantasia e ironia. I bambini hanno la capacità di sentire se qualcosa suona falso, moralistico o anche solo banale. Ogni autore ha la sua “voce” e il suo modo di raccontare, io come autore di testi sono all’inizio, ma posso dirti che il linguaggio che mi è più congeniale e che cerco di adottare è quello dell’ironia e della delicatezza, e chi mi conosce molto da vicino sa che la mia scrittura corrisponde proprio al mio modo di essere.
L’augurio che mi faccio è quello di riuscire a raccontare storie che contribuiscano nel loro piccolo, a sviluppare empatia nei bambini. Per me l’empatia è il sentimento più importante alla base delle relazioni con gli altri e con il mondo, e vorrei arrivarci proprio attraverso la delicatezza e l’ironia delle storie.

Ho letto il tuo ultimo libro illustrato Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere e mi è piaciuto davvero tanto. Come è nata l’idea di scriverlo?

Sono felice che ti sia piaciuto:) L’idea è nata in seguito “all’arrivo” del personaggio.
Mortina si è presentata molti anni fa, quando ancora frequentavo la scuola di animazione, ma è rimasta in attesa, come chiusa in soffitta per diverso tempo, facendo capolino però di tanto in tanto per ricordarmi che “Ehi, io son qui, ti ricordi di me?!?”.
Quando mi sono decisa ad ascoltarla ho iniziato via, via a vedere il mondo intorno a lei e a delineare la sua storia. Mi sono poi resa conto che (inconsciamente) ci sono dei piccoli rimandi a personaggi e situazioni della mia storia familiare materna, mischiati insieme al mio immaginario artistico, visivo e culturale.

Halloween è più che altro un pretesto, è una storia che si può leggere tutto l’anno, non trovi?

Sì, senz’altro! E mi auguro che sia così 🙂 Non vorrei che l’appeal “Halloweenesco” risultasse troppo penalizzante per il libro, sarebbe un peccato. La scelta di questo tipo di ambientazione nasce sì da una mia propensione (risalente all’infanzia) verso l’immaginario di questa festa, ma è anche fondamentale per lo snodo principale del testo, ovvero il piano orchestrato da Mortina.

Quali sono i temi principali che affronti nel libro?

Premetto che quando ho scritto la storia non ho deciso “a tavolino” di scrivere qualcosa che trattasse determinati argomenti. I temi principali che si possono individuare nel libro sono direi “classici”, ma sono tra i più importanti per la formazione dell’individuo. Si parla di amicizia, della ricerca dell’amicizia, che passa dalla paura di non essere accettati per come siamo, dalla paura di avere qualcosa di grottescamente sbagliato da non poter piacere agli altri. Ma parla anche del coraggio di scavalcare queste paure e di sovvertire alcune regole dettate “dai grandi” che talvolta appaiono troppo rigide (e insensate?) in nome di un obbiettivo per noi giusto e importante. Tutto questo è trattato in modo umoristico, parodiato, tra citazioni e doppi sensi delle parole.

Ho visto il book trailer, e a dire il vero anche il tuo blog, in cui ci sono bellissime immagini animate. Diventerà mai un cartone?

Magari! Nella mia immaginazione Mortina “vive” (passatemi il termine in riferimento a una zombie!) si muove e parla, avrei anche già in mente la voce della doppiatrice che  vorrei. Tutto il libro è nato e pensato in movimento nella mia testa, non come immagini statiche. A differenza di altri lavori, qui è come se avessi avuto una telecamera che ha seguito i personaggi che recitavano nella storia. Non so se questo è avvenuto perché si tratta del mio primo libro in cui sono anche autore, in cui cioè c’è una diretta corrispondenza tra testo e immagini, ma è il libro in cui più ho avvertito feeling e armonia tra storia e immagini.
Spero davvero che prima o poi qualcuno voglia “dare vita” a Mortina. Per adesso i miei amici ed ex-colleghi di Studio Cartobaleno hanno realizzato il bellissimo booktrailer che hai citato, ma purtroppo resta solo un piccolo assaggio di animazione! Quindi, se qualcuno fosse interessato si faccia pure avanti 🙂

Hai scritto la storia e disegnato le immagini. Cosa ti piace di più scrivere o disegnare?

Se mi chiedi di scegliere ti rispondo senz’altro disegnare, è il mezzo che mi è più congeniale e che mi viene più naturale, ma in fondo attraverso le immagini non raccontiamo delle storie?

Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Sì. Il ruolo degli insegnanti secondo me è determinante per la formazione, non solo intesa come formazione nella materia da apprendere, ma anche come formazione dell’individuo attraverso i giusti stimoli, le domande e le critiche, anche quelle “crude”, se necessarie. Ricordo Elvira, maestra alle elementari che tra le prime mi ha appoggiato, sottolineando anche con mia madre la mia inclinazione artistica da coltivare. Ricordo il prof. d’arte alle medie, un vulcano di idee e preparatissimo, che mi ha sempre stimolato e appoggiato e che in un’occasione seppe criticare il mio lavoro in modo molto diretto, ma assai efficace per il mio miglioramento.
E anche negli anni del Liceo ricordo molti professori d’arte che mi hanno dato, con modalità differenti, insegnamenti importanti. Le famose “critiche costruttive” e gli apprezzamenti argomentati, sono state le cose che forse più mi hanno aiutato a fare uno scatto di crescita o a mettere meglio a fuoco la mia direzione. Insieme alla proposta di testi d’arte che sono fondamenti dell’educazione visiva, alle mostre e agli spettacoli teatrali con fantastiche visite al dietro le quinte, anche ai tempi dell’Università.
Infine gli insegnanti della scuola di animazione, che mi hanno dato anche un suggerimento semplice e vero: disegnare, disegnare, disegnare. Alla fin fine è solo così si acquisisce scioltezza, bravura e si “fissano” preziose idee.

Progetti per il futuro?

Adesso sono a lavoro sul secondo libro di Mortina, che dovrebbe uscire nella seconda metà di Marzo. Ne seguirà poi anche un terzo per questa estate, facendo diventare Mortina una serie di tre volumi. Il primo libro non era nato con questo intento, mi è stato proposto successivamente dall’editore e ho accettato volentieri di scrivere altre due storie, dato che sono molto affezionata al personaggio di Mortina. Saranno due avventure con un piccolo mistero da risolvere, in linea con l’ambientazione zombie, ma non più con Halloween. In ciascuna storia comparirà un nuovo personaggio.
E dopo il ciclo di Mortina, ho in fase embrionale un progetto come illustratrice con un editore americano con il quale ho già collaborato, ma che per adesso è in stand-by. Poi, come autore/illustratore (e questa è la modalità in cui mi sento meglio) ho diverse altre idee da sviluppare, staremo a vedere quali di queste prenderanno la luce!

:: Fiabe di Natale di Guido Gozzano e Francesca Sanzo (Graphe.it Edizioni 2017) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2017
fiabe di natale

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La Graphe.it Edizioni, piccola casa editrice di Perugia, dal 2013 porta avanti una simpatica collana, Natale ieri e oggi, nata da un’ idea di Roberto Russo. Collana che propone un racconto del passato e un racconto del presente accomunati appunto dallo spirito natalizio. Sono libri piccolini, una sessantina di pagine, agili nel formato e nelle dimensioni, ma piacevoli da leggere e perché no regalare.
Quest’anno l’autore del passato è Guido Gozzano, poeta crepuscolare piemontese nato a Torino nel 1883. Partecipa con il breve racconto Il Natale di Fortunato, una fiaba edificante dalle forti componenti morali, scritta nello stile un po’ antiquato di inizio Novecento, ma da cui però traspare una grande freschezza e autenticità, tipica di questo autore davvero singolare. Per chi avesse erroneamente l’idea che Gozzano fosse un tipo triste, se non tetro, posso assicurare che era tutto il contrario. Amava l’umorismo, lo scherzo goliardico e pure la burla, mi raccontava mia nonna che l’aveva conosciuto da bambina, erano cugini, che con i suoi amici organizzava dei gavettoni per colpire le eleganti signore di Torino, per poi scappare ridendo come un matto.
Poi amava le fiabe e le favole, ne scrisse parecchie dedicate ai bambini, tra cui anche questa che ha per tema l’irriconoscenza di cui spesso più o meno tutti siamo vittime. Se è facile essere pii e generosi quando si è poveri, difficilmente lo si rimane quando si è investiti da un’ improvvisa e immeritata ricchezza. Lo sperimenterà a sue spese il povero Fortunato che avrà modo di incontrare sotto mentite spoglie niente meno che Gesù in transito sulla terra.
Francesca Sanzo è invece l’autrice del secondo racconto, quello contemporaneo, che ha per titolo Il Natale di Amalia. Protagonista è Amalia Zamboni, borghese benestante, moglie di un medico, e donna gretta e chiusa nel suo piccolo mondo, senza nessuna sensibilità verso gli altri specialmente i bambini. Quando le luci di Natale dei vicini di pianerottolo diventano un’ offesa al suo senso estetico, organizzerà uno stratagemma, che purtroppo le si ritorcerà contro.

Guido Gozzano (1883-1916) è stato un poeta e scrittore, spesso associato al crepuscolarismo, attento alle «buone cose di pessimo gusto», come egli stesso definiva, ironicamente, la sua poetica. A causa della tubercolosi, morì a soli trentadue anni.

Francesca Sanzo, bolognese, classe ’73, dal 2002 si occupa di comunicazione digitale: oggi è una copywriter e digital strategist e oltre a fare la consulente è anche una formatrice.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Roberto Russo.

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:: Berlino 2.0 di Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier (Bao Publishing 2017)

11 dicembre 2017
berlino 2.0

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Per chi è della mia generazione, e aveva 30 anni al tempo del Trattato di Maastricht del 1992, l’Unione europea ha racchiuso in sè un’ ideale forte, fonte di entusiasmo e aspettative. Poter vivere e lavorare e divertirsi in una grande Europa senza confini, culturalmente viva e libera, economicamente proiettata verso il futuro, un futuro di pace e prosperità per tutti, di solidarietà, di cooperazione e collaborazione è stato qualcosa di rivoluzionario, in cui ci abbiamo creduto veramente.
Oggi passati alcuni anni, pronti a tracciare un primo bilancio dobbiamo ammettere che questa realtà è stata sì caratterizzata da tante luci, ma anche da non poche ombre, ombre di cui ci parlano Mathilde Ramadier e Alberto Madrigal, (rispettivamente la prima ai testi, il secondo ai disegni) nella graphic novel Berlino 2.0 edita da Bao Publishing.
Se la denuncia sociale passa anche attraverso il fumetto, si può dire che Berlino 2.0 abbraccia questa visione raccontandoci una realtà ben diversa dai sogni che abbiamo più o meno fatto tutti. Sarà la crisi economica, saranno coloro che hanno voluto specularci su, i giovani di oggi che lasciano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero non sempre trovano una realtà idilliaca.
Come Margot giovane protagonista di Berlino 2.0 che lascia Parigi, e si trasferisce a Berlino con una borsa di studio. Ad accoglierla una città ancora culturalmente effervescente, dinamica, povera ma sexy, come disse l’ ex sindaco socialdemocratico di Berlino, Klaus Wowereit. Tanti sogni, tante illusioni concretamente disilluse al momento di cercare casa o lavoro. Stage non retribuiti, nessuna copertura sociale o assicurativa, minijob perfettamente legali, richieste assurde da parte dei datori di lavoro, nessun affitto agevolato, ecco questo è il panorama più o meno deprimente che le si prospetta davanti.
Per molti difficile da credere, ma questa è la realtà di molti giovani arrivati a Berlino negli ultimi anni, attirati dalla sua luce e dagli alti proclami del famoso modello economico della Germania della Merkel.
Tradotto da Francesco Savino, Berlino 2.0 è dunque un fumetto che ci parla dei cervelli in fuga, che tanto occupano le pagine dei giornali, giovani che non sempre lasciano lavori precari in cambio della stabilità. Ma pur tuttavia continuano ad avere fiducia nel futuro e non si arrendono.
Stampato su carta Fedrigoni Arcoset da 140 grammi per gli interni e Fedrigoni Symbol Freelife Satin da 300 grammi per la copertina, in carta proveniente da fonti gestite in maniera responsabile, Berlino 2.0 è un fumetto capace di sensibilizzare i lettori su problemi reali, depositari di una coscienza comune. E’ un fumetto a colori, fatto di acquarelli dalle tenui sfumature seppiate, nei colori del giallo, del marrone, dell’arancione, del verde, abbinamento cromatico interessante e funzionale a una storia che tratta temi seri e attuali. Consigliato.

Mathilde Ramadier, classe 1987, è autrice, saggista e sceneggiatrice. Dopo aver studiato graphic design si dedica agli studi di Estetica e Psicoanalisi all’Università di Parigi. Nel 2011 ottiene un master in Filosofia contemporanea all’ENS, con una tesi su Sartre. Nello stesso anno, attirata dalla capitale tedesca, si trasferisce a Berlino. Dopo diverse traduzioni dall’inglese al tedesco, nel 2013 pubblica il suo primo graphic novel per la casa editrice francese Dargaud, Rêves syncopés, per i disegni di Laurent Bonneau. Nel 2016, per la casa editrice francese Futuropolis scrive Berlino 2.0, disegnato da Alberto Madrigal ed edito nel 2017 in Italia da BAO Publishing.

Alberto Madrigal, nato in Spagna e residente a Berlino dal 2007, dopo alcune storie brevi e lavori da illustratore freelance, fa il suo esordio nel mondo del fumetto con la sua prima opera lunga nel 2013, quando pubblica Un lavoro vero (BAO Publishing), di cui è autore completo. Nel 2015 esce Va tutto bene, in cui ritrova i temi dello smarrimento e i sogni di una generazione che lotta per affermare la propria identità. Nello stesso anno realizza le illustrazioni de L’albero delle storie, romanzo per ragazzi scritto da Gabriele Clima e pubblicato nella collana “Il battello a vapore” (Edizioni Piemme). La sua ultima opera è Berlino 2.0, scritto da Mathilde Ramadier e pubblicato da BAO Publishing nel 2017.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Chiara dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

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:: Tredici giorni a Natale di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori 2017)

7 dicembre 2017
tredici giorni a Natale

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Torna la strana coppia del giallo italiano composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario di polizia Sergio Crema, protagonisti di Tredici giorni a Natale nuovo romanzo dello scrittore torinese Rocco Ballacchino. La Fratelli Frilli Editore di questo autore ha già pubblicato Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale, e come i precedenti anche questo romanzo è una piacevole lettura, e il quarto appuntamento ormai fisso con una serie che si è conquistata ormai numerosi estimatori. Se vi piace il giallo, solo leggermente screziato di noir, con molto umorismo e qualche attinenza con l’attualità, è una serie che consiglio.
Ballacchino è a suo agio nella sua Torino invernale, e ha creato una coppia di personaggi sicuramente riusciti e affiatati, che davvero prendono vita dalle pagine, acquistando profondità, soprattutto lo scorbutico Mario Bernardini che più invecchia, saranno anche le prove che deve affrontare, più perde cinismo e misantropia in favore di una più calda umanità. Il commissario è un buffo comprimario, buffo per le sue debolezze (la buona cucina e la passione per la bella collega Bonamico) ma tenace e perspicace come investigatore e poliziotto.
Siamo a Torino, mancano pochi giorni al Natale e il commissario Crema riceve una telefonata. All’ apparecchio c’è il primario di terapia intensiva del Mauriziano, che lo convoca in tutta fretta al capezzale di una donna morente, la signora Giraudo. Crema piuttosto riluttante si reca all’ospedale a bordo della Grande Punto assieme all’ispettore Quadrini, e raccoglie le ultime parole della donna: “Non è stato… Lui”.
L’arrivo del marito, il signor Cerutti, il giorno dopo in Questura fa luce sull’avvenimento insolito. L’uomo racconta una lunga storia risalente al 24 giugno del 1990, 26 anni prima. La figlia Sonia, studentessa in Lettere presso l’Ateneo torinese, dopo aver avuto un colloquio con il relatore della sua tesi si diresse verso gli ascensori di Palazzo Nuovo segnando il suo destino. La polizia ne rinvenne il giorno dopo il corpo in uno degli ascensori. Era stata strangolata.
Del delitto fu incolpato il custode di Palazzo Nuovo, Luigi Merlino, sempre professatosi innocente. Ed è proprio il custode, il lui a cui si riferiva la donna nelle sue ultime drammatiche parole, non avendo mai creduto alla sua colpevolezza.
Pur avendo altri casi, ben più recenti a cui pensare, il tarlo del dubbio e della curiosità si insinua nella mente del commissario, tanto che inizia raccogliere da internet tutte le notizie che trova sull’ omicidio della ragazza, denominato al tempo dai giornali il delitto di Palazzo Nuovo.
E così scopre che il presunto colpevole Luigi Merlino è morto alcuno anni prima per infarto. Il mistero si infittisce e il commissario Crema non riesce a capire perché la madre della ragazza abbia chiamato proprio lui in punto di morte per confidargli la certezza dell’ innocenza di Merlino.
Quando entra in scena Mario Bernardini, al tempo del processo testimone chiave, ormai non c’è più scelta bisogna fare luce sulla morte della ragazza, scoprire come andarono veramente le cose, nonostante sia quasi Natale e sarebbe preferibile pensare alle proprie compagne, ai regali, ai figli, alla famiglia.
In un susseguirsi di colpi di scena Ballacchino ci accompagna in un’ indagine ufficialmente chiusa, ma ancora piena di misteri e strane coincidenze, che condurrà a una vigilia di Natale difficile da dimenticare. Forse è proprio vero come filosoficamente pensa Crema che il passato dovrebbe essere lasciato in pace. Ma a volte la cocciutaggine di un poliziotto può portare anche ad effetti indesiderati, non solo allo svelamento del colpevole.
Con il suo ricorrente stile semplice e lineare Ballacchino ci narra una storia investigativa in cui passato e presente si intrecciano, in una Torino imbiancata dalla neve, una gran scocciatura per il nostro commissario che ha il buffo fascino di un personaggio di una commedia agro dolce anni ’70.
L’uso di capitoli brevi è funzionale al crescere della suspense. In ogni capitolo un pezzo del puzzle, un nuovo indizio, una nuova ipotesi alternata a parentesi più leggere come la battaglia a palle di neve in famiglia. Se vogliamo in questa indagine il personaggio di Mario Bernardini, testimone riluttante, passa sullo sfondo dando più spazio al commissario Crema, vero protagonista del romanzo. Questa scelta narrativa è interessante ma indebolisce un po’ l’originalità della serie, dove punto cardine era vedere le indagini di un critico cinematografico sui generis. Spero che Ballacchino non faccia sparire questo personaggio dalle sue indagini, nonostante un po’ il dubbio ce l’abbia avuto. Ma si sa un autore decide le sue scelte narrative ed è anche sbagliato da parte di un lettore forzarle.
In conclusione è una serie che amo, che leggo sempre con piacere, un po’ perchè ambientata nella mia città, un po’ perché parla di cinema (molte sono le citazioni cinematografiche). Una lettura che consiglio e senza volere apparire una indovina, credo avrà ancora lunga vita.

Rocco Ballacchino è nato a Torino nel 1972, si è laureato, nel 1999, in Scienze della Comunicazione, con una tesi dal titolo “Il personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra” (Semiologia del cinema e degli audiovisivi).
Ha collaborato dal 2009 al 2011, in qualità di sceneggiatore, con la Turin Video Production.Ha al suo attivo numerosi gialli pubblicati tra il 2009 e il 2017, gli ultimi dei quali hanno per protagonisti il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini.
È tra i soci fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, nato a Torino nel 2014.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

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:: L’amica sbagliata di Cass Green (Piemme 2017)

4 dicembre 2017
l'amica sbagliata

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C’è una battuta che dice pressappoco quanto sia difficile trovare un vero amico, di quelli che se uccidi qualcuno ti aiutano a seppellire il corpo senza farti troppe domande. Ecco credo che Cass Green, autrice inglese di young adult di successo, deve avere pensato a questo come spunto per il suo primo thriller psicologico rivolto a un pubblico di lettori adulti.
L’amica sbagliata (The Woman Next Door, 2016), edito da Piemme e tradotto da Cristina Ingiardi, è infatti la storia di due amiche Hester e Melissa che si trovano a vivere esattamente quello di cui vi parlavo all’inizio.
Sinceramente non so dirvi se mi sia stata più antipatica Hester o Melissa, quello che è certo è che l’autrice è stata brava a delineare entrambi i personaggi in modo estremamente negativo, in modo che è difficile, se non impossibile, provare empatia.
Hester è visibilmente squilibrata (i capitoli dedicati a lei sono narrati in prima persona così possiamo avere un dettagliato riscontro di quanto i suoi pensieri e i suoi comportamenti siano distorti, sebbene all’apparenza sembri un personaggio perfettamente integrato).
Melissa (i capitoli dedicati a lei sono narrati in una più fredda terza persona) è già più razionale, ma anche lei nasconde dei segreti, chiusi per lo più nel suo passato, troppo ingombrante per chiunque, che se emergessero potrebbero mandare in frantumi il suo presente borghesemente realizzato, con marito medico, figlia adolescente, soldi, una bella casa, amici e posizione.
Hester ha una passione morbosa per Melissa, la vede come una figlia, abitando vicina a casa sua l’ha aiutata a crescere la figlia Tilly di cui si sente in qualche modo la nonna. Non potere avere figli è stato per lei un trauma che non ha mai superato e ha distorto il suo istinto materno in derive che non vi anticipo, ma immaginatevi il peggio. Melissa non ne può più di questa vicina strana, invadente e impicciona.
Tutto degenera a una festa che Melissa organizza per il compleanno di Tilly. Hester ne scopre l’organizzazione spiando dalle finestre il camioncino del catering. Non invitata si sente esclusa e rifiutata, non sopportandolo si presenta dall’amica e tanto che fa le strappa l’agognato invito. Melissa mal la tollera, ma giudicandola innocua cerca di contenere il suo pessimo comportamento. Hester si ubriaca, scandalizza gli ospiti, insomma turba l’equilibrio già compromesso da un altro avvenimento ben più grave: l’arrivo di Jamie appena uscito di galera, un fantasma della vita di prima che Melissa ostinatamente e disperatamente tenta di tenere nascosta.
A questo punto, come è ovvio, le cose non possono che precipitare, e l’autrice ci narra il tutto sempre alternando i capitoli tra Hester e Melissa. Essendo un thriller dirvi altro sarebbe un delitto, ma ve lo ripeto immaginatevi il peggio in un susseguirsi di avvenimenti non privi di colpi di scena.
Cass Green è brava a creare nel lettore un senso costante di inquietudine e di minaccia. Se Melissa nasconde dei segreti, Hester non le è da meno, e certo non è la bonaria sessantenne, che segue corsi pubblici di computer e prepara deliziose torte al limone. Certo è anche quello, ma è soprattutto una minaccia, nella vita di Melissa, vita che si sta sgretolando come un assurdo castello di sabbia.
Se amate i thriller in cui nessun personaggio merita di salvarsi, è il libro che fa per voi, vi porterà nella sonnolenta periferia londinese, in compagnia di una delle paure più frequenti di chi vive in quartieri tranquilli: non sapere chi si nasconde tra i propri vicini di casa.

Cass Green, inglese, ha lavorato diversi anni come giornalista, dedicandosi contemporaneamente anche alla scrittura di romanzi per ragazzi. L’amica sbagliata è il suo esordio nella narrativa per adulti, accolto con grande entusiasmo dal pubblico.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Federica dell’ Ufficio stampa Piemme.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lettere a Cioran di Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2017)

29 novembre 2017

lettere a cioranNiente si può comprendere della sua opera se prima non ci rendiamo conto di essere di fronte a una coscienza che non trova mai pace, esasperata da se stessa e tuttavia tenacemente vigile; a uno scrittore, a un uomo, che non si è mai nascosto dietro le sue paure, consapevole che è proprio il pungolo della paura – quando la si affronti a viso aperto- a renderci lucidi, a rivelarci la vera natura delle cose smascherando tutte le convenzioni legate al vivere e al suo perdere terreno.

Se Nicola Vacca ha un talento è sicuramente quello di rendere semplici concetti e pensieri estremamente difficili. Lungi da voler essere un fatuo complimento è una osservazione che sgorga spontanea dalla lettura di Lettere a Cioran Galaad Edizioni, prefazione di Mattia Luigi Pozzi.
Il suo talento divulgativo, vissuto come una vera vocazione più che una posa, è lontano anni luce dalle ostentazioni e dalle fisime dell’intellettuale che dispensa il suo sapere dall’alto di un piedistallo, ma tutt’al contrario, utilizzando un linguaggio colloquiale, semplice, immediato riesce a diffondere i concetti anche più irti e difficili, perché la diffusione del sapere non debba essere mai elitaria, creare barriere, ma appunto spezzarle in una comunione umana e umanistica che distingue il pensatore e studioso dall’intellettuale snob chiuso nella sua irraggiungibile torre d’avorio.
Nicola Vacca parlando di Cioran non utilizza una lingua da iniziati, ma nella semplicità (frutto di un’ attento studio e di una sensibilità affine), ci trasmette qualcosa di molto più prezioso, un’ autentica ammirazione (se non venerazione) per un pensatore, filosofo e scrittore difficile e iconoclasta come Emil Cioran davvero fu. Uno dei geni più controversi e poco omologabili che “il secolo breve” ha avuto.
Se il dubbio è la scintilla d’intelligenza che ha incendiato tutto il suo pensiero, Nicola Vacca ce lo dimostra più che aprioristicamente enunciarcelo. Lo scetticismo, quasi sempre visto con connotazioni negative e pessimiste, in Cioran è linfa e luce di un pensiero libero, e onesto, svincolato dalla gabbia dorata della sistematicità.
La realtà è così complessa e frammentaria che solo il frammento, l’aforisma, l’intuizione, la scheggia di pensiero e di scrittura, può definirla, con l’abilità che ci vuole a riunire le mille schegge di uno specchio in frantumi. La realtà è visione, e costa dolore assorbirla nelle sue mille sfaccettature distorte. Per guardare in faccia la realtà, le contraddizioni e il marcio di questo mondo, serve uno spirito scevro di illusioni, e nello stesso tempo attento alle pieghe dell’anima. Serve uno spirito senziente e in costante ricerca del vero e del reale. Anche quando la ricerca non porta in nessun dove. Ma è la ricerca stessa il senso.

Nicola Vacca scrive: Per Cioran meditare significa trovare la giusta distanza fra il pensiero e la parola: pochi ci riescono, ed egli è stato uno di quei pochi. Sempre difendendo un sano e caustico diritto all’insolenza, alla provocazione, il suo pensiero ha interso “sfregiare” ogni oggetto su cui si sia appuntato, per mettere in luce questa nostra caduca esistenza, il tragico il comico. E insolente, provocatoria è ogni parola, ogni pagina di Cioran, che concepisce in frammenti la sua intera opera perché è così, in frammenti, che vede o vorrebbe ridurre il mondo stesso.

Anche se è pur vero che tutti si suoi scritti non sono necessariamente rivolti a un pubblico e proprio nei sui Cahiers, appunti sparsi di una vita, dà il meglio di sé. In un mondo dove nessuno può salvare nessuno, Cioran scrisse per sé stesso per contenere e dominare i suoi demoni, le sue inquietudini di pensatore insonne, malato di verità.
Avvicinarci a Cioran, e Nicola Vacca ci aiuta proprio a fare questo, a percorrere questa iniziazione verso la vertigine, è un’ esperienza insolita e creativa. Difficilmente etichettabile come pura curiosità letteraria da esibire nei salotti più snob. Cioran è una presenza ingombrante e inquieta, che scortica le coscienze e ustiona i preconcetti e le rassicuranti favolette che ci possiamo raccontare per dormire sonni tranquilli. Cioran non si accontenta, si interroga, fino a sentire i pugnali nella carne, si inabissa negli oscuri meandri dell’ignoto, dell’inconoscibile, del poco ponderato. La sua religione è ciò che di più lontano possa esistere dal quieto vivere, dall’autocompiacimento e dall’autoassoluzione.
Bisogna essere capaci di perdersi, per seguirlo e imparare ad apprezzare il suo genio, la sua autentica vocazione al contraddittorio e al paradosso come Nicola Vacca fa da quando ha iniziato a leggere e meditare le opere di questo scrittore.
Cioran fu un uomo del suo tempo? Certo fu poco compreso dai suoi contemporanei, di cui stigmatizzava vizi e difetti, e questa espulsione dal consesso degli eletti intellettualmente omologabili, ne costituisce in un certo senso una sua prima virtù, facendolo diventare contemporaneo di qualsiasi uomo si interroga sul senso della vita e della realtà. Anche quando un senso non c’è e proprio la negazione di senso si ricollega ad un empirico paradosso esistenziale.
Il suo rifiuto di idolatrare la storia, come serie inenarrabile di abomini, compiuti da uomini verso altri uomini capaci di contabilizzare la morte nei campi di concentramento raggiungendo vette di crudeltà che poco hanno di umano, è a mio avviso la più alta vetta di una coscienza civile tormentata, non chiusa nel bozzolo della propria solitudine e del proprio egoismo. Cioran fu consapevole che la vita vira verso queste degenerazioni, che l’umanità ha in sé i germi del male, un Male metafisico e oscuro, pur tuttavia non si rifugia in un nichilismo di maniera, in un’ adorazione del nulla. Ma anzi questo nulla, che attira a sé tutto come una stella morente, cerca di superarlo, proclamando un disperato amore per la vita (non a caso Leopardi fu da lui un poeta molto amato). Raggiungendo vette mistiche inaspettate e insospettabili. Alla mistica, sia orientale che occidentale, fu sempre legato da un legame profondo.
Cioran si permette poi il lusso di contraddire se stesso, di non seguire una fitta rete di coerenti corrispondenze, per aderire più pienamente al reale. Nella realtà cambiamo idea, ci superiamo, evolviamo, pur senza rinnegare noi stessi, e come diceva Louis Ferdinand Celine non siamo infallibili, possiamo anche dire solenni sciocchezze. Possiamo mentire a noi stessi, pur non considerando la menzogna uno strumento di analisi. E da qui il gusto per il paradosso, per l’antinomia, il bisticcio di parole, la farsa.
Se poi vogliamo approfondire il discorso, avvicinarci ai testi di Cioran, la bibliografia essenziale (pag. 99) è piuttosto esaustiva, lo possiamo fare, anzi l’intero testo è un invito a farlo. Una lettura propedeutica e necessaria se vogliamo decriptare il suo pensiero e il suo complesso organismo intellettuale. Potete usare questo testo come una bussola, se deciderete mai di intraprendere il viaggio di approfondimento. Buona lettura.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: testo inviato dall’autore.

:: La Giusta Mezura di Flavia Biondi (BAO Publishing 2017)

28 novembre 2017

la giusta mezuraSe a innamorarsi sono capaci tutti, l’arte di coltivare un amore invece richiede impegno e qualità che mettono in gioco davvero gli innamorati a cui nessuno ha insegnato cosa succede dopo il celebre “vissero felici e contenti” delle favole. Di questa arte ci parla La Giusta Mezura, bellissima graphic novel virata al blu di Flavia Biondi, storia di un amore unico, e nello stesso tempo simile a tanti altri, quotidiano, dalle sfumature inaspettate.
Siamo a Bologna, città contemporanea, e nello stesso antica, fatta di chiese, portici, torri, vicoli caratteristici, in cui vivono i due protagonisti Mia e Manuel, trentenni in crisi, che dopo brillanti studi si arrabattano con lavori precari, che credevano provvisori, giusto necessari alla sopravvivenza in attesa di scoprire cosa fare della propria vita, e invece passano gli anni e nessuna vera occasione sembra proporsi.
Vivono in affitto in una stanza in un alloggio per studenti fuori sede, l’anello di congiunzione, il rito di passaggio, tra la vita in famiglia, e la vita autonoma da adulti indipendenti, mettendo da parte quello che possono col sogno di potersi permettere una casa tutta per loro. Ma l’indipendenza economica per molti ragazzi di quella generazione è un sogno, una chimera, un’attesa che logora sogni, aspirazioni, ideali. E nell’attesa anche i grandi amori possono finire stritolati e messi alla prova.
Mia e Manuel sono in crisi, si amano ancora ma incomprensioni, disaccordi, difficoltà minano l’idillio che esisteva ai primi tempi del loro innamoramento. E sarà per colpa di un problema lavorativo, o di un momento di stanchezza, che Mia si trova tra le braccia di un altro, giusto il tempo di un bacio, ma agli occhi della ragazza fatto della consistenza di un vero tradimento.
Tradimento che così sarebbe interpretato soprattutto da Manuel idealista e sognatore, che scrive un romanzo a puntate su internet sull’amore cortese e sogna che un grande editore lo noti e lo pubblichi dando concretezza alle sue aspirazioni di scrittore. E così Mia gli tiene nascosta questa debolezza.
Sarà la causa della loro rottura? Troveranno la strada per attuare i loro sogni, e le loro aspirazioni? Non vi dico altro, lascio a voi il piacere di scoprire come la storia prosegue. La Giusta Mezura, raccontata con delicatezza e ironia, è una storia simile a tante storie d’amore in crisi, nell’Italia di oggi, fatta di crisi economica e disoccupazione, mancanza di prospettive e disillusione. E nello stesso tempo è un analisi di come l’amore muta e si evolve, di come passa dall’euforia dell’innamoramento al giusto equilibrio che gli permette di diventare adulto, di sopravvivere agli ostacoli, alle difficoltà che la vita ci pone.
I dialoghi sono allegri, spigliati, anche pungenti e spiritosi. La vita quotidiana dei due protagonisti acquista una valenza universale e nello steso tempo consueta. Un tocco di sensualità avvolge le tavole più tenere e intimistiche. Ottima la scelta cromatica, che addolcisce la drammaticità del bianco e nero, con un blu rilassante e poetico.
Nel complesso un’ opera pienamente riuscita, che tratta sì temi seri, dall’amicizia, all’identità sessuale (bellissimo il personaggio di Tito), all’amore, all’idealismo, all’ aspirazione alla realizzazione economica e lavorativa, alla paura di diventare adulti con obblighi e responsabilità, alla ricerca di stabilità, ma lo fa in maniera lieve e anche divertente. Formato rilegato. Un regalo perfetto per la propria metà.

Flavia Biondi nasce a Castelfiorentino (FI) nel 1988. Da sempre appassionata di storie che raccontano le vicende del quotidiano lavora ai suoi fumetti tutti incentrati su personaggi all’apparenza modesta ma dal grande cuore. Dopo il diploma artistico e la laurea triennale presso L’accademia di Belle Arti di Bologna in Fumetto e Illustrazione, fonda assieme a sette colleghi “accademici” l’etichetta Manticora Autoproduzioni con cui collabora alla realizzazione di diverse antologie. Con la casa editrice Renbooks pubblica Barba di Perle (2012), L’orgoglio di Leone (2014), L’importante è finire (2015), tre graphic novel a tema LGBT. Nel 2015, per i tipi di Bao Publishing, pubblica il graphic novel La Generazione. Nel 2017 partecipa con una storia breve all’antologia “Melagrana” di Attaccapanni Press.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Chiara dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

:: Un’ intervista con Gilly Macmillan

24 novembre 2017

Era il mio migliore amicoSalve signora Macmillan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta sul mio blog. Ci parli di lei. Chi è Gilly Macmillan? Punti di forza e di debolezza.

Ciao! Grazie per avermi invitato sul tuo blog. Tra i punti di forza la persistenza, l’attenzione ai dettagli e l’immaginazione. Tra i punti di debolezza la procrastinazione, l’impazienza e una vera smodata passione per il ciocolato!

Raccontaci qualcosa delle tue origini, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una città del Regno Unito che si chiama Swindon con i miei genitori, un fratello, una sorella, cani e gatti. Durante i miei studi ero appassionata di molte materie ma la cosa che amavo di più era l’arte, specialmente lo studio della letteratura. Mi laureai in storia dell’arte quando andai all’Università e sono fermamente convinta ora – sebbene non ne ero consapevole a quel tempo – che la storia dell’arte mi ha insegnato come scrivere dato che trascorsi praticamente cinque anni imparando come tradurre in parole ciò che vedevo.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Sono stata una appassionata lettrice da quando posso ricordare. Non penso di aver trascorso un giorno della mia vita senza che abbia letto un libro. C’è stato un momento nella mia vita quando i miei figli hanno iniziato la scuola e non avevo un lavoro e pensavo perché non provare a vedere se potevo io stessa scrivere fiction? Ho pensato che sarebbe stato bellissimo se ci fossi riuscita, ma non avevo tutta quella fiducia. Fu una sfida che proposi a me stessa.

Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Credo che un buon scrittore necessita di empatia e comprensione della natura umana, per prima cosa, perché il nostro lavoro è proprio portare il lettore nella mente delle altre persone. Un buon scrittore deve anche essere un buon osservatore e un buon ascoltatore così che possa creare un mondo in cui il lettore possa credere. E per fare questo, per prima cosa deve osservare.

Sono già usciti in Italia i libri 9 giorni e La ragazza perfetta. Ora è uscito Odd Child Out, il tuo mystery d’esordio, con il titolo Era il mio migliore amico. Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a scrivere il romanzo? Che tipo di ricerca è stata necessaria?

Il punto di partenza per me è stato la scena all’inizio del libro. E ‘stata la prima cosa a cui ho pensato e penso che il titolo italiano renda bene il concetto di quale sia il tema centrale del romanzo. Stavo pensando di scrivere una storia sull’amicizia e mi chiedevo come sarebbe stato se un evento misterioso ma traumatico avesse lasciato due migliori amici in una situazione in cui uno di loro non può parlare di quello che è successo – in questo caso perché è in coma – e dove l’altro non ne parla, anche se il lettore non sa perché. Vivo a Bristol, dove è ambientato il libro, e la conosco molto bene, quindi la più grande sfida che ho avuto in termini di ricerca è stata quella di cercare di rendere giustizia ai miei personaggi che hanno viaggiato dalla Somalia per crearsi una nuova vita nel Regno Unito. Ho fatto molte letture e ricerche online per cercare di ottenere questo effetto. Ero particolarmente interessata a trovare resoconti in prima persona dell’esperienza dei rifugiati, e ho anche visitato un centro per rifugiati a Bristol. Ho fatto molte ricerche sulla storia della Somalia, quindi il mio resoconto del background della famiglia Mahad, e in particolare le ragioni della loro fuga dalla Somalia, potrebbe essere davvero veritiero.

Il tuo romanzo parla di legami familiari e dell’amicizia tra un ragazzo inglese e un ragazzo immigrato di origine somala. Come hai sviluppato questi temi?

Ho sempre amato le storie di amicizia, e penso che tra di esse le più interessanti siano quelle in cui gli amici provengono da contesti differenti. Volevo che i ragazzi del mio libro fossero adolescenti perché l’amicizia tra adolescenti può essere particolarmente intensa. Una volta stabilita l’identità dei due amici che sono al centro del romanzo, mi sono interessata alle loro famiglie, a come l’evento che coinvolge entrambi i ragazzi all’inizio del romanzo avrebbe avuto un impatto e un coinvolgimento su di loro, così come sui ragazzi. I rifugiati e l’immigrazione sono un argomento politico così importante e con una retorica così radicale e spesso negativa, che volevo davvero raccontare una storia molto personale come contrasto.

Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Ci ho messo 18 mesi, che è più di quello che avevo pianificato. Solitamente scrivo un libro in un anno. L’argomento delicato al centro del romanzo mi ha spinto a trascorrere più tempo di quanto solitamente faccia di solito sia nel raccontare la storia che nello sviluppare i personaggi. Alla fine spero di aver raccontato la storia con empatia. Se il lettore percepisce questo, allora il tempo extra trascorso sul libro varrà oro.

Parlaci dei personaggi principali.

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due ragazzi di quindici anni, uno il migliore amico dell’altro. Noah è un ragazzo bianco, è nato e cresciuto a Bristol. La sua famiglia è economicamente molto benestante. Noah non è del tutto privilegiato, però, perché ha sofferto di cancro a fasi alterne da quando era un ragazzino. Abdi è nato durante il viaggio fatto dalla sua famiglia dalla Somalia in Europa, mentre fuggivano dalla violenza della guerra civile somala. I ragazzi si incontrano in una scuola privata in cui Noah la frequenta poiché suo padre è andato lì, mentre Abdi la frequenta perché ha vinto una borsa di studio. Sono inizialmente attratti l’un dall’altro perché ognuno si sente diverso dagli altri ragazzi e la loro amicizia si sviluppa da questo. Entrambi sono intelligenti, entrambi vogliono fare bene e per entrambi i ragazzi la famiglia è estremamente importante.

Cosa ti è piaciuto di più durante la stesura del libro?

Adoravo creare un thriller con al centro un’amicizia e ho amato tessere tutti i segreti, le storie e le tensioni delle famiglie dei ragazzi. Anche l’opportunità di apprendere in dettaglio cose su un’altra cultura attraverso la mia ricerca è stata sorprendente. Il 99% di ciò che ho letto non è incluso nel libro, ma è stato affascinante conoscere la Somalia e la sua storia.

Ci sono progetti cinematografici in vista? Se Hollywood decidesse di farne un film, chi vedresti bene nelle parti di Noah, Abdi e del detective Clemo?

Non ancora, ma sarebbe fantastico se succedesse un giorno! Per la parte di Clemo ci vedrei bene Andrew Scott o Rafe Spall. Noah e Abdi sono così giovani che amerei vedere recitate le loro parti da attori anche sconosciuti e pronti a cogliere l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico.

Era il mio migliore amico ha ricevuto il plauso dei blogger, delle riviste letterarie, dei giornali, degli altri scrittori, tra le altre cose, come tutti i tuoi romanzi. Credi nel potere del passaparola?

Ci credo, probabilmente perché amo quando qualcuno mi raccomanda un libro. Sono sempre molto grata per le parole positive spese per un mio libro, da chiunque provengano. Quando scelgo un libro spesso vado a vedere cosa i recensori e i blogger ne hanno scritto. E’ una cosa bellissima se leggi recensioni positive ed è anche fantastico se anche i lettori l’ hanno accolto positivamente. Il passaparola può essere molto potente e non conosco un singolo scrittore che non sia grato di scoprire che un suo libro sia stato raccomandato a qualcuno.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono alcuni dei tuoi scrittori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato la tua scrittura?

Sono stata influenzata soprattutto da James Lee Burke, i cui gialli di Detective Robicheaux mi hanno mostrato che potevo scrivere trame elettrizzanti e personaggi che esplodevano letteralmente dalla pagina e combinarli con uno straordinario senso dei paesaggi e della scrittura che può essere brutale ma anche a volte intensamente lirica. Anche la serie del Detective Rebus di Ian Rankin mi ha influenzato, così come i libri di Linwood Barclay. Leggo molto e sono influenzata da molti stili di scrittura e generi diversi. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Gabriel Garcia Marquez, P.D. James e Ruth Rendell. Ma ce ne sono molti altri…

Cosa stai leggendo in questo momento? Puoi consigliarci alcuni thriller inglesi scritti da donne?

Sto leggendo The Trouble with Goats and Sheep di Joanna Cannon. E’ un mystery ambientato durante l’ondata di caldo che abbiamo avuto nel 1976 in Inghilterra. Non è tanto un thriller piuttosto è una storia di crescita raccontata da una ragazza, ma ha anche un mistero al centro di tutto. Per i thriller inglesi di autori femminili consiglierei qualsiasi cosa di Sophie Hannah, Tana French o Robert Galbraith (che suona come un nome maschile, ma è, ovviamente, il nome d’arte dei thriller di J.K. Rowling).

I due migliori consigli che daresti agli scrittori di thriller

  • (i) Alla fine di ogni pagina che scrivi, chiediti quanto segue e rispondi onestamente: se stavo leggendo questo libro, vorrei girare la pagina? Se la risposta è “no” o “non sono sicuro”, devi riconsiderare ciò che hai fatto.
  • (ii) Tieni i nervi saldi. Ci vuole molto tempo e molte revisioni per scrivere un buon thriller. Devi essere concentrato.

Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li adoro! È un tale piacere e un privilegio incontrare lettori, librai, giornalisti ed editori di tutto il mondo. A volte le differenze linguistiche o culturali possono portare ad alcune domande divertenti durante le intervista, ma penso che sarebbe sbagliato da parte mia darti qualche dettaglio! La sfida più grande è quella di affrontare un volo molto lungo, in un fuso orario molto diverso, e apparire qualche ora dopo, fresca e pronta per discutere del tuo lavoro in modo intelligente!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Al momento non ci sono piani per farlo, ma se dovessi essere invitata, sarei lì in un lampo! Amo l’Italia e ho trascorso molte vacanze esplorando il tuo bellissimo paese.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Ho appena terminato la prima bozza del mio quarto libro e attualmente sto lavorando alle modifiche. Si chiama Time to Tell ed è la storia di un uomo di nome Cody Swift che torna a Bristol dopo una lunga assenza per intervistare l’assassinio ventitreenne dei suoi due migliori amici per un podcast. Il podcast è presente per tutto il libro. Sentiamo anche la storia del detective coinvolto nell’inchiesta originale. Ha anche un caso in corso che può o non può far luce sul passato. L’ultimo pezzo del puzzle viene dalla storia della madre di uno dei ragazzi assassinati. Ho adorato scrivere questo libro e sono entusiasta di condividerlo con i lettori il prossimo anno!

:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!

:: Un’ intervista con Antonio Zoppetti

23 novembre 2017

diciamolo in italianoBentornato sul nostri blog, ci siamo conosciuti tanti anni fa, ricordo a Milano abbiamo preso un caffè in piazza Duomo, sei tra i pochi che mi conosce personalmente. Poi ti abbiamo intervistato per il blog, chi fosse curioso può trovare qui la vecchia intervista. Ti ritrovo paladino della lingua italiana e della sua purezza lessicale. Una domanda a bruciapelo: l’italiano, nella tua esperienza di docente e di scrittore, è davvero in pericolo?

Prima di tutto credo sia necessario chiarire un equivoco: non sono affatto un paladino della purezza della lingua, e ci tengo a sottolineare che non c’è nessun “purismo” nelle mie ricerche. Storicamente, il purismo si è sempre opposto ai neologismi e ha rappresentato un freno all’evoluzione della lingua, che invece, essendo viva, ha bisogno di evolversi e arricchirsi. Per questo ritengo che l’italiano sia effettivamente in pericolo: perché non è più capace di evolvere e di stare al passo con i tempi. Invece di creare parole nuove per le cose nuove, non fa altro che importare termini inglesi, senza tradurli, senza adattarli, e preferendoli spesso anche nel caso esistano gli equivalenti italiani. Il mio allarme, però, non come i tanti che sono stati lanciati in passato, è basato sui numeri e su una ricerca inedita: negli ultimi 30 anni gli anglicismi senza adattamento registrati dai dizionari sono più che raddoppiati (dai 1.600 circa del Devoto Oli 1990 ad almeno 3.400 del 2017), come è aumentata la loro penetrazione nel linguaggio comune (un tempo erano soprattutto tecnicismi, oggi no). La cosa più preoccupante riguarda i neologismi. Stando a Devoto Oli e Zingarelli, quasi la metà delle parole nuove del nuovo Millennio è in inglese (se si aggiungono i semiadattamenti come whatsappare, googlare, downloadare… le percentuali salgono). Insomma, il rischio è che presto ci mancheranno le parole italiane per esprimere le novità e saremo costretti a parlare in itanglese. Ciò è già successo in vari ambiti come quello del lavoro o in vari settori della scienza e della tecnologia. A rischio, però, c’è soprattutto il lessico, cioè le parole che usiamo, e non la struttura della nostra lingua e la sintassi. Questo va precisato. Ma dal punto di vista lessicale, dallo spoglio dei dizionari, emerge che ormai il 4 o 5% dei sostantivi che abbiamo per esprimere le cose è costituito da anglicismi senza adattamento. E se questa crescita non cambia, intorno al 2050 potrebbero rappresentare il 10% dei nostri sostantivi.

Una volta erano i latinismi, o i grecismi molto diffusi, ora è l’inglese la lingua dei detentori del potere economico, politico e anche culturale. E’ un senso di sudditanza che ci spinge, anche inconsciamente, a usare più anglicismi di quanto sia strettamente necessario?

Certamente! Abbiamo un complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, e preferiamo usare termini inglesi, o più precisamente angloamericani, perché ci vergogniamo di adattarli come si faceva un tempo (rivoltella da revolver), di tradurli (bistecca e grattacielo da beefsteak e skyscraper) e addirittura preferiamo l’inglese come sostituto di parole esistenti: stiamo dicendo sempre più competitor al posto di competitore, o mission, vision… Controllavo le frequenze di pusher sui giornali e ho visto che ormai ha rimpiazzato abbondantemente spacciatore. Parole come tesserino al posto di badge arrancano, e mi chiedo se oggi si possa ancora parlare di un completo al posto di un outfit, o di trucco e di truccatrice, invece che di make up e make up artist o se non siano ormai termini da “vecchie signore cotonate”, come mi è stato fatto notare.

Per fare il punto sull’ invasione degli anglicismi nell’ italiano hai scritto da poco un libro: Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (prefazione di Annamaria Testa), Hoepli 2017. Raccontaci la sua genesi, cosa ti ha spinto a scriverlo?

Volevo pubblicare uno studio sull’italiano del nuovo Millennio, alla ricerca di come stia cambiando la nostra lingua ed era quello il mio scopo, ma arrivato a scoperchiare il problema degli anglicismi, che rappresentano solo una parte di questo cambiamento, mi sono fermato perché mi sono reso conto di qualcosa che non era mai stato conteggiato. Paradossalmente, sono partito dalla convinzione che gli anglicismi non fossero affatto un problema, seguendo le teorie di De Mauro e di illustri studiosi “negazionisti”, ma approfondendo e contando mi sono reso conto che le cose non erano così. Se nel 1980, secondo lo stesso De Mauro, c’erano solo una decina di anglicismi che facevano parte delle parole di base, oggi sono decuplicati, e nell’aggiornamento dello stesso dizionario se ne contano 129. Quelli che un tempo erano tecnicismi di bassa frequenza, nella bocca degli addetti ai lavori (benchmark, spread…) oggi sono nelle orecchie di tutti. E allora ho approfondito e pubblicato nuovi numeri e dati, e ritengo che dopo questo libro le tesi dei negazionisti, che avevano un perché sino a 30 anni fa, non siano più sostenibili.

Tutte le lingue hanno origini meticce, molte parole derivano dal francese, dal tedesco, dall’arabo, dalle lingue slave. Studiando queste origini si può studiare le influenze che alcune culture hanno avuto sulle altre, si possono studiare le migrazioni dei popoli, si può studiare la storia dell’umanità. Non è affascinante, non è un arricchimento, invece che una mera forma di colonialismo culturale? E’ solo proprio l’inglese che ha una massività fuori controllo?

Questo che tocchi è un argomento fondamentale su cui però si fa spesso molta confusione. La lingua di Dante è stata influenzata dalla lingua d’oc e d’oïl, e includeva latinismi, gallicismi, parole ebraiche, arabe e di altre origini ancora, che sono state tutte italianizzate. È sull’adattamento che va spostata la questione. Sulla necessità sacrosanta di “accattare” parole di altre lingue, per dirla con Machiavelli, hanno insistito linguisti e pensatori di ogni epoca, da Ludovico Muratori fino ad Alessandro Verri, che nella sua solenne “rinunzia”, pubblicata sul Caffè, al vocabolario della Crusca (che voleva ingessare l’italiano alla lingua del Trecento e dei classici) scriveva che avrebbe usato qualunque parola, francese, tedesca, inglese, turca, greca, araba o sclavone, se se italianizzandola fosse servita. Lo stesso concetto che si trova in Leopardi. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca? Il fatto che nessuno si è mai sognato di fare entrare nel nostro lessico migliaia e migliaia di forestierismi non adattati. Oggi, in gioco, non c’è una questione di principio, non c’è alcun opporsi all’inglese per purismo o antipatia. È un problema di numeri e di sproporzioni preoccupanti che hanno snaturato il nostro lessico. I francesismi non adattati sono meno di 1.000, nei dizionari, e il francese ci ha influenzati attraverso substrati linguistici secolari, dal provenzale ai tempi di Dante, sino all’epoca delle invasioni, l’Illuminismo, l’età napoleonica e la Belle époque. Anche i substrati secolari dello spagnolo hanno lasciato poco più di un centinaio di parole non adattate. Tutte le altre sono state perfettamente assimilate e integrate nel nostro sistema senza traumi. Dallo spagnolo ci arrivano i tanti nomi che terminano in –iglia (bottiglia, pastiglia, maniglia, quadriglia) oppure caramella, torrone, appartamento, borraccia, dispaccio, cordigliera, mattanza… Il francese ci arricchiti con quasi tutte le parole che terminano in -zione (emozione, precisazione, rivoluzione), in –ismo, –ista, –aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio…). Ecco, questo è l’arricchimento: parole nuove che si adattano alla nostra fonetica, alle nostre regole, ai nostri suoni. L’inglese sta invece colonizzando il nostro lessico con suoni estranei, parole che si scrivono e pronunciano in modi che snaturano e scardinano il nostro sistema, e soprattutto con una pervasività che cresce esponenzialmente e che ha già portato all’itanglese in certi ambiti e che porterà all’itanglese anche nel linguaggio comune, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi e adattamenti, e se non la smettiamo di pensare che l’inglese sia una lingua superiore alla nostra. Stiamo attuando quella che ho chiamato la “strategia degli etruschi”, che si sono sottomessi spontaneamente alla cultura romana sino a scomparire.

Ricordo che ci sono paesi molto “campanilisti” lessicalmente, soprattutto mi viene in mente la Francia, parole come computer, ormai comunemente usata anche da chi non è un cultore sfegatato degli anglicismi, è l’ordinateur. Solo in Italia non c’è questo spirito di difesa del proprio patrimonio linguistico? E’ finito il tempo in cui l’italiano era per esempio la lingua della lirica?

L’italiano è stato il modello culturale dominante durante il Rinascimento, la nostra epoca d’oro, quando ci siamo imposti in tutto il mondo anche linguisticamente non solo nella musica (fuga, sonata…), ma anche nell’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Ma quei tempi sono passati e lontani e oggi esportiamo marchi come Eataly o Slow food. Molti dei nostri antichi termini internazionali oggi rientrano nell’italiano dall’inglese, ma purtroppo solo dopo un adattamento linguistico che li trasforma in suoni d’oltreoceano. Pensiamo a una delle nostre eccellenze: il design. Il termine deriva dal nostro disegno, che però non possiamo più utilizzare in questo senso. E lo stesso si può dire di schizzo, che è diventato sketch e ci ritorna così nel suo significato di scenetta teatrale invece che dipinta; maschera ha generato mascara e ci ritorna così, persino novella, che entra nell’inglese grazie al Boccaccio con il significato di romanzo, oggi ritorna nelle graphic novel all’inglese, mentre in spagnolo si dice novela gráfica, e in francese roman graphique. Nella Costituzione francese c’è scritto che il francese è la lingua istituzionale, e nessun politico potrebbe varare act invece di leggi o introdurre spendig review, ministeri del welfare o garanti della privacy, da loro. In Spagna operano almeno 20 accademie per mantenere l’uniformità linguistica dello spagnolo in tutti i Paesi dove si parla, e tra le loro attività c’è proprio la diffusione e la circolazione delle alternative autoctone agli anglicismi. Il dizionario panispanico dei dubbi è un manuale che ogni giornalista tiene sulla scrivania e consulta, e alla sua presentazione ufficiale erano presenti tutti i mezzi di informazione, che, consapevoli dell’enorme responsabilità che hanno nella diffusione della lingua, si sono impegnati a non abusare degli anglicismi, per citare Gabriele Valle. Da noi i giornali e la televisione, che un tempo hanno contribuito all’unificazione della lingua, oggi la stanno distruggendo, e sono considerati da molti studiosi i maggiori “untori” delle parole inglesi.

Mio fratello mi faceva notare, ne è nato un dibattito in famiglia, che hai usato molti numeri e dati statistici. Hai utilizzato un rigoroso criterio scientifico? Quanto tempo hai impiegato a raccogliere tutti i tuoi dati?

Nel 1992 ho curato il riversamento elettronico del primo dizionario digitale italiano, il Devoto Oli 1990, la prima opera che consentiva un’analisi linguistica automatizzata. Sono partito dall’estrazione dei circa 1600 anglicismi dell’epoca, e poiché questo primo prototipo ha avuto scarsa circolazione, i dati in mio possesso erano praticamente inediti, nessuno li ha mai analizzati prima. Ho confrontato questi dati con quelli di Devoto Oli e Zingarelli 2017, e così ho potuto non solo quantificare l’aumento degli anglicismi, ma anche smontare la tesi dei negazionisti che sostengono che gli anglicismi siano soggetti ad obsolescenza rapida e passino di moda. Questi argomenti però non sono basati su alcuno studio basato sui numeri. Confrontando gli anglicismi del 1990 e quelli del 2017 e ho scoperto che mentre ne sono entrati quasi 2.000 nuovi, quelli usciti sono solo 87! Ma poi le mie ricerche si basano anche sui dizionari delle parole di base di De Mauro, sui grafici di Ngram che permettono di vedere le frequenze delle parole nei libri indicizzati da Google, e anche sugli archivi digitali dei giornali. Ho usato tutti gli strumenti attualmente a disposizione, e l’ho fatto in modo rigoroso, visto che un tempo ho avuto la fortuna di conoscere e di lavorare con il padre mondiale della linguistica computazionale, Roberto Busa, e che mi occupo di analisi linguistiche digitali dagli anni Novanta. In sintesi, la mia ricerca e i miei conteggi si sono svolti in circa 6 mesi di ricerche, ma alle spalle avevo decenni di esperienze pregresse. Sulla “scientificità” e il rigore dei numeri che ho presentato sto aspettando che qualcuno si faccia avanti per smontarli, se ne è capace. Sarei ben lieto di discuterne e di difendere le mie ricerche, ma per il momento nessun negazionista mi ha affrontato su questo terreno. Li invito a farlo. I miei dati sono pubblici e controllabili, e sono scientifici proprio perché sono in teoria falsificabili.

A un certo punto dici che gli anglicismi spesso arrivano propagati dai media, e in molti casi scompaiono perché non riescono ad acclimatarsi e entrare nei dizionari. Dunque la lingua è un’entità viva, in costante movimento, giusto?

Certo che la lingua è un’entità viva, ma proprio per questo si può ammalare e anche morire se non si sa adeguare ai cambiamenti storici. Se l’adeguamento di fronte alla modernità e alla tecnologia significa usare l’inglese non c’è futuro, e l’italiano di domani sarà l’itanglese. Comunque non bisogna confondere gli anglicismi incipienti e circolanti con quelli che si attestano ed entrano nei dizionari. In realtà noi viviamo in una nuvola di anglicismi che ci avvolge e che viene propagata dagli apparati mediatici, molto superiore ai numeri che si ricavano dai dizionari. Molte di queste parole sono però occasionalismi, e quindi non sempre si affermano e si stabilizzano. L’unica obsolescenza dell’inglese è qui, nelle migliaia di parole che usiamo con una frequenza bassa o passeggera, e che talvolta non si affermano. Ma quando invece entrano nel dizionario, poi è molto difficile che escano o regrediscano.

Molti politici ostentano l’inglese nella loro comunicazione. Da cosa deriva secondo te? Oltre alla sudditanza culturale di cui parlavamo prima. Ci sono parole in inglese che restano più in mente, che condizionano più incisivamente l’uditorio. L’uso dell’inglese è anche strumentale?

L’ostentazione dell’inglese è una moda, e secondo me è da mettere in relazione con il fatto che l’inglese non lo sappiamo: solo il 34% degli italiani è in grado di sostenere una conversazione e solo il 40% ha una conoscenza di base più bassa, dai dati ISTAT 2012. Dunque, meno si conosce l’inglese e più si vuole fare gli americani come nella canzone di Carosone o nel film Un americano a Roma con Alberto Sordi. I politici che si riempiono la bocca di anglicismi e che li introducono nel linguaggio istituzionale, quando devono parlare l’inglese vero risultano imbarazzanti.
Ma a questo proposito bisogna fare una distinzione tra gli anglicismi. Ci sono quelli che piacciono nel parlare, la lingua dell’ok, qualcuno l’ha chiamata. Per esempio diciamo preferibilmente weekend, happy hour, part-time, o usiamo espressioni non nei dizionari come my dear, please, oh my God... Ma questo è un problema marginale, se non altro queste espressioni sono comprensibili a tutti. Gli anglicismi del Nuovo millennio sono invece quelli “difficili”, imposti dall’alto, che non arrivano a tutti e spesso non risultano comprensibili. Si tratta di un linguaggio che evoca modernità e internazionalismo, ma è solo un’apparenza. E su questo effetto che dà una maggiore scientificità a espressioni per esempio come trend al posto di tendenza, ci sguazzano i giornali, le multinazionali (che sono impregnate di customer care o di limited edition invece che di assistenza clienti o di offerte limitate) e soprattutto i politici. Il nuovo politichese punta all’anglicismo, che suona come moderno, per mascherare eufemisticamente come stanno le cose. Meglio parlare di gig economy o di jobs act invece che di sfruttamento dei lavoratori e di abolizione dell’articolo 18. Ribattezzare job center le agenzie di collocamento serve per far credere che sia stato fatto qualcosa di nuovo, anche se nella sostanza non è cambiato nulla. Il linguaggio della pubblicità e della politica deve evocare per convincere, e questo si fa seguendo una precisa strategia commerciale (o forse di marketing suona a molti più moderno?) che è una scelta voluta e funzionale che va a scapito della trasparenza e della chiarezza.

Progetti per il futuro?

Preferisco parlare di progetti presenti, che spero di concretizzare in un futuro molto prossimo. Dopo i numeri che ho pubblicato, il secondo passo è quello di creare un dizionario delle alternative agli anglicismi, per farle circolare. In Italia non esiste molto in proposito. La gente ripete quello che sente e pensa che certi anglicismi come budget, range, welfare, privacy… siano ormai insostituibili, mentre si può dire perfettamente stanziamento o tetto di spesa, divario, stato sociale, riservatezza… Ognuno parla come vuole, questo deve essere chiaro, ma per potere scegliere è necessario che le alternative circolino. E per avere idea dei numeri vi rimando per esempio alla lettera C del mio dizionario in costruzione (LINK ): ho trovato più di 300 alternative agli anglicismi solo con questa lettera. Basta fare i conti per capire meglio quello che sta succedendo al nostro lessico. Quando avrò terminato questa impresa, mi piacerebbe tentare il terzo passo: provare a creare un movimento di opinione e di consumatori che passino dalla protesta all’azione. Molta gente non ne può più dell’abuso degli anglicismi, e se questa fetta di consumatori e di elettori si organizzasse e protestasse, forse le cose potrebbero cambiare. In Germania i consumatori hanno esercitato pressioni per esempio sulle ferrovie dello Stato obbligandole a ripensare la loro comunicazione anglicizzata e a tornare a un linguaggio fatto di parole tedesche. Da noi invece la prima classe è diventata business o premium, e la terza si chiama economy, si aprono le aree kiss and ride, ci si vanta di aprire help center invece di punti di informazione… Per passare a questa terza fase ho però bisogno di creare una comunità di persone disposte a collaborare, non posso essere da solo. È un’impresa difficile, ma punto molto nella possibilità di aggregazione della rete. In ogni caso ci voglio perlomeno provare.

Grazie, è stato piacevole chiacchierare con te, poi facciamo un gioco, contiamo tutti gli anglicismi che ho usato io nelle domande e tu nelle risposte. Ora ti saluto, alla prossima.