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:: Di notte sognavo la pace – Diario di guerra 1941-1945 di Carry Ulreich (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2018
Di notte sognavo la pace

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1941. La quindicenne Carry Ulreich vive a Rotterdam e conduce una vita come quella di tante altre ragazzine, godendo dei piccoli piaceri e delle libertà comuni a tante famiglie dell’epoca. Ma la libertà di Carry è destinata lentamente a svanire a seguito dei divieti imposti dai nazisti durante l’occupazione: la requisizione delle biciclette e delle radio, la riduzione degli orari in cui gli ebrei possono uscire di casa, l’obbligo di indossare la stella di David, il divieto di esercitare molte professioni (tra cui quella del padre di Carry, che è sarto), l’imposizione agli studenti ebrei di frequentare scuole solo ebraiche. E, nel giro di pochi anni, lo spettro dei campi di concentramento… Esauriti gli espedienti per evitare la deportazione, agli Ulreich viene offerta un’inaspettata ancora di salvezza: gli Zijlmans, una famiglia cattolica di Rotterdam, invitano Carry e i suoi a nascondersi nella loro casa, correndo un rischio altissimo. E così inizia la loro vita nell’ombra, costantemente avvolti dalla minaccia che li attende al di fuori delle mura della casa che li ospita.

Dopo il coraggio di Francesco Tirelli, gelataio italiano a Budapest, narrato nel bel libro illustrato per bambini di Tamar Meir, e quello di Alfredo Sarano che nel suo diario fa luce su alcuni aspetti inediti della storia dell’ ebraismo italiano prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi 27 gennaio vi parlo in un certo senso sempre di coraggio, quello di un’adolescente ebrea olandese di nome Carry Ulreich, ora  Carmela Mass, autrice di un diario che per molti versi ci riporta alla mente quello di Anna Frank, anche se diverso per molti punti, soprattutto per uno felice: il suo narra di una storia a lieto fine.
A differenza di Anna infatti che fu arrestata, con la sua famiglia, e morì a Bergen Belsen di febbre tifoidea, Carry Ulreich sopravvisse e poté scrivere nel suo diario il 6 maggio del 1945:

Felicissima. Ah, siamo tutti così contenti. Venerdì ci eravamo appena dati la buonanotte quando abbiamo sentito chiasso dalla strada. C’era un fiume di gente fuori. All’improvviso la pace! Canis è tornato a casa: armistizio. È venuto qualcuno che aveva sentito personalmente la notizia e ha confermato. Ovviamente siamo scesi in strada. […] Il tutto è stato preceduto dal Wilhelmus, l’inno nazionale olandese, cantato con solennità. Bram al piano. Commovente. Tutti ci siamo alzati e abbiamo reso onore alla nostra Casa reale. […] Era giusto così. Gioia, contentezza, gratitudine perché ne siamo usciti. Grazie, grazie a Dio e agli esecutori della Sua Volontà, i nostri salvatori e protettori. Fine del diario di guerra.

Fine del diario di guerra, credo non ci siano parole più belle, e inizio del diario di pace, dal sesto quaderno in poi infatti Carry Ulreich poté parlare di cosa successe dopo, e poté continuare la sua vita, trasferirsi in Israele, sposarsi, avere dei figli, dei nipoti, e compiere il 15 novembre scorso 91 anni. Sono felice quest’anno di avere letto tutti libri che trasmettono un messaggio positivo, di speranza, di ottimismo.
Il diario di Carry Ulreich, Di notte sognavo la pace, (Diary, 2016) edito da Longanesi, tradotto in italiano da Giorgio Testa, e curato da Bart Wallet che oltre a scrivere l’introduzione, ci offre come postfazione un inquadramento del diario stesso, aiuto indispensabile per collocare le vicende private della vita della Ulreich riportate nel suo diario nel quadro della grande Storia, credo trascenda il messaggio e la testimonianza contingente per acquistare una voce universale, la sua voce limpida e cristallina trasmette nitido il messaggio di quanto bisogni fuggire l’orrore della guerra e perseguire la pace a tutti i costi, compiendo atti di eroismo se necessario, rischiando in prima persona come fece la famiglia Zijlmans, i protettori e salvatori degli Ulreich.
La diversa religione non bastò a separarli e a renderli nemici, seppure non dobbiamo pensare che fu tutto rose e fiori. Carry annota tutto nel suo diario della sua vita clandestina, e il lettore si sente quasi trasportato in quel lontano allora condividendo le sue ansie, le sue paure, le sue piccole gioie.
Carry Ulreich  ha una voce molto schietta, diretta, e anche un notevole talento letterario che ha tanto colpito Bart Wallet a cui sottoposero molti diari per la pubblicazione, e li scartò per il valore limitato ai rispettivi ambiti familiari. Il diario di Carry Ulreich  credo sia anche esteticamente bello, e questo aiuta, soprattutto a colpire e far appassionare il lettore alla sua storia. E’ dotata di umorismo, intelligenza vivace, e forza e combattività.
Non è un testo agiografico, o ottimista a tutti i costi. L’orrore che visse, ciò che vide o di cui sentì parlare le fanno dire:

Quando arriveranno tempi migliori? A cosa serve tutto questo, questa valle di lacrime, questo passaggio? Tutto per meritarsi il paradiso?

Ma tuttavia ciò che emerge dalla lettura di questo diario è senz’altro una grande forza che si trasmette al lettore, in un coraggioso inno alla pace. Per questo parlavo di coraggio, all’inizio di questo mio scritto. Buona lettura!

Carry Ulreich (1926), ora Carmela Mass, vive attualmente in Israele. Dopo l’arrivo delle truppe canadesi a Rotterdam nel 1945 rimase in città con la famiglia dove seguì le lezioni dei soldati della Brigata ebraica. Il giorno dopo aver finalmente conseguito il diploma, si sposò e si trasferì con il marito a Gerusalemme dove vive tuttora in compagnia di tre figli e più di sessanta pronipoti. Il 15 novembre 2017 ha compiuto 91 anni.

Source: pdf inviato dall’ editore, si ringrazia Gaia dell’ ufficio stampa Longanesi.

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:: Siamo qui siamo vivi – Il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla Shoah a cura di Roberto Mazzoli (Edizioni San Paolo 2017) a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2018
Siamo qui siamo vivi sarano

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«Questo è il racconto di come si svolse questo capitolo della storia dell’ebraismo italiano che io ho vissuto giorno per giorno…» Alfredo Sarano

Custodito per oltre settant’anni in un cassetto dalle figlie Matilde, Vittoria e Miriam, il diario di Alfredo Sarano riemerge oggi dal passato aggiungendo nuove, preziose pagine di storia al libro del genocidio del popolo ebraico. Fogli ormai ingialliti dal tempo si affiancano così alle opere di Anna Frank ed Etty Hillesum, scritte proprio per vincere il silenzio e testimoniare l’orrore delle persecuzioni. Questo volume è frutto delle ricerche di Roberto Mazzoli, che ha riportato alla luce il diario di Alfredo Sarano inquadrandolo nel contesto storico dell’epoca e riportando le testimonianze dei sopravvissuti. Un libro che riporta alla luce l’eroismo di Alfredo Sarano, l’uomo che mise in salvo migliaia di vite nascondendo gli elenchi della comunità ebraica milanese.

Domani è il 27  gennaio, Giorno della memoria. Tra oggi e domani usciranno qui su Liberi di scrivere diversi articoli dedicati alle commemorazioni delle vittime della Shoah, diversi libri che abbiamo letto in questi giorni, anche se almeno io personalmente ne leggo anche in altri periodi dell’anno. Ma domani è un giorno che ci dovrebbe accomunare nel ricordo, ebrei e non ebrei, nella speranza che la storia non si ripeta, che genocidi simili non succedano più. Siamo qui, siamo vivi, a cura di Roberto Mazzoli, edito da San Paolo Edizioni, è un libro edito nel novembre del 2017 che fa parte dei libri non romanzati dedicati all’Olocausto. E’ un diario, commentato e argomentato dal curatore Roberto Mazzoli, di Alfredo Sarano, ebreo milanese d’adozione, nato in Turchia nel 1906 da Mosè e Allegra Sarano. Credo i nomi siano importanti, parlando di un periodo in cui alle persone erano dati numeri, che venivano tatuati sulla loro pelle. Ma non erano numeri, erano persone, avevano dei nomi e una storia. Alfredo Sarano a vent’anni nel 1926 arrivò a Milano dove si iscrisse alla facoltà di economia e commercio dell’ Università Bocconi.

Nel volgere di pochi mesi Sarano entra a stretto contatto con i più influenti protagonisti del sionismo italiano e assiste, spesso contribuendovi, alla nascita delle istituzioni ebraiche nazionali e internazionali più significative.

Il suo diario quindi oltre che per il suo valore di testimonianza privata, ha anche un valore di grande rilevanza storica, citando nomi, fatti, date, situazioni storiche precise e documentabili di cui per molti anni non si era a conoscenza. Altra luce che si fa sulla storia dell’ebraismo italiano, valida quindi non solo per il suo valore soggettivo ma anche oggettivo, di analisi su come era effettivamente organizzato l’ebraismo milanese sul finire degli anni Venti. Su cosa accadde realmente una volta promulgate le Leggi Razziali nel 1938, sull’ ingenuità di certe affermazioni di alcuni ebrei che allora vedevano in Mussolini una figura tutto sommato positiva.
Dopo la laurea Alfredo Sarano fu assunto come impiegato nella Comunità ebraica come addetto ai tributi, e proprio questa sua specifica attività gli consentì di stilare liste, avviare un vero e proprio censimento della popolazione ebraica. I nazisti fecero di tutto per mettere le mani su queste liste, e proprio l’ostruzionismo di Sarano, consentì di salvare molte vite.

Ma che fine fanno gli elenchi e gli schedari comunitari nascosti da Sarano nelle cantine?  

Anche a questo Siamo qui siamo vivi dà una risposta. Come ci parla, dandone testimonianza, dei tanti sacerdoti, o persone comuni che a rischio della loro vita nascosero e aiutarono gli ebrei a sfuggire dalla deportazione.

Allora, secondo la nota espressione dello storico Renzo De Felice, ogni ebreo dovette la sua salvezza a un italiano. E la famiglia Sarano non fa eccezione. Ad aiutarli ci pensarono alcuni contadini del posto, un frate e, nell’agosto del 1944 addirittura un giovane allievo ufficiale della Wehrmacht.

Si chiamava Erich Elder e il suo nome e la sua vicenda giungono a noi dopo 70 anni. Aveva solo vent’ anni ed era partito per il fronte italiano dal suo paese di Pfarrkirchen, nella Baviera cattolica e in Italia si prodigò per salvare gli ebrei sfollati a Pesaro. E qui si intersecano e sovrappongono con stralci anche del suo diario i ricordi del giovane tedesco e di Sarano. Mazzoli riporta i più significativi e sottolinea che Elder decise di non arrestare nessuno nè tantomeno di procedere alla deportazione.
Come scrive Liliana Segre nella prefazione, forse solo il tempo, la vecchiaia e la saggezza, rendono possibile conoscere questa storia edificante e positiva apprezzandola come è giusto che sia. Considerando lui giusto, contornato da mostri.

Roberto Mazzoli è nato nel 1971 a Milano, sposato e con tre figli. Laureato in Scienze Politiche, ha conseguito un master Fse in diritto ed economia dell’Unione Europea lavorando poi come responsabile della comunicazione aziendale per alcune importanti realtà dell’industria del mobile.
Si è perfezionato in Scienze Storico-Antropologiche delle Religioni all’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino e ha frequentato il corso di Alta Formazione per Animatori della Comunicazione e della Cultura presso la Pontificia Università Lateranense.
È giornalista e direttore editoriale del settimanale Il Nuovo Amico delle Diocesi di Pesaro, Fano e Urbino. Collabora da diversi anni con il quotidiano Avvenire e con l’Agenzia nazionale Sir, per la quale è stato inviato speciale in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona del 2011. Ha ricoperto vari incarichi all’interno del Consis e della Federazione Italiana Settimanali Cattolici. È ideatore del premio giornalistico Valerio Volpini e, dal 2012, è responsabile del mensile d’informazione Penna Libera Tutti, realizzato con i detenuti della Casa Circondariale di Pesaro. Nel 2017 ha ricevuto il premio giornalistico nazionale Sentinella del Creato.

Alfredo Sarano nasce ad Aydin in Turchia nel 1906. Nel 1911 la sua famiglia viene esiliata a Napoli a causa della nazionalità italiana per via della guerra con la Turchia. Nel 1926 si iscrive alla Bocconi di Milano e, dopo la laurea nel 1931, viene assunto dalla Comunità Israelitica di Milano per redigere le liste anagrafiche di tutta la popolazione ebraica del capoluogo lombardo. Nel 1938 si sposa con Diana Hadjes dalla quale avrà tre figlie: Matilde, Vittoria e Miriam. Nel 1943 dopo l’occupazione tedesca di Milano riesce a nascondere gli elenchi degli ebrei da lui stesso redatti (oltre 14.000 persone) sottraendoli così in larga parte ai rastrellamenti. Fugge con l’intera famiglia sulle colline di Pesaro dove è costretto a nascondere l’appartenenza alla “razza ebraica” grazie all’aiuto di un frate francescano e di un ufficiale della Wehrmacht. Si salva dai bombardamenti alleati sul convento del Beato Sante e si unisce alla Brigata Ebraica. Prima del termine della guerra come direttore dell’Ufficio Palestinese di Roma aiuta oltre 600 immigrati a raggiungere il nascente Stato di Israele. Dopo la Liberazione torna a Milano per ricoprire la carica di Segretario della Comunità su nomina di Raffaele Cantoni. Nel 1969 si trasferisce con la famiglia in Israele. Prima delle morte (1990), consegna alle sue tre figlie un diario di memorie nel quale ripercorre con grande dettaglio gli anni delle persecuzioni contro la sua amata Comunità che cercò di proteggere dalla Shoah mettendo a rischio la propria vita e quella della sua famiglia. Il manoscritto di Alfredo Sarano, di enorme rilievo storico, rimane inedito fino ad oggi.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: L’isola che brucia di Emma Piazza (Rizzoli 2018) a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2018
piazza

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Sono viva e dentro di me niente si è rotto, lo sento.
Siamo vivi tutti e due, anche se non ho ancora capito se sia un bene o un male.
Gli punto il fucile contro provando a rimanere calma e lucida, ma il mio cuore mi tradisce e il respiro si fa più agitato.
Intorno a noi, l’oscurità densa della macchia. Il rumore cupo delle onde che si frantumano contro le rocce. Il libeccio si infila dappertutto, come un veleno.

Da non confondere con L’isola che brucia di Gianni Farinetti (premio Selezione Bancarella 1998) L’isola che brucia di Emma Piazza, appena uscito per Rizzoli, è un romanzo dalle venature noir, alquanto singolare e anomalo nel panorama narrativo italiano. Protagonista è Thérèse, la voce narrante principale, che torna in Corsica, isola da cui proviene la famiglia di suo padre, per ricevere dalla nonna una casa in eredità. Casa che per tortuose dinamiche familiari l’anziana donna non vuole giunga al padre di Thérèse, per cui ancora in vita è pronta a donarla alla nipote. Thérèse allettata dal miraggio di una certa indipendenza economica accetta dunque questa scappatoia e firma le carte prima che la situazione precipiti.
Il rapporto conflittuale e irrisolto con il padre, il figlio che aspetta da un compagno assente, il richiamo della sua terra per certi versi ostile e culla di odi, rancori e incomprensioni, anche se per certi versi depositaria di ancestrali schegge di selvaggia bellezza e fascinazione, spostano il baricentro narrativo verso un dramma intimistico che vela di sfumature psicologiche una storia che forse è impreciso definire gialla. Diverse sottotrame parlano di morti strane e tragiche, ma è il personaggio di Thérèse che assorbe tutte le luci, con la sua infelicità, la sua difficoltà di accettare quanto le sta capitando, e non da ultimo il suo talento artistico. L’amicizia con William, suo insegnante a Lisbona di portoghese, seconda voce narrante del romanzo, giunto anche lui sull’isola, si inserisce nella trama quasi come un incastro di giochi di specchi. Anche il rapporto di William con la figlia acquista note dolenti e filtra tutta la narrazione.

Come ho potuto non decifrare il dolore nei suoi occhi? Lo cerco con lo sguardo ma è sparito lontano tra i suoi pensieri. Vorrei abbracciarlo e dirgli quanto mi dispiace, ma rimango paralizzata sulla sedia. Il dolore degli altri mi ha sempre messa a disagio.

L’originalità di questo romanzo credo stia nella ambientazione, una Corsica povera e sferzata dal mare e dal vento, capace di offrire panorami di bellezza inaspettata, come nei personaggi, aspri, duri, anche folli e nello stesso tempo misteriosi. Il registro è piuttosto alto, quasi poetico, o meglio onirico, forse eccessivo in alcuni tratti, bilanciato comunque da una notevole luminosità nello scavo dei personaggi, anche disturbanti come quello di Pascal Chadel che si rivelerà un personaggio importante ai fini della storia e molto più vicino alla protagonista di quanto sembri.

Ho paura.
La paura è la sensazione predominante degli ultimi mesi. Prima quella di perderti. Poi di averti perso. La lenta realizzazione che non eri pronto a impegnarti per costruire un futuro insieme. Poi la paura di prendere io la decisione. Di rimanere nella tua stessa città. Di incontrarti. E poi quella del buio, della solitudine, di non essere in grado, di rimanere bloccata per sempre in questo limbo di tristezza e inadeguatezza.

Tutto il dramma di una donna sola ad affrontare le scelte principali della vita: la maternità, gli errori della vita di coppia, l’indipendenza, l’affermazione artistica. Una donna comunque anche capace di crescere, di evolvere, e in questo l’isola non svolge un ruolo marginale.
Tutto sommato un’ opera prima interessante, e spigolosa, ma tuttavia insolita, di una giovane autrice che possiede una voce spiccatamente personale, anche se ruvida se vogliamo. Per chi ama le faide familiari, i drammi interiori, con dosati colpi di scena affatto ingiustificati.

Emma Piazza è nata a Pavia nel 1988 e vive a Barcellona dove lavora come scout letterario. L’isola che brucia, i cui diritti di traduzione sono già stati venduti in Germania, Francia e Svezia, è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: Il più bel libro di Graham Greene

23 gennaio 2018

graham-greene

Graham Greene nacque in Inghilterra a Berkhamsted il 2 ottobre del 1904 ed è un autore che adoro, non credo ci sia un suo libro che non mi piaccia. Quindi sarà molto difficile per la nostra rubrica Il più bel libro di decidere quale è il suo libro più bello.  Ma confido in voi, quindi se conoscete questo autore, e avete letto i suoi libri, scrivete nei commenti qual è il vostro preferito. Sarà interessante.

Romanzi:

  • L’uomo dentro di me (The Man Within), 1929
  • The Name of Action, 1930
  • Rumour at Nightfall, 1931
  • Il treno d’Istanbul (Stamboul Train, nell’ed. americana Orient Express), 1932 VOTI 2
  • Un campo di battaglia (It’s a Battlefield), 1934
  • I naufraghi (England Made Me), 1935
  • Una pistola in vendita (A Gun for Sale, nell’ed. statunitense This Gun for Hire), 1936 VOTI 5
  • La roccia di Brighton (Brighton Rock), 1938
  • Missione confidenziale (The Confidential Agent), 1939
  • Il potere e la gloria (The Power and the Glory, nell’ed. statunitense The Labyrinthine Ways), 1940 VOTI 8
  • Quinta colonna (The Ministry of Fear), 1943
  • Il nocciolo della questione (The Heart of the Matter), 1948 VOTO 1
  • Il terzo uomo (The Third Man), nell’ed. inglese pubblicato insieme a L’idolo infranto (The Fallen Idol), 1950 VOTO 5
  • Fine di una storia (The End of the Affair), 1951 VOTI 3
  • Vince chi perde (Loser Takes All), 1955
  • Un americano tranquillo (The Quiet American), 1955 VOTO 7
  • Il nostro agente all’Avana (Our Man in Havana), 1958 VOTO 10
  • Un caso bruciato (A Burnt-Out Case), 1960
  • I commedianti (The Comedians), 1966 VOTI 1
  • In viaggio con la zia (Travels with My Aunt), 1969 VOTO 1
  • Il console onorario (The Honorary Consul), 1973 VOTI 3
  • Il fattore umano (The Human Factor), 1978 VOTI 5
  • Il Dottor Fisher a Ginevra, ovvero la cena delle bombe (Doctor Fisher of Geneva or the Bomb Party), 1980
  • Monsignor Chisciotte (Monsignor Quixote), 1982
  • Il decimo uomo (The Tenth Man), 1985 (ma scritto nel 1944) VOTI 1
  • L’uomo dai molti nomi (The Captain and the Enemy), 1988 VOTO 1

Allora, aspetto i vostri commenti. Si avrà tutta la settimana per votare, lunedì si stabilirà il vincitore. Piccolo omaggio estratto tra i partecipanti. Tra chi vota estrarrò un vincitore a cui spedirò gli esclusivissimissimi adesivi di Liberi.

Vince piuttosto a sorpresa e a grande maggioranza: Il nostro agente all’ Avana, che rileggerò per l’occasione, chissà che non ci scappi una recensione.

E gli adesivi: Isabella.

Pre chi volesse approfondire, ho scritto questo articolo sul blog di Nicola Vacca “Zona di disagio”: Greene, lo scrittore della crisi che amava il vero

:: Un’ intervista con Laura Costantini

22 gennaio 2018

Il ragazzo ombraBenvenuta Laura e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2018 del Liberi di scrivere Award con Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1 goWare Edizioni e per il tuo lavoro. Sei già stata ospite sul mio blog come intervistata nel 2010, allora in compagnia di Loredana Falcone, la tua metà letteraria per molti anni prima che decidessi di intraprendere un percorso narrativo anche autonomo. Ma partiamo dall’ inizio, sei una giornalista televisiva, conduci telegiornali, sei abituata alle luci dei riflettori, ai tempi del video, quanto ti ha aiutato tutto ciò nella tua seconda veste di scrittrice narrativa?

“Di sicuro mi aiuta durante le presentazioni. Non a caso la mia socia, Loredana Falcone, viene definita la metà oscura del duo. Sono io a metterci la faccia, sui social e nelle occasioni pubbliche. Per il resto direi che devo dare una delusione a quanti pensano che essere giornalista televisiva porti, ipso facto, a ottenere attenzione dalle case editrici e successo con i lettori. Non è così.”

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

“Lo so. Lo dicono tutti. Ma è nato insieme alla capacità di leggere e scrivere. A otto anni scrivevo favole che illustravo io stessa. L’idea alla base della serie Diario vittoriano parte da molto lontano. L’originale, incompiuto, data 1978. Leggere ha dato la stura alla voglia di raccontare. E alla capacità di farlo con un discreto utilizzo delle tecniche. Che ho appreso leggendo, spesso senza rendermene conto.”

Parlando dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

“Amo la libertà di ambientare le storie nei luoghi altri. Ho scritto, insieme a Loredana Falcone, romanzi contemporanei e ambientati a Roma dove entrambe siamo nate e cresciute. Ma la mia fantasia, e la nostra anche, si accende più facilmente se l’ambientazione è lontana, nel tempo e nello spazio. Ovvio che questo comporta un lavoro di documentazione accurato, sia a livello storico che geografico. Non sono d’accordo con la regola ‘scrivi di ciò che conosci’. Se fosse stata sempre rispettata, non avremmo avuto Emilio Salgari, Jules Verne, la fantascienza, Tolkien. Detto questo, i luoghi forniscono il la alla storia e alla sua evoluzione. Sono un marchio indelebile sui personaggi, sui costumi, sui dialoghi, sul ritmo. Immaginiamo di prendere un romanzo ambientato nel Medioevo e di trasporlo in epoca contemporanea. Gli spostamenti, il modo di parlare, di muoversi, di comunicare, nulla avrebbe più senso. Oppure prendiamo un romanzo ambientato in Scozia, oggi, e trasportiamolo in Sicilia, oggi. Mancherebbero le coordinate di usi e costumi cui i personaggi si sono adeguati. Il mondo non è uniformato e non lo sarà mai. E i pensieri di un personaggio in piedi sulla sponda del Loch Ness in autunno non saranno mai gli stessi di un personaggio affacciato sul mare di Taormina, pur nella stessa stagione.”

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Anche se ci sono scrittori come Simenon che fanno un uso molto parsimonioso e limitato degli aggettivi. Tu lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontanea e guidata dall’ inconscio?

“Non è professionale dirlo, ma vado a orecchio. Adoro gli aggettivi. Credo di non abusarne, ma li ritengo fondamentali per dare sapore alla storia. La mia fortuna, o almeno io la ritengo tale, è di aver frequentato fin da bambina un linguaggio piuttosto alto, desueto, di certo non banale. Mio padre era un melomane accanito. Io conoscevo, e in parte conosco ancora, a memoria i libretti delle principali opere liriche di Verdi, Donizetti, Puccini, Leoncavallo. Quindi mi viene spontaneo pescare parole e aggettivi piuttosto inusuali. Ovvio che poi subentra il lavoro di revisione. E l’occhio esperto degli editor di goWare, che sono fantastici.”

Riguardo alla stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

“Mi piacciono i dialoghi. Mi piace caratterizzare al meglio i personaggi. E mi piace fornire suggestioni al lettore per l’ambiente in cui la storia si svolge. Scrivo senza soluzione di continuità, in prima stesura, e vado dove mi porta la tastiera. Non saprei fare come molti scrittori che, magari, scrivono prima la fine e per ultimo l’incipit. Le mie storie si srotolano come una pellicola girata in presa diretta. Senza tagli.”

Parliamo di Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1. Leggevo che tutto iniziò con Sandokan, quello televisivo di Sergio Sollima e Kabir Bedi. Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

“Abbastanza. Siamo tutti debitori di suggestioni televisive e cinematografiche. Ma il mio immaginario narrativo è più derivato dai libri che dalle immagini. E più dalla narrativa anglosassone e americana che da quella italiana. I primi romanzi da grande che ho letto sono stati quelli della serie Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. Avevo nove anni. L’avventura, il mistero, le ambientazioni esotiche, l’eroe, l’esplorazione di territori sconosciuti. Salgari è venuto dopo.”

Avventura, amicizia, amore, come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

“Dirò una cosa che mi farà odiare da molti colleghi amanti della scrittura, ma questi temi non li ho amalgamati io. Io ho prestato la voce a due anime che da quattro decenni chiedevano di essere ascoltate. Robert e Kiran hanno guidato me, non io loro.”

Come hai affrontato le tematiche lgbt? Come hanno accolto i tuoi lettori storici, che ti seguono ormai da tanti anni, questa evoluzione?

“Ho voluto raccontare un amore diverso in un’epoca in cui significava, vergogna, stigma sociale, perdita del proprio ruolo. Ho voluto farlo, forse dovuto, proprio perché Robert e Kiran me lo chiedevano. Non mi sono posta il problema dell’accoglienza. Non mentre scrivevo. Quando poi goWare ha accettato il progetto, allora un po’ di timore l’ho avuto. Ho avuto paura che i nostri lettori, miei e di Loredana, restassero delusi, che pensassero volessi cavalcare una moda, quella dei male to male, che adesso va per la maggiore. Soprattutto credevo che i lettori uomini avrebbero storto il naso. Mi sbagliavo. L’accoglienza è stata eccezionale. Ancora non ci credo, se devo dirla tutta.”

La stesura del romanzo, che diventerà una serie, ha implicato un grande lavoro di scavo, di documentazione. Che libri hai letto, che tipi di ricerche hai fatto? Internet ti ha aiutato per scoprire gli usi, i costumi, le abitudini dell’epoca vittoriana?

“In parte, sull’epoca vittoriana, ero già preparata. Ma ho letto brani di saggi pescati grazie a Google, ho visionato migliaia di fotografie d’epoca dei luoghi, mi sono documentata sul processo subito da Oscar Wilde, sull’evoluzione delle pene per sodomia, sui bordelli londinesi, sui piroscafi, sulla medicina dell’epoca, sugli strumenti che un medico poteva utilizzare. Poi, certo, sugli usi riguardanti il lutto, i fidanzamenti, i matrimoni, i figli. Gli abiti, i cappelli. Il frasario, anche. Perché non c’è niente di peggio, per me, di ascoltare un personaggio di un’epoca lontana parlare come una persona di oggi.”

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

“Sì. Ed è la cosa più bella del mondo. Mi scrivono su messenger, su whatsapp, mi mandano e-mail e dicono cose bellissime che stento a credere siano rivolte a me. Se, alla fine, della mia narrativa si perderà ogni traccia, io avrò comunque avuto la prova di aver saputo suscitare emozioni. E credo che il mio compito di cantastorie sia questo e nessun altro.”

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

“Leggo più libri insieme. Al momento ho in lettura un horror molto efficace, Versus di Lucia Guglielminetti – Dark Zone, l’antologia regency Natale a Pemberley curata da Antonia Romagnoli, lo splendido saggio di Galatea Vaglio L’italiano è bello e Lettera a un bambino che vivrà fino a cento anni di Edoardo Boncinelli che ho avuto la fortuna di intervistare.”

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Il ragazzo ombra, quali musiche sceglieresti?

“Ho una lunga playlist di cui fornirò qualche esempio: Breathe di Midge Ure, Viva la vida dei Coldplay, Lost on you di LP, Take me to church di Hozier, Hold back the river di James Bay, Last party di Mika, alcuni brani della Tosca di Puccini, l’Inverno di Vivaldi e mi fermo qui.”

Tornerai a scrivere in coppia con Loredana? Avete dei progetti in proposito?

“Fermi tutti! Non ho mai smesso di scrivere insieme a Loredana Falcone e attualmente stiamo lavorando alla revisione di un romanzo di fantascienza, anche grazie allo sprone fornito dall’aver partecipato all’antologia Oltre – storie dal futuro curata da Lorenzo Sartori per Sad Dog Project, e alla stesura di una nuova avventura per i protagonisti de Il puzzle di Dio, il romanzo che vinse il contest di Liberi di Scrivere nel 2015.”

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

“Evitando accuratamente di scalare le classifiche. Non voglio fare la snob, il successo piace a tutti. Ma non potrei mai trasformare la mia scrittura in una catena di montaggio. Suonerà strano per una che sta pubblicando una serie, ma odio la serialità. Non amo gli steccati, mi piace mettermi alla prova con generi sempre diversi e questo, nell’attuale mondo letterario, è un difetto imperdonabile.”

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando alla continuazione della serie? A che punto sei?

“Okay, vi svelo un segreto. Il Diario vittoriano io l’ho scritto, tutto, in quattordici mesi. Più di un milione di battute. E sono stata io a proporre a goWare di dividerlo in volumi. Saranno quattro, alla fine, ma l’attesa non sarà lunga. Il secondo è uscito il 15 dicembre scorso. Entro il 2018 saranno tutti disponibili in ebook e cartaceo con le splendide copertine delle mie amiche Dany&Dany, fumettiste strepitose.”

Concludo con un grazie dal profondo del cuore a chi, a mia insaputa, ha inserito Il ragazzo ombra nel contest di Liberi di Scrivere. E a Giulietta per le domande interessanti e precise.

:: Un’ intervista con Lucia Patrizi

19 gennaio 2018

nightbird-coverBenvenuta Lucia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sono felice di poterti presentare ai lettori di Liberi, anche se è possibile che conoscano già il tuo blog di cinema e la tua capacità di fare magie con le parole. Allora sarà un’ intervista classica, spero il più completa possibile. Iniziamo con la prima domanda di rito: a ruota libera, parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Prima di tutto, grazie per la possibilità di questa chiacchierata, a te ai lettori del blog. Non ho moltissimo da dire su di me e, anzi, mi imbarazza anche un po’ raccontarmi, ma ci posso provare: di lavoro faccio l’assistente al montaggio, che è un mestiere molto complicato da spiegare ed è attinente alla post-produzione cinematografica; sono una ciclista urbana a Roma, il che sta a significare che non ho un grande interesse a vivere a lungo, ipotesi suffragata anche dal fatto che vado spesso sott’acqua. Per il resto, divoro film dell’orrore dalla mattina alla sera e cerco di comunicare agli altri questa mia passione enorme per il macabro con il blog. Credo sia tutto.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Ho ricordi abbastanza vaghi, da questo punto di vista. So che leggere mi ha sempre divertita molto e che scrivere è diventata una conseguenza naturale, per capire se poteva essere altrettanto divertente o anche di più. Se sono qui, è perché è stato davvero tanto divertente!

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Ho prima pubblicato da indipendente due romanzi, My Little Moray Eel e Il Posto delle Onde. Poi, un bel giorno di circa due anni e mezzo fa, Samuel Marolla di Acheron Books mi contatta privatamente su Facebook e mi chiede se ho voglia di scrivere qualcosa per la casa editrice, all’epoca molto giovane.
Ho risposto immediatamente sì, saltellando felice per tutta casa, perché stimo davvero Samuel e sono per prima cosa una sua lettrice, e perché la Acheron ha una gran bella scuderia di autori.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Questa non è una domanda facile: io non ho scrittori preferiti, o meglio, ce li ho, ma variano a seconda dei periodi della mia vita, nonché a seconda di quello che sto scrivendo in quel determinato periodo. Credo che però, se proprio devo fare dei nomi, dico subito Virginia Woolf e H.P. Lovecraft.
L’influenza del secondo è palese, nonché perenne, in qualunque cosa io abbia scritto: che si tratti di fantascienza, fanta-horror o horror puro, Lovecraft c’è sempre, da lui non riesco (e non voglio neanche) a sfuggire.
Con Virginia Woolf si tratta di una rete di riferimenti più sottile. Lei mi ha insegnato il ritmo della scrittura, soprattutto nei suoi romanzi più complessi e per alcuni ostici come Le Onde.
Passando poi a un tipo di narrativa più in linea con quello che scrivo io, mi ha formata tutta quell’ondata di scrittori horror pubblicati anche in Italia negli anni ‘80 e fino ai primi ‘90. Non solo King, quindi, ma anche Simmons, McCammon, Herbert, Campbell e colleghi vari. Ricordo quel periodo con grande piacere, quando entravi in una libreria e trovavi tutto l’horror di cui avevi bisogno.

Sul tuo blog “Il giorno degli zombie” ti occupi prevalentemente di cinema horror ma anche di libri. Quindi sei la persona più indicata per parlarci del legame tra letteratura e cinema. Ritieni il tuo stile cinematografico? Mentre scrivi ragioni ad immagini, scene?

Non ritengo il mio stile particolarmente cinematografico. Di sicuro ci sono delle suggestioni visive molto forti, ma non parlerei di scrittura cinematografica. Non sono sintetica come dovrebbe essere una sceneggiatura e sono tutt’altro che un’ottima dialoghista.
Però cerco di usare, quando scrivo, alcuni trucchi che ho mutuato dal mio lavoro al montaggio. Come dicevo prima, quella del montaggio è una fase che si conosce poco, non è approfondita e rimane per molti un mistero. Non è attaccare i pezzi di un film; il montaggio è prima di tutto narrazione. Una volta che il regista ha finito di girare e si hanno a disposizione tutte le inquadrature e i punti di vista, arriva il momento che quella massa informe di scene diventi racconto. E qui interviene il montaggio, nella scelta di cosa far vedere e cosa nascondere, nei tempi e nei ritmi della narrazione, nella durata di una singola inquadratura che può spostare gli equilibri di tutto il film in un senso o nell’altro.
Io cerco sempre di riportare questo modo di narrare anche quando scrivo i miei romanzi: ogni segno di interpunzione è uno stacco, per esempio, come la struttura (che io utilizzo sempre) a piani temporali diversi, è montaggio alternato tra presente e passato. In questo senso sì, il cinema è un ottimo strumento per imparare il racconto, soprattutto quando si tratta di tagliare.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Uso sempre il pc. Magari butto giù qualcosa a penna, ma non è una cosa che faccio spesso, anche perché ho una grafia brutta e ai limiti dell’incomprensibile. Quando ero piccola ho avuto parecchie macchine da scrivere, ma dal mio primo pc in poi, non ho più voluto usare altro.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi è una cosa che diverte soprattutto lo scrittore e un po’ meno il lettore, credo. A me piace, ma cerco sempre di non appesantire più di tanto e di non essere troppo dettagliata. I dialoghi sono il mio punto debole e mi costano sempre una fatica enorme, mentre credo che il mio punto di forza siano i personaggi. O almeno lo spero vivamente!

Il talento per te cos’è? Cosa differenzia un autore dotato della capacità di raccontare storie che catturino il lettore da un autore privo di questo dono. Il talento è più un dono o duro lavoro?

Il talento è un concetto sfuggente che può voler dire tutto e il contrario di tutto. A mio parere, parlare di talento non ha molto senso. E qui vorrei chiamare in causa King che paragonava il talento a un coltellaccio dalla lama smussata. Mi sembra un paragone molto calzante. Puoi avere un machete o un bisturi, ma se non fai una fatica immane per rendere lo strumento affilato, non ci taglierai neanche un panetto di burro.
Più che di talento, forse si potrebbe parlare di predisposizione, un qualcosa verso cui siamo naturalmente attratti e che magari ci rende piacevole anche la fatica. Mi diverto così tanto a scrivere che non mi pesa mai, anche se è stancante e, a volte, addirittura sfiancate. Ma se non mi divertissi, non credo ne varrebbe la pena, proprio perché non è che mi siedo alla scrivania e il romanzo si scrive da sé in virtù di chissà quale genio che sgorga dalle mie dita. Non è così, è una faccenda laboriosa e anche il cosiddetto talento, se non viene continuamente esercitato, evapora.

Cosa pensi delle eroine femminili nel fantastico? Pensi che i personaggi femminili siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Sono una donna, quindi sono femminista. Per quanto mi riguarda, tra le due cose c’è un’identità assoluta.
Per quanto riguarda le eroine femminili, ci sono sempre state e hanno lasciato tracce profonde, come del resto non sono mai mancate le voci femminili. Ma c’è di sicuro un problema di marginalità, soprattutto in Italia, dove si tende a ragionare un po’ troppo a compartimenti stagni, e si tende a dividere la letteratura (ma anche il cinema) in “femminile” e “maschile”, come se le donne dovessero scrivere solo per donne e gli uomini solo per gli uomini.
Per quel che mi è dato di vedere, la maggior parte dei miei lettori sono uomini o almeno lo sono quelli che si fanno sentire tramite commenti e recensioni. Eppure la mia narrativa potrebbe essere categorizzata come prettamente femminile, dato che ho sempre raccontato storie di donne.
La marginalità delle protagoniste femminili rispetto ai protagonisti maschili è un qualcosa che deriva non dalla mancanza di autrici ma dal mercato, che si preferisce indirizzare a un pubblico maschile, con l’errata convinzione che un uomo preferisca leggere di protagonisti del suo stesso genere.
Questa cosa è stata molto evidente, più che in letteratura che sta sempre una decina di passi avanti, nel cinema fantastico, dove le cose stanno iniziando a cambiare solo oggi e con grande fatica. Parlando di blockbuster milionari, ci sono voluti circa 20 anni perché se ne affidasse uno a una regista donna (Wonder Woman) e il suo successo stratosferico spero apra molte porte, in ogni ambito.

Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura tutta tua?

Sì, ci ho pensato, però poi mi sono sempre fermata perché le cose che scrivo io tendono a essere molto costose e rimarrebbero progetti irrealizzabili. Scrivere per il cinema richiede un senso pratico molto spiccato, che consiste nel sapere cosa si potrà mettere in scena. Ci sono dei limiti ben precisi. Con il progresso degli effetti speciali ormai rimane molto poco di infilmabile, ma io scrivo e lavoro in un contesto molto specifico, che è quello italiano, e se mi viene in mente una storia con un mostro tentacolare, so già in partenza che non la si potrà mai far diventare un film.

Dopo due libri autoprodotti My little Moray Eel e Il posto delle onde è appena uscito per Acheron Book Nightbird. Ce ne vuoi parlare?

Nei miei due precedenti romanzi ho raccontato soprattutto il mare. Come dicevo prima, faccio immersioni da quando sono bambina e ho un rapporto molto particolare con l’acqua e le sue creature. Possiamo dire che Il Posto e la Murena rappresentano un dittico e sono anche collegati tra loro. Appartengono anche più alla sci-fi che all’horror, anche se Il Posto ha parecchi elementi che lo avvicinano alla narrativa dell’orrore.
Con Nightbird ho cambiato completamente ambientazione e ho cercato di affrontare un genere, il gotico, a cui non avevo mai messo mano. È principalmente una ghost story e ho inserito volutamente ogni situazione tipica del genere di appartenenza: c’è una protagonista che vede i fantasmi, un’agenzia che si occupa di infestazioni, uno spettro che fa da guida e coscienza personale alla protagonista e sono presenti tutti gli elementi distintivi delle classiche storie di fantasmi. Ma ho anche voluto calare il tutto nella contemporaneità, dare una connotazione ambientale molto spiccata, parlare della mia città e di come la si vive in sella a una bicicletta.
E poi c’è una storia d’amore omosessuale, un altro tema ricorrente delle cose che scrivo. Ma questa volta è più conflittuale, perché Nightbird parla del nostro mondo e del nostro paese, dove essere omosessuali è ancora un problema. Non mi piace essere troppo autobiografica, però, da omosessuale io stessa, ho voluto cercare di raccontare cosa significa venire a patti con la propria identità, e quanto sia difficile viverla. Spero sempre che Nightbird venga letto da qualche ragazza molto giovane, com’è giovane la protagonista Irene, che magari ha difficoltà ad accettarsi, e le dia una speranza.

Una storia di fantasmi, dunque. Le ghost story sono una nicchia molto particolare del fantastico, che se vogliamo ha una tradizione molto antica, nell’antica Roma si narravano storie di fantasmi, nella Cina antica anche moltissime. Pensi sia una forma molto sofisticata d’arte nata per esorcizzare la paura dell’ignoto, della morte?

Tutta la narrativa dell’orrore serve a quello, a guardare la morte in faccia, che poi è un tema, quello della nostra mortalità, che percorre l’intera storia della letteratura. Ma l’horror in realtà affronta la morte a muso duro, senza addolcirla con considerazioni filosofiche, parla dell’evidenza fisica della morte, della sua realtà concreta e orribile. Non esiste forma di racconto più viscerale di quello dell’orrore: ci grida a ogni riga che un giorno moriremo.
La ghost story, in questo contesto, tende a lavorare però su un piano diverso, perché implica che, accanto alla mortalità, ci sia anche l’immortalità, il sopravvivere in una forma incorporea ed eterna. Ma è comunque un monito, perché il fantasma è per sua stessa natura, anche quando non è necessariamente una presenza malvagia, è una figura di una tristezza e di una malinconia infinita. Rappresenta, credo, quello che abbiamo perduto e che non ci verrà mai più restituito.

Parlaci dei personaggi principali, come li hai caratterizzati?

I personaggi principali in Nightbird sono due, un fantasma, Giada, che conosceremo da viva attraverso i flashback, e l’io narrante, Irene. Con Giada ho voluto fare un’operazione diversa dal solito, perché i miei personaggi di solito sono tendenzialmente ombrosi, di poche parole e malinconici. Invece Giada è la solarità fatta persona e mantiene questa caratteristica anche da ectoplasma. Irene invece è una ragazza giovanissima che si ritrova a innamorarsi di una donna più grande di lei e vive questa storia con angoscia e terrore assoluti. È un personaggio in trappola, che magari non batte ciglio di fronte a un fantasma, ma si blocca quando deve ammettere di amare una persona del suo stesso sesso. Le interazioni tra le due, sia prima che dopo la morte di Giada, i loro scambi di battute, il conflitto di mentalità, sono la vera anima del romanzo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto rileggendo un vecchio romanzo horror degli anni ’70, La Festa del Raccolto di Thomas Tryon e, contemporaneamente, un horror pubblicato da pochissimo, Il Piatto delle Ossa, di Marco Siena.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie? Che musica useresti come colonna sonora di Nightbird?

Non ho una vera e propria routine, forse perché la scrittura non è il mio lavoro principale e sono costretta e dedicarmici o nei fine settimana o nelle pause tra un film e l’altro, che mi pagano affitto e bollette. E comunque ho un modo di fare abbastanza caotico e disorganizzato, mi riesce difficile fare programmi.
Nightbird ha una playlist tutta sua, perché io scrivo sempre con la musica. Nel caso specifico, il titolo del romanzo è una canzone di Stevie Nicks, che mi ha accompagnata per tutta la stesura.
I Fleetwood Mac sono sempre presenti nelle cose che scrivo. E a un certo punto di ogni mio romanzo, un personaggio ascolta Songbird. È una specie di marchio di fabbrica, la mia firma.

In un’ intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi? Quanto l’immaginario televisivo ha influenzato il tuo immaginario creativo di autrice?

Non ho un bellissimo rapporto con la tv. Ovviamente seguo delle serie, come tutti, ma non sono tipo da binge watching compulsivo e preferisco sempre il cinema al piccolo schermo, proprio perché la serialità non fa per me. Non sono neanche d’accordo con chi ritiene che la tv abbia superato il cinema. Per quanto mi riguarda, anche le produzioni più lussuose e ben confezionate sono sempre e comunque sterco del demonio. Sì, persino quelle che mi piacciono molto.

Hai mai avuto l’ ispirazione per scrivere i tuoi romanzi mentre andavi in bicicletta?

Nightbird è stato concepito durante lunghi giri in bicicletta nel febbraio 2016: avevo appena finito di lavorare a una fiction e aspettavo che cominciasse la seconda stagione, quindi ho avuto un buco lavorativo di qualche mese e, in quel periodo, non ho fatto altro che scrivere Nightbird e pedalare. Quindi sì, molto spesso andare in bici mi aiuta e, se sono bloccata su un punto particolarmente ostico, la soluzione migliore per sbloccarmi è salire in sella.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Non lo sto ancora scrivendo, ma si sta delineando nella mia testa. Dovrebbe essere una storia di vampiri e dovrebbe avere, una volta tanto, un protagonista maschile. Vedremo cosa esce fuori.
Grazie ancora a te per le domande e ai lettori se vorranno leggere il mio romanzo.

:: Un’intervista con Tessa Bernardi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2018

Caravaggio enigmaCiao Tessa, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione all’ ottava edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di Caravaggio enigma (Without Hope or Fear, 2017) Newton Compton. E’ risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore e conoscere qualcosa in più sul vostro lavoro, ancora per molti abbastanza misterioso.
Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, ma appunto è stato dato dai lettori quindi è significativo dell’apprezzamento che la tua traduzione ha suscitato, oltre al valore del libro. Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho sempre vissuto a stretto contatto con due lingue diverse, fin da bambina. Mia madre è cresciuta in Australia, e quando ero piccola mi parlava sempre in inglese, mentre mio padre mi parlava in italiano. La scelta del percorso di studi è stata quindi scontata: dai libriccini per l’infanzia in inglese alle pietre miliari della letteratura alla facoltà di Lingue all’Università di Pisa, e poi la specializzazione in Traduzione letteraria. Ho studiato inglese e spagnolo, un po’ di tedesco e portoghese, e ultimamente sto accarezzando l’idea di avvicinarmi al francese e allo swahili (galeotto fu un viaggio a Zanzibar!). Non ho mai fatto tirocini all’estero né l’Erasmus, ma ho sempre viaggiato molto in paesi anglofoni e attualmente vivo a Londra.

Qualche ricordo dei tuoi anni da studentessa?

Ricordo le montagne di libri! Montagne, dico sul serio. Ho sempre amato leggere, è ovvio, ma quelle pile di carta stampata con ambientazioni settecentesche popolate da fanciulle più o meno virtuose sembravano non finire mai. Scherzi a parte, ricordo con grandissimo affetto i docenti che ci spronavano a crederci: volete diventare traduttori? Rimboccatevi le mani, traducete, sfornate cartelle per il piacere di farlo e per la volontà di imparare, nel tempo libero, nelle vostre stanzette in condivisione, al parco. E ricordo anche chi invece diceva il contrario. Spesso sono quei “Non ce la farete mai” a non farti demordere, no?

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

Proprio qualche mese fa è uscito un romanzo di Dean Koontz, un autore che amo particolarmente, spesso associato a Stephen King e considerato uno dei maestri del thriller contemporaneo. Tra gli altri autori potrei menzionare Emily Elgar, un’esordiente con una scrittura delicata e molto evocativa, Jeff Johnson, di cui ho tradotto un noir veramente bello, e ovviamente Alex Connor, che mi ha accompagnata alla scoperta della biografia di Caravaggio.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo di tutto, quando e se trovo il tempo e le energie mentali per farlo. Questo, purtroppo, è il rovescio della medaglia. Lavorando tutto il giorno con testi e parole, nel tempo libero preferisco fare una passeggiata e svuotare la mente. In vacanza, però, ho letto un bellissimo libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, e tra i miei autori preferiti potrei citare Henry James, J.M. Coetzee e Ian McEwan.

Come lavorano i traduttori letterari? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

I primi tempi sono stati durissimi. Decine e decine di mail, neanche uno straccio di risposta. Benissimo, cambiamo strategia. Fiere del libro. Tutte. A tappeto. Roma, Bologna, Torino. Conoscere gli editori, cosa pubblicano, cosa cercano, vedere e farsi vedere, farsi conoscere. Dopo la laurea ho seguito brevi corsi e seminari di traduzione letteraria dal taglio veramente pratico. Un trauma. Della serie: Fitzgerald come prima prova di traduzione. E lì capisci che di strada da fare ce n’è ancora tantissima. Ma ho avuto la fortuna di conoscere grandi traduttrici, che mi hanno aiutata e corretta senza pietà. Voglio fare qualche nome perché le stimo moltissimo: Giuseppina Oneto, Gina Maneri, Anna Rusconi. Grazie a uno di questi corsi ho tradotto il mio primo racconto, poi sono venute le altre case editrici, alle quali avevo mandato un curriculum abbastanza mirato, e le prime prove di traduzione, che hanno portato a collaborazioni durature. E sì, la concorrenza c’è, come in tutte le professioni, ma se sei bravo e hai voglia di crescere (quella non deve mai mancare) uno spazietto si trova.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

In teoria, sì. In pratica… A volte (di rado, per fortuna) si può incappare in un vero e proprio blocco, dove anche la resa delle frasi più semplici diventa complicata, e tanti saluti alla scaletta, ma in genere tendo a farmi un’idea del numero di cartelle che dovrei tradurre quotidianamente (i fine settimana sono sacri, però!) in funzione della deadline, della complessità del testo, dell’affinità con lo stile dell’autore e via dicendo, e riesco ad attenermici senza grandi problemi.

Parliamo ora di Caravaggio enigma. Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già la sua autrice Alex Connor? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Un libro al quale ho lavorato con enorme piacere. Non conoscevo l’autrice, ma, quando mi è stato proposto l’incarico da un’agenzia di traduzione con cui collaboro da tempo, mi sono documentata e sono subito rimasta colpita dalla passione della scrittrice per l’arte italiana.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile?

È una perfetta via di mezzo tra la biografia storica e il thriller. Il personaggio di Caravaggio emerge con forza incredibile dalle pagine del libro. È un uomo cupo, tormentato, pieno di vizi e debolezze, ma è anche un genio assoluto che crede nella propria idea di arte e non accetta alcun compromesso. Ho fatto molte ricerche su di lui e sui personaggi storici descritti e menzionati nel romanzo, e posso assicurare che l’autrice non si è inventata niente, anzi! In fase di traduzione, ho dovuto prestare grande attenzione ai dettagli, come alla precisione dei dati storici e alle scelte lessicali, senza però tradire il ritmo serrato e adrenalinico che è tipico del thriller.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autrice, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Come in parte ho già anticipato, l’autrice ha dosato sapientemente gli elementi a sua disposizione. La figura di Caravaggio è di per sé un ottimo punto di partenza, tanto per il lascito artistico quanto per le travagliate vicende personali che lo hanno reso un personaggio davvero controverso. Alex Connor le ripercorre in chiave romanzata, con un ritmo avvincente e una buona dose di suspense che tiene incollati alle pagine: cosa succederà adesso? Caravaggio conduce una vita spregiudicata, combatte con chiunque incroci il suo cammino, non riesce mai a tenere la bocca chiusa. E le sue opere? Dipingeva con totale sprezzo dei canoni imposti dalla Chiesa, rischiava di perdere gli incarichi, sfidava costantemente la sorte. Caravaggio enigma è una biografia che non annoia mai, perché scava nella personalità del celebre pittore e offre un vivido spaccato della vita dell’epoca. Credo sia proprio questo il segreto dell’apprezzamento che ha riscosso.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ora come ora… sono appena rientrata dalle ferie! No, be’, sto lavorando alla traduzione di un bel thriller di un’autrice abbastanza famosa e ad alcune revisioni.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Grazie a voi e ai lettori del blog!

:: Un’ intervista con Caroline “Cass” Green

10 gennaio 2018

l'amica sbagliataCiao Caroline. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Caroline “Cass” Green? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia e grazie di avermi invitato sul tuo blog! Sono una scrittrice sia per ragazzi che per adulti che vive a Londra. Punti di forza e debolezza … hmm. Dovrei pensarci un po’ su! Diciamo troppi del secondo e non abbastanza del primo!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta nell’ Hampshire e sono andata all’Università di Sheffield dopo il liceo. Ho lavorato come giornalista per molti anni prima di passare alla narrativa.

Quando hai saputo per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Ho scritto molte storie quando avevo 11 anni, grazie a un insegnante che mi ha fatto da mentore.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Mi ci sono voluti sette anni e tre libri per essere pubblicata. Onestamente potrei tappezzare la mia stanza con le lettere di rifiuto che ho ricevuto!

Hai iniziato scrivendo romanzi young adult. Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Adoro la fiction YA e penso davvero che mi abbia insegnato molto su come disegnare i personaggi e su come scrivere thriller per adulti.

Come sei passata alla narrativa per adulti?

Sentivo necessario un cambiamento e soprattutto volevo vedere se potevo farlo.

The Woman Next Door (in Italia, pubblicato con il titolo L’amica sbagliata, tradotto da Cristina Ingiardi) è il tuo primo psychothriller per lettori adulti. Potresti parlarci di questo romanzo? Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stato immaginare una donna solitaria che guardava attraverso le tende mentre veniva consegnata la spesa del suo vicino. Mi sono trovata affascinata da questa persona che è diventata il mio personaggio Hester.

Sei mai stata ispirata da eventi reali quando hai creato le tue trame?

Non molto spesso. Sono stata ispirata da un caso per uno dei miei libri YA, ma farei un gigantesco spoiler se ti rivelassi quale fosse!

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura del romanzo?

Ad essere onesta, pensarlo in primo luogo, sembra sempre scoraggiante.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale? Quali sono i temi principali?

I temi principali riguardano i sentimenti delle persone che non provano un senso di appartenenza per i luoghi dove vivono, credo. Nessuno dei miei due personaggi principali sono persone felici e anche se in modi diversi sono ossessionate e definite dai fantasmi del loro passato.

Conosci la tua traduttrice italiana?

Niente affatto, ma mi sarebbe tanto piaciuto conoscerla. (Ciao Cristina se stai leggendo questa intervista! E grazie!)

Potresti parlarci un po’ delle tue protagoniste femminili: Hester e Melissa?

Sono consapevole che potrebbero non essere così simpatiche, ma sono riuscita ad amarle (sì, anche Hester!) Sono entrambe persone che portano con sé le conseguenze di oscuri segreti a vari livelli. Melissa ha la consapevolezza di sé che a Hester manca, credo.

Sei un’ autrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che qualche critica abbia influenzato il tuo lavoro?

Ogni scrittore riceve alcune recensioni negative. Non mi diverto mai a leggerle, ma cerco di non farmi ossessionare troppo. Se sentissi che qualcuno sta facendo un’ osservazione molto valida, la terrei certamente in considerazione.

Qualche progetto cinematografico tratto dal tuo libro?

Non ancora, ma chissà cosa potrebbe succedere!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Adoro l’Italia! Ho cercato di imparare un po’ di italiano per un paio d’anni ed è uno dei miei posti preferiti al mondo. Spero di essere invitata un giorno a parlare del libro e incontrare i lettori!

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Due cose sono cruciali a questo proposito: una, leggi tutto del genere che vuoi scrivere. Devi capire il mercato. E due, scrivi solo quando puoi. Non aspettare il momento perfetto, ma scrivi tutto il tempo e il buon lavoro inizierà a venir fuori.

Leggi altri scrittori di thriller inglesi contemporanei?

Sì, moltissimi. Gillian Flynn, Sabine Durrant, Eva Dolan sono tra le mie preferite.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Home Fires di Kamila Shamsie, che è geniale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio terzo thriller uscirà a settembre nel Regno Unito e ora sto solo lavorando alle modifiche finali. Allora sarà il momento di qualcosa di nuovo!
Grazie mille per avermi invitato!

:: Un romanzo inglese di Stephanie Hochet (Voland 2017) a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2018
un romanzo inglese

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Un romanzo inglese, di Stephanie Hochet, (Un roman anglais, 2015), edito in Italia da Voland nella collana Amazzoni, e tradotto dal francese da Roberto Lana, è un breve romanzo squisitamente femminista capace di toccare corde profonde del lettore, quasi disabituato a sondare l’animo femminile senza sovrastrutture e preconcetti.
Anna Whig, la protagonista del romanzo, è una donna schietta, intellettualmente indipendente, imprigionata in un matrimonio ormai fatto di apparenze e convenzioni. Cosa ne abbia determinato questo declino non è dato sapere, forse una decadenza insita di per sé in ogni matrimonio borghese, o lo spegnersi di un amore, nato con le migliori intenzioni, per un uomo per cui col passare del tempo è diventato più importante calibrare orologi che vegliare sulla felicità della moglie.
La nascita del piccolo Jack non sembra riaver avvicinato la coppia, che non percepisce la sua profonda infelicità, finché non entra sulla scena George, creduto per un bizzarro gioco di specchi per un po’ la nuova “governante” del bambino. Scoprire che George è un ragazzo, giovane, buono, dallo sguardo limpido, (e non una ragazza con pseudonimo maschile) è per Anna la prima microfrattura da cui si aprirà una voragine.
Siamo in Sussex, Inghilterra, nel 1917, in piena Prima Guerra Mondiale. La famiglia Whig ha lasciato Londra per sfuggire ai bombardamenti e vive tutte le ristrettezze della guerra nel suo eremo, quasi dorato, di campagna.
La volontà di Anna di riprendere a tradurre la porta a cercare una governante per il suo bambino, con tanto di inserzione sul Times.
Tra le risposte è la lettera di George a colpirla nel profondo, a generare una comunanza spirituale e un legame col ragazzo destinati a cambiare per sempre le loro vite. Jack adora George, (amore ricambiato), e se questo viene benvisto da Anna, non altrettanto da Edward che si sente quasi minacciato e scalzato dal giovane insegnante, e forse proprio questa gelosia innescherà anche se involontariamente il dramma.
Il ruolo della donna nella società inglese di primo Novecento, nelle sue vesti di moglie, di madre, ma anche di lavoratrice, (con tutti gli uomini al fronte non era raro che alcuni ruoli precedentemente solo maschili ora venissero ricoperti anche da donne per cui non è così difficile pensare per Anna che George fosse una donna invece che un ragazzo) e il ruolo della guerra nel movimentare le dinamiche sociali e politiche sono forse i due temi principali del romanzo, che si intrecciano a una poetica più legata ai sentimenti e alla vicinanza spirituale dei personaggi.
George è il vero eroe del romanzo e non a caso l’autrice riuscirà a fargli guadagnare una sorta di eternità nelle pagine finali della storia, dove incontreremo un Jack ormai adulto alle prese con i drammi della Seconda Guerra Mondiale. Questo senso di continuità ci accompagna e cadenza piacevolmente la storia, scritta con sensibilità, garbo e misura e densa di bellezza.
Una storia assai piacevole da leggere nonostante le derive assai drammatiche, che tuttavia non si discostano dalle tematiche dei drammi classici di inizio Novecento. Tanti i richiami letterari, gli omaggi e i tributi a molte scrittrici e scrittori del periodo, non a caso proprio una citazione de Le onde di Virginia Woolf troviamo messa in esergo.

Stephanie Hochet nata a Parigi nel 1975, ha esordito nel 2001. Autrice di undici romanzi e un saggio letterario, ha ricevuto il Prix Lilas (2009), il Thyde Monnier de la Société des Gens de Lettres (2010), e più di recente, nel 2017, il Prix Printemps du roman. Ha curato una rubrica per “Le Magazine des Livres” e collaborato con “Libération”. Attualmente scrive per il settimanale “Le Jeudi”.  http://stephaniehochet.net/

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio stampa Voland.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Autismo – Pensieri e Parole a cura di Federica Belleri (Historica edizioni 2017)

24 dicembre 2017
autismo

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L’autismo non è una malattia, è una condizione. La sindrome dello spettro autistico ha una vasta gamma di sintomi e di gravità, per cui mai come in questo caso un bambino autistico è da considerare un caso a sé, come sono singoli e unici tutti i bambini. Un bambino autistico ha una diversa percezione della realtà, un diverso modo di comunicare, di interagire con gli altri, e proprio per questo implica impegno, nel cercare di capire il suo mondo sia da parte dei genitori, degli educatori dei medici che l’hanno in cura. Questo si impara leggendo AutismoPensieri e Parole, a cura di Federica Belleri edito da Historica Edizioni. Un percorso fatto di parole in cui genitori, fratelli, amici parlano della loro esperienza a contatto con bambini con questa sindrome. C’è rabbia, dolore, speranza, coraggio, ottimismo, tanti sentimenti che delineano un percorso che inizia con la diagnosi, (per tutti i genitori il momento più traumatico) e prosegue con la cura e il supporto che questi bambini necessitano, che può portare a veri miglioramenti anche se non alla vera e propria guarigione. L’origine della sindrome, la sua evoluzione, la sua diffusione (sembra che ci sia un incremento di questo dato) sono tutti temi dibattuti e complessi, che non prescindono mai dall’ affetto che questi bambini speciali suscitano, e ascoltando le voci di questi genitori, educatori, fratelli si ha un’ idea più veritiera di cosa l’autismo sia e di come si faccia a combatterlo. C’è molta indifferenza per questo tema tra i cosiddetti “sani” e “normali”. Se il problema non ti tocca da vicino insomma è difficile che si voglia approfondire il tema, quando invece per la sua portata sociale, e per la possibilità di poter o dovere interagire con persone autistiche ci dovrebbe portare tutti a volere sapere di cosa si tratta. Anche essere normali è una condizione, quando cosa sia la normalità nessuno lo sa veramente. Questo libro, con coraggio, porta queste voci, voci di genitori, fratelli, amici normali nelle nostre vite, ci fa riflettere, ci fa interrogare su quanta attenzione sensibilità necessitino alcuni bambini. Nulla di più, ma credo sia già tanto. Il volume è impreziosito dai disegni di Niccolò Pizzorno. Segnalo che i diritti d’autore sul venduto saranno devoluti al Centro Francesco Faroni di Brescia. Per effettuare una donazione libera: fo.b.a.p. onlus via michelangelo, 405 – 25124 brescia banco di brescia, ag.17 di via masaccio, 29 – brescia abi: 03500 cab: 11217 iban: it38p0311111217000000009000 causale: donazione centro francesco faroni.

Federica Belleri, è nata a Brescia nel 1970. Diplomata perito aziendale. Due figli. Appassionata lettrice, divoratrice di gialli, noir e thriller. I libri, per lei, non hanno età. Quando ne apre uno lo sradica, cercando le sfumature e i sottintesi. Il suo block notes  è colorato e fitto di appunti. Scrive per diversi blog letterari, tra i quali Sugarpulp di Matteo Strukul.  Ha scritto alcuni racconti, due dei quali sono stati pubblicati sull’antologia Racconti Bresciani (I II III edizione), edita da Historica Edizioni. Entrata da pochi anni in questo mondo bellissimo, ha già al suo attivo alcune presentazioni di autori, che lei ama incontrare per condividere emozioni e parole.

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:: Onte il Camaleonte di Viviana Filippini (Edizioni Arpeggio Libero 2017)

23 dicembre 2017
camaleonte

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Delicata storia per ragazzi Onte il Camaleonte è l’ultimo libro della nostra Viviana Filippini, che oltre che giornalista è anche autrice di libri sia per adulti che ragazzi. Onte il Camaleonte, edito da Edizioni Arpeggio Libero è una favola con protagonisti piccoli animali che come nella tradizione più antica da Esopo in poi donano ai ragazzi, e a tutti noi, preziosi insegnamenti morali e etici. Tema centrale di questa favola è la diversità, come viene normalmente accolta per i ignoranza o vera cattiveria, e come invece non bisogna averne paura e anzi spesso nasconda capacità e doni sottovalutati. Insegnare ai ragazzi cos’è il bullismo, quanto dolore provochi e quanto sia stupido infierire contro chi molto spesso è solo troppo buono per potersi difendere è una cosa importante e Viviana Filippini veicola questo messaggio nella sua narrazione con grande sensibilità. A Camalandia vivono due fratellini camaleonti Bina e Onte. Onte però non è un camaleonte come tutti gli altri, due escrescenze arancioni sulla schiena, la corporatura piccola, tozza, minuta lo rendono diverso da tutti gli altri e agli occhi degli etranei brutto e sgraziato. I compaesani spettegolano e malignano provocando grande sofferenza al piccolo camaleonte, che però non è certo uno che si arrende e quando conosce Gelsomina la vedova nera inizierà a far luce sul vero significato delle sue gobbette colorate. Non vi anticipo sicuramente il colpo di scena, ma sicuramente sorprenderà i piccoli lettori. Onte il Camaleonte è una storia buffa, tenera curiosa, scritta con uno stile semplice e immediato, con piccoli tocchi di poesia. Le deliziose illustrazioni sono state eseguite da Daisy Romero, una giovane studentessa del Liceo Artistico C. Piazza di Lodi. Consigliato.

Viviana Filippini (Orzinuovi –Bs-, 1981) è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di “Racconti bresciani”(Vol I e II) per Historica edizioni, 2015 Cesena, e scritto “Brescia segreta. Luoghi, storie e personaggi della città”, Historica, 2015 Cesena e la storia per ragazzi “Furio e la Beata Paola Gambara Costa”, illustrata da Barbara Mancini, progetto realizzato da Radio Basilica di Verolanuova e Parrocchia di Verolanuova, ebm edizioni, Manerbio 2015. “A passo sospeso. The Floating Piers Christo & Jeanne Claude”, Temperino Rosso, Brescia 2016.

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:: Seme di strega – Una riscrittura della Tempesta di Margaret Atwood (Rizzoli 2017) a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2017
seme di strega

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Che Margaret Atwood sia la più importante, e significativa, scrittrice canadese della sua generazione, (classe 1939), non è un segreto per nessuno.
Non bisogna essere necessariamente femministe militanti per apprezzare testi come Il racconto dell’ancella o L’altra Grace, forse i suoi libri più famosi, anche tra coloro che non leggono libri e guardano più che altro la tv, per le due trasposizioni televisive di successo.
Margaret Atwood non ha solo il dono di costruire grandi trame dense di coerenza narrativa, ma sonda il suo tempo e l’animo femminile con la stessa grazia.
La sfida di misurarsi con Shakespeare penso l’abbia accolta con divertita curiosità. Non è stata la sola, altri autori contemporanei da Tracy Chevalier, a Jo Nesbo, a Anne Tyler hanno accettato di partecipare all’iniziativa di riscrivere Shakespeare, riadattandolo per le nuove generazioni.
La Hogarth Press ha infatti inaugurato una collana di opere shakespeariane riscritte da autori contemporanei, alcune tradotte in Italia da Rizzoli.
Margaret Atwood ha scelto La Tempesta, e penso in tutta sincerità sia davvero la più adatta al suo stile, alle sue tematiche, al suo concetto del tempo narrativo e psicologico.
Seme di strega, questo è il titolo italiano, è una storia di vendetta, di giustizia, di ricerca di equilibri infranti dall’ arrivismo, dall’ avidità, dalla sete di potere.
Protagonista è un regista teatrale shakespiriano di nome Felix Phillips. Geniale, istrionico, carismatico, con una carriera di successi e gratificazioni, a cui il destino presenta immancabilmente il conto.
Prima la morte della figlia, da cui fatica a riprendersi, poi il tradimento del suo socio in affari Tony, lo portano a perdere tutto e a ritirarsi in una catapecchia in mezzo al nulla. Un eremo dal quale cova la sua inesauribile voglia di vendicarsi di tutti coloro che l’ hanno distrutto.
L’occasione si presenta quando assunto come insegnante di recitazione in un carcere (sotto falso nome) scopre che i sui ex nemici (ora ancora più potenti e riveriti) verranno in visita al carcere per assistere alla sua rappresentazione de La Tempesta. L’ultima opera di Shakespeare che voleva proporre al Makeshiweg Teatre Festival, prima della cacciata, e del pubblico ludibrio.
Riuscirà a ottenere vendetta o meglio farsi giustizia?
E soprattutto cosa ha in mente il terribile Felix?
Il fantasma di sua figlia, che l’ha accompagnato per tutto questo esilio e solo lui può vedere, finalmente troverà pace?
Avere a che fare con attori non professionisti, carcerati, si rivelerà davvero per lui l’esperienza più profonda della sua vita e non solo uno strumento per rimettersi in pari col destino?
A queste e altre domande si troverà puntualmente risposta fino all’immancabile lieto fine che ben si adatta a una storia di riscatto e liberazione.
Niente poteva essere diverso.
Traduzione di Laura Pignatti.
Buona lettura!

Margaret Atwood è autrice di oltre quaranta opere tra romanzi, saggi, raccolte di poesie. È stata cinque volte finalista al Booker Prize, vinto nel 2000 con L’assassino cieco. Le sue opere hanno ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo ed è una delle scrittrici più amate dal pubblico internazionale. Figura ecclettica sul piano artistico, politicamente impegnata soprattutto in seno alle tematiche del femminismo, è considerata tra le scrittrici più importanti in attività ed è stata più volte segnalata per il Premio Nobel per la letteratura.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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