Le figlie di YS di M.T. Anderson e Jo Rioux (ReBelle Edizioni, 2021) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2021 by

Nel panorama vasto, rutilante ma a tratti dispersivo delle graphic novel si affaccia ReBelle Edizioni, con la traduzione di un successo dell’editoria indipendente d’oltreoceano dell’anno scorso, Le figlie di YS, realizzato a quattro mani da M. T. ( Matthew Tobin) Anderson e Jo Rioux.
La storia, sulla carta rivolta ad un pubblico young adult ma in realtà pe tutti, è ispirata ad una delle più note leggende bretoni, quella della città maledetta di YS, una sorta di Atlantide di quelle latitudini, ingoiata dall’oceano per un’oscura maledizione.
In un mondo magico fuori dal tempo, vicino ad un’età dell’oro della mitologia celtica, la regina Malgven, grande amore dalla provenienza misteriosa del re di YS, molto probabilmente una creatura marina, ha innalzato intorno alla sua città delle grandi mura che tengono tutto al sicuro, ma forse c’è anche un oscuro segreto che permette al regno di prosperare.
Dopo la sua morte, il re resta solo con le due figlie Rozenn e Dahut, destinate a prendere strade diverse: Rozenn ama vivere in mezzo alla natura con gli animali, girando per la brughiera, mentre Dahut è attratta dal potere, dagli intrighi, dalle feste e scopre man mano il prezzo per tenere YS al sicuro dal mare, il tributo che ogni giorno bisogna buttare nelle acque, un tributo che può diventare un giorno insostenibile e condannare tutti alla fine.
Nelle pagine acquarellate, con uno stile simile a quello di Noelle Stevenson e il suo Nimona, rivive un’epopea dimenticata dai più, visto che ci sono stati un paio di romanzi fantasy che l’hanno ripresa, ma nulla di paragonabile a storie inflazionate come quella di Re Artù, ma fondamentale per il folklore della Bretagna, terra celtica di mare, sabbia e rocce, sede di antiche leggende come questa.
Le figlie di YS piacerà agli amanti del fantasy, con un intreccio tra regine corrotte e maledizioni che ha in sé i semi di tante storie contemporanee, oltre a chi ama le antiche culture meno note e il mondo celtico, celebrato in questi anni da feste ed eventi purtroppo al momento in pausa.
Una storia ricca di spunti, avvincente, cruda, spietata, persa in un tempo mitico a cui piace tornare, in una nuova veste, a scoprire la sorte maledetta di una città perduta e per sempre ricordata.

M.T. Anderson è autore di diversi bestseller fantasy e young adult, in Italia gli ultimi titoli sono stati pubblicati da Rizzoli. Ha vinto il National Book Award for Young People’s Literature nel 2006 per il primo volume de La storia stupefacente di Octavian Nothing.

Jo Rioux, canadese di Ottawa, proviene dal campo dell’illustrazione per l’infanzia. Ha vinto con Cat’s Cradle il premio Joe Shuster 2013.

Provenienza: libro del recensore.

:: Lettere tra due mari di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (Iperborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2021 by

Cara sorella tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo.

L’acqua è la culla della vita, liquido amniotico, pioggia che disseta la terra, mare che sfocia nell’oceano. L’acqua è madre, principio femminile, fonte e custode di energia. L’acqua è la protagonista dei cambiamenti climatici in corso sulla terra. I ghiacci si sciolgono, il livello dei mari si innalza, fino a ricoprere tutto il globo terrestre d’acqua?

È questo il nostro destino ultimo? rifondare il mito della Grande Madre?

La scrittrice danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ha scritto un delizioso piccolo libro dal titolo Lettere tra due mari in cui ipotizza un carteggio epistolare intimo, tenero e un po’ selvaggio tra Atlantica e Mediterranea, due sorelle, due mari vittime di inquinamento, che rimpiangono un passato lontano, che desiderano ricongiungersi.

Con penna delicata e lieve, e grande sensibilità l’autrice dà voce all’acqua con voce ambientalista e poetica, capace di far riflettere e toccare le coscienze, grazie alla sua bellezza. Da custodire e regalare a persone preziose. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. Illustrazioni di Dorte Naomi.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen (1980) Cresciuta in Danimarca da una famiglia originaria delle isole Faroe, dopo gli studi umanistici si dedica alla scrittura e collabora con diversi quotidiani e riviste. Con il suo primo romanzo, Isola (vincitore del Premio MARetica 2019), ispirato alla sua storia personale, si impone subito all’attenzione di pubblico e critica per l’originalità della sua voce poetica, tanto da essere affiancata ai grandi cantori del Nord, William Heinesen, Einar Már Guðmundsson, Jon Fosse e Jón Kalman Stefánsson.

Dorte Naomi (1975) è un’artista figurativa e illustratrice danese. I suoi disegni, opere grafiche e dipinti, che sono stati esposti presso musei e gallerie danesi e internazionali, trattano spesso della fusione tra l’essere umano e la natura in uno spazio tra simmetria e caos.

Maria Valeria D’Avino è nata a Roma, ha studiato letteratura Scandinava in Italia, dove si è laureata presso l’Università La Sapienza, e a Copenaghen. Dopo molti anni alla Rai (Radio, Multimedia) si è dedicata esclusivamente alla traduzione, soprattutto di narrativa danese e norvegese. Collabora con diverse case editrici italiane (Iperborea, Marsilio, Feltrinelli, Orecchio Acerbo). Tra gli autori tradotti per Iperborea: Knut Hamsun, Jørn Riel, Dag Solstad, Johan Harstad, Monica Kristensen, Gunnar Gunnarsson.

La regina degli scacchi di Walter Tevis (Oscar Absolute, 2021) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2021 by

E’ stata una delle serie televisive più amate degli ultimi tempi, pluripremiata anche ai Golden Globe: La regina degli scacchi, è un vero e proprio fenomeno di costume degli ultimi mesi, ma non bisogna dimenticare che è  innanzitutto un romanzo, uscito mezzo secolo fa ad opera di Walter Tevis, autore di altri libri di successo trasposti al cinema, come il cult Lo spaccone.
Oscar Absolute ha riproposto in un’edizione sottolineata dalla copertina con la protagonista  della miniserie Anya Taylor-Joy questo classico contemporaneo, da leggere o rileggere dopo aver visto la serie, scoprendo la fonte di ispirazione di un grande successo di questi tempi, opera di un autore che ha raccontato nelle sue storie personaggi solitari, fuori posto, metafora del disagio che ha sofferto anche lui da bambino e ragazzo, malato e solo.
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta Beth Harmon resta orfana a soli otto anni e il suo destino sembra segnato con una vita senza futuro, in un grigio orfanotrofio in mezzo ad altre bambine e ragazzine in disgrazia come lei,  in un’esistenza senza prospettive. Ma Beth scopre in orfanotrofio, oltre alla trasgressione grazie all’amica afroamericana Jolene, di qualche anno più grande di lei, il potere che hanno le pillole calmanti sulla sua vita, allora prassi comune per come venivano date ai bambini, e soprattutto la magia del gioco degli scacchi, in cui comincia ad allenarsi e ad eccellere.
Alcuni anni più tardi viene adottata da una donna presto sola dopo che il marito la lascia, che vede in lei una possibilità di riscatto e comincia ad aiutarla a partecipare a tornei in cui si fa notare, giovanissima e donna, in un mondo per lo più maschile. Il dolore di un’esistenza comunque ferita e la sua profonda solitudine non la lasciano, ma nonostante questo Beth viaggia, vince, conosce persone, cresce, si innamora anche, continuando a trovarsi a casa sua solo sulla scacchiera, in quel gioco solitario e meditativo di cui diventa l’emblema.
Sono passati oltre cinquant’anni da quando Walter Tevis ha raccontato questa storia, emblema di un’epoca storica e sociale che traspare, ma a tratti universale e sempre valida, come dimostra il successo della serie, del resto: La regina degli scacchi racconta, molti anni prima che esplodessero, problemi come la solitudine e l’alienazione, l’attaccamento a qualcosa di totale come un gioco come mezzo per evadere e dare un senso alla propria vita, tutte tematiche ancora più attuali oggi che negli anni Sessanta.
Beth è un’eroina o antieroina contemporanea, più attuale oggi che all’uscita del libro, in cerca di una sua dimensione, di un suo posto nel mondo fuori dagli schemi, o possibile solo nello schema della scacchiera, protagonista di una vicenda che si evolve man mano, con non grossi accadimenti, ma un’uscita allo scoperto di un personaggio che continuerà a fare quella vita, con un finale aperto che l’autore non ha mai voluto continuare, giustamente.
Un libro che fa riflettere, in cui vedere un mondo di ieri che anticipa l’oggi e i suoi problemi, per chiunque senta interesse e empatia per Beth, protagonista fuori dalle righe pur non facendo niente di particolarmente trasgressivo, in un microcosmo suo dove non si sente fuori posto come nel mondo.

Walter Tevis, nato nel 1928 a San Francisco, cresciuto e vissuto in Kentucky, è l’autore di sei romanzi, oggetto di famose trasposizioni cinematografiche. La regina degli scacchi, da cui è stata tratta l’omonima serie Netfliix, è considerato uno dei suoi capolavori. Tra i suoi titoli più famosi Il colore dei soldi, Lo spacconeL’uomo che cadde sulla Terra. L’intera opera di Tevis è in corso di ripubblicazione presso gli Oscar Mondadori.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Omicidio a regola d’arte di Letizia Triches (Newton Compton 2021) a cura di Federica Belleri

18 aprile 2021 by

Seconda indagine che ha come protagonista il commissario Chantal Chiusano, il nuovo personaggio creato dalla scrittrice Letizia Triches.

Tra Roma e Napoli la trama intreccia il mondo dell’arte con il privato dei personaggi. Ad esempio la morte del marito della Chiusano, inspiegabile e atroce. O la morte di un pittore, a pochi giorni di distanza dal marito del commissario.

Due fatti che provocano sbigottimento, lasciano senza fiato e chiedono a gran voce delle risposte. La Chiusano dimostrerà fragilità e tenacia. Soffrirà ma avrà la forza di portare avanti un’indagine complessa. Entrerà nei salotti e parteciperà alle mostre degli artisti, nel loro mondo non sempre limpido, nelle loro vite segrete e torbide. E scoprirà che l’arte ha delle regole precise. È colorata e sfumata. È bianca o nera a seconda dell’occasione e dell’opportunità. È sfuocata al punto giusto per non mostrare spigoli o brutture. Ed è crudele, purtroppo. 

Grande protagonista, la città di Napoli. Contraddittoria e bellissima, profumata a tavola e nauseante nella falsità dimostrata.

Lettura consigliata.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora e Omicidio a regola d’arte, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano. Per saperne di più: www.letiziatriches.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Un’intervista con Marco Scardigli a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2021 by

Benvenuto Marco su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Docente, storico, saggista, romanziere, chi è Marco Scardigli? Punti di forza e di debolezza.

Lasciamo da parte il docente che appartiene a periodi lontani. Storico lo sono quasi di natura: essere storico è un modo di vedere il mondo, una particolare attenzione verso i segni del tempo, tutto ciò che determina un divenire, un cambiamento. Scrivere saggi per me ha sempre significato accompagnare il lettore “dentro” un certo momento del passato, condividendo contenuti, ma anche emozioni e suggestioni. Il bello della Storia, in fondo, sono le storie individuali o delle comunità, le narrazioni, i personaggi. Il romanziere ci aggiunge la fantasia e una certa libertà di argomenti.

È essenzialmente uno storico che ha iniziato a scrivere anche narrativa, o viceversa?

Come ho detto prima, per me la Storia è stata soprattutto appassionarmi a storie individuali o collettive; la narrativa è la stessa cosa. Diciamo che l’aspetto dominante è la passione per la lettura e la scrittura, senza badare alla catagolazione.

Quali sono i libri che leggeva da ragazzo? Quali sono i classici che ha più amato?

Da ragazzo leggevo come un forsennato, di tutto. Verne, Salgari, Stevenson e tanta storia, ovviamente: Bedeschi, Montanelli e tutta Storia Illustrata, di cui compulsavo religiosamente ogni pagina. L’archeologia di Ceram e i romanzi storici di Mino Milani sono stati certamente un altro tassello importante della mia formazione. Poi fantascienza a vagonate: Asimov, tutto, e la folgorazione di Douglas Adams. Infine l’innamoramento per il fantasy, a partire dall’imprescindibile Signore degli anelli.

Poi crescendo quali sono diventati i suoi scrittori preferiti?

I grandi maestri sono due: Simenon e Guareschi, le due architravi della mia biblioteca e, a mio parere, i due massimi artigiani della scrittura; e poi l’amatissimo Aldo Buzzi. Attorno a loro una corte infinita di autori che ho letto con la matita in mano per prendere appunti: Gary, Grossman, Montanari, Lemaitre, Carrère, Cabré, Pennac, tanto per limitarmi agli ultimi anni. E poi ovviamente tonnellate di gialli.

Qualche anno fa aveva attirato la mia attenzione Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018, Premio Selezione Bancarella), può parlarci della serie a cui appartiene?

La serie è formata da tre romanzi (Celestina. Il mistero del volto dipinto; Evelyne. Il mistero della donna francese e Tina. Il mistero dei pirati di città) ambiantati nella Belle Epoque. Protagonisti sono un delegato di polizia, Marchini, una donna del popolo, Tina, e un ufficiale, Stoffel. Nel primo romanzo i tre si trovano coinvolti in uno stesso dramma: l’uccisione di una prostituta d’alto bordo, e i due uomini si innamorano di Tina. Nel secondo libro i protragonisti sono alle prese con una bellissima e misteriosa signora francese e nel terzo con dei delinquenti “moderni” (per chi viveva nel 1904). Insieme riescono a risolvere i casi, sopravvivere, crescere, trovare il loro posto nel mondo e perfino risolvere la questione di cuore.

Ora vorrei dedicare la seconda parte di questa intervista al suo ultimo romanzo “Sibil”. Come è nato il progetto di scriverlo?

In tutta onestà non lo so e, guardandomi indietro adesso che il libro è uscito, non capisco dove io abbia trovato il coraggio di imbarcarmi in un’avventura simile, così lontana dagli argomenti che più sento miei e fuori dalla mia comfort zone. Forse è stata decisiva la voglia, a una certa età, di provare nuove sfide; forse il fatto che Sibil non sia stato partorito come un blocco unico, ma che si sia formato progressivamente, strato dopo strato.

Chi o cosa, un saggio, un articolo di giornale, un documentario, le ha ispirato il personaggio di Sibil, una delle protagoniste del romanzo?

Anche il personaggio di Sibil non è nato dalla mia testa tutta intero, maturo e armato, come una Minerva. All’origine probabilmente c’è la mia passione per il funzionamento del cervello, per come si forma il pensiero o la memoria e poi qualche suggestione verso l’intelligenza artificiale. Il seme remoto è forse la frase raccontata dal mio amico, lo scrittore Alessandro Barbaglia. In occasione della nascita del primo figlio, un suo conoscente, insegnante al MIT, gli aveva detto: «Lo sai che noi saremo gli ultimi uomini a morire interamente biologici e tuo figlio invece vivrà con parti tecnologiche…».

È un romanzo molto al femminile, perché questa scelta? Perché tutte donne nella task force della Guardia di finanza che segue l’indagine al centro del romanzo?

Anche questa è una cosa a cui non so dare una spiegazione. Pure negli altri gialli che ho scritto, i personaggi femminili sono predominanti e, forse, meglio riusciti dei loro colleghi maschi. Una spiegazione potrebbe essere che volendomi staccare dalla storia militare fatta per il 98% di maschi, mi sia venuto naturale porre al centro dei miei libri figure femminili.

Un thriller tecnologico in cui l’ “arma” segreta è una ragazzina, un essere umano con poteri straordinari. Un’arma non convenzionale nella lotta contro il crimine l’ho definita. Quanto incide il fattore umano nell’ipertecnologico mondo della investigazione finanziaria contemporanea?  È possibile che persone come Sibil esistano veramente e siano utilizzati realmente da governi, enti, istituzioni?

Domande da un milione. Diciamo che è inevitabile che l’intelligenza artificiale, destinata a entrare in tutti gli aspetti del vivere umano, avrà un ruolo anche nell’investigazione, finanziaria e non. Altrettanto credo che i modi per “aumentare” le capacità umane siano in fase avanzata di studio o, forse, già in sperimentazione. Io ho cercato di trovare una via “umana” al dilemma tra biologico e tecnologico, ma non so se sia una previsione o una speranza.

Come accennavo nella mia recensione dal suo romanzo partono molte riflessioni etiche e morali legate alla privacy, alla concentrazione di tanto potere in un’unica persona, alla violazione o superamento di leggi, confini e regolamenti che cesserebbero di avere importanza. Come viene gestita questa parte dalle sue protagoniste?

Già oggi, anzi da ieri, il mondo tecnologico supera, evita, infrange, scantona le normali leggi concepite per un mondo interamente biologico: basta pensare alle mille polemiche sul capitalismo della sorveglianza, sulla gestione dei big data e sulle intromissioni nella vita politica dei paesi. E sappiamo poco o nulla dell’uso dell’IA in finanza e nel militare. Certamente la gestione di questi temi è una delle grandi sfide del prossimo futuro e una di quelle più decisive, forse alla pari con il problema ambientale.

Come ultima domanda nel ringraziarla della sua disponibilità. Vorrei chiederle quali sono i suoi progetti per il futuro e se Sibil avrò un seguito.

Io a Sibil sono molto affezionato, le voglio davvero bene e mi piacerebbe vederla crescere. Diciamo che il suo destino è legato a quello del libro…

:: Che mito!: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto Il Minotauro e il filo di Arianna di Hélène Kérillis, disegni di Grégoire Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021 by

Gallucci editore pubblica in una simpatica collana che si chiama UAO (Universale d’Avventure e d’Osservazioni) Prime letture la serie Che Mito! per avvicinare i bambini alla mitologia greca e alla lettura.

E oggi vi parlo di due volumi di questa serie: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto, Il Minotauro e il filo di Arianna con testi di Hélène Kérillis e disegni di Grégoire Vallancien.

Sono due albi interamente a colori con illustrazioni spiritose e vivaci e testi con caratteri ad alta leggibilità.

Sono indicati per bambini dai 7 anni in su e si sa i bambini amano i mostri e le creature bizzarre, qui conosceranno il gigante Polifemo, un essere cattivissimo con un occhio solo al centro della fronte che ama sgranocchiare gli esseri umani e il Minotauro anche lui un gigante con il corpo di uomo e la testa di toro, sanguinario e cattivissimo pure lui, tanto da essere confinato in un labirinto a Creta. Ma si sa i cattivi non la fanno sempre franca per cui Ulisse e Teseo grazie alla propria astuzia, inventiva e coraggio l’avranno vinta.

Oltre a questi ci sono altri albi: Il tallone di Achille e Romolo e Remo sempre di Hélène Kérillis e Grégoire Vallancien. Traduzione dal francese a cura della Fondazione Unicampus San Pellegrino nell’ambito del corso “Tradurre la letteratura”.

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia.

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021 by

Benvenuta Marilù e grazie di avere accettato questa nuova intervista per Liberi di scrivere. Hai da poco pubblicato “Biancaneve nel Novecento” proposto da Maria Rosa Cutrufelli per l’edizione 2021 del Premio Strega, un romanzo molto particolare, anche doloroso se vogliamo, una storia doppiamente al femminile che unisce due generazioni di donne del Novecento. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Mi ha spinto il desiderio di raccontare due (che poi diventano tre) donne nel Novecento e seguirle nel loro cammino – costruito come una fiaba – fin da quando sono piccole o giovani. Lili è una vittima della storia, Bianca incarna le bambine che hanno subito qualche maltrattamento per colpa di uno o più adulti presi dai propri guai e feriti dal passato. Convinte entrambe che la Storia sia distaccata e in mano soltanto ai potenti, si illudono che scorra lontana, invece una ci si tuffa dentro per scelta volontaria, la studia, la scova, l’affronta; l’altra ne viene fagocitata, viene rinchiusa nel lager di Buchenwald e lì indotta a prostituirsi nel famigerato bordello.

Bianca e Lili sono le protagoniste, a capitoli alternati raccontano le loro vicende personali. Bianca è una bambina poi ragazza del presente, Lili è una anziana signora nata nel 1919 in Francia da una famiglia contadina. Non potrebbero essere più diverse ma in fondo hanno qualcosa di simile, non è vero?

Sì, hanno in comune, inizialmente il fatto di essere travolte dal dolore (anche se si tratta di esperienze molto diverse), poi di cercare entrambe la luce. Ma hanno in comune anche lo stesso rapporto con la Storia, quella grande di cui parlavo sopra, con la S maiuscola: dapprima di completo disinteresse diventa poi un legame più profondo. Il loro viaggio verso la consapevolezza si compirà quando entrambe capiranno che la Storia ci appartiene e, con ogni nostra scelta e comportamento, possiamo – seppur talvolta solo in minima parte – influenzarla.

Lili ha un passato molto doloroso, per avere ospitato nella casa di suo marito una famiglia ebrea fa l’esperienza dei campi di concentramento nazisti. Bene o male questi campi di prigionia e di sterminio hanno inciso nell’anima del Novecento. Ho letto che nulla di cosa racconti è inventato (a parte il personaggio di Lili che un po’ racchiude l’esperienze di tanti sopravvissuti), ti sei basata su libri, testimonianze, documentari. Come ti sei avvicinata a questo doloroso passato? Come hai affrontato le radici del male del Novecento?

È da anni che leggo libri, saggi, vedo audiovisivi e porto avanti progetti nelle mie classi sullo sterminio, molto attenta alle parole di Primo Levi, quando nella Shemà dice: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore…”. Conservare la memoria tutela noi da un futuro pericoloso ed è un atto doveroso verso ciò che è stato. In questo senso, col mio romanzo, volevo dare un piccolissimo, infinitesimale contributo a ciò che gli ebrei chiamano Tiqqun ‘olam (in ebraico: תיקון עולם‎): un atto di riparazione nella speranza di un mondo migliore.

Nel tuo libro parli della tragica morte della principessa Mafalda di Savoia a Buchenwald, proprio Lili l’assiste nel Sonderbau, come ti sei documentata per questo episodio umanamente davvero terribile? un’atrocità nelle già tante atrocità, considerato che una volta ferita ne hanno causato scientemente la morte.

Ho letto diverse sue biografie e testi storici, tutti elencati nella Bibliografia finale. La sorte riservata a questa principessa che ogni giorno andava avanti retta solo dalla speranza di rivedere i suoi figli è molto triste, anche se a lei – almeno quando era in vita – in virtù del suo rango fu riservato un trattamento leggermente migliore rispetto a quello di molti altri prigionieri.

Dopo la morte della principessa a Lili viene fatta una proposta che cambierà per sempre la sua vita. Ce ne vuoi parlare?

Certo: viene proposto a Lili di prostituirsi nel Sonderbau, l’ “edificio speciale” che corrispondeva al bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Ho scelto di raccontare questa realtà, rimasta tabù per anni, quando sono venuta a scoprire che Himmler, nel 1942, decise di istituire dei bordelli nei campi di concentramento nazisti, dove le ragazze venivano reclutate con l’inganno: si prometteva loro che dopo 6 mesi sarebbero state liberate, ma questa promessa non fu mai mantenuta. Anzi, spesso capitava che si ammalassero o venissero colpite da malattie veneree e finivano nella baracca degli esperimenti. Questa realtà, rimossa fin dopo la Liberazione perché ritenuta scomoda e inopportuna e divenuta solo più tardi oggetto di ricerca storica, ha attirato la mia attenzione sia perché riguardala storia delle donne nella Shoah, sia perché racconta l’inferno nell’inferno. Le ragazze costrette a prostituirsi finivano per essere vittime più volte: vittime del lager, degli aguzzini e dei prigionieri, dei pregiudizi, dei loro sensi di colpa. Il perdurare del disprezzo nei loro confronti anche nei decenni successivi è indicativo, le si considerava le sole responsabili del trattamento subito, come se davvero avessero avuto molta possibilità di scelta. E questo è uno dei motivi per cui si possono rinvenire così poche testimonianze dirette.

La prostituzione femminile (esisteva anche quella maschile) è un tema che non viene spesso affrontato. Un’ulteriore umiliazione e violenza in realtà dove la violenza e la sofferenza erano la norma. Tu hai avuto il coraggio di affrontare questo tema molto spesso dimenticato. Già i sopravvissuti si sentivano in colpa per essere sopravvissuti, le donne vittime di prostituzione, lo erano ancora di più. Come Lili metabolizza questo dolore?

Questo è un tema molto delicato, che io ho cercato di risolvere anche attraverso le testimonianze di altri ex-detenuti che non avevano certo potuto spazzare via con un colpo di spugna tutto ciò che era stato. Un’esperienza come l’internamento lascia ferite profonde e non sempre queste si rimarginano, basti soffermarsi sugli sguardi di alcuni testimoni. Il tempo guarisce tutto? Non lo so, nel mio romanzo il tempo forse potrebbe lenire, ma cosa resta nei nostri abissi più profondi? Ho provato a immaginare come avrebbe potuto affrontare una nuova vita una ragazza annichilita fin nel profondo che, contro ogni sua previsione, aveva però trovato nel lager qualcosa di prezioso.

Bianca è una bambina di quattro anni nel 1980. Molto più vicina alla tua generazione, ti è stato più facile costruire il suo personaggio?

Mi è stato più facile per quanto riguarda soprattutto le atmosfere dell’epoca, che conosco bene.

Hai una grande sensibilità soprattutto quando racconti l’infanzia e l’adolescenza, sicuramente il tuo lavoro di insegnante ti ha dato gli strumenti per indagare e comprendere meglio queste psiche ancora in formazione. Ma oltre a questo c’è proprio una tua sensibilità particolare che ti spinge a comprendere il mondo dell’infanzia. Sei stata una bambina amata e felice?

Non tornerei mai all’età dell’infanzia, sono stata una bimba abbastanza infelice e ho subito diverse perdite (in questo mi riconosco in Bianca), ma soprattutto non ho provato in pieno il senso di protezione che ogni bambino dovrebbe ricevere. Cercando una via di fuga, mi sono rifugiata nel mondo dei libri e questo forse ha acuito la mia predisposizione alla fantasia e all’ascolto dell’altro. Credo che derivi tutto da qui. Ogni volta che parlo di un bimbo che subisce una sopraffazione, sento la mia piccola voce indignata.

Tornando a Lili, il personaggio che mi ha più colpito per la sua forza, la sua determinazione e il suo non farsi sopraffare dalla violenza fisica e psicologica subita. Come supera sentimenti negativi come l’odio e la vendetta?

Attraverso la solidarietà. Seppure tutti noi non possiamo sfuggire alla nostra solitudine, dobbiamo anche ricordarci che, pur con tutta la nostra forza (quando c’è) da soli non combiniamo nulla. Se Lili non avesse incontrato persone come Sophie o come Elio, probabilmente non ce l’avrebbe fatta.

Il tuo libro ha anche valore di testimonianza, per avvicinare i ragazzi a queste pagine oscure del Novecento. Tu non calchi mai la mano, non cerchi l’effetto, anzi con mano lieve lasci trasparire anche tocchi poetici. Come è stato accolto il tuo romanzo nelle scuole?

Molto bene, riscontro nei ragazzi e nelle ragazze di oggi una grande sensibilità verso il tema. Spesso mi rivolgono delle domande così interessanti e ricche di spunti di riflessione che ci penso anche nei giorni successivi.

Ringraziandoti per la tua disponibilità, come ultima domanda vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Mi sto dedicando a un progetto nuovo, ma per scaramanzia non ne parlo. Anche se è solo un gioco, la mia parte miscredente non crede a queste cose! Grazie, Giulietta, per le tue belle domande.

:: La quarta parete di Giuseppe Perrone (L’Argolibro editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2021 by

Una poesia evocativa, densa di significati, anche sofferti, colma i versi liberi della raccolta La quarta parete del medico-poeta tarantino Giuseppe Perrone. Raccolta divisa in cinque parti: La stanza vuota, Davanti al muro è impossibile capire, Passi perduti e altri inciampi, In compagnia della cenere, e l’ultima Accadono scene mute.

Una poesia chiaroscurale fatta di zone d’ombra illuminate da improvvisi lampi di luce. Il pessimismo che ne emerge non è assoluto, sebbene il dolore, la solitudine e la morte rendono difficile la costruzioni di mondi gioiosi e luminosi, ma la poesia che si scrive da sola, come afferma nel componimento che dà il titolo alla raccolta è quel di fronte che può essere confine o spazio aperto dinnanzi alla vita chiusa in quattro pareti. La poesia sgorga dunque spontanea quando il canale di questa percezione è aperto, autentico e sincero come in questo caso.

Versi densi di saggezza misteriosa, anche se come scrive Nietzsche, nella citazione in esergo, la saggezza può porre limiti alla conoscenza, ma il poeta la possiede, avendo visto il dolore e la morte in faccia come medico ed essere umano sensibile che ben conosce l’abisso della sofferenza che la vita dispensa a piene mani. Ma non si arrende.

Ho trovato molto toccante e vera Vigilia (senza giorno di festa) della quinta sezione, specialmente nei versi O furia di cielo e santi/ attenzione all’estasi dei salmi o nei versi O mani che si stringono per dirsi addio/ attenzione a non giurare “per sempre”. Versi essenziali, schietti, puri, capaci di toccare le più misteriose corde dell’anima che ci mettono in guardia dall’insidie dell’oggi nascoste in luoghi inattesi.

La poesia è come l’anima, che forse non si vede ma si fa sentire, se è autentica e in questi versi si ha schietta questa sensazione. È una poesia che ha un ritmo, una cadenza, una voce personale e intima molto particolare.

Ho amato molto questa raccolta, di un poeta giustamente premiato e apprezzato, che ho conosciuto grazie a Nicola Vacca che cura la collana Agorà, dove questa raccolta è inclusa. Se amate i poeti contemporanei, Perrone è nato nel 1959, sono certa certa che questa silloge saprà parlare anche a voi.

Permettetemi due notazioni finali: il componimento grafico in copertina è una fotografia di Rino Scarpa e la prefazione di Cosimo Argentina.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Un’intervista con Flavio Troisi a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2021 by

Hai un blog “La fattoria dei libri”, un canale Youtube “Broken Stories”, sei un apprezzato ghost writer, scrivi saggi, racconti e romanzi. Insomma ti tieni occupato. Parlaci dunque di te, dicci qualcosa di molto, molto personale.

Il blog è moribondo, perché non lo aggiorno affatto, mentre Broken Stories su YouTube mi tiene allegramente impegnato e si sta conquistando la sua fetta di pubblico interessato a tutto ciò che riguarda la narrativa ad alta tensione, dark, immaginifica raccontata onorando le opere e gli autori. Mi tengo occupato facendo ciò che amo e mi interessa e mi gratifica, che poi mi pare uno dei pochi modi sensati di stare al mondo. Sono un tizio che ama passare il tempo a casa, con la testa fra le nuvole, immerso nell’arte di raccontare storie. Prima di tutto come lettore e spettatore. Solo dopo come autore. Il mestiere di ghost writer è un bel modo di pagare le bollette. Una cosa molto personale? Non mi sono mai sposato e non ho figli, non mi sono mai legato a nessun credo religioso, ho una mentalità analitica e positivista.

La tua scrittura trasuda buone letture, parlaci dei tuoi scrittori preferiti e del tuo amore per l’horror.

Ho alle spalle studi classici e letterari, mi sono laureato studiando comunicazione, ma sono cresciuto come lettore e scrittore leggendo fantascienza, fantasy, horror, mistery, thriller. La letteratura è sempre stata per me un luogo di ristoro, di recupero dal sovraccarico di realtà imposto dalla vita. Forse per controbilanciare il mio stretto pragmatismo ho sempre sentito che l’immaginazione era la terapia che occorreva al mio spirito. E questa, oggi, vive soprattutto nelle narrazioni che usano il fantastico come materiale di impasto, come ingrediente. Il fantastico è di per sé la vera letteratura, come spiegava Borges, mentre il realismo non è che un passaggio temporaneo, un incidente di percorso nella storia della letteratura. Questo però non fa di me uno scrittore del fantastico, né tanto meno horror. Io scrivo e basta, usando ogni elemento possibile per rendere una storia più avvincente e rilevante.
Come lettore di vecchia data, amo però l’horror perché è semplicemente uno dei filoni letterari più ricchi di stimoli e di talenti, nonché uno dei pochi generi in grado di rispondere alla perdita di coordinate morali ed emotive della contemporaneità. Una contemporaneità fatta di smarrimento del senso, di prospettive ideali, depressione, soprattutto, di disagio mentale pervasivo, ovvero la piaga più diffusa e meno riconosciuta della contemporaneità consumistica. Le emozioni esplorate dalla letteratura weird e horror, come ha brillantemente illustrato il critico e filosofo Mark Fisher sono lo specchio di questo spaesamento, ma anche, per quanto mi riguarda, un rimedio. La depressione infatti non si esprime solo nella tristezza, ma soprattutto nella perdita di contatto con le proprie emozioni. I romanzi ad alta tensione bucano questa insensibilità ovattata e ci ricordano che abbiamo ferite dolenti di cui prenderci cura. Per farlo attingono alla nostra primitiva capacità di avvertire il pericolo. Ci dicono: smettila di fingere che sia tutto ok, qui c’è qualcosa che non va. Non è davvero poca cosa, ti pare? Certo, si può sempre decidere di continuare a dormire, a guardare altrove. L’elemento orrorifico di una buona narrazione è lì per risvegliare i nostri sensi annichiliti dalla depressione strisciante, endemica al nostro stile di vita iperconsumista.

Parliamo del tuo ultimo libro edito questa volta con il tuo nome, Ogni luogo un delitto, un thriller con venature horror, proprio splatter e un sentore di sovrannaturale. Ma tutto parte dalla mente umana che genera mostri e a volte può davvero essere misteriosa. Come è nata l’idea di scriverlo? Premetto che chi leggerà il libro troverà un anticipo sulla prima fonte di ispirazione.

Ogni luogo un delitto è un thriller con momenti ad alta tensione e momenti di confronto con il male, rappresentato da un assassino terribile. Di conseguenza suscita emozioni forti, come deve avvenire in un thriller. Ma è anche un romanzo di amicizia, amore, ed è costellato di momenti comici, che strappano più di una risata, mi dicono. Quindi, si spera, è un romanzo intenso. Non ci sono venature horror, per come le vedo, né splatter. È un errore pensare che quando scorre il sangue siamo nello splatter e quando la tensione ci attanaglia siamo nell’horror. No, siamo molto semplicemente nell’efficacia narrativa, secondo me. Nel mio romanzo ci sono venature sincere, per come la vedo. Il male è il male e spaventa, la violenza è violenza e atterrisce. Nel mondo reale si può perdere la vita per un pugno. Nel modo reale si ha paura. Ma se intendi dire che una scena o due ti hanno spaventato, allora ho fatto bene il mio lavoro, e sono contento. Non so quale sia la primaria fonte di ispirazione, onestamente. L’idea di scriverlo è nata dalla voglia di firmare un romanzo, dopo altri scritti come ghost writer, sempre con passione. Firmare un romanzo è un atto di narcisismo e io ho ceduto.

Direi di partire dall’inizio dall’incipit:

Per imparare a essere un rom, innamorarsi ancora, portare alla luce una catena di efferati delitti, vedersela con un serial killer e impazzire una volta per tutte, Fabio Castiglione prese il volo diretto delle 14.15 per Torino.

Che io trovo fulminante. Scuola americana, immagino?

Scuola di narrativa, più che altro. Tecnicamente è un flashforward, l’opposto del flashback, ma questo in particolare è un super flashforward, perché riassume tutto il libro facendo uno spoiler pazzesco, esattamente l’opposto di quello che si ritiene opportuno. Intorno a questo singolo incipit ho ragionato per una infinità di tempo. È il primo dopo il prologo ed è una dichiarazione di onestà verso il lettore. Gli sto dicendo: questa è la trama, questo è il tipo di libro che stai per leggere, ora che sai tutto, decidi se t’interessa, ma sappi che farò di tutto per sorprenderti, perché in realtà non sai ancora niente.

La cultura rom ti affascina? Perché questo popolo migrante secondo te è vittima di così tanti pregiudizi? Pensi che sia la loro grande libertà che spaventa i popoli stanziali?

I protagonisti del romanzo sono un romano e un rom, che coprono il ruolo di detective, anche se improvvisati e un po’ scalcagnati. I rom, questo popolo migrante per necessità, non per scelta, è un un po’ un mistero. Vive in una zona di ignoranza selettiva della nostra società. Di loro sappiamo poco o niente, e molti si sentono in diritto di pensarne tutto il male possibile con una sorta di automatismo culturale orribile. Verso di loro si esercita un razzismo strisciante, onnipresente, che non mi va giù, prima di tutto in me. Dei rom emarginati (ma non è detto che lo siano per forza, ci sono rom perfettamente integrati) spaventa la povertà, non la libertà. Infatti c’è poca libertà nella miseria. E forse ci spaventa anche il loro distintivo senso di appartenenza a una tradizione che non vuole farsi assorbire nel grande melting-pot indifferenziato, che è tanto utile in termini di marketing globalizzato ma non so quanto ci renda felici. Questa cultura mi affascina come tutte le culture, molto semplicemente ho deciso di cominciare a osservarla con attenzione e rispetto. La conoscenza è il primo passo verso l’empatia.

E veniamo alla domanda che volevo farti durante tutta la lettura del tuo libro: ma tu credi alle facoltà medianiche, al sovrannaturale? O è solo ottimo materiale per scrivere storie di paura, e indagare l’inconscio collettivo della nostra società?

Non credo nel sovrannaturale. Credo nel naturale, che è già abbastanza miracoloso di suo, e molto minacciato. Ma come giustamente osservi, può essere un ottimo strumento di sintesi per addentrarci nell’inconscio collettivo, nel sentire comune che altrimenti è più arduo esprimere, e forse pure meno interessante. Il sovrannaturale non esiste nella realtà fenomenica e sociale, esiste però nella dimensione psicologica e culturale, quindi non vedo come uno scrittore possa ignorarla o relegarla a sfizio escapista, un errore in cui quasi sempre scivola l’intellighenzia italiana.

La tua passione per King è manifesta: quale è il suo libro che ami di più?, e spiegane dettagliatamente i motivi.

Ho letto King da ragazzo, molto e con voracità appassionata, ma oggi la passione non c’è più. Solo grande ammirazione e gratitudine, soprattutto per le opere giovanili. Gli ho voluto bene, è stato un amico del mio cuore, ma si va avanti e non leggo più tutto quello che scrive, perché ho già dato quando eravamo in pochi ad apprezzarlo. Ma Stephen King ha scritto libri importanti. Fra quelli che ho amato alla follia c’è It e “Stagioni Diverse”, che ospita quattro romanzi brevi, tre dei quali sono capolavori. “Un ragazzo sveglio” è quello che più mi ha turbato e di solito non viene citato. Racconta del rapporto morboso fra un ex ufficiale nazista e un ragazzo “per bene” che scopre il suo passato e comincia a ricattarlo per farsi raccontare i dettagli più macabri relativi ai campi di sterminio. Il male poco alla volta corrompe il ragazzo. Una storia scioccante, vera, senza un alito di soprannaturale, di un King morboso, che andava a toccare i nervi scoperti, come in “Ossessione”, titolo originale “Rage.” Dove preconizzava le stragi scolastiche di ragazzi disagiati e armati pesantemente. Un romanzo che ha ritirato dal mercato, e posso capirlo, ma mi dispiace anche, perché quella storia aveva una rilevanza sociale autentica.

Ipotizziamo il futuro: il tuo libro viene tradotto in inglese, e King lo legge. Cosa ne penserebbe?

Non lo so. Che c’è suspence anche in Italia?

Fabio Castiglione e Costel una coppia di investigatori improbabili, vero che c’entra lo zampino di Lansdale? E poi volevo chiederti James Sallis lo conosci? L’hai mai letto?

Non conosco Sallis, mi spiace, ma apprezzo molto Joe R. Lansdale. I suoi detective improvvisati Hap & Leonard sono fra i buddies più riusciti nella tradizione appunto delle “buddy stories”, avventure che hanno per protagonisti due amici spesso antitetici su diversi piani, ma sempre affiatati,. In Hap & Leonard c’è in aggiunta il tema portante dell’antirazzismo, che nel mio romanzo è centrale. In ogni caso l’alchimia del rapporto amichevole e conflittuale nello stesso tempo è uno standard trasversale. Soprattutto al cinema funziona sempre, ma anche in TV. Da bambino guardavo sempre Starsky e Hutch, un telefilm classico di questo filone. Ha sempre funzionato accostare personaggi difformi, da Don Chisciotte e Sancho Panza in poi.

Infine ultima domanda, nel ringraziarti per la disponibilità vorrei chiederti i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando a un nuovo thriller che mette al centro altre marginalità, che indaga zone d’ombra differenti, una storia nera, ma anche molto romantica a modo suo. E continuo a esplorare il mondo della narrativa a tinte dark sul mio canale Broken Stories, che vi invito a seguire, se vi va. Vi si fa cultura con divertimento.

Un viaggio in versi nell’animo e nella società degli emarginati ai tempi del Covid-19 in “La direzione è storta”di Filippo Kalomenìdis . A cura di Viviana Filippini

14 aprile 2021 by

Filippo Kalomenìdis racconta con la poesia un anno con il Coronavirus e gli sconvolgimenti che ha portato il suo arrivo. Kalomenìdis raccoglie il tutto in versi racchiusi in “La direzione è storta”, edito da Homo Scrivens narrando come il tempo e la vita sua e di chi gli sta attorno siano cambiati con l’irrompere del Covid-19. Un diario lirico, a tratti inquieto, dove ogni poesia scritta da Filippo è un viaggio profondo, in certi momenti anche tormentato, nelle dimensioni umana, emotiva socioculturale e anche politica dei mondi (Italia, Sardegna, campi profughi in Grecia) attraversati dall’autore. Ne abbiamo parlato con Filippo Kalomenìdis.

Perché hai scelto proprio la poesia per narrare la tua esperienza di convivenza col Covid-19?

I miei mesi di mobilitazione civile tra marzo e maggio del 2020 – in cui assieme a tante compagne e tanti compagni abbiamo offerto ai malati il nostro piccolo aiuto – potevano vivere solo in poche, autentiche parole che fossero appropriate, essenziali, lancinanti e, allo stesso tempo, che contenessero quella che gli antichi greci chiamavano “Pleroma”, ossia la pienezza, la completezza, “la luce al di sopra”. Solo esprimendomi con dei versi potevo disegnare parole che attraversassero lo spazio sino a chi le riceve, portandosi dietro in un istante immagini, suoni e un’irriducibile verità emotiva.La poesia è un cammino senza scorciatoie, senza soste, per me l’unico possibile per raccontare la Nuova Storia, quella cominciata con la Catastrofe della pandemia. I versi chiamano le cose con il loro nome, toccano subito carne e anima, ovvero niente di più eversivo in questa era di a-nomia e di contraffazione della realtà.

Come e da cosa sono nate le tue poesie?

Sono nate dall’esigenza di scrivere un diario intimo e politico, dal bisogno di raccontare il viaggio interiore e fisico che ho compiuto per riappropriarmi della mia identità di uomo in rivolta. E soprattutto dalla mia vocazione a dare voce ai cancellati, agli ultimi, ai senza luogo, ai reclusi nella malattia e nella detenzione. Così ho abbracciato le loro vite e le loro storie. Ho elaborato il silenzio artificiale dei mesi del lockdown, per poi cercare le parole giuste per romperlo, ascoltando e riportando spesso le parole del grande popolo degli abbandonati in una catastrofe causata – non scordiamolo mai – dai poteri predatori e assassini che ci governano.

Nel libro ritorna spesso il tema dell’amore perduto cosa è rimasto di esso?

Ho perso tanto, tantissimo nell’anno appena trascorso, ma la gratitudine per la bellezza che mi è stata donata resta. Ed è infinita.

Quanto il virus ha influito sul tuo modo di pensare, agire e scrivere?

Quando si vive una catastrofe individuale e collettiva, l’estremismo umano e l’estremismo politico sono risorse fondamentali. La generosità, il moto verso gli altri e con gli altri sono le uniche risposte necessarie contro l’isolamento in cui siamo stati sprofondati. Questa pandemia deve essere attraversata come un’opportunità ultima di cambiamento. Se non lotteremo con gioia e vitalità radicale per uscire dalla fine del capitalismo, di cui il virus è solo uno dei tanti disumanizzanti effetti, non avremo scampo.La scrittura autentica è una delle forme di lotta più alte e più consapevoli. Dopo anni vissuti come la maggior parte di noi nella menzogna, ho scelto la nudità, la sincerità cruenta e luminosa. Ho cercato quindi di superare le cinque difficoltà indicate da Brecht per chi vuole scrivere la verità: il coraggio di scrivere la verità, l’accortezza di riconoscerla, l’arte di renderla maneggevole come un’arma, il giudizio di scegliere coloro nelle cui mani diventa efficace, e l’abilità di propagarla tra molti. I versi de “La direzione è storta”vogliono comporre una sorta di lungo monologo, quasi teatrale, quasi musicale, perché hanno sempre all’interno un’interlocutrice, un interlocutore, individuo o massa che sia.

Quanto è stato importante avere con te tuo figlio durante la pandemia?

Mio figlio è, come scrivo in una delle pagine, il mio «Muro Maestro». La biunivocità nella trasmissione del sapere emotivo ed esperienziale tra genitori e figli è una delle possibilità di salvezza in questo tempo catastrofico. Al contrario di ciò che recenti teorie psicanalitiche mainstream affermano, la mancanza della legge del padre è una fortuna. I genitori devono saper essere guide dei figli e saper farsi guidare dai figli, come ci insegna l’episodio nella pancia della balena di Pinocchio. Il legaritarismo opprime i nostri bambini appena si affacciano nella società. Dobbiamo quindi educarli alla libertà e farci insegnare da loro l’immediatezza nell’esercitarla. Dobbiamo ritrovare assieme ai giovani gli spazi di amore, di espressione, e di sovversione del reale. 

Il tuo libro si sviluppa in alcuni luoghi cardine: Bologna, Sassari e quelli che definisci campi di concentramento (dove ci sono i rifugiati). Cosa hanno in rappresentano per te questi tre posti?

Nel 2020, Bologna è stato il territorio della gratitudine per l’amore ricevuto e vissuto, è lì che è cambiata per sempre la mia vita; la Sardegna è la terra dove sono nato e dove ho deciso di ritornare “figlio” per potermi ritrovare come uomo e come padre; le isole della Grecia ai confini dell’Asia rappresentano invece il recupero definitivo delle mie origini di senza luogo, di nipote e figlio di profughi. In quelle isole che un tempo erano ponti dove i popoli s’incontravano e si mescolavano, ora sono stati edificati dall’Unione Europea i nuovi Lager in cui vengono rinchiusi e annientati le donne, gli uomini, i bambini del Sud del mondo in fuga dalle guerre e dalle carestie causate dall’Occidente.  Per questo sono stato là, insieme ai prigionieri e a chi lotta per la loro libertà. Perché le loro storie, i loro gesti, il loro amore, la loro rabbia potessero risuonare oltre l’orrore che vuole cancellarli in quanto parte di scarto del bottino di guerra.

Cosa hai ricevuto emotivamente dagli incontri con le persone in difficoltà a Bologna e in quelle che hai incontrato in Grecia?

Per me sono vincoli indissolubili e prima inimmaginabili. Ogni parola in più rischierebbe di essere retorica. E chi soffre ed è oppresso non ha bisogno della pena aggiuntiva della retorica.

Quanto sei cambiato dal momento in cui hai cominciato a scrivere le tue poesie a quando hai concluso la tua raccolta?

Per risponderti cito un passaggio da “Perché io, perché non tu” di Barbara Balzerani – punto di riferimento raro e infinitamente prezioso nel contemporaneo contesto letterario europeo – “capitano occasioni in cui si riconosce qualcosa di essenziale dell’impasto di cui si è fatti”. Ecco, ciascuna delle esperienze che sono diventate le pagine de “La direzione è storta” hanno per me questo preciso significato.

:: Sibil di Marco Scardigli (Rizzoli 2021)

13 aprile 2021 by

Chi è Sibil? È una ragazzina che ama il caldo, non sopporta i rumori, con lei bisogna sussurrare e ama il cibo bianco. Potreste considerarle stranezze, ma la cosa che veramente colpisce di lei è il fatto che usa potenzialità del cervello che altri non usano, che la rendono molto, molto speciale.

Usa la mente-fuori e può scoprire tutto quello che nasconde la Rete. Può scoprire da dove provengono flussi di denaro, può cambiare le coordinate dei satelliti, può conoscere e decifrare conversazioni, dati, algoritmi. Un’arma non convenzionale nella lotta contro il crimine. Ed è così che una task force della Guardia di Finanza tutta al femminile si avvale dei suoi “poteri”.

Ecco in breve Sibil, thriller di Marco Scardigli, edito da Rizzoli. Un thriller tutto al femminile che indaga sui pericoli e i misteri della Rete, partendo dall’idea che ci possa essere un essere umano capace di competere con le intelligenze artificiali, e superarle.

L’idea è affascinante, la mente umana è davvero misteriosa con i suoi 100 miliardi di neuroni, e più di 150mila miliardi di sinapsi. Nessun computer può davvero ancora competere, è che le nostre potenzialità restano ancora inesplorate, e non si conosce cosa possa fare scattare questo accrescimento dalle facoltà diciamo comuni.

Marco Scardigli, storico, saggista e romanziere,  è una vecchia conoscenza, ricordo di suo  Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018), qui si cimenta in un thriller tecnologico tutto italiano, che può competere con molti romanzi avveniristici, e fantascientifici alle prese con le nuove e diverse tecnologie.

Il valore di Sibil è sconfinato, se esistesse davvero vivrebbe blindata, impossibilitata a condurre una vita normale, perché naturalmente grandi doti nascondono anche gravi fragilità. E da questo partono molte riflessioni etiche e morali legate alla privacy, alla concentrazione di tanto potere in un’unica persona, alla violazione o superamento di leggi, confini e regolamenti che cesserebbero di avere importanza. A se sarebbe giusto utilizzare una persona come un’arma, anche se utilizzata dal lato giusto della legge.

Alla fine della lettura una sola domanda ci passa per la mente: e se Sibil esistesse veramente? Curioso. 

Marco Scardigli (1959) è storico militare e autore di numerosi saggi e romanzi. I suoi ultimi libri sono Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018, Premio Selezione Bancarella) e Tina e il mistero dei pirati di città (Interlinea, 2020). Altre pubblicazioni sono Il mistero delle code di lucertola (Sperling & Kupfer); Lilibum (Liber International); Celestina. Il mistero del volto dipinto (Arnoldo Mondadori Editore).

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Rizzoli.

Sorcery of Thorns di Margaret Rogerson (Oscar Fantastica, 2021) a cura di Elena Romanello

11 aprile 2021 by
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I libri che parlano di libri, raccontando avventure a volte fantastiche legati ad esse, ci sono da molto tempo ma riescono comunque ad affascinare sempre: uno dei più recenti è il fantasy autoconclusivo Sorcery of Thorns, una delle proposte di Oscar Fantastica degli ultimi mesi.
Elizabeth Scrivener è cresciuta in un mondo dove trovano spazio grandi Biblioteche, Austermeer:  questi enti hanno un ruolo preciso, diverso da quello che hanno nel nostro mondo: proteggere tutti dalle minacce della magia. In queste biblioteche infatti non ci sono libri, fumetti e giornali da prendere in prestito e consultare come in quelle nostre, ma grimori magici, che se provocati possono trasformarsi in mostri inquietanti e commettere dei crimini.
Elizabeth, che non ha mai saputo chi siano i suoi genitori e ricorda di essere vissuta nella Biblioteca fin da piccolissima, vuole diventare una guardiana, per proteggere il regno dalle minacce magiche, che presto irrompono nella sua vita.
Un giorno, infatti, per impedire un atto di sabotaggio, libera il grimorio più pericoloso della biblioteca e viene sospettata di aver commesso un crimine, anche perché muore la Guardiana di Summershall, il luogo dove è cresciuta.
L’unico suo alleato è uno stregone, che lei ha sempre visto come un nemico, Nathaniel Thorn, che deve il suo potere al demone Silas: ma presto Elizabeth capirà che i veri nemici e pericoli sono altrove, in una congiura che potrebbe distruggere il mondo intero, partendo proprio dalle Biblioteche, e che Nathaniel e Silas sono ben diversi da quello che credeva, e che in fondo vogliono le stesse cose che vuole lei.
Elizabeth capirà anche che la sua vita è molto di più di quello che pensava, con un potere che non sapeva di avere e un destino che non avrebbe mai potuto immaginare, ben oltre quello che era stata la sua vita fino a quel momento e i suoi progetti di un’esistenza in mezzo ai libri.
Il potere dei libri magici per antonomasia, i grimori, non poi così presenti nell’immaginario ultimamente e in una nuova prospettiva, è al centro di una storia originale e appassionante, dove tutto si scatena in biblioteche insolite e appassionanti:  il paragone con quella di Hogwards di Harry Potter c’è, ma qui il ruolo è diverso, i libri sono veri e propri esseri viventi in potenza che possono scatenarsi. ,Gli appassionati di libri e lettura troveranno  echi  della biblioteca, leggendaria e nascosta, de Il nome della rosa di Umberto Eco e  di quella del Cimitero dei Libri dimenticati di Zafon, ma comunque nell’ambito di una storia originale e nuova.
Elizabeth è un’eroina fantasy diversa dal solito, anche nel suo essere una prescelta, ma anche i personaggi di contorno non sono da meno, a cominciare da Nathaniel e Silas, due nemici e poi amici che riprendono due archetipi, lo stregone e il demone, in chiave nuova.
Sorcery of Thorns è quindi un libro fantasy insolito, appassionante, che piacerà a chi crede nel potere dei libri, che contengono da millenni le storie di ogni genere: senz’altro, dopo averlo letto, si vedranno le biblioteche in un’ottica diversa, anche se la magia che capita nella realtà è diversa (per fortuna, i grimori non sarebbero gestibili), ma sempre magia è.
Il libro è completato dalle bellissime illustrazioni di Charlie Bowater, capaci di evocare un mondo che affascina, tra grimori, incantesimi e giochi di potere. Il libro è autoconclusivo, ma il finale lascia uno spiraglio per futuri seguiti o per la fantasia dei lettori.

Margaret Rogerson è l’autrice dei bestseller del New York Times An Enchantment of Ravens e Sorcery of Thorns. Laureata in Antropologia culturale all’Università di Miami, quando non sta leggendo o scrivendo ama disegnare, giocare, cucinare budini e guardare più documentari di quanto non sia socialmente accettabile (secondo alcuni). Vive vicino a Cincinnati, Ohio, di fianco a un giardino pieno di colibrì e di rose. Il suo sito è margaretrogerson.com.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.