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Un viaggio in versi nell’animo e nella società degli emarginati ai tempi del Covid-19 in “La direzione è storta”di Filippo Kalomenìdis . A cura di Viviana Filippini

14 aprile 2021

Filippo Kalomenìdis racconta con la poesia un anno con il Coronavirus e gli sconvolgimenti che ha portato il suo arrivo. Kalomenìdis raccoglie il tutto in versi racchiusi in “La direzione è storta”, edito da Homo Scrivens narrando come il tempo e la vita sua e di chi gli sta attorno siano cambiati con l’irrompere del Covid-19. Un diario lirico, a tratti inquieto, dove ogni poesia scritta da Filippo è un viaggio profondo, in certi momenti anche tormentato, nelle dimensioni umana, emotiva socioculturale e anche politica dei mondi (Italia, Sardegna, campi profughi in Grecia) attraversati dall’autore. Ne abbiamo parlato con Filippo Kalomenìdis.

Perché hai scelto proprio la poesia per narrare la tua esperienza di convivenza col Covid-19?

I miei mesi di mobilitazione civile tra marzo e maggio del 2020 – in cui assieme a tante compagne e tanti compagni abbiamo offerto ai malati il nostro piccolo aiuto – potevano vivere solo in poche, autentiche parole che fossero appropriate, essenziali, lancinanti e, allo stesso tempo, che contenessero quella che gli antichi greci chiamavano “Pleroma”, ossia la pienezza, la completezza, “la luce al di sopra”. Solo esprimendomi con dei versi potevo disegnare parole che attraversassero lo spazio sino a chi le riceve, portandosi dietro in un istante immagini, suoni e un’irriducibile verità emotiva.La poesia è un cammino senza scorciatoie, senza soste, per me l’unico possibile per raccontare la Nuova Storia, quella cominciata con la Catastrofe della pandemia. I versi chiamano le cose con il loro nome, toccano subito carne e anima, ovvero niente di più eversivo in questa era di a-nomia e di contraffazione della realtà.

Come e da cosa sono nate le tue poesie?

Sono nate dall’esigenza di scrivere un diario intimo e politico, dal bisogno di raccontare il viaggio interiore e fisico che ho compiuto per riappropriarmi della mia identità di uomo in rivolta. E soprattutto dalla mia vocazione a dare voce ai cancellati, agli ultimi, ai senza luogo, ai reclusi nella malattia e nella detenzione. Così ho abbracciato le loro vite e le loro storie. Ho elaborato il silenzio artificiale dei mesi del lockdown, per poi cercare le parole giuste per romperlo, ascoltando e riportando spesso le parole del grande popolo degli abbandonati in una catastrofe causata – non scordiamolo mai – dai poteri predatori e assassini che ci governano.

Nel libro ritorna spesso il tema dell’amore perduto cosa è rimasto di esso?

Ho perso tanto, tantissimo nell’anno appena trascorso, ma la gratitudine per la bellezza che mi è stata donata resta. Ed è infinita.

Quanto il virus ha influito sul tuo modo di pensare, agire e scrivere?

Quando si vive una catastrofe individuale e collettiva, l’estremismo umano e l’estremismo politico sono risorse fondamentali. La generosità, il moto verso gli altri e con gli altri sono le uniche risposte necessarie contro l’isolamento in cui siamo stati sprofondati. Questa pandemia deve essere attraversata come un’opportunità ultima di cambiamento. Se non lotteremo con gioia e vitalità radicale per uscire dalla fine del capitalismo, di cui il virus è solo uno dei tanti disumanizzanti effetti, non avremo scampo.La scrittura autentica è una delle forme di lotta più alte e più consapevoli. Dopo anni vissuti come la maggior parte di noi nella menzogna, ho scelto la nudità, la sincerità cruenta e luminosa. Ho cercato quindi di superare le cinque difficoltà indicate da Brecht per chi vuole scrivere la verità: il coraggio di scrivere la verità, l’accortezza di riconoscerla, l’arte di renderla maneggevole come un’arma, il giudizio di scegliere coloro nelle cui mani diventa efficace, e l’abilità di propagarla tra molti. I versi de “La direzione è storta”vogliono comporre una sorta di lungo monologo, quasi teatrale, quasi musicale, perché hanno sempre all’interno un’interlocutrice, un interlocutore, individuo o massa che sia.

Quanto è stato importante avere con te tuo figlio durante la pandemia?

Mio figlio è, come scrivo in una delle pagine, il mio «Muro Maestro». La biunivocità nella trasmissione del sapere emotivo ed esperienziale tra genitori e figli è una delle possibilità di salvezza in questo tempo catastrofico. Al contrario di ciò che recenti teorie psicanalitiche mainstream affermano, la mancanza della legge del padre è una fortuna. I genitori devono saper essere guide dei figli e saper farsi guidare dai figli, come ci insegna l’episodio nella pancia della balena di Pinocchio. Il legaritarismo opprime i nostri bambini appena si affacciano nella società. Dobbiamo quindi educarli alla libertà e farci insegnare da loro l’immediatezza nell’esercitarla. Dobbiamo ritrovare assieme ai giovani gli spazi di amore, di espressione, e di sovversione del reale. 

Il tuo libro si sviluppa in alcuni luoghi cardine: Bologna, Sassari e quelli che definisci campi di concentramento (dove ci sono i rifugiati). Cosa hanno in rappresentano per te questi tre posti?

Nel 2020, Bologna è stato il territorio della gratitudine per l’amore ricevuto e vissuto, è lì che è cambiata per sempre la mia vita; la Sardegna è la terra dove sono nato e dove ho deciso di ritornare “figlio” per potermi ritrovare come uomo e come padre; le isole della Grecia ai confini dell’Asia rappresentano invece il recupero definitivo delle mie origini di senza luogo, di nipote e figlio di profughi. In quelle isole che un tempo erano ponti dove i popoli s’incontravano e si mescolavano, ora sono stati edificati dall’Unione Europea i nuovi Lager in cui vengono rinchiusi e annientati le donne, gli uomini, i bambini del Sud del mondo in fuga dalle guerre e dalle carestie causate dall’Occidente.  Per questo sono stato là, insieme ai prigionieri e a chi lotta per la loro libertà. Perché le loro storie, i loro gesti, il loro amore, la loro rabbia potessero risuonare oltre l’orrore che vuole cancellarli in quanto parte di scarto del bottino di guerra.

Cosa hai ricevuto emotivamente dagli incontri con le persone in difficoltà a Bologna e in quelle che hai incontrato in Grecia?

Per me sono vincoli indissolubili e prima inimmaginabili. Ogni parola in più rischierebbe di essere retorica. E chi soffre ed è oppresso non ha bisogno della pena aggiuntiva della retorica.

Quanto sei cambiato dal momento in cui hai cominciato a scrivere le tue poesie a quando hai concluso la tua raccolta?

Per risponderti cito un passaggio da “Perché io, perché non tu” di Barbara Balzerani – punto di riferimento raro e infinitamente prezioso nel contemporaneo contesto letterario europeo – “capitano occasioni in cui si riconosce qualcosa di essenziale dell’impasto di cui si è fatti”. Ecco, ciascuna delle esperienze che sono diventate le pagine de “La direzione è storta” hanno per me questo preciso significato.

:: Intervista a Filippo Kalomenidis a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011

Sotto la bottigliaBenvenuto Filippo e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni.Sei nato a Sassari nel 1976 e vivi a Roma. Ti sei diplomato in regia e sceneggiatura alla Scuola D’Arte Cinematografica di Genova. Parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Sono uno che scrive. Scrivo per spingere il lettore a “riconoscere l’abisso”, direbbe Heidegger. Perdonami questa cazzo di partenza pomposa, ma cerco di rendere ogni mio racconto o romanzo un’esperienza in cui “l’abisso deve essere subìto fino in fondo”. Vivo per accompagnare per mano chi legge le mie storie verso quella voragine dell’anima di cui si ha paura. Dove il versante di tenebra e la voglia di fare del male al prossimo si mescolano con l’incanto e con la voglia di amarlo e accudirlo. Quella voragine è il solo luogo interiore che forse ci avvicina alla verità. In una realtà dove la miserabilità emotiva domina, voglio mostrare che si può tenere testa al dolore estremo e alla bellezza assoluta. Fissandoli entrambi. Pur sapendo che il dolore e la bellezza sono crudeli quanto il tempo che ci si spende sopra. Come ha detto qualcuno che apprezza il mio lavoro, “sono un terrorista psicologico che scrive”.

Un ragazzo di provincia nella grande metropoli come difendi le tue origini?

Ho il sangue sporcato da talmente tante etnie che mi viene naturale proteggere la mia visione balcanica e sarda dell’esistenza e allo stesso tempo imparare dai variegati e affascinanti sguardi sul mondo che s’incontrano sull’asfalto romano. E’ normale che chi è nato e cresciuto in un buco di culo di provincia come Sassari si senta una formica quando comincia a camminare tra la folla e i marciapiedi sconnessi di Roma. L’importante è capire che essere una formica a un picnic è una condizione incredibilmente fortunata. C’è tanta di quella vita da raccontare, tanto di quel cielo da azzannare, da trasformare in storie laceranti da scrivere.

Mia curiosità, dove cade l’accento nel tuo cognome?

Cade sulla prima i: Kalomenìdis. A scuola, all’appello, il mio cognome faceva diventare gli occhi storti agli insegnanti nel tentativo, vano, di leggerlo come si deve. Stiamo parlando della Sardegna degli anni ottanta e novanta poco avvezza all’incontro con gli immigrati di seconda generazione. Ho avuto poi modo di scoprire che le forze dell’ordine (i “caschi blu” come li chiama Luna & Sole, il protagonista del mio romanzo “Sotto la bottiglia”), con cui ho avuto in passato a che fare, pronunciano invece alla perfezione gli strani cognomi dei “barbari”. Tanto di cappello. Sono molto più precisi dei professori di lingue morte e di lingue straniere…

Padre greco, madre sarda, nonna georgiana e bisnonna turca «ti manca solo un parente albanese e sei a posto» disse qualcuno in vena di scherzi. Come vivi questa tua multiculturalità? Dove ti senti veramente a casa?

E’ una grande ricchezza di storie, di approcci all’esistenza, di saggezza feroce, di aneddoti, di modi di dire brutalmente lirici, di ficcanti espressioni popolari e gergali che mi diverto spesso a italianizzare nei romanzi e nei racconti che scrivo. Nel mio albero genealogico puoi trovare di tutto: non battezzati, ortodossi, musulmani, cattolici. E soprattutto esseri umani che hanno dovuto difendere la loro pelle dalla violenza della Storia. Un annidarsi disperato negli anfratti della vita che credo mi abbia insegnato sia attraverso i geni, sia attraverso le parole di mio padre, a non rinunciare mai alla pienezza di due sentimenti che aiutano gli uomini ad allontanarsi dalla mediocrità emotiva: la Rabbia e l’Amore.

Dove mi sento a casa? Dove si trova la Ragazza che amo, ovunque si trovi. E poi a Piramide, sull’Ostiense e sulla Tuscolana più periferica. Roma, sapendocisi immergere, è un insieme di isole. Ogni quartiere periferico, parafrasando le fiabe balcaniche, è una sorta di vilaiet oscuro oltre la fine del mondo. Guadi quel fiume di asfalto, ti sembra di scalciare pietre. E in realtà sono diamanti…Ti trovi di fronte gli esclusi, gli scarti di fabbrica del nostro mondo, la loro infinita consapevolezza, il loro slancio umano autentico, il loro linguaggio aguzzo. Sono lontani anni luce dalla triste minoranza dei “figli del kleenex” che vengono rappresentati dalla maggior parte della narrativa di questo paese. Normale che Roma sia il massimo per uno “tzigo” come me.

Scrittore, autore teatrale e sceneggiatore per la televisione e il cinema. Così giovane e già così impegnato. Cosa ami più fare? Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho lavorato per il teatro sperimentale e underground; ho scritto per serie televisive innovative e di successo come Ris e Intelligence, visionarie e spettacolari come Il 13°Apostolo (uscirà nel 2011 su Canale 5), consolidate e tradizionali come La Nuova Squadra; ho sceneggiato con Nicoletta Micheli e Guido Chiesa un film dal forte impatto visivo ed emozionale come Io sono con Te. E da tutte queste esperienze sono uscito rafforzato per dedicarmi alla “sacra terra inviolabile” della narrativa. Trovo naturale confrontarmi con svariati mezzi espressivi, tant’è che ho in cantiere anche un progetto di romanzo collettivo a fumetti (oggi per fare i fighetti le chiamano graphic-novel, io preferisco dire a voce altissima la parola “fumetto”). Al contrario di quel che pensano molti romanzieri, tanti sceneggiatori, innumerevoli teatranti, con la passione per i fiori di plastica e per le opere friabili come il polistirolo, la televisione e il fumetto possono essere strumenti taglienti. Da cui si possono trarre insegnamenti che tornano utili anche per scrivere narrativa. I romanzi e i racconti sono da sempre “la mia situazione creativa privilegiata”. Scrivo da quando ero adolescente (solo che allora buttavo giù cazzate che mi aiutavano soltanto a respirare meglio). Non posso vivere senza storie che inghiottiscono come pozzi, senza raccontare personaggi estremi e il loro linguaggio. Questa necessità nasce dal desiderio di dare voce ai marginali, ai sottoprivilegiati, alle “vite infami” e cancellate.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo il lavapiatti in ristoranti cingalesi, dormendo nelle soffitte, mangiando scatolette di tonno a mezzogiorno e sera?

Non sono uno di quegli autori che sono cresciuti “in serra”, che non mettono mai in gioco la loro soggettività, e si tengono bene al riparo dalla vita. Non ho niente a che spartire con coloro che per raccontare la strada hanno bisogno di consultare google maps tra un aperitivo cool e l’altro. Ne ho passate tante, molto peggiori degli esempi giocosi che fai. Aver vissuto esperienze dure non aiuterà la sana e robusta costituzione fisica, ma ti rende perlomeno estraneo alla dominante schiera di autori borghesi il cui immaginario non va oltre la porta del sofisticato wine bar dove incontrano i colleghi.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Un critico letterario, fortunatamente morto, a cui ebbi l’incauta idea di mandare dei miei raccontini quando avevo vent’anni esatti…Disse che sapevo scrivere, ma che quel materiale era talmente osceno e insopportabile da fargli pensare che il mio destino naturale fosse imbrattare con scritte scurrili le pareti dei cessi pubblici. Credo che un calcio nei denti simile avrebbe fatto passare la voglia di sfiorare la tastiera a chiunque. Invece ho continuato a lavorare con rabbia a storie ancora più feroci, spinte e allucinate. E’ la prima volta che ne parlo pubblicamente. Ma più ci rifletto, più mi convinco che quello sia stato un momento chiave: se quando sei ragazzino continui ad andar per la tua strada nonostante provino a tagliarti le gambe per puro piacere senile, vuol dire che la tua vita è afferrare storie e raccontarle. Costi quel che costi. Alla faccia del defunto “solone”, terrorizzato dall’autenticità del mondo sporco e sommerso che la mia “robaccia” evoca.

Hai lavorato come soggettista e sceneggiatore per diverse serie televisive. Com’è lavorare per la televisione. Molti giovani vorrebbero fare lo stesso. Che consigli ti sentiresti di dargli?

Come ho già detto, lavorare per la televisione fa crescere, è divertente, stimolante e consente di ragionare a pancia piena. Un grosso privilegio nella diffusa disperazione causata dall’anarco-capitalismo in cui ci dibattiamo. Quanti ai ragazzi che vogliono trovare spazio in questo ambiente, non amo la parola “consiglio”. Mi limito a dire che è importante immergersi nelle realtà nascoste, vivere visceralmente ogni giorno. Amare chi se lo merita con tutta l’anima e tutto il corpo, odiare chi se lo merita con tutta il cuore e tutti i muscoli. E non solo studiare alla moviola film e telefilm. Basare la propria esistenza sulla scrittura sta diventando sempre più una scelta per chi ha nobili natali, un grasso conto in banca aperto dai nonni ed è cresciuto sulle ginocchia di caporioni dell’editoria e del cinema. Chi viene dalla strada, come me, ha il dovere di terremotare lo stanco mondo della scrittura e di ferire lo sguardo di chi legge. Coloro che vengono fuori dal nulla devono provare a ribaltare i canoni narrativi asettici, triti e autoreferenziali che appesantiscono tanta fiction, tanti libri, tanti film. Grazie al cielo in questi ultimi anni vedo emergere in Italia una nuova leva di autori che ha voglia di tirare coltellate allo stomaco dei lettori e degli spettatori e di scansare chi si nutre di manualetti del bravo narratore e di citazioni da opere già realizzate.

Va di moda una televisione molto buonista, più c’è crisi più spopolano serial tv come Don Matteo per i quali i fondi si trovano. Non ti va un po’ stretta questa televisione?

Sinceramente non è un mio problema. Ma una disgrazia per gli spettatori che s’imbattono in quel tipo di produzioni e scelgono di “stonarsi” e sedarsi con visioni zuccherose e plastificate. Ho la fortuna di lavorare spesso, da parecchi anni ormai, per una struttura coraggiosa come la Taodue dove si punta su un altro genere di prodotti. Niente affatto buonisti.

Tagli alla culture, proteste, scioperi, se dipendesse da te che misure prenderesti per uscire dalla crisi?

Ti rispondo da uomo che scrive e non da stratega. In Italia non esiste più il minimo rispetto per alcuna forma di creatività. E’ dunque importante che gli autori protestino. Ma è fondamentale rendersi conto del dislivello che si è creato tra le opere realizzate e gli spettatori e i lettori. Le nuove generazioni si riconoscono sempre meno nei libri, nei film, nelle fiction che gli vengono serviti precotti. Abbiamo l’obbligo di emozionare e scuotere fino alle midolla chi si confronta con i nostri lavori. Abbiamo il dovere di fargli vivere nuove esperienze, chiamare le cose con il loro nome e dare il colpo di grazia al cavallo morente del “citazionismo”. Basta con la metaletteratura, il metacinema, basta con Godard, Tarantino e i fratelli Coen, basta con gli scopiazzatori della commedia all’italiana anni ‘60, basta con i nostrani romanzi mainstream che raccontano  una borghesia che non esiste più, basta con gli autori che pubblicano solo perché hanno un nome altisonante e non vendono più di mille copie nonostante lanci stampa martellanti. La loro funzione si è esaurita. La vita poteva essere “un noioso impedimento allo scrivere” per Thomas Mann. Non per loro. Se questa gente trova la vita noiosa, continui a sbadigliare tra i soldi e la pianti di tediare il prossimo. La nostra società è oscurata da un’infinita apocalisse: occorrono storie urgenti, acuminate, potenti.

A proposito del film Io sono con te mi sono imbattuta in un sito dove venite tacciati di ateismo e blasfemia. Ma cosa c’è di così rivoluzionario nel vostro film?

Io sono con Te è un film controverso, molto scomodo. Dal mio punto di vista è stato il porre l’accento sulla centralità del femminile all’interno di una religione, il cristianesimo delle origini, a turbare alcuni. Un femminile animale, istintivo, caldo, che contiene la “grazia” genuina, la grazia arcaica degli “ultimi”. Non quella simbolica e incomprensibile con cui ci ammorbano tanti sacerdoti e teologi che credono ancora di vivere ai tempi degli amanuensi, e nemmeno la grazia “linta e pinta”, come si dice a Roma, delle modelle o delle attrici di soap-opera indicata inconsciamente come riferimento dai campioni dello scientismo tecnologico. Quanto alla blasfemia, si è detto un po’ di tutto sul film…E’ stato allo stesso tempo consigliato pure dalla Conferenza Episcopale Italiana. Cosa che la Micheli, ideatrice del soggetto, e Chiesa tengono a sottolineare, ma che a me frega poco. Sai com’è, con la curia non ci ho mai bazzicato molto…

Sotto la bottiglia Ed. Boopen LED è il tuo romanzo d’esordio. Vuoi parlarcene?

Il mio romanzo “Sotto la bottiglia” racconta i moderni “rum runners” nella Roma di oggi, i contrabbandieri del cosiddetto  “alcol nero”. Ragazzi sardi, rumeni, polacchi, albanesi  che rubano le cisterne di “alcol greggio” da una distilleria per rivenderlo a un’altra, che trafugano le bottiglie dai magazzini dei grossisti per smerciarle a proprietari di locali notturni e wine bar senza troppi scrupoli. Sono la manovalanza dell’odierno “proibizionismo dei prezzi alti”. Aumenta il consumo di alcolici e aumenta il prezzo degli alcolici. Di conseguenza in tanti si organizzano per procurarsi illegalmente bocce a quaranta gradi  e piazzarle a basso costo al miglior offerente. Una realtà micro-criminale.  Bevono forte e diffondono litri e litri di alcol per le strade. Quasi volessero disinfettare una città e un mondo luridi.  Uno di loro, Luna & Sole, un trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica, s’innamora  di LA’. Una quindicenne a cui nessuno, prima di lui, ha mai insegnato a vivere a pieno le proprie emozioni e la propria bellezza.  Una storia d’amore estremo, vissuto come contagio di cose incantevoli e terrificanti, in una Roma inedita. La Roma dei non romani. La Roma dei Barbari, degli immigrati italiani e stranieri che cercano di conquistare ogni notte la strada e guardano ai monumenti e alle bellezze storiche come a giganteschi parchi giochi. La Roma di coloro che compiono il rituale di pisciare sulle Mura per avere l’illusione di impossessarsi della città. Proprio come facevano i soldati delle orde barbariche quando erano convinti di poter impadronirsi per sempre della capitale più bella del mondo.

Tratti un tema scomodo, forse sconosciuto, prima del tuo libro nessuno ne parlava. Mi ha fatto pensare alle distillerie clandestine del periodo del proibizionismo americano, a Bonny e Clyde. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro?

Questo romanzo nasce grazie all’amicizia con alcuni ladri, consumatori e smerciatori di “alcol nero”. Li ho conosciuti qualche anno fa nelle interminabili notti romane. Giovani devianti troppo sinceri per fare numero nel mondo di chi tiene l’ora, ragazzi che dicono fulmineamente la verità e la vivono spietatamente. Nello scrivere Sotto la Bottiglia ho dovuto diventare come loro e al contempo mettere tanti miei aspetti atroci nei protagonisti. E’ stato un lavoro viscerale, così estremo da procurarmi attacchi di panico nella stesura di alcuni passaggi. Ma, dai riscontri dei lettori, ho capito che lo shock che ho provato nel narrare questa storia raggiunge chi la incontra. Ed è una soddisfazione enorme. Ho trasfigurato la realtà  dei rum runners contemporanei attraverso la chiave visionaria e allucinatoria della malattia e dell’alcol. Stavolta raccontato senza l’epica di tanta “narrativa etilista”, ma semplicemente come una droga amniotica e bruciante.

Ami spiazzare i tuoi lettori, non lasciarli tranquilli. Già dal tuo protagonista Luna & Sole, contrabbandiere di alcolici per passione e necessità, trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica e una passione per le ragazzine, decisamente non politicamente corretto. E’ poi così difficile tifare per lui?

Sotto la Bottiglia ha toccato nel profondo e coinvolto tanti lettori di ogni età ed estrazione. Ha emozionato un attore straordinario come Vinicio Marchioni, ha scosso scrittori diversissimi tra loro che ammiro da morire e che fino a qualche tempo fa conoscevo soltanto attraverso la lettura dei loro libri da Andrea Cotti a Francesca Melandri, da Francesco Trento ad Angelo Petrella, da Luigi Pingitore ad Antonia Iaccarino. Si prendono addirittura la briga di venirlo a presentare con me, raccontando al pubblico l’impatto che hanno avuto con un personaggio come Luna & Sole. Sono convinto che Luna & Sole rappresenti un lato spaventoso che ognuno di noi ha dentro. I più bravi, beati loro, sanno vederlo e tenerlo molto bene a bada…

Sotto la bottigliaè caratterizzato da una sorta di amore per gli ultimi molto pasoliniano. Ti trova d’accordo questo accostamento?

L’accostamento mi lusinga più che altro. Ti ringrazio di cuore.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo già pronto, un terzo su cui sto lavorando, la versione collettiva a fumetti di Sotto la Bottiglia e una passeggiata notturna fino a Piazza Don Bosco per prendere le sigarette al distributore. Me ne è rimasta soltanto una.

:: Recensione di Sotto la bottiglia di Filippo Kalomenìdis a cura di Giulietta Iannone

2 dicembre 2010

Sotto la bottigliaLitri e litri di alcool scorrono come fiumi sotterranei, come sangue nelle vene, come un magma nero nelle profondità di una Roma poco rassicurante e ostile in cui si muovono personaggi terribili e a loro modo poetici. Su tutti emerge suo malgrado Luna & Sole trentenne emigrato dal “Sardhistan” alias Sardegna, voce narrante di questa ballata alcolica triste e disperata come un blues, un blues da strada, un blues sporco e cattivo che ti trascina dentro tuo malgrado vuoi perché Filippo Kalomenìdis scrittore e sceneggiatore sassarese sa scrivere in un modo graffiante e potente,  senza tregua, vuoi perché l’epica dolorosa dell’alcolizzato triste in bilico tra Bukowski e il Joseph Roth di La leggenda del santo bevitore ha qualcosa di oscuro che affascina e nello stesso tempo respinge. Kalomenìdis però non vuole fare dell’epica, ci racconta una storia cruda, grezza, tragica una storia di contrabbando d’alcool, di emarginazione, di luoghi infetti e moralità assenti, di periferie degradate e immigrati senza volto. Non c’è niente di eroico nel suo protagonista. Non è un ribelle che si erge a paladino degli ultimi in un tentativo sovrumano di espiazione. Luna & Sole sta morendo, devastato da una forma maligna di epatite B, un virus contratto chissà come che non esita a trasmettere volontariamente alla sua “donna” attuale, Là, un ragazzina di quindici anni poco più che una bambina, incontrata un giorno sui binari della ferrovia, con il suo trucco troppo forte, le sue gambe lunghe, la sua mancanza ancora di forme. Non vuole andare a fondo da solo, vuole trascinare con sé la sua compagna non per vera cattiveria più che altro per una sorta di empatia malsana e delirante. Chi si aspettasse amorale sconfinamento nell’ autocompiacimento ha sbagliato libro, strada e destinazione, Sotto la bottiglia non indica un cammino, racconta una storia, e lo fa senza intenti didascalici, lo fa con onestà. Ogni pagina va letta con attenzione come una poesia, perché l’autore piega la parola e la modella come creta. Spesso disturbante, mai scontato questo libro scorre come acido e corrode certezze, borghesi rassicuranti sovrastrutture e pur nella sua semplicità mi ha ricordato, perdonatemi l’accostamento forse a qualche purista potrà suonare bizzarro, beh dicevo mi ha ricordato la poetica dei diseredati, degli emarginati di Pasolini e la sua Roma degli ultimi.

Sotto la bottiglia di Filippo Kalomenìdis Boopen prezzo di copertina 12,00 Euro.