:: Un’intervista con Marco Scardigli a cura di Giulietta Iannone

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Benvenuto Marco su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Docente, storico, saggista, romanziere, chi è Marco Scardigli? Punti di forza e di debolezza.

Lasciamo da parte il docente che appartiene a periodi lontani. Storico lo sono quasi di natura: essere storico è un modo di vedere il mondo, una particolare attenzione verso i segni del tempo, tutto ciò che determina un divenire, un cambiamento. Scrivere saggi per me ha sempre significato accompagnare il lettore “dentro” un certo momento del passato, condividendo contenuti, ma anche emozioni e suggestioni. Il bello della Storia, in fondo, sono le storie individuali o delle comunità, le narrazioni, i personaggi. Il romanziere ci aggiunge la fantasia e una certa libertà di argomenti.

È essenzialmente uno storico che ha iniziato a scrivere anche narrativa, o viceversa?

Come ho detto prima, per me la Storia è stata soprattutto appassionarmi a storie individuali o collettive; la narrativa è la stessa cosa. Diciamo che l’aspetto dominante è la passione per la lettura e la scrittura, senza badare alla catagolazione.

Quali sono i libri che leggeva da ragazzo? Quali sono i classici che ha più amato?

Da ragazzo leggevo come un forsennato, di tutto. Verne, Salgari, Stevenson e tanta storia, ovviamente: Bedeschi, Montanelli e tutta Storia Illustrata, di cui compulsavo religiosamente ogni pagina. L’archeologia di Ceram e i romanzi storici di Mino Milani sono stati certamente un altro tassello importante della mia formazione. Poi fantascienza a vagonate: Asimov, tutto, e la folgorazione di Douglas Adams. Infine l’innamoramento per il fantasy, a partire dall’imprescindibile Signore degli anelli.

Poi crescendo quali sono diventati i suoi scrittori preferiti?

I grandi maestri sono due: Simenon e Guareschi, le due architravi della mia biblioteca e, a mio parere, i due massimi artigiani della scrittura; e poi l’amatissimo Aldo Buzzi. Attorno a loro una corte infinita di autori che ho letto con la matita in mano per prendere appunti: Gary, Grossman, Montanari, Lemaitre, Carrère, Cabré, Pennac, tanto per limitarmi agli ultimi anni. E poi ovviamente tonnellate di gialli.

Qualche anno fa aveva attirato la mia attenzione Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018, Premio Selezione Bancarella), può parlarci della serie a cui appartiene?

La serie è formata da tre romanzi (Celestina. Il mistero del volto dipinto; Evelyne. Il mistero della donna francese e Tina. Il mistero dei pirati di città) ambiantati nella Belle Epoque. Protagonisti sono un delegato di polizia, Marchini, una donna del popolo, Tina, e un ufficiale, Stoffel. Nel primo romanzo i tre si trovano coinvolti in uno stesso dramma: l’uccisione di una prostituta d’alto bordo, e i due uomini si innamorano di Tina. Nel secondo libro i protragonisti sono alle prese con una bellissima e misteriosa signora francese e nel terzo con dei delinquenti “moderni” (per chi viveva nel 1904). Insieme riescono a risolvere i casi, sopravvivere, crescere, trovare il loro posto nel mondo e perfino risolvere la questione di cuore.

Ora vorrei dedicare la seconda parte di questa intervista al suo ultimo romanzo “Sibil”. Come è nato il progetto di scriverlo?

In tutta onestà non lo so e, guardandomi indietro adesso che il libro è uscito, non capisco dove io abbia trovato il coraggio di imbarcarmi in un’avventura simile, così lontana dagli argomenti che più sento miei e fuori dalla mia comfort zone. Forse è stata decisiva la voglia, a una certa età, di provare nuove sfide; forse il fatto che Sibil non sia stato partorito come un blocco unico, ma che si sia formato progressivamente, strato dopo strato.

Chi o cosa, un saggio, un articolo di giornale, un documentario, le ha ispirato il personaggio di Sibil, una delle protagoniste del romanzo?

Anche il personaggio di Sibil non è nato dalla mia testa tutta intero, maturo e armato, come una Minerva. All’origine probabilmente c’è la mia passione per il funzionamento del cervello, per come si forma il pensiero o la memoria e poi qualche suggestione verso l’intelligenza artificiale. Il seme remoto è forse la frase raccontata dal mio amico, lo scrittore Alessandro Barbaglia. In occasione della nascita del primo figlio, un suo conoscente, insegnante al MIT, gli aveva detto: «Lo sai che noi saremo gli ultimi uomini a morire interamente biologici e tuo figlio invece vivrà con parti tecnologiche…».

È un romanzo molto al femminile, perché questa scelta? Perché tutte donne nella task force della Guardia di finanza che segue l’indagine al centro del romanzo?

Anche questa è una cosa a cui non so dare una spiegazione. Pure negli altri gialli che ho scritto, i personaggi femminili sono predominanti e, forse, meglio riusciti dei loro colleghi maschi. Una spiegazione potrebbe essere che volendomi staccare dalla storia militare fatta per il 98% di maschi, mi sia venuto naturale porre al centro dei miei libri figure femminili.

Un thriller tecnologico in cui l’ “arma” segreta è una ragazzina, un essere umano con poteri straordinari. Un’arma non convenzionale nella lotta contro il crimine l’ho definita. Quanto incide il fattore umano nell’ipertecnologico mondo della investigazione finanziaria contemporanea?  È possibile che persone come Sibil esistano veramente e siano utilizzati realmente da governi, enti, istituzioni?

Domande da un milione. Diciamo che è inevitabile che l’intelligenza artificiale, destinata a entrare in tutti gli aspetti del vivere umano, avrà un ruolo anche nell’investigazione, finanziaria e non. Altrettanto credo che i modi per “aumentare” le capacità umane siano in fase avanzata di studio o, forse, già in sperimentazione. Io ho cercato di trovare una via “umana” al dilemma tra biologico e tecnologico, ma non so se sia una previsione o una speranza.

Come accennavo nella mia recensione dal suo romanzo partono molte riflessioni etiche e morali legate alla privacy, alla concentrazione di tanto potere in un’unica persona, alla violazione o superamento di leggi, confini e regolamenti che cesserebbero di avere importanza. Come viene gestita questa parte dalle sue protagoniste?

Già oggi, anzi da ieri, il mondo tecnologico supera, evita, infrange, scantona le normali leggi concepite per un mondo interamente biologico: basta pensare alle mille polemiche sul capitalismo della sorveglianza, sulla gestione dei big data e sulle intromissioni nella vita politica dei paesi. E sappiamo poco o nulla dell’uso dell’IA in finanza e nel militare. Certamente la gestione di questi temi è una delle grandi sfide del prossimo futuro e una di quelle più decisive, forse alla pari con il problema ambientale.

Come ultima domanda nel ringraziarla della sua disponibilità. Vorrei chiederle quali sono i suoi progetti per il futuro e se Sibil avrò un seguito.

Io a Sibil sono molto affezionato, le voglio davvero bene e mi piacerebbe vederla crescere. Diciamo che il suo destino è legato a quello del libro…

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