
Enrico Pandiani e Lorenzo Mazzoni
Ciao Lorenzo, grazie per aver accettato questa nuova intervista. È appena uscito La corale del petrolchimico (Koi Press), nono episodio della serie Malatesta, e sono contenta che la tua serie goda di tanta longevità. È molto apprezzata dai tuoi lettori, e ne acquista sempre di nuovi, magari incuriositi dal tuo protagonista, un poliziotto poco convenzionale e inquadrato negli schemi. Come è cresciuto il tuo personaggio durante tutti questi anni?
Grazie a voi per l’ospitalità. L’ispettore Malatesta sta crescendo con me, è sempre più vecchio. Non mi piacciono molto quei personaggi seriali che hanno sempre la stessa età romanzo dopo romanzo, mi sanno molto di trucchetti da mercante. Malatesta nel primo romanzo, Nero ferrarese, aveva tredici anni di meno e le sue problematiche erano quelle di un uomo più giovane. Ora ha cinquant’anni, è più pacificato, forse, meno arrabbiato. Almeno all’apparenza.
Parlaci della trama del tuo nuovo romanzo. Come ti è venuto in mente di mettere a un tavolo un regista di film a luci rosse, il suo guardia spalla, il figlio nullafacente di Malatesta e un gruppo di imprenditori cinesi molto italiani?
Ho iniziato a lavorare al romanzo durante il terremoto in Emilia del 2012. Era un modo per non farmi angosciare troppo dalle crepe sul soffitto di casa. Volevo trasmettere il disagio del post-sisma attraverso il punto di vista di un personaggio minore, Reinalter appunto, il figlio di Malatesta. L’ispettore ama la cucina cinese, poteva essere un buon collante, un contrasto con Reinalter che quella cucina la odia. Poi gli altri elementi sono venuti sa sé. Leggo e leggevo molto Elmore Leonard, credo che la sua influenza si possa notare soprattutto nei personaggi di Mariano, il regista hard, e del suo factotum, Robertino Di Nauta. La trama è semplice: in zona GAD, un’area a ridosso della stazione ferroviaria di Ferrara, compare Adolf Hitler, un nigeriano che prende il comando del mercato della droga costringendo Malatesta a mettersi in gioco. Da lì entrano in scena malavitosi serbi, spacciatori africani, naziskin nostrani e diversi personaggi borderline.
La mafia nigeriana sembra una delle mafie emergenti più aggressive. Come ti sei documentato su questo argomento?
Ho letto diversi articoli di giornale. Molto importante per la veridicità della situazione è stato un testo di Andrea Sparaciari: Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia. Ci tengo a dire che c’è un altro testo, che con la mafia non ha nulla a che fare, che è stato utile per scrivere il romanzo, si tratta de Fuori da Gaza (Il Sirente), di Selma Dabbagh (n.d.r. abbiamo intervistato l’autrice qui), magistralmente tradotto da Barbara Benini. Diverse parti dei capitoli centrali de La corale del petrolchimico provengono da quel libro, le ho trascritte, manipolandole liberamente, e cambiando il contesto geografico e gli attori coinvolti. Ne approfitto per ringraziare l’autrice, la traduttrice e l’editore.
Parlaci della tua Ferrara, multietnica e variopinta. Come sta cambiando la provincia italiana? Pensi ci sia più integrazione o razzismo?
Sui social più razzismo, nella realtà dei fatti magari non più integrazione ma una tollerabile convivenza. Il problema di un certo disagio interculturale in zona GAD a Ferrara io l’ho denunciato già in Nero ferrarese, e sono passati oltre dieci anni. Da allora la situazione è la stessa. Non è una brutta zona, ma le persone che vivono solo di sensazionalismo e Facebook hanno bisogno del mostro, degli ebrei che avvelenano i pozzi, come nel Medioevo, dell’Uomo Nero che rapisce i bambini. Bisognerebbe viverla, la vita, non farsela raccontare da un social network. L’unico modo per trasformare le cosiddette zone di disagio delle province è quello di investire sul territorio, non con processi di gentrificazione per ricchi, ma con biblioteche, librerie, eventi pubblici, concerti, mostre d’arte. Il mondo è pieno di esempi positivi.
Hai voluto nel tuo romanzo, pur con il tuo stile surreale, fare un’ analisi sociale e sociologica della realtà? In che misura è presente anche un punto di vista critico? Pensi che la recrudescenza dei vari fascismi, (più d’uno non ce lo dimentichiamo) sia connaturata alla crisi e povertà sociale culturale in atto?
Senza dubbio c’è una profonda crisi culturale, basta vedere su chi puntano i grossi editori. La letteratura dei morti viventi non aiuta a preservare questo Paese dal fascismo dei piccoli fans, ma concordo con le parole dello scrittore brasiliano J. P. Cuenca: “La letteratura muore un poco ogni volta che qualcuno alza la voce per difenderla su uno di quei palchi costruiti perché si creda ancora alla sua esistenza. Lasciarla morire mi sembra un’ottima idea per salvarla da se stessa”. Parlo naturalmente di una certa letteratura, che non arriva quasi mai dal basso, purtroppo.
Non faccio mai domande marcatamente politiche agli scrittori, ma data la situazione e le elezioni alle porte, pensi che cambierà davvero qualcosa, o troveranno il modo, chiunque vinca, tra accordi e accordicchi di mantenere il solito status quo? Cosa ti auguri che succeda?
Che ci invada il Liechtenstein, obbligandoci a giurare fedeltà eterna al principe Giovanni Adamo II. Purtroppo non succederà: il Liechtenstein dispone di tre soli carri armati e un manipolo di soldati vassalli. Dopo le elezioni ci sveglieremo e sarà tutto come prima. Chiunque vinca perseguirà politiche mediocri, dannose per il popolo, stupide, ignoranti. Non puoi pretendere che le mele cadano troppo lontano dall’albero.
La tua finestra privilegiata sul Fatto Quotidiano, come giornalista culturale, dà una visibilità a i tuoi scritti critici molto eterogenea. Ti leggono insomma non solo gli addetti ai lavori del mondo editoriale, ma chi è in attesa dell’autobus, chi fa colazione al mattino al bar, la casalinga tra la spesa e la preparazione del pranzo. La cultura non dovrebbe essere così, accessibile a tutti, non chiusa in nicchie e circoli d’elite? Perché hai scelto di tenere un blog su Il Fatto Quotidiano?
Perché me lo hanno proposto loro. Quando iniziai, grazie a Emiliano Liuzzi, seguivo gli Esteri: la Primavera Araba, i Balcani e per lungo tempo la Turchia, dove abitavo. Quando sono stato espulso da Istanbul come persona non gradita mi sono stabilito a Milano e ho iniziato a occuparmi di libri, soprattutto di editori indipendenti. La cosa ha funzionato, mi piace, e sono contento di essere una finestra per chi ha voglia di letture un po’ diverse da quelle sciorinate dalle classifiche da Hit Parade.
Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Pensi che la critica professionale, perlomeno quella istituzionale che scrive sui giornali, sugli inserti culturali, nelle riviste di settore, dia abbastanza visibilità ai tuoi romanzi? Se così non è, quali pensi ne siamo i motivi?
No, assolutamente non ho molta visibilità, ma io pubblico con gli indipendenti. La serie di Malatesta fino a oggi ha superato le centomila copie vendute grazie al passaparola e l’affetto dei lettori: hai mai visto articoli sulle principali testate nazionali a riguardo? Centomila copie sono un’esagerazione in Italia, anche per i volti noti, ma questi scrivono spesso storielle facili, sorridono alle telecamere, sanno quando postare massime emotivamente coinvolgenti per accaparrarsi le signorine da marito. A me non mi frega nulla di tutto questo. Scrivo romanzi corali, cerco di buttare giù quello che io vorrei leggere come lettore, e sono un lettore molto esigente e compulsivo, non mi freghi con commissari bellocci e due-tre slang dialettali, perciò non mi butto in quella direzione come autore e la critica professionale non mi fila di striscio.
Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più? Ti sei mai sentito emarginato, o hai notato di essere stato in qualche modo penalizzato dal tuo credo politico?
Non così gravi da sbatterci la testa contro il muro. Forse avrei dovuto credere di più al progetto Linea BN: avevamo la possibilità di diventare il primo vero editore indipendente di Ferrara. Eravamo partiti molto bene con testi come Porno Bloc e Dal comunismo al consumismo e stavamo avendo un certo risalto nazionale. Ma eravamo giovani e incoerenti e la casa editrice è naufragata in poco tempo. Riguardo al mio credo politico: è una scelta quella di non seguire il flusso, questo porta, a volte, all’emarginazione. Preferisco però stare bene con me stesso che svendermi. Credo molto nel mio lavoro. Non avrebbe senso fare quello che vogliono gli altri, spesso succede già nella vita di tutti i giorni. Se devo cercare compromessi anche nella letteratura tanto vale lasciar perdere.
Cosa stai leggendo al momento?
Il martirio di una nazione, di Robert Fisk.
Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?
Di leggere tanto prima di scrivere, e di leggere tanto mentre scrivono. E di essere costanti e non seguire mai l’ispirazione ma l’intuizione, farla diventare metodo, strutturare la storia. Studiare, fare ricerca, non mandare il testo a nessuno finché non si è sicuri che la “casa letteraria” regga.
Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?
Diversi compadres: Enrico Remmert, Enrico Pandiani, Darien Levani e naturalmente Paco Ignacio Taibo II. Una storia di spionaggio, inseguimenti e vendette nel mondo frizzante di fine anni Settanta.
Progetti per il futuro, non solo letterari.
Vado avanti con i miei corsi di scrittura di Corsi Corsari a Milano e Ferrara e con i workshop di scrittura e fotografia all’estero con Mille Battute. Prossimamente andrò a Bucarest, poi a Lisbona e infine in Uzbekistan. Riguardo ai libri, mi è stato chiesto un contributo per un’antologia contro la violenza sulle donne e sto lavorando a un progetto molto ambizioso che richiama un po’ Quando le chitarre facevano l’amore e Il muggito di Sarajevo.
Il dubbio che l’uso continuativo di detergenti chimici per la pulizia della casa possa procurare danni alla salute ce l’avevamo più o meno tutti. Per cui non stupisce che l’Università di Bergen in Norvegia abbia commissionato una ricerca, ora pubblicata su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, che monitora la capacità polmonare di un campione di persone che per lavoro o per necessità familiari si occupano di questo compito. Lo studio è durato 20 anni, e all’inizio della ricerca le persone coinvolte avevano circa 34 anni. Lo studio ha rilevato inoltre che: confrontando le donne che non si dedicavano alle pulizie con coloro che invece le facevano con regolarità, il volume espiratorio forzato a un secondo (Fev1), cioè la quantità di aria che si può espirare forzatamente in un secondo, risultava ridotto di 3,6 millilitri (ml)/anno più velocemente nelle donne che si dedicavano alle pulizie di casa e di 3,9 ml/anno più velocemente nelle addette alle pulizie. (

Una pagina nera. Uno specchio che emerge dal buio. Una scritta che diventa doppia, perché riflessa in quello specchio. “Esse” come titolo, palindromo. Che da qualsiasi parte si legga conduce sempre allo stesso risultato. Esse si riflette nello specchio, perché doppio. Anche il lettore dovrà farlo. Specchiarsi. Sta, quindi, nello specchio “la verità attesa” segnalata nel sottotitolo. Da subito si può comprendere l’arduo compito che spetterà al lettore. Guardare e guardarsi. Leggere e rileggere. Già enigmatico nella copertina, si presenta così la prima fatica di Barbara Nocita, edito da Falco Editore nel 2010. Un romanzo la cui trama è sciolta dalla stessa autrice per non lasciare alcun dubbio. Jo, Coral, Tarin, Sara, Carlo, Alessandro, Valentina e Massimiliano detto Max. Un uomo solo che brucia sull’asfalto, un innocente bambino che, ignaro, gioca con ciò che l’ha reso orfano, una giovane donna che non può contare neanche su se stessa, un uomo che compra denaro svendendo la sua dignità, due giovani convinti che la libertà abbia un prezzo e non un valore. Storia di vite che si intrecciano. Il testo è privo della prefazione e dell’introduzione per aprirsi in medias res. Così il lettore si ritrova seduto alla fermata dell’autobus accanto ai personaggi e conosce in prima persona il dramma che attraversa l’intero romanzo: “rileggere” la propria vita. Ricorre in maniera quasi ossessiva nel testo il verbo “rileggere” come una spia che indica al lettore la necessità di andare oltre le apparenze (oltre una prima lettura) per “rileggere” ciò che si è già letto con occhi nuovi. Con una scrittura fluida e malinconica, il lettore è posto davanti la verità della propria vita. È un atto di violenza verso la serenità cui il lettore si trova, magari seduto sul divano mentre fuma una sigaretta e crede di leggere semplicemente un libro dalla trama surreale. Finisce, invece, per sentirsi spogliato, messo a nudo, quasi violentato. L’atto del leggere assume un ritmo frenetico, non tanto per soddisfare l’innegabile gusto della lettura, quanto per sapere come va a finire. Non il finale del racconto, ma il finale che attende ogni singolo lettore. E proprio quando questo sembra giunto al termine, un insospettabile coupe de theatre lo conduce sulla scena di un terribile incidente in cui le vittime sono proprio i personaggi che attendono alla fermata dell’autobus. Qual é allora la verità? La scrittrice si prende gioco del lettore? Lo inganna? Oppure è esso stesso che si è da sempre raccontato un’enorme menzogna sulla propria vita e adesso, “rileggendola”, si ritrova vittima “dell’incidente” di aver scoperto una realtà che non è reale? Attraverso l’espediente meta-letterario, nell’ultimo capitolo del romanzo l’autrice affida a Max la lettura del libro lasciatogli dalla nonna, nel quale viene raccontata proprio l’incredibile storia da lui vissuta quel giorno. Tutte quelle vite che attendono insieme alla fermata servono a Max affinché salvi se stesso, grazie al loro sacrificio. Ma quando il lettore crede di essere stato preso per mano dall’autrice che, in maniera materna e confortevole, lo ha portato verso la verità, succede l’insospettabile. Nel testo compare un enigma da risolvere: all’interno del testo sono state inserite delle frasi contrassegnate da un simbolo (due esse una dentro l’altra “§”) che rappresentano degli anagrammi da decifrare. Il lettore deve tornare indietro per “rileggere” il testo e riscoprire il significato degli eventi narrati. Solamente nell’ultima pagina, oltre la fine del racconto, nella sezione intitolata “Come arrivare alla verità”, si sciolgono tutti gli anagrammi presenti nel testo e il lettore sprofonda in un assoluto sconforto. Come Max, ha sempre avuto la verità sotto gli occhi, ma non è stato in grado di leggerla. Sarà così anche per la sua vita reale?

Domenica 18 febbraio si è svolta al Mufant, Museo del fantastico di Torino la presentazione dell’antologia di autori italiani ALIA Evo 3.0, tredicesimo di una serie che ha fatto scoprire il panorama complesso e affascinante del fantastico contemporaneo.





























