Torino perde “Il Libro ritrovato” a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2020 by

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Da oltre vent’anni era ormai un appuntamento fisso e amatissimo da molti, non solo torinesi: la prima domenica di ogni mese, estate compresa, i portici di piazza Carlo Felice davanti alla stazione di Porta Nuova si animavano con oltre cento espositori, anche di fuori città, con libri d’occasione, remainders, volumi d’antiquariato, edizioni d’arte, locandine di film, romanzi di genere e per ragazzi, dvd, cd, fumetti.
“Il Libro ritrovato” era un punto d’incontro e di ritrovo, un modo per trovare piccoli e grandi tesori e vedere amici vecchi e nuovi, gestito dall’associazione Sulla Parola, che dopo l’insediamento a Torino della nuova giunta ha visto alzati gli oneri e le multe, oltre che i balzelli burocratici: a fine 2019 gli organizzatori hanno gettato la spugna, di fronte al disinteresse delle istituzioni, lasciando torinesi e non orfani di un’importante e bella iniziativa.
C’è chi dice che entro la primavera ci sarà un nuovo bando e dovrebbe farsi avanti una nuova associazione per rilevare l’evento, ma c’è da dire che difficilmente gli operatori commerciali che venivano a Torino possono permettersi mesi di stop e dato che altre città più lungimiranti organizzano mercatini e fiere in tema c’è il rischio che si orientino altrove.
C’è per contro chi sostiene che è stato l’ennesimo modo di portare avanti una politica di decrescita e di odio verso le iniziative che portano cultura, soldi, crescita e movimento, tra l’altro in un posto che anni fa, prima che arrivasse il Libro ritrovato, era in preda ad un profondo degrado. Del resto, la fine del Libro ritrovato arriva dopo che l’anno scorso Torino ha già perso lo storico mercatino Mercanti per un giorno e il gruppo di bancarelle di corso Siccardi, sfrattate e costrette a chiudere per far posto ad una futura pista ciclabile, al momento ci sono solo fango e sporcizia.
Comunque, domenica 5 gennaio è stato davvero triste arrivare in piazza Carlo Felice e non trovare più le belle bancarelle di libri, sostituite dai discussi e pericolosi monopattini, uno dei tanti totem di un’amministrazione discutibile.
Non è così che si gestisce e si porta avanti una Torino che vuole fregiarsi del titolo di Città del Libro.

Rosa. Storia culturale di un fiore di Claudia Gualdana, (Marietti 1820, 2019) a cura di Viviana Filippini

10 gennaio 2020 by

rosaLa rosa, un fiore di una bellezza disarmante. La rosa però non è solo uno dei componenti del mondo vegetale, essa è un elemento che accompagna l’uomo fin dal passato. A raccontarci il valore culturale della rosa ci pensa il libro “Rosa. Storia culturale di un fiore”, di Claudia Gualdana, edito da Marietti 1820. Il saggio ripercorre il valore che il fiore ha avuto  nel corso dei secoli negli ambiti letterario, figurativo, storico e favolistico. Un libro interessante che permette di comprendere la molteplicità di significati e valori che il delicato fiore ha assunto anche nelle differenti culture dove esso è passato. La lettura del libro della Gualdana è avvincente, perché si parte dagli albori della civiltà umana e già nell’ “Iliade” di Omero si trova l’accenno alla rosa e al suo olio, usato da Venere per ungere il corpo senza vita di Ettore. Dagli scritti dell’antica Grecia, dove la rosa veniva usata anche per decorare gli altari delle divinità (Venere), si passa all’epoca dei Romani, quando il fiore era il simbolo della passione, della vita e del trionfo militare. Nel primo Cristianesimo la rosa assunse il significato del dolore e del martirio, non a caso più che i petali, prevalsero le sue spine e sarà solo col passare del tempo che ci si rese conto di come il Cristianesimo non era solo dolore, ma anche amore per la vita e speranza. Pensiamo alla rappresentazione della Madonna, madre di Gesù, spesso è accompagnata da fiori e tra di essi spiccano le rose, un’eredità di epoca pagana, che nel cristianesimo assume valore di carità, purezza e santità. Nel libro della Gualdana si fa riferimento anche al valore simbolico del fiore in rapporto ai numeri e si pone l’attenzione su quello che accadde in epoca medievale, quando la rosa visse un momento di oblio, nel senso che il suo valore erotico e sensuale la portò ad essere messa un po’ in disparte. Successivamente il fiore ebbe il suo riscatto quando venne elevato fiore l’emblema della figura di Cristo. La rosa come Cristo, da amare e rispettare. Non a caso il colore rosso dei petali veniva spesso equiparato a quello del sangue versato da Gesù nel momento della Passione in croce. Come emerge dal libro, la rosa visse un vero e proprio cammino culturale, che la portò a popolare il mondo delle cultura e, ad un certo punto, anche i giardini di case e monasteri, poichè la si riteneva un fiore in grado di curare i malumori e le infezioni. Religione, arte e anche letteratura. Nelle opere letterarie la rosa è protagonista di poesie. È simbolo di amore, di passione, di bellezza e spesso la donna amata e desiderata dal poeta è paragonata ad una rosa. Non solo, perché nel corso della storia della letteratura, il delicato fiore è stato protagonista di più e più scritti e caricato di tanti significati da indagare e scoprire. In questo la Gualdana ci aiuta dandoci interessanti informazioni e creando spunti per nuove ricerche. Alla fine del libro ci sono una serie di poesie che fanno compiere un vero e proprio cammino nella letteratura alla scoperta dei valori simbolici e metaforici che la rosa assunse per i poeti che la fecero protagonista dei propri testi. “Rosa. Storia culturale di un fiore” di Claudia Gualdana è un interessante saggio che permette al lettore di comprendere la molteplicità di significati, interpretazioni, valori simbolici e metaforici di ieri e di oggi, che si celano nei profumati petali di una rosa.

Claudia Gualdana, insegnante e saggista, ha curato Il catechismo buddhista di Subhadra Bhikshu (Bompiani, 2004), pubblicato Eva e la rosa. Storie di donne e regine di fiori (Vallecchi, 2011) e scritto il saggio «La strumentalizzazione mediatica in Italia dei Quaderni neri», uscito nel libro di F.W. von Herrmann e F. Alfieri Martin Heidegger. La verità sui quaderni neri (Morcelliana, 2016).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie ad Anna Ardissone.

:: Un’ intervista con Luigi Bonanate – Il destino americano, a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2020 by

Il destino americano - BonanateBenvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo invito. Nella nostra precedente intervista ci aveva anticipato l’uscita del suo nuovo libro Il destino americano (Nino Aragno Editore) e avendo avuto occasione di leggerlo colgo l’occasione di poterne parlare con l’autore.

Una premessa va fatta per giustificare la mia “divagazione” di politica estera, aspetto della vita internazionale che non avevo mai affrontato direttamente. Ma il 2019 era il settantennale del Patto Atlantico e del connesso strumento strategico chiamato NATO: il loro insieme disegnava il quadro della protezione che gli Usa erano disposti a prestare agli alleati europei. Ma 70 anni dopo tutto ciò era ormai in crisi o desueto; allora valeva la pena ripensare la storia internazionale che il paese più importante del mondo si era costruito e vissuto.

Già il titolo è rivelatore, e contiene l’intuizione principale che l’ha guidata nella stesura del testo. 13 piccole colonie si ribellarono alla madre patria, si unirono e iniziarono a costruire le fondamenta di quella grande nazione che sono gli Stati Uniti d’America. Come si è costruito l’eccezionalismo che ha contraddistinto la storia americana?

Per rispondere a questa domanda – spiacente, ma bisogna leggersi il libro! Ma il mio punto di partenza riguarda “l’eccezionalità di una continuità”: un piccolo gruppo di immigrati (così li chiameremmo ora) che per un secolo, all’incirca, cercarono di comprarsi un posto nella società mondiale “buona”, e per il secolo successivo di arrivare fino a dominarla. La mia idea è che tale progetto fosse intrinseco (anche se non sempre vissuto con eguale consapevolezza tanto dai politici quanto dalle pubbliche opinioni) alla vicenda americana e che i segni si possano riscoprire proprio attraverso il loro collegamento. Ho scelto di evidenziare tutto ciò attraverso alcuni grandi discorsi dei principali “padri fondatori” che ne sono stati gli interpreti preclari. (Ho seguito questo modello anche in altri passaggi storiografici, invitando ad esempio – con qualche tremito – alla lettura di una lettera di Hitler a Roosevelt)

Nel suo libro ha voluto analizzare la storia della politica estera statunitense definendola storia “esterna” degli Stati Uniti d’America, collegata e intrecciata alla storia “interna” molto più di quanto si creda. In che misura, con che grado di consapevolezza questa interconnessione è sentita negli Stati Uniti stessi, e nel resto del mondo?

Osservazione corretta, la cui portata va estesa ovviamente a tutto il mondo: non possono esistere due politiche separate, distinte o eterogenee; chi lo pensa sbaglia completamente bersaglio. È facile accettare l’idea della separatezza perché ci consente di nasconderci sempre nel territorio dell’altro, quando qualche cosa ci va male. Ma è evidente che tra le due dimensioni non può non correre un filo strettissimo: come potrebbe del resto, uno stato entrare in una guerra se non sulla base della sicurezza (corretta o fallace) di avere la sua società pronta a seguirlo? E una politica di alleanze come può svilupparsi se i rapporti politici, commerciali, culturali, tra due paesi non sono buoni? Non ci si allea mai con un nemico (solo il Regno d’Italia vi riuscì – e con quali risultati – nella Grande guerra…).
Ma è proprio la mancata percezione, più popolare che politica (ma dai politici insufflata nelle pubbliche opinioni per poterne manipolare le emozioni), della totale compattezza delle due dimensioni (interno/esterno: è una copia discussissima nella teoria delle reazioni internazionali), che ha reso e sovente rende fallimentari i progetti di politica estera. Ciò valse, a tempo debito, anche per gli Stati Uniti che nell’Ottocento sono prevalentemente impegnati nello sviluppo interno, mentre dopo la Grande guerra comprenderanno di avere a portata di mano una potenza superiore a ogni altra.

Lettere, discorsi, pagine di diario, la sua ricostruzione è più una storia di idee e di persone, che hanno cambiato il mondo, che una mera cronaca fattuale di avvenimenti. Perché questo approccio?

Per me è un approccio assolutamente scontato: non ho mai guardato la realtà come un qualche cosa che è destinato a schiacciarmi sotto la sua mole: dico, i fatti, gli eventi, le notizie, segreti, gli errori, gli inganni, e tutto ciò li circonda. Il mio, paradossalmente, non è un desiderio di conoscenza, bensì di spiegazione, interpretazione, razionalizzazione. La comprensione non si fonda sui fatti ma sulla loro interpretazione, prodotta dalla formulazione di una ipotesi (una o più) alla quale poi toccherà di ricollegare tra di loro i fatti corredandoli del loro significato intrinseco e sistematico: nulla avviene nel vuoto.
Aggiungo che le stesse vicende personali possono dirci molto meno che quel che sembra quando nominiamo i grandi personaggi: Lenin ha guidato la rivoluzione sovietica; certo, è vero: ma non soltanto non fu l’unico a farla ma egli ne fu – forse – più il frutto che non l’elemento fondamentale. Né possiamo credere che la morte di 50 milioni di persone vada accollata al solo Adolf Hitler – accanto a sé ebbe una società, una cultura, una finanza concordi.

Lo “spirito di frontiera” sembra fondamentale, una spinta propulsiva che da quando è sorta ha dato un indirizzo preciso all’evoluzione coerente e coesa di questa nazione, vista come un tutt’uno dotato di senso. Spirito di frontiera, Provvidenza (termine caro a John Jay), “Destino Manifesto”, “America First” quanto c’è di mitico e iconico in queste corrispondenze?

Lo spirito di frontiera è il vero e proprio connotato originario dello spirito americano, ma al contrario del modo europeo di considerare il territorio e i suoi confini. In America quasi non c’erano confini e furono gli statunitensi a porli e poi, continuamente, a spostarli in avanti. In Europa, i grandi imperi o le grandi potenze pensavano a difendere i confini o a consolidarli; ovviamente però, poi, svolgendosi le guerre europee tra stati ormai consolidati, queste finivano per essere più grandi e violente.

Descrive nel suo libro la seconda guerra mondiale come atipica. Può esplicitarci questo concetto?

L’atipicità della seconda guerra mondiale sta, oltre ovviamente che nelle sue dimensioni e nel livello della sua mortalità, nell’essere stata combattuta ben più per dei principi che per delle terre. Fu la guerra tra due ideologie (o forse tre) e due concezioni del mondo, vinta per fortuna dall’Occidente (capitalistico), che rappresentava il modello, sostanzialmente, più accettabile. Quanto più grande è una guerra quanto più imponenti sono le sue ragioni ideali e ideologiche. Le guerre per il petrolio possono o potranno essere anche più violente, ma alla fine il vincitore si troverà soltanto qualche barile in più o in meno di petrolio e non necessariamente migliori condizioni di vita e di benessere.

L’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia. L’unica con la capacità concreta di porre fina davvero alla storia (non solo nell’accezione di Fukuyama). Secondo lei ha saputo usare proficuamente tutto questo (forse eccessivo) potere, o l’ha come dire sprecato, per certi versi? Mi riferisco a quella sorta di declino Usa (impensabile dopo il 1989 quando giunse la fine del sistema politico internazionale bipolare) e alla perdita dello status di massima potenza mondiale che sembra inesorabilmente in atto. Quali scelte e decisioni (anche errate) hanno portato a questo?

Il discorso sulla Bomba è molto ampio e complesso: per un verso, è vero che rappresenta l’unico modo efficace per porre fine alla vita sulla terra, a causa dell’”inverno nucleare” (una glaciazione progressiva resa inevitabile dal fall out); ma d’altra parte è un’arma e un sistema d’arma di grande complessità organizzativa il cui uso lascerebbe aperto qualsiasi tipo di possibilità, fino appunto allo scontro finale.
Le narrazioni cui siamo ritmicamente sottoposti sugli esperimenti missilistici sono un grande strumento propagandistico ma una innovazione piccolissima dal punto di vista strategico. Soltanto gli Usa oggi come oggi (e come da 70 anni in qua) sono in grado di immaginare, organizzare, pianificare un uso professionale e “definitivo” dell’apparato nucleare. Nessuno, fuor che gli Stati Uniti, può neppure immaginare di sopravvivere all’attacco nucleare che avesse lanciato: gli Usa non possono essere sconfitti con uno “splendido primo colpo” (come si diceva una volta) e avrebbero sempre la capacità di “secondo colpo”, la vendetta. Neppure la Cina è capace, almeno per ora, di tanto.

L’idea di dominazione planetaria, all’origine stessa della sua posizione egemonica di esportatrice oltre che di merci dello stesso American way of life, in che misura incide realmente e concretamente, secondo lei, nelle scelte presenti, e soprattutto future, di questa singolare nazione? Insomma gli Stati Uniti saranno davvero soddisfatti solo quando tutto il mondo somiglierà a loro?

L’idea della dominazione planetaria è intrinseca alla cultura politica statunitense, ma non nel senso europeo fondato sulla conquista imperialistica. No: gli americani pensano che la conquista del mondo sia una “missione” assegnata loro da Dio, perché tutto il mondo ha diritto di godere dell’american way of life. Agli americani non importa il governo mondiale in sé ma soltanto in quando condizione di realizzazione del “paradiso in terra”, secondo la fortunata formula di Christopher Lasch. Il fine non è di far diventare tutto il mondo come l’America ma di diventare tutti uguali e “americani” perché laggiù si vive meglio che altrove, ed è Dio stesso che lo vuole! Aggiungo: c’è molta (benevola) ingenuità nell’immagine del mondo corrente in America.

L’isolazionismo e la manifesta o ostentata neutralità dunque sono solo un mito? Quanto volontariamente coltivato dagli Stati Uniti stessi?

Certo che è un mito. Nelle loro politiche estere di breve raggio, gli Usa si comportano come tutti: è logico che dopo la Grande guerra fossero stufi di occuparsi di Europa, piena di debiti nei loro confronti… La seconda guerra mondiale non la volevano ma la seppero vincere guidando una grande coalizione. La guerra fredda aveva addirittura il fine di fermare l’avanzata sovietica in Europa: ma dove? L’Urss restò in piedi soltanto perché nessuno le diede una spallata. Anche allora gli Usa erano la guida e i protettori di un mondo che “si difendeva”!
Anche oggi, il presidente Trump comanda azioni che per ogni altro paese al mondo sarebbero precisamente azioni di guerra e lui le proclama difensive.
Ma insisto, nell’immaginario collettivo americano non domina lo spirito di conquista, come invece fu per l’Inghilterra, la Spagna o la Francia nei secoli passati: gli americani non vorrebbero mai occuparsi di politica internazionale (e in effetti l’opinione pubblica ne è particolarmente ignorante) perché il mondo dovrebbe semplicemente unificarsi in una solo società: non quella del federalismo, ma dell’americanizzazione felice della terra.

Nel suo libro evidenzia un interessante problema per la ricerca, riguardo al fatto se gli eventi sono stati guidati o oppure solo accolti. Lei personalmente che idea si è fatta?

Ho già toccato, indietro, questo tema; in generale, comunque nessuno può dare risposte definitive. Per questo soltanto le ipotesi hanno un senso: si formulano, si discutono, si applicano… Prima di arrivare a leggi generali, ci vuole ben altro. Per secoli si è sostenuto che l’equilibrio fosse il principio fondamentale delle relazioni internazionali – poi si è visto che non ne è mai esistito, e che al massimo può servire come modello di analisi ma non di spiegazione. Io ipotizzo che esista un “destino americano”: si tratta poi di dimostrarlo o confutarlo.

Scriverà mai un libro analogo a questo ripercorrendo le direttrici della storia “esterna” cinese?

Penso proprio di no, in primo luogo perché la storia “soggettiva” non mi ha mai troppo affascinato; in secondo luogo, perché la Cina non è ancora “vicina”; ha e avrà tantissimi problemi di transizione, cosicché è difficile valutarne la performance; in terzo luogo, perché l’età mi sconsiglia di imboccare strade che potrei non riuscire a percorrere fino in fondo.

Infine concludo, termina il suo libro augurandosi che sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarando che non può essere ottimista, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire, ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione. Ricordo l’entusiasmo con cui anche i giovani aderirono agli alti ideali che mossero la nascita dell’Unione europea, lei crede, o meglio si augura, che questo spirito universale rinasca e si fortifichi? Grazie.

Ottimismo o pessimismo: una storia infinita e che non si disvelerà mai. Il mio ottimismo prevale in termini metodologici, aprioristici e mai (purtroppo) in termini propositivi. Come ho raccontato mille volte, molti interessanti e serissimi studi immaginano che il nostro (occidentale) futuro non sarà roseo, sia perché è statisticamente prevedibile che ogni tanto scoppi una grande guerra che riporta tutti al punto di partenza, sia infine perché i lombi occidentali sembrano davvero stanchi e dopo un millennio di superiorità debbano cedere lo scettro al primo che lo pretenderà!

:: Linglan e le due fonti meravigliose di Shanmei – disponibile su Amazon

4 gennaio 2020 by

«Linglan, Linglan dove è quella peste di bambina» urlò agitata la nutrice correndo come una furia per la casa immersa nel silenzio dell’alba.
Era il giorno in cui la cerimonia del chanzu avrebbe dovuto avere luogo.
Non trovare la bambina e spostare la cerimonia della fasciatura dei piedi sarebbe stato un presagio di sfortuna certa. L’aruspice era stata chiara: la cerimonia avrebbe dovuto avvenire il quinto giorno della prima luna di gennaio, tra l’ora del coniglio e l’ora del drago[1].
La donna che avrebbe praticato il bendaggio che avrebbe provocato la deformazione dei piedi di Linglan era arrivata dal villaggio di buon ora e aspettava paziente. Era abituata a vedere scene di questo genere, non tutte le bambine accettavo mansuete che gli venissero manipolati i piedi provocando poi una vita di sofferenze e di disagi fino alla morte.
Aveva tutto: le bende, gli unguenti, e il bastoncino di legno di rosa che la bimba avrebbe dovuto mordere per non tranciarsi la lingua quando avrebbe operato con mani abili e veloci.
Era molto richiesta soprattutto perché era efficiente, sapeva come operare, i punti da colpire e il suo buon cuore le faceva recidere prima il nervo che nella crescita provocava più dolore.
La pratica del chanzu doveva insegnare alle bambine cosa era la sofferenza, inasprire il loro carattere e renderle capaci di affrontare i grandi dolori che avrebbero trovato sul cammino della vita.

[1] Dalle 7 alle 9 di mattino

📌 Disponibile in esclusiva su Amazon

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:: Liberi di Scrivere Award decima edizione – Le votazioni

2 gennaio 2020 by

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Giunto alla decima edizione il Liberi di Scrivere Award permette ai lettori di questo blog di  votare il migliore libro edito nel 2019, anno appena trascorso.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di giovedì 16 gennaio.

Vale solo un voto per lettore.

Menzione speciale per la migliore traduzione al traduttore del libro straniero più votato.

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati.

Dunque iniziate a votare lasciando un commento a questo post con il titolo prescelto!

La votazione è diretta, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog, potete votare il vostro libro preferito tra tutti quelli editi in Italia nel 2019 qui sotto citando il titolo nei commenti.

Prego i lettori di lasciare un solo commento con il voto, serve a me e al “notaio” Michele Di Marco come verifica per il conteggio dei risultati finali. Grazie a tutti.

Lasciate i commenti sul blog solo per le votazioni. (Sempre per facilitarci i conteggi).

Per problemi tecnici o altre necessità scriveteci sulla pagina del blog su FB o al nostro indirizzo mail che trovate nei contatti. Voti ripetuti con uno stesso account saranno cancellati. Grazie.

I commenti sono in moderazione, se non li vedete subito pubblicati non allarmatevi, li sblocco appena posso, ma la cosa importante è che nessun voto andrà perduto.

Traduttori:

Lucia Fochi
Scilla Forti

Editori:

Editrice Nord
Solferino
Keller editore
Scrittura & Scritture
Triskell edizioni
Merangoli Edizioni
Mondadori
GoWare

I libri:

I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Editrice Nord) VOTI 2

La ragazza della palude di Delia Owens (Solferino) – Trad. Lucia Fochi VOTI 1

Quel che si vede da qui di Mariana Leky (Keller editore) – Trad. Scilla Forti VOTI 2

La verità dell’acqua di Francesca Battistella (Scrittura & Scritture) VOTI 63

Il cammino del sapiente di Federica Soprani (Triskell edizioni) VOTI 3

Blu Cobalto di Laura Costantini e Loredana Falcone (Merangoli Edizioni) VOTI 125

Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon (Mondadori) VOTI 1

Rosa di Mezzanotte di Amneris Di Cesare (GoWare) VOTI 13

Doppio vetro, Halldóra Thoroddsen (Iperborea 2019) A cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2020 by

20190402113954_cover-doppiovetroI vetri ci separano dal mondo esterno. I vetri ci separano anche da ciò che potrebbe farci soffrire e fin qui va anche bene, ma a volte ci allontanano anche da ciò che potrebbe essere coinvolgente per noi. “Doppio vetro”, romanzo dell’islandese Halldóra Thoroddsen edito da Iperborea, è quello che porta l’anziana protagonista a sentirsi esclusa da tutto e da quel presente diverso da lei, ma del quale vorrebbe tanto sentirsi parte. L’anziana ha una vita un po’ vuota: è vedova, i figli e i nipoti hanno le loro esistenze e lei non ha nessuno. L’unica cosa che le resta da fare per fare passare i minuti che scandiscono le giornate, è guardare fuori dai vetri del suo appartamento, per scrutare le vite degli altri.  Ha alcune amiche vero, ma il loro rapporto si riduce in sole telefonate. Poi, un giorno tutto cambia, perché la protagonista incontra un anziano chirurgo. Tra i due è subito feeling e nella mente della donna affiorano i ricordi di un amore di gioventù, perché lei quell’ uomo lo ha conosciuto, anni prima, da giovane. Lui è proprio Sverrir, il giovanotto del quale la protagonista si era invaghita un tempo. Tra i due nasce subito l’amicizia che legherà sempre più le due anime solitarie in cerca di compagnia e che porterà alla nascita di quella che sembra essere una vera e propria relazione. Tanti sono i progetti che i due mettono in atto e molti altri ancora da compiere, solo che il passare rapido del tempo e il destino (se così lo vogliamo chiamare) metteranno in crisi i piani della coppia. “Doppio vetro” è un romanzo toccante, ricco di emozioni che evidenziano il profondo attaccamento alla vita dei protagonisti e la passione amorosa che li unisce. Un sentimento vissuto con tale sincerità e candore che leggendo la loro storia, si ha la sensazione di trovarsi davanti a due adolescenti, e non a una donna e a un uomo maturi. Quello che mi ha stupito di “Doppio vetro” è la potenza del sentimento per l’amore e per la vita che hanno i due protagonisti. Vero, i loro corpi sono anziani, logorati dal tempo, ma quell’energia, quel bisogno di amore e di amare che ribolle in loro è di una potenza disarmante. L’agire dei protagonisti di “Doppio vetro” di Halldóra Thoroddsen è la dimostrazione che, nonostante le rughe e la solitudine, il desiderio di sentirsi vivi e partecipi del mondo circostante è la base di queste due solitudini, stanche di sentirsi abbandonate da tutti. Traduzione di Silvia Cosimini.

Halldóra Thoroddsen è nata nel 1950 e vive a Reykjavík. Scrittrice e poetessa, ha lavorato come insegnante, grafica e direttore dei programmi della radio islandese. Scrive poesie, racconti, sceneggiature e romanzi. In corso di pubblicazione in dieci paesi europei, “Doppio vetro” è il suo primo romanzo a essere tradotto in Italia e ha ricevuto il Premio della Letteratura Europea 2017 e il Premio della letteratura femminile islandese.

Source: del recensore.

Sfacelo di René Barjavel (L’Orma editore 2019 ) a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2019 by

df8d472e7219e9ecdeff10581e02b16a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyL’Orma editore continua la sua proposta dei romanzi di fantascienza di Rene Barjavel, con Sfacelo, scritto dall’autore sotto i bombardamenti su Parigi nel 1942 e inquietante apologo distopico molto attuale ancora oggi.
Siamo nel 2052, in Francia, il progresso ha trionfato e tutte le attività degli esseri umani dipendono dall’elettricità, mentre il cibo viene ormai coltivato e prodotto in maniera completamente diversa, senza più per esempio l’utilizzo degli animali. Ma di colpo piomba una catastrofe, metafora della guerra che si stava abbattendo in quel momento sull’Europa intera, l’elettricità viene a mancare e scoppiano incendi che distruggono tutto quello che è stato costruito, mentre scoppiano epidemie che decimano la popolazione. Emergono quindi gli istinti peggiori e violenti degli esseri umani, tenuti a freno da decenni di progresso, mentre la lotta per la sopravvivenza diventa essenziale.
François sa che esiste un altro modo di vivere, fuori dalle città,  e per questo motivo guida un gruppo di sopravvissuti e sopravvissute verso una vita che sarà contro il progresso e quanto di più inquietante ci possa essere, a ricordare come gli eccessi, in un senso o nell’altro, siano sempre sbagliati.
Se l’eccesso di tecnologia porta alla rovina nel momento in cui manca, la sua mancanza porta alla costruzione di una società reazionaria e oscurantista, e l’autore non sa dare una risposta definitiva, come se non sia possibile coniugare non dipendenza dalla tecnologia e progresso morale.
Gli appassionati troveranno nelle pagine di questo libro echi di storie più o meno recenti come Parigi nel XX secolo di Jules Verne, Le meraviglie del Duemila di Emilio Salgari, Cronache marziane di Ray Bradbury, Io sono leggenda di Richard Matheson, ma anche di serie TV come The Walking Dead e Black Mirror, film come Mad Max e Fuga da New York, e persino manga e anime come Ken il guerriero e The Legend of Mother Sarah. Del resto l’archetipo che tutto possa finire è presente nella narrativa speculativa di genere fantastico dai suoi albori, una sorta di paura oscura che forse non è nemmeno così lontana dalla realtà.
Sfacelo è quindi un classico da riscoprire, meno noto di altri romanzi di fantascienza dello stesso periodo ma non meno interessante, sia per i fan storici del genere sia per le giovani generazioni, che magari hanno scoperto la distopia grazie a titoli come Hunger Games The Handmaid’s Tale.

René Barjavel (1911-1985) è considerato il padre della fantascienza francese moderna. È stato scrittore, giornalista e sceneggiatore di numerosi film, tra cui Don Camillo. Con i suoi romanzi sul viaggio nel tempo, la fine del mondo e i pericoli della tecnologia ha conquistato milioni di lettori diventando oggetto di un culto intergenerazionale. Nelle classifiche dei migliori libri di fantascienza compaiono regolarmente i suoi Sfacelo e La notte dei tempi.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Rileggere Piccole donne negli Oscar Draghi a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2019 by

978880471989HIG-333x480Il 9 gennaio esce finalmente anche in Italia la nuova edizione di Piccole donne, diretta da Greta Gerwig, con nel cast Emma Watson, Saoirse Ronan, Laura Dern e Meryl Streep. Ogni generazione ha la sua versione di questo classico, negli anni Novanta ci fu il riuscito film con Winona Ryder, Susan Sarandon, Christian Bale e Kirsten Dunst, in tempi recentissimi ci sono stati due film per la TV, uno della BBC girato in una Irlanda da sogno con Maya Hawke e Angela Lansbury e uno che ha modernizzato la storia, facendo del papà March un cappellano in Iraq e facendo morire Beth di cancro, con risultati altalenanti.
In occasione dell’uscita del film, è una cosa buona riprendere in mano il libro, e Oscar Draghi propone un’edizione dei quattro libri del ciclo di Piccole donne in un unico volume, curato nell’impaginazione (su due colonne, come si usava nell’Ottocento) e nella grafica, con preziose illustrazioni in tema.
Un classico senza tempo, da leggere e rileggere, tutt’altro che melenso o scontato, tenendo conto che nelle pagine di questo libro l’autrice, Louisa May Alcott, raccontò molto della sua vita anticonformista, con due genitori fuori dalle righe e un’esistenza femminista ante litteram, spinta nella realizzazione personale e nell’indipendenza. Purtroppo Louisa dovette cedere e far sposare il suo alterego Jo con il noioso professor Bhaer, ma si rifece con il personaggio di Nan, ragazzina indipendente che compare in Piccoli uomini e che resterà single diventando medico.
Il nuovo film di Piccole donne ha raccolto parecchi consensi, anche se è stato ignorato dagli Emmy, e in parallelo Emma Watson, già Hermione nella saga di Harry Potter ha distribuito in giro in varie città del mondo duemila copie del libro nascoste da trovare in una sorta di caccia al tesoro, per far scoprire il libro alle nuove generazioni.
In attesa o in parallelo del film non resta comunque che reimmergersi nelle avventure delle sorelle March, alle prese con le difficoltà di crescere, le gioie e i dolori e la ricerca di una propria realizzazione personale.

L’istituto di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2019) a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2019 by

51pM14kQZmLTim Jamieson arriva in un paesino sperduto del South Carolina, desideroso di rifarsi una vita, al punto di tacere i suoi trascorsi di gloria in polizia e di accontentarsi di un lavoro come guardiano notturno. In parallelo, a Minneapolis, Luke Ellis, ragazzo dotato di un’intelligenza particolare, viene rapito di notte dal suo letto da un commando che uccide i suoi genitori.
Luke si risveglia in una stanza identica alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto, luogo in cui sono rinchiusi altri bambini e ragazzi come lui, con poteri speciali, sotto la direzione della spietata signora Sigsby, destinati a diventare macchine di morte per complotti oscuri, tra esperimenti e punizioni se osano ribellarsi.
Con Luke ci sono altri ragazzi e ragazze, nella Prima casa, Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, ma poi c’è anche una Seconda Casa, da cui non si esce più, quando non si serve più, e forse non esiste solo quell’Istituto al mondo. Ma ad un certo punto, Luke, grazie ad un’alleata, riesce a fuggire, mentre i suoi amici e amiche tentano una ribellione contro un sistema spietato che secondo la signora Sigsby e i suoi fidi in realtà servirebbe a salvare il mondo.
Stephen King torna a parlare di giovanissimi, quasi bambini, già protagonisti di suoi capolavori, da Stand by me It, in un romanzo tra fantascienza e horror, con echi delle storie di super eroi (persino de Il ragazzo invisibile di Salvatores) ma anche di The X-Files, che viene citato, che strizza l’occhio a fenomeni contemporanei come Stranger things ma mantiene una sua originalità.
Il risultato è un romanzo appassionante, forse un po’ già sentito ma ci sta, una storia per tutti, che può avvicinare le nuove generazioni alle opere del maestro e confortare chi è cresciuto con lui, e magari era giovanissimo quando uscì appunto It.
Una storia che riesce a prendere, antica e contemporanea allo stesso tempo, che è già stata opzionata per una serie televisiva, cosa abbastanza scontata in tempi in cui le storie migliori vengono ormai raccontate sul piccolo schermo, e vengono anche citate dall’autore, che fa leggere e guardare a Tim le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin.
Ne L’istituto c’è quindi molto dell’immaginario degli ultimi decenni, questo immaginario che continua a ispirare nuove storie e creativi, una fiaba nera contemporanea sulla forza dell’amicizia e sulla lotta alle ingiustizie. Un libro da leggere a qualsiasi età, in cui ritrovare il gusto dell’avventura e del mistero, come purtroppo non capitava più molte nelle pur interessanti prove più recenti dello zio Stephen.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Stand by me – Ricordo di un’estate, Le ali della libertà, Il miglio verde, It – per citarne solo alcuni – sono seguitissime anche le sue serie TV. Per i suoi meriti artistici, il presidente Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts. Nel 2018 ha ricevuto il PEN America Literary Service Award.

Provenienza: libro preso in prestito nelle Biblioteche del circuito SBAM.

:: Pompelmo Caramello Tè verde e Il potere del Nunchi. L’arte coreana di convincere gli altri in modo efficace e amichevole di Euny Hong

28 dicembre 2019 by

Prima che l’anno finisca, augurandovi buon 2020, vi parlo di un tè della collezione dei tè verdi di PETER’S TeaHouse che ho amato molto, temo per ora fuori produzione, ma spero torni presto nel catalogo, si chiama Pompelmo Caramello Tè Verde, un tè decisamente fruttato ed estivo, con un intenso retrigusto agrumato, e la nota dolce del Caramello, ottimo per la prima colazione. Buono senza zucchero, (io lo preferisco) ma anche molto zuccherato con funzione energetica. E’ un tè chiaro, sulle sfumature del giallo, e come tutti i tè verdi è drenante, antiossidante, depurativo e un toccasana quasi miracoloso contro la cellulite.

La preparazione è semplice:

  • 1 cucchiaino di tè
  • 80 ° la temperatura dell’acqua (è un tè più delicato quindi fate attenzione a non bruciarlo con l’acqua in piena bollitura, aspettate un minuto, se non avete il termometro per l’acqua)
  • 2 o 3 minuti di infusione

Consiglio goloso:

Pompelmo Caramello Tè Verde lo consiglio con dei dolci, piccole trecce al miele, uvetta passa e caramello.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Pompelmo Caramello Tè Verde è perfetto leggendo Il potere del Nunchi. L’arte coreana di convincere gli altri in modo efficace e amichevole di Euny Hong, una mia scoperta recente, un agile saggio sul potere quasi sovrannaturale che possiamo attivare tutti per rendere i rapporti interpersonali piacevoli e felici. La saggezza coreana messa al servizio del buon senso e dell’amore per gli altri.

E un ultimo consiglio, non abbiate fretta, sorseggiate il tè lentamente in compagnia di felici pensieri.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

Source libro: inviato dall’editore. Ringraziamo Federica dell’Ufficio stampa Newton Compton.

:: I Cinque Artigli del Drago d’Oro di Shanmei disponibile su Amazon

28 dicembre 2019 by

Durò tutto il tempo di un’estate. L’estate del 1898. In realtà non ci credemmo abbastanza, forse. Non tutti almeno. Ma io ci provai, con tutte le mie forze. Quell’estate abbiamo visto l’alba di una nuova Cina, noi abbiamo creduto possibile vedere nascere una nuova Cina senza alcun spargimento di sangue, senza morti, senza vittime innocenti.
La strada delle riforme era chiara e lucente, iniziava davanti a noi e per un po’ la percorremmo. Ma le forze che si opposero a noi furono troppo forti, e tutto si spense, ogni luce si spense. Ma noi ci provammo, ci provammo davvero.

Si vestì lentamente, con molta cura, con semplici abiti neri da lavoro. Emanavano ancora un leggero odore di terra, come se fossero stati usati da poco e riposti in una cassa.
Zaitian si chiese a chi fossero appartenuti. Ma fu un pensiero fugace, privo di reale consistenza. Si mise un copricapo da viaggio e a un cenno il servitore gli fece strada verso un passaggio segreto che dal suo palazzo portava in aperta campagna tramite una serie di cunicoli sotterranei.
Congedò il servitore e proseguì da solo fino all’imbocco dell’uscita.
Doveva vedere con i suoi occhi, non gli bastavano più i resoconti dei suoi informatori, delle mille spie che ormai erano i suoi occhi fuori dalla Città Proibita.
Uscì all’aria aperta e si guardò intorno.
Era inverno, una leggera brina gelava i campi che si perdevano a vista d’occhio. Qualche casupola di fango occhieggiava all’orizzonte. E una leggera pioggia gelida cadeva rada dal cielo scuro.
Doveva vedere con i suoi occhi.
Camminò per un po’ verso nord, sopportando il freddo, mai in vita sua aveva avuto freddo, né fame, né sete, ma ora era un uomo comune, senza privilegi, senza nome. Doveva rendersi conto se la situazione era davvero così grave, se il suo popolo stava davvero morendo.
Raggiunse un sentiero di terra battuta, e proseguì a testa bassa, poi un carro gli diede un passaggio per qualche li. Nessuno l’aveva riconosciuto, nessuno conosceva il volto dell’Imperatore.
A un incrocio saltò giù dal carro, ringraziò e proseguì a piedi.
Stava calando la notte, e ormai non aveva scelta, doveva cercare un riparo.
Scelse una capanna di contadini piuttosto malandata, con un’aia davanti, e bussò alla porta.
Gli aprì una vecchia che lo guardò diffidente. Era vestita di stracci e sembrava non troppo disposta a offrirgli ospitalità.

📌 Disponibile in esclusiva su Amazon

cinque artigli

La Riforma dei Cento Giorni fu un movimento atto a modernizzare l’apparato politico, sociale, culturale, militare ed educativo della Cina Imperiale tardo Qing, sul modello della modernizzazione avvenuta in Giappone, che iniziò l’11 giugno 1898, ad opera dell’imperatore Guangxu e dei riformisti guidati da Kang Youwei, e finì il 21 settembre dello stesso anno in seguito a un colpo di Stato condotto dall’imperatrice madre Cixi e dai conservatori.

Questa è la storia dell’Imperatore Guangxu.

Le grandi Storie Horror: “Nel castello di Dracula” e “Nel laboratorio di Frankenstein”, Naïma Murail Zimmermann (Gallucci 2019) A cura di Viviana Filippini

27 dicembre 2019 by

DraculaPer i piccoli lettori amanti del brivido, Gallucci porta in libreria i primi due volumi della serie “Le grandi Storie Horror”. Di recente sono usciti “Nel castello di Dracula” e “Nel laboratorio di Frankenstein”, della scrittrice francese Naïma Murail Zimmermann, corredati dalle illustrazioni di Caroline Hüe. Protagonista di entrambe le narrazioni il giovane Adam. Lui, che ha l’abitudine di vestirsi sempre di nero ed è caratterizzato da un fascino per il mondo del mistero e dell’horror, in queste due storie incontrerà strani personaggi che gli permetteranno di vivere avventure mirabolanti in mondi altri. Accanto a chi? Adam viene catapultato in luoghi dove si trova vicino ai personaggi della letteratura classica horror. Nel vecchio castello di Dracula o nel laboratorio di Frankenstein, Adam avrà modo di vedere da vicino -e di relazionarsi- con i personaggi delle storie che di solito si trovano nelle pagine dei nei libri che lui legge, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno. Questo contatto diretto con le creature letterarie sarà per Adam un modo per mettersi in gioco, per interagire con quei misteriosi e anche un po’ mostruosi esseri che da sempre lo incuriosiscono per come sono, pensano e compiono.

FrankensteinTante emozioni e anche qualche intoppo da superare per il ragazzino che, nelle sue avventure non è mai solo. Nel primo libro, ambientato nel castello del conte Dracula, accanto al protagonista troviamo il suo coniglio, il quale (non si sa per cosa o per volontà di chi) parla facendosi comprendere alla perfezione da Adam. Nel libro ambientato invece nel laboratorio di Frankenstein, con Adam c’è l’amica Lilli, la quale vivrà con lui avventure impensabili, ad alto tasso adrenalinico e corredata da delle vere e proprie sfide per sfuggire dal laboratorio del dottore e dalla sua creatura. I libri della Zimmerman sono ricchi di suspense, di grandi emozioni che coinvolgono il lettore bambino alla scoperta di mondi sconosciuti. Allo stesso tempo i due volumi delle Storie Horror (“Nel castello di Dracula” e “Nel laboratorio di Frankenstein”), grazie ad apposite schede finali, permettono alle nuove generazioni di lettori di conoscere autori e quei loro personaggi che hanno caratterizzato quella che è diventata nel corso del tempo la letteratura classica del genere horror. Traduzione dal francese di Emanuelle Caillat.

Naïma Murail Zimmermann è un’autrice di romanzi fantasy molto affermata in Francia, ma ha sempre avuto la passione per l’horror e il soprannaturale. Dopo il successo dei suoi libri 14+, ha deciso di dedicare la sua nuova serie ai ragazzi più piccoli.

Caroline Hüe è un’illustratrice di grande esperienza. Negli anni Novanta lascia gli studi di economia e si iscrive alla scuola di Arti Decorative di Strasburgo. Oggi lavora con diversi editori ed è anche autrice di fumetti.

Source: ufficio stampa Gallucci. Grazie a Marina Fanasca.