A un anno dall’operazione militare russa in Ucraina il bilancio umano delle vittime è devastante: morti, feriti, orfani, gente senza casa, senza acqua, senza cibo. I grandi della terra fanno saggi discorsi attribuendosi tutte le ragioni e ai nemici tutti i torti, e intanto la popolazione soffre. So cari lettori di chiedervi tanto, l’emergenza sisma in Turchia e Siria già ci ha spinto a grandi sacrifici, ma facciamo ancora un piccolo sforzo. Tutto quello che raccoglierò da oggi fino a Pasqua con le donazioni per Liberi di scrivere sarà donato a sua volta ad associazioni che si occupano di soccorrere i più fragili, i bambini, i malati, gli anziani in quel bellissmo e amato paese.
Perché Francesco d’Assisi continua ad affascinare l’uomo del nostro tempo?
L’uomo e la donna contemporanei, quelli del XXI secolo, sono attratti da quei messaggi che godono di credibilità e da quelle persone che riescano a vivere la propria esistenza in modo essenziale, frugale e trasparente, cominciando dal rapporto con il creato. Non vi è dubbio che Francesco d’Assisi sia riuscito a espletare proprio questa modalità nel suo relazionarsi a Dio, al fratello e alle creature. Per questo, pur essendo vissuto nel XIII secolo, gode di un’inaudita attualità.
Francesco pensava che nel cuore dell’uomo esiste un «desiderio di fraternità»: visione all’opposto dell’ homo homini lupus. Quel desiderio è presente nel cuore dell’uomo di oggi? Non prevalgono, invece, chiusura, polarizzazione e ostilità?
Nell’Etica a Nicomaco, già Aristotele (384-322 a.C.) scriveva che se nel mondo ci fossero soltanto relazioni di amicizia, non sarebbero più necessari i rapporti di giustizia. L’avvento del cristianesimo – occorso dopo Aristotele – ha inserito nell’intelligenza e nel cuore dell’uomo il valore della fraternità, perché rivelato dalla Bibbia, che supera quello di amicizia, saturandone il desiderio. In breve: un fratello o una sorella, anche «spirituali» valgono più di un amico. Da profondo conoscitore e lettore della Sacra Scrittura, Francesco aveva scorto questa fondamentale differenza, scoprendo che la fraternità è più che un desiderio: può essere una realtà. Il «desiderio», quindi, è connaturale all’uomo creato a immagine di Dio Amore. E necessita di essere superato. Ciò non toglie il triste fatto che oggi, dal XIX secolo in poi, l’uomo viva inabissato nell’età della tecnica. Si tratta di quel «fantasma» che, sorto per aiutare l’uomo – per esempio a muoversi tecnicamente con i veicoli – si serve adesso dell’uomo, e non lo serve più. Come tale, la tecnica imprigiona l’uomo dentro una solitudine, la quale è un perfetto generatore di ansia e di paura del futuro, perché trancia ogni relazione di fraternità, anche di natura sociale, portando addirittura l’uomo a rendersi ostile al proprio simile. I «social network» appaiono oggi la parabola, mandata a iperbole, di questa situazione che rasenta l’ossimoro. Francesco d’Assisi, se oggi potesse ancora parlare e scrivere – non va mai dimenticato che ha scritto molto, soprattutto Lettere – ci direbbe, invece, di uscire, così: avvicinando corporalmente l’altro e, nel mentre, fare di tutto per percepirlo come «l’altro-per-me»: appunto un fratello o una sorella. In realtà, oggi la Chiesa e le fraternità francescane attraggono se riescono a far trasparire proprio questo «ambiente»: star bene con l’altro, a cominciare da Dio, essendo una pura illusione la scelta forzata della solitudine.
Cosa ci insegna Francesco nell’incontro con il Sultano a Damietta, di cui ricorre nel 2019 l’Ottavo centenario?
Senza dubbio ci insegna il «metodo del dialogo», quello che ho cercato di evidenziare durante i tre anni di ricerche impiegati per scrivere questo libro su San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone. Risulterà interessante venire a sapere dalle Fonti Francescane come il Poverello si addestrò all’arte del dialogo apprendendola dall’incontro con i ladroni a Montecasale (AR) e dall’ammansire il lupo di Gubbio, eventi, infatti, che occorrono prima dell’incontro con il Sultano Al-Malik al-Kāmil a Damietta, otto secoli fa nel 1219. Sintetizzandolo, in questo nuovo libro – per me il quarto dedicato a San Francesco – ho tentato di dimostrare che il metodo del dialogo da lui indicato consta di sei momenti: a) ritirarsi dapprima in preghiera con quella che ho chiamato la «svolta contemplativa»; b) essere presenti tra i credenti delle altre religioni, motivo per il quale il Poverello tentò per ben tre volte di recarsi tra i Saraceni; c) il terzo modo è l’esercizio della mansuetudine, quale capacità di essere «sottomessi» a Dio riconoscendosi creature alla pari di tutti gli altri uomini e donne; d) il quarto momento consiste, quando la circostanza lo permetta, nel prendere l’iniziativa per parlare all’interlocutore di «Gesù Cristo»; e) il successivo, nel saper vivere «in mezzo a» chi non crede nello stesso Dio; f) l’ultimo sta nel riporre fiducia negli altri, che si incontrano, l’esatto opposto del percepirli come «ostili». È ovvio a tutti che questa appaia un’impresa improba: non lo sarà, se si comincia, almeno, con la prima tappa: la preghiera rivolta a Dio con cuore puro (Sal 51,12).
Un Papa di nome Francesco, e che si ispira al Santo, contribuisce oggi a far amare ancor di più la figura dell’ Assisiate? E se è così: perché sembra esserci, nella Chiesa (non fuori da essa), una fronda piuttosto rumorosa verso il pontefice?
Mario Jorge Bergoglio si ispira certamente a San Francesco. E non soltanto perché è stato il primo Papa della storia ad averne assunto il nome. Soprattutto per l’attuazione di un programma di riforma che trova le proprie radici e motivazioni dai Documenti del Concilio Vaticano II, finora non ancora sufficientemente approfonditi nel rinnovamento pastorale inteso da essi per la Chiesa. Non mi pare, poi, che vi sia quel tipo di fronda di cui si parla. La Chiesa – è bene ricordalo – rimane, innanzitutto, la Sposa immacolata dell’Agello (Ap 19,8), e qualsiasi vescovo di Roma, in questo caso il Papa, è il principio visibile di unità della Chiesa (Lumen gentium 25): chi vede questo Papa vede la Chiesa nella sua unità. Anche a motivo del mio attuale servizio presso la Santa Sede, nella Pontificia Università Lateranense, vorrei, invece, testimoniare circa la «moltitudine silenziosa» (Ap 7,9) che lavora «sub Petro» e «cum Petro»: intendo qui, con Francesco Papa. Se, per ipotesi, questa fronda esiste, allora essa è solo una indotta suggestione giornalista e, per questo, lumeggia di transitorietà e non ha nulla a che fare con San Francesco. Se vi è stato un punto sul quale il Poverello ha insistito senza sosta, questo è stato in merito all’obbedienza dovuta al vescovo della Chiesa di Roma. Chi obbedisce è in pace: sa di ver ascoltato Dio, nella voce del Papa di oggi.
Qual è il “nuovo modello di vita cristiana, all’interno della Chiesa di Dio” che Francesco d’Assisi indica all’uomo del terzo millennio?
Questa domanda è piuttosto legata alla precedente. Qui vorrei rivelare il gheriglio teoretico che dovrebbe sostenere ogni francescano/a. Esso fu intuito dal Cardinale Giovanni di San Paolo che, assieme al vescovo Guido di Assisi, con-vinse entrambi nel permettere a Francesco di incontrare Papa Innocenzo III. Perché? Perché si accorsero che San Francesco chiedeva di vivere il Vangelo proprio come lo aveva impersonato Gesù. Pensiamoci: se il Cardinale e il vescovo avessero interdetto la visita del Poverello al Papa o, peggio, questi avesse negato a San Francesco il suo «proposito di vita», ciò avrebbe significato dichiarare che è impossibile vivere da cristiani nel mondo, entrando in una plateale autocontraddizione. Appunto, questo è il «nuovo modello di vita cristiana»: la possibilità realizzabile di vivere il Vangelo oggi per essere felici in terra e beati in Cielo.
Per chi ama l’avventura, quella vera, quando il mondo era ancora una terra inesplorata che poteva riservare sorprese, e il concetto di ignoto aveva intatto il suo fascino arcano, c’è un libro uscito l’anno scorso che potrebbe riservare molte sorprese.Si intitola Piemontesi ai confini del mondo – 22 storie di esploratori atipici e navigatori irrequieti di Davide Mana ed oltre a essere ricco di aneddoti, dettagli di viaggio, tradizioni, paesi e culture è arricchito da mappe, timeline, fotografie e illustrazioni che lo rendono un piccolo tesoro da collezione. Protagonisti di questo libro sono piemontesi avventurosi di Ottocento e Novecento che dall’Antartide all’Oceania, dall’Africa all’Asia, passando per l’Africa, hanno vissuto storie straordinarie ai confini con l’incredibile. Esploratori, mercanti, archeologi, missionari, militari di carriera, nobili, avventurieri tanti sono i piemontesi che hanno lasciato il loro paese e sono andati all’estero in cerca di fortuna, fama, avventura. Il lavoro d’archivio dell’autore e curatore dell’opera è poderoso: archivi, fondazioni, collezioni private, biblioteche sono stati setacciati in cerca di notizie, storie, reperti, fotografie. Un libro davvero ben fatto, che si legge in un soffio, interessante e ricco di rare foto d’epoca, i piemontesi descritti, quasi a contraddire la vulgata popolare di piemontesi bugia nen, sono invece perlopiù intraprendenti, coraggiosi, e soprattutto ingegnosi. Sì arrangiano, anche in situazioni estreme e pericolose, come in Artide e Antartide o durante guerre e insurrezioni. Una curiosità: un paragrafo è dedicato al mio bisnonno Luigi Paolo Piovano, militare di carriera nella Cina dei Boxer.
Davide Mana, classe 1967, è un paleontologo, blogger, traduttore e autore freelance. Ha pubblicato racconti, articoli e scenari per giochi di ruolo in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone. Dal 2013, affianca alle sue pubblicazioni tradizionali, racconti e saggi autoprodotti in formato elettronico. Fra i suoi lavori, la serie di racconti autoconclusivi Gli Orrori della Valle Belbo, e il ciclo di avventure sword & sourcery Aculeo & Amunet. Il suo primo romanzo The Mynistry of Thunder è stato pubblicato nel 2014 da Acheron Books.
Source: libro inviato dall’editore che ringraziamo.
L’Introduzione alla teologia quale studio sul Mistero di Cristo nasce, come disciplina teologica, con il Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) nel XX secolo, veniamo a sapere leggendo Introduzione alla teologia e al mistero di Cristo di padre Gianluigi Pasquale edito nel 2023 da Armando editore. Una disciplina dunque relativamente recente come branca del discorso su Dio che è la teologia. Oltre a interessare ai giovani studenti universitari di teologia, è un testo che può essere utile anche a chi vuole approfondire la sua conoscenza su Dio, perlomeno il Dio rivelato da Gesù Cristo, e il modo con cui questa conoscenza è compresa dalla ragione umana, ove considerando che fede e ragione non si contraddicono ma si integrano e si completano. Dato come assunto e premessa l’esistenza di Dio, e la religiosità naturale insita nell’uomo, che dagli albori dell’esitenza ha sentito l’esigenza di proiettarsi oltre la pura materialità, accostandosi al mistero, il mistero di Cristo nella storia della salvezza ha un ruolo che esula da facili semplificazioni e apre alla grazia che rende possibile a questa disciplina mentre la si studia di conferire la salvezza. Il Dio rivelato da Gesù Cristo è infatti un Dio che salva, che non è indifferente al dolore alla caducità umana. Passiamo dunque da una “storia sacra” a una storia tesa alla salvezza, perchè scopo principale di Dio è il bene ultimo dell’uomo. Inoltre la teologia deve essere razionalmente comunicabile sia a chi crede che a chi non crede, sempre considerando che la teologia è a tutti gli effetti classificabile come una disciplina scientifica. Discorso a parte possiamo considerare la differenza tra mito e rito, nella classificazione delle diverse forme di religiosità anche antica. Nel terzo capitolo il testo parla del Dio dei filosofi, da Pascal, Kierkegaard a Anselmo d’Aosta, per poi risalire alle origini della teologia per arrivare alla Scolastica, a San Tommaso d’Acquino. Nel capitolo quarto approfondiamo il Dio della fede e in ultimo nel capitolo finale il Dio di Gesù Cristo cuore della Introduzione, l’essenza della carità, e del dono gratuito con cui Dio ama e salva l’uomo.
Gianluigi Pasquale (1967), è Dottore di Ricerca in Sacra Teologia (SThD, PUG) e Dottore di Ricerca in Filosofia (PhD, Università di Venezia). È stato Assistente Scientifico presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana (1999-2001), Preside (2001-2010) dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» di Venezia, dove è Docente stabile nella sede centrale di Venezia e in quella parallela di Milano. Dal 2001 è, inoltre, Professore Incaricato presso l’ISSR «San Lorenzo Giustiniani» dello «Studium Generale Marcianum» di Venezia e, dal 2007, Professore Incaricato di Cattedra nella Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense.
Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.
Per il Giallo Mondadori, Alessandro Bongiorni ci offre un altro intenso ed espressivo romanzo poliziesco dai toni noir, agganciato alla più oscura cronaca criminale quotidiana. Dopo sette anni di assenza (nel 2018 ha scritto invece un romanzo con il sequestro Moro per scenario) riporta in libreria con Favola per rinnegati il suo protagonista Rudy Carrera, vicecommissario alla questura milanese e un poliziotto fatto a modo suo. Un Rudy Carrera che avrebbe potuto fare carriera, se solo ogni tanto fosse stato capace di tacere, di accettare qualche compromesso, di seguire le indagini “giuste”. Ma non sarebbe stato cosa da lui… Per anni infatti pur nell’amarezza della routine e della frustrazione, ha fatto di testa sua seguendo caparbiamente la sua strada e accettandone il prezzo da pagare , con l’aiuto dell’ whisky, sempre e solo inesorabilmente JB è riuscito a galleggiare nella giungla d’asfalto milanese, barcamenandosi tra i fantasmi del passato, l’ostilità dei propri superiori e ormai la mancanza di una vera vita sentimentale. Inizio novembre e una serata molto fredda per la stagione. Piazza San Marco il cuore di Brera sarà là che un ragazzo, vent’anni circa, con in mano un Kalashnikov, sceso da una Ford Ka viola con a bordo un altro ragazzo, aprirà ferocemente il fuoco davanti a un locale alla moda di Milano, il Bicèr de Vin, uccidendo otto persone a due passi dalla chiesa e lasciando a terra un numero imprecisato di feriti. Da quel momento tutta la zona e il centro vengono imprigionati da una terrificante atmosfera da incubo. Dopo la strage l’assassino risalirà velocemente in macchina lanciandola su strada, a tutto gas. Richiamati da Achilli ( detto Pelide) che passava la serata in una locale poco lontano , arrivando , di corsa a piedi a Piazza San Marco, arriveranno in prima linea anche la Esposito e il vice questore Rudi Carrera, insomma praticamente tutta la squadra… La scena è da paura. Ovunque sangue, morte e desolazione . Nel frattempo l’assassino imboccati i viali, dopo una brutta sbandata, andato a sbattere contro un palo della luce e sbalzato per l’urto con violenza fuori dall’abitacolo, morirà sfracellato, incastrato in una cancellata del Parco Sempione. Il sopraggiungere di volanti e civette dei carabinieri, tutte a caccia della Ka viola, permetterà di estrarre dall’auto in fiamme, il ragazzo che era seduto accanto a lui , il passeggero ancora vivo. Il massacro per le crudeli modalità attuative rimanderebbe all’attentato parigino, organizzato nel Bataclan. Alla macabra conta finale, il numero delle vittime sarà di otto morti: sette donne e un uomo e dieci feriti: otto donne e due uomini e quella carneficina verrà subito strillata dai media e definita come: la strage delle donne . Secondo tutti i testimoni superstiti dell’accaduto, l’unico a sparare è stato il conducente della Ka e anche l’esame dello stub, fatto sul ferito in ospedale, scagionerà il passeggero e complice sopravvissuto e ricoverato in rianimazione. Si dovrebbe pensare all’Isis? Seguire la Pista islamica? E magari lasciare subito libero spazio ai servizi segreti? I due ragazzi che viaggiavano sulla Ka però sono italiani e incensurati. L’indagine pertanto viene provvisoriamente affidata al vicecommissario Rudi Carrera e alla sua squadra. Carrera, sarà costretto fin dall’inizio a confrontarsi con ingannevoli false piste a vuoto e pressanti richieste di rapide soluzioni di comodo, che gli vengono richieste dall’alto con per parola d’ordine: darsi una mossa e sbrigarsi a risolvere il caso. Ma Carrera che sente puzza di bruciato, non ci sta. Ha già capito che se vuole davvero sbrogliare quella bruttissima storia deve partire dall’arma utilizzata per la strage, non dalle presunte motivazioni del folle gesto, tipo implicazioni politiche e religiose, ma proprio solo dall’arma. Bisogna capire da dove arriva quel Kalashnikov in mano all’assassino. Cosa c’è dietro e come e perché due ragazzi timidi neanche ventenni, siano riusciti ad avere a disposizione un micidiale fucile d’assalto, in perfetto ordine ma con la matricola abrasa? E mentre anche i servizi segreti scendono pesantemente in campo, Carrera con l’innato fiuto che anche i più accesi detrattori gli riconoscono e l’accanimento di chi si sente ai limiti dell’autodistruzione, si impegna e ci mette addirittura la faccia. E sapendo di non avere niente da perdere, riuscirà con la sua testardaggine a scavare nei punti più oscuri ma nevralgici di una società sfrenata e senza scrupoli, arrivando a mettere insieme tutte le fila di chi opera proficuamente nell’ombra senza scrupoli né remore e a scoprire diramazioni e anomalie addirittura inconcepibili. L’indagine lo porterà a confrontarsi con incredibili distorsioni sociali che spaventano, ma lo costringerà anche a muoversi sulla scena al convulso ritmo di una avventurosa pellicola mistery/spystory. Una filmografia ben rappresentata da Clint Estwood al cinema sempre insuperabile cow-boy e poliziotto. Sue poche occasioni di relax, forse. qualche passeggiata di sera nella vecchissima Milano, impregnata di romanità , o meglio con ancora il marchio di capitale di un impero, l’amicizia e il confronto con la saggezza di Raimondo, barbone per scelta, la sua squadra sempre al suo fianco in ogni e qualunque condizione dunque una spinta a insistere e continuare. Ma sempre con quel vuoto, quel mugugno dentro che continua a mordere implacabile e il lancinante senso mancanza di qualcosa ormai chiusa e perduta. Ormai un dannato, senza via d’uscita? O invece da una qualche parte potrebbe ancora esistere una buona favola, ritagliata apposta per lui?
Alessandro Bongiorni, nato a Milano nel 1985, è laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione presso l’università IULM. Ha conseguito anche la laurea magistrale in Televisione, Cinema e New Media, con una tesi su Elmore Leonard. Dal 2008 è giornalista pubblicista e negli ultimi anni ha svolto diversi lavori nel campo dei media. Una voce del panorama giallo noir italiano.
Anche io solo come questo attaccapanni come sono i tavoli, com’è l’asse da stiro. Muri e ringhiere, la poltrona, il camino. Arde il fuoco bruciando l’intero giardino, tutto il prato, i boschi, tutte le primavere.
Non è un libro di ricette, più che altro è un saggio, ben argomentato e di facile lettura, rivolto a quei genitori, ma diciamo a chiunque, vuole rendere l’esperienza dei pasti una cosa piacevole e non una battaglia fonte di stress e preoccupazioni, che ricordiamolo anche esse fanno male alla salute. Mangiare, nutrirsi, con calma e serenità e magari allegria, è più o meno l’aspirazione di tutti, soprattutto quando i più piccoli per comportamenti nostri scorretti potrebbero essere danneggiati. Il rifiuto del cibo, di determinati cibi selettivi, è una cosa naturale, capita, un cibo può non piacere al bambino, ma questo non vieta al genitore di ripresentarglielo nel piatto in un altro momento, servito diversamente, cucinato diversamente. Questi e altri consigli pratici sono contenuti in questo interessante libro che se vogliamo completa Ricette per i bimbi buone per tutta la famiglia – Tante idee per il post svezzamento di Elisa De Filippi già recensito su queste pagine. Mangiare male può provocare obesità o malnutrizione, con gravi danni alla salute e alla qualità della vita, e non tutti sanno che i bambini hanno orologi interni che li avvisano quando è stata raggiunta la sazietà, imparare, o rimparare ad ascoltare il nostro corpo, è uno dei consigli fondamentali di questo interessante libro diviso in sei parti: Bambini che mangiano bene, Una visione a lungo termine, Le più comuni difficoltà nell’alimentazione dei bambini, Come parlare del cibo in famiglia, Come parlare del corpo in famiglia, Come supportare l’autoregolazione. Instaurare un buon rapporto col cibo ci salva dal cadere in diete o comportamenti scorretti che dovrebbero indicarci quando e se abbiamo mangiato abbastanza. Ma il nostro corpo lo sa e naturalmente ci avverte quando qualosa non va. La salute passa dalla tavola ed è importante capire quando scattano i campanelli di allarme che fanno diventare un comportamento un disturbo alimentare. Dietista, ma mamma Ileana Gervasi ha anche una pagina su Instagram e un blog che promuovono la cultura della prevenzione.
ILEANA GERVASI, dietista, dopo la laurea presso l’Università degli Studi di Brescia ha conseguito un master annuale in Alimentazione e dietetica vegetariana e un master in Diagnosi e trattamento dei disturbi alimentari e dell’obesità. Diventare mamma è stato lo stimolo per approfondire le sue conoscenze nell’ambito della nutrizione pediatrica. Sulla sua pagina Instagram (@mamma.insegnami.a.mangiare) e sul suo blog racconta un nuovo modo di intendere l’alimentazione nell’infanzia, promuovendo una cultura della prevenzione in grado di favorire una vita in salute e lo sviluppo di un rapporto equilibrato con il cibo.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Davide dell’Ufficio Stampa.
Torino le cinque e ventisei, l’alba. Il commissario Vincenzo Arcadipane, già protagonista dei precedenti romanzi di Longo, tutti da leggere se non l’avete ancora fatto, viene svegliato dal suo vice Pedrelli. A Clot, borgo sperduto nel cuneese quasi ai confini con la Francia, un uomo è stato trovato morto nella sua Jaguar. Una telefonata anonima dopo le 23 ha segnalato luogo e delitto e poco dopo la macchina con al volante il cadavere è stata avvistata dai carabinieri abbandonata in una radura. Roba da prendere con le pinze, perché pare sia una faccenda che scotta, è fuori sede, non sarebbe di sua competenza ma il dirigente generale ha richiesto la sua presenza e se vuole saperne di più deve darsi una mossa e recarsi in loco… Apprenderà subito dopo l’ arrivo a Clot , “un grumo di case più vecchie che antiche” vegliato a monte da una mastodontica diga, che devono raggiungere Gias Vej e la chiesa con il cimitero. La vittima, che secondo il medico legale Sarace, è stata strangolata con del vecchio filo elettrico tipo piattina, era Terenzio Fuci, ottantasette anni, residente in via del Babuino a Roma, titolare della casa di produzione cinematografica Veronica Film, fratello del politico Amilcare Fuci, eminenza grigia della Democrazia cristiana fino alla morte nel 1988 e tuttora molto ben ammanigliato con il Vaticano. La moglie, arrivata a Clot con lui, è Vera Ladich un’ex famosissima attrice che aveva fatto innamorare un’intera generazione, ribattezzata allora da Godard : Mademoiselle le look, invece è scomparsa. Morta anche lei? Ferita, sperduta per i boschi ? O forse rapita? Ma allora l’ipotesi più probabile sarebbe che sia stata rapita dall’assassino. Bisogna dare il via tutto intorno a ricerche a tappeto e magari cercare di capire meglio perché marito e moglie erano venuti a Clot? Intanto avevano prenotato tutte le stanze dell’unico albergo del paese. Perché? Amore della privacy? Tanto per cominciare Arcadipane appurerà che Clot era il paese d’origine di Vera Ladich (all’anagrafe Anna Mattalia ), dove aveva conosciuto e sposato Fuci. Con l’inchiesta tutta sulle sue spalle, il commissario Arcadipane per tentare di venire a capo di un rebus da paura deve trasferirsi temporaneamente a Clot, tra gente chiusa, cauta e ruvida, la cui esistenza e sopravvivenza paiono indissolubilmente legate all’enorme diga che circonda la valle, stringendola come un cappio. Arcadipane, con in più il carico di Trepet, il suo cane a tre zampe, non riuscendo a trovare in fretta il bandolo della matassa, dovrà chiedere aiuto al vecchio amico, mentore ed ex capo Corso Bramard e all’indisciplinata ma indispensabile agente Isa Mancini, nessuno dei due al massimo di forma perché coinvolti in problemi personali di salute. Ma le brutte sorprese non sono finite perché si scoprirà che anche di un’altra donna, coetanea della Ladich, anch’essa di Clot, si sono prese le tracce… Non sarà una passeggiata arrivare alla verità, nascosta tra le pieghe di segreti antichi e di nuovi egoismi protetti da poteri apparentemente inviolabili. Si dovrà riuscire a scavare a fondo, districando una fitta trama tessuta a piú mani. La vita paga il sabato, edito da Einaudi, è il quarto libro che vede come protagonisti il Commissario Arcadipane e il suo ex capo Corso Bramard. La coppia, collaudata e perfettamente caratterizzata da Davide Longo, questa volta allarga i propri orizzonti territoriali e umani. La Torino di Arcadipane, dolce e amara come i sucai (caramelle gommose con liquerizia), sua insopprimibile droga, stavolta lascia il posto alla rustica diffidenza della montagna piemontese, aspra e poco incline all’utilizzo della parola, cadenzata da propri ritmi, soprattutto se composta da borghi e paesi molto piccoli dove e spesso i cognomi sono tutti uguali. Dove come secondo un ancestrale codice le difficoltà o i problemi si risolvono insieme nella pubblica piazza e tutti sanno tutto degli altri ma l’omertà è d’obbligo. E tuttavia pian piano, Archidipane, costretto a spingersi fino a Roma e a calarsi nella dissolutezza del caos capitolino, riuscirà a decifrare particolari e fatti precisi con radici nel passato , ispirati da personaggi pubblici reali. Intrigo e mistero. Un contesto realistico, per la nuova avventura di Archidipane ma, e si sarebbe dovuto capire subito dall’ambientazione nello sperduto comune di Clot, contrariamente alle apparenze, non reale. Clot non esiste, così come non esiste il vicino comune di Assiglio, Sì, certo, esistono due frazioni Clot, rispettivamente nei comuni di Inversa Pinasca e di Perrero, in provincia di Torino ma non sono quelle descritte da Longo. Anche la chiesa di Clot, quella del romanzo e il suo ciclo di affreschi cinquecenteschi nella realtà non esistono o forse sì, ma in un diverso contesto. Longo scrive: sulla facciata sono disposti “piccoli volti in rilievo dagli occhi ciechi” e, sul lato della chiesa, “due volti, un animale a quattro zampe, un albero e uno stemma”. Chiesa della fantasia quella della Clot di Longo mentre è reale la chiesa di Santa Maria Assunta a Elva, in Valle Maira con i suoi bassorilievi e il suo interno affrescato dal pittore fiammingo Hans Clemer. Ma non con tutti gli elementi descritti da Longo in La vita paga il sabato . Altri però paiono collegare la finzione di Clot alla realtà di Elva. Hans Clemer fu attivo nel Cuneese negli stessi anni in cui sarebbe stata affrescata la chiesa di Clot, “fiammingo” e reduce dalla Francia come Johannes Van Drift nel romanzo, e viene chiamato il Maestro di Elva, così come Johannes è il Maestro di Clot. Inoltre, sia a Elva che a Clot, sotto gli affreschi compaiono delle scritte. Possibile che Longo vi abbia tratto ispirazione anche per i versi in langue d’oc? E anche a Elva, come a Clot, i personaggi locali hanno “strani” cognomi come Dao, Claro, Mattalia, Lunel, Dro.. L’identificazione di Clemer , negli anni Settanta del secolo scorso, come l’anonimo Maestro d’Elva, è stata confermata da un documento contabile del 1494 in cui i membri del comune di Revello (Cn) lo cercano per commissionargli un retablo. La sua attività in zona si colloca tra questa data e la morte, avvenuta attorno al 1511. Il ciclo per la parrocchiale di Elva con la Crocefissione e storie della Vergine è databile agli anni attorno al 1500. Viene da qui la felice creazione di un pittore mai esistito dal nome Johannes Van Drift, ispirato da un vero Clemer che si dice anche fosse di origine piccarda? Attribuendogli, attraverso le memorie dell’allievo del Maestro di Clot, la leggenda del contenuto maledetto del ciclo di affreschi. Iconografia straordinaria che coinvolge e colpisce Bramard spingendolo ad approfondire ogni particolare con Isa Mancini. Niente è caso. Il romanzo di Longo, ambientato in un paesaggio montano dove il clima e le scabrosità del territorio hanno plasmato gente chiusa, solitaria, porta il lettore a non distinguere la finzione dalla realtà. Certo è un mixer geniale quello di tre personaggi tanto diversi ma perfettamente funzionali alla trama come Bramard, Arcadipane e Mancini: Arcadipane, tozzo, sanguigno, con un’intelligenza pratica, “umana”; Bramard, osservatore acuto, riservato e con un’intelligenza ricercata; Mancini, “brigantessa”, solida, sostanziale e con un’intelligenza intuitiva. Bramard, l’ex commissario, che sembra sempre voler sfidare la morte, e invece ha quel lampo di genio che lo tiene sempre più ancorato alla vita. Arcadipane, prima suo collega, ora colui che ha preso il suo posto di commissario di polizia, è un uomo che, vuoi per il lavoro, vuoi per la sua incertezza, si è fatto sfuggire la famiglia, i figli, la moglie di cui era distrattamente innamorato. Ora ha Ariel, psicoterepeuta, forse la cosa migliore che gli poteva capitare, e nell’inchiesta a fianco anche stavolta Isa, poliziotta determinata, iper tecnologica, con un passato problematico ma, in realtà, perfetto elemento di connessione tra Bramard e Arcadipane. Accumunati tuttavia dalla complice e basilare capacità di discernere dietro ogni orizzonte quanto serve: per arrivare alla scoperta che per tutti, o quasi, la vita paga il sabato.
Davide Longo è uno scrittore italiano nato a Carmagnola, che vive a Torino dove insegna scrittura presso la Scuola Holden. Tiene corsi di formazione per gli insegnanti su come utilizzare le tecniche narrative nelle scuole di ogni grado. Tra i suoi romanzi ricordiamo, Un mattino a Irgalem (Marcos y Marcos, 2001), Il mangiatore di pietre (Marcos y Marcos 2004), L’uomo verticale (Fandango, 2010), Maestro Utrecht (NN 2016), Ballata di un amore italiano (Feltrinelli 2011). Nel 2014 ha scritto il primo romanzo della serie che ha come protagonisti Arcadipane-Bramard Il caso Bramard (Feltrinelli 2014, Einaudi 2021), cui è seguito il secondo Le bestie giovani (Feltrinelli 2018, Einaudi) e il terzo Una rabbia semplice (Einaudi 2021).
Seguito di “La strana morte di Mme.Fontaine” torna il tenente Luigi Bianchi ufficiale piemontese al seguito della Missione Internazionale giunta in Cina per liberare le Legazioni e sedare la Rivolta dei Boxer. Al centro di questa nuova indagine ci sarà l’avvelenamento e la morte di un’intera famiglia, padre, madre e due bambine tutti morti a un tè all’aperto estivo. Omicidio, doppio suicidio, incidente… Il tenente Bianchi, ormai di stanza a Huang Tsun, sarà chiamato in tutta fretta a indagare coadiuvato da sua moglie Mei e sarà presente sulla scena del crimine particolarmente inquietante: tutti sembrano dormire il loro ultimo sonno nei loro vaporosi abiti chiari ed estivi. Questo è l’inizio sarà una storia appunto estiva, dopo la tanta neve in “La strana morte di Madame Fontaine“.
Sesta novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.
San Valentino… questa festività è diventata nel mondo simbolo di Amore e di Affetto. Per celebrarla al meglio, un gruppo di autrici ha deciso di mettere insieme tante storie con lo scopo di rappresentare il concetto “Amore” sotto ogni sua forma. Ed è così che potrete immergervi in un’atmosfera candida e rosea, ma anche travagliata e sofferta, perché amare non è sempre facile.
Leggerete di personaggi forti, tenaci, battaglieri ma, allo stesso tempo, fragili, riservati e bisognosi di aiuto. Una girandola di eventi narrati al di là del tempo, dello spazio e, in alcuni casi, anche della classica dimensione “umana”. I generi letterari si mescolano – tra un fantasy e uno storico, un mistery e un romance puro – per dare vita a una raccolta eterogenea che possa incontrare i gusti di tutti i Lettori, ma soprattutto conquistarne dolcemente i cuori.
Ma non finisce qui, poiché si tratta anche di un’iniziativa benefica a favore di bambini sfortunati e in cerca di amore; infatti, tutti i proventi della vendita saranno devoluti all’Associazione Il Primo Abbraccio, di Napoli, affinché non solo i nostri, ma anche i vostri abbracci possano arrivare rapidamente a destinazione.
“Ho capito che, anche perdendo tutto, si può ricominciare da zero”.
Alzi la mano chi non ha mai subito il fascino della cultura giapponese… Un paese, il Giappone, che per usanze e tradizioni ha ancora molto da raccontare, al mondo: un’ottima base, insomma, per l’arte in genere che ha saputo sfruttare al massimo la curiosità che questo paese ha saputo suscitare.
Un esempio è certamente “Come petali nel vento” di Haki Harada, edito da Garzanti e tradotto da Daniela Guarino.
Miho e Maho sono sorelle: la prima lavora per una grande azienda, vive da sola e una coincidenza la spinge a rivedere ciò che credeva certo, nella sua vita. Capisce che ha bisogno di un cambiamento, e per farlo, deve rivedere le sue pratiche di risparmio, le spese giornaliere, i costi fissi, il budget per gli extra. Ha bisogno di pianificare sé stessa, di entrare nel mondo di chi guarda un po’ più in là del presente. Maho ha una figlia e ha smesso di lavorare quando ha deciso di sposarsi. La sua vena “economica”, quell’istinto di sopravvivenza e di ordine che ha imparato nella società di brokeraggio dove ha lavorato, è rimasta viva e attiva: la donna, infatti, ha organizzato spese ed entrate in maniera strutturata e strategica, prendendo spunto anche dagli insegnamenti della nonna Kotoko.
La nonna Kotoko è figlia di un sistema di analisi dei costi e del risparmio che ha applicato e trasmesso alla sua famiglia: il Quaderno per la contabilità della domestica. Il Quaderno è un sistema infallibile, nato nel secolo scorso, e divenuto uno strumento giudicato indispensabile per la programmazione delle spese di una famiglia. Un metodo che ha spiegato alle nipoti, quando erano ragazze, e che ritorna nella loro vita adulta.
Un altro personaggio che si incontra, nel mezzo della narrazione, è Tomoko (mamma delle ragazze e nuora di Kotoko). Inizialmente, questo personaggio potrebbe sembrare marginale, ma nel corso della narrazione acquista un posto strategico: la donna, attraverso la sua vicenda personale, introduce una buona parte dei temi che l’autrice ha raccontato.
“Come petali nel vento” potrebbe sembrare un romanzo al femminile – e in parte lo è -, ma la presenza maschile è indispensabile per comprendere meglio i tanti significati che questo romanzo ha consegnato al lettore. Significati e temi universali, senza confini di stato e senza tempo, pur riuscendo a mantenere il racconto ancorato alla cultura giapponese.
Il primo tra tutti è certamente l’indipendenza economica. Haki Harada ha saputo costruire un’intera trama – non intricata ma lineare e ben strutturata – sull’economia domestica che riguarda tutti, non solo chi ha figli, famiglia, casa di proprietà. Il risparmio sembra essere un metodo da studiare e applicare, e in esso si racchiudono valori e ideali, doti e obiettivi. Un insegnamento eterno che conduce a risultati personali e tangibili; un’arte vera e propria, insomma.
Il secondo tema che emerge, strettamente legato al precedente, è il lavoro. Questo tema si apre come un ventaglio e lascia emergere sottotemi, tutti di particolare interesse: posizione lavorativa, licenziamento, mobbing, ricerca attiva, soddisfazioni e meriti. Il ruolo della donna è un protagonista e viene accompagnato da un bell’excursus nella ricerca del lavoro in età pensionabile e nel long life learning. Non solo. Si evidenzia il ruolo della donna nella famiglia: il senso del dovere, del sacrificio e un pizzico di colpa che, seppur ingiustificato, si presenta puntualmente.
Un ulteriore messaggio che ho trovato rilevante, in questo romanzo, è legato alla sanità. Grazie a nonna Kotoko e mamma Tomoko emerge il tema dell’insicurezza economica, del divario e della preoccupazione che la mancanza di salute genera e che pesa sui risparmi della persona (e della famiglia).
In ultimo, ma non per ordine di importanza, “Come petali nel vento” ci permette uno sguardo sulla sicurezza economica e sociale, sul debito scolastico, sul matrimonio (e l’impegno che questo genera), sui legami familiari e sulla solidarietà tra donne.
Hika Harada ha scelto di affidare la narrazione a una voce onnisciente che, dalla sua posizione, riesce a dar spazio ai tanti personaggi che appaiono e che determinano l’andamento della narrazione; un narratore che, inoltre, ha voluto raccontare il presente mostrando i fatti salienti del passato attraverso dialoghi e brevi ma precise descrizioni.
HIKA HARADA (1970) è nata nella prefettura di Kanagawa, nel sud del Giappone. Dopo la laurea in Lettere moderne, ha lavorato come sceneggiatrice e scrittrice, vincendo numerosi premi. Vive a Tokyo con il marito e la famiglia. Come petali nel vento è stato uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni, diventando un bestseller e rimanendo in classifica per mesi.
Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti e Alice per la disponibilità e la cortesia.
Il professor Corradi, docente universitario di chimica e scienziato di fama mondiale, è stato trovato morto nel suo appartamento per avvelenamento da arsenico. Ma non c’è traccia di lettera d’addio, niente suono di trombe o di campane. Era partito un giovedì notte senza far rumore e tutto attorno a lui gridava al suicidio, a partire dalla casa chiusa dall’interno e dalle serrature che non mostravano segni di scasso. E anche i primi riscontri investigativi paiono confermare quell’ipotesi. Ma perché si sarebbe suicidato? La mancata assegnazione del premio Nobel potrebbe essere il motivo , ma tutti, colleghi, collaboratori, moglie separata con la quale ha sempre mantenuto rapporti civili , amici e conoscenti hanno già categoricamente escluso che Corradi ne avesse fatto un dramma o mostrasse sintomi di depressione. Più semplicemente non ci aveva contato davvero . E anche altre possibili cause quali problemi economici, pene d’amore o malattie incurabili dai primi controlli risulteranno da bocciare in toto . Corradi viaggiava molto, si godeva i lucrosi frutti di contratti di consulenza con aziende , amministrava ricchi finanziamenti europei finalizzati alla ricerca, non si era mai fatto mancare la piacevolezza di amicizie femminili. Un quadro che non combacia certo con la voglia di suicidarsi. E infatti, secondo il commissario Negroni, (l’alcolico bevitore di whisky torbato, fumatore di toscano e raffinata forchetta, eroe e protagonista degli altri libri di Falleti), in quella morte c’è qualcosa che non convince. Primo particolare intanto la finestra spalancata nonostante il gelo notturno, secondo, e di peso, perché diavolo Corradi avrebbe scelto di ammazzarsi con l’arsenico, il più classico veleno da topi. E farlo addirittura ingoiandone una dose esagerata che per di più provoca atroci dolori e peggio. Costringendo il morituro, che so, a piegarsi in due, a contorcersi, mentre invece eccolo là: rilassato comodamente sdraiato in poltrona come una persona che dorme? Gatta ci cova. Insomma secondo il commissario Negroni, c’è ben più di qualche particolare che non quadra e se si vuole dare per acquisita l’ipotesi del suicidio non resta che sollecitare un completo esame tossicologico sul defunto. E anche se il magistrato che, preoccupato dalla cassa di risonanza dei media, non sogna altro di arrivare a chiudere l’inchiesta e nicchia, finalmente gliela darà vinta. E l’esame tossicologico deluciderà come prima cosa che il “suicida” Corradi oltre all’arsenico ha ingoiato una dose da cavallo di benzedrina in grado solo quella di spedirlo all’altro mondo. Faccenda indubbiamente molto, ma molto sospetta, ragion per cui l’ipotesi suicidio va a farsi benedire. Ma quando un giovane giornalista free lance, anche lui dubbioso sul suicidio di Corradi , che nel frattempo aveva portato avanti una sua inchiesta, contattando Negroni e proponendogli addirittura di scambiarsi le informazioni, mentre attraversava sulle strisce pedonali è vittima di un incidente, investito da un auto pirata, rubata poche ore prima, Negroni, accende un toscano, drizza le antenne e si mette in caccia. Scava, scava, comincia ad affiorare un complicato intreccio che vede in pista rivalità accademiche, intrighi e gelosie di amanti, ma anche complicati semifantascientifici brevetti industriali pericolosamente legati a grandi interessi economici di enormi aziende con basi anche in tutta Italia. Tante e ben ammanicate a ogni livello. Con l’indagine che si allarga pericolosamente tra Roma, Napoli e Monaco di Baviera, i morti aumentano a vista d’occhio. Ahinoi! Ma pian piano alcune tessere del puzzle, anche per il prezioso supporto di un collega commissario tedesco ma per metà italiano, che ha ben coltivato ogni anno la lingua passando le vacanze nella campagna toscana, cominciano a incastrarsi : ma il prezioso manoscritto del professore sul quale lavorava da tempo non si trova. Nello scenario sempre più ampio e farraginoso che vede coinvolte grandi lobby industriali strettamente legate a clan camorristici campani, le dimensioni dell’affare si dilatano in lungo e largo, compromettendo anche le teste di persone considerate insospettabili. Emergono qua e là ovunque tracce precise di favoreggiamenti e connivenze, di tradimenti e la tristezza di tanta morti ignorate o annegate nei velenosi gorghi di criminali sabbie mobili. Delitti che in qualche modo devono essere puniti con i colpevoli assicurati alla giustizia. Con il manoscritto perduto ricomparso, gelosamente custodito in una chiavetta, bisogna ingegnarsi a spiegare l’omicidio suicidio di Corradi e trovare le prove concrete di tutte le macchinazioni orchestrate con il suo autorevole avallo ma, anche se sporcizia è ben tutelata dall’omertà, il commissario Negroni non si arrende e, seguendo la labile traccia rimasta, riesce a decifrare la macchinazione di unapremeditata, duplice vendetta. E non solo poi, perché a conti fatti visto che tutto era collegato, diventa persino quasi un gioco da ragazzi infilare un’ardita trappola nel perverso ingranaggio di alterazione e bloccare finalmente il diabolico traffico internazionale.
Dario Falleti è nato a Roma nel novembre 1954 ed è laureato in chimica. Il romanzo d’esordio, La virtù del cerchio, prima avventura del commissario Negroni, è stato finalista al Premio Azzeccagarbugli 2008 e ha vinto il Premio Raffaele Crovi per la migliore opera prima. La seconda avventura del commissario Negroni, Le regole dell’anagramma (Hobby & Work), una spy story con prefazione di Luca Crovi, è stata pubblicata nel 2010. Nel 2011, il racconto I Macellai di Montevideo ha contribuito all’antologia garibaldina Camicie rosse, storie nere (Hobby & Work). Altri racconti sono comparsi in e-book e antologie. Aperitivo all’arsenico a Roma è stato finalista al premio Tedeschi 2018.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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