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:: Alibi di ferro di Tami Hoag (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

28 novembre 2017

alibi di ferroMinneapolis, novembre. Il Crematore sceglie le sue vittime, le cosparge di liquido infiammabile e le brucia. Il suo piacere mentre le osserva morire è immenso. Il suo godimento mentre le ascolta urlare nell’orrore della morte, non ha prezzo. Kate Conlan, avvocato. Bellissima quarantaduenne con un passato nell’Fbi al Centro Nazionale Analisi Crimini Violenti. John Quinn, profiler dell’Fbi. Preparato, attento, affascinante. I due si conoscono molto bene, hanno avuto una relazione in passato e i loro sentimenti sono in sospeso. L’indagine che seguiranno insieme sarà difficile e solcata da piste oscure. Il Crematore ha scelto Jillian, figlia di un famoso miliardario. Di lei nessuna traccia. Solo scene del crimine allucinanti, che provocano nausea e senso di oppressione. Solo il faccia a faccia tra i bravi investigatori e quelli ingolfati nel sistema politico americano. I piani alti insistono per convocare una prima conferenza stampa. Pretendono un identikit del presunto serial killer. Compare una giovane testimone, da proteggere … Un mix letale di azioni e reazioni scatenerà istinto di sopravvivenza e voglia di fermare l’assassino. Quinn è determinato, osserva, valuta e inizia a tracciare un possibile profilo del Crematore. Non è facile, perché potrebbe essere chiunque. L’indagine si trasforma in un testa a testa fra Kate, John e il killer. Tutti controllano tutti, o almeno cercano di farlo. Tutti hanno bisogno di sicurezza, per scacciare i demoni che li soffocano. Tutti soffrono, per quello che hanno vissuto e che non li abbandona mai, nemmeno nei sogni. Si scava nel privato delle vittime, si affrontano le famiglie che reggono un peso enorme sul cuore. Si racconta il silenzio del dolore, rinchiuso in contenitori ermetici. Si parla di amore malato, distorto, colpevole.
Alibi di ferro. Perfetto guscio protettivo per persone insospettabili. Una sfera di cristallo destinata a frantumarsi per mostrare una verità allucinante e perversa, insostenibile, stravolta. Tutto è fuori dagli schemi. Tutto.
Ottimo thriller. Buona lettura.

Tami Hoag vive in Florida ed è autrice di decine di bestseller. I suoi romanzi sono tradotti in più di 30 Paesi e hanno venduto 40 milioni di copie in tutto il mondo. Con la Newton Compton ha pubblicato La ragazza N°9, Indizio N°1Vittima senza nome e Alibi di ferro. Per saperne di più: www.tamihoag.com

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La Giusta Mezura di Flavia Biondi (BAO Publishing 2017)

28 novembre 2017

la giusta mezuraSe a innamorarsi sono capaci tutti, l’arte di coltivare un amore invece richiede impegno e qualità che mettono in gioco davvero gli innamorati a cui nessuno ha insegnato cosa succede dopo il celebre “vissero felici e contenti” delle favole. Di questa arte ci parla La Giusta Mezura, bellissima graphic novel virata al blu di Flavia Biondi, storia di un amore unico, e nello stesso tempo simile a tanti altri, quotidiano, dalle sfumature inaspettate.
Siamo a Bologna, città contemporanea, e nello stesso antica, fatta di chiese, portici, torri, vicoli caratteristici, in cui vivono i due protagonisti Mia e Manuel, trentenni in crisi, che dopo brillanti studi si arrabattano con lavori precari, che credevano provvisori, giusto necessari alla sopravvivenza in attesa di scoprire cosa fare della propria vita, e invece passano gli anni e nessuna vera occasione sembra proporsi.
Vivono in affitto in una stanza in un alloggio per studenti fuori sede, l’anello di congiunzione, il rito di passaggio, tra la vita in famiglia, e la vita autonoma da adulti indipendenti, mettendo da parte quello che possono col sogno di potersi permettere una casa tutta per loro. Ma l’indipendenza economica per molti ragazzi di quella generazione è un sogno, una chimera, un’attesa che logora sogni, aspirazioni, ideali. E nell’attesa anche i grandi amori possono finire stritolati e messi alla prova.
Mia e Manuel sono in crisi, si amano ancora ma incomprensioni, disaccordi, difficoltà minano l’idillio che esisteva ai primi tempi del loro innamoramento. E sarà per colpa di un problema lavorativo, o di un momento di stanchezza, che Mia si trova tra le braccia di un altro, giusto il tempo di un bacio, ma agli occhi della ragazza fatto della consistenza di un vero tradimento.
Tradimento che così sarebbe interpretato soprattutto da Manuel idealista e sognatore, che scrive un romanzo a puntate su internet sull’amore cortese e sogna che un grande editore lo noti e lo pubblichi dando concretezza alle sue aspirazioni di scrittore. E così Mia gli tiene nascosta questa debolezza.
Sarà la causa della loro rottura? Troveranno la strada per attuare i loro sogni, e le loro aspirazioni? Non vi dico altro, lascio a voi il piacere di scoprire come la storia prosegue. La Giusta Mezura, raccontata con delicatezza e ironia, è una storia simile a tante storie d’amore in crisi, nell’Italia di oggi, fatta di crisi economica e disoccupazione, mancanza di prospettive e disillusione. E nello stesso tempo è un analisi di come l’amore muta e si evolve, di come passa dall’euforia dell’innamoramento al giusto equilibrio che gli permette di diventare adulto, di sopravvivere agli ostacoli, alle difficoltà che la vita ci pone.
I dialoghi sono allegri, spigliati, anche pungenti e spiritosi. La vita quotidiana dei due protagonisti acquista una valenza universale e nello steso tempo consueta. Un tocco di sensualità avvolge le tavole più tenere e intimistiche. Ottima la scelta cromatica, che addolcisce la drammaticità del bianco e nero, con un blu rilassante e poetico.
Nel complesso un’ opera pienamente riuscita, che tratta sì temi seri, dall’amicizia, all’identità sessuale (bellissimo il personaggio di Tito), all’amore, all’idealismo, all’ aspirazione alla realizzazione economica e lavorativa, alla paura di diventare adulti con obblighi e responsabilità, alla ricerca di stabilità, ma lo fa in maniera lieve e anche divertente. Formato rilegato. Un regalo perfetto per la propria metà.

Flavia Biondi nasce a Castelfiorentino (FI) nel 1988. Da sempre appassionata di storie che raccontano le vicende del quotidiano lavora ai suoi fumetti tutti incentrati su personaggi all’apparenza modesta ma dal grande cuore. Dopo il diploma artistico e la laurea triennale presso L’accademia di Belle Arti di Bologna in Fumetto e Illustrazione, fonda assieme a sette colleghi “accademici” l’etichetta Manticora Autoproduzioni con cui collabora alla realizzazione di diverse antologie. Con la casa editrice Renbooks pubblica Barba di Perle (2012), L’orgoglio di Leone (2014), L’importante è finire (2015), tre graphic novel a tema LGBT. Nel 2015, per i tipi di Bao Publishing, pubblica il graphic novel La Generazione. Nel 2017 partecipa con una storia breve all’antologia “Melagrana” di Attaccapanni Press.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Chiara dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

:: Dieci anni insieme: Anniversary Giveaway

27 novembre 2017

anniversary

Liberi di scrivere compie 10 anni! Lo so il tempo sembra volato, ma abbiamo percorso insieme un significativo tragitto della nostra vita. In occasione di questo piccolo, ma per noi grande, traguardo ho deciso di organizzare un giveaway speciale a cui possono partecipare solo i blogger che hanno un blog letterario. Lasciate nei commenti il link al vostro blog e stasera, (sarà un giveaway lampo) estrarrò un buono Amazon da 10 Euro e sarete liberi di utilizzarlo a vostra scelta. Happy Tin Anniversary!

Vince il bonus Ilenia Bernardini di
http://www.libriealtridisastri.blogspot.it

:: I migliori consigli di scrittura dagli autori di libri di avventura a cura di Giulietta Iannone

26 novembre 2017

avventura

Credo che i romanzi di avventura stiano vivendo una riscoperta, sarà la crisi, il desiderio di evasione, di scoprire luoghi esotici, tesori, avventure entusiasmanti. Non credo sia solo una letteratura per ragazzi, come molti credono, anche gli adulti amano questo genere. Così ho chiesto ad alcuni scrittori che scrivo romanzi d’avventura quali sono i migliori consigli che darebbero agli autori che vogliono affrontare il genere. Ecco le loro risposte.

Marco Buticchi

Non ho mai creduto esistano ricette per costruire un buon romanzo di avventura. Se fosse vero, sarebbe sufficiente dosare sapientemente gli ingredienti per raggiungere la vetta del successo: ogni venti pagine una scena di sesso scatenato, ogni trenta un morto ammazzato e ogni cinquanta uno resuscitato, e il romanzo è fatto. L’effetto, invece, è quello di uno scritto costruito a tavolino: asettico, privo di forza, personalità e convinzione; senza anima. I primi ad accorgersene sono i lettori.
Sapete quale ritengo sia il segreto principe per una buona stesura? Quello di divertirsi ed essere i primi a stupirci per ciò che accade tra le pagine. Invece di sognare quanti ammalierete con le vostre parole, provate ad affascinare voi stessi con quello che state scrivendo, senza fronzoli e presunzioni. Affrontate ogni parola, ogni riga e ogni pagina con modestia: siete soltanto uno spettatore impotente di fatti che (auguriamoci) vi stanno travolgendo. Se non riuscite a stupire voi stessi, come pensate di tenere incollato un solo lettore alle pagine?
Armarsi di santa modestia – questo il secondo consiglio – non significa non osare: sono le grandi storie a farci sognare. Raramente ci appassioniamo per le vicende di esistenze comuni. Mentre sono le vite fuori dalla norma a scatenare la nostra curiosità.
Curate poi la forma: la lingua italiana è tanto bella quanto difficile. Non infilatevi in inutili virtuosismi lessicali. È già sufficientemente faticoso riuscire a spiegarsi correntemente con termini corretti.
Un romanzo non cresce nottetempo. Deve essere alimentato dal nostro quotidiano e assiduo lavoro. Se non avete voglia di scrivere, fate ricerche, correggete, rileggete. Ma non perdete il ritmo, altrimenti i tempi per finire il lavoro si allungano a dismisura.
Quando rileggete, non fatevi prendere da eccessivi entusiasmi. Siate freddi, critici e inflessibili: se una pagina non suona alle vostre orecchie, raramente potrà diventare sinfonia per quelle del lettore. Allora riscrivete, cambiate, tagliate sino a che non sarete convinti.
Affidate il vostro lavoro a occhi vergini che lo sappiano valutare senza lasciarsi annebbiare dagli affetti (in mancanza di professionisti anche quelli della zia professoressa andranno benissimo). Ascoltate sempre chi ha perso ore a leggervi: i suoi consigli sono comunque preziosi.
Non fidatevi mai di chi vi chiede denaro per pubblicare il vostro sogno: un autore che paga un editore è – diceva l’editore Mario Spagnol – un rapporto contro natura. La rete offre opportunità un tempo impensabili per la stampa di manoscritti: male che vada fate il conto di parenti e amici e regalate loro qualcosa di singolare.
Le case editrici sono quotidianamente sommerse dai manoscritti e raramente hanno il tempo di leggerli. Affidatevi a intermediari professionali per scardinare le roccaforti degli editori. Oppure fate come il sottoscritto: stampate a vostre spese il romanzo, distribuitelo nelle librerie e state a vedere che cosa succede. Se sono rose…
Pensate il meno possibile a platee sconfinate di lettori estasiati: se siete bravi e avete fortuna arriveranno anche quelle. Pensate invece che coronate un sogno e che lasciate una parte di voi per chi verrà. Questo dovrebbe essere sufficiente a sopire le aspettative più ambiziose. Se invece un giorno doveste raggiungere la vetta del successo, fate tesoro di quella modestia che vi ha condotto sino a lassù e, mentre guardate in basso, ricordatevi che l’onda non è facile da cavalcare. Allora non perdete tempo a elogiare voi stessi. Prendete carta e penna e ricominciate a scrivere con la passione di sempre.

Stefano Santarsiere

Un consiglio che rivolgerei a un autore che si accinge a scrivere un romanzo di genere avventuroso è quello, prima di iniziare l’impresa, di ‘sentire’ la storia. Nel senso di concentrarsi sull’idea centrale e verificare se accende l’urgenza di essere esplorata, sviluppata, trasformata in un libro. Deve scatenare un impulso simile all’eccitazione, alla frenesia di un amante impaziente di incontrare la persona amata. Solo così si ha la quasi certezza che l’idea, la storia che intendiamo raccontare, è in sintonia con la parte più profonda di noi.
Dico ‘quasi’ perché non basta avvertire l’urgenza, bisogna che essa resista al tempo. Perciò il mio ulteriore consiglio è: non mettetevi subito davanti al computer. Aspettate. Controllate se l’urgenza sopravvive ai giorni, se si affievolisce o addirittura si rafforza. Passate l’idea al vaglio del vostro senso critico, figuratevi le sfide narrative che comporta e se avete la forza di affrontarle, evocate il vostro editor interiore, quello che sogghigna o alza le spalle con degnazione davanti alle vostre scelte.
Se anche dopo questo setaccio l’idea è ancora lì che reclama la vostra attenzione, allora conviene raccoglierla, sostenerla. E abbracciarla.
Io ho iniziato la stesura de ‘La Mappa della città morta’ dopo un intero anno a fantasticare su questo esploratore morto nella giungla inseguendo un fantasma. Ci ho pensato spesso, a ogni ora del giorno e della notte, fin quando ho dovuto raccoglierne la voce e addentrarmi nella foresta.
Il resto della fatica l’ho affrontata sapendo che ne valeva la pena, almeno per me. Ed è già tanto.

Douglas Preston

The classic adventure novel takes ordinary human beings and puts them in extraordinary situations, where they are pushed to the limits of survival and find resources within themselves to overcome the enormous dangers and challenges they face. This is true of adventure and thriller stories from the Odyssey to King Solomon’s Mines to Treasure Island. The adventure novel explores not only exotic worlds but also human behavior at the extremes. Such novels often touch on the margins of evil—such as murder, war, violence, hatred, greed, and insanity.
But in addition, the great adventure novel, requires additional elements as well. First, you need a vividly realized and evocative setting, often exotic. You need characters who are well rounded and three-dimensional, not purely good or evil but mixed, as all human beings are. And you need good pacing. Pacing is crucial. One way to make sure you have structured your novel with good pacing is to make sure that every chapter advances the plot, no matter what else it does.
Those are the basic elements, in my view, of a great adventure novel. Of course, there are many other elements—surprise, good writing, bringing in the full range of senses, etc.

James Rollins

Becoming a published author basically boils down to a few key actions: Read, Write, Persist.
Read. Read everything in the genre in which you want to write, but don’t limit yourself. Read broadly. The best teacher of writing is a good book.
Write Every Day. Even if it’s only a few paragraphs, set aside some cracks in time to spoil yourself with the luxury of writing. If you write every day and read every day, your own skills will improve constantly. As you write and stumble on a scene or ponder some technique to develop character, you’ll find the answer in the next book you pick up and read. You’ll hear yourself constantly say, “Oh, that’s how you do that!” So let me repeat: The best way to learn to write is simply to read.
Be Persistent. Once you’re happy with your project, chuck that baby out and keep sending it out there until someone notices. Also allow the power of networking to help you: go to conventions, writing conferences, book signings. Talk to authors, agents, publishers. Sometimes this can be the back door into getting your own work noticed.
So there you have it: read every day, write every day, and persist in your dream.

:: Le stroncature danneggiano davvero un libro e di conseguenza un autore?

25 novembre 2017

bny

Credo che ogni blogger o recensore coscienzioso si sia posto questa domanda nel suo percorso lavorativo. Rispondendosi magari che se il libro è davvero pessimo danneggiarlo non è poi quel gran male. Si possono seguire due filosofie: il basta parlarne, (il vero danno per un libro è essere ignorato, scomparire nel nulla) per cui anche la cosiddetta pubblicità negativa è utile per vendere. O è un danno, protesto e cerco di limitare la libertà del recensore, perlomeno spingendolo a non pubblicare una recensione negativa, impossibilitato a fargli cambiare parere e scrivere contro coscienza. Diciamo che le stroncature non piacciono a nessuno, (un po’ centra anche l’ego, la cosiddetta vanità, ma non solo). Parlando da lettore hanno davvero influenzato i miei acquisti, anche le veloci recensioni di Amazon, poco strutturate, argomentate e a volte pure sgrammaticate. Se anche se ce ne sono tante positive, ne basta una negativa a farti venire dubbi. Che le positive siano pilotate? Che l’unica negativa sia scritta davvero da uno con le palle che ha osato dire la verità? Insomma è umano questo meccanismo, anche inconscio. Se capita a me che sono un lettore come dire informato, immagino che capiti anche su grande scala e danneggi realmente le vendite di un autore. Di solito i piccoli, le piccole CE tendono a essere molto combattivi in questi casi, probabilmente perchè riscontrano davvero che una stroncatura o più di una, più o meno autorevole, più o meno ben scritta, faccia calare le proprie vendite. Superando quindi il discorso su come è scritta, se è educata, rispettosa dell’autore e di chi ci ha lavorato a quel libro, se sia scritta con cognizione di causa e per validi motivi (per esempio non essendo influenzati dall’antipatia che può ispirare l’autore, per esempio), a volte si può scegliere davvero di non parlare di un libro, piuttosto che stroncarlo, anche in modo scientifico e inoppugnabile. Sempre naturalmente mettendo in conto che le opinioni sono personali, ciò che vale per me può non valere per un altro, etc… Io personalmente faccio molta fatica a scrivere stroncature, non mi piace parlare di libri che non mi sono piaciuti. A volte non riesco proprio a finirli, per cui il problema recensirlo o meno proprio non si pone. Ricordo il caso delle Cinquanta sfumature di grigio. Solitamente i libri che non mi piacciono li abbandono, quello mi sforzai di leggerlo fino alla fine, ma poi mi rifiutai di parlarne. Proprio non ce lo volevo sul mio blog. Preferisco non parlare di un libro che giudico nocivo. E non perchè tema critiche o rappresaglie. La stroncatura l’avevo pure scritta, ma preferii non renderla pubblica. Ritenendo che anche le stroncature possono generare curiosità.

E voi vi fate condizionare come lettori dalle stroncature? Avete mai non comprato un libro perchè un recensore che giudicate autorevole e competente, che proprio ammirate, ha detto che un libro non vale la pena leggerlo?

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Come ho incontrato i pesci – Ota Pavel (Keller Editore, 2017) a cura di Viviana Filippini

24 novembre 2017

come ho incontrato i pesciTorna, grazie a Keller editore, la scrittura di ricordi e memorie di vita con “Come ho incontrato i pesci” di Ota Pavel. Il libro dello scrittore cecoslovacco è un viaggio dentro all’infanzia del piccolo Ota, dove una delle componenti fondamentali per passare il tempo, e per portare a casa qualcosa da mangiare, era la pesca. Il pescare per la famiglia Pavel era una sorta di mantra e non a caso tra le pagine si scorgono le avventure del narratore che andava a pesca con il padre e con lo zio Prošek, i due migliori pescatori del mondo secondo Pavel scrittore. Anzi, a dire il vero, dalla lettura, si scopre che il vero e indiscusso maestro di pesca è proprio lo zio acquisito, il traghettatore Karel Prošek di Luh Pod Branovem, perhè fu lui ad insegnare l’arte della pesca a Ota e ai suoi fratelli Hugo e Jirka. Lo zio era un uomo con degli enormi baffoni, capace fare tante di quelle cose (pescare, traghettare con il fiume in piena, cucinare, arare, seminare, mungere le mucche, intrecciare il vimini e ridere di gusto) da sembrare agli occhi del narratore una specie di geniale mago. Il libro non è solo pesca, perché la scrittura chiara e limpida di Pavel, grazie anche alla traduzione di Barbara Zane, narra al lettore come si svolgeva la vita lungo il fiume. Nel libro si alternano momenti di gioia a momenti nei quali invece si percepisce l’incombenza oppressiva della Seconda guerra mondiale e del Nazismo. Ed ecco che Pavel senior e anche lo junior (Ota per intenderci) si destreggiavano con impegno a pescare, perché con ad un certo momento, quando il conflitto si fece sempre più vicino, il pescare diventenne per i protagonisti del libro una vera e propria forma di sopravvivenza. Il libro è strutturato in tre parti: Infanzia, Un giovane uomo coraggioso e Ritorni, nelle quali assistiamo alla crescita di Ota Pavel e alle sue avventure di giovane uomo diretto verso la soglia dell’età adulta. A differenza de “La morte dei caprioli belli”, in questo lavoro letterario, nel quale troviamo elencati con precisione tutte le specie di pesce che lo scrittore era abituato a pescare, si affacciano le prime e drammatiche avvisaglie di quella malattia mentale (la schizofrenia) che colpì Otto Popper, a tutti noto come Ota Pavel. Il libro pubblicato da Keller – l’ultimo scritto da Pavel e uscito postumo nel 1974- ci porta ancora di più dentro alla vita di un uomo che, grazie alla scrittura, riuscì a lasciarci la testimonianza di quella che fu la sua infanzia, dells ricerca – a tratti spasmodica- della libertà e della pace, in un mondo dove le vite della gente di Buštehrad sembrano, ancora oggi, una dimensione magica dentro ad un globo afflitto dal conflitto bellico. Alla fine del libro ci son tre racconti “Il grande vagabondo delle acque” e “Pesciolini secchi”, pubblicati per la prima volta nel 1980 e “La caccia all’aspio predatore”, uscito su rivista (Kmen) nel 1983. Come ho incontrato i pesci di Ota Pavel è un libro importante, che fa sorridere e commuovere, che permette a Pavel di fare memoria delle sua vita e rende noi lettori partecipi del cammino di crescita – non sempre facile- di un uomo.

Ota Pavel era nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga.
Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz.  Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli e Come ho incontrato i pesci, editi entrambi da Keller.

Source: libro del recensore.

:: Un’ intervista con Gilly Macmillan

24 novembre 2017

Era il mio migliore amicoSalve signora Macmillan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta sul mio blog. Ci parli di lei. Chi è Gilly Macmillan? Punti di forza e di debolezza.

Ciao! Grazie per avermi invitato sul tuo blog. Tra i punti di forza la persistenza, l’attenzione ai dettagli e l’immaginazione. Tra i punti di debolezza la procrastinazione, l’impazienza e una vera smodata passione per il ciocolato!

Raccontaci qualcosa delle tue origini, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una città del Regno Unito che si chiama Swindon con i miei genitori, un fratello, una sorella, cani e gatti. Durante i miei studi ero appassionata di molte materie ma la cosa che amavo di più era l’arte, specialmente lo studio della letteratura. Mi laureai in storia dell’arte quando andai all’Università e sono fermamente convinta ora – sebbene non ne ero consapevole a quel tempo – che la storia dell’arte mi ha insegnato come scrivere dato che trascorsi praticamente cinque anni imparando come tradurre in parole ciò che vedevo.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Sono stata una appassionata lettrice da quando posso ricordare. Non penso di aver trascorso un giorno della mia vita senza che abbia letto un libro. C’è stato un momento nella mia vita quando i miei figli hanno iniziato la scuola e non avevo un lavoro e pensavo perché non provare a vedere se potevo io stessa scrivere fiction? Ho pensato che sarebbe stato bellissimo se ci fossi riuscita, ma non avevo tutta quella fiducia. Fu una sfida che proposi a me stessa.

Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Credo che un buon scrittore necessita di empatia e comprensione della natura umana, per prima cosa, perché il nostro lavoro è proprio portare il lettore nella mente delle altre persone. Un buon scrittore deve anche essere un buon osservatore e un buon ascoltatore così che possa creare un mondo in cui il lettore possa credere. E per fare questo, per prima cosa deve osservare.

Sono già usciti in Italia i libri 9 giorni e La ragazza perfetta. Ora è uscito Odd Child Out, il tuo mystery d’esordio, con il titolo Era il mio migliore amico. Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a scrivere il romanzo? Che tipo di ricerca è stata necessaria?

Il punto di partenza per me è stato la scena all’inizio del libro. E ‘stata la prima cosa a cui ho pensato e penso che il titolo italiano renda bene il concetto di quale sia il tema centrale del romanzo. Stavo pensando di scrivere una storia sull’amicizia e mi chiedevo come sarebbe stato se un evento misterioso ma traumatico avesse lasciato due migliori amici in una situazione in cui uno di loro non può parlare di quello che è successo – in questo caso perché è in coma – e dove l’altro non ne parla, anche se il lettore non sa perché. Vivo a Bristol, dove è ambientato il libro, e la conosco molto bene, quindi la più grande sfida che ho avuto in termini di ricerca è stata quella di cercare di rendere giustizia ai miei personaggi che hanno viaggiato dalla Somalia per crearsi una nuova vita nel Regno Unito. Ho fatto molte letture e ricerche online per cercare di ottenere questo effetto. Ero particolarmente interessata a trovare resoconti in prima persona dell’esperienza dei rifugiati, e ho anche visitato un centro per rifugiati a Bristol. Ho fatto molte ricerche sulla storia della Somalia, quindi il mio resoconto del background della famiglia Mahad, e in particolare le ragioni della loro fuga dalla Somalia, potrebbe essere davvero veritiero.

Il tuo romanzo parla di legami familiari e dell’amicizia tra un ragazzo inglese e un ragazzo immigrato di origine somala. Come hai sviluppato questi temi?

Ho sempre amato le storie di amicizia, e penso che tra di esse le più interessanti siano quelle in cui gli amici provengono da contesti differenti. Volevo che i ragazzi del mio libro fossero adolescenti perché l’amicizia tra adolescenti può essere particolarmente intensa. Una volta stabilita l’identità dei due amici che sono al centro del romanzo, mi sono interessata alle loro famiglie, a come l’evento che coinvolge entrambi i ragazzi all’inizio del romanzo avrebbe avuto un impatto e un coinvolgimento su di loro, così come sui ragazzi. I rifugiati e l’immigrazione sono un argomento politico così importante e con una retorica così radicale e spesso negativa, che volevo davvero raccontare una storia molto personale come contrasto.

Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Ci ho messo 18 mesi, che è più di quello che avevo pianificato. Solitamente scrivo un libro in un anno. L’argomento delicato al centro del romanzo mi ha spinto a trascorrere più tempo di quanto solitamente faccia di solito sia nel raccontare la storia che nello sviluppare i personaggi. Alla fine spero di aver raccontato la storia con empatia. Se il lettore percepisce questo, allora il tempo extra trascorso sul libro varrà oro.

Parlaci dei personaggi principali.

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due ragazzi di quindici anni, uno il migliore amico dell’altro. Noah è un ragazzo bianco, è nato e cresciuto a Bristol. La sua famiglia è economicamente molto benestante. Noah non è del tutto privilegiato, però, perché ha sofferto di cancro a fasi alterne da quando era un ragazzino. Abdi è nato durante il viaggio fatto dalla sua famiglia dalla Somalia in Europa, mentre fuggivano dalla violenza della guerra civile somala. I ragazzi si incontrano in una scuola privata in cui Noah la frequenta poiché suo padre è andato lì, mentre Abdi la frequenta perché ha vinto una borsa di studio. Sono inizialmente attratti l’un dall’altro perché ognuno si sente diverso dagli altri ragazzi e la loro amicizia si sviluppa da questo. Entrambi sono intelligenti, entrambi vogliono fare bene e per entrambi i ragazzi la famiglia è estremamente importante.

Cosa ti è piaciuto di più durante la stesura del libro?

Adoravo creare un thriller con al centro un’amicizia e ho amato tessere tutti i segreti, le storie e le tensioni delle famiglie dei ragazzi. Anche l’opportunità di apprendere in dettaglio cose su un’altra cultura attraverso la mia ricerca è stata sorprendente. Il 99% di ciò che ho letto non è incluso nel libro, ma è stato affascinante conoscere la Somalia e la sua storia.

Ci sono progetti cinematografici in vista? Se Hollywood decidesse di farne un film, chi vedresti bene nelle parti di Noah, Abdi e del detective Clemo?

Non ancora, ma sarebbe fantastico se succedesse un giorno! Per la parte di Clemo ci vedrei bene Andrew Scott o Rafe Spall. Noah e Abdi sono così giovani che amerei vedere recitate le loro parti da attori anche sconosciuti e pronti a cogliere l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico.

Era il mio migliore amico ha ricevuto il plauso dei blogger, delle riviste letterarie, dei giornali, degli altri scrittori, tra le altre cose, come tutti i tuoi romanzi. Credi nel potere del passaparola?

Ci credo, probabilmente perché amo quando qualcuno mi raccomanda un libro. Sono sempre molto grata per le parole positive spese per un mio libro, da chiunque provengano. Quando scelgo un libro spesso vado a vedere cosa i recensori e i blogger ne hanno scritto. E’ una cosa bellissima se leggi recensioni positive ed è anche fantastico se anche i lettori l’ hanno accolto positivamente. Il passaparola può essere molto potente e non conosco un singolo scrittore che non sia grato di scoprire che un suo libro sia stato raccomandato a qualcuno.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono alcuni dei tuoi scrittori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato la tua scrittura?

Sono stata influenzata soprattutto da James Lee Burke, i cui gialli di Detective Robicheaux mi hanno mostrato che potevo scrivere trame elettrizzanti e personaggi che esplodevano letteralmente dalla pagina e combinarli con uno straordinario senso dei paesaggi e della scrittura che può essere brutale ma anche a volte intensamente lirica. Anche la serie del Detective Rebus di Ian Rankin mi ha influenzato, così come i libri di Linwood Barclay. Leggo molto e sono influenzata da molti stili di scrittura e generi diversi. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Gabriel Garcia Marquez, P.D. James e Ruth Rendell. Ma ce ne sono molti altri…

Cosa stai leggendo in questo momento? Puoi consigliarci alcuni thriller inglesi scritti da donne?

Sto leggendo The Trouble with Goats and Sheep di Joanna Cannon. E’ un mystery ambientato durante l’ondata di caldo che abbiamo avuto nel 1976 in Inghilterra. Non è tanto un thriller piuttosto è una storia di crescita raccontata da una ragazza, ma ha anche un mistero al centro di tutto. Per i thriller inglesi di autori femminili consiglierei qualsiasi cosa di Sophie Hannah, Tana French o Robert Galbraith (che suona come un nome maschile, ma è, ovviamente, il nome d’arte dei thriller di J.K. Rowling).

I due migliori consigli che daresti agli scrittori di thriller

  • (i) Alla fine di ogni pagina che scrivi, chiediti quanto segue e rispondi onestamente: se stavo leggendo questo libro, vorrei girare la pagina? Se la risposta è “no” o “non sono sicuro”, devi riconsiderare ciò che hai fatto.
  • (ii) Tieni i nervi saldi. Ci vuole molto tempo e molte revisioni per scrivere un buon thriller. Devi essere concentrato.

Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li adoro! È un tale piacere e un privilegio incontrare lettori, librai, giornalisti ed editori di tutto il mondo. A volte le differenze linguistiche o culturali possono portare ad alcune domande divertenti durante le intervista, ma penso che sarebbe sbagliato da parte mia darti qualche dettaglio! La sfida più grande è quella di affrontare un volo molto lungo, in un fuso orario molto diverso, e apparire qualche ora dopo, fresca e pronta per discutere del tuo lavoro in modo intelligente!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Al momento non ci sono piani per farlo, ma se dovessi essere invitata, sarei lì in un lampo! Amo l’Italia e ho trascorso molte vacanze esplorando il tuo bellissimo paese.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Ho appena terminato la prima bozza del mio quarto libro e attualmente sto lavorando alle modifiche. Si chiama Time to Tell ed è la storia di un uomo di nome Cody Swift che torna a Bristol dopo una lunga assenza per intervistare l’assassinio ventitreenne dei suoi due migliori amici per un podcast. Il podcast è presente per tutto il libro. Sentiamo anche la storia del detective coinvolto nell’inchiesta originale. Ha anche un caso in corso che può o non può far luce sul passato. L’ultimo pezzo del puzzle viene dalla storia della madre di uno dei ragazzi assassinati. Ho adorato scrivere questo libro e sono entusiasta di condividerlo con i lettori il prossimo anno!

:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!

:: Casamia di Francesca Varagona

24 novembre 2017

LilliLiliana ha passato la cinquantina e il quintale di peso.
La incontro nello spogliatoio di un centro medico dove si reca un paio di volte alla settimana per le sue sedute di idrokinesiterapia.
Ha gli occhi larghi e arriva con anticipo. Si siede sulla panca e legge. Le piace non fare aspettare, dice, e riprende la lettura. Legge. Legge sempre.
Lilli è straniera, viene da un paese dei Balcani sconvolto dalla guerra solo qualche anno prima. Ha problemi alla schiena, attende un’operazione. Pesa troppo e lo sa, ma non si è risparmiata. Racconta la sua vita alla giovane terapeuta senza enfasi, con calma e determinazione. È separata.
“Anche tu?” le domanda la giovane fisioterapista con il rossetto brillante e gli occhi mesti che medita di lasciare l’Italia in cerca di un guadagno migliore, forse di un nuovo amore.
“Da sette anni”, racconta Lilli con orgoglio.
L’intera sua vita passata si snoda durante la seduta, mentre esercita la schiena e i muscoli intorpiditi con l’aiuto delle manopole e del tubo galleggiante. La racconta con una voce piana, dal leggero accento slavo. Sposata a vent’anni, con un uomo insensibile. Due figlie. Lavoro. Lavoro. Lavoro e poi la catastrofe. La guerra. Il sovvertimento di ogni certezza. La fuga sotto l’Alto Patronato per i Rifugiati Politici delle Nazioni Unite. La vita di un’esule che ricomincia da zero.
Cambia nel fisico, Lilli, “nella corporatura”, come dice lei con il suo italiano curato, sorprendente sulla bocca di un’operaia straniera. Cambia nelle scelte. L’uomo, il marito – “ex” come precisa con una punta d’orgoglio, adesso – accumula debiti su debiti. Vende la loro casa in patria, quello che rimane delle loro poche cose, al suo paese non ha più nessuno.
E ricomincia. Prima accanto a lui: bussa alla porta di amici italiani.
Il suo primo colloquio di lavoro, dieci anni prima, in un’azienda dell’Appennino, sono due frasi.
“Quando sei nata?”
“Hai voglia di lavorare?”
Subito assunta. Ma lui, il suo ex, è contrario. La ingiuria.
“Sei impresentabile”.
La denigra, soprattutto in presenza di altri.
“Non vali niente”.
“Se vuoi lavorare devi fare prima tutti i servizi di casa – le intima. E il pane fresco. Tutte le settimane. Tutte le domeniche”. Un pane nero e aspro.
Lei, dura, resiste. Lavora in fabbrica. Si spacca la schiena. E lava e pulisce e stira. E tutte le domeniche impasta e cuoce il pane che lui non vuole comprare. Va avanti sei mesi, poi lui capitola: “Va bene, è meglio se lo compriamo”. Lilli non ha tentennamenti né lacrime. Sono passati sette anni da quando è sola.
La volta che era andata dal giudice per la separazione, lui l’aveva intimorita:
“Non ti do niente, non avrai niente. Non ti do un soldo, se vuoi stare da sola”.
Non fa una piega. Rinuncia a tutto.
Il giudice la ferma: “Signora, è sicura?”
Lilli è decisa, è un caterpillar: “Voglio firmare”.
La prima cosa che ha fatto, dopo essere entrata a casa da sola, ha comprato uno zerbino. C’è scritto “Casa mia”.
Ha sopportato di tutto. Le umiliazioni. Gli scorni. I tradimenti. Il suo ex si è messo con la madre di un compagno di scuola della figlia minore.
La ragazzina si voleva suicidare.
“L’ho salvata per i capelli”. Lo dice con l’amore e l’orgoglio di una donna che ha visto il peggio.
“Ieri ho saldato l’ultima rata dell’ultimo debito”.
Sono libera, dicono i suoi occhi vispi, il viso pacioso; la sua schiena malandata, ma non spezzata, dritta.
“Mi operano tra tre mesi”.
“E’ un intervento molto costoso?”, s’informa gentile la fisioterapista.
“Ce la farò. Se non mi curo non posso lavorare. Lavorerò di nuovo. Darò un futuro alle mie figlie.
Se ce l’ho fatta finora, con quello che ho visto, posso resistere ancora”.
Nello spogliatoio, al termine della seduta, mentre si riveste mi confida: “Adesso mi aspettano tre quarti d’ora in corriera; tutti i benefici della terapia sfumano così. Quando arrivo a casa ho più male di prima”.
Ma non importa.
Non devo più cuocere il pane della mia terra. Non devo più rendere conto a un uomo che mi ha buttata via quando non ero più piacente. Posso pulirmi le scarpe impolverate sullo zerbino e chiudere la porta di casa.
“Casa mia”.

(settembre 2013)

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: La maschilista ero io di Sara Giangreco – Un progetto in crowdpublishing

24 novembre 2017

Parliamo oggi di Bookabook, casa editrice in crowdfunding, con Sara Giangreco autrice di un romanzo dal titolo La maschilista ero io che affiderà la pubblicazione proprio a questa casa editrice. Che cos’è Bookabook? Come gli si propongono i libri? Come avviene la selezione? Come sono organizzate le campagne? Ho fatto alcune domande a Sara e lei gentilmente mi ha risposto.

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Benvenuta Sara sul mio blog e grazie di aver accettato di rispondere ad alcune domande per spiegare meglio nei dettagli il progetto. Per prima cosa parlaci di te, raccontaci la tua esperienza di autrice.

Grazie Giulietta per l’opportunità di far conoscere la mia modesta storia. Sono principalmente una mamma, al momento purtroppo disoccupata.
Ho studiato in un liceo linguistico – umanistico che mi ha dato un’impronta letteraria e mi ha fatto appassionare alla scrittura e alla filosofia, alla cultura in generale, soprattutto quella che parla dell’animo umano, delle persone. Ho frequentato qualche corso di scrittura creativa all’epoca e i miei racconti sono sempre piaciuti, ovviamente questo è stato uno stimolo per approfondire.
Terminato il liceo, dopo il diploma, ho scoperto di aspettare un bambino e successivamente, dopo 15 mesi dalla nascita del primo, una bambina.
La mia passione ha avuto uno stop, il mio matrimonio non andava bene e facevo fatica a gestire tutto così giovane.
Per molti anni non ho più pensato alla scrittura, fino a che mi sono resa conto che dovevo riprendere in mano la penna, o meglio, la tastiera.
Avevo tante cose da dire, da condividere e quindi due anni fa ho creato il mio blog http://www.nowaytobeme.com, dove racconto episodi della mia vita, dei miei figli, parlo di attualità e del mondo che ci circonda con ironia e sarcasmo, ma a volte anche con la giusta serietà.
Un giorno ho avuto un’illuminazione, ho trovato un filo conduttore tra alcuni post pubblicati e ho deciso di raccoglierli in un libro, di fare un tentativo per vedere se fossi in grado di scriverne uno.
In un primo momento ho optato per l’autopubblicazione, poi ho siglato un contratto con la casa editrice Cavinato Editore International che ad oggi distribuisce il mio libro “Nowaytobeme – Un libro semplice per una vita complessa” sui più importanti store on line in formato digitale. Direi che come primo tentativo è andato bene.
Adesso il mio secondo lavoro, un romanzo, è attualmente on line in una campagna crowdpublishing, s’intitola “La maschilista ero io”.

Raccontaci qualcosa sul tuo libro, come si intitola, come è nata l’idea di scriverlo?

Il mio nuovo lavoro, un romanzo, si intitola “La maschilista ero io”. E’ stato un libro difficile da scrivere perché per la prima volta mi sono dovuta immedesimare in situazioni delicate e ripercorrere alcune brutte emozioni vissute anche da me.
Beatrice, la protagonista, racconta in prima persona la sua vita non facile e piena di delusioni, causate principalmente dall’influenza negativa degli uomini che ne hanno fatto parte. Questa giovane e carina ragazza deve affrontare una gravidanza inaspettata, che deve condividere con uomo che non ama più, un uomo possessivo e che la fa sentire inutile.
Termina il liceo piena di ambizioni – sopra tutte diventare una scrittrice – che quest’uomo, Marco, cerca di sminuire e distruggere, facendo vacillare la fiducia che aveva in sé stessa.
Da qui inizia la sua avventura, piena di sofferenza, autocritica, tanto che Beatrice si rende conto di essere talmente schiava della cultura “maschiocentrica” da diventarne complice, da accettarla inconsciamente per avere un po’ di quiete, di essere lei la più grande maschilista.
Vive grandi amori, amicizie, si autoboicotta, si dispera, si rialza e cade di nuovo. Vive attanagliata nei sensi di colpa, nella vergogna e nella paura di fallire.
E’ una storia tutto sommato comune purtroppo, che molte donne hanno vissuto; molto passionale e critica.
Non volevo affrontare l’argomento con un punto di vista prettamente “femminista”, ma volevo fare un’analisi spietata di come molte donne finiscano in catene senza nemmeno accorgersene, di come il maschilismo sia talmente radicato che spesso siamo proprio noi a perpetrarlo, a tenerlo in vita. Vorrei che il lettore e la lettrice, attraverso le emozioni di Beatrice, trovino la consapevolezza delle proprie azioni, vedano quello che c’è al di là di ciò che sembra normale, ma non lo è, ovvero la violenza psicologica, ma anche monetaria, che spesso noi donne subiamo senza nemmeno rendercene conto.

Ora parlaci della casa editrice con cui lo pubblicherai e della forma di crowdfunding che organizza. Conoscevi già queste forme di finanziamento, che precisiamo non è un crowdfunding puro, insomma il lettore prenota solo in anticipo l’acqusito del libro che poi sarà pubblicato come succede in tutte le case editrici, giusto?

Siccome sembra che le cose semplici mi stiano lontane, ho deciso di inviare il mio manoscritto alla casa editrice Bookabook, che ha un nuovo concetto della pubblicazione, che si chiama “crowdpublishing”, per cui sono sostanzialmente i lettori a decidere quale libro venga pubblicato e quale no. Non conoscevo questo tipo di editoria prima, ma ti spiego meglio: Il materiale inviato viene visionato due volte dagli editor e valutato per scrittura, contenuto e qualità. Se passa queste due selezione, viene organizzata una campagna crowdfunding sul loro sito, gestita da loro, che però non è una vera e propria raccolta fondi, in quanto il lettore pre-ordina il libro, in pratica lo acquista. Il goal da raggiungere è di 200 pre-vendite, se si centra l’obiettivo il libro verrà pubblicato e distribuito da Messaggerie Libri (il più grande distributore di editoria italiano) nelle librerie e negli store on line in formato cartaceo e e-book. Quindi insomma, ne vale la pena.
Al momento il mio romanzo è in fase di crowdfunding.
Lo staff di Bookabook segue l’autore passo passo, è estremamente disponibile e presente. Se il romanzo raggiunge l’obiettivo prefisso nella campagna crowdfunding la casa editrice mette a disposizione anche un ufficio marketing per ottimizzare le vendite dopo la pubblicazione.
Ho scelto questa strada per testarmi e anche perché le garanzie a contratto sono decisamente maggiori rispetto a quelle proposte da altre case editrici, che per ovvie ragioni non scommettono moltissimo sugli autori emergenti.

A che punto siete, hai riscosso un buon interesse?

Sono passati 13 giorni dall’inizio della campagna e ho già raggiunto il 27% dell’obiettivo, direi che è un ottimo risultato.
Certo, per un’autrice emergente e fondamentalmente sconosciuta, raggiungere 200 lettori senza avere un prodotto in mano, materiale, da toccare e visionare, non è semplice. Terminati amici e parenti è necessario crearsi un pubblico, cosa che spero di riuscire a fare, anche grazie a te e a chi come te ama la lettura e scoprire nuovi nomi.
Inoltre il tema del maschilismo è diventato mainstream oggi dopo il caso Weinstein e spero di dare un contributo con il mio romanzo anche alle associazioni che si occupano di abusi e violenza sulle donne, come Non una di meno, Se non ora quando e molte altre, a sradicare questa mentalità per cui la donna deve sacrificarsi, per cui un insulto, una frase sgradita a sfondo sessuale, uno schiaffo, sono in fondo cose sopportabili per non disturbare labili equilibri famigliari o lavorativi. Per me tutto questo deve finire e spero attraverso “La maschilista ero io”, nel mio piccolo, di aiutare donne e uomini a raggiungere l’autoconsapevolezza, sperando che prendano la forza di cambiare e di rispettare sé stessi e gli altri, onorando anche chi ci ha provato, ma non c’è riuscito.
Grazie infinite per l’interesse e spero di aver stimolato i lettori a sostenermi nella campagna. Per me questo libro è davvero importante e vorrei poterlo stringere fisicamente tra le mani alla fine di questo percorso!

Bene è tutto. Vi ho incuriosito? Volete aiutare questa giovane autrice? Partecipate prenotando il suo libro! Un caro saluto a tutti.

:: La vita sociale dei cani di Elizabeth Marshall Thomas (Longanesi 2001) a cura di Marcello Caccialanza

24 novembre 2017

la vita sociale dei caniIl cane è per costume l’amico più fedele dell’uomo, perché ama incondizionatamente, senza pretendere nulla in cambio! C’è chi afferma, a ragion veduta, che abbia coscienza di sé e chi, invece, per partito preso, lo nega spudoratamente.
Elizabeth Marshall Thomas, autrice di questo coinvolgente e sentito testo narrativo “La vita sociale dei cani” è pienamente convinta che questo sia un animale che possieda, niente di meno, che l’innata capacità di leggere i pensieri dei propri simili e di conseguenza anche i nostri. E proprio in queste pagine, che si leggono tutte d’un fiato, ha voluto, lei stessa, farsi un’idea su ciò che i nostri amici a quattro zampe pensano, vivendo a stretto contatto con l’uomo. Ossia ha cercato, avvalendosi di veri e propri studi comportamentali, fatti sul campo, di intuire la loro visione del mondo, per comprenderne le loro aspirazioni sociali.
Questa pubblicazione nasce come costola e logica conseguenza di un’opera precedente, dal titolo “Vita segreta dei cani”, in cui l’autrice, ci ha accompagnato in quel viaggio surreale, utile a svelare un mondo affascinante, dove gli stessi cani hanno una sorta di profondo desiderio intimo, quello di stare con i propri simili, per apprenderne i comportamenti, nella cieca obbedienza alle leggi del branco medesimo.
In questo testo, però, Elizabeth Marshall Thomas va oltre, perché porta la sua analisi ad un livello superiore. Descrive infatti la vita che i nostri animali domestici accettano di condurre con i propri padroni e con altri animali di diversa specie. Si parlerà così di acquisizione di nuovi usi e costumi.
Il lettore avrà, in questo modo, la ghiotta occasione di assistere, con i propri occhi, alla vita della stessa autrice e della sua famiglia allargata, composta dal marito Steve, dai suoi numerosi cani, gatti e pappagalli; una vita di certo non noiosa ed alquanto esilarante.
Nicholas Dodman, autore del “Cane che amava troppo dice in merito a questo testo

Ricco di storie divertenti e toccanti: un libro per chiunque voglia capire in quale modo i cani si adattano a vivere con gli esseri umani.

Elizabeth Marshall Thomas è un’etologa dilettante, autrice del saggio Warrior Herdsmen e di The Harmless People ( sulla tribù africana dei !Kung) e di alcuni romanzi, tra cui La luna delle renne e Una stella all’orizzonte (disponibili in edizione TEA).
Il saggio La vita segreta dei cani, apparso in questa stessa collana nel 1994, ha ripetuto in Italia il travolgente successo di pubblico che aveva registrato in America e uguale accoglienza è stata riservata a La tribù della tigre.

Source: libro del recensore.

:: Selma Dabbagh in Italia

23 novembre 2017

Dabbagh_PisaSelma Dabbagh, scrittrice anglo-palestinese, autrice di Fuori da Gaza, sarà nuovamente in Italia per un nuovo giro di incontri. Ecco gli appuntamenti:

24 Novembre a Cagliari Festival Internazionale Nues, alle ore 10,00 alla MEM Mediateca del Mediterraneo (via Mameli, 164), parteciperà all’incontro Femminile multiculturale con Sumia Sukkar(autrice del libro “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”) e la sceneggiatrice Francesca Ceci, modera l’incontro la giornalista Federica Ginesu. Sempre il 24 Novembre a Cagliari alle ore 18,00 presso il teatro Ts’E (via Quintino Sella) parteciperà all’incontro Europa_Oltre con Sumia Sukkar e Rodaan al Galidi (L’autistico e il piccione viaggiatore), tre autori della collana Altriarabi Migrante. Nel corso dell’evento Giacomo Casti leggerà alcuni brani dei libri presentati. Modera Chiarastella Campanelli (il Sirente).

Sabato 25 Novembre Selma Dabbagh presenterà il suo libro a Roma presso la Libreria Griot (via di Santa Cecilia, 1a)

Domenica 26 Novembre presso il circolo Arci Sparwasser (via del Pigneto, 215 Roma) con Monica Usai (Libera contro le Mafie) Riccardo Noury (Amnesty International)

Lunedì 27 Novembre ore 15,30 presso la Sala del Consiglio del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma Tre modera il prof. Gennaro Gervasio, introduce la prof. Anna Bozzo.

Per finire sempre lunedì 27 Novembre alle ore 18,30 Selma Dabbagh presenterà il suo libro presso il Mondadori Bookstore di via Appia Nuova, 56 (Roma) con Anna Maria Giordano (Radio Rai 3), letture a cura dell’attore Filippo Carozzo, traduce Fouad Rouehia.