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:: Il sospettato di Georges Simenon (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

5 marzo 2019

simenonGeorges Simenon è uno scrittore che non finirà mai di stupirmi. In ogni suo romanzo, e per fortuna ne ha scritti tanti, mette sempre a segno un colpo fatale che ha a che fare con la genialità.
Simenon, infatti, è uno dei più geniali autori del Novecento.
Adelphi, che continua a pubblicare le sue opere, in questi giorni manda in libreria Il sospettato, libro del 1938. Non lo avevo mai letto. Questo è uno di quei romanzi perfetti che solo la penna di un genio della letteratura poteva partorire.
Pierre Chave è un anarchico gentile che rifiuta la violenza perché il terrorismo come metodo di lotta politica non porta da nessuna parte.
Lui vive in Belgio e non può tornare in Francia, dove è ricercato per diserzione.
Viene a sapere che alcuni suoi compagni a Parigi stanno preparando un attentato. Per evitare una strage egli decide di tornare in Francia. Attraversa illegalmente la frontiera con la consapevolezza che la sua impresa sarà una corsa contro il tempo per evitare che una bomba scoppi nella periferia di Parigi.
Non vuole che in nome del suo ideale venga versato sangue innocente, ci sono altri mezzi per condurre la lotta politica.
Simenon con un ritmo incalzante segue le tracce del suo protagonista su cui pesano i sospetti della polizia e dei suoi stessi compagni che pensano di essere stati traditi e venduti.
Ma Pierre vuole solo evitare uno spargimento di sangue e si mette alla ricerca disperata del suo amico Robert, che è stato incaricato di piazzare la bomba.
Il sospettato è un romanzo avvincente che sembra scritto per questi nostri giorni in cui la violenza con la sua scia di sangue prevale sulla ragione e sulle idee.
La corsa contro il tempo di Pierre coinvolge il lettore che seguirà le sue vicende con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. La tensione in questo libro è molto alta e Simenon si conferma un grande e inarrivabile genio della scrittura.
André Gide ha scritto che Il sospettato è un romanzo à bout de souffle, uno dei pochi di Simenon in cui il protagonista agisce dall’inizio alla fine «spinto da una volontà ferrea».
Un romanzo perfetto di un genio che non smetteremo mai di leggere e amare.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Un’intervista con Sara D’Amario a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2019

1Benvenuta Sara su Liberi di Scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei a presentarti ai nostri lettori, magari molti ti conoscono in veste d’attrice, ma da ormai dieci anni sei anche scrittrice. Prometto che non ti chiederò se ami più scrivere o recitare. Parlaci invece della tua infanzia (sei piemontese?), dei tuoi studi, del tuo mondo prima di dedicarti alla scrittura.

Grazie per avermi invitata a questo “incontro” su Liberi di scrivere!
Sono nata a Moncalieri da Mamma piemontese e Papà abruzzese. Ho passato l’infanzia giocando e studiando, mi è piaciuta. Ho frequentato un liceo linguistico sperimentale, prima di entrare alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, diretta da Luca Ronconi. Da lì è iniziata la mia carriera come attrice. Mi sono laureata in Drammaturgia all’università di Torino qualche anno dopo.
Il mio mondo, prima di dedicarmi alla scrittura erano le tournée teatrali. Si viaggia tanto ma si ha tempo per leggere, per studiare, per scrivere.

Hai esordito con Nitro per Baldini Castaldi Dalai, poi hai pubblicato Un cuore XXL e Kikka per Fanucci. Ora è la volta di Magnetic un Young Adult per LeggerEditore. Vorrei premettere che non sei una scrittrice improvvisata, hai alle spalle preparazione e ottime letture. Mi incuriosiva sapere quanto ti ha aiutato il rigore e la disciplina di una scuola d’arte e di vita come è la recitazione nel tuo lavoro di scrittrice?

Scrivere e recitare sono due veri mestieri, completamente diversi, ma è vero che richiedono entrambi una grande disciplina.
Io sono sempre stata molto determinata e non ho mai avuto paura di fare fatica per raggiungere gli obiettivi per me importanti: questi due aspetti mi hanno allenata alla disciplina.

Ho partecipato alla tua recente presentazione al Circolo del Lettori di Torino, il giorno di San Valentino, (ti presentava Fabrizio Fulio-Bragoni e tuo marito François-Xavier Frantz credo abbia scattato alcune foto se non proprio registrato l’incontro) beh sono rimasta affascinata, ti dirò non leggo molti Young Adult, il tuo mi ha incuriosito sia per le tematiche e che per la serietà con cui affronti la letteratura per ragazzi. Come ti regoli per non ferire la sensibilità dei tuoi giovani lettori, cercando anzi anche di trasmettere insegnamenti eticamente positivi?

Mi regolo stando attentissima a cosa scrivo e a come lo scrivo. Bilancio parole e emozioni pensando a cosa delle giovani menti e dei giovani cuori possono sopportare, cosa li può colpire senza ferirli e cosa non devono incontrare o scoprire prima del tempo. Ognuno ha il suo, bisogna rispettarlo. Alcuni lettori adulti, per esempio, mi hanno scritto che avrebbero voluto leggere un amore fisico tra Arlo e Tessa. Io l’ho descritto come un amore immenso e sensuale e ineluttabile ma non sarebbe stato corretto andare oltre, sarebbe stato facile ma eticamente non mi sembra giusto. Preferisco rispettare la sensibilità e la maturità delle mie lettrici e dei miei lettori, soprattutto se giovanissimi.

“Magnetic” è innanzitutto una storia d’amore, tra due ragazzi Tessa e Arlo, ma parla anche del pericolo delle droghe sintetiche, della difficoltà dei periodi di riabilitazione, della sperimentazione scientifica senza regole (dove il limite tra volontari e cavie umane è molto labile), dell’elettromagnetismo e dell’elettrosensibilità. Temi seri, ammetterai abbastanza insoliti in un romanzo YA. Non hai avuto paura di, come dire, allontanarti troppo dai temi standard di questo tipo di letteratura?

Non ho avuto paura. Sono uscita dai temi standard, rinunciando ad una “cornice rassicurante”, per essere libera di scrivere la storia che veramente mi interessava raccontare. È giusto che i lettori, giovani e adulti, siano informati su alcuni temi di cui si parla troppo poco: gli effetti delle droghe sintetiche e l’elettrosensibilità, una delle patologie del futuro.
Avvicinandosi a questi temi attraverso un romanzo, la serietà degli argomenti non diminuisce ma si evitano le difficoltà tecniche: in Magnetic gli aspetti scientifici sono accessibili, comprensibili a tutti.
Ho parlato anche di un amore grandissimo, delle sue possibili dimensioni, dei luoghi segreti in cui ognuno di noi lo custodisce.

L’elettromagnetismo, già in auge nella Londra vittoriana, attualmente nella nostra società ipertecnologica, iperconenssa, è un tema poco dibattuto. Ogni tanto qualche ricercatore timidamente dice qualcosa in merito al pericolo delle onde emesse da cellulari, computer, tablet, ma poi passa tutto sotto silenzio. Sicuramente hai fatto ricerche approfondite durante la stesura del libro, c’è davvero da avere paura? Dovremmo tutti andare in giro con tute di Shungite nel prossimo futuro?

Non bisogna avere paura, bisogna agire. Conoscere un potenziale nemico ci permette di difenderci o almeno di proteggerci. Con piccoli accorgimenti possiamo iniziare a proteggerci almeno nelle nostre case, può aiutarci a scegliere come utilizzare la tecnologia e quanto.
La consapevolezza comune alla popolazione serve poi per chiedere ai governi di adottare misure per non essere esposti ai grandi rischi che ci aspettano dietro l’angolo, con l’avvento del G5 per esempio.

Quando non leggi libri per le ricerche dei tuoi libri, cosa ami leggere? C’è un libro che consiglieresti ai nostri lettori?

Sono una lettrice onnivora e curiosa. Saltello tra gli autori e i generi con grande piacere. Un libro che consiglio è “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami,

A marzo sarai a teatro con un monologo scritto e recitato da te dal titolo XXn Sfumature di donne di Scienza, mise en espace di François-Xavier Frantz. Ce ne vuoi parlare? Ci ricordi le tappe?

È un viaggio nel tempo, dal tono leggero e divertente, in compagnia di venti scienziate che hanno rivoluzionato il mondo della matematica, della fisica, dell’astronomia, della chimica, della filosofia, dell’informatica…
Dall’attrice e inventrice Hedy Lamarr, passando attraverso Ipazia, Sophie Germain, il periodo delle “streghe” e quello delle prime donne laureate o insegnanti, dal fascino dell’atomo, alle implicazioni etiche delle “forbici” del DNA… per arrivare ai Nobel 2018.
Le scienziate, le loro famiglie, i loro studi, la loro curiosità, la loro tenacia: tante vite, tante storie, tante scoperte.
Lo spettacolo si propone come un mezzo per mettere in luce la presenza e l’attività concreta e fondamentale delle donne nel mondo scientifico.
Questo viaggio non segue un ordine cronologico, ho creato collegamenti più inaspettati, curiosi e divertenti della vita di una ventina di scienziate, a partire dal IV secolo a.C., fino alle donne premi Nobel del 2018.
Il tono non è mai polemico o discriminatorio nei confronti degli uomini, in virtù di un messaggio più ampio e positivo di cui lo spettacolo è promotore: la differenza tra donne e uomini va assunta come un valore e non come motivo di scontro, di paura, di violenza.
Per questa ragione, nell’arco della rappresentazione cito citati padri, mariti, colleghi, insegnanti che hanno saputo superare le abitudini mentali della loro epoca e abbattere i pregiudizi rispetto alle capacità scientifiche delle donne, per sostenerle e riconoscerne i talenti e i meriti. Questo non vuol dire che la Storia sia stata edulcorata o epurata dagli episodi negativi, alcuni vengono menzionati proprio con l’intento di dissipare ogni eventuale dubbio che si tratti della “normalità”.
Il secondo grande messaggio di cui il monologo Sfumature di Donne di Scienza si fa promotore riguarda proprio il pregiudizio che spesso, ancora oggi, etichetta le ragazze come poco dotate o poco interessate alle materie scientifiche e in particolare alle scienze “dure”, la matematica, la fisica, la chimica. Questo pregiudizio è ancora presente, a volte nelle bambine e ragazze stesse.
In risposta a questo problema, ho strutturato il racconto in modo da evidenziare, in tutti modi, la necessità e la possibilità di liberarsi da una forma mentale, da un’abitudine sbagliata e penalizzante, che non ha natura biologica, ma solo sociale e culturale.
Il linguaggio è semplice e la recitazione condotta in modo divertente: i termini tecnici e scientifici sono resi accessibili ad un pubblico diversificato, per età e livello culturale, per creare un momento di intrattenimento che sappia tradurre in modo accattivante la grande importanza della dimensione umana e scientifica di donne spesso ancora nell’ombra, ma che tanto hanno fatto e fanno per il progresso.
L’obiettivo è offrire uno spettacolo informativo e divulgativo ma sempre leggero e divertente, capace di unire gli spettatori di ogni età in un momento di forte condivisione, di arricchimento culturale e personale, di stimolo della curiosità di ciascuno e di interrogazione sulla propria posizione rispetto alla figura della donna nella società, in particolare nell’ambito scientifico, poiché oggi la scienza incide su molti aspetti della nostra vita, del nostro presente, del nostro futuro.

Le prossime tappe sono:
7 marzo ore 21, Teatro La Sirena a Francavilla al Mare (Pescara), in chiusura del Festival della Scienza (ingresso libero);
8 marzo ore 21 al Teatro Fonderie Limone, Moncalieri (Torino) ingresso libero;
9 marzo ore 21 Palafeste di Coazze.

Nuovi progetti letterari. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva?

So dove sono Arlo e Tessa, quindi forse lo scriverò!
Sto già scrivendo una commedia poliziesca, protagonista una donna, buffa e intelligente.

:: Il respiro della marea di Jean Failler a cura di Federica Belleri

4 marzo 2019

teaProtagonista giovane e intraprendente di questa serie di gialli, è l’Ispettore di polizia Mary Lester. La cittadina bretone dove sta facendo tirocinio è piuttosto tranquilla. Il commissariato è diffidente nei suoi confronti e i colleghi la osservano sorridendo o lisciandosi i baffi …
Mary non si lascia intimidire e fin da subito si mostra curiosa e determinata. Quando il corpo di un senzatetto viene ritrovato a riva, Mary è convinta di potersene occupare senza grossi problemi. Ne troverà invece molti, a cominciare dai modi  scontrosi del suo superiore, che le consiglierà di lasciar perdere. Dopotutto, lei è solo una tirocinante.
La bellezza di questo giallo sta nell’atmosfera della Bretagna, nell’odore del mare, nella quotidianità sempre identica. Si respirano le abitudini, la lentezza delle indagini, che si scontrano con la vivacità di Mary, appena uscita dalla Scuola di Polizia. Lei vuole vivere un caso a pieno titolo, non vuole rimanere chiusa a marcire in un ufficio.
La bellezza di questo libro sta anche negli occhi attenti dell’Ispettore Lester a cogliere aspetti particolari e, tra un battibecco e una telefonata dalla cabina telefonica, la lettura scorre e gli indizi si susseguono fino all’epilogo.
Immagini d’altri tempi, in grado di catturare il lettore. Una vicenda complessa ma molto semplice, in realtà,  che Mary Lester saprà gestire con professionalità e il giusto tono di delicatezza, quando richiesto.
La nuova indagine di Mary Lester è in libreria a partire dal mese di marzo 2019 e si intitola “Le ombre del collegio”.
Buona lettura.

Fonte : acquisto personale

:: Lame di pioggia di Massimo Padua (EBS Print 2018) a cura di Federica Belleri

25 febbraio 2019

1Ritorna Massimo Padua con un libro dalle tonalità forti del nero. La trama è legata alle sensazioni in contrasto provate da Davide quando scopre che la moglie Letizia sta per partorire il loro piccolo Samuele. È un intreccio perfetto fra passato e presente. È un passaggio dalla vita alla morte, e viceversa. È una corsa contro il tempo, per sorprenderlo alle spalle e afferrarlo. È il pericolo generato dall’inconscio. Questo romanzo breve ha un’intensità che spaventa e ferisce, ma è necessaria. Dove sta il problema in questa storia, dove si nasconde il disagio? Chi è il vero protagonista?
Chi fatica a riconoscere se stesso, chi viaggia cercando di scansare i ricordi, finché questi non gli presentano il conto. Chi si costruisce una realtà parallela, convincendosi che vada tutto bene.
Lame di pioggia trafigge il cuore, è ricco di suggestioni e presagi. È legato alla pioggia e al mare, in modo quasi ossessivo. È un gradino nel buio che ci impedisce di aprire la porta del nostro vissuto e, inciampando, ci fa schiantare a terra. È l’orrore inaspettato che si cela dietro a occhi innocenti. È l’illusione quasi paranoica di chi vuole negare ciò che è evidente a tutti. È una chiacchierata con chi ha sofferto e non c’è più …
Bellissimo, ve lo consiglio. Buona lettura.

Fonte: acquisto personale.

:: Scrittori ai fornelli: Laura Costantini & Loredana Falcone & I bucatini all’amatriciana di Loredana

25 febbraio 2019

rossoviolento coverOggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Laura Costantini & Loredana Falcone, autrici di Rosso violento.

Gli abbiamo chiesto chi delle due fosse la maga dei fornelli e ci hanno risposto:

“Houston, abbiamo un problema”

Ovvero, la chef nel duo scrittorio FalconeCostantini è Loredana Falcone, meglio nota ai lettori come la metà oscura. Lei scrive – benissimo – e cucina – divinamente – ma non chiedetele – mai – di apparire.
Quindi, quando le ho riferito che saremmo state ospiti della rubrica Scrittori ai fornelli di LiberidiScrivere ha borbottato: “Io ti spiego la ricetta, ma foto neanche a parlarne.”

Dopo aver appurato questo, veniamo alla ricetta:

Comunque, la ricetta che vi proponiamo è legata, anche se in senso lato, alla nostra trilogia “Noir a colori” di cui è uscito il primo volume. “Rosso violento” è il titolo e non si riferisce al colore del sugo all’amatriciana. Però. Tra i protagonisti c’è Valerio Greyford, detective dell’unità Vittime Speciali di Chicago. Non lasciatevi trarre in inganno dal cognome anglosassone. Valerio, Val per gli amici, è italiano. Per la precisione i suoi genitori sono di Frascati e la ridente cittadina dei Castelli Romani sarà protagonista del secondo volume, in uscita a fine marzo, intitolato “Verde profondo”.

Dunque è la ricetta preferita del vostro protagonista?

Valerio non avrebbe bisogno di prenderle per la gola, le sue conquiste, ma si diletta di cucina italiana e ama in modo particolare la pasta (che italiano sarebbe, altrimenti?). Quindi la sua ricetta è anche una delle preferite della mia socia. I bucatini all’amatriciana di Loredana sfiorano la leggenda e molti nostri amici ambiscono a un invito a cena che la veda alle prese con bucatini e guanciale rosolato. Per inciso il guanciale (da non confondere mai con la pancetta) è uno dei punti di forza della norcineria frascatana.

Ingredienti (per 4 persone):

2 etti di guanciale o pancetta tesa tagliata a dadini (Valerio inorridirebbe sull’alternativa pancetta, sappiatelo)
1 barattolo di pomodori pelati da 800 grammi
1/2 Cipolla
Olio extra vergine d’oliva
Peperoncino
Sale & pepe
500 grammi di bucatini
Pecorino romano o, in alternativa, parmigiano reggiano (altro gemito di orrore da parte di Valerio)

Preparazione:

In un tegame a fondo alto mettere l’olio, il guanciale, la cipolla tagliata sottile e un pezzetto di peperoncino. Lasciare ammorbidire e aggiungere il pomodoro pelato precedentemente schiacciato con la forchetta in un piatto. Salare e pepare leggermente.
Coprire con un coperchio avendo cura di lasciare uno spiraglio per permettere al vapore di uscire e al sugo di restringersi. Lasciare cuocere a fuoco lento.
Portare a ebollizione l’acqua precedentemente salata, calare i bucatini e controllare che rimangano ben al dente.
Versare il sugo in un’insalatiera capiente, unire la pasta, spolverar di formaggio e servire caldi.

Quarta di copertina di Rosso violento:

Un rossetto dalla tonalità intensa, pregiato, di marca. In una ventosa e indifferente Chicago, nessuno riesce a spiegarsi cosa ci faccia un rossetto così sulle labbra ormai mute di una serie di cadaveri. Cadaveri di uomini sottoposti ad atroci sevizie. Uomini che alla morte si sono consegnati perché sottomessi dalla promessa di una bocca tinta di rosso. Un rosso violento…
Loredana Falcone e Laura Costantini sono un duo scrittorio e questo è il primo romanzo della loro trilogia “noir a colori” con il marchio FalconeCostantini.

:: Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (Edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

25 febbraio 2019

1Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Il suo Corpo si confronta e si scontra con il piccolo Corpo uscito da lei, i suoi seni lo nutrono, i suoi pianti la annullano. Cosa prova per suo Figlio, cosa vuole per il suo futuro? Ma soprattutto, cosa desidera per sé e solamente per sé questa donna? Quali sono i suoi bisogni quando la sua mente fa troppo rumore e si sente annullata?
Corpo a Corpo sbatte il lettore al muro, lo inchioda alle responsabilità genitoriali. Lo catapulta nell’egoismo necessario per sopravvivere, nel disagio delle fragilità, nella paura di non poter controllare tutto. Intanto la vita scorre in centocinquantasei pagine, questa madre evolve e si accascia su se stessa e questo bambino, che si chiama Arturo, cresce. Ottimo editing, ottima trama, ottima lettura.

Silvia Ranfagni insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome University of Fine Arts. Ha lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone e Ozpetek. Corpo a corpo è il suo primo romanzo. Come tanti mammiferi, ha anche prodotto vita, un’impresa estenuante.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Il ritorno e altre prose di Thomas Wolfe a cura di Francesco Cappellini (Via del Vento Edizioni) a cura di Daniela Distefano

22 febbraio 2019

THOMAS WOLFE 1Questo piccolo opuscolo – curato da Francesco Cappellini – racchiude tre prose inedite in Italia dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe (1900-1938) il cui tono e intimista, penetrante, rapsodico, lunare, avrebbe influenzato, qualche anno dopo, tutto il movimento legato alla beat-generation. Nel 2016, gli fu dedicato persino un film – “Genius” del regista Michael Grandage. Thomas Clayton Wolfe raggiunse il successo editoriale nel 1929 dopo l’incontro con Maxwell Perkins, scopritore di talenti quali Hemingway e Scott Fitzgerald. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione dalla quale uscirono i romanzi più famosi di Wolfe, che morì troppo giovane per adagiarsi sugli allori del suo genio. Ecco cosa scrisse nel primo di questi brevi racconti:

“Sette anni lontano da casa, e ora sono tornato. Che c’è da dire? Il tempo passa e mette un cappio alla discussione. C’è troppo da dire; c’è così tanto da dire che deve essere detto; c’è così tanto da dire che non sarà mai detto: lo diciamo nella solitudine appassionata della gioventù, o delle diecimila notti di assenza e poi ritorno. Ma alla fine, la risposta a tutto è che tutto è tempo e silenzio, basta; dopo non rimane più nulla da dire”. IL RITORNO

THOMAS WOLFE 2Le altre due storie “La giustizia è cieca” e “Prologo all’America” compendiano il virtuosismo di uno scrittore che riporta la trama nel mondo dei fatti bizzarri e registra i flussi di coscienza tra le montagne russe di una visione astrale.

“Perché dappertutto, in mezzo a queste tenebre immortali che attraversano la terra, c’è stato qualcosa che si muoveva nella notte, e qualcosa che si agitava nel cuore degli uomini, e qualcosa che piangeva nelle grandiose profezie di quelle lingue mute, di quel sangue selvaggio rimasto inespresso. Dove andremo ora? Che faremo? Il blu grigiastro del mattino tra gli scoscesi pendii, accelerazione del tempo nei passi svelti, fino alle vette di mezzogiorno; quotidiano e incessante il traffico furioso sulle strade affollate; ora e per sempre, a tirar su edifici oltre la cresta della marea che monta di questi tempi; sospese nel cielo contro il cristallo di questo blu così fragile, zanzariere che sbattono, dalle griglie in acciaio, l’ottuso rumore ritmico dei macchinari”.

Questa raccolta costituisce il prologo di una produzione che ha preannunciato una poetica d’oro. Non c’è un “purtroppo” ma solo un “destino”: Thomas Wolfe è stato il gigante con il cervello che era una miniera di immagini luminose e parole incisive, perforanti la nostra mente, il nostro pensare. Ha detto tutto quello che aveva da dire e da tacere, poi se ne è andato senza avere nemmeno quarant’anni, troppo o troppo poco per comprendere il perché della Vita.

Thomas Wolfe nacque il 3 ottobre 1900 ad Asheville, città turistica della Carolina del Nord. La famiglia si spostò di frequente nei suoi primi anni di vita, contribuendo allo spaesamento e al senso di inadeguatezza del piccolo Thomas, segnato peraltro dalla morte per tifo del fratello Grover. Iscritto presso le scuole pubbliche, Wolfe ebbe la fortuna di incontrare ottimi insegnanti e di appassionarsi velocemente alla letteratura, avvicinandosi alle opere di Walter Scott, Dickens, Stevenson, Allan Poe e molti altri. Dopo il diploma, Thomas Wolfe cominciò a frequentare la North Carolina University, dove inizialmente ebbe a scontrarsi con i pregiudizi e l’ostilità dei compagni, avversi alle sue origini provinciali e alle sue stranezze fisiche (il giovane misurava più di due metri d’altezza). La sua situazione migliorò l’anno seguente, quando iniziò a distinguersi scrivendo per il giornale della scuola, il Tar Heel Magazine, su cui comparve un suo componimento dedicato alla Grande Guerra. Lo stesso anno segnò un nuovo lutto nella vita del giovane scrittore, che perse il fratello Ben, cui era fortemente legato e di lì a poco, dopo aver ottenuto dai genitori il permesso di frequentare un anno ad Harvard, un’altra tragedia colpì la sua famiglia con la morte del padre. Nel frattempo il suo talento andava sviluppandosi, soprattutto nella drammaturgia, ma quando diede alle stampe Welcome to our city, una pièce autobiografica ambientata ad «Altamont» trovò di fronte a sé una forte opposizione da parte della classe editrice. Sconfortato, accettò un posto come insegnante alla New York University e lì rimase per sei anni. Nel 1924 affrontò per la prima volta un viaggio nel vecchio continente: visitò Inghilterra, Francia e Italia, e durante il viaggio di ritorno conobbe il suo grande amore, Aline Bernstein, sposata e di venti anni più grande di lui. Fu in questo periodo che Wolfe cominciò a stendere O lost, portato a termine solo nel 1928 e per il quale l’autore ebbe molto a lavorare per trovare una casa editrice, infine individuata nella newyorchese Scribner’s Sons. Una fortuna non da poco, considerando che tra gli impiegati figurava Maxwell Perkins, curatore di Hemingway e Scott Fitzgerald. Lo stesso Perkins propose al giovane Wolfe di lavorare alle sue opere, e gli suggerì alcune modifiche strutturali al romanzo presentato, nonché la sostituzione del titolo con Angelo, guarda il passato, sulla scorta del poema di Milton. Il romanzo fu un successo e spinse Wolfe a lavorare duramente alla scrittura. Per ovviare alle distrazioni mondane della Grande Mela, lo scrittore si trasferì a Brooklyn e interruppe la relazione con Aline. Tuttavia, tutte le bozze presentate non convinsero Perkins, che le rigettò puntualmente, fino a proporgli nel 1933 di stendere il seguito di Angelo, guarda il passato. Thomas Wolfe accolse l’idea e stese un’epopea in più volumi sul modello de Alla ricerca del tempo perduto dal titolo The October fair.Ancora una volta, Perkins non ne fu entusiasta e operò tagli drastici, fino a ridurre l’opera monumentale a un solo volume, cui diede il nome di Il fiume e il tempo. Wolfe poi decise di tornare in Germania. Correva l’anno 1936, e il Terzo Reich ospitava le Olimpiadi. Il clima di oppressione, di violenza, che le strade tedesche sperimentavano spinse Wolfe a scrivere una storia ispirata al regime nazista intitolata Have a thing to tell you. Pur continuando la sua attività di scrittore con grande regolarità, Wolfe non diede mai più nulla alle stampe, accontentandosi di raccogliere manoscritti, pubblicati postumi: The web and the rock, You can’t go home again e A western journal. Quest’ultimo romanzo in particolare fu steso a partire dall’esperienza dei suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti intrapresi nel 1938 e, sfortunatamente, rivelatisi fatali. Nel corso di una delle sue avventure contrasse, infatti, l’influenza bevendo del whiskey con un vagabondo, ma il virus andò a peggiorare una tubercolosi cerebrale latente che lo condusse nel giro di un mese alla morte. Il suo stile è stato da molti definito “romantico” per gli estremi emotivi cui va incontro, in parte mutuati anche dalla sua vicinanza a letterature più europee. Il risultato è un andamento unico ed estremamente variegato, capace di scivolare dal regime torrentizio dello stream of consciousness all’asciuttezza dell’asserzione scientifica passando per l’opulenza di un dettato barocco. A seconda della stima che di lui ebbero critici e lettori, la sua opera è stata variamente descritta come tediosa, pesante ed eccessivamente focalizzata sul sé o come intensamente introspettiva, con notevoli picchi poetici. In Italia, le sue opere cominciarono a essere tradotte non prima degli anni Cinquanta, e comunque con una scarsa sistematicità.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento Edizioni”.

:: Dalla parte del bene di Martin Fahrner (Keller editore, 2018) a cura di Viviana Filippini

19 febbraio 2019

uno“Dalla parte del bene” è un viaggio nella vita di un uomo, nei suoi ricordi d’infanzia in un piccolo paese al confine con la Polonia. Un località piazzata lì sul valico tra due montagne, dove la vita scorre in modo pacifico, lontana da ogni paura e preoccupazione. Non a caso, per il protagonista e per chi è nato al paesello, fondamentali come indice della crescita sono i passaggi di mezzo a due pedali. Dal triciclo quando si è piccoli piccoli, passando per una Pionýr, nella speranza di avere una Eska, una bicicletta alla quale tutti mirano, perché la si trova in tanti colori e con le marce. In realtà, queste sono le tappe intermedie per l’arrivo all’età adulta, perché il traguardo finale, quello che sancisce l’ingresso nell’età adulta e che in pochi hanno il privilegio di avere è lei: la Favorit. A raccontare la storia c’è un bambino, il figlio del capitano delle squadra di calcio del Kostelec. Pagina dopo pagina, la voce narrate cresce diventando adulta e, nell’arco di tempo che trascorre (circa una ventina di anni), chi narra ci porta nella vita di un uomo (il padre) che ha sperimentato sulla sua propria pelle, esperienze di vita che hanno lasciato segni indelebili. Dall’essere un grande calciatore di successo osannato da tutti, al dover fare i conti con problemi fisici che costringeranno l’uomo ad attaccare gli scarpini da calcio al chiodo e trovare un altro lavoro per mantenere la famiglia. Vita quotidiana, fatta di lavoro, di affetti e anche di piccole incomprensioni familiari sulle quali gravano, nel 1968, le tensioni della Primavera di Praga e, nel 1989, un ulteriore cambiamento: la caduta del muro di Berlino. In “Dalla parte del bene” di Fahrner però l’io narrante, quel bambino che cresce diventando un uomo, espone anche il proprio vissuto personale tra sport amati (la bicicletta) e tenuti a distanza (anche se è figlio di un calciatore il narratore non ama il gioco del calcio). E non solo, perché il figlio dell’ex capitano del Kostelec adora il teatro, lo studia, ci lavora e in barba a tutte le difficoltà fa ogni singola cosa con passione, fino all’incontro con la donna amata. Tra i ricordi, accanto alle imprese del padre ex calciatore, ma sempre eroe, si innestano la nascita dei due figli della voce protagonista e il suo rimettersi in gioco come artigiano con un forno per cuocere ceramiche. In “Dalla parte del bene”, Martin Fahrner, come Ota Pavel, con uno stile ricco di ironia e sentimento si rivela uno dei migliori esponenti della letteratura ceca. Uno scrittore che scava nei meandri della memoria, ripescando i ricordi del e dal passato personale, per intrecciarli con i fatti storici della propria terra d’origine. Il tutto per modellare, pagina dopo pagina, una narrazione nella quale si rendono straordinaria la quotidianità di una famiglia e la sua capacità di non abbattersi mai e di reinventarsi sempre nel corso del tempo. Traduzione dal ceco Laura Angeloni.

Martin Fahrner è nato nel 1964. È laureato alla Facoltà di Scienze dell’educazione di Ústí nad Labem e alla Facoltà di teatro di Praga (DAMU). Ha lavorato come drammaturgo, addetto agli impianti di riscaldamento, vasaio, guida turistica. Ora è scrittore, traduttore e autore di spettacoli teatrali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e allo staff dell’ufficio stampa.

:: Scrittori ai fornelli: Franco Forte & la Crostata di Valentina

18 febbraio 2019

Cover Romolo con ombra trasp

Oggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Franco Forte, giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale, autore – assieme a Guido Anselmi – del romanzo storico Romolo. Il primo re da poco in libreria, un romanzo a tinte forti che narra le mitiche origini di Roma.

Gli abbiamo chiesto una ricetta a cui fosse particolarmente legato e ci ha risposto:

Non essendo un grande esperto di cucina, men che meno un “cuoco” o qualcosa che possa andarci vicino, me la caverò con una ricetta appresa da mia figlia Valentina, che ha un grande talento per la pasticceria (e la sta studiando a livello professionale) e mi ha insegnato a farmi da solo il mio dolce preferito, ovvero la crostata. Ma non con una ricetta qualsiasi, bensì con le stesse modalità della lavorazione da pasticceria, che rendono tutto molto più gustoso. Dopo qualche tentativo andato a vuoto (a me ce ne sono voluti un bel po’, purtroppo) garantisco che sfornerete delle crostate eccellenti dal vostro forno, che non avranno nulla da invidiare a quelle in vendita nelle migliori pasticcerie.

Le premesse sembrano ottime, chi non sogna di fare almeno un dolce per le occasioni davvero speciali, ricordo che mio padre pur essendo cuoco faceva pochissimi dolci, (le professioni legate alla preparazione di cibi sono molto settoriali) tra cui proprio le crostate alla frutta, ci sarebbe piaciuta anche una ricetta dei tempi di Romolo e Remo ma ci ha spiegato che:

Certo, questa ricetta c’entra ben poco con i tempi descritti nel mio ultimo romanzo, “Romolo – Il primo re” (Mondadori), che tratta della fondazione di Roma e si svolte quasi 3000 anni fa, ma del resto a quei tempi c’era ben poco da mettere sotto i denti, e tutto quello che si riusciva a recuperare (cacciando, pescando, coltivando o… razziando) lo si divorava senza preoccuparsi di preparare manicaretti o di impiattare come a una puntata di Masterchef. La lotta per la sopravvivenza, nel Lazio arcaico che io e Guido Anselmi (coautore del libro) descriviamo, era feroce e spietata, e la fame era una costante di quell’epoca, capace di affliggere le persone e spingerle a lottare fino alla morte pur di poter mettere le mani su qualcosa di commestibile.

E invece la crostata è un dolce che sembra facile prepararlo, tuttavia si presta a mille usi, dalla colazione alla mattina, a fine pasto, al tè delle cinque:

La mia crostata è un dolce un po’ più tranquillo, da godersi in casa con la famiglia, senza bande di predoni che possano arrivare a importunarci.

Davvero, davvero ai tempi di Romolo e Remo non c’erano prelibatezze simili? Franco ci ha detto:

Sono sicuro che se qualcuno fosse riuscito a prepararne una anche nel 770 avanti Cristo, quando inizia la storia di Romolo e Remo che raccontiamo nel libro… be’, altro che scatenare una guerra, ci sarebbe stato un genocidio, pur di metterci le mani sopra!

E se non ci credete ecco Franco in cucina!

Franco Forte in cucina BASSA

Ingredienti

250g di burro
250g di zucchero
500g di farina tipo 00
1/2 bustina di lievito
3 uova (2 rossi – 1 intero)
Aromi di vaniglia, limone o arancia (a piacimento)
Marmellata o crema di nocciole
Cottura a 180° per 45 minuti circa

Preparazione

Inserite in una planetaria o in una bastardella il burro a temperatura ambiente e unitelo allo zucchero fino a ottenere un composto cremoso, poi aggiungete poco alla volta, sempre mescolando, le uova (con degli aromi alla vaniglia o al limone o all’arancia a seconda dei vostri gusti). Una volta che le uova sono state incorporate all’impasto aggiungete la farina setacciata con il lievito. Incorporata anche la farina, occorre coprire l’impasto nella planetaria con della pellicola trasparente e lasciarla in frigorifero per un’ora circa. Trascorso questo tempo, stendete la pasta e inseritela in una teglia precedentemente imburrata e infarinata (per evitare che la frolla si attacchi alla teglia una volta cotta). Attenzione però a un importante accorgimento: bucherellate con una forchetta la frolla, prima di aggiungere la marmellata o la crema di nocciole. A quel punto mettete in forno (preriscaldato a 180°) e fate cuocere a quella temperatura per circa 45 minuti, fino a doratura della frolla. A cottura ultimata togliete la teglia dal forno, lasciatela raffreddare e servite la vostra magnifica crostata abbinata a della frutta fresca tragliata fette sottili e applicata sopra a freddo.

Se volete incontrare l’autore per ora vi segnalo due tappe ma ci saranno ancora molti altri incontri.

PRESENTAZIONI DEL LIBRO

– Venerdì 22 febbraio, ore 15.00, presso Biblioteca San Giorgio di Pistoia, in occasione del festival Giallo Pistoia, durante il dibattito “Il Giallo incontra la Storia”.

– Venerdì 5 aprile, ore 21.00, presso il salone di rappresentanza del palazzo comunale di Sant’Angelo Lodigiano (LO).

:: Frida Kahlo e Anna Frank nelle Guide Gallucci per piccoli alle vite dei grandi

15 febbraio 2019

Gallucci

Oggi vi parlo di due agili volumetti illustrati editi da Gallucci Editore della serie dedicata, tra gli altri, a Leonardo da Vinci, Marie Curie, Nelson Mandela, e Charles Darwin. Si tratta dei volumi dedicati a Frida Kahlo e Anna Frank, due donne (la seconda è restata ragazzina per sempre non avendo potuto crescere) che hanno avuto un peso si può dire determinante nel mondo dell’arte e della cultura. Due esempi virtuosi, positivi, utili ai ragazzi di oggi così confusi in questa era davvero complicata e priva di modelli. Frida Kahlo era una pittrice messicana, moglie di un pittore e muralista messicano altrettanto famoso, Diego Rivera, che seppe trasformare gli ostacoli che incontrò nella sua vita (ne ebbe molti dalla polio da piccola a un’ incidente in tram) in tappe di crescita personale e sociale, sublimate nell’arte. Deliziose le illustrazioni del volume di Marianna Madriz a lei dedicato. L’altro volume, sempre di di Isabel Thomas, è dedicato a Anna Frank, il cui diario, uno dei libri più pubblicati di sempre, è una lettura consigliabile anche ai giovani lettori di oggi. La collana avvicina appunto i ragazzi a questi personaggi parlando di cosa hanno fatto di buono per sè e per gli altri e di come fu la loro vita. Belle anche le illustrazioni di quest’ultimo volume di Paola Escobar. I testi sono semplici e immediati, aiutano a capire in cosa queste artiste furono eccezzionali. Se a Frida Kahlo fu concesso di vivere più a lungo, Anna morì giovanissima nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, ma nonostante questo resta un gigante nel mondo della letteratura. Entrambe le traduzioni sono a cura di Benedetta Gallo.

:: Presentazione del romanzo “Magnetic” di Sara D’Amario con Fabrizio Fulio-Bragoni a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2019

Affollatissima la saletta del Circolo del Lettori di Torino per la presentazione del romanzo “Magnetic” di Sara D’Amario (LeggerEditore). Introdotto e moderato da Fabrizio Fulio- Bragoni, traduttore e critico, con la presenza dell’autrice, l’incontro è stato molto divertente e partecipato, se si pensa che avevamo Laura Morante nella sala accanto che presentava il suo libro, ma non ci siamo fatti intimidire. Il pubblico era vario: professori, studenti, genitori, colleghi di Sara D’Amario che ha spiegato porta avanti le due carriere di attrice (da ventisei anni) e di scrittrice (da dieci) con grande serietà e preparazione. “Magnetic” è un YA originale con tematiche attualissime (dai campi magnetici, alla sperimentazione scientifica senza regole, all’uso di droghe sintetiche), e non spesso affrontate (ancora) e sia l’autrice che il moderatore sono statati bravi a incuriosire senza spoilerare troppo. “Magnetic” è un libro per ragazzi, scritto con responsabilità per un pubblico di lettori adolescente ed è stato molto interessante quando l’autrice ha parlato della difficoltà di scrivere romanzi per questa fascia di età rispettando lo sviluppo e il cuore di questi giovani lettori. Insomma scrivere libri per ragazzi necessita di competenze e sensibilità sue proprie, certo è intuibile ma è giusto che venga ribadito. Fabrizio Fulio- Bragoni ha fatto diverse domande all’autrice,  ma numerose sono state anche quelle del pubblico tanto che l’incontro è durato più di un’ ora e mezza. Non ho fatto foto, e un po’ mi dispiace, ma il marito dell’autrice, François-Xavier Frantz, anche lui presente, credo abbia registrato parte della presentazione. Non avendo ancora letto il libro (ma penso lo farò al più presto) non so dirvi molto della trama, ma sicuramente è un libro con in certa misura anche un valore educativo sicuramente nel mettere in guardia i giovani dal pericolo delle droghe sintetiche così facilmente disponibili e così dannose se non mortali. E quando lo dicono i genitori non li si ascolta, un’amica forse sì. È naturalmente anche una storia d’amore, ma non delle più convenzionali. Insomma sono molto contenta di aver partecipato all’incontro e vi invito tutti in libreria.

:: E per San Valentino le 5 storie d’amore più belle della letteratura (non tutte a lieto fine)

14 febbraio 2019

AnnaQual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)

Cime tempestoseUn romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.” (Dall’introduzione di Frédéric Ieva).

ElizabethCon questo capolavoro di psicologia (ipocrisie, crudeltà sottilissime, dialoghi bifidi e dichiarazioni di amore mutevole o eterno), Jane Austen reinventa letteralmente nel 1813 il romanzo inglese, componendo un capolavoro che diviene immediatamente e per sempre un archetipo della letteratura al femminile. È una girandola di complotti sentimentali, di virtù e vizi pubblicamente e privatamente esposti quella che il gentiluomo Charles Bingley agita con il suo arrivo a Hertfordshire, fulminea- mente diventando l’oggetto del desiderio di tutte e di tutti, e innamorandosi di Jane. Tra- vaglio del sentimento che produce grande letteratura: Jane Austen è a tutt’oggi un mito insuperato nel trasformare, con un romanzo che suscita qualunque passione, i cuori di pietra in cuori di carne.

JaneScritto in forma autobiografica, in cui la protagonista si rivolge direttamente al lettore, il romanzo narra la storia di Jane Eyre, un’orfana dal carattere forte e dall’intelligenza vivida, che diventa istitutrice nella sfarzosa dimora posseduta dalla famiglia Rochester. Qui incontra il misterioso Mr Rochester, che si innamora della giovane. Tra i due il sentimento è corrisposto, tanto da indurli a progettare il loro matrimonio. Ma un terribile segreto è celato nella casa di Thornfield Hall: nella soffitta è segregata Bertha Mason, una donna ormai fuori di senno, sposata però proprio con Mr Rochester. La notizia scuote nel profondo Jane che decide così di fuggire via, riparando presso la casa di un ecclesiastico, St. John Rivers, il quale a un certo punto le offre di sposarlo e di andare insieme in India. Ma Jane, saputo che Rochester aveva perso la vista nel disperato tentativo di salvare la moglie da un incendio da lei appiccato nella casa di Thornfield Hall, ritorna da lui e lo sposa, coronando così il loro sogno d’amore.

Romeo e GiuliettaUn amore impossibile, due nobili famiglie in guerra, una città insanguinata da un antico odio: il dramma più struggente, più romantico e più famoso di tutta la letteratura. Una notte il giovane Romeo Montecchi si introduce mascherato a un ballo nel palazzo dei Capuleti e lì vede per la prima volta Giulietta, la bellissima figlia del suo nemico. I due si innamorano perdutamente e mentre la faida tra le ricche famiglie veronesi si fa sempre più cruenta, Romeo e Giulietta si troveranno a lottare con ogni mezzo per il loro amore. L’intramontabile tragedia di Shakespeare continua a far sognare e a commuovere.