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:: Serotonina di Michel Houellebecq (La Nave di Teseo, 2019) a cura di Nicola Vacca

15 gennaio 2019
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Michel Houellebecq prima di tutto è uno scrittore e quando scrive un romanzo a lui interessa solo fare letteratura. Ogni volta che esce un suo libro intorno alla sua persona si scatenano polemiche sterili. Così è accaduto in occasione della pubblicazione di Serotonina.
Prima del suo arrivo in libreria le solite sirene del sensazionalismo giornalistico si sono scatenate attribuendo allo scrittore francese ambizioni profetiche. Così come accadde per Sottomissione, che fu erroneamente definito un romanzo sull’Islam, Serotonina è stato considerato da alcuni un romanzo sovranista che ha anticipato la rivolta dei gilet gialli.
Niente di tutto questo. Houellebecq non è un profeta, ma è uno scrittore che ci vede lungo.
Ho appena finito di leggere il libro. Houellebecq non è un politologo, non è uno storico, e nemmeno un sociologo. È uno scrittore che scava nella condizione umana con l’unica cosa che conosce: la letteratura.
Florent – Claude Labrouste, il quarantaseienne funzionario del ministero dell’Agricoltura protagonista del romanzo, è un uomo in caduta libera esistenziale che nelle pagine di Houellebecq si racconta esplorando negli abissi della propria esistenza che si sta concludendo nella sofferenza e nella tristezza.
Questo è l’argomento del libro, ed è lo stesso autore a scriverlo nelle prime pagine.
Ci troviamo davanti a un essere umano decadente che scivola in una profonda e irreversibile crisi depressiva.
La sua situazione è disperata. È inevitabile il ricorso agli antidepressivi. Florent – Claude inizia prendere il Captorix, un farmaco che aumenta la secrezione della serotonina, un ormone legato all’autostima.
Le sue giornate diventano vuote e insopportabili. A un certo punto decide di scomparire, sottraendosi alla sua vita ufficiale, approfittando della sua ultima crisi sentimentale.
Sceglie la fuga e soprattutto una nuova solitudine e in questo nuovo corso si chiede se potrà tornare a essere felice.
Ma il protagonista si scopre inetto soprattutto nei confronti del suo passato amoroso che lo perseguita come un incubo.
Florent – Claude non ha più fiducia nel genere umano perché ha perso del tutto la fiducia in se stesso.
Lui si sente come un fallito che lentamente sta morendo di tristezza, un uomo che non appartiene più al suo tempo, che è diventata un’epoca disumana e di merda.
Serotonina prima di tutto è un romanzo esistenziale e Houellebecq nel raccontare la caduta del suo protagonista ricorre principalmente alla grande letteratura che fa parte inevitabilmente del suo patrimonio di romanziere.
Mann de La montagna incantata e di Morte a Venezia, Cioran di Squartamento, Nikolaj Gogol’ de Le anime morte, Proust del Tempo ritrovato e altri mostri sacri della letteratura troveremo nelle pagine di questo libro che prima di ogni cosa è il romanzo di un grande scrittore disincantato che ha il coraggio di essere esplicito davanti alle sorti dell’uomo contemporaneo occidentale e del suo tempo che sta regredendo allo stadio orale.
Serotonina è un romanzo che ha a che fare con la poesia tragica dell’esistenza. L’opera letteraria di uno scrittore che sa tenere gli occhi aperti sul mondo. Con una lingua affilata che colpisce a morte, castiga senza alcuna via di scampo la condizione umana e il suo baratro.
Houellebecq è il più politico degli scrittori viventi che non rinuncia alla letteratura, essendo consapevole che tutta la cultura del mondo non apporta nessun beneficio o vantaggio.
Con Serotonina Michel Houellebecq ci regala un’altra opera letteraria di altissimo livello. Ancora una volta non rinuncia alla sua schiettezza urticante e scomoda. Nel raccontare l’infelice parabola esistenziale del protagonista, la sua scrittura chirurgica, arguta, intelligente, ironica e cinica redige un metaforico certificato di morte per questo tempo che trova nell’amarezza la parola che lo rappresenterà per sempre.

Michel Houellebecq, scrittore, poeta e saggista francese, ha pubblicato i romanzi Le particelle elementari (1999), Estensione del dominio della lotta (2000), Piattaforma (2001), Lanzarote (2002), La possibilità di un’isola (2005), divenuto un film con la regia dell’autore nel 2008, La carta e il territorio (2010) con cui ha vinto il Premio Goncourt nello stesso anno, Sottomissione (2015); le raccolte poetiche Il senso della lotta (2000), Configurazione dell’ultima riva (2015), La vita rara. Tutte le poesie (2016); i saggi H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (2001), La ricerca della felicità (2008), e il libro scritto con Bernard-Henri Levy, Nemici pubblici (2009).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In tutti i sensi di Marta Telatin (Rapsodia 2019) a cura di Federica Belleri

14 gennaio 2019

3Marta Telatin. Scrittrice, poetessa, artista curiosa e sorridente. Una vita difficile la sua, che ci racconta in questo libro “In tutti i sensi“. La sua storia legata a una malattia e alla voglia di rinascere. La sofferenza frantumata dall’ironia e dall’amore di chi ha saputo starle vicino. Il suo rapporto con i colori e i laboratori scolastici o nelle carceri. L’importanza di accettarsi, senza sfidare troppo il destino. La forza di cambiare e di amare …
Una lettura breve ma molto intensa. Ricca e sentita.
Una lettura che fa bene al cuore e apre la mente.
Ve lo consiglio.

Fonte: acquisto personale

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Valentina Orsini

14 gennaio 2019

valValentina Orsini è una scrittrice appassionata ed eclettica.
Cura il blog Criticissimamente, dove parla di cinema, di letteratura e di temi che le sono cari: il lavoro, la maternità, le questioni di genere.
Scrive anche romanzi. Esordisce nel 2015 con “Caramelle al gusto arancia”, sul tema dell’aborto, per Leucotea, e pubblica poi, per Edizioni Efesto, “Madrepatria. Racconti dell’umana sorte”, atipica inchiesta sull’Italia di oggi, resa possibile dall’incontro con un grande poeta che vive e scrive al crocevia tra due epoche, Ugo Foscolo.

Ringraziamo Valentina per averci dedicato un po’ del suo tempo.

Una delle tue grandi passioni è il cinema (e attraverso questo amore comune ci siamo conosciute!).
La passione, in generale, mi è sembrata una delle cifre della tua scrittura, lieve, anche ironica, ma sempre spinta da una sorta di necessità che ti muove.
Cosa è per te la scrittura? E che importanza riveste nella tua vita?

Inizierei col ringraziare te, per avermi dedicato il tuo, di tempo. E soprattutto delle belle domande.
Vero! Probabilmente ci siamo incontrate nel pieno di uno scontro verbale, tipico dei social, magari mentre si scagliavano contro Tim Burton, o contro la vecchiaia di Johnny Depp…
Il cinema ci ha fatto incontrare così, perché la mia passione poi si riflette in quella degli altri, si accende e si ravviva nel confronto, cosa che di questi tempi sembra essere sempre più rara.
Per me la passione è l’unica arma talmente potente in grado di distruggere la noia. Ed è proprio così che diventa una necessità.
Scrivere mi dà l’opportunità di scavarmi a fondo, mi apre un’infinità di porte. Mi aiuta a convivere con i miei mostri, mi rende partecipe degli eventi che accadono intorno a me, seppur nella mia solitudine, nelle mie più intime riflessioni.
Ho sempre una domanda da pormi, un luogo sicuro in cui ripararmi.
Quando mi dicono: “Ma come fai a fare tutto?”, io sorrido, e penso a tutte le altre cose che mi frullano per la testa e vorrei realizzare.
Non proprio tutto, il necessario a vivere.

Un tema che trovo ricorrente, in modo più o meno esplicito, nei tuoi testi, è quello della scelta, dell’arbitrio. Nella quarta di copertina di “Caramelle al gusto arancia” si legge “La storia di Anna, ragazza appena ventenne che sogna un futuro alla Lois Lane, non ha alcuna pretesa, solo il bisogno d’esser letta e condivisa. Affinché nessuna donna si senta più sola, umiliata. Perché non vi è reato più grande del giudizio e dell’indifferenza. Parlare con qualcuno, ritrovarsi in una storia che somigli un po’ alla nostra, aiuta a superare il lutto, il dolore.”
La complessità è fondante in opere che parlano della capacità di agire con consapevolezza. Come scrittrice, attenta a questioni sociali, come scegli che tema affrontare e come lavori per trattarlo senza incorrere nei manicheismi a suon di slogan a cui la rete ci ha abituato?

Hai presente la massima di Robert De Niro? Il talento sta nelle scelte che facciamo.
Be’, io ci credo davvero molto. Effettivamente la scelta è un po’ il mio cruccio esistenziale.
A un certo punto mi sono resa conto che, nella vita, ad ogni passaggio importante, avrei trovato sempre e comunque una scelta. Quella cosa per cui ti dovrai dannare, interrogare fino a non poterne più, guardarti intorno, diventare più coscienziosa e nello stesso tempo audace. Accontentare te stessa e pure un po’ gli altri, non badare al giudizio altrui, ma non dimenticare mai che alla fine quello che dicono di te, anche solo superficialmente, conta, e se non conta oggi, presto o tardi conterà.
Ci pensi mai a quante cose dobbiamo scegliere tutti i giorni della nostra vita?
Siamo le scelte che facciamo, zio Bob non sbaglia mai!
Mi piacciono le persone che hanno il coraggio di scegliere, tutto qui.
Si può dire?

Certo che sì!
Per uno scrittore, e non potrebbe essere altrimenti, è vitale l’esigenza di essere letto. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori e, più in generale, con la promozione dei tuoi romanzi?

Hai toccato un tasto dolente. Sai che quando mi chiamano “scrittrice” a me viene da sorridere?
Ho iniziato il mio percorso professionale, nell’ambito dell’editoria e dello spettacolo, come critico. Quindi dopo un po’, abituata a recensire gli altri, fa strano avere a che fare con gli altri che recensiscono te.
I miei lettori sono l’unico mezzo che ho per capire se quello che mi sta accadendo è, prima di tutto, reale. E poi se sto facendo del mio meglio, dove posso migliorare e come. Mi travolge un’onda di gratitudine e incredulità, ogni volta che qualcuno mi dice: “Ho letto il tuo libro”.
E’ più forte di me, io non ci credo.
Ho sempre detestato la fase cosiddetta di marketing. Autopromuovermi non mi piace, mi mette a disagio.
Posso raccontarti il mio romanzo, in poche righe. Posso confidarti com’è nata l’idea, dove vorrei che arrivasse. Posso dirti cosa significa, per me. Ma non potrò mai convincerti a leggerlo. Sarà che quando io decido di prendere un libro non voglio che nessuno, e dico nessuno, si metta tra i piedi. E’ un momento intimo, mio soltanto. A volte la promozione è una bella rottura di scatole…

Che progetti letterari bollono nella pentola sempre sul fuoco di Valentina Orsini? Tra l’altro stiamo parlando di una cuoca provetta!

Diciamo che se non scrivo, sforno qualcosa. Nel senso più letterale del termine.
Allora ti faccio una sorta di “scoop”, alla Biscardi.
Il 26 febbraio uscirà il mio terzo romanzo.
Si intitola “L’ultima notte di San Lorenzo”.
Tu sai cosa si prova, no?
Non ci si abitua mai a questa strana gioia…

Un’ultima domanda, ricorrente in questa rubrica: se un tuo romanzo potesse diventare un film e avessi carta bianca sulla scelta degli interpreti, chi vorresti a dare corpo e voce ai tuoi personaggi? E, già che ci siamo, chi sarebbe il regista ideale?

Bella domanda.
Se scrivessi la storia di un personaggio incredibile, se davvero ci riuscissi, mi vengono in mente subito due registi.
Tim Burton, alla maniera di Big Fish.
E Paolo Sorrentino, alla maniera del suo Cheyenne, e quel trolley pieno di sogni e paure, trascinato qua e là. Sullo sfondo, ovviamente, un pezzo dei “Talking Heads”.

:: Crea le tue Borse trendy di Debbie von Grabler – Crozier (Il Castello 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 gennaio 2019
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Oggi vi parlo di un libro intitolato Crea le tue Borse trendy di Debbie von Grabler – Crozier, è edito dall’editore Il Castello nella collana Cucito Ricamo Tessitura ed è un chiaro invito a mettere alla prova la nostra fantasia e creatività dando vita a oggetti di design che se fatti bene (con un po’ di pratica le competenze si acquistano) possono essere non solo usati per uso personale, ma regalati alle amiche o venduti su market place come Etsy, https://www.etsy.com/it/ diventando una nuova fonte di reddito per il bilancio familiare.

Il libro costa 22 Euro, sulla nostra libreria online 18,70 Euro ed è un piccolo investimento che vi aiuterà a creare 20 borse allegre e colorate con materiali relativamente poveri e facilmente disponibili. Le indicazioni sono chiare e funzionali, tutto viene spiegato passo passo per cui anche le più inesperte possono ottenere buoni risultati.

Il volume è diviso in quattro sezioni: Materiali, Tecniche esecutive, Decorazioni e infine Le Borse. Dopo l’indice ci sono poi i cartamodelli utilissimi per calibrare bene le dimensioni che volete ottenere.

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Si inizia con le attrezzature necessarie, consigliabile avere una macchina da cucire e un ferro a vapore di buona qualità, aghi, fili da ricamo e cucito, nastri, fettucce, spilli, cerniere, comunque tutto è elencato dettagliatamente. Ti spiega come applicare una chiusura metallica, o una cerniera, tutto accompagnando i testi con immagini esplicative molto chiare.

Dovrete un po’ rispolverare le tecniche di cucito e ricamo, ma tutto è davvero semplice ed elementare, non ci vogliono sarte provette, anche se volendo lo si può diventare, se vi sentite portate. Vi insegna a fare i principali punti, ad applicare fiori di panno, (con colla anche), a fare fiori all’uncinetto.

E infine la guida per costruire le 20 borse, dalla pochette, alla tote bag, dagli zainetti, alle borsette per bambine. Insomma le indicazioni di base sono utili per creare anche vostre borse originali, cambiando i materiali, o le decorazioni. Spesso e volentieri l’autrice inserisce in quadratini color mela dei consigli, utilissimi nel vostro lavoro. Ogni dettaglio è curato nei minimi particolari, creando un insieme davvero armonioso, e divertente. Per tutti.

Source: pdf inviato dall’editore. Ringraziamo Davide Rossi dell’Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Immediatamente di Dominique De Roux (Miraggi Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

11 gennaio 2019

immediatamenteMi piace definire Dominique De Roux il Karl Kraus francese. Scrittore e intellettuale fuori dal comune, cavaliere delle lettere in territorio nemico, fa parte degli irregolari e degli impresentabili del Novecento.
Fu il creatore dei «Cahiers de l’Herne», una collana che riportò al centro della vita culturale scrittori maledetti, liberi e anticonformisti (che molto gli somigliavano) come Céline, Pound, Artaud, Lovercraft.
De Roux riuscì a presentare criticamente al grande pubblico autori del calibro di Borges, Gombrowicz, Solženicyn, Koestler e movimenti come la beat generation.
Siamo davanti a un grande scrittore controverso che decise di essere sempre un uomo libero, di non appartenere a nessuna banda letteraria. La sua penna e la sua intelligenza si schierarono apertamente contro il mondo culturale del suo tempo.
De Roux, come Kraus, nelle sue invettive non risparmiò proprio nessuno.
In Italia non è molto conosciuto e soprattutto è pubblicato poco. Grazie a Francesco Forlani da Miraggi edizioni esce Immediatamente, libro di frammenti e aforismi in cui l’irriverente scrittore francese intinge la sua penna corrosiva di provocatore e di agitatore culturale.
Immediatamente esce in Francia nel 1971 e De Roux è vittima di una violenta reazione del mondo intellettuale francese. Il primo a scagliarsi contro di lui fu Roland Barthes.
Dolo l’uscita del libro «l’impresentabile» De Roux fu costretto a lasciare la Francia.
Dominique De Roux è uno straordinario inattuale che vale la pena conoscere e approfondire. Uno scrittore irregolare che rientra a pieno titolo nella tradizione dei pensatori controcorrente.
Un uomo e un intellettuale che veste da uomo sempre libero i panni del polemista e scrive del proprio tempo sedendosi orgogliosamente dalla parte del torto, in compagnia degli spiriti scomodi e degli infrequentabili.
Immediatamente è un libro di illuminazioni che folgorano. Dominique De Roux è uno scrittore che scrive per disturbare e con i suoi aforismi taglienti ha squarciato, come sanno fare soltanto gli irregolari e gli uomini di pensiero che decidono di rispondere soltanto alla propria coscienza, tutto il marcio di un’epoca che sa solo esprimersi attraverso la rappresentazione ipocrita di se stessa.

«Viviamo il tempo degli istrioni di massa. Coloro che fanno gesti differenti non sono più originari di nessuna parte»; «Al gaullismo succederà la Germania, o peggio ancora i francesi».

Per De Roux scrivere è rinunciare al mondo. Una grande e coraggiosa lezione inattuale.
Quando le epoche si fanno torbide dobbiamo assolutamente leggere gli inattuali. Perché solo loro sanno dirci le cose come stanno.
Leggiamo assolutamente Dominique De Roux che, come Cioran, Kraus, Céline e tutti gli altri infrequentabili, ha diffamato e squartato il suo tempo.

Dominique De Roux (1935-1977) fu un letterato fine e controverso. Il primo romanzo, Mademoiselle Anicet, è del 1960; nel 1963 fonda la rivista «Cahiers de l’Herne», raccolta di numeri monografici dedicati alle figure maledette o misconosciute della letteratura europea (Céline, Gombrowicz e Pound, tra gli altri). Nel 1966 dà alle stampe il saggio La morte di Céline (Lantana), che inaugura il catalogo della casa editrice Christian Bourgois, co-fondata dallo stesso De Roux.
Immediatamente esce nel 1971 e la violenta reazione del mondo intellettuale, con Roland Barthes in prima linea, costringe De Roux ad abbandonare la Francia per diventare corrispondente giornalistico e autore televisivo. Inviato soprattutto in Portogallo, documenta le guerre nelle colonie africane e nel 1974 è l’unico inviato speciale francese a Lisbona durante la rivoluzione dei garofani, che portò alla caduta di Salazar e della dittatura portoghese.
Pubblica l’ultimo romanzo, Le Cinquième Empire, cinque giorni prima di morire improvvisamente per infarto, nel 1977; La Jeune Fille au ballon rouge e Le Livre nègre usciranno postumi.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: La figlia dell’assassina, Giuliana Facchini (Sinnos 2018) a cura di Viviana Filippini

11 gennaio 2019

la-figlia-dellassassinaLa figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Mia madre era una madre come le altre prima di diventare un’assassina” dice Rachele.
La mia non la sopporto. Certe volte devo tenerla lontana, altrimenti mi metto a urlare” dice Daria.
Rachele e Daria, protagonista e antagonista, sono la rappresentazione di due approcci diversi alla vita, utilizzati dall’autrice per mettere in scena i tormenti e le insicurezze degli adolescenti alla ricerca del loro posto nel mondo. Giuliana Facchini affronta con tatto sensibile e attenzione i temi del bullismo, del rapporto conflittuale che i figli hanno con i genitori e anche con i loro coetanei (non sempre veri amici), la paura del domani visto come un qualcosa di sconosciuto e indefinito. Non solo, perché attraverso la storia di Rachele e Eva, l’autrice ci mostra quanto i pettegolezzi, le chiacchiere di paese e i media (giornali, tv, web) manipolino la realtà delle cose, facendo passare dei messaggi non sempre veritieri, scatenando spesso giudizi e pregiudizi che possono ledere i protagonisti della vicenda. “La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini è un po’ un giallo, ma è anche un romanzo di formazione e di riflessione sulla contemporaneità dove non sempre tutto è certo e dove non sempre le persone e le cose sono davvero quello che sembrano.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”.

Source: grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: Il ponte e altri racconti di Franz Kafka, curato da Susanna Mati (Via del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

10 gennaio 2019

il ponte - franz kafka“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.

Il ponte”,”La sincope”,”La cicogna”, “Le mani”,”Le lampade”,”La preda”,”L’angelo”,”Il lupo”,”La fuga”,”Il conte”,”Riunione politica”,”Sogni”,”Una fanciulla”,”La lotta”,”La cella”,”Il leone”,”Il maestro”,”Il sepolcreto”: 18 micro-storie di un alieno della letteratura mondiale. In questi racconti, Kafka percorre inesorabile il limite terminale, l’ultimo margine di credibilità della tradizione, dei vecchi saperi, facendosi custode al varco della infernale soglia. Viene rimosso il mistero, il segreto, l’occulto: tutto è lì davanti, aperto come una cella. Se Leonardo da Vinci rifiniva fino allo sfinimento i suoi capolavori, limando le impefezioni, curando ogni minimo dettaglio, lasciando non concluso un dipinto per decenni, portandoselo dietro nei suoi viaggi esistenziali e fisici, sfumando, focalizzando l’attenzione su un dettaglio invisibile, impercettibile, su un’inezia di particolare, partendo da uno schizzo e senza mai smettere di smussarlo, così Franz Kafka ha gettato sul suo capolavoro “La Metamorfosi” lo scandaglio interiore dei suoi lavori meno noti, della sua vita a metà tra concretezza giornaliera e immaginazione astrale. Lo testimoniano questi piccoli simboli letterari, queste metafore di un pensiero rivolto verso un solo, inesorabile cammino, percorso: il viale verso l’accettazione dell’altro dentro se stesso. E la chimera dei sogni si fa materia del contendere dei riti dell’intelletto, laddove una imperizia, un necrologio dei nostri convincimenti muta e si trasforma nell’odio del nostro essere, dell’apparire che lo contrasta (a volte un apparire mostruoso o prodigioso o inverosimilmente reale).

“Sono arrivati dei sogni, risalendo all’indietro il fiume sono arrivati, per una scala salgono su per il muro della banchina. Ci si sofferma, si parla con loro, conoscono molte cose, solo non sanno da dove vengano. E’ davvero tiepida questa serata autunnale. I sogni si voltano al fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?”. – Sogni.

Franz Kafka – scrittore boemo di lingua tedesca – nasce a Praga il 3 luglio del 1883. Intraprese lo studio della Giurisprudenza, si laureò nel 1906 e si impiegò in una compagnia di assicurazioni. Malato di tubercolosi, soggiornò per cure a Riva del Garda (1910-12), poi a Merano (1920) e, da ultimo, nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, dove morì.
Praga era, ai tempi, un vivace centro culturale e particolarmente viva era la presenza della cultura ebraica. Kafka strinse amicizia con Franz Werfel e Max Brod, partecipando alla vita letteraria della città. Nel 1913 esordì con una racconta di brevi prose, “Meditazione”. Nel 1916 pubblicò il suo racconto più celebre “La metamorfosi”, storia allucinante di un uomo che, risvegliandosi il mattino nel suo letto, si trova trasformato in un enorme scarafaggio e deve subire, fino alla morte, tutte le umiliazioni della nuova, degradante esistenza. Il 1916 è l’anno di “La condanna”, seguono poi “Nella colonia penale” (1919), “Il medico di campagna” (1919), “La costruzione della muraglia cinese” e tre romanzi incompiuti: “America” (1924), “Il processo” (1924) e “Il castello” (1926).
Motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice.
Alcuni hanno scorto nell’opera kafkiana un significato religioso, interpretandola come un’allegoria dei rapporti tra l’uomo e la divinità inconoscibile; altri hanno ravvisato nei personaggi di Kafka l’immagine dell’uomo alienato dalla moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine atroce.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: Il più bel libro di Stephen King

9 gennaio 2019

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E ora scopriamo insieme quale è il più bel libro di zio Steve. Scrivete nei commenti a questo post qual è il vostro suo libro preferito. Sarà interessante. Tempo per votare fino a domenica 13.

Il libro più bello di Stephen King (secondo i lettori di Liberi) è: L’ombra dello scorpione.

Graduatoria:

It +

L’ombra dello scorpione + + + + +

La Zona morta +

Il miglio verde +

22/11/63 +

Cose preziose +

Dolores Claiborne + +

Misery + +

Pet Sematary + +

La pallottola flessibile (racconto) +

Il Talismano +

:: La misura dell’uomo di Marco Malvaldi (Giunti 2018) a cura di Federica Belleri

7 gennaio 2019
la misura dell'uomo di marco malvaldi

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Marco Malvaldi ci propone un romanzo particolare, ambientato nella Milano autunnale del 1493. Ludovico Il Moro ne è il Signore, anche se viene considerato un usurpatore e non è poi così amato. A Milano risiede pure Leonardo da Vinci, vegetariano, con la sua tunica rosa e il suo essere incompreso da molti. Fra i due un rapporto di lavoro, una statua equestre di proporzioni enormi.
Fra i due anche il cadavere di un uomo ritrovato avvolto in un sacco nel cortile delle Armi al Castello. Chi è e come è morto? Perché il suo corpo si trova proprio in quel luogo preciso?
La caratteristica principale di questo libro è l’ironia, mescolata a fatti storicamente provati e ad altri totalmente inventati. Molte le verosimiglianze. Simpatia unica suscita nel lettore la voce narrante, che alterna il linguaggio dell’epoca al nostro, contemporaneo. L’effetto è davvero piacevole. Simpatia suscitano anche le note dell’autore, che vi consiglio di leggere.
Non mancano, al romanzo, gli intrighi e le cospirazioni, i sogni infranti, il desiderio di acquisire informazioni ad ogni costo. La voglia di conquistare territori, senza avere alcuna capacità tattica. Non mancano le donne, mogli e amanti, irascibili e passionali. Non possono mancare i medici e gli astrologi, i consiglieri di palazzo.
Leonardo, uomo d’arte e di scienza. Bisognoso di fiducia e gran lavoratore. Un omaggio, questo di Malvaldi, a un genio. Un omaggio a Milano, città di commercio e di sfide economiche. Un punto fermo sui segreti e sugli errori che i personaggi cercano di nascondere come possono, anche a se stessi.
Assolutamente consigliato.
Buona lettura.

Fonte: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi di Scrivere Award nona edizione – Le votazioni

3 gennaio 2019

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Giunto alla nona edizione il Liberi di Scrivere Award permette ai lettori di questo blog di  votare il migliore libro edito nel 2018. (Potete votare per libri anche ancora non nominati).

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di giovedì 17 gennaio.

Vale solo un voto per lettore.

Menzione speciale per la migliore traduzione al traduttore del libro straniero più votato.

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati.

Dunque iniziate a votare lasciando un commento a questo post con il titolo prescelto!

La votazione è diretta, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog, potete votare il vostro libro preferito tra tutti quelli editi in Italia nel 2018 qui sotto citando il titolo nei commenti.

Prego i lettori di lasciare un solo commento con il voto, serve a me e al “notaio” Michele Di Marco come verifica per il conteggio dei risultati. Grazie a tutti.

Lasciate i commenti sul blog solo per le votazioni. (Sempre per facilitarci i conteggi).

Per problemi tecnici o altre necessità scriveteci sulla pagina del blog su FB o al nostro indirizzo mail che trovate nei contatti. Voti ripetuti saranno cancellati. Grazie.

Traduttori:

Luigi Sanvito

Mariagiulia Castagnone

Maria Nicola

Laura Frausin Guarino

Federica Aceto

Monica Pareschi

I libri:

“Teodora, la figlia del circo” di Mariangela Galatea Vaglio, (ed. Sonzogno) VOTI 3

“Suite francese” di Irène Némirovsky (Adelphi) Trad. Laura Frausin Guarino VOTI 3

“La paura nell’anima” di Valerio Varesi (Frassinelli) VOTI 2

“Addio fantasmi” di Nadia Terranova (Einaudi) VOTI 2

“Tutto quel buio” di Cristiana Astori (Elliot) VOTI 2

“La notte delle stelle cadenti” di Ben Pastor (Sellerio 2018) Trad.
Luigi Sanvito VOTI 1

“Middle England”, di Jonathan Coe (Feltrinelli) Trad. Mariagiulia Castagnone VOTI 1

“A chi appartiene la notte” di Patrick Fogli (Baldini e Castoldi) VOTI 1

“Berta Isla”, Javier Marías, (Einaudi) Trad. Maria Nicola VOTI 1

“Stirpe di eroi” di Massimiliano Colombo (Newton Compton) VOTI 1

“Miss Adele Dickinson” di Laura Costantini (goWare) VOTI 1

“Asimmetria” di Lisa Halliday (Feltrinelli) Trad.
Federica Aceto VOTI 1

“Nero di mare” di Pasquale Ruju (Edizioni EO) VOTI 1

“Salvare le ossa” di Jesmyn Ward, NN, traduzione di Monica Pareschi VOTI 1

:: In uscita Sérotonine di Michel Houellebecq

3 gennaio 2019

Houellebecq«Odiavo Parigi, quella città ammorbata da borghesi ecoresponsabili mi ripugnava, può darsi che fossi un borghese anch’io ma non ero ecoresponsabile, andavo in giro con un 4×4 diesel — forse non avevo combinato granché di buono nella vita ma almeno avrei contribuito a distruggere il pianeta — e sabotavo sistematicamente il programma di raccolta differenziata varato dall’amministratore del palazzo buttando l’umido nel recipiente per il vetro e le bottiglie vuote nel cassonetto riservato alla carta e agli imballaggi».

C’è grande attesa per l’uscita domani in Francia dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, dal titolo Serotonina (Sérotonine, il titolo in originale), uscirà in Italia il 10 di gennaio per la Nave di Teseo, tradotto da Vincenzo Vega.
Come per tutte le opere di questo controverso autore, cantore della contemporaneità (ne ha fatto un’arte di presentare sempre le sue opere nel momento in cui le cose accadono, Sottomissione, uscì la mattina stessa dell’attentato dei terroristi islamici a «Charlie Hebdo» il 7 gennaio 2015) l’intellighenzia italiana è già schierata: c’è chi lo ama incondizionatamente e chi lo stronca senza manco averlo letto, Brullo su Pangea.
Al netto delle polemiche però sicuramente Houellebecq sa attirare i riflettori su di sé, facendo affermazioni non esattamente convenzionali, o prive di ricadute, fuori e dentro i suoi libri. Insomma è legittimo amarlo come odiarlo, e sembra che questi due sentimenti sappia attirarli in egual misura.
Ma veniamo al blindatissimo libro in uscita. Ancora poche ore e il mistero sarà svelato, e sapremo se le sue dote di veggente (sembra che abbia previsto la rivolta dei gilet gialli, le loro origini e anche alcune derive) sono confermate.
Se non volete aspettare e volete un’ anticipazione, Stefano Montefiori l’ha letto in anteprima per il Corriere.

:: “La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018) a cura di Irma Loredana Galgano

2 gennaio 2019

La città polifonicaDopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.
Un testo a cui l’autore sembra essere particolarmente legato, sarà per il fatto che narra dell’indagine grazie alla quale ha «appreso a stare sul campo». Un campo davvero complesso, la metropoli di São Paolo, che ha stimolato al massimo il suo “stupore metodologico”. Un viaggio profondo nella megalopoli che ne ha scaturito un altro, più intimo e personale, alla ricerca di se stesso e delle proprie emozioni, sensazioni. Lo stupore di questi sentimenti provati ha consentito a Canevacci di trovare la giusta apertura verso la ricerca, la comprensione, l’indagine e l’analisi. Aprirsi verso l’ignoto ha rappresentato la svolta e la buona riuscita dell’indagine sul campo.
Uno spaesamento che provano tutti gli etnografi, maggiormente se alla prima esperienza sul campo, uno smarrimento che tale non è, piuttosto un passaggio per arrivare all’altro attraverso se stessi.
Polifonia, comunicazione e ubiquità sono le parole chiave per seguire e interpretare l’indagine sul campo dell’autore, condotta in una metropoli che oggi è certamente diversa, sul piano sociale e architettonico, rispetto al tempo della ricerca ma non al punto da inficiarne gli esiti. E proprio la permanente validità sembra avere spinto Canevacci alla ripubblicazione del testo, con qualche accorgimento e una nuova premessa introduttiva.
Nella prima parte del testo l’autore richiama i grandi antropologi, ne rammenta i lavori, le indagini e le riflessioni. E sembra farlo, più che per edurre il lettore alla comprensione, per ritrovare in questi i prodromi delle conclusioni cui egli stesso giunge.
E così l’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, le notevoli opere di Claude Lévi-Strauss come anche la critica letteraria di Michail Bachtin si fondono alle riflessioni dello stesso Canevacci generando una sorta di voce corale, anch’essa polifonica come la città indagata dall’autore.
L’esotico e il comune, l’architettura e i suoni si mescolano nel resoconto di Canevacci esattamente come tutto ciò i suoi occhi hanno osservato e le sue orecchie ascoltato nel periodo trascorso a São Paolo.
Nella seconda parte ci si addentra sempre più nei meandri di questa enorme megalopoli come anche nelle riflessioni dell’autore. Un percorso dove l’occhio sembra farla da padrone. L’osservazione è fondamentale e prioritaria al punto che, per rendere meglio l’idea di quanto narrato, Canevacci inserisce nel testo numerose foto di angoli, installazioni, architetture, soggetti, persone, simboli e quant’altro può servire a definire i contorni di questa immensa capitale del consumismo, sociale prima ancora che economico e commerciale.
Un saggio antropologico, La città polifonica di Massimo Canevacci, senz’altro interessante, anche per chi non studia o non conosce le linee guida di un resoconto etnografico. Un saggio sull’antropologia della comunicazione urbana che dimostra il forte legame che unisce una metropoli, che può essere São Paolo come una qualsiasi altra capitale mondiale, a un remoto villaggio Bororo. Comunicazione che nell’era digitale diventa subito connessione. Trasformazione. Evoluzione. E tutto a una velocità che non smette di sorprendere, esattamente come lo studio antropologico ma non antropocentrico condotto anche da Canevacci in Terra Brasilis.