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:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2019

Luigi Bonanate2Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questa intervista. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, e sui nuovi sviluppi delle Relazioni Internazionali.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF sulle armi nucleari a raggio intermedio, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Secondo lei cè spazio per nuove trattative con magari un allargamento del trattato a nuovi paesi? O è un trattato ormai superato alla luce dei nuovi sviluppi?

Il trattato INF ha avuto un’immensa importanza simbolica e una importanza politico-militare minima. Sia nell’87 sia precedentemente come pure successivamente, l’unico stato al mondo capace di condurre operazioni militari con armi nucleari era ed è gli Stati Uniti: per motivi scientifici tecnologici industriali finanziari. La superiorità americana è sempre stata immensa, e l’allora Unione Sovietica non era mai riuscita a bilanciare la super-potenza (l’unica al mondo) del competitore. La grandezza tragica di Gorbaciov che gli costò la testa (politica, e anche il prestigio) fu averlo ammesso. Il trattato INF firmato a Washington l’8 dicembre 1987 non faceva altro che dichiarare la sconfitta sovietica nella “corsa agli armamenti”: l’URSS lo sapeva e non era più in grado neppure di continuare a fingere di saper ancora “correre”. La caduta del Muro di Berlino ne fu poi lo straordinario e fortunato premio che il mondo ottenne. Poi, le cose andarono come andarono.

E per quanto riguarda il New Start, trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Stati Uniti e Russia a Praga l’8 aprile 2010 tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, che anch’esso sta giungendo in scadenza, Putin ha dichiarato che è pronto a non prorogarlo. Ci sono prospettive che lei sappia di successive negoziazioni? Cosa ne pensa in tale proposito?

Le considerazioni appena svolte valgono anche per il XXI secolo, nel quale sfortunatamente la meteora Obama è purtroppo passata senza lasciare segni. Diciamocelo in termini apparentemente brutali, ma sostanzialmente “logici”: quando mai un trattato ha impedito una guerra che avesse delle vere ragioni per scoppiare? Quante volte i trattati sono stati violati? Voglio dire, i trattati vanno benissimo fin tanto che ce ne sono le condizioni; possono aiutare a rasserenare una situazione… ma non sono l’antidoto alle guerre. Vogliamo ricordare che il regno d’Italia alleato di Austria e Germania scese in guerra contro di loro nel 1915? E che l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale alleata di uno stato contro il quale (per nostra fortuna) la terminò?
Oggi come oggi, poi, la Russia, di Medvedev come di Putin, è un paese non meno povero che ai tempi di Breznev e ancora più infelice. Una volta, un piatto di minestra e un letto in ospedale (se necessario) c’era per tutti: oggi, minestra ce n’è meno ancora, e per essere curati bisogno essere molto, molto, ricchi. Da dove venga quella (falsa) immagine della Russia grande potenza è per me un assoluto mistero. Certo, Putin “ci sa fare”, specie in politica estera, ma si allea con i peggiori dei suoi interlocutori internazionali, il che gli può consentire di apparire sempre d’accordo con tutti: con gli occidentali, quando le cose sono tranquille; con gentaglia (vorrei accentuare il peso di questa parola) come Erdogan può fare passi avanti o indietro senza alcuna dignità né capacità di valutazione ideologica. Putin è il peggiore dei peggiori “realisti” visti nella storia.

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Consequenzialmente parlando (e lasciando da parte l’anniversario dello sbarco in Normandia — una pagina troppo nobile per lasciarla leggere agli statisti di oggi), anche gli accordi tra Russia e Cina non hanno gran che da dirci, se non che il il governo cinese è molto più saggio di quello russo, è attento e pronto a cogliere le opportunità. Gira per il mondo comperando questo e quello, tanto ha una quantità immensa di dollari Usa da spendere e di cui liberarsi. Non potrà però esserci un asse Mosca-Pechino perché è troppo impari: la Cina potrebbe farsi un boccone della Russia.
Non è per questo che la Cina non abbia dei problemi: è un paese spaccato in due o forse tre tronconi: l’iper-capitalismo sfacciato delle grandi metropoli dove tutti conoscono Vuitton e Cartier ma nessuno sa più chi sia stato Karl Marx; una borghesia d’apparato che regge la macchina organizzativa senza i privilegi del caso; una società ex-agricola ma non ancora urbanizzata (o non del tutto tale) che dalla crescita politico-economica del suo paese non trae (ancora?) alcun vantaggio.

E gli Stati Uniti, secondo lei, in tutto questo che ruolo giocano? Chi sta guidando la loro diplomazia?

È difficilissimo rispondere a questa domanda, non per la sua complessità ma per l’inesistenza dell’oggetto della discussione. Quel grande paese che sono gli Stati Uniti appare oggi come un pugile groggy, che barcolla sul ring, mentre il suo avversartio è ormai al tappeto. Ma la sua vittoria non è altro che la sconfitta dell’altro. Trump è il perfetto esempio dell’inconsistenza attuale della politica estera Usa e della sua immagine delle relazioni internazionali: se la prende — un po’ come succede in Italia — con chi è già sconfitto dalla storia, con i deboli e con gli incapaci, ma non sa affrontare sul serio alcun problema: ieri la May era l’alleata ideale di un nuovo asse anglo-americano, ma ora, sconfitta, una cretina qualunque, oggi per offendere e umiliare chi ha sconfitto la lady di latta inneggia alla sua memoria e offende il sindaco di Londra ma sorride a quel Johnson che dovrebbe rilevare il potere della May. E con l’Europa? Non si dimentichi che gli Usa hanno sempre avuto bisogno del piedestallo che l’Europa offriva loro; essi hanno sempre cercato di controllare gli alleati, con le carezze o con le minacce — senza mai amarli, anzi, ritenendo di doverli assoggettare. Posso permettermi di rinviare a un mio libretto, uscito da poche settimane, Il destino americano (pubblicato da Aragno) nel quale cerco proprio di evidenziare la costanza dell’immagine egemonica che gli Usa hanno sempre avuto mascherandola con alternanze isolazionistiche che in realtà non sono mai state determinanti?

E tra queste grandi potenze, regionali o meno, l’Europa che ruolo gioca?

Nessuno! Purtroppo, per la sua attuale terribile inconsistenza. È tristissimo vederne l’ignavia e l’inutilità (politica) — e dire che il progamma unionistico è l’idea politica pratica più nobile che il XX secolo abbia conosciuto. Sembra che desideriamo, noi europei, farci del male…

Anche l’Italia è impegnata sul fronte della sicurezza internazionale, anche se non se ne dà molto risalto sui mass media. Il 29 maggio 2019 la senatrice Loredana De Petris unitamente ai senatori Errani, Laforgia, De Falco, Segre, Martelli, Buccarella e De Bonis, ha depositato una mozione, per impegnare il Governo italiano a disporre gli atti necessari per l’adesione al Trattato della Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, sottoscritto a New York il 7 luglio 2017. Cosa ne pensa? Ha possibilità di successo?

Mi si lasci dire, un po’ polemicamente, che non ne penso nulla, cosicché non so se abbia possibilità di successo. In teoria, certo sì; si tratta semplicemente di volerlo. E poi ci vuole una “cultura politica” professionale che pare latitante.
Ma questo non mi pare un difetto italico: è la crisi della cultura politica mondiale, l’inconsistenza delle classi dirigenti, che strutturano la società politica internazionale. I leader del mondo oggi non discendono da grandi genealogie di professionisti: Trump faceva il palazzinaro, Putin faceva la spia, Macron è stato il garzone dei grandi banchieri francesi; vogliamo fare qualche altro esempio, italiano?

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa? È ottimista?
Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

L’avevo letto quando uscì, nel ’17, e confesso che non ne ricordo più nulla. Io sono invecchiato, naturalmente, ma non è certo un bel segno per il libro, se non mi ha fatto nessun effetto.
Se infine qualcuno vuol saper quale sia il mio stato d’animo in questo periodo, non posso nascondergli che non sono per nulla ottimista, non tanto perché tema crisi, conflitti, o guerre, ma perché vedo segni di declino nei piani di progresso e sviluppo che la storia morale del mondo aveva nobilissimamente tracciato, dall’illuminismo fino ai grandi progetti di organizzazione internazionale, e dei quali oggi è difficilissimo ritrovare tracce negli eventi di tutti i giorni.

:: La gita notturna di Marie Dorléans (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2019

La gita notturna di Marie DorléansLa gita notturna di Marie Dorléans è un delizioso albo illustrato a colori di grande formato con testi e disegni dell’autrice, tradotto dal francese da Camilla Diez. Titolo dell’originale francese Nous avons rendez-vous (Editions du Seuil, Paris). Sui toni del blu, è una bella storia che l’autrice dedica a suo padre, camminatore instancabile, e infatti parla di una giovane famiglia (mamma, papà e due figli) che si alza nella notte per una camminata notturna. Hanno un appuntamento, e scoprirete nelle ultime pagine dove. Una storia semplice, allegra, con un piccolo mistero: dove porterà il sentiero? In una notte estiva si può camminare in campagna, tra il suono dei grilli e delle cicale, sotto il cielo stellato, in compagnia delle persone a cui si vuole bene. Marie invita ad apprezzare il contatto con la natura, e a camminare insieme (attività che tra l’altro oltre a far bene io amo molto). I disegni dal tratto pulito sono stilizzati e armoniosi. Una delicata storia per bambini, dal sapore di una favola ecologista. Età di lettura: dai 5 anni.

Marie Dorléans è un’autrice e illustratrice francese. Diplomata alla scuola di arti decorative di Strasburgo, ama illustrare storie in cui l’immaginazione entra nel quotidiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: La donna che vedi di Giovanni Pannacci (Fernandel 2019) a cura di Federica Belleri

7 giugno 2019

La donna che vedi di Giovanni PannacciLa dottoressa Myriam Labate è importante, occupa un’ottima posizione manageriale, è bellissima. Ma si è costruita intorno un guscio protettivo, una formale freddezza che tiene a distanza gli altri. Quali “altri” e per quale motivo? Il lavoro è per lei ragione di vita, che fare nel momento in cui viene licenziata? Come comportarsi quando la mente inizia ad andare in tilt e a mandarla in blackout per alcuni minuti? Potrebbe essere lo stress, oppure la dipendenza da marjiuana che si fa sentire ogni tanto. Che altro?
Myriam racconta di sé, di ciò che prova e di come ci si sente dopo un tradimento. Racconta di identità nascoste, costrette al silenzio per paura di non essere accettate. Ci parla del caso, che forse non esiste, perché tutti, anche lei, hanno un percorso da fare. Difficile, ma liberatorio. Che interessi ha, che amicizie ha questa donna? Cosa la affascina e cosa la lascia senza parole? Cosa la rende vulnerabile e cosa la spaventa a morte?
La donna che vedi è cambiata nel tempo, ha superato la cattiveria e gli sguardi perplessi. È stata accolta da chi ha saputo capirla e aiutarla nel suo cammino. La donna che vedi non è solo un appartamento lussuoso e abiti firmati. È anche la capacità di riscattare un passato faticoso da dimenticare, attraversando ciò che ha rappresentato per lei il dolore più profondo in assoluto.
Buona lettura.

Giovanni Pannacci vive fra Rimini e Città di Castello, insegna lingua italiana agli stranieri e si occupa di certificazioni linguistiche. Per l’editore Giulio Perrone ha pubblicato Siamo tutte delle gran bugiarde. Conversazione con Paolo Poli (2009) e il romanzo La canzone del bambino scomparso (2012). Per Fernandel ha pubblicato il romanzo L’ultima menzogna (2016).

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: La danza dei veleni – Il ritorno di Blanca di Patrizia Rinaldi (Edizioni EO 2019) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2019

Patrizia RinaldiIl ritorno di Patrizia Rinaldi e della sua Blanca, detective ipovedente, è nelle parole scritte in questo libro. Ma anche in quelle che l’autrice permette al lettore di percepire, di sentire, di immaginare. A partire dall’incipit, che apre uno scenario di emozioni, sensazioni, di luci e ombre. Perché Blanca è così, un mondo a sé, da scoprire. Un mondo complesso, che nemmeno i colleghi Carità, Martusciello, Liguori e Micheli capiscono.
Blanca non si accontenta di sapere che qualcuno sta morendo avvelenato o che qualcun’altro sta commerciando animali in maniera illegale. No. Lei deve scavare, annusare, ascoltare. Deve amplificare i sensi che ha a disposizione. Ha bisogno di tempo e di spazio vitale per mettere tutto in ordine in un’indagine che è incasinata e non coordinata a dovere. Le serve fiducia e silenzio, pazienza e forza.
Nel frattempo chi le sta intorno ha un timore particolare, la tratta con rispetto ma non con compassione. Blanca non lo sopporterebbe. C’è chi le descrive il mare, la natura in generale o più nello specifico la scena di un crimine. La vita privata di ogni protagonista ruota intorno alla vicenda, intorno a Blanca e al quotidiano di ciascuno. Questo sembrerebbe allontanarli dal lavoro in commissariato. Sarà così?
Blanca affronta tutto custodendo le informazioni in un contenitore sigillato. Perché? Sta respingendo qualcuno o vuole proteggersi ad ogni costo? Blanca è una donna eccezionale che sa donare a modo suo e sa estraniarsi quando le serve. Ha solo una grande fatica da gestire, il limite dell’amore, il limite fra corpo e cuore …
La passione per il suo lavoro la contraddistingue, anche a costo di stare male, anche quando scoprire la verità provoca sofferenza. Blanca vive ogni attimo sentendoselo addosso e dentro, ed è capace di sospendere un’impressione o un giudizio se può ferirla nel profondo. Ha bisogno di dare ordine alle sue emozioni.
Di animali si parla in questo libro, e non solo a quattro zampe. Si parla di uomini e donne che seguono un loro percorso, più o meno in modo consapevole; che si lasciano usare o maltrattare; che desiderano emergere ma lo fanno utilizzando i mezzi peggiori. Si parla anche di sentimenti e ragione. Di tradimento e fedeltà. Di segreti e verità.
Dovete leggerlo, non posso dirvi di più. Solo che la vita di Blanca entrerà a far parte della vostra.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Mi­glior Scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La compagnia dei soli, illustrato da Marco Paci, (Sin­nos 2017), vincitore del Premio An­der­sen Miglior Fumetto 2017, Un grande spet­tacolo (Lapis 2017), Federico il pazzo, vincitore del premio Leggimi Forte 2015 e finalista al pre­mio Andersen 2015 (Sinnos 2014), Mare giallo (Sinnos 2012), Rock senti­men­tale (El 2011), Piano Forte (Sinnos 2009). Per le Edizioni E/O ha pubblicato Tre, nu­mero imperfetto (tradotto negli Stati Uni­ti e in Germania), Blanca, Rosso caldo, Ma già prima di giugno (Premio Alghero 2015) e La figlia maschio (2017).

Source: omaggio dell’autore al recensore.

:: La vicevita. Treni e viaggi in treno di Valerio Magrelli (Einaudi 2019) a cura di Nicola Vacca

5 giugno 2019

cop magrelliLa vicevita. Treni e viaggi in treno è un piccolo e prezioso libro scritto da Valerio Magrelli, uno dei pochi poeti italiani contemporanei che vale la pena leggere.
Prose e frammenti in cui lo scrittore romano si cimenta con il tema del viaggio, in mondo particolare con quello lento e contemplativo che si fa utilizzando il treno.

«Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte. Il suo scopo, cioè risiede altrove. È ciò che chiamerei: la vicevita».

La vicevita, scrive Magrelli nella nota introduttiva, allude al tempo morto dell’attesa, un tempo morto che le sue parole provando a rianimare annotando sul suo personale diario quotidiano di viaggio in treno impressioni e osservazioni per disegnare la mappa di un’antropologia culturale e umana dell’essere in movimento tramite le rotaie dell’esistenza.
Magrelli parla dei suoi viaggi in treno, delle persone che incontra, scrive una piccola enciclopedia del mettersi in viaggio.
Racconti brevi, anzi brevissimi, in cui l’uomo e il poeta si mettono a nudo raccontando le esperienze autobiografiche di una vita che corre sulle rotaie.
Il treno è una chiusura lampo che fila sui binari. Ma è anche il luogo dove accade tutto o non accade niente, dove il viaggiatore scopre a proprie spese che le coincidenze non servono a nulla.
Tra cuccette, stazioni, errori di destinazione, freni d’allarme tirati, Magrelli disegna una stravagante geografia del viaggio in treno. La sua vice – autobiografia di viaggiatore e di uomo che osserva la commedia dantesca di tutti i giorni, condividendo la sorte con gli altri che come lui si sono messi in cammino per andare.

«In effetti, tutti noi continuiamo a viaggiare come se, da un momento all’altro dovessimo venire deportati».

La nostra condizione umana è il tema fondamentale degli appunti di viaggio in treno di Valerio Magrelli.

«Ma come si fa a viaggiare in treno? Da quando ho letto che le pupille si strappano, si scollano, si sfilacciano, a forza di guardare troppo dal finestrino, per me è diventa un inferno».

Anche il treno è un condominio di carne e Magrelli quando scrive non smette di ascoltare il suo cuore di poeta.
Queste prose si illuminano di lampi di poesia: il viaggio in treno è la vita che va, è la vita che viene. Ma soprattutto è la vita che accade.

Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è scrittore, traduttore e professore ordinario di Letteratura francese all’Università Roma Tre. Ha pubblicato Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980), Nature e venature (Mondadori, 1987), Esercizi di tipologia (Mondadori, 1992). Le tre raccolte, arricchite da versi successivi, sono poi confluite nel volume Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi 1996). Sempre per Einaudi sono usciti Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il commissario Magrelli (2018). Fra i suoi lavori critici, Profilo del dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, L’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Ha diretto per Einaudi la serie trilingue della collana «Scrittori tradotti da scrittori». Tra i suoi lavori in prosa: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010), Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011), Geologia di un padre (Einaudi 2013), La vicevita (Einaudi 2019) e Sopruso: istruzioni per l’uso (Einaudi 2019). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Ha pubblicato per Einaudi anche due raccolte di poesie: Il sangue amaro (2014) e Le cavie (2018). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di «Repubblica» e tiene una rubrica sul blog il Reportage.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa.

:: Il nero è un colore di Grisélidis Réal (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

3 giugno 2019

web-07-nero-frIl nero è un colore” è il romanzo autobiografico di Grisélidis Réal, autrice nata a Losanna nel 1929 e scomparsa a causa del cancro nel 2005. La storia narrata dalla Réal è una vicenda autobiografica che ha al centro la fuga della narratrice con un amante pazzo di origine afroamericana (Bill), che lei è riuscita a far dimettere da una clinica psichiatrica. Con la coppia ci sono i due figli della donna e tutti e quattro si dirigono a Monaco per sfuggire alla miseria, alla fame e alla povertà. Per il quartetto comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza per poter mangiare qualcosa e per avere un tetto da riparo sulla testa. Pagina dopo pagina ci addentriamo nella vita della scrittrice svizzera che ci trascina nel suo mondo, complicato sì, ma dove l’amore per i figli è quello che domina e che la spinge la Réal a fare il possibile per tenere unita la famiglia. Ed ecco che nelle pagine, al tanto amore materno, si alternano momenti più cupi dove la protagonista conosce da vicino il male, la violenza, lo spaccio per droga, la fame, il carcere e quella sensazione di vita vissuta sempre sul filo del rasoio. Dalla strada, ad un certo punto, la protagonista finirà a lavorare come attrice in piccoli film, come modella per la scuola di pittura e nella Casa Rossa, un bordello gestito da Mamma Shakespeare. Non mancherà nemmeno un altro amante che la trascinerà in un losco giro di traffico di droga e tante altre dure prove che renderanno l’esistenza di Grisélidis una lotta per la sopravvivenza, la sua, per garantire quelle dei suoi bimbi. “Il nero è un colore” è una vicenda autobiografica di forte impatto emotivo, nella quale il sopruso, la violenza, il cinismo umano sono qualcosa di impressionante, perché la protagonista incontra persone con atteggiamenti così meschini, cattivi e brutali da sembrare usciti da un film, mentre in realtà sono la nuda e cruda verità vissuta in prima persona dall’autrice. Chi racconta parla di sé, e lo fa con dolcezza alternata a rabbia e furore, ponendo però al centro di tutto, e sempre, quell’ amore profondo per i figli, un legame così intenso da indurla a vendere il suo copro pur di dare loro un po’ di tranquillità e cibo. Nelle pagine di “Il nero è un colore” si susseguono depravazione e le richieste più assurde di clienti che possiamo mettere tra il sadico e il feticista, ai quali la donna si sottomette per avere qualche spicciolo, ma la Réal ci fa conoscere anche qualcosa di davvero speciale nel suo vissuto: le sue passioni potenti. Oltre ai due figli, Girsélidis ha una profonda e palpitante attrazione per gli uomini dalla pelle color ebano, in particolare per i militari presenti nelle caserme americane in Germania. Quei soldati che attirano la protagonista per la loro prestanza fisica, per quella pelle così liscia e levigata da sembrare scolpita e per le loro automobili luccicanti. Altro elemento importante della vita della Réal sono i suoi amici zingari, quell’etnia che per lei è una vera e propria famiglia, che la ama e accudisce, senza pregiudizi, come se fosse una figlia, anche se figlia loro non lo è. “Il nero è un colore”, Grisélidis Réal è un libro lucido, nel quale l’autrice ripercorre passo dopo passo la sua vita, le sensazioni e le emozioni che l’hanno caratterizzata, in un ritratto chiaro di sé nel quale ogni singola cosa o gesto compiuto è portato avanti, nonostante le difficoltà, dalla forza e dal sentimento dell’amore. Traduzione dal francese Yari Moro.

Grisélidis Réal è nata a Losanna nel 1929. Ha trascorso la sua infanzia in Egitto e in Grecia, prima di intraprendere gli studi in Arti decorative a Zurigo. Presto madre di quattro figli, si prostituisce in Germania nei primi anni Sessanta, poi diventa la famosa “puttana rivoluzionaria” dei movimenti delle prostitute nel decennio che segue e cofondatrice di un’associazione di tutela nei loro confronti (ASPASIE). È morta il 31 maggio 2005.

Source: inviato dall’editore. Grazie a tutto lo staff di Keller Editore.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti, redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2019

Trattato INF

Benvenuto Tiziano su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. È laureato in Storia Medievale, Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, scrive su Difesa online, ed è studioso di tematiche militari. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, tema che sembra diventato di stretta attualità e che dovrebbe interessare tutti i cittadini della UE.

Può spiegarci, per sommi capi, cos’è il trattato INF e cosa portò alla sua stipula tra Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica?

Il trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) è stato firmato nel 1987 tra l’Unione Sovietica di Gorbachov e gli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Reagan. Tale trattato prevedeva, non più solo limitazioni numeriche agli arsenali nucleari della due super Potenze, ma la completa eliminazione di due tipologie di armi: i missili a corto raggio (500-1.000 km di gittata) e quelli a medio raggio (1.000-5.000 km di gittata).
La necessità del trattato nacque a causa della necessità del Cremlino di aggirare la dottrina NATO della risposta flessibile (in caso di un attacco convenzionale su larga scala da parte delle forze del Patto di Varsavia in Europa occidentale, la NATO si sarebbe difesa impiegando armi nucleari tattiche), ovvero di essere i primi a varcare la soglia nucleare con il lancio di oltre 200 testate su obiettivi di vario genere in Europa occidentale, come mossa iniziale di un eventuale conflitto.
Nel 1977 l’URSS cominciò a schierare, nelle sue zone europee, il nuovo missile balistico a portata intermedia (IRBM) SS-20 SABER, armato con tre testate nucleari da 150 kilotoni (la bomba lanciata su Hiroshima nel 1945 aveva una potenza di 1,3 kilotoni), e con una gittata di circa 5.000 km, sufficienti per colpire le principali città dell’Europa occidentale, tuttavia appena inferiore a quanto previsto dal trattato SALT II per la limitazione delle armi nucleari allora vigente (5.500 km), quindi gli SS-20 si ponevano al di fuori degli accordi tra URSS e USA.

Questo processo di superamento della Guerra Fredda si è per lei interrotto? Cosa ha portato a ciò, considerato che il cosiddetto “pericolo comunista” non sussiste più. E volendo anche la Cina, pur restando una repubblica socialista, sta intraprendo una difficile strada verso una maggiore democratizzazione sia economica che politica.

Gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’URSS, sono rimasti l’unica super Potenza. Già dagli anni 90 dello scorso secolo (il cosiddetto decennio unipolare) gli strateghi americani postulavano un allargamento della NATO verso Est. Con l’adesione della Polonia e degli Stati Baltici alla NATO, la Russia si è sentita accerchiata, tuttavia non ha i mezzi per contrapporsi alla potenza americana.
La Cina non ha firmato nessun trattato contro la proliferazione nucleare (la sua dottrina militare non concerne l’impiego atomico come primo strike), ha solamente 280 testate stoccate contro le 4.700 americane più le 1.750 operative.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa, una proposta di legge per sospendere il trattato INF, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Una notizia di tale portata dovrebbe avere un eco maggiore anche a livello di mass media. Perché secondo lei questo non è successo? Anche i politici sottovalutano i rischi che tutto ciò comporta?

Perché in Europa (e in particolare in Italia) non esiste una politica di Difesa; per troppo tempo ci siamo posti sotto l’ombrello americano, delegando all’Alleato d’oltre oceano ogni responsabilità. Se guardiamo ai nostri politici credo che in pochi comprendano quanto siano importanti le Relazioni Internazionali.

Al netto delle accuse reciproche di non rispettare il trattato, la funzione di deterrenza è inequivocabile, c’è il margine per una successiva trattativa?

Sono gli americani a dettare le regole, quindi, se volessero credo di si.

Più nello specifico, che lei sappia, si sta lavorando a livello diplomatico su un meeting tra Russia e Stati Uniti per ripristinare il cosìddetto trattato INF, ed eventualmente allargarlo anche ad altri stati, come era inizialmente nelle intenzioni statunitensi?

Credo che gli USA vogliano avere mano libera nei confronti della Cina, la quale sta sviluppando armi che rientrerebbero nelle limitazioni del trattato INF.

Si conosce, per sommi capi, quale è lo stato degli arsenali dei due paesi (e alleati), quanto è aggiornato? Ci sono soprattutto i fondi per ricostruire l’arsenale atomico, reali commesse? O è più, secondo lei, uno scontro verbale?

Gli arsenali nucleari di Russia e USA sono ben forniti (la Francia è la terza nazione al mondo che possiede più testate nucleari). Il fatto è che esistono nuovi attori come India, Pakistan e soprattutto Corea del Nord entrati negli ultimi decenni nel club nucleare, non certo nazioni politicamente stabili. Un grosso interrogativo è rappresentato dall’Iran, anche lì Trump ha cestinato gli accordi sul nucleare, precedentemente stipulati con l’Amministrazione Obama.

In merito agli USA, non è detto che troveranno disponibilità e grande entusiasmo da parte degli alleati a piazzare testate atomiche dirette contro la Russia nei loro territori, si parla di sottomarini ed eventualmente fregate lanciamissili? Non ha l’impressione che stiano giocando su troppi fronti?

La UE ha espresso ufficialmente il suo sconcerto per la decisione americana, le uniche dichiarazioni favorevoli sono giunte da Londra e, ovviamente, da Varsavia.
Gli USA sono una Potenza globale, vivono di strategia, anche se Trump (come del resto la precedente Amministrazione) dichiara l’intenzione di ritirarsi da alcuni contesti, non può certo lasciare l’Europa indifesa.

Realisticamente, ora come ora, che pericoli corrono l’Europa e la Russia?

Credo che l’Europa corra il serio rischio della totale marginalità sulla scena internazionale. Napoleone diceva che se un popolo non vuole pagare per un suo esercito, prima o poi dovrà pagare per l’esercito di qualcun altro.

Da un punto di vista strategico un’alleanza tra Europa e Russia, rafforzata anche da più stretti rapporti economici e commerciali, non sarebbe auspicabile per la maggiore sicurezza internazionale? Onde scongiurare l’asse Mosca-Pechino. Cosa lo impedisce, quali sono i veri ostacoli in merito? Si è mai parlato di un’entrata della Russia nella NATO?

Un asse strategico Mosca-Pechino credo sia poco probabile, ci sono troppi interessi geopolitici inconciliabili. L’Europa è sotto l’ombrello americano, non è possibile al momento attuale uscirne. Nel 2002, un summit organizzato a Pratica di Mare dall’allora governo Berlusconi, creò una sorta di partnership tra Russia e NATO ma non si andò oltre. La Russia vuole tornare ad avere un ruolo primario nel contesto internazionale, infatti è sicuramente una potenza militare ma non è certo una potenza economica. Già la precedente Amministrazione Obama aveva identificato la Cina come futuro, possibile, competitor, relegando la Russia a semplice Potenza regionale.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Lupa a Gennaio di Massimo Scrignòli (Book Editore nella collana Serendip 2019) a cura di Nicola Vacca

31 Maggio 2019

cmsDi tutte le acque chiare, la poesia è quella che meno indugia ai riflessi dei suoi ponti.
Poesia, vita futura nell’intimo dell’uomo riqualificato.

È indegno del poeta mistificare l’agnello,
investirne la lana.

(René Char)

Massimo Scrignòli è un poeta unico, riconoscibile e appartato che ama la sofisticata eleganza del dire. Ma soprattutto scrive e pubblica quando ha qualcosa da dire.
Giovanni Raboni, che firmò la prefazione all’opera prima di Massimo Scrignòli (Notiziario tendenzioso, 1979), scrive che la sua poesia è coraggiosamente priva di simboli e forse di immagini, una trascrizione pura, quasi àfona per bisogno e desiderio di esattezza, completezza e onestà di cose pensate.
Le parole di Raboni fanno centro, meglio di molte altre inquadrano l’essenza della poesia di Scrignòli che nella sua fisiologica evoluzione non ha perso mai questa caratteristica individuata dal poeta e critico milanese.
A dieci anni da Vista sull’ Angelo, il poeta ferrarese pubblica Lupa a Gennaio. Ancora una volta Massimo torna alla poesia scavando nell’infinito delle parole e con un essenziale gioco a sottrare elabora un distillato per frammenti, che è il frutto tormentato di una ricerca poetica che copre dieci anni.
Questa volta il poeta si cimenta con la prosa poetica. Il volume ne contiene con ventotto.
Scrignòli è un poeta che nella sua scrittura non ha smesso di dialogare mai con i maestri e gli autori da lui amati.
In questo libro ci sono tutti (Kafka, Eliot, Pound, Apollinaire). Sono due i nomi che in questi frammenti occupano un posto di rilievo: René Char e Paul Celan.
Scrignòli alla maniera di Char scrive queste brevi e intense prose cariche di una straordinaria vocazione oracolare attraverso cui il poeta si tuffa nel vizio infinito delle parole per ascoltare e nominare in attesa di avere fiducia in una lingua che ci parla.
Il poeta cerca nelle parole una ipotetica fioritura, trattiene sul taccuino la notte per

«essere nelle povere piccole cose, dove si arriva sempre poco prima di riprendere fiato».

Lupa a Gennaio è l’esperimento unico di un poeta vero. Un breve e intenso viaggio nel mondo della poesia.
Ventotto brevi frammenti da leggere senza respiro e da meditare come l’opera matura di un poeta che come pochi ha saputo spingersi oltre i confini di una narrazione metafisica intuendo l’oltre di un oltre da cui scaturisce un alfabeto in cui fare i conti ogni giorno con la semina dei freddi, con la conquista del gelo.

«Eppure dorme, questo secolo: è un sonno senza sogni, adagiato sul fondale di un tempo tuttora indifeso dalle antiche profezie di Vulcano.
E noi non abbiamo ancora messo in salvo la cenere».

Solo i grandi poeti sanno scrivere parole di rara bellezza. Massimo Scrignòli lo è.
Con Lupa a Gennaio si conferma una voce fertile di intuizioni. Un poeta che ha il coraggio di ritrovare una parola estrema, che prepara la pioggia, ma anche il nostro riparo.
Una parola che ci avvicina (nella poesia come nella vita) al valore indiviso della verità.

:: Lievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai di Silvino Gonzato (Neri Pozza 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2019

Lievito madreLa crisi, i dissidi societari, la concorrenza, varie coincidenze sfavorevoli possono portare verso la chiusura un’azienda centenaria un tempo prospera e rinomata nel mondo? È quello che è successo alla Melegatti, azienda dolciaria di Verona produttrice del famoso Pandoro Melegatti.
Ma la storia che Silvino Gonzato, giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona ci racconta nelle pagine di Lievito Madre, che ammettiamolo poteva essere solo un triste fatto di cronaca con dipendenti licenziati, famiglie sul lastrico, competenze disperse, o imprenditori che arrivano anche ai gesti più estremi, ha il sapore delle favole antiche, di quelle storie che sfiorano la leggenda per l’eccezionalità dei fatti narrati.
E invece è tutto vero, la caparbietà, il senso di responsabilità, l’altruismo di un gruppo di operai ha davvero contribuito a salvare un’azienda e Silvino Gonzato ci spiega nel suo libro dettagliatamente come, senza tralasciare l’eroismo e la fantasia di questi uomini e donne (e c’è pure un gatto che anche solo con la sua presenza ha contribuito a migliorare l’umore e la coesione del gruppo).
Ma andiamo con ordine nel 2017 la Melegatti era stata costretta a chiudere i suoi stabilimenti per alcuni investimenti sbagliati e mancati pagamenti dei fornitori. Se la chiusura di qualsiasi altra azienda, pur con le sue ripercussioni negative, è pur un fatto senza conseguenze dirette, non così per la Melegatti perché c’era a rischio il centenario lievito madre, l’impasto con cui Domenico Melegatti nel 1894 aveva creato il primo pandoro della storia. Una creatura viva, un prodigioso reperto di archeologia alimentare, che grazie all’aggiunta quotidiana di farina e acqua è giunto fino a noi. E se la storia ufficiale parla di passaggi di proprietà, capitali e finanza, questo libro è il reportage del presidio dei lavoratori che nel loro gazebo davanti alla fabbrica hanno tenuto viva la speranza e materialmente Matteo, Michele e Davide il lievito madre stesso. Senza stipendio, senza che nessuno glielo dicesse, nel caos che è seguito alla chiusura non hanno perso la testa e hanno salvato il cuore di una delle aziende italiane più conosciute al mondo, tanto che anche il New York Times si è interessato alla vicenda.
Proprio la eccezionalità della storia e la bravura di Silvino Gonzato, che con sensibilità e partecipazione parla dei fatti, hanno permesso al libro Lievito Madre di aggiudicarsi il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, che sarà consegnato il 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella. Tra tanto pessimismo, crisi, lettere da Bruxelles, un premio che dà risalto a storie che hanno al centro modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza. E ditemi se non ce ne è bisogno?

Silvino Gonzato è giornalista e scrittore, editorialista del giornale L’Arena di Verona. Ha pubblicato tre romanzi tra i quali, con Neri Pozza, Il chiostro e l’harem (1997); raccolte di reportage e libri di satira del costume. Massimo biografo di Emilio Salgari, è autore di numerosi saggi sul romanziere, tradotti all’estero. I suoi ultimi lavori per Neri Pozza sono stati: La tempestosa vita di Capitan Salgari (2011), Esploratori italiani (2012), Briganti romantici (2014), Venezia libertina (2015) e Lievito madre (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

:: I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Nord Editore, 2019) a cura di Eva Dei

30 Maggio 2019

I leoni di Sicilia di Stefania AuciUn violento terremoto scuote le viscere della Calabria, lasciando al suo passaggio morte e distruzione. Siamo alla fine del 1700 e anche a Bagnara Calabra si piangono le proprie vittime e si fa la conta dei danni, ma c’è qualcuno che rientrando nella propria casa prende una decisione risolutiva: si tratta di Paolo Florio e la sua scelta di abbandonare il paese natale alla volta di Palermo non cambierà per sempre solo la vita della sua famiglia, ma segnerà anche la storia d’Italia.
Al bordo dello schifazzo (tradizionale imbarcazione a vela siciliana) salgono Paolo, la sua riluttante moglie Giuseppina, il piccolo Vincenzo, la nipotina Vittoria e il fratello e socio, Ignazio. Da umili commercianti calabresi i Florio arrivano a Palermo per far rifiorire una vecchia putìa, una bottega di spezie. Ma se a bordo dello schifazzo Palermo si è offerta a loro in tutta la sua bellezza, cupole di maiolica, torri merlate, un porto in piena attività, una volta toccata terra i Florio si rendono conto che per loro la Sicilia sarà una terra ricca di promesse, ma anche ostile, dove saranno sempre degli stranieri, dei facchini arrivisciuti. Paolo e Ignazio non si danno però per vinti e, rimboccandosi le maniche, danno inizio al loro riscatto, trasformando quella che era una lurida e buia stamberga in una delle botteghe più floride ed eleganti di Palermo.
Le vicende familiari si alternano all’ascesa commerciale e politica dei Florio, che negli anni allargano la loro attività non solo al commercio e alla vendita delle spezie, ma anche alla lavorazione e al commercio del tonno (prima sotto sale e poi sott’olio) e alla produzione e alla vendita del Marsala, solo per citarne alcune, fino a diventare una delle famiglie più potenti della Sicilia. I leoni di Sicilia attraversa di fatto la storia d’Italia: dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, fino alla nascita del Regno d’Italia, concludendosi nel 1868 alla morte di Vincenzo Florio.
Dopo Florence (Baldini & Castoldi, 2015), la Auci torna in libreria con un nuovo libro. L’opera si configura a metà tra romanzo storico e saga familiare mantenendo probabilmente gli aspetti migliori di entrambi i generi. Dal primo la Auci riprende sicuramente un’accurata attenzione all’ambientazione e ad avvenimenti e meccanismi storici che hanno segnato la Sicilia e il nostro Paese. La stessa autrice ha dichiarato infatti di aver condotto numerose ricerche, leggendo saggi e cronache giornalistiche dell’epoca riguardanti i Florio, ma anche visitando numerosi negozi antiquari e soprattutto quelli che erano i possedimenti della famiglia, in modo da calarsi al meglio nell’atmosfera del romanzo. Detto questo, nonostante ogni capitolo si apra prima con un proverbio siciliano e in seguito con una breve trattazione storica oggettiva dei fatti, pregio dell’opera della Auci è sicuramente quello di non appesantire la narrazione o rallentarne il ritmo narrativo. Infatti, dopo l’introduzione al capitolo, le vicende storiche si inseriscono in maniera fluida nella narrazione ed emergono solo in relazione a come influiscono nella vita dei protagonisti. Si lascia quindi spazio alla cronaca familiare: i dissidi, le storie d’amore, la nascita dei figli.
La Auci sceglie una scrittura formata da numerosi episodi, alcuni che ricordano quasi la tecnica del montaggio alternato, ma nulla si perde, anzi i personaggi sono ben delineati e spesso alcuni episodi tralasciati ritornano in seguito sotto forma di ricordo. Tutto il resto non compare perché probabilmente non è funzionale alla storia: la saga dei Florio a mio avviso è prima di tutto la storia di un riscatto, poi una saga familiare o un romanzo storico.
L’unico scoglio si può rilevare effettivamente nell’uso abbastanza costante, ma non preminente, del dialetto che se da un lato sicuramente riesce a rendere più vivida nel lettore sia l’ambientazione, sia l’enfasi di certi dialoghi, dall’altro potrebbe rivelarsi leggermente ostico.

Stefania Auci è una scrittrice e insegnante di sostegno. Tra i suoi libri ricordiamo: Florence (Baldini + Castoldi, 2015) e La cattiva scuola (Tlön, 2017) scritto con l’amica e collega Francesca Maccani.
Nel 2019 esce per Nord I leoni di Sicilia. La saga dei Florio.

Source: libro del recensore.

:: Molto difficile da dire di Ettore Sottsass (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

27 Maggio 2019

etEttore Sottsass è stato un grande architetto e soprattutto una delle figure più importanti del design contemporaneo.
Artista di molteplici interessi, Sottsass propone il design come strumento di critica sociale.
È davvero interessante, oltre a vedere quello che realizzava, leggere gli articoli che scriveva.
Esce da Adelphi Molto difficile da dire, una raccolta di scritti di Sottsass.
La sua scrittura colta e divertente, sempre attenta alla cura dei dettagli. È davvero un piacere e un arricchimento leggere i pensieri di questo grande architetto che con le sue intuizioni ha dato lustro alla nostra cultura.
Figlio d’arte, anche suo padre era un grande architetto, Sottsass con molta ironia amava dire: «Mi arrabbio quando mi dicono che sono un artista; cioè, non mi arrabbio ma sono fondamentalmente un architetto».
Da quel grande genio eclettico che è stato, Sottsass quando scriveva non rinunciava mai a essere leggero e ironico. Si prenda per esempio le bellissime pagine che egli dedica allo humor:

«Il tipo di uomo che detesto di più è quello senza humor, quello che prende tutto sul serio, anche le stupidate, che sono il più delle cose che succedono e delle cose che ci circondano. Da prendere sul serio c’è pochissimo, quasi niente, ma meno che non si prenda sul serio il fatto che quasi tutto è una stupidata».

Autobiografico è lo scritto da cui prende il titolo il libro. L’uomo e l’artista si raccontano. L’architettura come la vita, l’architettura è la sua vita, ma soprattutto tutta la sua esistenza è un viaggio nella vita delle persone che incontra, un meraviglioso gioco da cui è imprescindibile l’essere umani.

«Ormai è un affare molto difficile uscire da questa ruota del condizionamento, perché la gente non è più capace di cercarsi, non cerca più se stessa, non va più a cercare cose che ha voglia di avere per il gusto che ha dentro, per un gusto che è una emozione privata, un atto creativo, una scoperta trovata, ma va a cercare le cose che le impongono di cercare, che le impongono con discorsi sempre più insistenti, con bugie sempre più sofisticate, con allodole sempre più luccicanti, con polizie sempre meglio organizzate, con eserciti sempre meglio mimetizzati».

Parole malinconiche di un architetto umano troppo umano, considerazioni amare che calzano a pennello a questo nostro tempo in cui abbiamo smesso di essere persone che cercano il vero e l’essenziale.
Ettore Sottsass non è stato soltanto un architetto geniale. Leggendo i suoi scritti ci rendiamo conto che è stato anche un attento e profondo umanista che voleva risolvere per sempre il problema mondiale dell’architettura e intanto pensa e scrive, progetta e sperimenta senza mai ignorare che al centro i ogni cosa ci sta sempre l’uomo.

:: Lettere a una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi di Daniele Aristarco, (Einaudi Ragazzi. coll. Presenti Passati, 2019) a cura di Viviana Filippini

27 Maggio 2019

AristarcoDaniele Aristarco visita spesso scuole in lungo e in largo per l’Italia. Lo fa per raccontare il suo lavoro e i libri che scrive. Un giorno, mentre era in una scuola per parlare di William Shakespeare, la sua attenzione è stata colpita da una scritta sul banco di una ragazza (Giulia) assente quel giorno: Dux. Da quelle lettere incise sul banco, l’autore ha dato forma a “Lettere ad una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi”, edito da Einaudi Ragazzi. Nel testo Aristarco mette su carta una serie di missive all’alunna assente per darle informazioni basilari e fondamentali su cosa fu il fascismo per l’Italia. Nel libro il lettore è messo nella posizione di Giulia, la destinataria degli scritti di Aristarco che racconta sì a lei, ma in realtà racconta anche a noi lettori. Tra le pagine viene ricostruita in modo ordinato e accurato l’origine del movimento fascista, come sì radicò nella società italiana del secolo scorso, fino al raggiungimento della fascistizzazione di massa. Aristarco però non si limita a raccontare del movimento che divenne un regime a tutti i livelli. Nelle pagine del testo edito da Einaudi, l’autore partenopeo definisce anche i profili biografici di Benito Mussolini e di ciò che mise in atto per ottenere consenso. Non manca nemmeno la parte nella quale si racconta cosa il Duce- Dux- fece per limitare e, in certi casi, fermare in modo definitivo l’agire di coloro che erano i suoi oppositori. Tra i bersagli del Fascio si ricordano le figure di Giacomo Matteotti rapito e assassinato da una squadra fascista, Antonio Gramsci tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, segretario e leader dal 1924 al 1927 dello stesso partito, mandato nel carcere di Turi dal regime fascista nel 1926 e anche Giordano Cavestro, fucilato a diciotto anni perché aveva creato un bollettino antifascista. Dal passato però Aristarco si sposta nel presente per raccontare come le spie, o le ceneri mai spente del tutto, di quel fascismo di ieri siano ancora presenti oggi. Esse sono come lì, latenti, pronte a scoppiare da un momento all’altro per scatenare terrore e paura tre le persone che quelle idee totalitarie non le condividono. Poi lo scrittore si domanda, e ci domanda, se esitano “medicine” ai regimi totalitari e ne individua quattro: leggere, informarsi, studiare e viaggiare. “Lettere ad una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi” di Daniele Aristarco è un libro per bambini e ragazzi, ma lo consiglio anche ad un pubblico adulto, magari da leggere assieme -genitori e figli, o ragazzi e adulti – per capire quali furono le radici dalle quali presero il via i regimi dittatoriali che tanto terrore, distruzione e morte seminarono tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Per conoscerli ed evitare che pagine drammatiche della Storia si ripetano. Il libro edito da Einaudi ragazzi, inaugura una nuova collana editoriale: “Presenti passati”.

Daniele Aristarco è nato a Napoli nel 1977. È autore di racconti e saggi divulgativi rivolti ai ragazzi, pubblicati sia in Italia che in Francia. Ha insegnato lettere nella scuola media e ora si dedica ai libri per ragazzi e alla scrittura per il cinema e la radio. Drammaturgo e regista teatrale, ha vinto numerosi premi. Si occupa inoltre di laboratori di scrittura creativa per l’infanzia presso scuole, biblioteche e associazioni culturali. Nel nostro catalogo ha pubblicato Shakespeare in shorts – Dieci storie di William Shakespeare, eletto libro del mese di settembre 2016 dai radioascoltatori della trasmissione «Fahrenheit» di Radio 3 Rai, Io dico no! – Storie di eroica disobbedienza, inserito nella lista dei «White Ravens» 2017, Così è Pirandello (se vi pare) – I personaggi e le storie di Luigi Pirandello, Cose dell’altro secolo, Lucy, la prima donna, La nascita dell’uomo, Decameron, Fake – Non è vero ma ci credo, La diga del Vajont, Io dico sì! Storie di sfide e di futuro.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Anna De Giovanni.