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:: Lettere a Cioran di Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2017)

29 novembre 2017

lettere a cioranNiente si può comprendere della sua opera se prima non ci rendiamo conto di essere di fronte a una coscienza che non trova mai pace, esasperata da se stessa e tuttavia tenacemente vigile; a uno scrittore, a un uomo, che non si è mai nascosto dietro le sue paure, consapevole che è proprio il pungolo della paura – quando la si affronti a viso aperto- a renderci lucidi, a rivelarci la vera natura delle cose smascherando tutte le convenzioni legate al vivere e al suo perdere terreno.

Se Nicola Vacca ha un talento è sicuramente quello di rendere semplici concetti e pensieri estremamente difficili. Lungi da voler essere un fatuo complimento è una osservazione che sgorga spontanea dalla lettura di Lettere a Cioran Galaad Edizioni, prefazione di Mattia Luigi Pozzi.
Il suo talento divulgativo, vissuto come una vera vocazione più che una posa, è lontano anni luce dalle ostentazioni e dalle fisime dell’intellettuale che dispensa il suo sapere dall’alto di un piedistallo, ma tutt’al contrario, utilizzando un linguaggio colloquiale, semplice, immediato riesce a diffondere i concetti anche più irti e difficili, perché la diffusione del sapere non debba essere mai elitaria, creare barriere, ma appunto spezzarle in una comunione umana e umanistica che distingue il pensatore e studioso dall’intellettuale snob chiuso nella sua irraggiungibile torre d’avorio.
Nicola Vacca parlando di Cioran non utilizza una lingua da iniziati, ma nella semplicità (frutto di un’ attento studio e di una sensibilità affine), ci trasmette qualcosa di molto più prezioso, un’ autentica ammirazione (se non venerazione) per un pensatore, filosofo e scrittore difficile e iconoclasta come Emil Cioran davvero fu. Uno dei geni più controversi e poco omologabili che “il secolo breve” ha avuto.
Se il dubbio è la scintilla d’intelligenza che ha incendiato tutto il suo pensiero, Nicola Vacca ce lo dimostra più che aprioristicamente enunciarcelo. Lo scetticismo, quasi sempre visto con connotazioni negative e pessimiste, in Cioran è linfa e luce di un pensiero libero, e onesto, svincolato dalla gabbia dorata della sistematicità.
La realtà è così complessa e frammentaria che solo il frammento, l’aforisma, l’intuizione, la scheggia di pensiero e di scrittura, può definirla, con l’abilità che ci vuole a riunire le mille schegge di uno specchio in frantumi. La realtà è visione, e costa dolore assorbirla nelle sue mille sfaccettature distorte. Per guardare in faccia la realtà, le contraddizioni e il marcio di questo mondo, serve uno spirito scevro di illusioni, e nello stesso tempo attento alle pieghe dell’anima. Serve uno spirito senziente e in costante ricerca del vero e del reale. Anche quando la ricerca non porta in nessun dove. Ma è la ricerca stessa il senso.

Nicola Vacca scrive: Per Cioran meditare significa trovare la giusta distanza fra il pensiero e la parola: pochi ci riescono, ed egli è stato uno di quei pochi. Sempre difendendo un sano e caustico diritto all’insolenza, alla provocazione, il suo pensiero ha interso “sfregiare” ogni oggetto su cui si sia appuntato, per mettere in luce questa nostra caduca esistenza, il tragico il comico. E insolente, provocatoria è ogni parola, ogni pagina di Cioran, che concepisce in frammenti la sua intera opera perché è così, in frammenti, che vede o vorrebbe ridurre il mondo stesso.

Anche se è pur vero che tutti si suoi scritti non sono necessariamente rivolti a un pubblico e proprio nei sui Cahiers, appunti sparsi di una vita, dà il meglio di sé. In un mondo dove nessuno può salvare nessuno, Cioran scrisse per sé stesso per contenere e dominare i suoi demoni, le sue inquietudini di pensatore insonne, malato di verità.
Avvicinarci a Cioran, e Nicola Vacca ci aiuta proprio a fare questo, a percorrere questa iniziazione verso la vertigine, è un’ esperienza insolita e creativa. Difficilmente etichettabile come pura curiosità letteraria da esibire nei salotti più snob. Cioran è una presenza ingombrante e inquieta, che scortica le coscienze e ustiona i preconcetti e le rassicuranti favolette che ci possiamo raccontare per dormire sonni tranquilli. Cioran non si accontenta, si interroga, fino a sentire i pugnali nella carne, si inabissa negli oscuri meandri dell’ignoto, dell’inconoscibile, del poco ponderato. La sua religione è ciò che di più lontano possa esistere dal quieto vivere, dall’autocompiacimento e dall’autoassoluzione.
Bisogna essere capaci di perdersi, per seguirlo e imparare ad apprezzare il suo genio, la sua autentica vocazione al contraddittorio e al paradosso come Nicola Vacca fa da quando ha iniziato a leggere e meditare le opere di questo scrittore.
Cioran fu un uomo del suo tempo? Certo fu poco compreso dai suoi contemporanei, di cui stigmatizzava vizi e difetti, e questa espulsione dal consesso degli eletti intellettualmente omologabili, ne costituisce in un certo senso una sua prima virtù, facendolo diventare contemporaneo di qualsiasi uomo si interroga sul senso della vita e della realtà. Anche quando un senso non c’è e proprio la negazione di senso si ricollega ad un empirico paradosso esistenziale.
Il suo rifiuto di idolatrare la storia, come serie inenarrabile di abomini, compiuti da uomini verso altri uomini capaci di contabilizzare la morte nei campi di concentramento raggiungendo vette di crudeltà che poco hanno di umano, è a mio avviso la più alta vetta di una coscienza civile tormentata, non chiusa nel bozzolo della propria solitudine e del proprio egoismo. Cioran fu consapevole che la vita vira verso queste degenerazioni, che l’umanità ha in sé i germi del male, un Male metafisico e oscuro, pur tuttavia non si rifugia in un nichilismo di maniera, in un’ adorazione del nulla. Ma anzi questo nulla, che attira a sé tutto come una stella morente, cerca di superarlo, proclamando un disperato amore per la vita (non a caso Leopardi fu da lui un poeta molto amato). Raggiungendo vette mistiche inaspettate e insospettabili. Alla mistica, sia orientale che occidentale, fu sempre legato da un legame profondo.
Cioran si permette poi il lusso di contraddire se stesso, di non seguire una fitta rete di coerenti corrispondenze, per aderire più pienamente al reale. Nella realtà cambiamo idea, ci superiamo, evolviamo, pur senza rinnegare noi stessi, e come diceva Louis Ferdinand Celine non siamo infallibili, possiamo anche dire solenni sciocchezze. Possiamo mentire a noi stessi, pur non considerando la menzogna uno strumento di analisi. E da qui il gusto per il paradosso, per l’antinomia, il bisticcio di parole, la farsa.
Se poi vogliamo approfondire il discorso, avvicinarci ai testi di Cioran, la bibliografia essenziale (pag. 99) è piuttosto esaustiva, lo possiamo fare, anzi l’intero testo è un invito a farlo. Una lettura propedeutica e necessaria se vogliamo decriptare il suo pensiero e il suo complesso organismo intellettuale. Potete usare questo testo come una bussola, se deciderete mai di intraprendere il viaggio di approfondimento. Buona lettura.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: testo inviato dall’autore.

:: 3000 chicchi di riso di Alberto Girotto (Compagnia Editoriale Aliberti 2017) a cura di Davide Mana

23 novembre 2017

3000 chicchi di risoMolti rimangono sorpresi nello scoprire che l’Italia è il maggior produttore di riso in Europa, e uno dei maggiori nel mondo, al punto che il nostro riso viene esportato in Estremo Oriente, ed apprezzato per la sua qualità .
In “3000 Chicchi di Riso” Alberto Girotto non ci offre solo una collezione di ricette, ma una vera e propria esplorazione del riso, alimento fondamentale per miliardi di persone, fondamento diculture e non solo di tradizioni culinarie.
In fondo è questa la differenza sostanziale fra un libro di cucina e un ricettario – quest’ultimo è una lista di formule, mentre il primo non ci parla solo di calorie e porzioni, tempi di cottura e condimenti, ma va oltre, e ci offre lo spaccato di una o più culture. Ci insegnanon solo a cucinare, ma anche ad apprezzare ciò che sta dietro a quello che mettiamo in padella.
Il libro di Girotto è suddiviso per capitoli, ciascuno dedicato ad un’area geografica, e corredato di una nota introduttiva storica e culturale. Alle ricette si alternano note sulle varietà  di riso disponibili sul mercato, sul loro uso e sulle loro caratteristice peculiari.
Scopriamo intanto la storia degli spaghetti di riso e altre curiosità .
Dall’Estremo Oriente (che fa comprensibilmente la parte del leone) si passa all’Asia Centrale e al Medio Oriente, all’Europa, alle Americhe, all’Africa e infine all’Oceania.
Ogni ricetta è accuratamente descritta e accompagnata da una fotografia particolarmente attraente.
“3000 Chicchi di Riso” (il titolo si riferisce alla quantità  che quasi ovunque nel mondo costituisce una porzione di riso, circa 95 grammi) è un volume intelligente, che interesserà  sia chi è alla ricerca di qualcosa di nuovo da mettere in pentola, ma anche chi è semplicemente interessato a scoprire quanto sia versatile il riso, e quanta varietà  storica e culturale questo semplice ingrediente esprima in tutto il mondo.

ricettaAlberto Girotto è nato a Biella. Viaggiatore del mondo per promuovere commerci, è da sempre un buongustaio goloso e curioso, oltre che appassionato di storia, etnologia, gastronomia e soprattutto di riso. In questo campo ha collezionato oltre 4.200 ricette con il riso di più di 170 Paesi del mondo. Ha un blog in quattro lingue, 3000 chicchi di riso, che presenta curiosità sul riso, ricette, notizie storiche e etnografiche dei paesi produttori di riso e viaggi.

Source: pdf inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Compagnia Editoriale Aliberti”.

:: Milano Bagdad – Diario di un magistrato in prima linea nella lotta al terrorismo islamico in Italia di Stefano Dambruoso, con Guido Olimpio (Mondadori 2004) a cura di Marcello Caccialanza

21 novembre 2017

Milano BagdadCome sono organizzate le cellule del terrorismo islamico operanti in Italia? Qual è la loro funzione in ambito internazionale? Dove si concentrano i militanti e quali sono i loro contatti con i paesi musulmani? Con questo libro, Stefano Dambruoso, magistrato della procura milanese in prima linea nelle indagini sul terrorismo islamico, e il giornalista Guido Olimpio, esperto di terrorismo internazionale, ci illustrano la reale entità del pericolo e in quali direzioni si stanno muovendo gli inquirenti, quali sono le persone che contano all’interno della rete di moschee e centri di aggregazione musulmana, quali le zone a più alto rischio di attentati in questi mesi. Le indagini condotte negli ultimi anni, soprattutto dopo l’11 settembre, hanno fornito un quadro inquietante. È emersa una rete di specifiche funzioni gerarchiche e parallele, dal predicatore al reclutatore, dal finanziere al capo militare, dal responsabile dell’informazione all’addetto alle relazioni fino allo shahid, l’ultimo anello della catena. Le nazionalità sono diverse e così pure l’estrazione sociale. Diverse sono anche le sigle, intrecciate talora in un groviglio non facilmente districabile, con cambi di ruolo e di alleanze e lotte di potere interne. Un crogiuolo di forze aggreganti insieme a forze disgreganti, dove l’esaltazione massima dell’individualità rappresentata dall’attentatore suicida si affianca alla volontà di riscatto della comune radice islamica. Prende corpo un asse Milano-Bagdad, composto di elementi formati in Europa e federato con i gruppi locali mediorientali, un organismo che si muove nel segno della globalizzazione utilizzando per i suoi scopi l’informatica e la neotecnologia assieme alla strumentazione bellica più primitiva e più accessibile. Sull’altro fronte c’è il lavoro investigativo delle varie procure italiane, collegate con le procure europee, che, fra mille difficoltà, hanno compiuto grandi passi avanti negli ultimi anni. Questo libro è il diario di bordo di un ufficio giudiziario impegnato giorno per giorno contro il terrorismo.

Un libro dalla stesura difficile e dal contenuto attuale, scritto con grande puntualità di nozioni ed obiettività di intento; capostipite di quella letteratura d’attualità che purtroppo non ha smesso di tenere banco anche ai giorni nostri.
Questo testo concepito a quattro mani da Stefano Dambruoso con la collaborazione di Guido Olimpio- datato 2003-2004- rappresenta a ragion veduta un primo e valido esempio di documento/studio in merito alla spinosa questione del terrorismo.
Si parte dalla presentazione a tutto tondo del radicalismo islamico, cioè una sorta di rete di supporto logistico al terrorismo di Al Qaeda, eversione allo stato puro che si trasforma in un sistema operante che uccide materialmente.
Per poi in un secondo momento sottolineare, con grande lucidità, di come la città di Milano e la Lombardia stessa siano a tutti gli effetti i luoghi più appetibili, in cui prendono forma queste tesi di morte. Infatti, nolente o volente, il faro che illumina il terrorismo islamico in Italia resta la Moschea di viale Jenner, sita nel capoluogo lombardo.
L’autore medesimo, però, per sfatare equivoci e facili generalizzazioni che potrebbero scaturire un pericoloso scontro di civiltà, si affretta ad affermare con grande chiarezza che la stragrande maggioranza dei luoghi di culto frequentati da Mussulmani non sono da ritenersi fucina di violenza e di odio.
Anche se, grazie alle sue ricerche ben ponderate e suffragate da riscontri tangibili, si è riusciti a dimostrare che dal computer di viale Jenner sono partiti prima dell’ 11 settembre importanti messaggi per l’Afghanistan, creando così un invisibile filo telematico che ha dunque unito gli estremisti presenti nel nostro Paese alle basi organizzate da Bin Laden.
In un rapporto ufficiale gli stessi Americani hanno confermato che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle sono emerse documentazioni attendibili che hanno dimostrato senza ombra di dubbio la complicità di Viale Jenner …quale centro di reclutamento per gli stessi militanti.
Da leggere per riflettere e trarre le proprie considerazioni!

Stefano Dambruoso, esperto giuridico presso la Rappresentanza permanente italiana alle Nazioni Unite di Vienna, è stato per otto anni Sostituto Procuratore della Repubblica a Milano, dove si è occupato in particolare di inchieste sul terrorismo ultra-fondamentalista islamico.

Guido Olimpio giornalista esperto di terrorismo internazionale ha seguito sul Corriere della Sera le attività della stessa forma di terrorismo in Italia e all’estero.

Source: libro del recensore.

:: C’era una volta Goldrake – La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana di Massimo Nicora (La Torre edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

20 novembre 2017

CopertinaTra pochi mesi, ad aprile, saranno quarant’anni esatti dall’arrivo di Atlas Ufo robot Goldrake sui teleschermi dei nostri Paesi, primo anime giapponese di genere fantascientifico ancora oggi amatissimo da più di una generazione e inizio di una passione che per molti è durata tutta la vita, anche da adulti, ispirando carriere e creatività.
Per raccontare la storia di un’epopea animata e di costume, è uscito per La Torre edizione, specializzata in studi sulla cultura dei manga e degli anime, un poderoso ma scorrevole saggio di Massimo Nicora, intitolato proprio C’era una volta Goldrake. L’autore ricostruisce una storia interessante e variegata, che si è dipanata su più Paesi, il Giappone innanzitutto, poi la Francia e l’Italia, svelando aneddoti interessanti e raccontando il fenomeno Goldrake (in originale Grendizer) sia dal punto di vista contenutistico che di impatto culturale.
In Giappone ci si volle ispirare ai film di fantascienza anni Cinquanta, sia quelli prodotti in casa, Godzilla in testa, che a quelli americani basati sulle invasioni aliene. Però Grendizer arrivò come terzo capitolo di una saga iniziata con Mazinga Z e continuata con Il Grande Mazinga, sempre da idee originali di Go Nagai, e ai fan non piacque fino in fondo l’idea di vedere Koji (da noi Alcor) ridotto a fare da spalla non sempre intelligente del nuovo eroe Daisuke, conosciuto in Italia come Actarus. In ogni caso la serie ebbe un suo pubblico, grazie anche all’apporto artistico del grande Shingo Araki, che realizzò gli episodi più belli, tragici e memorabili.
In Francia il successo fu improvviso, anche se ostacolato all’origine dai programmatori di rete, che vollero relegare Goldorak in estate, non tenendo conto che quella fu un’estate piovosissima e che i più giovani amarono da subito quello che oltralpe è rimasto uno dei simboli della cultura otaku.
Da noi Atlas Ufo robot Goldrake seppe calamitare l’attenzione di più generazioni di spettatori, e l’autore ricorda l’importanza delle sigle e del doppiaggio, i gadget e gli articoli che uscivano allora, ma anche le polemiche sulla violenza degli anime, portate avanti innanzitutto dal parlamentare Silviero Corvisieri.
C’era una volta Goldrake è un libro imperdibile per chi fa parte della generazione che si appassionò alla serie, sia chi ha continuato poi ad interessarsi al mondo degli anime sia chi se ne è staccato, ma è interessante anche per capire l’importanza di queste ormai non più tanto nuove icone dell’immaginario che sono manga e anime nella cultura giovanile e non solo di questi ultimi decenni.

Massimo Nicora (Varese, 1972), giornalista, è laureato in Filosofia Teoretica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e si occupa di comunicazione e relazioni con la stampa per conto di importanti aziende nazionali e internazionali, in particolare inerenti videogiochi e cinema di animazione. Appassionato di Goldrake e di robot giapponesi, ha tenuto conferenze sui 30 anni di Goldrake in Italia nel corso delle manifestazioni Maggio Bambino (2008) e FirenzeGioca (2008) e ha rilasciato interviste a Radio Deejay e a TG3 Neapolis. Per conto dell’editore giapponese d/visual, nel 2007 si è occupato del lancio e della promozione in Italia della prima edizione in DVD della serie. È autore del libro C’era una volta… prima di Mazinga e Goldrake. Storia dei robot giapponesi dalle origini agli anni Settanta (Youcanprint, 2016) ed è curatore di un blog dedicato a Goldrake (ceraunavoltagoldrake.blogspot.it).

Source: omaggio dell’editore La Torre al recensore, che ringraziamo insieme all’autore Massimo Nicora.

:: Grace Kelly – La principessa americana di Robert Lacey (Frassinelli 2014) a cura di Marcello Caccialanza

17 novembre 2017

Grace Kelly LaceyUna biografia illuminata di un personaggio molto amato ed imitato, scritta con grande onestà intellettuale e dovizia di particolari, dallo scrittore Robert Lacey, autore di best-seller biografici di grande impatto, tra quali ricordiamo quelli dedicati alla famiglia Ford e alla Casa reale Inglese.
Un libro, questo, che ha il grande merito di sfatare una volta per tutte la melensa favola di una Grace serena e felice nelle sue mansioni di madre, di moglie e di regnante. Insomma il ritratto sbiadito di una donna falsamente in pace con sé stessa e con il mondo circostante!
Grace Kelly in una sua intervista – come puntualizza lo stesso Lacey – aveva candidamente ammesso di quanto le piacesse fingere nella vita. Partendo da questo presupposto si avvince di come lo scrittore abbia deciso di presentarci una figura dalla malinconica complessità, non un’entità; ma un garbato camaleonte in grado di indossare mille maschere e più, a seconda del momento e dell’opportunità.
Chi era dunque Grace? La figlia sottomessa di Jack Kelly, l’eroe sportivo e vanesio di Filadelfia; oppure l’attrice giovane e bella che si era imposta più per il suo temperamento che per il suo talento? Era l’incarnazione rassicurante della bellezza americana anni 50; o la cacciatrice di uomini?
Robert Lacey tenta quindi, dopo due anni di intense ricerche e di numerose interviste ad amici e colleghi della diva, di presentare all’opinione pubblica un’immagine della Kelly il più possibile rispondente alla verità.
La sua sapiente penna tratteggia dunque una donna che aveva avuto il coraggio di assecondare i suoi sogni; o per lo meno di fingere di averli realizzati, nel momento in cui questi avevano così lasciato il posto alla più cruda realtà.
Dietro il sorriso della bionda Grace, che aveva fatto girare la testa seducendo generazioni intere di fan in delirio, si nascondevano insospettabili ombre, ferite e vite segrete.
Vite segrete che la facevano dolcemente scivolare in quelle centinaia di ruoli sfatti, che lentamente la vedevano sempre più precipitare in una pericolosa incomunicabilità con se stessa.
Fu madre affettuosa che troppo aveva concesso ai propri figli; ma anche moglie prigioniera di un matrimonio infelice. Incarnò la diva dal fascino glaciale, capace, grazie ai suoi capricci, di tenere in ostaggio i più grandi produttori di Hollywood. Si vestì anche con la pelle dell’eterna bambina incapace di difendere i propri amori (come Clarke Gable o William Holden) d’innanzi ai fastidiosi veti degli ingombranti genitori.
L’unica persona, che aveva saputo veramente leggere dietro le innumerevoli maschere di Grace, fu il suo amato mentore, nonché maestro, l’onnipresente Alfred Hitchcock che in più di un’occasione l’aveva definita “ vulcano dalla cima innevata.”
Vale la pena di leggere questa biografia di Lacey, perché nell’ultima parte l’autore inserisce anche un’assai minuziosa ricostruzione dell’incidente automobilistico che, negli anni ottanta, aveva fatto in modo di chiudere per sempre il sipario sulla Ragazza di Filadelfia.

Robert Lacey, inglese di origine ma residente in Florida, ha studiato al Selwyn College di Cambridge prima di diventare uno storico specialista in best seller biografici. Si è dedicato, fra l’altro, alla vita del magnate dell’industria automobilistica Henry Ford e alla storia della famiglia reale britannica.

Source:  libro del recensore.

:: Inferno – Il mondo in guerra 1939-1945 di Max Hastings (BEAT 2017) a cura di Viviana Filippini

8 novembre 2017

infernoil mondo in guerraTutti, almeno così dovrebbe essere, abbiamo letto e studiato la Seconda guerra mondiale che scosse il globo terrestre dal 1939 al 1945. Per quanto ricordo, il mio fu uno studio fatto di nomi di persone, di luoghi e di date in successione. Un apprendere un po’ troppo meccanico che non mi permise di comprendere a fondo il dramma che travolse l’umanità intera. Poi, per fortuna esistono libri che raccontano quel dramma portandoti a contatto con chi lo visse. Uno di questi è “Inferno. Il mondo in guerra 1939-9145” di Max Hastings, edito da Beat. Il volume, sono quasi 900 pagine, racconta sì le vicende del secondo conflitto mondiale e i diversi fronti sui quali esse si insediarono, ma il tutto è fatto in modo diverso. Il testo di Hastings narra la guerra attraverso le esperienze umane di coloro che le vissero sulla propria pelle. Pagina dopo pagina, attraverso frammenti di vita di persone comuni, scopriamo come tutti coloro che furono coinvolti nel conflitto (dal soldato delle prima linea, alla maestra di scuola elementare, passando per il ragazzino rimasto a casa con la madre) fossero uniti da un unico e urgente bisogno: sopravvivere alla devastazione che imperava ovunque. Hastings presenta il conflitto che tormentò il mondo dal 1939 al 1945 come un vero e proprio inferno che travolse l’intero pianeta. Dall’invasione della Polonia, ai campi di sterminio, alle bombe atomiche, l’autore non esclude nulla e si concentra anche su fronti della guerra che non sempre sono stati accuratamente analizzati, come l’India, la Cina o il ruolo della Russia nel Nord Europa. Quello che emerge dal libro di Hastings non sono solo tanti interrogativi su come la Seconda guerra mondiale è stata condotta, ma ci sono anche riflessioni sui ruoli svolti dai diversi attori (Stati e Nazioni) coinvolti in essa. Pagina dopo pagina si alternano eventi bellici e storie di vita di essere umani (militari e non) le cui esistenze furono per sempre sconvolte. Tanto è vero che molti soldati, non si resero conto che una volta tornati a casa, la loro vita post bellica sarebbe stata in un certo senso influenzata dallo schieramento di appartenenza che avevano avuto sul campo di battaglia. Altro aspetto che impressiona è il numero dei morti che ebbe ogni Paese coinvolto, basti pensare che “tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945, 27.000 persone in media morirono a causa della guerra”. Questa era la media giornaliera, per il dato complessivo fate due calcoli e avrete il numero completo della catastrofe dello scontro. “Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945” di Max Hastings è come una sorta di calamita, nel senso che una volta che lo si comincia a leggere, questo libro ti tiene incollato alla Storia raccontata attraverso le storie dei tanti individui da essa travolti. Hastings ci fa scoprire le vicende di coloro che, volontariamente o no, presero parte ad una delle pagine più sanguinose ìdel corso storico, dove il livello di odio e di disumanità verso il prossimo raggiunse livelli incalcolabili. Traduzione Roberto Serrai.

Max Hastings scrive per il “Daily Mail” e il “Financial Times”. Ha ricevuto numerosi premi per i suoi libri e le sue inchieste – Reporter of the Year nel 1982 e Editor Of The Year nel 1988. Nel 2008 ha ottenuto la Medaglia Westminster per il suo contributo alla letteratura militare, e nel 2009 l’Edgar Wallace Trophy del Press Club di Londra.Ha presentato numerosi documentari televisivi ed è stato insignito di lauree honoris causa dalle università di Leicester e Nottingham. È stato promotore e presidente della Campagna per la protezione dell’Inghilterra rurale (2002-2007) e curatore e amministratore della National Portrait Gallery (1995-2004). Ha sessantasei anni e vive con la moglie nel West Berkshire.”

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: Diciamolo in italiano: l’abuso dell’ inglese nel lessico dell’ Italia e incolla di Antonio Zoppetti (Hoepli 2017)

6 novembre 2017

diciamolo in italianoChe cos’è l’itanglese? Una moda? Un segno di provincialismo? Un fatto di pigrizia? Di superficialità? Un espediente per pavoneggiarsi davanti agli interlocutori? Per intimidirli? Per ingannarli? È il latinorum contemporaneo? Un effetto collaterale dell’importare pratiche, discipline e tecnologie nate e sviluppate altrove, senza riuscire a farle davvero nostre? O si tratta del segno che l’italiano di molti italiani è, come afferma in questo libro Antonio Zoppetti, fragile?

[dalla prefazione di Annamaria Testa]

Un interessante e approfondito studio del destino della nostra lingua, partendo dall’ingresso nel nostro vocabolario dei termini inglesi affiancati a quelli francesi nell’ Ottocento, fino ad arrivare alla brusca accelerazione quasi incontrollata degli ultimi decenni.

Il come è avvenuto, il perché ha avuto questo terreno così fertile in Italia, le differenze con gli altri paesi – soprattutto Francia e Spagna dove si sono posti dei limiti più rigidi a questa invasione tanto repentina quanto inarrestabile – sono solo alcuni degli spunti che vengono affrontati durante la lettura di quest’opera che, fatta salva forse un’eccessiva ridondanza di numeri e dati statistici (chiaramente anche necessari a definire la portata di tale evento), contribuisce ad approfondire un fenomeno che è sempre più pervasivo e al tempo stesso anche fastidioso, forse perché indicatore di un senso di inferiorità verso una lingua che appare più avanzata, più prestigiosa e più calzante con la realtà di oggigiorno.

Va tutto bene? Ci sono dei pericoli? L’italiano è destinato a diventare un dialetto d’Europa? Si può ancora intervenire in qualche maniera? Questi ed altri interrogativi sono approfonditi dall’ autore ed alcune possibili soluzioni vengono suggerite in modo che ognuno di noi possa fare una riflessione obiettiva e razionale sul come comunichiamo e su come potremo farlo in futuro senza snaturare la nostra preziosa lingua che dovrebbe essere vista come un punto di forza e un marchio di qualità anziché un idioma in fase di obsolescenza.

Antonio Zoppetti si occupa di lingua italiana come redattore, autore e insegnante. Nel 1993 ha curato il riversamento digitale del Devoto-Oli, il primo dizionario elettronico italiano. Nel 2004 ha vinto il Premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Ha scritto vari libri di linguistica e alcuni manuali di italiano pubblicati da Hoepli.

Source: libro inviato dall’ autore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa Hoepli.

:: Demoni mostri e prodigi – L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico di Giorgio Ieranò (Sonzogno 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

10 ottobre 2017

demoni mostri prodigiDemoni mostri e prodigi. L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico è un libro che unisce saggistica e narrativa in una forma testuale ibrida che ha lo scopo di raggiungere un pubblico più vasto attraverso una prosa accessibile, sebbene ricca di contenuti. Il lettore si ritrova a viaggiare in un mondo antico in balìa degli umori degli dèi e abitato da creature mostruose, affascinanti e quasi sempre mortifere, ma è accompagnato da un vate moderno, Giorgio Ieranò, professore di Letteratura Greca all’Università di Trento. Lo stile narrativo, scorrevole ed intrigante, è imbevuto di riferimenti letterari che aiutano chi legge a diventare più consapevole anche del presente: oggi gli scaffali delle librerie, i film al cinema e le serie tv coinvolgono il soprannaturale in ogni modo. Il fantasy costituito da vampiri, licantropi, fantasmi e streghe non è che l’adattamento del mito antico, delle tradizioni e delle leggende che non muoiono mai perché di generazione in generazione, di secolo in secolo, passano da un uomo all’altro cambiando forma e a volte nome, ma mantenendo la propria essenza.

Se ritroviamo gli stessi rituali e le stesse credenze in uomini che vivono in luoghi e in tempi lontani tra loro è forse perché tutti sentiamo il bisogno di quei rituali e di quelle credenze. Non perché “ereditiamo” qualcosa dagli antichi ma perché siamo pur sempre antichi anche noi, perché c’è una radice primaria dell’umano che ci porta, anche in contesti storici differenti, a cercare le stesse cose e a rappresentarci il mondo con le stesse immagini. (pag.149)

Demoni mostri e prodigi, dunque, affrontando l’irrazionale e il fantastico promuove, in realtà, un’indagine antropologica che ha radici nel mondo antico ma dà ancora frutti abbondanti nel nostro quotidiano. Figlio di Ieranò, sembra quasi che questo libro sia stato immerso da Teti nel fiume Stige con l’unico tallone d’Achille di essere troppo breve.

Giorgio Ieranò, docente di Letteratura Greca all’università di Trento, si occupa in particolare di mitologia e di teatro antico. Tra i suoi libri: Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storie, rinascite (2010). Per Sonzogno ha pubblicato la serie di narrazioni mitologiche composta da Olympos (2011), Eroi (2013) e Gli eroi della guerra di Troia (2015). Collabora con Panorama, La Stampa e Radio2.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Variazioni sulle sorelle – Marina Giovannelli (Iacobelli editore, 2017) a cura di Elena Romanello

2 ottobre 2017

sorelleIl rapporto tra sorelle è al centro di molta produzione letteraria di oltre un secolo e alle sorelle è dedicato il viaggio breve, agile ma non superficiale del saggio Variazioni sulle sorelle, che mescola realtà e fantasia, passato e presente, vicende raccontate e storie vere, tra sorelle di sangue, d’elezione, di carta e di lotta, in due secoli di storia attraverso i romanzi e non solo.

Nelle pagine del libro trovano spazio autrici come Simone de Beauvoir, la madre del femminismo occidentale, Emily Dickinson, Jane Austen, Virginia Woolf, Antonia Byatt, che hanno avuto un rapporto d’elezione con le loro sorelle, rimaste sempre nell’ombra ma fondamentali nella costruzione della personalità di queste donne d’eccezione, oltre che nel consolidamento del loro mito. Basti pensare che oggi leggiamo Jane Austen grazie all’opera della sorella, che preservò i manoscritti dopo la morte prematura dell’autrice, distruggendo anche tutta una serie di documenti compromettenti e costruendo la leggenda intorno al personaggio Austen, leggenda che è durata e si è consolidata fino ad oggi.

Variazioni sulle sorelle parla anche delle sorelle letterarie, partendo dalla classicità, dove erano sorelle creature temibili come le Arpie, le Moire, le Gorgoni, ma anche le Grazie, senza dimenticare congiunte celebri come Elena e Clitennestra, la prima la causa scatenante della guerra di Troia, la seconda al centro di una faida familiare, o Antigone e Ismene, le paladine di una nuova morale e di una nuova pietas più moderna, basata su un’interpretazione non rigida di leggi e precetti.

Sono sorelle anche le figlie di Re Lear, che si sbranano all’ombra del trono del padre, con l’unica eccezione dell’eroina dolente Cordelia, prima ripudiata dal re e poi l’unica che gli starà accanto.

Le sorelle letterarie più famose restano forse le Piccole donne di Louisa May Alcott, basate sulla vera storia dell’autrice, tra lacrime e gioie, con forse le prime ragazze che mettono al centro della loro vita la realizzazione come persone, attraverso arte, lavoro e creatività, e non solo come mogli e madri, in un’epoca in cui questo era decisamente rivoluzionario. La saga delle sorelle March ha avuto varie imitazioni, non particolarmente felici come ricorda l’autrice Marina Giovannelli: allora meglio buttarsi sulle care sorelle di Angela Carter, autrice femminista che ha riletto fiaba e mito, dando nuovo spunto al genere fantastico prima purtroppo di morire prematuramente nel 1992.

Un saggio ricco di suggestioni, per ripassare tanti classici e scoprire nuovi aspetti di donne famose, che fa venire voglia di scoprire e riscoprire mondi che spesso restano legati al proprio passato di lettori.

Marina Giovannelli, udinese, è poeta e scrittrice e fa parte del DARS (Donna Ricerca Arte Sperimentazione) e della Sil (Società italiana delle letterate). L’autrice ha scritto numerosi testi di poesia, narrativa, saggistica, insegna scrittura creativa e ha fondato nel 2007 il Gruppo di scrittura Anna Achmatova.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Star Wars – L’epoca Lucas di Giorgio E. S. Ghisolfi (Mimesis Edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2017

l'epoca LucasQuarant’anni fa usciva nelle sale cinematografiche Star Wars, o Guerre stellari, uno dei film più importanti di sempre nella costruzione dell’immaginario fantastico e del fandom ad esso legato.
A quattro decenni di distanza, molto si è visto, detto e fatto, e Star Wars sta vivendo una nuova stagione di grande successo, grazie ai nuovi film, realizzati sotto l’egida di casa Disney, nuova proprietaria della Lucas film, ma anche ai fumetti, alle nuove iniziative editoriali e culturali.
Può valere la pena raccontare questi anni, quelli sotto l’impulso creativo di George Lucas, come fa Giorgio E. S. Ghisolfi in Star Wars l’epoca Lucas, un saggio interessante che parla di un’epopea sullo schermo e fuori, quella di un giovane creativo che pian piano, dopo aver tentato varie strade, ideò un universo tra fiaba e tecnologia destinato a rimanere nel cuore di più di una generazione.
Il libro evita i toni nostalgici e racconta una storia vera, attraverso documenti, testimonianze, dettagli tecnici e un lavoro di squadra d’eccezione, svelando anche particolari che anche ai fan restano magari poco noti, perché legati al lavoro in background, fondamentale per il risultato finale.
In particolare, l’autore racconta il ruolo di Omero pop di George Lucas, per come ha reinventato archetipi di sempre in un nuovo contesto, ricorda l’evoluzione degli efffetti speciali, accellerata da un film come Star Wars che ha aperto la strada ad un filone inesauribile, cita l’animazione al computer, oggi la norma ma nel 1977 pura davvero fantascienza, racconta come Lucas e soci hanno introdotto nel cinema la pratica dello storyboard, oggi essenziale anche per i film non di genere fantastico.
Nelle pagine del saggio si parla dei tre film della trilogia cosiddetta classica, usciti tra il 1977 e il 1983, della saga dei prequel, tra 1999 e 2005 in cui si raccontava non una vittoria come nel primo caso ma la caduta agli inferi di Anakin Skywalker, futuro Dark Fener e delle varie serie d’animazione realizzate per la tv. Il tutto è completato da un profilo della Lucasfilm, che realizzò alcuni gioiellini al cinema extra Star Wars come Labyrinth e da un’appendice con i due nuovi film, senza più George Lucas al timone ma nell’universo creato da lui.
Un libro interessantissimo e imperdibile per gli appassionati di tutte le età, per chi c’era per ricordare come si era e come si è diventati, e per chi è arrivato dopo ma ha trovato la sua casa tra Luke, Leia, Han e compagnia. Ma Star Wars l’epoca Lucas è utile per scoprire un mondo di epica contemporanea a chi non conosce questi universi, non certo banalità per gente che non vuole crescere ma molto di più.

Star Wars l’epoca Lucas verrà presentato sabato 30 settembre alle 16 e 30 al Mufant di Torino in via Reiss Romoli 49 bis.

Giorgio E. S. Ghisolfi è regista e docente di discipline attinenti al cinema presso varie istituzioni culturali, come lo IED di Milano, l’Università degli studi dell’Insubria a Varese, il Conservatorio di scienze audiovisive e la Scuola specializzata di Scienze di Arti applicate di Lugano. Ha lavorato con Bruno Bozzetto e Enzo d’Alo, è socio fondatore dell’Asifa Italia e dell’Associazione illustratori e si è già occupato di cultura popolare contemporanea in varie occasioni.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Chi tutela questi bambini? Bellissime – Baby Miss giovani modelli e aspiranti lolite – l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

18 settembre 2017

bellissimeStendhal affermava che «la bellezza non è che una promessa di felicità». Già, semplicemente una promessa.

Con le parole del noto scrittore francese si apre al lettore il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite, edito quest’anno da Fandango Libri. Un “documentario” di parole che racchiude più di quanto ci si aspetti, che racconta più di quello che si vorrebbe sapere e vedere, che lascia poco spazio a fraintendimenti e ipocrisie. Insomma, un libro necessario.

La Piccinni condensa nelle pagine di Bellissime il risultato delle sue ricerche sul campo, delle sue ricerche documentarie, delle sue esperienze dirette, il racconto di testimoni e testimonianze varie nonché i suoi personali ricordi d’infanzia… al punto da conferire all’intero testo un’impostazione che non è quella del saggio tecnico in senso stretto, piuttosto di un dettagliato reportage giornalistico. La scrittura rimane sempre semplice, lineare, quasi colloquiale.

Va riconosciuto anche all’autrice il merito di essere riuscita, nonostante la costante personalizzazione del racconto, a far rimanere le sue opinioni e le sue esperienze marginali rispetto al racconto principale del testo. E così Bellissime permette al lettore di «guardare oltre la superficie» glitterata e “sorridente” del mondo della moda-bimbi, emblema e simbolo, come il campo della moda in generale, del «culto della grazia e della necessità di piacere». Il che non sarebbe neanche così tanto da recriminare se la bellezza fosse «fine a se stessa», invece «diventa espediente per arrivare a qualcosa».

Questo, associato al fatto che parliamo di minori, di piccoli che non superano il metro e venti di altezza e i dodici anni di età, inizia già a rendere chiaro quanto pericoloso sia il quadro che si delinea in questo “universo” nel quale scarsissima importanza viene data al «labirinto emotivo» della «necessità di piacere agli altri» e alle conseguenza cui vanno o possono andare incontro questi cuccioli, necessari e sacrificabili a quanto pare in nome del marketing e della pubblicità.

Leggendo Bellissime si viene catapultati in un mondo pressoché sconosciuto a chi non segue molto la moda, le sfilate, le tendenze, gli eventi… un mondo di finzione, come il cinema, i film e le serie tv, dove i “modelli” e le “modelle” vengono travestiti per apparire altro rispetto a quello che sono fuori dai set e dalle passerelle. Dove questa finzione però arriva finanche a prendere il sopravvento sulla realtà e sulla reale necessità dei bambini a cui, a volte, viene negato anche di bere e andare in bagno. Per rispettare i tempi. Non si può non chiedersi: ma di cosa stiamo parlando?!

Il lettore più volte si chiede, insieme alla Piccinni, quando i genitori hanno «smesso di fantasticare su figli medici o avvocati, per cominciare a vaneggiare sullo showbiz».

La situazione è molto più complessa, è vero, e l’autrice la analizza da svariate angolazioni portando avanti un gran bel lavoro di ricerca e sintesi, entrando in punta di piedi in questo mondo pieno di paillettes e lustrini, mossa forse da un innato e assolutamente motivato rispetto per l’infanzia che accompagna e vigila sulla scrittura dell’intero libro. Un rispetto che mai andrebbe calpestato o messo in discussione, figuriamoci poi per il mero tornaconto economico di un brand di moda o dell’etichetta sponsorizzata in pubblicità.

Bellissime è un pugno nello stomaco del lettore, il quale all’improvviso realizza, o meglio rammenta, di essere troppo spesso spettatore, osservatore o telespettatore di immagini, video, spot, serie tv, film o spettacoli di vario genere in cui “protagonisti” sono dei minori… e tutto appare sempre talmente normale, ordinario da passare quasi inosservato. La Piccinni ci ricorda tutto quello che c’è dietro. Il delirio. La «retorica dell’apparenza» di questo «mondo adulto miniaturizzato», dove, soprattutto le bambine, subiscono una precocissima sessualizzazione, «giovanissima carne addobbata da donna» e incitata a imitarne gli atteggiamenti più sensuali.

E allora ci si chiede perché in un mondo, quello vero, martoriato dalla piaga della pedofilia, si invogliano giovani ragazze e bambine ad attirare l’attenzione su una versione sexi e provocante di se stesse?

Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite si rivela fin dalle prime pagine una lettura interessante, necessaria che illumina, come un faro, i lati bui di un mondo scintillante ma dal verso sbagliato e che invoglia il lettore a riflettere sui molteplici aspetti di questo fenomeno sociale, come di tutti gli altri ad esso direttamente o indirettamente collegati. A metabolizzare il concetto che la bellezza oggi altro non è che «l’eredità di un mondo fallito».

Flavia Piccinni: Nata a Taranto, è una scrittrice e giornalista italiana. Ha pubblicato numerosi romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. Collabora con diversi giornali, è autrice di documentari per Rai1 e Radio3 e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide.

Source: pdf inviato al recensore, da parte di Simonetta Simonini per conto di Fandango Libri, che ringraziamo.

:: Il manifesto del libero lettore – Alessandro Piperno (Mondadori, 2017) a cura di Nicola Vacca

4 settembre 2017

libero lettoreIl libero lettore è colui che si lascia guidare dal capriccio, dalla sete e dalla necessità, che immergendosi in un’opera di narrativa non sta lì a interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria.
Il libero lettore tralascia i proclami estetici dell’autore, le dotte postfazioni e i peana del risvolto di copertina. Cerca atmosfere, personaggi, buone storie, mica qualcuno che gli spieghi perché cercarle è un obbligo morale.
La nostra letteratura ha davvero bisogno di liberi lettori. Alessandro Piperno pubblica Il manifesto del libero lettore, un volume di saggi letterari dedicato a otto scrittori di cui lui non sa fare a meno e nel prologo discute sull’arte del romanzo e del meraviglioso vizio di leggere abbracciando la causa del libero lettore.
Questo è un libro che elogia la narrativa e vede nel libero lettore una intelligente via di fuga.
Il libero lettore appartiene a una categoria umana che considera il romanzo un vizio e che non si vergogna di insolentire i libri che detesta.
Il santo patrono del libero lettore è Michel Montaigne, il decano delle lettere francesi.
Con il punto di vista del libero lettore, Alessandro Piperno cerca di rispondere ad alcune domante sul romanzo. Lo scrittore si chiede quando un libro è un classico, come si stabilisce la qualità di un romanzo, discute sul rapporto tra scrittore, lettore e personaggi.
Un discorso a tutto tondo sulla meravigliosa «religione del romanzo» visto, amato e letto con gli occhi eretici del libero lettore. La sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente.
Da libero lettore Piperno ripercorre la storia del suo amore per la letteratura, e soprattutto per i romanzi, percorrendo le rotte tracciate da otto giganti della narrativa universale.
Gli otto scrittori di cui l’autore non sa fare a meno sono: Austen, Dickens, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Proust, Svevo, Nabokov.
Otto classici proposti da un libero lettore e che senza ombra di dubbio ancora oggi fanno la storia della letteratura.
Alessandro Piperno propone una quindicesima definizione di classico da aggiungere alle quattordici stilate da Italo Calvino.
Per lo scrittore romano un romanzo è davvero un classico se ha apportato una rivoluzione tecnica rispetto ai romanzi scritti prima del suo avvento sulla scena letteraria.
Il manifesto del libero lettore è un libro entusiasta che ci conduce nel meraviglioso mondo della letteratura e nel magico paese della narrativa che noi tutti amiamo.
E poi troviamo il libero lettore che considera la lettura un vizio e i libri strumenti di piacere, come la droga, il sesso, l’alcol, non il fine ultimo della vita.
Del libero lettore si ama soprattutto la sua insubordinazione e la sua volubilità. Infatti le sue esigenze mutano a seconda delle circostanze, degli stati d’animo e dell’età.
Quello che lo distingue dalla categoria dei lettori professionisti è appunto l’euforia della libertà e quindi non gli interessa leggere romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo e soprattutto si tiene lontano dai presunti messaggi morali.
Il libero lettore, quindi, è libero veramente e sa benissimo che i libri, come qualsiasi altro piacere, hanno parecchi inconvenienti.

Alessandro Piperno è nato a Roma nel 1972. Insegna Letteratura francese a Tor Vergata. Ha pubblicato per Mondadori il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni (2005). E’ inoltre autore di Il demone reazionario. Sulle tracce di Baudelaire e di Sartre, (Gaffi, 2007) e Contro la memoria (Fandango, 2012). Nel 2010 è uscito per Mondadori Persecuzione, che in Francia è stato finalista ai premi Médicis e Femina, e ha vinto il Prix du Milleur livre étranger e che insieme a Inseparabili (Premio Strega 2012), dà vita al dittico Il fuoco amico dei ricordi (pubblicato in un unico volume nel 2016. Nel 2013 è uscita una raccolta di racconti Pubblici Informati, e nel 2016 Dove la storia finisce, entrambi editi per Mondadori.

Source: acquisto del recensore.