Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Diciamolo in italiano: l’abuso dell’ inglese nel lessico dell’ Italia e incolla di Antonio Zoppetti (Hoepli 2017)

6 novembre 2017

diciamolo in italianoChe cos’è l’itanglese? Una moda? Un segno di provincialismo? Un fatto di pigrizia? Di superficialità? Un espediente per pavoneggiarsi davanti agli interlocutori? Per intimidirli? Per ingannarli? È il latinorum contemporaneo? Un effetto collaterale dell’importare pratiche, discipline e tecnologie nate e sviluppate altrove, senza riuscire a farle davvero nostre? O si tratta del segno che l’italiano di molti italiani è, come afferma in questo libro Antonio Zoppetti, fragile?

[dalla prefazione di Annamaria Testa]

Un interessante e approfondito studio del destino della nostra lingua, partendo dall’ingresso nel nostro vocabolario dei termini inglesi affiancati a quelli francesi nell’ Ottocento, fino ad arrivare alla brusca accelerazione quasi incontrollata degli ultimi decenni.

Il come è avvenuto, il perché ha avuto questo terreno così fertile in Italia, le differenze con gli altri paesi – soprattutto Francia e Spagna dove si sono posti dei limiti più rigidi a questa invasione tanto repentina quanto inarrestabile – sono solo alcuni degli spunti che vengono affrontati durante la lettura di quest’opera che, fatta salva forse un’eccessiva ridondanza di numeri e dati statistici (chiaramente anche necessari a definire la portata di tale evento), contribuisce ad approfondire un fenomeno che è sempre più pervasivo e al tempo stesso anche fastidioso, forse perché indicatore di un senso di inferiorità verso una lingua che appare più avanzata, più prestigiosa e più calzante con la realtà di oggigiorno.

Va tutto bene? Ci sono dei pericoli? L’italiano è destinato a diventare un dialetto d’Europa? Si può ancora intervenire in qualche maniera? Questi ed altri interrogativi sono approfonditi dall’ autore ed alcune possibili soluzioni vengono suggerite in modo che ognuno di noi possa fare una riflessione obiettiva e razionale sul come comunichiamo e su come potremo farlo in futuro senza snaturare la nostra preziosa lingua che dovrebbe essere vista come un punto di forza e un marchio di qualità anziché un idioma in fase di obsolescenza.

Antonio Zoppetti si occupa di lingua italiana come redattore, autore e insegnante. Nel 1993 ha curato il riversamento digitale del Devoto-Oli, il primo dizionario elettronico italiano. Nel 2004 ha vinto il Premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Ha scritto vari libri di linguistica e alcuni manuali di italiano pubblicati da Hoepli.

Source: libro inviato dall’ autore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa Hoepli.

:: Io, cristiana di Monica Mondo (San Paolo Edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

6 novembre 2017

IO, CRISTIANA di Monica Mondo“Col tempo mi accorgo che l’unica cosa che vale e che fa pienamente uomini è la ricerca, che muove l’intelligenza e il cuore”.

Sull’intelligenza, di cui siamo più o meno dotati, pochi hanno dubbi, ma è il cuore la guida, e va seguito, però non prima di aver dato tutto perché la ragione ceda, intelligentemente – sostiene Monica Mondo, autrice di questo opuscolo che rischiara l’anima, lucida la fede, rinfranca lo spirito.
Mi accingo a parlarne con molto timore, non voglio sciupare il dono di pagine che sorprendono per chiarezza di idee e scrittura armoniosa.
Si respira una nuova religione, non quella degli anni in cui viviamo (senza fiducia, speranza, affidamento). Persino la più invocata delle parole che ci connotano, la libertà, ha un sapore divenuto senza sale, ed il Signore lo diceva: senza sale non c’è buon cibo.
Cos’è allora la libertà?

E’ una parola che ci esalta, ci commuove; una parola che ci definisce nel profondo. Così vorremmo essere: liberi. Il suo suono rimanda a pensieri e volti che fanno parte della storia e di noi. Dagli eroi di Maratona ai martiri del nostro tempo, che ancora lasciano madre, padre, sorelle, fratelli, figli per un ideale di libertà.
Rimanda a Dante:”Libertà vo cercando ch’è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta”.
Graffiata sui muri delle celle dei condannati a morte.
Sospirata in lunghe prigionie, cercata attraversando il mare.
Si può morire, per la libertà, propria e altrui. Si può rinunciarvi, per donarla. Siamo figli di una cultura che ha posto la libertà a base del diritto..”.

Sono certa che da qualche parte nel mondo siamo già pronti per accogliere la liberazione del Signore, c’è un paradiso che per essere tale dev’essere condiviso da tutti, non solo da molti. Forse Gesù vuole solo che aspettiamo: alla fine ogni essere umano varcherà la soglia dell’Eden celeste partendo da un rivelato Eden terrestre. Vivo in un’isola che ha tutto per essere Cielo, ma sembra da sempre terra di diavoli. Rifletto leggendo questo libro ricco di spunti.
Un’idea affascinante?

“Perché non studiamo i santi insieme agli eroi? Perché conosciamo i nomi di Masaniello e Pietro Micca, di Garibaldi e Matteotti, e tocca entrare a catechismo per saperne di più di Filippo Neri e Faà di Bruno, di don Bosco e Massimiliano Kolbe. Hanno storie bellissime, i santi: scuotono, infiammano, incantano, muovono a sentimenti nobili, ci ricordano che non tutto è stato male. I santi entrano invece nei “librini” di catechismo, nella legenda del canone, non nella storia”.

Perché?
Penso a santi e sante sconosciuti, a Marthe Robin, a Natuzza Evolo, a tutte le figure che nel nostro tempo sono state dei fari nella notte dell’ateismo.
Perché oggi molti giovani non vogliono essere come loro e desiderano invece avere, possedere, comandare?
Mi piacerebbe che la scuola, gli insegnanti, facessero comprendere ai ragazzi – un moderno, tecnologico, gregge senza pastore – che la gioia della vita è anche sacrificio per Dio, lotta per se stessi, amore per gli altri.
Non solo volontariato, ma anche struttura del cervello, rivoluzione della prospettiva. Si crescerebbe con più consapevolezza, pronti ad affrontare il vero combattimento contro il Male e le sue propaggini.
Parole vuote, retorica, genericità? No, semplicemente Dio.
Se ami Gesù, ami anche l’essere vivente.
Lasciatemi sognare, perdermi tra un salmo, sostare sotto la quercia di un vangelo.
Non sono nulla, ma per Dio valgo tantissimo. Lasciatemi sognare. Un mondo senza più bullismo, senza insulti, senza complessi di inferiorità. Perché è questo che vivono molti ragazzi delle nuove generazioni che non hanno conosciuto la speranza, l’età dell’oro della fine delle sanguinarie guerre totalitarie.
Quello che stiamo facendo è incanalarci verso una spirale di odio e rancore. Non ne usciremo bene, meglio saperlo, meglio edificare sulla roccia, perché solo così non vedremo crollare i nostri riferimenti, le nostre fondamenta, la nostra storia unica di cristiani da oltre duemila anni.

Monica Mondo, torinese, laureata in Lettere Classiche, vive a Roma, dove lavora come autore e conduttore a TV 2000. Ha scritto per diverse testate giornalistiche, di cultura e politica; ha lavorato nell’editoria e per la radio. E’ mamma di tre figli.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Si ringrazia Alessandro dell’ Ufficio Stampa San Paolo.

:: Rabbia senza volto di Maurizio Blini (Golem edizioni 2016) a cura di Federica Belleri

2 novembre 2017

Rabbia senza voltoTornano i due protagonisti dei romanzi di Maurizio Blini. Alessandro Meucci, Sezione Omicidi e Maurizio Vivaldi ex poliziotto e investigatore privato. Il primo ha dedicato la vita al lavoro in un mix di esperienza, capacità e intuito. L’altro si è ritirato in solitaria sulle colline astigiane con il suo cane Jago; alle spalle un lutto che lo ha devastato e la permanenza in un carcere militare. I due sono amici fraterni, si completano, provano stima reciproca, sono distanti ma si raccontano nel profondo attraverso le email.
Da febbraio a maggio Torino viene travolta da un’indagine che segue percordi diversi, complicati e ingarbugliati. Meucci è chiamato a condurla, sul luogo di omicidi raccapriccianti. Sulla stessa scena del crimine, con lo stesso modus operandi. Più volte si interroga su quale sia la pista giusta da seguire per risolverli. Torino vive una strana primavera, lasciandosi alle spalle un rigido inverno. Torino è cambiata, cresciuta, in un difficile cammino fra le varie etnie che la popolano. Il tempo passa e Meucci sta iniziando a fare un bilancio della propria vita: la tecnologia che avanza prepotente, la città che si trasforma di notte rispetto al giorno, i turni massacranti, i mezzi a disposizione della polizia che scarseggiano, il vecchio che deve lasciare il passo al nuovo, la responsabilità in un’indagine di commettere un errore fatale, il lavoro di squadra che dovrebbe prevalere su tutto, nel rispetto dell’altro.
Questi sono alcuni degli interrogativi di Meucci. Questi sono i mesi che lo incastrano nella morte di tre persone, fra il Questore pressato dal Ministero degli Interni e polizia e carabinieri che faticano a lavorare in parallelo. Che fare? Come riuscire a mettersi nei panni dell’assassino quando ormai la stampa grida al “mostro”? L’istinto di Meucci conta per risolvere questi casi?
Conta moltissimo perché permette di attraversare una strada alternativa, inaspettata, a tratti assurda. Dall’altro lato, una giustizia che non è uguale per tutti, una colpa gravissima che viene trasformata in un vantaggio personale, porte sbattute e occhi chiusi da parte del Procuratore Capo, giustificazioni da dare in pasto all’opinione pubblica.
Coscienza e destino messi a confronto. Vizi e paure che si scontrano, inesorabili.
Buona lettura.

Maurizio Blini è nato a Torino nel 1959. Ex poliziotto. Nel 2009, si è congedato dalla Polizia di Stato con il grado di Commissario. E’ co-fondatore dell’associazione di scrittori subalpini Torinoir. Negli anni accademici 2013-14 e 2014-15  è stato docente di letteratura gialla e poliziesca all’Università della terza età di Torino con il corso: Torino criminale. Tutti i colori del giallo. http://www.unitretorino.it Il suo sito è http://www.maurizioblini.it. Pubblicazioni: Giulia e altre storie Ennepilibri Editore (2007), Il creativo Ennepilibri Editore (2008), L’uomo delle lucertole A&B Editrice (2009), Il purificatore A&B Editrice (2011), Unico indizio un anello di giada Ciesse Edizioni (2012), R.I.P. (Riposa in pace) Ciesse Edizioni (2013), Fotogrammi di un massacro Ciesse Edizioni (2014), Figli di Vanni (con G.Fontana) Golem Edizioni (2015) si è laureato in Scienze dell’investigazione all’Università degli Studi dell’Aquila.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.

:: La città delle streghe di Luca Buggio (La Corte Editore 2017) a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2017

città stregheSu Torino si è detto e scritto tanto, ma ci sono epoche e fatti della Storia della città sabauda che non hanno avuto molto spazio nella letteratura, e dire che non avrebbero niente da invidiare a quelli di Parigi o Londra.
La Torino tra Sei e Settecento, alla vigilia di una guerra che l’avrebbe resa protagonista della politica estera europea vedendola trionfante contro l’esercito del Re Sole, era una città in fermento, con quartieri in cui non si poteva entrare neanche in pieno giorno, e uno splendore barocco in piena costruzione.
La città delle streghe di Luca Buggio racconta proprio la Torino di quegli anni, in un eccellente mix tra romanzo storico, thriller e gotico. La giovane Laura Chevalier, cresciuta vicino a Nizza dove è in pericolo per la sua fede valdese, decide di fuggire verso Torino per sfuggire ad un passato di persecuzioni, ma presto scoprirà che la capitale del Ducato non è il luogo tranquillo che credeva e nemmeno una città come le altre.
Ci sono cose di cui è meglio non parlare, per altre occorre chiedere sempre la protezione dei Santi, perché nelle stradine spesso ancora medievali gira l’Uomo del Crocicchio, sempre a caccia di anime e se sente il proprio destino è segnato. Quando scende il buio è meglio non uscire, perché varie presenze misteriose girano per strada e incontrarle è fatale, come dimostrano i cadaveri mutilati che vengono ritrovati il mattino dopo.
Il destino di Laura si intreccia con quello di Gustìn, un ex monello di strada cresciuto tra truffe e furti, diventato una delle spie del Duca e ora incaricato di capire quanto c’è di vero in quello che sta succedendo a Torino, andando a caccia di banditi, streghe e serial killer, e cercando di capire quanto di umano e non di paranormale c’è in loro.
La Città delle streghe riprende il tema della Torino magica e paranormale, portandolo in un’epoca che come si diceva in pochi conoscono (e già tanto sapere chi è stato Pietro Micca, l’eroe per caso dell’assedio di Torino) e arricchendolo di nuova vita, in una storia che mescola i generi e che piacerà ai cultori dello storico, del gotico e del thriller. Un libro interessantissimo e imperdibile per chi è nato, vive o conosce Torino, in cui si racconta il momento in cui la città cominciò a prendere il volto attuale di capitale del barocco, lasciandosi dietro tanti misteri che poi sono tornati nelle tradizioni e nelle leggende metropolitane. Un mondo reale che è esistito, tra guerre di religione, cambiamenti politici, superstizioni, l’avvento del secolo dei lumi, e che l’autore restituisce come sfondo perfetto per una storia che forse potrà avere nuovi sviluppi, anche perché sarebbe bello ritrovare questa città delle streghe, tra spavento e incanto, tra mistero e speranza.

Luca Buggio è nato a Torino, dove vive e lavora. Laureato in Ingegneria, è anche scrittore, regista e attore teatrale. Ha esordito nel 2009 con La danza delle Marionette. Con La Città delle Streghe, primo romanzo per La Corte editore, ci trasporta nella Torino del 1700, in un’atmosfera che sconfina tra il gotico e il thriller, facendocela vivere in tutta la sua magia.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Liberi junior – Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini di Francesca Romano (I Buoni Cugini Editori 2017) a cura di Federica Belleri

24 ottobre 2017

orsi e porcospini

Con le illustrazioni di Dafne Zaffuto, Francesca Romano ci propone una raccolta di favole scritte con amore e attenzione. Favole per bambini, utili anche ai grandi. Leggere, ma non superficiali. Positive e sensibili. Raccontano di animali e del loro mondo, di percorsi fatti per sconfiggere la paura, di prove da superare per acquisire sicurezza. L’amicizia e la diversità sono trattate con delicatezza. Il dolore passa, lasciando posto alla speranza. I personaggi di cui ci parla l’autrice sono presi dal suo quotidiano e trasferiti su carta. Non manca l’ironia, sempre utile per smussare gli angoli. Scrittura precisa e corretta. Piccolo libro che vi consiglio di gustare con serenità, insieme ai vostri figli.
Buona lettura.

Francesca Romano è nata nel 1973 e vive a Brescia. Laureata in scienze dell’educazione, lavora ai Servizi Sociali del Comune di Brescia. Mamma di due ragazzi e sognatrice compulsiva, da sempre fantastica di vivere di parole d’inchiostro. Scrive da tempo immemore nei piccoli ritagli di tempo che la vita frenetica le permette. Ama scrivere favole e si diletta esprimendo il lato oscuro con racconti gialli/thriller.
Diversi suoi racconti, risultati finalisti e vincitori in concorsi letterari nazionali e internazionali, sono stati pubblicati nelle relative antologie, alcune delle quali presentate a Roma, Milano, Chiari, alle fiere dell’editoria. Ha pubblicato per Fabbri editori con racconti collaborativi.
“Siamo tutti un po’ orsi un po’ porcospini” è il suo primo libro.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Tempo da elfi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Giunti Editore 2017) a cura di Nicola Vacca

24 ottobre 2017

Tempo da elfiLa coppia formata da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli compie venti anni e gode ottima salute. Per festeggiare questo binomio indissolubile esce da Giunti Tempo da Elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri.
Torna Marco Gherardini, l’ispettore della forestale detto Poiana. Siamo a Casedisopra, nel cuore dell’Appennino – tosco emiliano.
A turbare la tranquillità del posto due spari nel bosco e viene rinvenuto un cadavere, quello di un elfo. Ormai gli elfi si sono insediati in quei luoghi e hanno costruito insediamenti, integrandosi nella vita sociale della comunità.
Il giovane e bello ispettore della forestale si troverà nel cuore di una vicenda torbida e densa di misteri e quell’elfo trovato morto nel dirupo, forse spinto gli procurerà un mare di guai.
Gli elfi si stanno preparando alla festa dell’Arcobaleno. Casedisopra sarà invasa dall’arrivo di elfi da tutte le parti del mondo.
Poiana si trova a condurre l’indagine più difficile della sua vita e dietro la morte del Ramingo, così viene soprannominato l’elfo senza fissa dimora trovato morto nel dirupo, si nascondono traffici e crimini internazionali.
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli anche questa volta scrivono un libro avvincente. La storia di un mistero inquietante nel cuore di un ecosistema che custodisce segreti.
Nel labirinto dei boschi popolati da elfi in carne e ossa, l’ispettore non avrà il tempo di rilassarsi. Sarà completamente travolto da una serie infinita di colpi di scena che con molte difficoltà lo porteranno alla soluzione del caso.
Tempo da elfi è un romanzo dove l’intrattenimento si fa davvero intelligente: i due narratori, come accade sempre nelle loro storie, all’invenzione letteraria alternano – tra le righe – riflessioni e contesti che richiamano l’attenzione sulle vicende attuali del nostro Paese.
Ancora una volta dalla coppia Guccini – Macchiavelli un romanzo avvincente e corale che si legge tutto d’un fiato.
Pagine in cui la realtà incontra la fantasia e in cui la fantasia è popolata da personaggi credibili che sembrano reali.
Il libro è un perfetto noir tosco – emiliano. Il ritmo narrativo è incalzante e mai banale. Insomma, una libro bello e coinvolgente che ci concilia con il piacere della lettura.

Loriano Macchiavelli, bolognese, è un maestro riconosciuto del noir italiano e il creatore di Sarti Antonio, uno dei più popolari poliziotti della nostra narrativa. Ha all’attivo più di trenta romanzi, oltre a opere teatrali e sceneggiature per il cinema e la tv.

Francesco Guccini è nato a Mo­dena nel 1940. Cantautore-poeta e scrittore di assoluta originalità, è un mito per generazioni di italiani. Esordisce nel 1989 con Cròniche Epafániche per pubblicare poi: Vacca d’un cane (1993), Racconti d’inverno (1993; con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi), La legge del bar e altre comiche (1996), Cittanòva blues (2003), Icaro (2008), i due volumi del Dizionario delle cose perdute (2012 e 2014), e Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015) che – così come il disco L’ultima Thule con cui ha concluso la sua carriera musicale – hanno avuto uno straordinario successo di pubblico.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Giunti.

:: Review Party – Decadenza di una famiglia di Matteo Strukul (Newton Compton, 2017)

23 ottobre 2017

i-medici-decadenza-di-una-famiglia_9075_x1000La Parigi del diciassettesimo secolo è l’essenza stessa del vizio e della violenza. Maria de’ Medici, da poco sposa di Enrico IV di Borbone, scoprirà ben presto quanto siano rapaci le mire di Henriette d’Entragues, favorita del re, alla quale, con un documento scritto, lo stesso Enrico aveva promesso di prenderla in moglie. E ora quel foglio è l’arma di un ricatto. Anche il conte d’Auvergne e il duca di Biron cospirano per rovesciare il trono. Quando tutto sembra perduto, Maria decide di affidarsi a Mathieu Laforge, spia e sicario che, per denaro, è pronto a sventare più di una congiura. Ma questa decisione potrebbe ritorcersi contro di lei, perché l’avidità – si sa – è la peggiore delle matrigne. Quando Enrico IV di Borbone muore, vittima dell’ennesimo complotto, Laforge potrebbe infatti decidere di cambiare fazione, specie se all’orizzonte si profila, inarrestabile, l’ascesa di un astro di prima grandezza della politica francese: il cardinale di Richelieu. Sarà lui, dopo la morte del re, ad acquisire un grande potere, tradendo proprio colei che più di ogni altro ne aveva favorito la fortuna: Maria de’ Medici.

Dopo Una dinastia al potere, Un uomo al potere, e Una regina al potere, esce oggi il quarto romanzo della saga di Matteo Strukul dedicata alla famiglia de’ Medici: Decadenza di una famiglia, tutto incentrato sulla figura di Maria de’ Medici e il suo triste declino.

young maria de medici

Santi di Tito, ritratto di Maria de Medici da giovane, 1590, conservato nel Museo dell’ Opificio delle Pietre Dure, Firenze

Cosa sappiamo di Maria de’ Medici? Nacque a Firenze nell’aprile del 1575, sesta figlia di Francesco I de’ Medici, granduca di Toscana, e di Giovanna d’Austria, arciduchessa d’Austria. Fu sposa del re di Francia Enrico IV dal 1600 al 1610, anno in cui Enrico morì, ucciso da un fanatico cattolico di nome François Ravaillac. Maria morì nel luglio del 1642.

Questi gli scarni dati biografici, da cui partono gli autori di romanzi storici, per le proprie ricerche, decisi a dare una profondità psicologica ai personaggi, e un fare un quadro il più fedele possibile degli scenari e del periodo storico. I romanzi storici certo non sono tesi di laurea, ma è interessante vedere dove la storia cede il passo alla fantasia, o perlomeno alla verosimiglianza.

Banchetto nuziale di Maria de' Medici ed Enrico IV di Francia

Jacopo da Empoli, Nozze di Maria de’Medici ed Enrico IV di Francia, 1600,  Elgin Collection, Broomhall, Fife, Scotland

Un romanzo storico chiamiamolo onesto, non travisa, non distorce, non costringe il lettore a sindacare ogni seppur minimo dettaglio, lo da per scontato, crede che perlomeno lo spirito del periodo sia stato rispettato.

Molto spesso un romanzo storico, oltre che intrattenere ha anche un valore divulgativo, avvicina il lettore alla Storia, quella con l’ S maiuscola, anche se molto spesso ne deforma e ne rimarca i fatti più spettacolari, e appariscenti, e se vogliamo eclatanti, dove quasi mai mancano sesso, violenza, lotta per il potere, tradimenti e inganni.

Decadenza di una famiglia non deroga da queste regole: approfondito lavoro di ricerca, evidente deriva della fantasia forse solo evidente agli storici, accentuazione dello straordinario e del maestoso. E solitamente c’è anche una morale, perlomeno l’autore abbraccia il punto di vista di un personaggio, e a volte lo difende e lo idealizza anche andando contro le opinioni più diffuse e comuni. Strukul cerca di mantenere una certa obbiettività, e lo fa tramite una scrittura veloce, divisa in capitoli molto essenziali.

Partiamo dall’ incontro tra Maria de Medici e Passitea, donna dalla vita santa e misericordiosa che le fa una profezia sul suo futuro, e il capitolo dopo è già regina, alle prese con gli intrighi di corte, la necessità di assoldare una spia e un sicario veneziano, il tale Mathieu Laforge (futuro capitano delle guardie), e cercare di ottenere un documento compromettente dalle mani della favorita (o una delle favorite, è un uomo molto galante) del re.

Così inizia Decadenza di una famiglia, un romanzo storico con le cadenze di un romanzo d’azione, e le luci quasi gotiche di un romanzo in cui si sondano i mali e vizi di un’ epoca, il diciassettesimo secolo. Intrighi, congiure, tradimenti, maschere, avidità, vendette, pugnali e veleni, e infine l’astro oscuro del cardinale di Richelieu, (figura conosciuta a tutti gli amanti della letteratura d’avventura, grazie ai romanzi intramontabili di Dumas) che nel bene e nel male sarà al centro del potere più ancora dei sovrani legittimi.

Kardinaal_de_Richelieu

Philippe de Champaigne, Triple Portrait of Cardinal de Richelieu, 1642, National Gallery London Archive

Decadenza di una famiglia è un romanzo che si legge velocemente, un classico page turner, non stupisce perciò che l’autore sia stato investito da tanto successo, riesce a coinvolgere e appassionare non solo i classici lettori che leggono romanzi storici, ma anche tutti gli altri, mettendo al servizio del romanzo storico le regole del romanzo d’azione, per un pubblico popolare.

Capitoli veloci, colpi di scena continui, linguaggio spregiudicato, cliffhanger sincopati, (le regole del feuilleton più classico). Le lotte dei fiorentini alla corte di Francia sembrano così reali e moderne, senza esclusioni di colpi, dove fidarsi anche solo di un alleato (che per denaro può trasformarsi in nemico, è una delle più grandi debolezze). Strukul gioca coi toni e coi registri, da amante del pulp, sul modello di Tim Willocks, credo uno dei suoi maestri.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in dieci lingue e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, vincitore del Premio Bancarella 2017. Sono seguiti Un uomo al potere e Una regina al potere. La serie è in corso di pubblicazione in Inghilterra, Germania, Olanda, Spagna, Turchia, Repubblica Ceca, Grecia, Serbia e Slovacchia. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è www.matteostrukul.com

Source: inviato dall’ editore, si ringrazia Federica dell’ Ufficio Stampa Newton Compton e Rosaria Sgarlata di Niente di personale per avere organizzato il Review Party.

:: Mancanza di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 ottobre 2017

mancanzaLa poesia di Ilaria Palomba, come la sua prosa, è un viaggio senza fine nel cuore nero degli abissi.
Nella profondità degli abissi la poetessa si eclissa per cercare una redenzione ma nel confronto angoscioso con il cuore nero della loro filosofia, ne attraversa con l’inquietudine ogni buco, collezionando tutte le mancanze con cui è necessario fare i conti.
Mancanza è il titolo del libro di poesia di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni, pagine 81, euro 9,90).
Con parole che deflagrano sempre e che squartano la carne, l’autrice attraversa nel disincanto la ferocia di questo tempo al culmine della disperazione.
Mi piace molto la sua poesia che è sempre uno schianto di nervi. Una poesia che ha il coraggio di sanguinare e che tende sempre a smascherare ogni retorica e ogni convenzione.
I versi di Ilaria sono chiodi che si conficcano nella carne, perché la sua poesia è immanente nel suo essere soprattutto corpo.
Mancanza è un libro – incendio: sono i versi stessi che appiccano il fuoco non curandosi delle conseguenze.

«Mi piace aggirare le folle, / starmene al centro della Terra, / sentirla tremare / con la certezza delle ultime epifanie, /sgretolare le pareti / in un tramonto dalle diciassette tonalità di rosso».

Ilaria Palomba evita accuratamente le parole accomodanti, che non appartengono alla sua scrittura e al suo stile di vita.
Quello che conta nella sua poesia è sussurrare agli abissi, spalancare l’esistenza sui crolli che ogni giorno avvengono sotto i nostri passi, attraversare le latitudini marce del suo tempo con un disincanto lucido che non chiede alcun perdono alle illusioni e alle utopie.
Mancanza è una collezione di squartamenti in cui

«Siamo mancanze / che s’incontrano /specchiandosi nei vuoti».

Qui siamo lontani per fortuna dalla poesia rassicurante e edulcorata. Ilaria Palomba si cimenta con un poetare crudo e immanente e prende in prestito dalla crudeltà dell’esistenza le parole dirompenti che come tagli incidono sulla carne ferita.

«Una volta c’erano poesie che mandavano un guerriero / a farsi tagliare la gola, ma con la gola tagliata / il guerriero era morto / e cosa restava della sua gloria? / Voglio dire del suo trasporto? Niente»

queste sono le parole sanguinanti di Antonin Artaud, che nell’abisso del nero rivendica il suo essere poeta veggente sospeso tra la verità metafisica e la crudeltà.
Questa di Mancanza è una poesia che taglia la gola:

«Cosa resta / poi, /dopo l’ultimo sangue?»

si chiede Ilaria mentre il fuori sconfina e il dentro delira.
La parola della poesia che continuerà a sanguinare e il suo schianto in questo teatro della crudeltà che è la vita.

Ilaria Palomba collabora con “Mag O” della Scuola di Scrittura “Omero” e “Succedeoggi”. Lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica al Centro Diurno Monteverde. Ha pubblicato per Gaffi il romanzo Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, per Meridiano Zero Homo homini virus, vincitore del Premio “Carver” e terzo al Premio “Nabokov”, Una volta l’estate, scritto a quattro mani con Luigi Annibaldi, vincitore del Premio “L’Aringo Essere Donna Oggi”, e il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Edizioni Dal Sud). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in francese per “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e in inglese per Mammoth Book. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe postmoderne (Alter Ego). È tra gli autori delle antologie Il mestiere più antico del mondo? (Elliot) e Sorridi, siamo a Roma (Ponte Sisto).

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Le ragazze dello studio di Munari di Alessandro Baronciani (Bao Publishing 2017) a cura di Viviana Filippini

20 ottobre 2017

Le ragazze dello studio MunariFabio è un giovane libraio collezionista di libri usati e di antiquariato. Lui è il protagonista de “Le ragazze dello studio di Munari”, di Alessandro Baronciani, uscito a settembre per Bao publishing. Il giovane è profondamente sofferente per essere stato lasciato dalla fidanzata e come consolazione si rifugia nel mondo di segni e di parole di Munari. Questo lo porta, in modo progressivo, alla ricerca di quello che potrebbe essere il vero amore della vita. Quello che ti ama, ti dona gioia e ti consola. Il problema è che Fabio intreccerà contemporaneamente, relazioni con diverse ragazze cadendo in un giochi di equivoci e scambi di persona. Scelta di vita che gli complicherà non poco le cose. Il libro di Baronciani torna sugli scaffali dopo un periodo di lunga assenza e lo fa con una veste del tutto nuova, nella quale quasi metà delle pagine sono state ridisegnate, con l’aggiunta di una copertina creata ex novo per la nuova edizione e, come nella prima stampa, non mancano geniali trovate cartotecniche (replicate dal pensiero creativo di Bruno Munari) come le pagine con un buco o le sovrapposizioni in trasparenza. “Le ragazze dello studio di Munari” è la storia di un giovane uomo alla ricerca di se stesso, un cammino spinto dal principio motore in cui il protagonista crede, quello che lo farà stare bene: sedurre e lasciarsi sedurre. La narrazione per immagini scorre veloce con in un film, portandoci dentro ai tormenti esistenziali di un ragazzo quasi uomo che deve sperimentare il più possibile per comprendere cosa gli dona davvero pace e conforto. “Le ragazze nello studio di Munari” di Alessandro Baronciani, edito da Bao, è un piccolo capolavoro letterario per immagini che scandaglia i tormenti di un animo ancora acerbo, alla ricerca di un giusto equilibro esistenziale ed emotivo.

Alessandro Baronciani è un autore tra i più amati della scena del fumetto e dell’illustrazione italiana. A cavallo tra due generazioni, il grande narratore pesarese fruga nei cassetti, tra le vecchie storie dei tempi delle autoproduzioni, e assembla una concatenazione di ricordi potentissimi, inanellati come tracce di un greatest hits, ma spesso rari come B-side.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Daniela Mazza dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

:: Sette e uno – Sette bambini: otto storie (a cura di David Tolin) Gianni Rodari et al. (Edizioni EL 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

19 ottobre 2017

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Nel 1962 l’Einaudi pubblicava per la prima volta Favole al telefono, un volumetto preziosissimo frutto del genio di Gianni Rodari. Tra le storie di questo libro si annovera Uno e sette che racconta di un bambino che è sette bambini: Paolo di Roma, Jean di Parigi, Kurt di Berlino, Juri di Mosca, Jimmy di New York, Ciù di Shangai e Pablo di Buenos Aires. Sono sette bambini diversi, i loro capelli sono di colore diverso e i loro padri hanno un lavoro diverso, eppure tutti sono lo stesso bambino di otto anni che sa leggere, scrivere e va i bicicletta senza mani, e tutti ridono nella stessa lingua.
Nel 2017 per le Edizioni EL è stato pubblicato Sette e uno. Sette bambini, otto storie, un libro a cura di David Tolin il quale ha chiesto a sette scrittori per bambini di varia nazionalità (Beatrice Masini, Bernard Friot, Ulrich Hub, Daria Wilke, Dana Alison Levy, Yu Liqiong, Jorge Lujàn) di presentare a loro modo uno dei bambini protagonisti della favola di Gianni Rodari. Ogni autore, a cui è stato assegnato un bambino connazionale, ha potuto immaginare liberamente la storia del suo personaggio, ad eccezione di alcune informazioni che Rodari fornisce nella sua favola e che andavano, ovviamente, rispettate. Sette e uno riunisce con naturalezza narrazioni in prima e in terza persona, discorsi diretti ed indiretti, stili polimorfi e colorati, la cui differenza è percepita come arricchimento e innovazione, come il valore aggiunto di sette voci autoriali diverse. Le illustrazioni, invece, sono tutte opera di Mariachiara Di Giorgio che dipinge in acquarelli delicati ed evocativi ciascuna storia. Le bellissime immagini non sono complesse ed affiancano il testo in modo chiaro e complementare, a volte riempendo il foglio intero, altre volte dividendolo con le parole, spesso giocandoci, come per esempio quando il disegno va ad incorniciare, in modo sempre diverso e distintivo, la prima pagina di ogni storia.
L’interezza dell’Uno è data dalla somma delle parti, così come accade nel corpo umano che si costituisce di più membra, tutte essenziali e importanti ma con funzionalità differenti. Allo stesso modo, per il mondo ogni singolo Paese e i suoi abitanti ricoprono un ruolo fondamentale, perché al di là del particolare, della cultura e delle tradizioni, il carattere che più di tutti ci contraddistingue è quello che ci accumuna: l’umanità. E allora questo libro, così come la favola di Rodari e in fondo l’intero Favole al telefono che l’autore dedica “a Paoletta Rodari e ai suoi amici di tutti i colori”, ha l’obiettivo civico di richiamare l’attenzione sull’importanza di una convivenza armonica e concorde, perché il desiderio di Pace germogli da subito nel cuore dei piccoli lettori e diventi realtà l’ultima frase di Uno e sette: “Ora sono cresciuti tutti e sette, e non potranno più farsi la guerra perché tutti e sette sono un solo uomo”.

Traduzioni di David Tolin, Valentina Picelli, Arianna Tolin, Paolo Magagnin e Lidia Somma.

Gianni Rodari (Omegna, 1920 – Roma, 1980), dopo il diploma magistrale per alcuni anni ha fatto l’insegnante. Al termine della Seconda Guerra Mondiale ha intrapreso la carriera giornalistica, che lo ha portato a collaborare con numerosi periodici, tra cui «l’Unità», il «Pioniere», «Paese Sera». A partire dagli anni Cinquanta ha iniziato a pubblicare le sue opere per l’infanzia, che hanno ottenuto un enorme successo di pubblico e di critica e gli sono valse, nel 1970, il prestigioso premio «Hans Christian Andersen», considerato il Nobel della narrativa per l’infanzia.

Beatrice Masini è nata a Milano, dove vive e lavora. Giornalista, traduttrice, editor, scrive storie per bambini piccoli, romanzi per ragazzi e per adulti. I suoi lavori sono tradotti in una ventina di lingue.

Bernard Friot, nato a Saint-Piat in Francia, è uno dei piú originali scrittori per ragazzi. Durante gli anni d’insegnamento, a contatto con la creatività verbale e fantastica dei bambini, ha maturato lo stile che lo caratterizza. Molte sue storie, brevi ma intense, nascono con l’obiettivo di aiutare i ragazzi con difficoltà di lettura. Si autodefinisce uno «scrittore pubblico»: ha infatti la necessità di incontrare spesso i suoi giovani lettori. Anche in Italia, i suoi libri hanno riscosso grande successo.

Ulrich Hub è nato a Tubinga, in Germania, e vive attualmente a Berlino. Ha studiato recitazione presso l’Accademia di musica e teatro di Amburgo. Per cinque anni è stato attore in diversi teatri. Dal 1993 lavora come regista e scrive commedie e libri per bambini. Pluripremiato, è riconosciuto sia per il suo lavoro per adulti che per quello rivolto ai ragazzi.

Daria Wilke è nata a Mosca, in Russia, in una famiglia di burattinai. Ha studiato psicologia e pedagogia, e ha lavorato come giornalista. Oggi vive tra Vienna, dove lavora all’Istituto per le lingue slave, e la città natale. Scrive libri per ragazzi. Il suo romanzo The Jester’s Cap (Samokat Publishing House) è stato pubblicato negli Stati Uniti e in Norvegia. La sua parabola The Dustman è stata segnalata da IBBY nel White Ravens 2016.

Dana Alison Levy, nata e cresciuta negli Stati Uniti in New England, ha studiato letteratura inglese prima di frequentare una scuola di specializzazione in economia. Ora si dedica totalmente alla scrittura. Il suo primo romanzo, Quattro ragazzi e due papà, ha ricevuto numerosi riconoscimenti attribuiti dall’American Library Association, dal Bank Street College of Education e da «The Boston Globe». In America sono uscite anche le nuove avventure della famiglia Fletcher.

Yu Liqiong, nata nella provincia cinese di Anhui, è scrittrice, editrice e docente di letteratura per bambini. Attualmente è caporedattore dell’«Oriental Babies & Kids Magazine». Ha pubblicato numerose opere di prosa, teatro e critica. Tra gli albi illustrati, il piú conosciuto è Reunion and Take A Note, con il quale ha vinto il Feng Zikai Children’s Picture Book Award. Il suo testo è stato tradotto in inglese, giapponese, coreano e francese. L’autrice è molto impegnata in tutta la Cina nella promozione della lettura.

Jorge Luján, scrittore, musicista e architetto, è nato nella città di Córdoba, in Argentina, ma dalla fine degli anni Settanta vive in Messico. Ha pubblicato piú di quaranta libri ed è stato tradotto in una dozzina di lingue. Per il suo lavoro, sia esso di poesia, albi illustrati, narrativa o di traduzione, ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Jorge ha insegnato scrittura creativa alla University of Columbia di New York. I suoi lavori sono stati spesso oggetto di recital poetici e musicali in diversi Paesi d’America e in Europa.

(Le descrizioni degli autori sono contenute in Sette e uno. Sette bambini, otto storie)

Source: pdf del libro inviato al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Anna di Edizioni EL.

:: Piano Americano di Antonio Paolacci (Morellini 2017) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2017

indexLa scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo ester­no, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Ho letto Piano Americano, ultimo libro (in senso letterale, non solo cronologico come tappa di passaggio per un dopo) di Antonio Paolacci, edito da Morellini e ora sono qui a parlarvene, anzi a riflettere con voi su cosa mi ha lasciato, su come ha modificato la percezione che avevo della letteratura, o dell’editoria in genere. Sarà una recensione non canonica, come non canonico è il libro (un ibrido tra narrativa autobiografica e metanarrazione di borgesiana memoria, dove forse tutto, badate bene, è finzione).
Che il Paolacci smetta di scrivere è dura da mandare giù. Proprio non lo si crede, ma è così che afferma, è la tesi principale che regge il costrutto, è la maschera che nasconde il volte, forse davvero la chiave di lettura di tutto il romanzo (permettetemi di definirlo così).
Ricordo anche io l’esame universitario dove studiammo la teoria delle maschere e anche quella del mana (popolazioni autoctone delle isole che spendevano tutti i loro averi per celebrare una grande festa nel loro villaggio) un po’ come gli americani negli anni ’50 che facevano di tutto per comprarsi macchinoni scintillanti per esporre orgogliosi al mondo il loro stato sociale (magari riempiendosi di debiti che mai sarebbero riusciti a pagare).
Insomma gli esseri umani sono strani, e gli scrittori ancora di più. Se mi dicessero da domani non scrivi più una riga, sinceramente preferirei farmi anni di carcere che accettare questa imposizione. Ma il Paolacci, persona o personaggio (me lo domando ancora), ha deciso che basta, non ne vale la pena, l’editoria italiana non permette spazio di manovra.
C’è di meglio, tipo vivere. Tipo cercare un lavoro che renda di più. Tipo amare la propria donna. Tipo crescere i propri figli. Tipo insegnare. Di stringere mani sudaticce nei salotti della cultura è stanco, di lottare contro i mulini a vento (dai un po’ di Cervantes lo si nota) pure. Dunque il Paolacci non scriverà più un rigo, questo è il suo ultimo libro. (Crederci o non crederci sono fatti vostri).

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato.

Ma dice solo quello? Aspetta vediamo: ci sono tante citazioni letterarie (alla fine del libro c’è una bibliografia delle citazioni così per avere in ordine perlomeno i libri da cui sono state tratte), intelligentemente amalgamate alla narrazione, mi è piaciuta soprattutto questa:

Nel romanzo Running Dog di Don DeLillo, c’è un perso­naggio che a un certo punto dice:
Ricordo che in quel periodo vidi Zabriskie Point, con quella sce­na finale in cui la casa esplode e tutti quegli oggetti sgargianti volano nell’aria al rallentatore. Dio, continuai a pensarci per un anno intero. Fu il momento più importante di tutto l’anno. […] tutte quelle confezioni di detersivo e minestra in polvere e cotton fioc e eyeliner che saltavano in aria insieme alla casa, boom.

Sapremo molti fatti suoi, della sua adolescenza, dei suoi studi, del suo lavoro di scrittore e di insegnante di scrittura, di marito, di neopadre. Si parlerà di cinema, di Hitchcock e del suo Psyco (provate voi a far morire la protagonista e star del film quasi all’inizio, fregandovene delle regole dello star system e della cinematografia tutta). E poi c’è Luigi, David Foster Wallace, Don De Lillo e Valter Binaghi, per chi non lo conoscesse era uno scrittore strepitoso, recuperate a caso un suo libro (Blackjack venne pure a commentarmi). E poi c’è un romanzo di cui sappiamo tutto, conosciamo i personaggi, ma mai verrà scritto. Per le regole del marketing forse era troppo.

Non ci sono conquiste, non c’è felicità di parola, non c’è verità, non ci sono idee. Le nostre passioni di scrittori contemporanei, le nostre battaglie, i nostri sogni sono tenuti insieme da un vocabolario squisitamente aziendale, un – peraltro scarso – vocabolario da lavaggio del cervello dove la produzione culturale è un pendolo che oscilla tra due forze e due soltanto: successo o fallimento? Fallimento o successo? La parola comunicazione viene usata abitualmente in sostituzione della parola marketing. L’atto stesso del comunicare è diventato un lavoro e una strategia da usare per vendere e quindi per ingannare, perché il marketing fagocita i rapporti tra persone, li ingloba e li spoglia di nutrimento.
Così la letteratura ha consegnato le armi al nemico nell’istante stesso in cui ha smesso di inseguire la sincerità per mettersi in fila alla cassa.

E poi c’è una nascita, una crescita, il coraggio di una madre, la bellezza dell’ insegnamento e di avere degli allievi, c’è amore per la letteratura e per la parola scritta, insofferenza per tutto ciò che vincola la libertà, personale e creativa.
Insomma tanta carne al fuoco.
Ma che il Paolacci smetta di scrivere. No, no io non ci credo. Dai è troppo bravo.

Antonio Paolacci è nato nel 1974 e vive a Genova. È editor e consulente editoriale. Ideatore e direttore di alcune collane di narrativa e saggistica, ha curato anche premi letterari e rassegne. Ha tenuto corsi di scrittura creativa in diverse città italiane. Dal 2014 insegna scrittura creativa alla scuola Officina Letteraria di Genova. Come autore ha scritto: Flemma (Perdisa Pop, 2007 – Morellini Editore, 2015), Salto d’ottava (Perdisa Pop, 2010), Accelerazione di gravità (Senzapatria, 2010), Tanatosi (Perdisa Pop, 2012) e Piano Americano (Morellini, 2017). Per saperne di più o contattarlo: antoniopaolacci.blogspot.it

Source: inviato dall’ autore.

:: Chi ha bisogno di te di Elisabetta Bucciarelli (Skira 2017) a cura di Viviana Filippini

17 ottobre 2017

Bucciarelli-copChi ha bisogno di te” è il nuovo romanzo edito da Elisabetta Bucciarelli, per Skira. La protagonista è una ragazzina di 17 anni, Meri, ma questo non deve indurre il lettore a pensare che la storia narrata sia per un pubblico di adolescenti. La ragione? Semplice. L’autrice mette in gioco un percorso di ricerca esistenziale e di senso del vivere che coinvolge anche i lettori. Meri, a differenze della compagne di classe, non ha ancora trovato il vero amore, lo sta cercando e questa impresa non è per niente facile. La ragazzina si divide tra scuola e casa, dove vive con una madre che la educa all’amore per le piante e ai loro semi e che le parla citando, in ogni occasione, frasi delle canzoni dei Queen. Tra i banchi di scuola, invece, Meri ha Sara, la sua migliore amica e le due si dividono tra libri, quaderni, chiacchiere e giochetti da ragazzini. Quello che emerge dalla narrazione della vita scolastica è che la protagonista ha sì gli stessi interessi e anche manie delle compagne, ma a Meri accadrà qualcosa di particolare. Ad un certo punto della sua giovane vita, l’adolescente cresciuta a piante e rock comincia a ricevere dei fogliettini di carta con scritto dei messaggi. Frasi mirate, precise, e solo chi la conosce bene può sapere certe cose di lei. Meri è spiazzata, perché non ha la più pallida idea di chi potrebbe essere il misterioso mittente, ma questo non le impedirà di agire per scoprire chi sia il portatore di messaggi e per dare un senso al suo vivere. “Chi ha bisogno di te” è un romanzo dal ritmo ironico, ma mai banale, e musicale, non solo perché ci son le canzoni di Freddie Mercury e Co., ma perché le relazioni, le amicizie, gli eventi, i dialoghi di Meri con chi la circonda, sembrano la melodia in movimento su uno spartito musicale. Una musica con variazioni sul tema, che narrano il cammino di una giovane donna pronta ad affacciarsi alla vita. Il romanzo della Bucciarelli è romantico, ma non mieloso, anzi direi che è diretto e incisivo, nel senso che nonostante il vivere sia spesso imprevedibile, la protagonista lotta per trovare un valore per la propria identità, e per farlo le serviranno tante esperienze e incontri. Questi eventi possono essere identificati come delle vere e proprie prove che Meri deve affrontare per capirsi e comprendere il mondo che la circonda. E allora la storia della scrittrice milanese può essere definita anche romanzo di formazione, proprio perché per la protagonista – e pure molti dei personaggi letterari che lei incontrerà- scatterà un vero e proprio processo di trasformazione e cambiamento. “Chi ha bisogno di te” di Elisabetta Bucciarelli è una delicata storia di crescita, nella quale le ansie di un giovane cuore diretto verso l’età adulta sono raccontate con garbo. Qualità che ci donano una trama coinvolgente, con un’ottima colonna sonora (io sono un po’ di parte perché adoro i Queen) e nella quale ogni lettore potrebbe trovare, o ritrovare, un po’ di sé.

Elisabetta Bucciarelli è una scrittrice milanese. Autrice per il teatro, la televisione e il cinema, dove è stata premiata alla 53a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la sceneggiatura del film Amati Matti, scritta dopo dieci anni di laboratori teatrali con pazienti affetti da disagio psichico. Ha firmato i saggi Io sono quello che scrivo, la scrittura come atto terapeutico (Calderini Edizioni) e Le professioni della scrittura (Ed. Il Sole24Ore). Nel 2005 esce il romanzo Happy Hour che ha inaugurato la felice serie dell’ispettrice Maria Dolores Vergani. Con “Io ti perdono” (Kowalski, 2009) vince il Premio Franco Fedeli e con “Ti voglio credere” (Kowalski, 2010) il Premio Giorgio Scerbanenco per il miglior Noir dell’anno. Tra gli altri suoi libri, “Corpi di scarto” (Edizioni Ambiente, 2011) e “Femmina de Luxe” (Perdisa Pop, 2008; Feltrinelli Zoom, 2013), dove compare per la prima volta il personaggio di Olga, presente anche in “L’etica del parcheggio abusivo” (Feltrinelli e Feltrinelli Zoom, 2013). È tradotta in Germania, Spagna e Francia.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.