“Lo sconosciuto” di Irène Némirovsky è un racconto lungo, uscito per EDB a gennaio. Teatro di ambientazione è la Francia, durante la Seconda guerra mondiale che, attenzione, qui resta come sfondo. I veri protagonisti sono due fratelli entrambi al fronte e tornati a casa in licenza per il matrimonio della sorella. Il dialogo tra i due congiunti pronti a ritornare ai loro battaglioni si svolge alla stazione ferroviaria francese dove, oltre a loro, ci sono centinaia di persone, lì per salutare i soldati in partenza e non solo. In realtà il conflitto è solo all’inizio e la gente non ha idea che essa durerà per lungo tempo, e accanto ai due fratelli in divisa si vedono persone con le gabbiette per gli uccelli, persone cariche di valigie e bambini stanchi, addormentati tra le braccia materne. La narrazione si sposta dalla massa di viaggiatori ai due fratelli, si concentra su di loro e su quello che questi due si raccontano. Uno – Claude, il maggiore- è sposato e ha famiglia, l’altro –François- è giovane, single e pronto a tutto per combattere il nemico. A spegnere l’entusiasmo combattivo del minore ci pensa Claude, che confessa al fratello di aver ucciso un uomo in guerra, ma quello che lo sconvolge di più è che il soldato tedesco caduto sul campo sarebbe loro fratello. François è sconvolto e non vuole credere a questa insinuazione e non la accetta come verità nemmeno quando Claude gli conferma di avere trovato documenti, foto e lettere dove compare il nome del loro padre. Verità o dubbio, i due fratelli partiranno per il fronte con un tormento interiore nuovo che scatenerà riflessioni costanti sul senso della vita. Quello che emerge da questa novella dalla scrittrice di origine russa, trapiantata in Francia e morta in un campo di concentramento ad Auschwitz è il senso di precarietà esistenziale causata dalla guerra. I due fratelli sono lontani dai loro affetti e le loro esistenze sono perennemente in bilico a causa dell’incombere del conflitto. Il senso di spaesamento è però dovuto anche al fatto che uno dei due fratelli, Claude, uccide un uomo e il caduto- come certificano alcune prove su di lui ritrovate e anche un carte somiglianza con Claude e il padre, accumunati da un mento aguzzo- potrebbe essere il loro fratellastro. I due protagonisti – come molti altri uomini – sono stati mandati a combattere una guerra orchestrata da altri e il fare guerra per loro si rivelerà uno scontrarsi con un nemico straniero e sconosciuto. Questo elemento però non impedisce al maggiore dei fratelli di rivalutare tutto, dalla guerra, al valore della vita umana. Il messaggio che Irène Némirosvky comunica al lettore con “Lo sconosciuto” è qualcosa di universale e di potente, perché le permette di far capire a noi lettori di oggi che, indipendentemente dai legami di sangue, dalla fede e dalla cultura, quando si uccide un uomo è come uccidere il proprio fratello. Con nota di lettura di Jean Louis Ska..
Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.
Source: libro richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.
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A ulteriore riprova che le autrici di thriller se sono brave sanno imporsi (se siano discriminate non lo so, io non credo) e conquistare anche un pubblico che non è tradizionalmente quello che s’immagina. Il thriller familiare non è il mio preferito, ma non sono così stupido da non leggere un romanzo quando ‘annuso’ che è buono. Danielle Thiery, prima donna ‘commissarie divisionnaire’ della polizia francese nonché figura di spicco del polar con un catalogo di titoli impressionante, affronta il filone con piglio e mordente. Da buona sbirra spara col calibro grosso e costruisce una storia complicata senza risparmiare colpi. Segreti di famiglia, incesti, sevizie su bambini, e tutta una serie di altre problematiche che farebbero rizzare i capelli in testa a più di un editor nel timore di suscitare vespai per questioni di correttezza politica. Dall’omosessualità all’ identità razziale di alcuni colpevoli. Dico ‘alcuni’ perché nell’intreccio ce ne sono diversi. Eppure la Thiery lo fa con mano sicura, una scrittura curata ma la capacità di seguire limpidamente una narrazione che spesso mescola le carte. Esperta poliziotta, e narratrice di talento, racconta la vicenda, senza perdersi in inutili psicologismi, tentazioni di fare la bella pagina per riempire l’incapacità di costruire un ‘giallo’, perché questo, alla fine, è il suo libro. Non cade mai nel truculento, nello scabroso gratuito, nell’effettaccio anche se di sangue e morti ce ne sono diversi. Evita così anche la trappola del patetico e del ridicolo. Edwige Marion, la sua protagonista, nei giorni di Natale appare acciaccata dalla sciatica, forse si prepara a lasciare la scena. Ad Alix, giovane psicologa con qualche difficoltà nel rapporto con gli altri, e a Valentine Cara, la ‘capitanne’ della Scientifica che invece conduce una felice vita di coppia con Rose, l’anatomopatologa. Le due (Alix e Cara) non si sopportano ma arrivano in qualche modo a completarsi in un’indagine difficile che parte da un ospedale in cui una giovane donna prima getta la sua bimba in un cassonetto, poi ‘si fa violentare’ da un disgraziato mediorientale e poi sparisce. Letteralmente. E da lì emergono vari quadri poco edificanti della società con altrettanti problemi. Bambini abusati, famiglie disfunzionali, padri padroni, madri consenzienti a ogni nequizia riusciate a immaginare. Il romanzo si intitola Tabous, al plurale, non per caso. Un assassino, una capanna nei boschi, una tempesta. Gli elementi classici si incastrano con quelli più innovativi, meno di filone nel senso classico. In modo omogeneo, sempre chiaro e leggibile. Perché si scrive per essere letti. E con il trascorrere del tempo la storia si compatta, tutto trova una spiegazione, le stesse dicotomie che mettono Eva contro Eva, forniscono una soluzione. Senza sconti, forse con un finale dove arriva una piccola consolazione, ma ci sta benissimo. Un nero da leggere, da studiare. Peccato che il prodotto francese (questa volta sì) sia discriminato nella produzione nostrana, ma Tabous si trova facilmente nella collezione J’ai Lu a un prezzo più che accettabile. Chapeau, madame la Commissaire!
Georges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.
























