
Benvenuta Maria Valeria D’Avino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award per aver tradotto “L’uccello nero” di Gunnar Gunnarsson (Iperborea), tra l’altro un libro meraviglioso, un precursore se vogliamo del noir nordico. Condividi questa definizione?
Mi sembra che l’etichetta “precursore del noir nordico” vada un po’ stretta a questo libro che da una parte va molto molto al di là di un delitto, anzi due, e di un’indagine, anche se li contiene entrambi, e dall’altra rischia di deludere un lettore che cerca soprattutto una storia nera. Quanto a questo, però, la storia che racconta questo libro è davvero nera, anzi nerissima, ha che fare con i sentimenti più violenti, oscuri e inconfessabili dell’animo umano, con il delitto e con il castigo. Quindi in fondo forse sì, possiamo dire di trovarci davanti a un classico della letteratura noir, sicuramente uno dei suoi vertici, anzi, e tra i più originali.
Naturalmente il nostro è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, tu hai sicuramente vinto premi ben più prestigiosi. Pensi che per un traduttore un premio possa essere di aiuto per una giusta considerazione del suo lavoro?
Sicuramente i premi fanno piacere, ma non sono sicura che contribuiscano a diffondere la conoscenza e la considerazione del ruolo e del lavoro dei traduttori. Per questo ci vorrebbero dei critici letterari e forse anche dei lettori più consapevoli.
Dove sei cresciuta? Che libri leggevi durante la tua infanzia e adolescenza?
Sono cresciuta a Roma, per mia fortuna in una famiglia di lettori. Anch’io sono stata fin da piccola una lettrice appassionata.
Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?
Ho studiato lettere con indirizzo anglogermanico e – passando attraverso il tedesco e la filologia germanica – mi sono appassionata presto, durante gli anni di università, alle culture e alle letterature dei paesi nordici, all’inizio in particolare della Danimarca. Era un territorio interessante e inesplorato in Italia, sia per la letteratura che allora qui era praticamente sconosciuta, sia per la struttura sociale, così diversa dalla nostra, e della quale ho potuto fare esperienza diretta già negli anni dei miei studi, grazie ai programmi di sostegno finanziario danesi. Uno dei vantaggi di lavorare dalle lingue nordiche è la politica culturale di quei paesi, che incentiva e sostiene finanziariamente la formazione e il lavoro dei traduttori dalle loro lingue, permettendo viaggi di ricerca, partecipazione a fiere e festival letterari.
La lingua è un organismo vivo che si trasforma continuamente: credo sia essenziale per un traduttore avere contatti frequenti e diretti non solo con la letteratura, ma anche la vita quotidiana del paese in cui si parla la lingua da cui traduce.
Sono diventata traduttrice a tempo pieno dopo aver lavorato per molti anni alla radio, anni in cui ho anche tradotto qualche libro, ma sempre in maniera sporadica. Non ho mai seguito corsi specifici per imparare ha tradurre, credo di aver imparato molto sul campo, soprattutto grazie all’incontro – e a volte allo scontro – con chi nelle case editrici si occupava della revisione. Un ruolo importantissimo nell’editoria, anche più ignorato di quello del traduttore, eppure essenziale. Un buon rapporto con il revisore è una vera gioia per il traduttore e una garanzia per la qualità del testo.
Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?
È difficile rispondere, bisognerebbe avere dei criteri in base ai quali stabilire l’importanza. Di sicuro ho avuto la fortuna di tradurre autori grandissimi, come i classici Knut Hamsun, Henrik Ibsen, Gunnar Gunnarsson, e tra i contemporanei Dag Solstad, che è considerato il più importante autore norvegese vivente, ma anche Roy Jacobsen, Gaute Heivoll, Johan Harstad e i danesi Thorkild Hansen, Dan Turell, Siri Ranva Hjelm Jacobsen… ogni volta che cerco di fare queste liste poi mi dispiace per quelli che rimangono fuori.
E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?
Leggo molta letteratura delle lingue dalle quali traduco, sia per lavoro sia per interesse personale. E dedico sempre qualche mese l’anno alla lettura di libri italiani, classici e contemporanei, per “temperare” l’orecchio. In genere poi cerco di armonizzare le mie letture con il testo che sto traducendo, di trovarmi in un ambiente linguistico affine, per così dire. Ma poi ci sono gli innamoramenti improvvisi, gli autori del cuore che devo assolutamente leggere appena esce un nuovo libro, insomma sulla scrivania e sul comodino ci sono sempre pile inesauribili.
C’è qualche libro attuale di autori nordici che consiglieresti ai nostri lettori?
Consiglio una delle mie ultime traduzioni, Gli invisibili di Roy Jacobsen, uscito quest’anno da Iperborea. È il primo di una serie di quattro romanzi, la storia di una famiglia che abita una remota isoletta nel Nord della Norvegia, tra isolamento e modernità, nella natura potente e bellissima del nord e con una protagonista indimenticabile.
E consiglio Chiamo i miei fratelli di Jonas Hassen Khemiri tradotto da Katia De Marco per Einaudi, un romanzo breve ma densissimo che parla dei nostri pregiudizi e della paura dell’”altro”.
Parliamo ora di “L’uccello nero” (Iperborea). Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già l’ autore Gunnar Gunnarsson ? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?
Avevo già tradotto per Iperborea un altro libro di Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, che ormai è un vero classico natalizio e un piccolo libro di culto. Lavoro con Iperborea da moltissimo tempo ormai, e immagino che mi assegnino certi libri perché pensano che siano nelle mie corde.
Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile? Mi avevi anticipato che tutta la traduzione è stata difficile, ma appunto mi chiedevo quale ostacolo hai dovuto superare per arrivare alla qualità che hai dimostrato.
L’uccello nero è un libro scritto in danese da un autore islandese. Questa è stata senza dubbio una delle difficoltà principali. È come se l’islandese fosse sempre in filigrana sotto al danese, senza contare i numerosissimi termini che nel dizionario danese proprio non esistono, magari perché si riferiscono a fenomeni naturali, geologici o anche culturali che sono specifici dell’Islanda. Per fortuna, lavorando sul testo di un grande scrittore, una strada per la traduzione si trova sempre.
Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autore, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?
Quello di Gunnar Gunnarsson è sicuramente uno stile complesso, elaborato, molto diverso da quello degli autori scandinavi contemporanei, e questo è abbastanza ovvio, trattandosi di un autore nato nel 1889. Credo che questo libro, in particolare, possa essere apprezzato proprio per questa voce lontana nello spazio e nel tempo, che non ha paura di scandagliare i lati più oscuri e raccapriccianti del comportamento umano, ma nemmeno di lasciare al lettore ampie zone d’incertezza, di dubbio, d’inquietudine. Terribili paesaggi umani a contrasto con meravigliosi paesaggi naturali. Cosa può desiderare di più un lettore coraggioso?
Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?
Insieme a Sara Culeddu sto traducendo un grande romanzo americano, però scritto in norvegese. Si chiama Max, Misha e l’Offensiva del Tet e l’ha scritto Johan Harstad, del quale qualche anno fa Iperborea ha pubblicato Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? , sempre nella mia traduzione. Questo nuovo romanzo uscirà invece per Sellerio l’anno prossimo.
Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.






“Per antiche strade” è il nuovo lavoro letterario di Mathijs Deen, edito da Iperborea. Il testo è un vero e proprio viaggio nella storia d’Europa, come indicato nel sottotitolo, su antiche vie di comunicazione. Lo scrittore olandese parte da un ricordo d’infanzia quando andava dai nonni e il padre, alla guida della loro macchina, era solito dire: “Questa è la E8, che va da Londra a Mosca”. Un dettaglio che colpì molto il piccolo Mathijs e lo fece a tal punto che ora, in questo testo, lo scrittore ci invita a seguirlo nell’intricato reticolo di vie e strade presenti in Europa. Quello che Deen fa in “Per antiche strade” è importante, perché mette noi fruitori del presente a conoscenza di alcune delle più importanti arterie di collegamento tra città europee di oggi. In realtà, dal presente, l’autore ci trascina nel passato, mostrandoci, attraverso le storie e le vite di uomini e donne, che quelle strade vennero calpestate, percorse e solcate molto prima di noi, a dimostrazione della loro pluricentenaria esistenza. Non a caso durante la lettura si incontra la più ampia e variegata umanità, dove si alternano esploratori, conquistatori, mercanti, profughi, banditi e pure pellegrini, che nel corso dei millenni esplorarono le strade europee, lasciando le basi di quello che oggi è il nostro puzzle socio-culturale identitario. Quello che Deen fa è appassionante e stimola molto il lettore, in quanto la sua scrittura e quello che essa contiene, raccontano le strade e le vite di persone storicamente vissute, ma non sempre conosciute. Qualche esempio? Nel libro si trovano le tracce dei primi uomini giunti in Europa dall’Africa nell’era del Pleistocene. Poi incontriamo Bulla Felix, un brigante romano che rubava ai ricchi, liberava gli schiavi e ammetto che questo suo fare mi ha ricordato un certo Robih Hood arrivanto qualche tempo dopo. Come non rimanere affascinati dalla figura di Guðríðr Porbjarnardóttir, una giovane donna islandese battezzata che arrivò in Europa e dal Papa, nella speranza di capire se i suoi genitori pagani sarebbero finiti in paradiso. Non solo, perché nel libro di Deen ci sono tante figure curiose, compreso un suo lontano parente che finì a combattere in Russia al fianco di Napoleone, o le vite di coloro che parteciparono alla prime corse automobilistiche non su circuito, ma direttamente sulle strade di collegamento tra le capitali europee. “Per antiche strade” di Mathijs Deen è un libro davvero interessante, nel quale le strade dell’Europa sono narrate attraverso le biografie di coloro che le percorsero e questo approccio stilistico è molto avvincente, non solo perché ci permette di conoscere le vite di alcuni personaggi storici esistiti prima di noi ma, grazie al loro spostarsi nel continente , noi lettori conosciamo le sfaccettature, le trasformazioni delle cultura europea, e anche le conseguenze derivanti dai contrasti politici, economici, religiosi (come la storia dell’ebreo che scappò dalla Spagna, perché bersaglio dell’Inquisizione e finì in Olanda dove portò l’arte del teatro) e culturali che hanno caratterizzato e reso tale la nostra Europa. Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.
Leggere la “Saga di Gunnar”, pubblicata da poco da Iperborea, è fare un vero e proprio viaggio nell’antico folclore della tradizione narrativa islandese. Questa breve storia, un tempo di certo tramandata oralmente, ha per protagonista Gunnar, un giovanotto scapestrato, ma solo in apparenza. Affermo questo perché all’inizio della storia il protagonista ci appare un po’ svogliato, annoiato dal vivere e senza obiettivi precisi per il domani, tanto è vero che questo atteggiamento di Gunnar, lo ha portato nel tempo a guadagnarsi il titolo di “Idiota di Keldungnúpur”.
Ogni libro di Fredrik Sjöberg è una garanzia. Nel senso che cominci a leggerlo nella convinzione che conoscerai una storia e, come sempre, scopri più di una vita. Anche in “Mamma è matta, papà è ubriaco” l’entomologo svedese ci porta alla scoperta di una vita sconosciuta, o meglio, di un artista – Anton Dich- finito nel dimenticatoio. Il tutto parte da un quadro -il ritratto di due cugine- , nel quale l’autore si è imbattuto in un’asta danese e, da subito si scatena in lui l’attenzione per l’autore Anton Dich. Chi era, cosa fece, chi sposò, che rapporto aveva con le due ragazzine ritratte e perché nessuno si ricorda di lui? Nel nuovo libro pubblicato da Iperborea si cerca di ricostruire la vita di Dich. Punto di partenza sono i racconti di alcuni nipoti dell’artista. Storie che conducono Sjöeberg nei primi anni del 1900, nella vita di Eva Adler, moglie di Dich, e nella sua famiglia nella quale le donne ebbero grande spirito di iniziativa imprenditoriale, avendo spesso più successo dei mariti. Eva e Anton, già che amore quasi perfetto! Sì perché prima di Dich, Eva era sposata con un altro artista, tal Ivar Aresonius, che morì giovanissimo dopo aver fatto opere su opere molto apprezzate dal pubblico e dalla critica. Anton arrivò dopo e per tutta la sua vita e carriera, lo spettro del primo marito di Eva aleggiò su di lui. Il libro di Sjöberg è una vera e propria avventura che ci porta a Stoccolma, in Austria, in Germania, in Italia, sempre sulle tracce di Dich. La cosa che stupisce è che questo artista (patrigno di una delle ragazzine dipinte) riuscì, sembrerebbe, ad imbattersi in artisti come Modigliani, Picasso, Derain, Brecht, Cendrars, trovandosi al posto giusto, pure nel momento giusto, senza però riuscire ad avere mai il successo tanto desiderato. Dich era pure un uomo dal carattere complesso, molto autocritico, che non esitava ad esternare la sua insoddisfazione sulle sue stesse opere, da lui stesso prese di mira e, in diversi casi, distrutte. Conoscenti ne aveva Dich, una moglie che lo amava pure, ma il suo unico più grande amico -quello che poi complicava sempre le relazioni con gli altri- fu l’alcool. L’inseparabile bottiglia sarà anche quella che porterà Dich nella tomba, nel 1935, a Bordighera dove, ancora oggi, è sepolto. La tomba si deve cercare, e lo conferma anche l’autore, ma c’è. “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg si inserisce alla perfezione nella serie di libri da lui scritti e dedicati a quegli artisti, studiosi che ebbero un grande intuito ma che, per uno strano scherzo del destino, finirono nel dimenticatoio. Ricordiamo “L’arte di collezionare le mosche” (Iperborea 2015), con protagonista René Malaise, scienziato svedese, inventore della trappola per mosche. “Il re dell’uvetta” (Iperborea, 2016), con protagonista Gustaf Eisen, zoologo, pittore, archeologo, fotografo, esperto di lombrichi divenuto un pioniere della coltivazione dell’uvetta in California. “L’arte della fuga” (Iperborea 2017) dedicato al pittore paesaggista Gunnar Widforss, sconosciuto in patria, ma osannato in America. “Mamma è matta, papà è ubriaco” di Sjöberg è il viaggio nella Storia, in luoghi diversi e epoche lontane, alla ricerca degli indizi giusti per poter ricostruire una vita, quella del pittore Anton Dich, facendone degna memoria e restituendola ai lettori di oggi e del domani. Traduzione Andrea Berardini.
Era alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
T. Singer, protagonista del romanzo di Dag Solstad, edito da Iperborea è un aspirante scrittore e tale rimane. Singer ad un certo punto si rende conto che i suoi sogni, le sue aspirazioni resteranno nella sua fantasia. Il suo romanzo, letto, riletto, scritto, riscritto, corretto e non corretto, rimarrà lì, incompleto, come molto altro nella vita del protagonista. Per questo motivo T. Singer decide di dare un senso all’indefinito del suo vivere e si pone l’obiettivo di diventare bibliotecario a Telemark, un piccolo paesino sperduto in mezzo alle montagne. Singer, 34 anni, ha una casa, va a lavorare, torna a casa e torna dai libri. Una vita monotona poi, un giorno, come in un fiaba, incontra Merete, una bella ragazza con la quale inizia una relazione. Ad un certo punto T. Singer e Merete, più Isabella (la figlia dei lei), andranno a vivere assieme formando quella che per il protagonista è una famiglia. Singer comincia a fare delle cose che mai aveva fatto prima: lava, stira, cucina, e lo fa con impegno e diligenza. Il suo unico problema, che lo caratterizzerà per tutto il romanzo, è quella totale incapacità di esprimere in modo netto e chiaro ciò che pensa, i sentimenti che prova e, a tratti, anche ad assumersi responsabilità. Un atteggiamento che porterà Merete a prendere le distanze e a volersi allontanare in modo definitivo da Singer, ma il destino beffardo interverrà a complicare le cose. T. Singer si troverà a fare il padre single di una “figlia” (Isabella) che nemmeno è la sua. Quello che emerge dal vivere (se così lo si può definire) dell’uomo qualunque di Solstad è un’esistenza fatta di ossessiva ripetitività, tale da rasentare un alto grado di disperazione, affrontato però con pacata ironia dal protagonista. Non è una cosa da poco, perché proprio T. Singer di Solstad ha un qualcosa che richiama da vicino lo Stoner del romanzo di John Williams, sì perché proprio come il professore creato dallo scrittore americano, il bibliotecario di Solstad è un uomo tranquillo (troppo), che vive la sua vita di ogni giorno, senza manifestare mai fino in fondo e a chi lo circonda, i suoi sentimenti. Ci sono alcuni momenti nei quali T. Singer fa percepire le sue paure, le sue insicurezze, le sue ossessioni per il fallimento, ma non sono mai momenti condivisi con gli altri. Quello che tormenta Singer, lui se lo racconta in uno o più monologhi personali e in completa solitudine, perché è solo parlando con se stesso che Singer tira fuori ogni suo tormento e preoccupazione. Altro tratto comune del bibliotecario con Stoner di Williams, è l’immensa solitudine, sempre presente, prima, durante e dopo la relazione con la moglie Merete. Il suo essere animo solitario è qualcosa di straziante e allo stesso tempo comico, nel senso che in certi momenti si ride e si partecipa alla goffaggine del protagonista, che in improvvisi slanci di entusiasmo prende l’iniziativa per fare, ma non sempre i risultati sono quelli sperati. In altri frangenti letterari si percepiscono il tormento e la disperazione nell’animo di Singer. Dag Solstad ha una scrittura travolgente, ipnotica, che ti porta dentro alla vita di T. Singer, un uomo che sta con gli altri, me che è – o forse vuole essere- profondamente solitario e, in quella ripetitiva solitudine esistenziale, dove per certi momenti anche il lettore rivede se stesso, il bibliotecario ci sguazza a meraviglia. Traduzione Maria Valeria D’Avino.
























