Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di L’uomo di Berlino di Dan Vyleta (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 aprile 2011

L'uomo di BerlinoBerlino al termine della seconda guerra mondiale è una città di macerie e rovine. I suoi abitanti senza più meta, identità, vagano come spettri combattendo ogni giorno con il freddo, la fame, la disperazione, la borsa nera, le file davanti al macellaio con le tessere annonarie, camminando per le strade con carriole di detriti, con abiti non della propria misura, forse presi a coloro che sono morti. La guerra appena finita si protrae in una guerra non dichiarata, in un’ estenuante lotta per la sopravvivenza e nell’inverno del 1946, forse uno dei più freddi, Pavel Richter non fa che adeguarsi, lui e i suoi reni malandati, sempre in cerca di penicillina,  la sua casa piena di libri, il suo passaporto americano, il suo sapere 3 lingue, il suo non battere ciglio se gli puntano una pistola addosso. Pavel vive con un ragazzino di strada Anders, un orfano, sveglio, legato a lui da un rapporto padre-figlio, a cui ama leggere Dickens quasi per scusarsi, per farsi perdonare il suo essere un uomo solo, un vinto in un mondo alla deriva. Poi un giorno, senza preavviso, come a volte capitano le cose, un suo amico americano Boyd White, un piccolo delinquente, un protettore, che si arrabatta come tutti a Berlino con piccoli traffici, bussa alla sua porta con una richiesta di aiuto. Involontariamente ha ucciso un nano, almeno così dice, un pezzo grosso, lo si intuisce dai vestiti costosi, uno di quegli uomini che portano con sè una infinita serie  di guai. Pavel prende in consegna il cadavere, senza esitare, a un amico, a un ex compagno d’armi, non si rifiuta un favore quando ti chiede aiuto. E’ l’inizio di una complicata vicenda in cui nessuno è come appare. Chi è davvero Sonia, la donna che suona divinamente il pianoforte e per vivere concede il suo corpo al potente e spietato colonnello Fosko? Chi è Belle la prostituta amica di Boyd White a cui l’uomo dice di rivolgersi in caso di necessità ? Chi è davvero il morto, un innocuo personaggio senza nessuna importanza scambiato per un ufficiale russo o invece è un faccendiere tedesco senza scrupoli custode di un mistero per cui è facile morire, uno dei più pericolosi segreti dei nazisti? Ma soprattutto chi è Pavel? E’ davvero l’indifeso studioso che appare o nasconde un’altra identità, sfuggente, temibile e ambigua? In un gioco di spie che ricorda molto da vicino le atmosfere di opere celeberrime come Casablanca o il greeniano Il terzo uomo vediamo dipanarsi una vicenda decisamente complessa e piena di echi letterari. Raccontato in prima persona dall’ inglese Peterson, un occhio bendato, una pistola sotto il cappotto, factotum di Fosko, torturatore e all’occorrenza assassino, con un debole per Richter, L’uomo di Berlino è un romanzo robusto, singolare come opera prima di un ragazzo decisamente giovane ma che sembra padroneggiare alla perfezione i meccanismi della suspence  ed è capace soprattutto di imprimere una forza drammatica per alcuni versi anche impressionante addolcita da venature paradossalmente melò. La storia d’amore tra Sonia e Pavel imprevedibile, destinata a durare la lunghezza di un inverno, non scade mai nel patetico o nel melenso anzi arricchisce una trama di per sè molto cruda e dà un sapore agrodolce che si stempera nel finale in cui ogni cosa trova la sua soluzione. Forse non sarà il finale che preferiremmo, ma sicuramente è perfetto per i personaggi così come li ha creati l’autore.

L’ uomo di Berlino di Dan Vyleta, Longanesi, collana La Gaja Scienza, 2011, 360 pagine, rilegato, Titolo orginale Pavel and I, Traduttore Paola Merla, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Recensione di Assassini di sbirri di Frederick H. Fajardie (Aisara Edizioni 2011) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2011

1Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.

Assassini di sbirri è il primo romanzo di Frédéric H. Fajardie scritto tra Mimizan e Parigi durante l’estate e l’ autunno del 1975. Breve e folgorante esordio di uno dei rappresentanti del cosiddetto neo polar francese, etichetta che si dice sia stata coniata da Jean Patrick Manchette per definire un vero e proprio punto di rottura sociale e letterario tra romanzo noir sociale e romanzo poliziesco e thriller tout court, Assassini di sbirri racchiude in sé tutti gli elementi che caratterizzano questo genere. Innanzitutto troviamo una forte critica sociale, un certo anarchico e sovversivo disincanto che fa da sfondo ad una storia in cui la violenza realistica e non mitigata da filtri emotivi e di intrattenimento acquista una valenza provocatoria e cattiva. La gente muore in questo romanzo, torturata, umiliata, colpita da armi di vario genere, le ferite vanno in cancrena, nello scontro a fuoco finale molto alla Apocalipse Now, anche i personaggi principali vengono colpiti da bombe molotov ed esplodono incendiandosi, o perdendo arti, crivellati di colpi, dilaniati. Spero con quanto detto di non dare una visione troppo cupa, del racconto perché così non è, un sottile umorismo e una satira feroce ci accompagnano per tutte le 125 pagine e in alcuni tratti l’umorismo tracima in vera e propria comicità, pensate solo alla descrizione pagina 101 di Padovani che va in casa della vecchia signora che lo crede un robivecchi e gli presenta la gondola di plastica da vendere. Ho riso con le lacrime agli occhi. La società e le forze di polizia vengono analizzate con occhio critico e nessuno sconto. Nella scena iniziale quando Padovani partecipa alla sua prima azione con ostaggi e riesce a parlare con l’uomo scatola di detersivo Paic, arrivando a farlo arrendere e a farsi consegnare l’arma, l’intervento ormai inutile e violento delle forze d’assalto che lo uccideranno provocando la rivolta del commissario e il suo scontro verbale con il superiore sono un esempio della critica di Fajardie contro arroganza e l’abuso del potere tema che occhieggia per tutto il libro anche se non arriverà mai a giustificare l’azione dei tre assassini di sbirri contro cui il protagonista si dibatte. Poi c’è Parigi come sfondo, la città con le sue strade, i suoi caffè, i suoi chioschi dei giornali, la sua periferia rumorosa in mezzo all’odore di cavoli e pollame, le grù, il cemento, i palazzi e le fabbriche. Infine emerge l’amore per gli emarginati. Il personaggio di Dugomier burp, il testimone, una via di mezzo tra gli ammutinati della Corazzata Potemkin e i barboni allucinati di Los Olvidados, strappa a Padovani un commovente e poetico elogio funebre sicuramente una pagina di alta letteratura. Raccontare più nel dettaglio la trama in questo caso mi sembra piuttosto superfluo, considerate che è un libro che si legge in poche ore e lascia un retrogusto un po’ amaro ma divertito. I giochi di parole sono tutti spiegati nelle note ed impreziosiscono uno stile  essenziale e secco, quasi tagliente e sincopato. Bellissimo. Spero che il bravo Giovanni Zucca a cui è affidata la traduzione possa tradurre altre opere di Fajardie, questa è la prima che leggo ma sono curiosa di leggere tutta serie di Padovani.

Assassini di sbirri di Frédéric H. Fajardie, Aisara Edizioni, Collana narrativa, Titolo origilane Tueurs de flics, Traduzione dal francese di Giovanni Zucca, pagine 125, brossura, Prezzo di copertina 14 Euro. 

:: Recensione di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2011

4Immaginatevi una città fantasma di quelle che costellano come chiazze polverose la desolante realtà della provincia americana. Una città che si sviluppa lungo un’unica via, un’ unica spina dorsale, la Main Street, costeggiata da negozi: la bottega del barbiere, l’emporio, la banca, l’ufficio dello sceriffo, la stazione dei pompieri. Edifici che sembrano i resti spettrali di un vecchio set cinematografico abbandonato dove si giravano vecchi western con il sottofondo lagnoso di qualche ballata country. Con un unico bar Skeeter ’s dove si facevano anche hamburger, un vecchio drive-in, il Tropicana, ormai dismesso e in avanzato stato di abbandono, un motel, una stazione di servizio Texaco, un trailer park che si riduce ad essere “uno scalcinato assembramento di una ventina di case mobili” e tanta campagna incolta, coltivata, adibita a pascolo, limitata da ranch.
Benvenuti nel profondo Oklahoma, e per la precisione a Coyote Crossing, uno sputo di paese in mezzo al più beato nulla. Già il nome è tutto un programma, un nome appiccicato da qualche pioniere forse in vena di scherzi per dare nuova vita ad un paese “nel buco del culo dell’Oklahoma” che prima che arrivasse la ferrovia forse “chiamavano Creek Qualcosa, con qualche parola indiana che significava spirito di scorpione sputato dall’inferno o giù di li”. A Coyote Crossing non succede mai nulla. La gente è tranquilla, non ci sono che bifolchi e camionisti, e a vigilare su tutti lo sceriffo Frank Kruger, un omone gigantesco, tenero come uno schiacciasassi che ha i suoi metodi per ricacciare i ragazzetti che arrivano in paese per ubriacarsi: due colpi di sfollagente assestati nei punti giusti, una notte in guardina e vedi che non ritornano.
Già ma una notte d’agosto un evento imprevisto darà il via ad un vertiginoso susseguirsi di morti ammazzati che vedrà al centro il vicesceriffo part-time Toby Sawyer, ancora un ragazzo in fondo, padre per caso, marito controvoglia, amante di una minorenne per noia,  il cui unico chiodo fisso è la musica e il rimpianto per la vecchia band con la quale aveva vissuto per una breve stagione il sogno di scollarsi da quel pantano.
Qualcuno ha pensato bene di crivellare di colpi il pick up di Luke Jordan, naturalmente con lui a bordo. Ora il cadavere di Luke inizia a decomporsi circondato dalle facce perplesse dello sceriffo e del suo vice part-time. Chi può essere stato a dare il via ad una sparatoria in piena regola nella via principale di Coyote Crossing? Il fatto grave è che Luke Jordan, il classico bullo di paese, belloccio e violento, sempre in jeans stinti, T-shirt senza maniche e stivali da cowboy in finta pelle fatti passare per pelle di serpente a sonagli, ha dei fratelli delinquenti come lui, coinvolti in ogni disonesto traffico nel giro di miglia. “Un intera famiglia assoldata dal diavolo per i suoi sporchi affari.” E questo significa che presto piomberanno in città a reclamare vendetta come nel più classico film western dei bei tempi andati, pensiamo solo a Mezzogiorno di fuoco o Sfida all’O.K. Corral.
Toby Sawyer anche se ancora inesperto non è proprio stupido e capisce all’istante che quando il cadavere di Luke scompare, e ironia della sorte proprio lui era stato incaricato di vigilarvi, beh qualcosa che non quadra deve esserci per forza. E che dire quando vede un suo collega Billy Banks complottare con una banda di chicanos gli stessi che l’hanno appena gonfiato come una zampogna per prendergli un paio di chiavi, per giunta quelle sbagliate.
E’ l’inizio di una notte allucinante e interminabile in cui si troverà a uccidere un collega a colpi d’ascia, a correre con in braccio il figlio di pochi mesi inseguito da un pioggia di proiettili, a entrare in una stanza di un motel con il muso di un camion, a saltare da una finestra di una casa in fiamme, a vedersela molto da vicino con un dobermann inferocito, a sfuggire alla vendetta dei fratelli Jordan seriamente intenzionati a ucciderlo credendolo il responsabile della morte di Luke, per una faccenda di corna che gli cade addosso come una tegola tra capo e collo, e infine come se non bastasse dovrà fare i conti con i veri responsabili di un traffico di clandestini.
Questo è in sintesi quello che succede in questo adrenalinico e scoppiettante western-noir moderno, ultima opera edita in Italia dell’ormai mitico e inimitabile Victor Gischler, per gli amanti del pulp noir una garanzia. Dopo la Gabbia delle scimmie, esordio spiccatamente hard boiled, Anche i poeti uccidono black comedy già recensita da noi su queste pagine e Black city. C’era una volta la fine del mondo, meglio conosciuto con il titolo originale Go-go girls of the apocalypse, ecco a voi dunque Notte di sangue a Coyote Crossing (Meridiano Zero).
La penna nera e intinta di veleno, molto alla Jim Thompson, di Gischler ci porta a confrontarci con un Toby Sawyer atipico antieroe, paladino di un’altra America violenta e nello stesso tempo irriverente, ancora capace di un’ostinata moralità, dove i buoni si contrappongono ai cattivi e ne escono pure vincenti. I personaggi sono sfaccettati e compositi, ognuno con i suoi tratti caratteristici anche i personaggi minori, specialmente quelli femminili, che magari compaiono in una o poche scene come la vecchia matriarca Antonia, nonna ultranovantenne dei terribili fratelli Jordan, la infelice e insoddisfatta Doris, moglie fedifraga del protagonista e madre degenere del piccolo Toby junior, un frugoletto rosa che non fa che dormire e che lei non esiterà ad abbandonare, l’indipendente e forte Molly, gothic girl minorenne della situazione, amante di Toby e decisa anche lei ad abbandonare Coyote Crossing per sfuggire a un patrigno ubriacone e violento.
Lo stile di Gischler cadenzato da un ironia e un humour nero a go go alterna particolari decisamente splatter, da non perdersi l’uccisione a colpi d’ascia, a parti più spiccatamente thriller. E poi la traduzione di Luca Conti è un fatto non trascurabile. Si legge alla velocità di un treno senza freni scagliato nella notte a tutta birra e sovrastato da un cielo nero come la pece chiazzato da stelle grandi come stelle di latta. Dal 26 marzo in tutte le librerie. Da non perdere.

Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero, Collana Meridianonero, Traduzione dall’inglese di Luca Conti, Titolo originale dell’opera The deputy, 2011, 256 pagine, Prezzo di copertina Euro 14, 00.

:: Recensione di Divieto di soggiorno di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2011

1Cinematograficamente parlando André Héléna non fu quasi per nulla fortunato. Il suo amore per il cinema nato in un primo tempo dalle sue collaborazioni con la radio non fu ricambiato nonostante i suoi vani tentativi portati avanti quasi con disperata ostinazione. Non che non ci furono progetti cinematografici, anzi anche il grande Jean-Pierre Melville si interessò e progettò di girare alcuni film dalle sceneggiature che André Héléna avrebbe scritto tratte dalle sue opere ma per motivi oscuri, presumo per motivi di budget, ma non escludo anche divergenze artistiche tra il regista e Héléna,  tutto si impantanò e lo stesso avvenne con il meno famoso Jean Rollin.
Addirittura ci fu un adattamento del suo romanzo più famoso Il sapore del sangue di Marcel Blistène che rimase però unicamente sulla carta anche se erano arrivati a scritturare già il cast che comprendeva attori di prima grandezza come Alain Bouvette e Armand Mestral.
Unica eccezione fu Interdit de sejour di Maurice De Canonge uscito a Parigi il 26 gennaio del 1955 e in Italia con il titolo Aggressione Armata di cui André Héléna scrisse il soggetto e la sceneggiatura assieme a Simone Sauvage in collaborazione con il dialoghista Andrè Tabet. Non tutto andò liscio comunque e infatti la sceneggiatura originale fu rimaneggiata e adattata da Albert Simonin e Jean Rossignol che si occuparono di renderla più politicamente corretta e meno dura, per esempio il personaggio di Suzy che nella sceneggiatura originale era un prostituta venne promossa ad entraineuse, il linguaggio venne depurato.
Questa limitazione della sua libertà artistica fu accettata da André Héléna con una certa insofferenza ma non avendo scelta, viste anche le precedenti fallimentari esperienze, non si oppose più di tanto anche se l’anno seguente sempre con la collaborazione di Simone Sauvage, pubblicò la versione letteraria di Interdit de sejour e riprese molti elementi della sceneggiatura originale con alcune sostanziali modificazioni che resero la storia “indurita” e “incupita” come scrive Michel Marmin nella prefazione dell’edizione francese Laceranti istanti di felicità nella notte del destino che appare come postfazione nella versione italiana Divieto di soggiorno pubblicata nel maggio del 2010 da Aisara e tradotta da Barbara Anzivino.
La trama resta per lo più identica e incentrata su alcuni temi cardine come la polemica contro i metodi assai discutibili che la polizia utilizzava per combattere il crimine, il divieto di soggiorno, e il ruolo degli informatori che in un certo senso ne è conseguenza. E’ forse il romanzo più tragico e romantico di Héléna. Si narra infatti la storia di due giovani amanti parigini Simon Langlois e Suzy il cui amore sfortunato si scontra e inevitabilmente viene sconfitto dal Destino e dalle perverse leggi fatte di sopraffazione e violenza che regolano sia gli ambienti della Malavita che della polizia incaricata di perseguirla.
Simon e Suzy, che in maniera paradossale Héléna porta il lettore ad invidiare per la loro capacità di essere felici non ostante tutte le condizioni siano avverse, in fondo sono due anime semplici, hanno aspirazioni modeste, sognano un piccolo paradiso borghese, una guinguette in riva alla Marna, con una spiaggia davanti alla porta, una casa ammobiliata con sei stanze da affittare.
Il tema dell’innocente ingiustamente accusato e perseguitato dalla polizia viene portato alle estreme conseguenze e amplificato e reso più crudele dalla presenza costante di una felicità irraggiungibile che scintilla e quasi la si tocca, ma sempre sfugge.
Mentre il personaggio di Suzy, dolce, generosa, romantica, tenera, un po’ patetica conserva una certa immutabilità e mi ha ricordato il personaggio di Irma la douce (piece francese in due atti di Alexandre Breffort del 1956 praticamente lo stesso anno e ripresa poi nel 1963 da Billy Wilder non come musical ma come film con Shirley MacLaine come protagonista), quello di Simon si evolve durante la narrazione. Iniziamo infatti a conoscere un giovane timido, ansioso, sincero, innocente, ingenuamente innamorato di una donna che non sa essere una prostituta, con il suo onesto lavoro di incastonare in un laboratorio di orefice, orgoglioso dei suoi settanta bigliettoni al mese, cifra ridicola agli occhi di Paulo il corso, il delinquente, l’assassino, il tentatore che ha già in mente come utilizzare il giovane per uno dei suoi colpi.
Naturalmente il colpo va male e Simon viene coinvolto mentre inutilmente cerca di dimostrare la sua innocenza. E’ l’inizio della sua discesa all’inferno, forse veramente iniziata quando qualcosa era morto in lui nell’attimo che aveva scoperto quale fosse in realtà il mestiere della sua amata.
Da questi punti cardine la discesa è inevitabile, Simon perde la sua innocenza e si trasforma volente o nolente in un delinquente anche non essendolo e per lo più in un infame informatore, dopo il ricatto del commissario Chenier che del personaggio probo e difensore della legge conserva solo le spoglie.
L’epilogo tragico non può che essere un’inevitabile conseguenza. Sullo sfondo la Parigi dei bistrot, dei caffè, degli alberghi dimessi e nello stesso tempo dignitosi, descritta con lampi folgoranti e poetici nelle sue varie stagioni, nelle luci notturne e malinconiche, sotto la pioggia e sotto il sole.

André Héléna (Narbona, 8 aprile 1919 – Leucate, 18 novembre 1972) è stato uno scrittore francese. Nacque a Narbonne, nel sud della Francia, nel 1919. Nel 1944, a soli diciassette anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie intitolata Le Bouclier d’or e fondò la rivista di poesia «Le Poterne», ma a causa di alcune illegalità nella vendita degli abbonamenti finì in carcere. I sei mesi di reclusione saranno propizi per la stesura del suo primo romanzo, Les flics ont toujours raison, pubblicato nel 1949. Héléna scrisse poi undici romanzi nel 1952, diciotto nel 1953, dieci ancora nel 1954. In totale, in trent’anni di carriera, Héléna scrisse duecento romanzi. Tra questi si ricordano soprattutto Le goût du sang (1953) e Les clients du Central Hôtel (1960) che gli valsero i maggiori riconoscimenti. Nel 1955 dal suo Interdit de séjour viene tratto un film per il cinema diretto da Maurice de Canonge. Dimenticato dai contemporanei, Héléna morì nel 1972. (Fonte wikipedia).

:: Recensione di Il festival dei cadaveri di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2011

imagesAndré Héléna, scrittore francese maudit e precursore di quel particolare genere di noir con venature esistenzialiste che più francese di così non si può, (a lungo sottovalutato dalla critica a lui  contemporanea per le più svariate ragioni, non ultima delle quali una certa eccessiva disincronia che non ne faceva un uomo del suo tempo ma lo proiettava nel futuro), sta vivendo una stagione di grande riscoperta, (anche se in patria, dopo un periodo di riedizioni, mostre, studi e retrospettive, un po’ è ricaduto nel dimenticatoio), almeno in Italia dove l’interesse continua grazie prima a Fanucci e poi all’editore cagliaritano Aisara, e soprattutto al lavoro accurato e filologicamente ineccepibile, per non dire appassionato, dei suoi traduttori.
In Il Festival dei cadaveri, (titolo originale Le festival des macchabées Editions Armand Fleury 1951), torna Maurice Debar, già protagonista di Vita dura per le canaglie, sempre tradotto da Giovanni Zucca, e recensito per noi da Stefano Di Marino e ci riporta nella Francia occupata della Seconda Guerra Mondiale.
Maurice questa volta veste i panni di un improbabile agente segreto per caso con l’incarico di trovare certi progetti di fortificazioni tedesche. Insieme al suo amico catalano Bams, tipaccio poco raccomandabile esperto nell’uso del coltello, viaggiano in treno da Lione a Parigi tentando di sfuggire ai nazisti.
Dopo una serie di pericolose avventure, che li portano a sfuggire per un pelo al plotone di esecuzione, riescono a raggiungere la base tedesca. Con uno stratagemma si infiltrano trai nemici facendosi assumere come operai, ma purtroppo incontrano una vecchia conoscenza di Parigi. Un certo Bolduc che già prima della guerra faceva l’informatore e adesso minaccia di consegnarli ai tedeschi. Ad un passo dalla fine compare Consuelo, un’amica di Maurice, che li aiuta a fotografare i piani ma dopo li deruba e Maurice è costretto ad ucciderla.
Un anno dopo senza il becco di un quattrino i due amici si trovano a Parigi. In un bistrot incontrano colui che aveva dato loro gli incarichi precedenti. Ma  Bodager viene ucciso portandosi con se i loro segreti e così con lui muore anche il loro passato. Finalmente liberi possono riprendere il loro posto in una società in rovina, ora che c’è la pace, e liquidano sconsolatamente il resto con la frase: “Alla fine avevamo fatto un anno di guerra in più degli altri”.
Il festival dei cadaveri  ambientato all’epoca dell’occupazione tedesca della Francia, come il più famoso Il gusto del sangue, o l’appunto già citato Vita dura per le canaglie di cui è il seguito, è un noir classico di quelli capaci di scavare abissi nell’anima e nelle coscienze. André Héléna, dotato di un talento discontinuo che gli fa scrivere opere anche mediocri, se pensiamo solo alla sua produzione pornografica capiamo bene che era uno scrittore tutt’altro che snob, quando è in stato di grazia è in grado al contrario di produrre capolavori difficilmente imitabili e degni di una letteratura alta che non lo fa sfigurare assieme e nomi come Celine o Sartre.
La guerra, l’occupazione nazista, il collaborazionismo, la resistenza sono argomenti che  André Héléna contestualizza sullo sfondo per riproporre il dramma e la tragedia dell’ esistenza umana in cui tutti siamo eroi e perdenti, vincitori e vinti. Maurice Debar ha poco del paladino a dire il vero, è capace di uccidere con apparente estrema facilità anche la donna che dovrebbe essere l’amore della sua vita, o una delle tante. Certo è anche capace di gesti coraggiosi, come quando si espone per salvare una donna dalla violenza di tre soldati tedeschi, ma sono appunto scintille, atti isolati di rivolta contro la violenza generalizzata di cui anche lui stesso è strumento.
Il rapporto di amicizia con Bams tradisce la correità tra complici perché infondo Maurice Debar è un gangster, un assassino, fortunato quanto volete ma pur sempre capace di vendere la sua innocenza in cambio di un bicchiere di pastis o quando non ce ne é anche il cognac va bene. Dell’eroe romantico però conserva una certa freschezza, una certa sfrontatezza e spavalderia e un malinconico ottimismo, una fiducia quasi immotivata nel futuro, capace di fargli dire che infondo la vita è bella anche per le piccole cose come camminare sotto la pioggia in primavera fianco a fianco al suo amico diretto infondo da nessuna parte.
Da non perdere la prefazione In difesa del romanzo noir di André Héléna in cui con stile graffiante e caustico umorismo scrive la più autentica e combattiva dichiarazione d’amore verso il noir che abbia mai letto. Data prevista di uscita 24 Marzo 2011.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Il volo della cicala di Giorgio Ballario a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011

Il volo della cicalaGiorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio Azzurro e nero: per una bibliografia del noir mediterraneo di Sandro Ferri che ho potuto trovare sul sito di Massimo Carlotto. Il volo della cicala, questo è il titolo della terzo romanzo di Ballario, si ricollega a questo filone e porta avanti alcuni temi conduttori come lo sradicamento del protagonista, immigrato argentino di ritorno, elemento cardine di questa area geografica segnata da frequenti migrazioni e incroci culturali, il contrasto tra uno sguardo “nero” sul mondo e gli spazi solari, immersi nell’accecante luce del Sud, l’amore per il cibo, i piaceri della tavola, la convivialità, la sensualità spiccata e gaudente, l’interesse per le nuove forme di criminalità che proprio sulle coste del Mediterraneo intessono i loro traffici e soprattutto il senso stesso della storia che viene traslato e che non è più quello di risolvere un caso più o meno intricato ma quello di proteggere i veri innocenti anche quando le apparenze sono a loro sfavore. Lasciata dunque Massaua e tornato ai giorni nostri, Ballario ci porta nella sua Torino e ci fa conoscere uno sgualcito e sfigato detective privato Hector Perazzo, ex poliziotto ed ora titolare della Baires Investigazioni che a dirla tutta non brilla per casi risolti, supertecnologici aggeggi investigativi o numero di collaboratori. La Baires Investigazioni infatti è praticamente un uomo solo: Hector Perazzo. E chi si rivolgerebbe ad un tale investigatore se non un uomo disperato con qualcosetta da nascondere? Eccolo accontentato, un cliente su misura il nostro detective lo trova: Tiziano Desideri scrittore di bestseller con l’acqua alla gola per un increscioso incidente che mina alle fondamenta la sua intera carriera. Il suo ghostwriter stanco di una vita in ombra ha deciso di fuggire con l’unico file dell’ultimo romanzo ad un soffio dalla data di consegna e pubblicazione. Avendo molto da perdere e non badando a spese Desideri promette 50.000 euro al nostro eroe con l’incarico di ritrovare l’insubordinato dipendente e riappropriarsi del maltolto. Inizia così per Perazzo un’avventura che lo porterà nell’assolata isola di Creta sulle tracce di Marzio Cavallero. Pensate che il caso sia semplice beh non avete fatto i conti con gli imprevisti del mestiere, inseguimenti, rocambolesche fughe, partite di droga rubate, bande turco-libanesi e tutti gli ingredienti giusti per movimentare l’allegra “vacanza” greca. Per non contare le donne, belle, affascinanti come in ogni noir che si rispetti. Per chi ama l’umorismo arguto e intelligente, le atmosfere noir accennate più che urlate e proprio per questo molto più evocative, un tocco di classe e di eleganza, Il volo della cicala è senza dubbio una lettura adatta, l’autore sa stupire e divertire. I colpi di scena non mancano e il finale senza essere eclatante ha un che di romantico e malinconico che ben si adatta alla psicologia del protagonista. Dimenticavo, mi raccomando non correte a leggerlo non appena avrete il volume tra le mani vi rovinereste tutto il divertimento. Come tutti gli altri romanzi di Ballario anche Il volo della cicala è edito dalle Edizioni Angolo Manzoni, piccola casa editrice ma di qualità, famosa per il Corpo 16  caratteri di grandezza superiore alla media tesi a rendere la lettura più chiara e meno faticosa.     

:: Recensione di Il Manipolatore di Michael Robotham (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

7 gennaio 2011

il manipolatoreIn un piovoso mattino di fine settembre Joe O’Loughlin, professore di psicologia comportamentale dell’Università di Bath nella contea di Somerset, si accinge a tenere il suo corso introduttivo nell’aula magna davanti ad un platea di studenti del primo anno.
Ormai è quella la sua vita da quando ha lasciato Londra, e il suo lavoro di analista, per rifugiarsi con sua moglie Julianne e le sue due figlie Charlie ed Emma in un posto più tranquillo, lontano dai pericoli e dai fantasmi del passato. Se non fosse per il tremore dovuto al morbo di Parkinson la sua vita sarebbe perfetta. Ma il destino ha deciso altrimenti, ha deciso di coinvolgerlo in un gioco mortale che presto metterà in serio pericolo tutto il suo mondo, finanche il suo bene più prezioso, la sua stessa famiglia.
Finita la lezione, infatti, sotto un diluvio che dura da settimane, una macchina della polizia lo aspetta. Su a Clifton Bridge c’è bisogno di lui. Una donna sulla quarantina completamente nuda, se non fosse per un paio di scarpe scarlatte dal tacco vertiginoso, con un’inquietante scritta con il rossetto sulla pancia, minaccia di uccidersi.
Joe O’Loughlin non può tirarsi indietro e così si trova faccia a faccia con l’aspirante suicida, solo un paio di metri li separano, ma non ostante cerchi di salvarla non può far altro che assistere impotente ai suoi ultimi istanti di vita.
La donna regge un cellulare appoggiato all’orecchio. Sta parlando con qualcuno. Joe coglie solo alcuni frammenti della conversazione e fa di tutto per attirare la sua attenzione, ma inutilmente. Solo per un attimo la donna lo guarda negli occhi e gli sussurra le sue ultime parole: “Lei non capisce”.
Poi il salto.
La fine.
Per la polizia non c’è dubbio si tratta di suicidio, a confermarlo le decine di testimoni che hanno assistito alla scena, ma Joe sente che qualcosa non torna. Perché quella scritta sul ventre? Perché era nuda? Che significato hanno le sue ultime parole? E soprattutto con chi stava parlando al telefono?
Troppi interrogativi si affollano nella sua mente finchè un fatto inaspettato da concretezza ai suoi dubbi.
La figlia sedicenne della morta, Darcy, lo cerca a casa e lo implora di credere che è impossibile che sua madre si sia suicidata e l’abbia lasciata sola. Anche Sylvia, la sua amica e socia nell’impresa si organizzazione matrimoni, non lo crede. Joe è sempre più scettico e quando anche Sylvia viene trovata morta con indosso solo un paio di stivali diventa certo che si tratti di omicidio. C’è un serial killer per le strade capace di entrare nella mente delle sue vittime, manipolarle e piegarne la volontà fino a spingerle alla morte. Joe percepisce che per fermarlo deve impiegare tutte le sue capacità di analisi e osservazione conscio che il suo nemico è pericoloso, ostile e pronto a colpirlo in una lotta senza esclusione di colpi.
A chi è piaciuto La Psichiatra di Wulf Dorn, e ama gli psicothriller in cui Sebastian Fitzek è maestro, certo non potrà sfuggire Il Manipolatore di Michael Robotham, pubblicato a ottobre del 2010 da Fanucci nella collana gli Aceri.
La mente umana è il luogo del delitto in questo thriller a tinte forti e come ogni scena del crimine necessità di un esperto che raccolga indizi che certo non saranno impronte digitali, tracce di sangue o campioni di DNA, ma pensieri, parole, inconsci collegamenti e nessuno meglio di Joseph O ’Loughlin è l’uomo giusto per fare questo.
Premiato nel 2008 con il Ned Kelly Award come miglior romanzo di crime fiction, giudicato da Stephen King “Un eccezionale romanzo di suspense”, osannato dalla critica anglosassone, Il Manipolatore ha senz’altro le carte in regola per non deludere anche i lettori più esigenti.
Robotham ha senso del ritmo, una scrittura molto scorrevole e vivace all’insegna della semplicità, un approccio decisamente visuale che cattura il lettore basti pensare alla scena iniziale del suicidio, molto potente, drammatica che entra nell’immaginario del lettore e quasi lo catapulta nell’azione.
La trama è molto raffinata, originale, affatto scontata, ogni sua componente è a servizio di un quadro di insieme omogeneo e razionale. Tutto ha una spiegazione, una consequenzialità, uno scopo. L’autore è stato molto attento ad elaborare tutto questo.
I personaggi cono bene calibrati, i legami familiari del protagonista realistici e genuini, la psicologia dell’ antagonista contorta quanto basta, ma non inverosimile.
L’ambientazione, molto british, è caratterizzata da un’ attenta cura dei dettagli.
Consiglio anche a tutti gli appassionati di psicothriller di cercare di recuperare L’indiziato, romanzo di esordio di Robotham, davvero folgorante, edito nel 2005 in versione economica da Rizzoli sempre con Joe O ’Loughlin come protagonista. Non so se sarà facile perché mi risulta che su IBS non sia più disponibile.

:: Recensione di Una donna di troppo di Carl Hiaasen a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2011

1Ci aveva già pensato Alfred Hitchcock a giocare al delitto perfetto; dimostrando, con rigoroso cinismo, che non esiste e non aveva certo scelto uno sprovveduto per impersonare il marito Barbablù deciso a far fuori la moglie per ereditare la di lei lauta fortuna.
Immaginatevi cosa può succedere quando è Carl Hiaasen a dirigere le danze.
Di tutto.
Sento qualcuno mugugnare nelle retrovie Carl Hiaasen chi? Beh, vorrei far la parte di quella aggiornatissima, che sa tutto, che ha scoperto Hiaasen al primo libro ancora inedito in Italia, mentre tutti si chiedevano perché cavolo Hiaasen si scrivesse con due a. E invece no. Ho scoperto Hiaasen con Una donna di troppo, divertentissimo econoir scovato dalla astuta ciurma di Meridiano Zero.
Carl Hiaasen è un versatile scrittore americano di origine norvegese che ha iniziato la sua carriera occupandosi di giornalismo investigativo e nello specifico dando calci nelle gengive ai politici intrallazzatori della Florida, sviluppando le sue doti di segugio soprattutto sul tema dello sviluppo edilizio a danno dell’ambiente naturale.
Quando è approdato alla narrativa, conscio che si può fare più danno con la fantasia che con la realtà, non ha mollato l’osso e nei suoi libri ha innestato il valore aggiunto dell’ecologismo militante e della denuncia dell’indiscriminato abusivismo e del sistematico avvelenamento dell’ecosistema.
Ecologismo?
Ecosistema?
Che centreranno con il noir direte voi?
Datemi tempo e dissiperò le vostre legittime perplessità. Una donna di troppo è un noir di nuova generazione, un noir che usa la comicità per fare risaltare ancora di più l’impegno e la meritoria lotta del bene contro il male.
Ma andiamo con ordine partiamo dall’ambientazione: immaginiamo l’ex paradiso naturale della Florida del sud, fenicotteri rosa a go go, acque un tempo cristalline, ora un po’ torbide per i pesticidi ma di notte chi se ne accorge quando la luna scintilla e una coppietta di innamorati naviga su un panfilo da mille e una notte, in una sorta di seconda luna di miele per festeggiare l’anniversario di nozze.
Che quadretto romantico direte voi e invece all’improvviso il dramma. Chaz prende la sua bella e bionda moglie per le caviglie, la ribalta dal parapetto e la scaraventa nelle nere e infestate acque dell’Atlantico a miglia dalla costa compiendo ai suoi occhi il classico delitto perfetto.
Non che sia intrinsecamente malvagio il povero Chaz, che a dirla tutta fa anche un poco di tenerezza tanto è stupido, superficiale, sessualmente promiscuo, pure un lampo di rimorso attraversa il suo universo ma non ha scelta. Ha troppo da perdere, ormai convinto che la moglie sia a conoscenza del fatto che è un uomo corrotto, pagato dal vero delinquente della situazione, Red Hammernut, responsabile del più grave disastro ambientale che la Florida ricordi e che sia sul punto di parlare.
Già, ma Chaz non è un uomo fortunato, non è uno di quei baldi simpaticoni a cui la sorte strizza un occhio e solleva da tutte le responsabilità. Joey Wheeler Perrone non ha nessuna intenzione di morire.
E che fa?
Dopo tutto è un ex campionessa universitaria di nuoto, una sirenetta di tutto punto e cosi nuota tra squali, alghe appiccicose e nefaste, meduse, onde salate, correnti atlantiche, e abbarbicata ad una balla di marijuana, (trenta chili di giamaicana, della migliore), abbandonata da un gruppo di allegri contrabbandieri distratti, approda sull’isolotto di Mick Stranahan, ex detective con uno spiccato senso dell’umorismo, un dobermann svitato, 6 ex mogli e un debole per la bionda Joey che, dopo essersi ripresa dal momentaneo sgomento, medita vendetta.
Da questo momento in poi per Chaz non c’è più scampo e, più sprofonda nelle acque melmose dell’incubo e dei suoi peccati, e più il lettore se la ride con un retrogusto di amarezza e di disincanto legato allo spaventoso inquinamento causato dal massiccio afflusso di fosforo agricolo che ammorba i sistemi palustri degli Everglades rendendo impossibile qualsiasi forma di vita.
In un crescendo mozartiano si arriverà alla resa dei conti finale che non sarà certo considerabile come un lieto fine, ma che cancellerà di sicuro dalla faccia di Chaz il suo indisponente sorrisetto di altezzosa impunità. Vedere per credere il destino che Hiaasen ha in serbo per lui.
Dire che nella traduzione c’è lo zampino di Luca Conti, con la brava Luisa Piussi, mi sembra inutile, ma comunque doveroso perché sembra, si mormora, che ci sia ancora gente che pensa che i libri si traducano da soli.

Carl Hiaasen, “Una donna di troppo”, Titolo originale Skinny Dip, pp. 447, 18 euro, Meridiano Zero, 2010.

:: Recensione di L’uomo di neve di Jo Nesbø

3 gennaio 2011

6610-Uomo di neve.inddTra gli scrittori di thriller nordici merita un discorso a parte Jo Nesbø, norvegese, nato ad Oslo nel 1960, musicista rock, giornalista, molto amato da Michael Connelly, conosciuto in tutto il mondo per la serie del commissario Harry Hole.
Piemme ha pubblicato Il pettirosso, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto e negli ultimi mesi del 2010 L’uomo di neve a mio avviso uno dei più belli e dalle recensioni entusiaste dei lettori non sono io la sola a pensarlo.
Jo Nesbø ha uno stile particolare, alcuni l’ hanno paragonato allo stesso Connelly, quello migliore degli inizi, e sicuramente Nesbø è il più connellyano degli scandinavi, seppure ha mantenuto un’ impronta oserei dire regionalista molto marcata, non lo si potrebbe mai confondere con uno svedese per esempio.
Quando gli scandinavi tentano di scimmiottare gli americani producono sempre effetti mediocri, ma in questo caso la similitudine è più che altro incidentale. Nesbø ha un stile unico dicevamo, una sua forte personalità, un grande amore per i dettagli, la quotidianità, delinea sfumature del protagonista che a molti scrittori sarebbero sfuggite, non ne fa un eroe senza macchia e senza paura, lo sgualcisce, ne racconta i difetti, i limiti e ce lo rende umano e avvicinabile.
Ho cercato di intervistarlo più volte ma mi sono sempre imbattuta in un ferreo e cortese assistente che mi diceva che in quel momento era in Tailandia o in qualche altra parte sperduta del mondo e non poteva rispondere alle mie domande. Non mi arrendo e speriamo che con il 2011 abbia più fortuna.
Tornando alla trama di L’uomo di neve tutto ha inizio il 5 novembre 1980. Mentre la prima neve cade dal cielo incolore Sara Kvinsland va a trovare il suo amante lasciando il figlio piccolo in auto ad aspettarla. Solo allora vede un pupazzo di neve con gli occhi e la bocca fatti di piccole pietre nere che disegnano un sorriso e le braccia fatte con due rametti. Anche il figlio l’ ha visto e quando ritorna in auto dice alla madre: “Moriremo”.
Vent’anni dopo nel centro di Oslo al cadere della prima neve una donna Birte Becker scompare, anche lei con un figlio, anche lei con un pupazzo di neve misteriosamente immobile nel giardino.
Harry Hole chiamato ad investigare si rende subito conto che qualcosa non torna, e una lettera anonima lo porta a capire che c’è un serial killer ad Oslo che ha deciso di giocare con lui.
Molte donne sono sparite come Birte Becker e tutto sembra collegato alla scomparsa nel 1992 a Bergen di un poliziotto che aveva accettato la stessa sfida che ora Hole si trova a dover affrontare.
Mai come questa volta Harry Hole si troverà vicino alla morte, perché l’assassino lo conosce e gli è molto più vicino di quanto immagina.

Jo Nesbø, musicista rock, giornalista, ma soprattutto autore bestseller e di culto, non solo in Norvegia, dove è stato insignito di prestigiosi premi e i suoi thriller si trovano in ogni casa, ma in tutto il mondo.
Il pettirosso è il suo primo libro, votato in Norvegia come migliore crime novel e presentato in Italia al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha suscitato grande interesse di pubblico e di critica. Per Piemme ha pubblicato anche Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto e L’uomo di neve.

Aggiornamento 2017: il libro diventa un film con Michael Fassbender nei panni di Harry Hole.

:: Recensione di La lista di Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone

2 gennaio 2011

La lista di Michael ConnellyDiciamolo subito La lista (The Brass Verdict) edito da Piemme non è una nuova avventura del detective della polizia di Los Angeles, Hieronymus ‘Harry’ Bosch, personaggio fondamentale della produzione letteraria di Michael Connelly. Bosch compare sì, più che altro per una sorta di passaggio di testimone verso il vero protagonista l’avvocato difensore Mickey Haller, entrato in scena per la prima volta nel precedente romanzo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer) e destinato ad occupare un posto di rilievo nella futura produzione di Connelly. Lo so questo lascerà l’amaro in bocca a molti, ma se si supererà la delusione iniziale Connelly è sempre Connelly e il passaggio tra un police procedural e un legal thriller non è poi così drammatico.
Mickey Haller in fondo è simpatico e in un certo senso si resta in famiglia. A causa degli avvenimenti del romanzo precedente Haller ha passato un anno piuttosto movimentato impegnato a guarire da una brutta ferita dopo essersi preso una pallottola e soprattutto costretto a cercare di uscire da una seria dipendenza da antidolorifici.
Poi la svolta.
Ad Hollywood il suo vecchio amico e avvocato di grido Jerry Vincent viene ucciso e Haller eredita la sua nutrita clientela tra cui la difesa di un pezzo grosso di Hollywood, Walter Elliot, accusato di aver ucciso la moglie e il di lei amante.
Mentre Haller si prepara all’importante difesa il LAPD detective Harry Bosch viene incaricato di indagare sull’omicidio di Jerry Vincent e scopre che forse proprio Haller sarà la prossima vittima del killer.
L’incontro tra Bosch e Haller non è dei più felici, ma non c’è scelta se vogliono risolvere il caso e salvare la pelle non hanno scelta e devono collaborare così Haller seppur riluttante accetta di fare da esca.
Tra colpi di scena ben calibrati e legami famigliari non risolti Haller riuscirà a risolvere il caso e a dimostrare che è ancora ben lontano da gettare la spugna. Il paragone tra Harry Bosch e Mickey Haller è inevitabile ma è anche inevitabile che lo stile di Connelly sia cambiato negli anni in una sua recente intervista ha ammesso che la sua condizione di genitore gli impedirebbe di creare la suspance e la tensione presente nei suoi romanzi iniziali che seppure non ostentavano violenza gratuita la evocavano rendendola ancora più destabilizzante per il lettore.
Ora Connelly è in un certo senso maturato, qualcuno direbbe invecchiato, e il personaggio di Haller ben caratterizza questi cambiamenti di prospettiva. Da fan di Connelly trovo che il suo modo di scrivere sia sempre magistrale anche se diverso. Probabilmente Il Poeta resterà sempre il mio suo romanzo preferito ma da lettrice anche di legal thriller non sono rimasta delusa. E’ quasi certo che Connelly si appresti a mandare Bosch in pensione ma spero che lo faccia con un libro ad hoc in cui rimanga ancora indiscusso protagonista.

La lista Michael Connelly, Piemme, 2010, 419 pagine, rilegato, Traduzione di Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso.

:: Recensione di Incubo di strada di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

1 gennaio 2011

1Si chiamava Robert William Arthur Cook, ma gli amanti del noir lo ricorderanno come Derek Raymond, pseudonimo con cui firmava uno dopo l’altro i suoi capolavori: E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il mio nome era Dora Suarez.
Derek Raymond è morto, ormai dal lontano 1994, ma resta uno dei grandi maestri del noir, difficilmente imitabile, difficilmente superabile, perché opera e vita in Derek Raymond si fondono ed acquistano una valenza liberatoria e a loro modo tragica.
Derek Raymond non si atteggiava ad anima dannata, era quello che scriveva, parlava di se stesso, in prima persona esponendosi sempre senza filtri, mediazioni, barriere e per questo arrivava al lettore con tutta la sua carica di violenza e disperazione e provocava ferite, faceva sanguinare, non faceva prigionieri.
Non ringrazierò mai abbastanza Marco Vicentini che con la sua Meridiano Zero ci ha permesso di leggere i suoi capolavori in traduzioni curate che danno a Derek Raymond il giusto posto che merita nella storia della letteratura permettendo anche a coloro che non conoscono l’inglese di immergersi nell’atmosfere tragiche e infette dei suoi libri.
Lo so andrò controcorrente, probabilmente Incubo di strada non verrà ricordato come uno dei suoi capolavori e molti critici si affanneranno a vederci limiti e difetti, ma a mio avviso merita un discorso a parte, merita di essere rivalutato e considerato per quello che è: la storia di un addio, il destrutturato lamento di un morente che con le fluide proiezioni di un incubo getta una luce di speranza e di amore in un mondo dominato dalla violenza, dalla tragica sopraffazione del più forte sul più debole, dall’impossibilità di trovare una strada che porti alla redenzione e alla salvezza.
Una vena insolitamente romantica e non pessimista pervade queste pagine e ci porta quasi agli antipodi di opere ben più tragiche come Aprile è il più crudele dei mesi o Il mio nome era Dora Suarez. Certo non dobbiamo aspettarci un happy end consolatorio o vincitori, ma pur restando nei canoni del noir c’è uno scardinamento del genere, un superamento dei suoi limiti. Vita e morte si intrecciano così fittamente, e in questo mi ha ricordato molto Hugues Pagan, da trovare un canale di congiunzione il sogno appunto  o meglio l’incubo del titolo.
La trama è scarna, essenziale quasi astratta e priva di climax. Non c’è intensità crescente nè concatenamento di avvenimenti né catartica risoluzione e ricostituzione dell’equilibrio, anzi c’è un voluto esatto contrario, un tono smorzato e  spoglio in cui gli sprazzi di cieca violenza sono le uniche note di colore in una tela dove se no emergono i toni onirici del nero e del grigio.
Incubo di strada è un’eccezione, un caso a sé peculiare e straordinario nella sua unicità, fu scritto nel 1988 per il mercato francese e inedito in Italia fino a ora. I bassifondi di Parigi sono lo scenario d’elezione, le strade sporche di pioggia e di corruzione morale e fisica più che gli interni crepuscolari rendono viva e vitale l’atmosfera di disgregazione e perdizione in cui si muovono i personaggi in cui solo il protagonista principale ed Elenya, la sua donna, emergono dando agli altri personaggi la consistenza di gnomi.
La trama dicevamo è destrutturata, a tratti incoerente, priva di consequenzialità, onirica appunto come un quadro surrealista dove non si rispettano distanze e proporzioni.
E’ la storia di un flic, Kleber appunto, un poliziotto invecchiato male e stanco di violenza che ha trovato la sua pace e la sua redenzione nell’amore per la sua donna Elenya, un ex prostituta polacca, bellissima come le donne angelicate del dolce stil novo, strappata dalla strada e dallo sfruttamento del suo protettore.
Kleber è un poliziotto che la strada non ha corrotto, che non è sceso a compromessi, che ha conservato la sua umanità e lo si nota con vivida chiarezza all’inizio del libro durante l’interrogatorio del giovane che ha ucciso la sua donna. Poi il suo carattere prende il sopravvento: la sua incapacità di lisciare i superiori lo spinge a gettare all’ortiche la sua carriera, a prendere a pugni un ispettore gesto che darà il via ad una vera e propria discesa agli inferi.
Prima sospeso dal servizio, poi sempre più coinvolto in affari illegali per proteggere Mark l’amico delinquente che arriverà a coinvolgerlo fino ad un tragico scontro a fuoco che innescherà una spirale di violenza e una guerra aperta con la malavita che vedendolo ormai solo e indifeso potrà attaccarlo senza pietà. Una bomba messa nella sua auto e diretta a lui farà morire accidentalmente Elenya e con lei ogni speranza di amore, di salvezza.
Da questo momento in poi la giustizia tenderà sempre più a confondersi con la vendetta fino all’atto finale, inevitabile, tragico e devastante in cui Kleber troverà la morte. Morte che non sarà altro che il proseguimento di un sogno, il ricongiungimento con Elenya in un altrove in cui la violenza e il male non avranno più ragione d’esistere.

Incubo di strada di Derek Raymond Meridiano Zero collana Meridianonero traduzione Marco Vicentini 2010, 159 pagine, brossura, Euro 13,00.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di L’uomo inquieto di Henning Mankell (Marsilio, 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2010

inquietoEra da quest’estate che aspettavo L’uomo inquieto di Henning Mankell, edito da Marsilio e tradotto da Giorgio Puleo, ultima avventura, dopo dieci anni di silenzio, del mitico ispettore di Ystad,  Kurt Wallander, portato sullo schermo sia da Kenneth Branagh per la BBC, che da Krister Henriksson e da Rolf Lassgard per la televisione svedese.
Ho avuto modo di leggere tutti i libri dedicati a Wallander e vedere tutti gli episodi delle trasposizioni televisive, (tranne forse gli ultimi della serie Henriksson),  per cui ho un’ idea del tutto personale di Kurt Wallander, e ci tengo a dire che  è uno dei personaggi letterari che nel bene e nel male mi hanno più colpito, non fosse altro che l’autore è una persona davvero singolare, che da anni tento di intervistare (invano).
Tutti ricorderanno quando questa primavera era a bordo della Sofia, l’imbarcazione svedese della Freedom Flottilla, la flotta di attivisti che portavano soccorsi agli abitanti della Striscia di Gaza, pesantemente attaccati dall’esercito israeliano. In quell’occasione Mankell, in cui ricordiamolo fu anche arrestato e rilasciato quasi subito grazie alla notorietà che ormai ha a acquistato a livello internazionale come romanziere, ebbe modo di rilasciare diverse dichiarazioni tra le quali disse: “Chi parla di solidarietà non capisce che quel che conta sono le azioni. È attraverso le azioni che dimostriamo di sostenere quello che riteniamo importante“. Ecco questa frase sicuramente caratterizza un uomo che crede in certi valori ed è pronto a rischiare in prima persona, mettendosi anche in pericolo, con coraggio e determinazione.
Premesso questo, mi sono avvicinata a L’uomo inquieto con una sorta di malinconica tristezza, innanzi tutto perché è un addio, con questo libro Kurt Wallander si congeda definitivamente dai suoi lettori e in un certo senso mi dispiace, come dispiacerà a molti fan della serie.
Ma Mankell ha scelto di far invecchiare il suo personaggio, di portarlo ad uno stadio di non ritorno, per dare conclusione ad un periodo della sua carriera di scrittore e dedicarsi ad altri obbiettivi, quasi volesse disfarsi di un compagno ormai ingombrante, seppure molto amato.
L’uomo inquieto, diciamolo subito non è un classico poliziesco con delitto, assassino e indagine; può averne le parvenze, ma è molto di più: è un’amara riflessione sulla vita, sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte, sull’incapacità di adattarsi ad una società sempre più ostile. C’è un pessimismo di fondo, che non mi pare di aver riscontrato in altri libri della serie, che mi riporta ad altri narratori del Novecento come Camus e Kafka.
Ma analizziamo in breve la trama che potrebbe rimandarci ad un racconto spionistico, seppur tenuto conto delle premesse fatte.
Hakan von Enke, ex capitano di corvetta in pensione, (era stato al comando di sommergibili e cacciatorpedinieri e aveva fatto parte del comando militare che autorizzava le unità della marina ad aprire il fuoco contro navi straniere che avessero violato le acque territoriali), oltre che futuro suocero della figlia di Wallander, Linda, scompare un mattina d’inverno, durante la sua consueta passeggiata per le vie di Stoccolma.
Il commissario Wallander, turbato dalle recenti confidenze che gli aveva fatto durante la sua festa di compleanno su aspetti oscuri di un’ enigma politico-militare risalente a circa trent’anni prima, – di cui non è ben certo di aver compreso le inaspettate e complesse implicazioni- , inizia a indagare e più cerca di scoprire la verità, più si trova ad aver a che fare con un ginepraio di segreti e mistificazioni, alla cui base si trova un pericoloso segreto di stato che se rivelato potrebbe cambiare gli equilibri internazionali e che difficilmente potrebbe essere reso noto. Finale amaro e in un certo senso triste come un pomeriggio invernale in cui pian piano si spegne ogni luce.

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.