Adesso non aveva quasi più paura. Era triste, ecco tutto, era triste. Solo i rimpianti tornavano da lui come cani fedeli ma fastidiosi. La gioia e la felicità avevano senza dubbio tagliato la corda molto tempo prima. Del resto che gioie aveva avuto? Aveva creduto di averle. Ogni felicità era stata una finzione. Erano state tutte rovinate da cose squallide da storie di soldi o di adulterio. Anche dall’amicizia era stato tradito. Aveva finito per non credere più a niente, per avere una vita corrotta, fatta di imbrogli. Era arrivato ad un punto che la felicità la comprava come si compra un pacchetto di sigarette come si affitta una ragazza. All’ora, al mese, o all’anno. Ma infondo era sempre una questione di soldi. Fino al moneto in cui… E dire che era lui che stava per baciare la Vedova!
In una Parigi malinconica e piovosa popolata da gangster, prostitute, magnaccia, poliziotti e poveri diavoli si consumano tra bistrot e hotel malfamati le ultime ore di libertà di Maxence, un ragazzo decisamente sfortunato, a cui il destino ha truccato le carte portandolo inesorabilmente nelle braccia della ghigliottina.
“Il bacio della vedova”, così si chiama la ghigliottina dai tempi della Rivoluzione Francese, infatti porrà fine ai suoi giorni e per quanto faccia, per quanto si dibatta, nessuna grazia, nessun miracolo lo salverà da questo tragico destino.
Maxence conosce le regole del gioco sa di non essere nato sotto una buona stella, sa che se solo non si fosse innamorato di Anna Martina, se solo non avesse incontrato Robert il Lionese il gangtser appena evaso, beh forse il destino avrebbe potuto essere diverso, ma tutto congiura contro di lui, e l’inevitabile sentenza di morte che gli pende sul capo e già scritta, anche quando Mario Chilone il droghiere italiano si ferma nel suo solito bistrot a prendere un Cinzano prima di tornare a casa in seno alla sua solida famiglia borghese con la sua borsa piena di soldi, perché lui per arrotondare fa l’usuraio dissanguando i suoi compatrioti.
A casa sua con una pistola in pugno lo aspetta proprio Robert il Lionese l’ex fidanzato della sua figlia maggiore Ida, un gangster che vuole i suoi soldi e forse anche sua figlia. Chilone si fa derubare senza muovere un dito perché infondo è un vigliacco, invecchiato e impaurito da tutte le notizie che si leggono sui giornali, forse da giovane avrebbe reagito ma ora no ha bisogno di chi faccia il lavoro sporco per lui così si reca a casa di Guido lo straccivendolo e gli chiede il modo di contattare suo nipote Bruno il Siciliano, un gangster, proprietario a Pigalle di un bar il Saturne in rue Fontaine, paravento per i suoi traffici illeciti.
Incerto se tiene di più alla figlia o ai soldi Chilone chiede aiuto a Bruno che subito incarica Hector, un killer che lavora per lui, di uccidere Robert e di recuperare la borsa con i soldi.
L’esecuzione avviene proprio sotto gli occhi di Maxence in un ristorante di Les Halles e da questo momento in poi il destino del giovane è segnato.
Il bacio della vedova è un noir decisamente privo di sbavature o facili sentimentalismi. E’ un noir duro, in cui il senso di tragedia anticipato dall’epilogo posto all’inizio stempera e vanifica qualsiasi parvenza di suspense.
Maxence il protagonista è destinato a morire ghigliottinato, questa verità ci viene presentata quasi brutalmente nelle prime pagine del romanzo.
Helena non fa sconti, non indora la pillola, non cerca di abbellire il tutto con un’ aura romantica o commovente. Maxence infondo non ha nulla di eroico è solo un piccolo delinquente senza nè arte e nè parte che cattura sì la simpatia del lettore per il suo ostinato tentativo di guadagnarsi una vita diversa, un amore, una speranza di riscatto, pur tuttavia è un vinto conscio di aver perso nel momento stesso che si permette ancora di avere speranza.
Un senso inevitabile di tragedia lo pervade e lo schiaccia in un gelido dramma esistenziale che in un certo senso accomuna l’umanità intera, l’ineluttabilità della morte. L’essenza stessa del noir.
La mala parigina, e tutto il sottobosco che la circonda fatto di spogliarelliste drogate, prostitute minorenni, killer dagli occhi di ghiaccio sopravissuti a infanzie difficili per cui uccidere è una cosa naturale e non gli provoca la minima emozione, fanno da sfondo come un coro greco simbolo di tutta l’umanità dolente e disperata che popola questo romanzo breve e nello stesso tempo ricco di sfaccettature.
Di un lirismo a tratti struggente e a tratti patetico come il trucco disfatto di una bella donna Il bacio della vedova raggiunge vette a dir poco inconsuete. Capolavoro.
André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.



Alexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.
Bentornati alla Waldklinik!
Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.
Sebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Ci sono più cose in cielo e in terra che in un rapporto su un caso di omicidio.
Dopo il felice esordio Il bambino della città ghiacciata lo svedese Olle Lonnaeus torna in libreria con un nuovo thriller dal titolo forse un po’ sinistro Cuore nazista per raccontarci una storia di riscatto, amore paterno e vendetta in cui è difficile non parteggiare per lo sfigato e scalcagnato protagonista anche a dispetto delle circostanze. Vediamo in breve la trama. Il quarantacinquenne Mike Lorne Larsson è un povero diavolo a cui la vita non ha mai dato troppe possibilità. «Hai rubato due asciugabiancheria dalla lavanderia collettiva in un condominio di Föreningsgatan. È per questo che ti hanno messo dentro» gli dice ironica l’ispettrice incaricata della libertà vigilata il che la dice lunga sulla sua figura di ladruncolo di mezza tacca, e pure notevolmente sfortunato da farsi prendere, ubriaco fradicio, con le mani nel sacco mentre cerca di spingere su per le scale dello scantinato quella bizzarra refurtiva. Ma non ostante la più nera desolazione in cui immersa la sua vita qualcosa di buono anche Mike ce l’ ha, un figlio Robin, ormai adolescente, incazzoso e risentito per quel catorcio di padre che sembra non combinarne una giusta. Certo Mike non si può dire che sia il padre dell’anno, alcolizzato, rissoso, buona parte della vita trascorsa dietro le sbarre, un perdente incapace di tenersi una donna o un lavoro, ma per suo figlio ha intenzione di rimediare, ha intenzione di portarlo a vivere con se togliendolo dalla famiglia a cui l’ hanno dato in affidamento, ha intenzione di salvarlo dalle cattive compagnie che lo portano a compiere atti vandalici contro gli stranieri, ha intenzione di meritarsi la sua stima e il suo perdono. Così armato della più ostinata e sacrosanta buona volontà appena messo il naso fuori dal carcere di Kirseberg a Malmo una giornata ottobrina fredda e limpida come la libertà medita il da farsi. Dragan uno jugoslavo con cui faceva pesi nella palestra del carcere, dentro per contrabbando di droga dalla Polonia, gli offre una possibilità, un lavoro onesto presso un’ impresa di autodemolizioni di cui è proprietario un certo Boris, un tizio con un sacco di grana guarda caso proprio di Tomelilla la sua città dove vive Robin. Troppo bello per essere vero? Manco per idea l’attività di sfascia carrozze è solo la copertura per traffici ben più loschi e redditizi e il povero Mike si trova volente o nolente a farne parte. Poi un giorno ciliegina sulla torta nella sua vita compare una donna Amela, una profuga bosniaca in cerca di vendetta, e Mike come al solito ci ricasca e si ritrova ben presto in un vero e proprio mare di guai. Il bambino della città ghiacciata mi era piaciuto ma questo in un certo senso mi ha coinvolto anche di più. Innanzitutto ho apprezzato le forti iniezioni di ironia e sarcasmo che Lonnaeus ha distribuito con abbondanza. L’incipit è un puro concentrato di humour nero ed è una piacevole sorpresa in un genere che troppo spesso si prende mortalmente sul serio. Poi Lonnaeus scrive bene, non annoia, sa dosare azione e riflessioni morali e squarci di costume. La sua critica della società borghese svedese è pungente e spesso caustica e affronta con intelligenza temi anche dolorosi come il razzismo strisciante, la xenofobia, l‘esaltazione di correnti neonaziste che albergano all’interno di una società apparentemente moderna ed evoluta. Finalista al premio come miglior thriller svedese dell’anno non stento a credere che lo vincerà con facilità.
Per chi avesse l’idea, o piuttosto il preconcetto, che il pulp sia un genere esclusivamente maschile, segnalo che anche le donne scrivono pulp e anzi iniziarono a farlo in tempi non sospetti, quando era ancora considerato scandaloso per una donna trattare temi scabrosi o anche solo dire la propria opinione.
























