:: Recensione di I dodici segni di Lee Child

Sebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant,  è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo. Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia. Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà  e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione. I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona. L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack. Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze. Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa. Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste. Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa. Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore. Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo. Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano. Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto. Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e  non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire. Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

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