:: Mi manca il Novecento – La voce dimenticata di Raffaele Carrieri – a cura di Nicola Vacca

7 dicembre 2021 by

Accanto al Novecento che se n’è andato c’è un Novecento perduto che nei suoi abissi si è inghiottito i suoi figli migliori.
In questo Novecento perduto è finito anche Raffaele Carrieri, poeta, scrittore, critico d’arte nato a Taranto nel 1905, ma cittadino del mondo.
Intellettuale raffinatissimo, uomo straordinario della Magna Grecia, difficile da incasellare, ma un poeta davvero straordinario a cui tornare.
Ma di lui si sono perse le tracce, caduto ingiustamente in un oblio che non meritava.
Andrebbero ripubblicati i suoi libri di poesia, non è possibile che uno dei più importanti poeti di quella straordinaria linea meridionale giaccia per sempre nelle tenebre.
Ma questo è il destino di molti nomi di quel Novecento perduto che non perdona.
Lamento del gabelliere, La ricchezza del niente, Canzoniere amoroso, Il trovatore, con cui vinse il Premio Viareggio nel 1953, sono alcuni dei suoi libri di cui la nostra letteratura non può fare a meno.
Eppure la memoria di Rafaele Carrieri è stata oscurata e con essa una parte rilevante del migliore Novecento letterario italiano.
Intellettuale eclettico, scrittore poliedrico, Carrieri ha scritto facendo esperienza del mondo.
Visse a Parigi nella seconda metà degli anni venti. In questo periodo ebbe occasione di entrare in contatto con gli ambienti e le esperienze dell’avanguardia europea che aveva eletto la capitale francese a propria sede internazionale; legami e influenze queste che, nei modi peculiari in cui il Carrieri li assimilò e li introiettò, rappresentano il nucleo essenziale se non unico, della sua poetica e della sua poesia.
Dal 1930 si trasferì a Milano. Qui conobbe un gran numero di scrittori e artisti come come Marotta, Cantatore, Cesare. Zavattini, Alfonso Gatto, Sergio Solmi, Quasimodo, Persico, F. T. Marinetti, Alberto Savinio.
Per un decennio fu critico d’arte dell’Illustrazione italiana.
Ma è nella poesia che Carrieri trova la chiave giusta per raccontare la sua esperienza di uomo.

«La mia poesia è tutta autobiografica; ispirata a fatti realmente accaduti, a viaggi, a soggiorni in paesi stranieri. La mia lunga permanenza a Parigi nella prima giovinezza la considero fondamentale per i molti incontri con gli artisti e i poeti d’avanguardia ora famosi».

Una scrittura poetica che scava nella memoria per cogliere la semplicità degli istanti: la spinta autobiografica si sposa con l’essenza dei luoghi frequentati dal poeta, delle persone e del mondo.

«La maggior parte dei critici che si sono occupati del Carrieri. (da Flora a Titta Rosa, a Vigorelli, a Ravegnani) – scrive Lucia Strappini – ha ritenuto di cogliere nella grecità, nella sua appartenenza partecipe al paesaggio mediterraneo, il nucleo tematico più caratteristico e originale della sua poesia, insieme al gusto per i richiami mitologici e della cultura classica; i riferimenti sono molti e disseminati per le sue raccolte: a titolo d’esempio si possono ricordare questi versi da Poca luce, in La civetta:

Se qualche poco di luce / da lontano mi viene / è da te Jonio gentile / che le muse riconduci / ai lidi degli Dei. / Fra l’uva e l’uliva / Eros ancora versa / vino agile e resina” (p. 14).

Ma, nonostante la copiosità delle presenze, questo motivo non appare sostanzialmente preminente nella disposizione complessiva, tanto da improntare di sé la poesia del Carrieri. È invece più convincente l’immagine dei poeta C. che prende spunto, sia sul piano tematico sia su quello stilistico, dai luoghi, reali e metaforici, più diversi, dalle esperienze artistiche più varie, dalle sollecitazioni più diffuse, per esprimere una sostanza lirica pressoché uniforme e immutata fin dalle sue prime prove. In questo quadro appare certamente rilevante la suggestione esercitata sulla sua vena poetica dalla frequentazione assidua delle tante esperienze moderne di arte figurativa, parigine e italiane, che si traduce anche editorialmente nella collaborazione, come si è visto, con molti dei più noti esponenti della pittura contemporanea, o nella affinità con pittori del passato, da lui particolarmente amati, come Toulouse-Lautrec».

Raffaele Carrieri, un artista totale, un poeta lirico che alla poesia attribuisce un ruolo assoluto nella letteratura come nella vita, un intellettuale che sta nella tradizione italiana, un uomo di cultura che appartiene alla storia letteraria di quel Novecento perduto che ci appartiene per sempre.

:: Che mito! – Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero di Hélène Kérillis e Grégorie Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2021 by

Torna la serie Che Mito! con due nuovi bellissimi titoli: Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero sempre della coppia di autori Hélène Kérillis per i testi e Grégoire Vallancien per le illustrazioni. Per lettori dai 7 anni in su, quindi già bravi a passare da maiscolo a minusolo.

Amo molto questa serie di cui vi avevo già parlato che aiuta i più piccoli ad avvicinarsi ai miti e alle leggende dell’antichità. In questi due albi troviamo Ulisse, mitico re di Itaca, uno degli eroi achei della mitologia greca descritti e narrati da Omero sia nell’Iliade che nell’Odissea, e Ercole, eroe della mitologia sia greca che romana, l’uomo più forte del mondo, figlio di Zeus per i greci, e di Giove per i Romani, e della mortale Alcmena.

Ulisse e i suoi compagni di viaggio se la devono vedere prima con Circe, l’affascinante maga che con i suoi incantesimi li tiene prigionieri e poi niente meno che con le sirene, creature dal canto dolcissimo che spinge i marinai al naufragio e la morte. Ma Ulisse grazie all’aiuto di Circe ha in serbo una sopresa.

Ercole invece se la deve vedere con Cerbero il guardiano degli inferi, e con la sua forza prodigiosa che ancora non sa bene controllare, ma alla fine anche lui imparerà qualcosa sulla forza e sul coraggio. Due storie simili per certi versi capaci di insegnare ai più piccoli i primi segreti della vita. Buona lettura!

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia. 

Traduzione dal francese a cura della Fusp – Fondazione Unicampus San Pellegrino con il coordinamento di Yasmina Melaouah

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

Un’antologia di fantasmi per il Natale a cura di Elena Romanello

4 dicembre 2021 by

Oggi come oggi non si pensa di primo acchito al Natale come una festa legata alle storie di fantasmi e261216339_3466060413620688_3349053176877004012_n simili, visto che questa caratteristica è stata persa da Halloween o Samhain, un’antica festa europea e celtica tornata a casa dopo essere stata oltre oceano.
In realtà, durante il lungo regno della regina Vittoria in Inghilterra, che durò dal 1837 al 1901, le storie di fantasmi erano legate invece proprio al Natale, il momento dell’anno in cui i giorni sono più corti e le ombre più lunghe, il tempo del solstizio d’inverno.
Non è un caso, infatti,  che la più celebre storia di Natale, il Canto di Natale di Charles Dickens, più volte celebrata da vari media fino ad oggi, sia innanzitutto una storia di fantasmi e che fantasmi.
Oscar Draghi presenta in vista del prossimo Natale la preziosa antologia Il grande libro dei fantasmi di Natale, che raccoglie tutta una serie di storie composte tra fine Settecento e l’inizio del Novecento per raccontare un aspetto di questa festa tutto da riscoprire, con nomi anche famosi che si sono confrontati con il mix solstizio d’inverno, nascita di varie importanti divinità e creature che tornano dal regno dei morti in questi momenti dove luce e ombra si affiancano e dove l’atmosfera di festa porta anche malinconia e sconforto.
Gli autori e le autrici presenti in antologia sono davvero tanti, e ci sono sorprese: si va dal fondatore del romanzo storico Walter Scott all’inventore di Sherlock Holmes Arthur Conan Doyle, dall’autrice di Piccole donne, amante anche dei romanzi gotici con cui manteneva la famiglia Louisa May Alcott all’uomo dietro Peter Pan James Matthew Barrie, dalla maestra di intrecci vittoriani Elizabeth Gaskell alla fondatrice dell’horror a fosche tinte Marie Corelli, senza dimenticare i contributi dell’altrove esilarante Jerome K. Jerome, dell’esperto H. P. Lovecraft, e degli autori di classici Edith Wharton e James Joyce.
Un libro quindi esaustivo e imperdibile, per capire ancora una volta che la letteratura non è fatta di alto e  basso, ma di maestri che hanno saputo rielaborare e confrontarsi con archetipi sempiterni dell’animo umano, come la vita e la morte, e la soglia fantastica e inquietante che c’è tra le due.

“Interno corte” e “Rime e quartine per gioire di ogni cosa” per le feste di Natale! A cura di Viviana Filippini

30 novembre 2021 by

Le festività Natalizie si avvicinano, come il tempo dei regali e oggi vi voglio parlare di due simpatici libri per bambini editi da Gallucci.

Interno corte”, Francesco La Rocca (Gallucci 2021)

“Interno corte” è il primo romanzo di Francesco la Rocca, edito da Gallucci. La storia prende sviluppo all’interno di un condominio nel quale si trova una stramba e originale umanità che l’autore fa conoscere al lettore. Tra i diversi personaggi residenti nel palazzo di ringhiera, come quelli che si trovano spesso nelle grandi città, spicca la simpatica Nazarena, una nonnina un po’ ribelle che vive al primo piano del palazzo e che ama i bagni di aria. Accanto a lei, sullo stesso pianerottolo, ci sono c’è Nina che con il fratello lavora di immaginazione creando storie dove i dinosauri stanno in orbita nello spazio. Non solo, perché nella simpatica umanità creata da La Rocca trovano spazio anche un esperto collezionista di fossili di nome Mattia e il curioso Ayyoub, che non colleziona nulla, ma che passa le giornate con le orecchie appiccicate al citofono per ascoltare i discorsi dei vicini di casa. Il romanzo di La Rocca, corredato dalle immagini di Moisi Guga, ha un ritmo appassionatane che porta il lettore a scoprire le vite dei diversi personaggi abitanti nel condominio e che, pagina dopo pagina, costituiscono un romanzo corale. Ogni personaggio ha la propria vita con amicizie, interessi, gusti, ossessioni e felicità simili e diverse (giusto perché il mondo è bello perché è vario), ma quello che emerge da “Interno corte” di Francesco La Rocca è che tutti i protagonisti, anche se hanno vite proprie, alla fine sono uniti da un appuntamento che non manca mai, quello dell’assemblea condominiale, nel quale se ne vedranno delle belle.

Francesco La Rocca è nato a Torino nel 1983. Ha studiato Diritti Umani e lavora nel sociale. L’esperienza lo ha portato a scrivere storie del quotidiano declinato al fantastico. “Interno corte” è la sua prima pubblicazione.

Moisi Guga è nato a Shkodër, in Albania, nel 1988. Laureato in grafica d’arte all’Accademia Albertina, vive a Torino, dividendosi tra il disegno e una cooperativa sociale.

“Rime quartine per gioire di ogni cosa”, Bruno Tognolini (Gallucci 2021)

“Rime quartine per gioire di ogni cosa” è il libro di Bruno Tognolini dove ci sono pagine e pagine di simpatiche filastrocche, ma anche poesie, che accompagnano il lettore. Il mare, le cose, la luna, il frigo, i sogni, la mano, la pizza e tanto altro diventano i diretti protagonisti delle divertenti rime di Tognolini che, grazie alla sua sapiente arte del combinare parole, crea quartine capaci di strappare un sorriso e portare una serena tranquillità ogni volta che si apre il libro per leggerle. Le composizioni di Tognolini sono un centinaio e sono accompagnate dai simpatici e delicati disegni di Alessandro Sanna.

Bruno Tognolini (Cagliari, 1951) ha imparato a scrivere per bambini studiando latino per 8 anni, greco per 5, medicina per 4, spettacolo al DAMS per altri 4, scrivendo teatro per altri 12, TV con “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione” per altri 16, e nel frattempo imparando a memoria per esercizio centinaia di versi dei grandi poeti, girando per le scuole di 800 città, scrivendo 1400 filastrocche, 55 libri, e canzoni e articoli… Insomma: tutta la lunga fatica che occorre per seguire un sogno. Altre notizie e testi su http://www.tognolini.com e facebook/tognolini.b

Alessandro Sanna è nato nel 1975 nella pianura tra Mantova, Verona e Modena, ma suo papà gli ha messo nel sangue il mare e il vento della Sardegna. A undici anni questa passione per il gioco si è trasformata in disegno: disegnare, disegnare e ancora disegnare, dimenticando che nella vita ci sono altre cose. Adesso che disegna per lavoro, le altre cose può riscoprirle e apprezzarle, perché sono loro che gli permettono di continuare a giocare con pennelli, matite, mani sporche e gocce d’acqua indomabili. Per Gallucci ha illustrato “Nidi di note”, “Storie di parole”, “Storie di giochi”, “Lettori”, “Il gallo bello” e “Crescendo”, una delicata storia tutta per immagini, costruita a partire dalla forma della pancia della mamma con allegato un Cd inedito contenente 18 minuti di musica appositamente composta ed eseguita da Paolo Fresu.

Source: ricevuti dal recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

:: Almudena Grandes Hernández (Madrid, 7 maggio 1960 – Madrid, 27 novembre 2021)

28 novembre 2021 by

Le streghe in eterno di Alix E. Harrow (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2021 by

978880473767HIG-333x480Oscar Fantastica propone la nuova fatica di Alix E. Harrow, già autrice de Le diecimila porte di January, in cui si mescolano ancora una volta suggestioni fantasy e del fantastico con una visione alternativa della Storia reale.
Siamo di nuovo a fine Ottocento, alle prese con figure iconiche come le streghe, antesignane del femminismo per molti, nella città di New Salem, che echeggia il più celebre processo di stregoneria reale, raccontato anche da Arthur Miller in una delle sue opere più famose, e avvenuto nel 1692, pare come fenomeno di isteria collettiva.
Alix E. Harrow mette insieme le streghe con quelle che furono viste tra Otto e Novecento come il loro equivalente come sovversione, le suffragette, coloro che si battevano per garantire il diritto di voto alle donne, all’epoca negato e visto come una rivendicazione inaccettabile.
A New Salem, le sorelle Eastwood, James Juniper, Agnes Amaranth e Beatrice Belladonna sono depositarie di un antico sapere magico, ora solo presente in filastrocche e fiabe per bambini, ma quando entrano nell’Associazione per le Donne di New Salem iniziano a chiedersi se non sia possibile trasformare il movimento delle suffragette in una congrega di streghe. Ma le persecuzioni non mancheranno e anche le conseguenze tragiche per le sorelle e per le loro adepte.
Alix E. Harrow conferma il suo talento in un romanzo interessante e intrigante, dove la narrazione delle vicende delle sorelle streghe è alternata da riletture insolite di celebri fiabe, come Hansel e GretelRaperonzolo Barbablù. Le streghe sono oggi molto popolari grazie ad un immaginario che le ha fatte cambiare rispetto alle cattive delle fiabe tradizionali, ma le protagoniste del romanzo hanno comunque una loro originalità rispetto ad altre famose e iconiche, non sono certo le sorelle Halliwell trasposte a fine Ottocento, con tutto il rispetto per questi personaggi.
Il legame tra streghe e femminismo non è nuovo ma funziona sempre, e Le streghe in eterno appassiona e coinvolge, con uno stile originale e personaggi non scontati. Del resto, gli archetipi sono sempre interessanti e eterni, ma saperli riprendere in maniera originale non è facile.

Alix E. Harrow è nata negli Stati Uniti nel 1989. Laureata in storia, nel 2014 ha cominciato a pubblicare racconti di fantascienza, tra cui A Witch’s Guide to Escape: A Practical Compendium of Portal Fantasies che si è aggiudicato il premio Hugo 2019. Altri racconti sono stati nominati per i premi Locus, Nebula e World Fantasy. Il suo romanzo d’esordio, Le diecimila porte di January, 2020, ha ricevuto numerosi consensi.

Provenienza: libro del recensore.

:: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi (Gallucci Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2021 by

Ecco due nuovi libri per bambini, dai 7 anni in su, nella collana Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori di Gallucci editore, in maiuscolo e minuscolo, per lettori esperti: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino per avvicinare i più piccoli al ciclo bretone, soprattutto ai miti e alle storie leggendarie riguardanti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, una delle più famose saghe di sempre, caposaldo del genere fantasy.

Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi, questi due libri coloratissimi accompagnano i giovani lettori a immaginare un mondo tra il reale e il fantastico, ricco di nobili ideali, coraggio e amore per l’avventura.

Il coraggioso Artù, la bella Ginevra, Camelot, la magica Excalibur, Mago Merlino, il mago più potente e simpatico di tutti i tempi, diveneranno per i bimbi compagni di gioco e di avventura.

Interamente a colori, nelle ultime pagine troviamo anche Gioca con la storia, dove il bambino può scrivere, disegnare e seguire i semplici e divertenti esercizi di comprensione del testo.

Angela Ricci ha ritradotto per Gallucci editore gli otto romanzi della saga di Anna dai capelli rossi. Vive e lavora a Roma.

Piero Bulzoni cresce tra i fumetti finché non decide di farne a sua volta, formandosi ai corsi dell’Arena del Fumetto a Bologna. Popola le sue strisce di animali buffi come capibara, megattere, sphynx. Intanto continua a riempirsi la testa di storie e colori, passando dai libri per l’infanzia ai film d’animazione.

Antonio Mirizzi scrive e disegna fumetti; a volte li scrive e basta, altre volte li disegna solamente, e comunque più di tutto gli piace scriverli. Nel resto del tempo legge e studia i fumetti degli altri. È insegnante presso i corsi di Arena del Fumetto a Bologna, destinati anche ai bambini, e collabora con lo Studio Inventario.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ufficio stampa Gallucci editore che come sempre ci invia in anteprima tutte le migiori novità per bimbi e ragazzi.

Cristina di Belgioioso torna in libreria a cura di Elena Romanello

27 novembre 2021 by

La donna che decise il suo destino 01Neri Pozza propone nella collana di saggistica I Colibrì l’ultima fatica di Pierluigi Vercesi, dedicata ad una figura femminile chiave della Storia italiana e non e che ha trovato il giusto posto solo negli ultimi decenni: Cristina di Belgioioso.
La donna che decise il suo destino arriva oltre vent’anni dopo il libro di Arrigo Petacco e ripropone la vita da romanzo, tra mille avventure, di una nobildonna controcorrente, femminista ante litteram e protagonista di tutti i più importanti momenti della Storia del nostro Risorgimento.
Figlia del marchese Trivulzio, uno degli uomini più ricchi della Lombardia, Cristina si ribella a sedici anni ad un matrimonio combinato e sposa il principe Emilio Barbiano di Belgioioso, bello, di idee carbonare ma fedifrago. Pochi anni dopo lo lascia perché è stanca dei suoi tradimenti e va via dalla Milano asburgica, a vivere una vita fuori dalle righe.
A Parigi conosce il marchese di Lafayette, eroe della guerra d’indipendenza americana, che si innamora di lei, e inaugura un salotto frequentato da intellettuali che affascina, come Alfred De Musset,  Franz Liszt,  Heinrich Heine e Honoré de Balzac, ma il suo grande amore è lo storico e giornalista François de Mignet.
Diventa il punto di riferimento di molti esuli, fonda giornali, apre scuole per i figli dei poveri, tornando in Italia per seguire eventi come le Cinque Giornate di Milano e la Repubblica romana, dove organizza gli ospedali da campo.
I suoi viaggi la portano in Anatolia, dove organizza una fattoria popolare, e a Gerusalemme, dove rischia di morire. Per tutta la vita si dedica ai poveri, alle donne, alla libertà, finché non muore, nel 1871, centocinquant’anni fa, rimanendo fedele ai suoi ideali.
Il libro di Pier Luigi Vercesi è quindi un’ottima occasione per riscoprire una figura femminile importante della nostra Storia e della Storia di tutti, un’icona femminista con una vita che spiace che finora nessun regista abbia pensato di portare sullo schermo. Intanto, si può leggere il libro.

10°Anniversario su WordPress

27 novembre 2021 by

Oggi, dieci anni fa, approdammo su WordPress! Dopo quattordici anni online una bella soddisfazione! Grazie del sostegno che ci avete dato in tutti questi anni, abbiamo sacrificato famiglia, tempo libero, riposo per creare questa bella comunità coesa di amanti dei libri e della lettura. Speriamo di avervi tenuto compagnia, e anche di esserci stati nei momenti difficili. I libri sono davvero degli amici non dimentichiamolo mai. Grazie ancora a tutti!

I solitari. Scrittori appartati d’Italia, Davide Bregola (Oligo editore 2021) A cura di Viviana Filippini

22 novembre 2021 by

“I solitari. Scrittori appartati d’Italia” è il libro di Davide Bregola edito da Oligo editore. Un libro curioso che sembra avere un titolo da film, ma anche da romanzo. In realtà, il libro di Bregola permette ai lettori di andare a scoprire, e riscoprire, tutta una serie di scrittori e scrittrici italiani che hanno lasciato un segno nel mondo letterario, ma che, oggi come oggi, sono lontani dai riflettori e dalle fiere del libro. Sono 15 ritratti di autori e autrici narrati per quello che hanno creato, per quei romanzi che hanno avuto un ruolo centrale e importante nel mondo letterario tanto che da alcuni di essi vennero tratti pure dei film.  Da questo libro però emerge anche la loro dimensione umana ed emotiva, unite a quella riservatezza del vivere che li ha indotti a stare lontani dai riflettori del mondo letterario. Il libro edito da Oligo è il frutto di una rubrica che Davide Bregola ha sulle pagine culturali de “Il Giornale” e che ha messo a punto andando a scovare queste figure magari un po’ restie ad apparire in pubblico, ma ancora presenti e attive nel loro modo di fare scrittura. Ed ecco alcuni di loro come il sardo Gavino Ledda, autore di “Padre padrone” tradotto in tutto il mondo, diventato film da Palma d’oro a Cannes nel 1977 e lui ora è impegnato in una ricerca del tutto personale sul linguaggio della sua terra. E che dire di Francesco Permunian residente sulle rive del lago di Garda, che si dedica alla scrittura generando sempre i suo mondi letterari dove ci sono personaggi afflitti da malattie mentali  e ambiguità. Non manca nemmeno Stefano Benni, sì proprio il bolognese autore di “Bar Sport”, il quale, dagli anni ’80, ha sempre scritto restando però lontano dai riflettori. Bregola incontra pure Carmen Covito, l’autrice del romanzo “La bruttina stagionata” che vinse il Premio Rapallo-Carige “Opera Prima” 1992 e il Premio Bancarella 1993,  e venne pure tradotto in tedesco, spagnolo, francese, olandese, greco, rumeno. Poteva bastare? Forse, ma dal libro furono pure tratti un monologo teatrale interpretato da Gabriella Franchini con la regia di Franca Valeri, adattamento di Ira Rubini, e un film interpretato da Carla Signoris, con sceneggiatura e regia di Anna Di Francisca. Tra le pagine si trovano anche Giovanni Lindo Ferretti cantante dei CCCP, poi dei CSI e dei PRG (Per Grazia Ricevuta) che è considerato uno dei padri fondatori del Punk, ma è anche uno scrittore amante dei cavalli e di una vita profondamente riservata. E poi ci sono ancora Aldo Busi, Gianni Celati, Rocco Brindisi, Roberto Barbolini, Ugo Cornia, Vitaliano Trevisan, Vincenzo Pardini, Lara Cardella, Susanna Bissoli, Grazia Verasani…. “I solitari. Scrittori appartati d’Italia” è un libro dove Bregola viaggia in lungo e in largo per l’Italia in cerca di quegli autori e autrici nascosti per scoprire che fine hanno fatto e perché hanno scelto di stare a lato del palco letterario. Allo stesso tempo “I solitari”, è un testo davvero interessante che permette di fare un breve viaggio nelle vita altrui e stuzzica il lettore ad andare a recuperare i libri di questi 15 autori per leggerli, riscoprirli, facendo rivivere le loro storie e i loro personaggi.

Davide Bregola è scrittore e consulente editoriale. Ha pubblicato vari saggi e romanzi per diverse case editrici. Nel 2017 è stato Finalista al Premio Chiara con il libro La vita segreta dei mammut in Pianura Padana (Avagliano). Per Oligo Editore dirige la collana Daimon. Scrive sulle pagine culturali de  “Il Giornale” e “Il Foglio”.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: L’enigma del fante di cuori di Patrizia Debicke, Alessandra Ruspoli (Delos 2020) a cura di Giulietta Iannone

21 novembre 2021 by

Con la morte della regina Anna di Gran Bretagna, ultima sovrana del casato degli Stuart, a succederle giunge in Inghilterra il protestante George Louis von Hannover, asceso al trono col nome di Giorgio I. Sullo scenario delle sanguinose lotte di potere che mettono cattolici contro protestanti, e whigs contro tories, si sviluppa una congiura tessuta da quattro misteriosi cavalieri che prendono il nome dai 4 semi delle carte da gioco: il fante di quadri, il fante di fiori, e gli ancora più misteriosi fante di picche e il più pericoloso di tutti il fante di cuori. A difendere il re legittimo il suo consigliere e capo della sicurezza, il coraggioso e aitante Francis Dunn, Lord Donagall, protagonista indiscusso di questa emozionante vicenda a metà tra Dumas padre e Rafael Sabatini, in cui avventura, intrighi e combattimenti all’ultimo sangue si alternano anche a vicende più prettamente di corte tra intrighi dello scacchiere internazionale e faccende di cuore. Valore aggiunto della vicenda che impreziosisce una narrazione classica e solida, una grande attenzione per gli ambienti e i costumi dell’epoca, descritti con sfarzo, dovizia di particolari ed eleganza, frutto della grande documentazione e ricerca storica di costume di Alessandra Ruspoli, che con la madre Patrizia Debicke firma quest’appassionante thriller storico, scritto con gli ingredienti giusti per interessare gli appassionati di romanzi d’appendice, meglio conosciuti come feuilleton, con in più un tocco di spystory storica di sapore vintage, che accresce di fascino una storia senza tempo, romantica e nello stesso tempo avventurosa. Una lezione di stile anche per chi volesse iniziare a imparare a scrivere romanzi storici.

Patrizia Debicke ha pubblicato romanzi gialli, thriller, storici d’avventura, racconti ed e–book: L’oro dei Medici (Corbaccio – Tea), La gemma del cardinale (Corbaccio- Tea) e L’uomo dagli occhi glauchi(Corbaccio, ebook Odissea Digital), che ha ottenuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir (12/2010). Al IX Premio Europa a Pisa, la Debicke ha ricevuto il Premio alla carriera. Per Todaro, ha firmato i romanzi La Sentinella del Papa e La congiura di San Domenico. Nel 2015 con Parallelo45 è uscito L’eredità Medicea e nel 2017, con DBooks Il ritratto scomparso. Con Delos Digital ha pubblicato anche i racconti Il segreto di Velasquez (2014) e La congiura Philippe le Bon (2014), nel 2018 il manuale Come si scrive un romanzo storico e il racconto Gli occhi di Courcelles.

Alessandra Ruspoli vive a Firenze. Da grande avrebbe voluto fare la strega… Ha lavorato nella Moda per Emilio Pucci e Jean Paul Gaultier. Ha collaborato con riviste come Capital, Modaviva, Uomo Harper’sBazaar, Aqua. Ha pubblicato il romanzo Dieci Piccoli Sette Nani, scritto con Lucio Nocentini. Ha organizzato le mostre “L’Arcadia di Arnold Boecklin” e “Rodolphe Toepffer: Invito al viaggio e Invenzione del fumetto” con il Consolato di Svizzera a Firenze. Convegnistica e Marketing per Reconta Ernst & Young a Firenze. È diplomata in Trompe l’Oeil e Decorazione d’Interni a Palazzo Spinelli a Firenze. Arredamento e Interior Design in campo alberghiero. Appassionata di vini e Sommelier. Adora le civette…

:: Maria Teresa Liuzzo, …E adesso parlo!, A.G.A.R., Reggio Calabria, 2019; Non dirmi che ho amato il vento! , A.G.A.R., Reggio Calabria, 2021 a cura di Antonio Catalfamo

17 novembre 2021 by

La letteratura italiana è in crisi da parecchio tempo, tanto che nel 1997 gli accademici di Svezia dovettero conferire il Premio Nobel per la Letteratura a un drammaturgo come Dario Fo, perché evidentemente ritennero che non ci fosse in Italia un “letterato puro” a cui assegnare l’ambito riconoscimento. Questa crisi non deriva tanto dalla «struttura» (intesa marxianamente come base economica e sociale), in quanto essa può servire, anzi, nei suoi momenti di difficoltà, a far emergere una “letteratura di denuncia” dei mali della società, quanto dalla «sovrastruttura», cioè dalla decisione delle grandi case editrici, in mano ai monopolisti dell’informazione, di privilegiare una “letteratura di evasione”, con lo scopo di narcotizzare la collettività del lettori, puntando, ad esempio, sul «genere» (o «sottogenere») «giallo» (o «noir») o «rosa» (vale a dire sul libro che si legge in un’ora sulla spiaggia o la sera, a letto, prima di prendere sonno), oppure sulle «saghe» delle grandi famiglie, che hanno avuto successo nella vita partendo dal basso, per creare il mito della ricchezza anche nei poveri, oppure ancora su romanzi falsamente «storici», che, prendendo spunto dalle vicende personali ed esistenziali di alcuni soggetti, seguiti nella loro formazione, tratteggino la storia sociale che fa da sfondo e che, per l’appunto, rimane in secondo piano, a caratteri sfumati, con lo scopo di costituire una sorta di “specchietto per le allodole” o di “carta moschicida”, cioè di attirare il lettore di varia età ed estrazione sociale, il quale si riconoscerà nostalgicamente in questo o quel periodo (il Sessantotto studentesco, il Sessantanove operaio, gli anni del terrorismo e degli «opposti estremismi», ecc.), omettendo il «punto di vista» dell’autore, sul piano della «focalizzazione», o, meglio ancora, escludendo oculatamente ogni «punto di vista», in modo che ogni lettore si senta protagonista e, in un certo senso, “coautore” del libro, e lo recepisca come meglio gli aggrada, trovando magari in esso motivi di autogiustificazione.

Queste sapienti «strategie comunicative» tagliano fuori dal grande (per dimensioni, non per qualità) mercato editoriale numerose opere letterarie di valore (etico ed artistico), che rimangono marginalizzate, affidate alla generosità di piccole case editrici periferiche, che non hanno la forza di farle arrivare nelle vetrine delle librerie su una vasta area del Paese. Tutta una letteratura, che attinge specialmente ai succhi vitali del territorio, e che, in tal senso, definiamo «regionalista», viene confinata al “passaparola”, allo slancio volontaristico di chi ama veramente la cultura e si impegna a farla circolare seppur in circuiti ristretti. Così sembra finita la «letteratura meridionalista», che ebbe il periodo di massima affermazione negli anni del «neorealismo» e, poi, dell’«impegno».

Una delle “vittime sacrificali” di questo “gioco al massacro”, è, a nostro avviso, Maria Teresa Liuzzo, radicata nella sua Calabria, che ha deciso di autoprodursi, dando vita ad una piccola casa editrice, A.G.A.R. di Reggio, con la quale stampa i suoi libri di poesie e di narrativa, compresi gli ultimi due romanzi, che fanno parte di una programmata «trilogia» in via di completamento: … E adesso parlo! (2019); Non dirmi che ho amato il vento! (2021). Siamo in presenza di «romanzi di formazione», incentrati sul mondo dell’infanzia sofferta, vissuta in terre desolate e condannate all’arretratezza culturale da tutta una serie di scelte storiche che costituiscono, nel loro insieme, la plurisecolare «questione meridionale», sulla scia della migliore letteratura calabrese: La teda (1957), Tibi e Tascia (1959), Il selvaggio di Santa Venere (1977) di Saverio Strati e, soprattutto, La ragazza del vicolo scuro (1977) di Mario La Cava.

La specificità è rappresentata, innanzitutto, dal fatto che l’autrice di questi due romanzi è una donna, una di quelle donne di Calabria che dimostrano di avere, al di là dell’apparente fragilità e ritrosia, una forte tempra di combattenti, in un mondo dominato dal maschilismo estremo, una grande ricchezza interiore, una poeticità naturale che, poi, si trasfonde con perizia in arte. Possiamo dire che Maria Teresa Liuzzo si muove lungo la strada segnata da figure come Alba Florio (Scilla, 1910 – Messina, 2011), poetessa calabrese sottostimata dalla critica “togata” (ed oggi, purtroppo, quasi dimenticata), scoperta nel suo reale valore poetico da Antonio Piromalli, che, non a caso, ha voluto assegnare, nel 1993, alla Liuzzo proprio il Premio intitolato all’illustre conterranea. La Giuria era costituta, in quell’occasione, da autorevoli studiosi: oltre a Piromalli, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Lucio Pisani, Toni Iermano. Lo stesso Piromalli ha incluso la Liuzzo nella sua monumentale Letteratura calabrese, procedendo, in tal modo, ad un’attività di storicizzazione e classificazione della sua opera.

Ai caratteri della «poesia solitaria e drammatica» (la definizione è di Piromalli) della Florio sembra proprio ispirarsi Maria Teresa Liuzzo nei suoi versi e anche, per quel che ci riguarda più da vicino, nei due romanzi in questione. Protagonista di questi ultimi è una bambina, Mary, che già all’età di cinque anni scrive poesie e vive in una dimensione poetica la sua tragica esistenza, contrapponendo questa ricchezza interiore a un mondo cinico e crudele, che è quello del paese calabrese in cui è nata ed è costretta a vivere, ma è anche quello familiare, che rappresenta una sorta di «microcosmo» nel quale si riproducono tutte le brutture del «macrocosmo», costituito, per l’appunto, dall’ambiente sociale paesano.

Maria Teresa Liuzzo rinuncia programmaticamente al mito, coltivato dal suo conterraneo Corrado Alvaro, di una «necessaria realtà contadina ricca di valori» (Antonio Piromalli) e descrive il mondo paesano in tutta la sua istintiva violenza, nella sua brutalità, primitività e bestialità, quasi fosse una proiezione della dimensione del «selvaggio», del barbarico, dell’irrazionale, presente, secondo il Vico, lungo il percorso esistenziale dell’umanità. La scrittrice si discosta dalla rappresentazione idillica del mondo contadino che ha nutrito tanta letteratura, non solo meridionale, accostandosi, per converso, ad opere che sono espressione di altre aree geografiche, come Paesi tuoi (1941) di Cesare Pavese e La malora (1954) di Beppe Fenoglio. Ricordiamo, in particolare, che nel citato romanzo pavesiano il protagonista, Talino, ha un rapporto incestuoso con la sorella Gisella e la uccide piantandole un forcone nella gola. Tutto il mondo contadino langarolo descritto da Pavese in Paesi tuoi, così come quello de La malora fenogliana, è dominato da una cieca violenza istintiva e primordiale.

Lo stesso accade nei due romanzi della Liuzzo, a partire dal primo. Mary si trova a vivere in una famiglia dissestata, nella quale il padre non fa altro che dilapidare il patrimonio. Su di lei, a cinque anni, ricade la responsabilità di crescere i fratelli più piccoli. Si trasferisce presso parenti e qui subisce ogni tipo di violenza fisica e morale. Trova un’alternativa alla società belluina da cui è circondata nella poesia e nella religione. Lei stessa rappresenta, pur essendo una bambina, alternativa etica a quel mondo. Troviamo, dunque, nei due romanzi della «trilogia» sinora usciti quella dimensione della «moralità» (Antonio Piromalli) che caratterizza la letteratura calabrese nelle sue forme migliori, ma questa moralità non è quella collettiva, immaginata da Saverio Strati come componente fondamentale del mondo del lavoro, che, facendo leva su di essa, si autocandida a soppiantare il sistema di potere e di sfruttamento esistente in una Calabria semi-feudale dominata dal padronato, che disconosce i diritti elementari dei lavoratori, bensì la moralità individuale, che la piccola Mary ritrova dentro di sé. Una moralità che è, per l’appunto, individuale, ma non privata, in quanto la bambina, e poi la ragazza, nel prosieguo della trama narrativa e nel passaggio al secondo romanzo della «trilogia», propone di fatto, con gli stessi comportamenti, questa sua dimensione etica come esempio da seguire a tutti gli altri. La «religiosità» di Mary è in linea con quella oggi portata avanti, con spirito «neofrancescano», da papa Bergoglio, che invita l’umanità intera a fare proprio il messaggio del «santo poverello» di Assisi per cambiare in meglio la società, seppur facendo leva non su strumenti di lotta politica e sociale, bensì di natura etica. E qui l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo finisce per saldarsi con la letteratura religiosa che, all’insegna del «neofrancescanesimo» di Bergoglio, sta facendosi lentamente strada, attraverso poeti e scrittori come Elena Bartone, anche lei calabrese (trasferitasi al Nord per motivi di lavoro, ma orgogliosa delle proprie radici), anche lei tenuta ingiustamente ai margini del mondo letterario “ufficiale”, anche lei autrice di una «trilogia», questa volta in versi, dedicata a San Francesco: Francesco, nel silenzio (2015); Apostrofi di gioie sovrumane (2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (2021). Questo filone va tenuto sotto osservazione dai critici più avveduti, perché, nell’ambito della sterilità generale della letteratura italiana contemporanea, assieme a quello dei «poeti operai» (Fabio Franzin, Matteo Rusconi), è tra i pochi veramente fecondi, gravidi di presente e, ancor più, di futuro.

La religiosità di cui è portavoce Maria Teresa Liuzzo, attraverso il personaggio letterario di Mary, è quella popolare, una religiosità elementare, ma fortemente sentita, radicata nell’«io», che ha lontane scaturigini, ctonie ed ipoctonie, nell’animo delle persone buone, che, di fatto, costituiscono un’alternativa etica al «mondo vile ed infernale» (per dirla con Cesare Pavese) che le circonda. E’ stato osservato da una parte della critica il legame che esiste nei romanzi della Liuzzo tra religiosità e sentimento poetico che fa da sfondo, nonostante si tratti di opere in prosa. Il legame tra religione e poesia non è casuale, rimonta nei secoli, ed è proprio della cultura popolare. Giuseppe Bonaviri, in un’intervista, ha ricordato che al suo paese, Mineo, c’era una rocca, chiamata la «Pietra della poesia», davanti alla quale nei secoli si incontravano i poeti popolari per recitare i loro versi. Bonaviri dice che si tratta di uno dei luoghi «mitici» in cui il mondo terreno è collegato a quello sotterraneo, dal quale promanano onde gravitazionali che generano benessere spirituale per gli uomini (e ispirazione poetica), tanto che in questi luoghi spesso sorgono i templi o le chiese.

Certo l’opera letteraria di Maria Teresa Liuzzo dimostra abilità tecnica, conoscenze “professionali”, capacità di usare le regole della «narratologia», di procedere alternando «prolessi» ed «analessi», di intrecciare i piani narrativi, pur nell’ambito di un andamento perlopiù paratattico, ma al fondo sta questa religiosità pura, semplice, espressione di poesia spontanea, cristallina, limpida, che è radicata nell’animo popolare e che ha una dimensione «mitica», che sprofonda nel «mistero».

Vogliamo, infine, evidenziare lo spessore psicologico di cui l’autrice ha dotato il personaggio di Mary, che le ha permesso di non rimanere prigioniera del «bozzettismo», che rappresenta un limite a cui non ha saputo sottrarsi lo stesso Corrado Alvaro, al pari di tanti altri scrittori meridionalisti e regionalisti, in quanto quello che viene considerato il suo capolavoro, Gente in Aspromonte (1930), risente del «naturalismo», per l’appunto, bozzettistico che inficia la letteratura «realistica» italiana degli anni Trenta del Novecento, al quale ha saputo, per converso, porre rimedio, nelle sue forme migliori, il «neorealismo» letterario dell’immediato secondo dopoguerra, anche per la sua capacità, in autori come Pavese, di innestare il «mito» sul ceppo della «realtà» (Enzo Siciliano).