:: DOMENICO PISANA: “NELLA TRAFITTA DELLE ANTINOMIE” a cura di Antonio Catalfamo

13 gennaio 2022 by

Franco Ferrarotti ci ha avvertito ripetutamente della perdita progressiva di ruolo, di prestigio, di significato a cui è andata incontro la parola, spodestata dall’immagine nel passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La parola è essenziale per il discorso razionale, intersoggettivo, analitico. L’immagine è seducente, sintetica, a volte ipnotica. I mezzi di comunicazione elettronica, oggi dominanti, vivono di immagini, che, sebbene suggestive, accattivanti, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Ferrarotti ha evidenziato le gravi conseguenze di tutto ciò:

«Sarà allora, inevitabilmente, destinato a trionfare il disordine teoretico, miscellaneo e gratuito, l’illusione che spontaneità ed autenticità si corrispondano, premessa del confusionarismo pratico e della caduta di ogni vincolo logico, dal principio di non contraddizione alla “consecutio temporum”» (La parola e l’immagine, Solfanelli, Chieti, 2014, p. 73).

Il rischio è che nessuno sappia più ragionare in termini logici, che si giunga ad una confusione delle idee, al caos linguistico, a una notte in cui tutti i topi sembrino bigi, in cui non si riesca più a capire chi ha ragione e chi ha torto: insomma a una nuova Babele. In più l’immagine schiaccia la realtà sul presente, cancella la memoria, che non è più utile esercitare, perché si presuppone che sia tutta ben custodita “in salamoia” nella scatola del computer. Assistiamo, dunque, ad un assalto subdolo alla memoria, dall’«interno»: nel momento stesso in cui si finge di volerla potenziare con il ricorso alla tecnologia in realtà la si svilisce, la si devitalizza, oscurando «il sottile, meandrico processo in base al quale il passato ridiventa esperienza presente» (ivi, p. 72). Ma, osserva Ferrarotti, «senza la memoria l’essere umano si svuota; emergono gli uomini di paglia, gli uomini vuoti, gli “hollow men”, che il poeta (T. S. Eliot) ha previsto oltre mezzo secolo fa: caracollanti, disorientati abitatori della “terra guasta”, della “west land”. La memoria nasce invece dall’incontro fra cielo e terra, e proprio la terra, Gea ‒ racconta la mitologia classica ‒ giace per nove notti con Zeus e sono così procreate le nove Muse, di cui la memoria, Mnemosúne, è la primogenita» (ivi, p. 74). La memoria ha, infatti, in sé qualcosa di prodigioso, di soprannaturale, condensa in sé l’umano e il divino, e, perciò, non può essere archiviata in una scatola, seppur tecnologica, ma passiva, che non è in grado di riflettere, di ragionare, di assumere un atteggiamento critico o autocritico.

Questi scenari apocalittici si sono concretizzati in una raccolta poetica di Domenico Pisana: Nella trafitta delle antinomie, Edizioni Helicon, Arezzo, 2020. L’autore è un personaggio poliedrico: teologo formatosi, fra l’altro, presso la Pontificia Università Lateranense, docente di religione nelle scuole, poeta, scrittore, saggista e critico letterario, giornalista, presidente del Caffè Letterario “Salvatore Quasimodo” di Modica. Questa sua cultura “prismatica” emerge in maniera dirompente dalla presente raccolta poetica, che presuppone, per l’appunto, profonde conoscenze storiche, politiche, letterarie, teologiche. A dominare la scena è il caos linguistico della società italiana (e non solo) attuale:

«Le lingue incespicano / su simboli sbagliati / aumentando l’infelicità del mondo, / a questa ora in cui più forte / ogni popolo ‒ forse ‒ dà nomi errati alle cose / implorando la sera della tirannia / che le stelle fuggono e rischiarano» (Le lingue incespicano, ivi, p. 15).

Siamo giunti alla Babele linguistica diagnosticata con acutezza d’analisi da Ferrarotti:

«Il Paese piega su Babele / e già s’avvelenano le lingue nelle / loro parole infette e la brezza estiva / si dilegua e già avanza l’ora del pianto / e l’odore dei morti» (Il paese piega su Babele, ivi, p. 31).

E ancora:

«Viviamo di pensieri che non sono Parola, / si contano sillabe, suoni e insulti / si plagiano bellezze, costruiscono gabbie / si appicca il fuoco, si colorano le nuvole, / diventano amore, odio, inferno e paradiso. // Bruciano parole per reggere tesi, costruire / castelli con muri di cinta, frugare / nell’anima di uomini soli, si ergono sepolcri / e accendono fiaccole, sono lame e carezze, / miele e fiele, rose e spine» (Pensando di cambiare, ivi, p. 41).

Questo “neo-lalismo” (per recuperare un termine gramsciano), questa patologia del linguaggio, assume forme diverse, ad esempio forma dicotomica o “antinomica” (da qui il titolo della raccolta), di “doppia verità”, buona per tutti gli usi, specie ad opera dei politici, che sogliono parlare con “lingua biforcuta”. Un esempio eclatante dell’ “inquinamento linguistico” che ormai domina la scena politica in Italia è costituito dal solito rituale delle manovre finanziarie, che dovrebbero risolvere i problemi della povera gente, mentre in realtà producono l’effetto di rendere i ricchi sempre più ricchi, in un Paese in cui il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e l’altro 90% deve dividersi il rimanente 30% (Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 41):

«Di manovre lo stivale ne ha calzato diverse, / ora nell’ombra, ora nella luce, ora nei chiaroscuri / della notte, E siamo ancora qui: con poveri / più poveri e ricchi più ricchi. Una volta popolo, / poi popolino, ora populismo, si attende qualcuno / che faccia piazza pulita: forse il tempo / vedrà populocrati suonare la cetra fra i banchi / dei Palazzi e dipingere il quadro del paese. / […] Gli accordi dell’aula, il suono dell’odio, / l’urlo dei giusti e degli ingiusti, la muraglia / che respinge lo tsunami di parole, tutto è squallida / icona d’un paese che non c’è, di un logos smarrito, / di una virtù che cede il passo a ragnatele impenetrabili» (Manovre sopra lo Stivale, in Nella trafitta delle antinomie, cit., p. 36).

Un altro esempio è rappresentato dalle riunioni internazionali, con i capi di Stato e i ministri delle grandi potenze e degli alleati subalterni, che fingono di decidere, in una macabra messinscena, ma, alla fine, lasciano tutto insoluto, speculando sulle disgrazie dei poveri del mondo, che muoiono in mare oppure lungo gli altri pericolosissimi percorsi delle migrazioni forzate:

«Erano addormentate, stamani, le luci dell’alba / al vedere il Tavolo a 28 discutere con l’arguzia, / la malizia di maschere sul palco a recitare la parte: / un rude masaniello le aveva costrette nella notte / a stare di fronte per scrivere il tutto e il nulla» (La favola di Dublino, ivi, p. 30).

Sembra essersi realizzato quel «ritiro» di Dio dal mondo terreno pronosticato qualche secolo fa da Durkheim:

«Vedo le lacrime di Dio nell’oscurità del giardino, / il suo pianto che irrompe nel silenzio d’angelici uomini, / il dolore del padre su cui sbattono / occhi livorosi e pietre di violenza. // Cerco la torcia per rimanere umano, non voglio che Dio / si dimetta per sottrazione di luce. Rinuncio all’albero / del giardino ove gli angeli mi tentano a diventare dio» (Le lacrime di Dio, ivi, p. 21).

E, invece, secondo Domenico Pisana, è necessario il ritorno di Dio, il ritorno del Verbo, attraverso la poesia e i poeti, «artigiani del verso, profeti di parole che sognano / l’umano, amano l’umano, vogliono l’umano» (La verità è nel tanfo delle paludi, ivi, p. 32). Il poeta è, dunque, «fragile costruttore di sogni», «un uomo che cammina controvento attaccato / al filo di speranza che vince la disperazione» (Sono solo un uomo, ivi, p. 42). Acquista qui concretezza la religiosità nuova di papa Francesco, che non dev’essere invocazione egoistica della propria salvezza personale, bensì forma d’intervento nella realtà per cambiarla, a vantaggio di tutti, partendo dai poveri e dai diseredati, alimentando la speranza, che, secondo David Maria Turoldo, è, tra le virtù teologali, la più importante: perderla significherebbe la fine dell’umanità. E, allora, è necessario il ritorno alla «lingua di Dio», cioè alla lingua della misericordia, della solidarietà, dell’aiuto e dell’emancipazione dal bisogno del prossimo:

«Hablamos, ritorniamo a parlare la lingua di Dio / vero, a respirare le voci dell’aria con gli occhi / illuminati dall’amore, fermare le falci che vogliono / tagliare le radici antiche del pioppo. / Comincia tu, terra madrilena che temi la scissione, / Europa che parli d’unione stringendo la bocca; / prosegui tu, mia Italia, terra di poeti e romanzieri, / di artisti, musicisti e bellezze maestose, che soffri / di rancori distesa come un manto di menzogne / sopra il mare inquinato dall’olio di antiche ideologie. // Hablamos, parla tu, barca di Pietro invasa dalle onde, / lascia il canto di voci stonate e spargi il profumo / nella notte con parole di Luce che aprono le tombe, / con spighe di grano che saziano la fame, parole di fede / che riempiono di speranza i giardini dell’anima. // Hablamos, parliamo, tutti noi emigranti ed esiliati / nel campo dei sospetti, nella terra globale ove / voliamo come uccelli, senza volare nel sogno / dell’unione e dell’amore, liquidi tra nubi grigie / nel mare della solitudine, foglie bagnate di tristezza» (Hablamos!, ivi, pp. 44-45).

E’ necessario, infine, quel «ritorno all’uomo» che Cesare Pavese, dalle colonne de «L’Unità» di Torino invocò, il 20 maggio 1945, subito dopo la Liberazione, contro gli effetti disumananti prodotti dalla dittatura fascista, contro l’inquinamento delle parole che la propaganda demagogica del regime mussoliniano aveva determinato, auspicando un ritorno al significato primigenio delle parole stesse, alla loro aderenza alla realtà vera, come nocciolo alla polpa, perché poveri uomini, come noi, attendono quelle parole di conforto, di speranza, di cambiamento sociale, e non pronunciarle significherebbe tradirli. Questo «ritorno all’uomo» deve passare in Italia attraverso un ritorno allo spirito della Carta costituzionale, che Domenico Pisana così celebra nel settantesimo anniversario della sua entrata in vigore:

«Uomini e poche donne lasciarono boscaglie, rivissero / nell’aula i brividi degli obici e gli occhi videro balconi / di democrazia negli articoli bagnati dal sudore / del confronto nelle notti del parto approdato all’unità. / […] Sei bussola che riluce nel grigiore / dei palazzi e nell’oscuro spineto della corruzione; / non sei immortale ed immutabile, ma non voglio / che fazzoletti ti coprano la faccia, né tarme e tignole / corrodano latenti e silenziose il fiore che a 70 anni / in te ancora brilla e vive» (Sei bussola che riluce nel grigiore, ivi, p. 62).

E, assieme alla Carta costituzionale, è necessario che ritorni (per riprendere la felice definizione di Ferrarotti) la «civiltà del libro», che, nei secoli, anzi nei millenni, ha stimolato l’uomo a riflettere, su se stesso e sul mondo, ricavando da quest’analisi razionale i veri valori:

«C’è il libro, diletta compagna / distesa ai miei occhi / a un tramonto che non ardisce distrarci. // Ha il sapore di miele la Parola increata / Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco, / negli scaffali dorme l’umanesimo / ed il presente lo invoca tra polvere di stelle; / e ogni parola, pensiero e sentimento / che noi beviamo nel silenzio della sera / rende liquida la stessa aria, / la stessa discesa della notte / che ci sorprende con gli occhi aperti / a scrutare pagine su pagine» (C’è il libro, diletta compagna…, ivi, p. 56).

E l’«umanesimo», come ha scritto Cesare Pavese («La Rassegna d’Italia», 5 maggio 1949), «non è una poltrona» su cui adagiarsi, un qualcosa di acquisito una volta per tutte, ma continua ricerca, che va alimentata ogni giorno con pazienza e nuovi valori sani, in linea di continuità con quelli antichi, stabilendo l’armonia necessaria tra i vari tempi della storia: passato, presente, futuro.

Sono quelle di Domenico Pisana parole semplici, limpide, che attendevamo da tempo e finalmente sono arrivate, restituendoci la poesia della vita, l’unica che merita di essere realizzata.

Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku, Richard Lloyd Parry, Exòrma, 2021 A cura di Viviana Filippini

13 gennaio 2022 by

«Nello tsunami, tutto ciò che era bianco divenne nero». Sono passati 11 anni da quell’ 11 marzo 2011, quando un gigantesco Tsunami si abbatté sulla costa nord-est del Giappone devastando la regione del Tohoku e causando più di 18.500 vittime. Oggi “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku”di Richard Lloyd Parry, edito da Exòrma, ci racconta quello che accadde prima, durante e dopo l’arrivo di quella imponente massa di acqua le cui onde arrivarono ad avere un’altezza pari a 36 metri. Quello che restò in seguito al passaggio del tremendo tsunami furono morte e distruzione. Poi c’erano i feriti e i vivi che cominciarono una ricerca dei dispersi, nella speranza, in molti casi vana, di trovare vivi i propri cari. Tante sono le storie di mogli alla ricerca dei mariti, di mariti in cerca delle mogli, di figli in cerca degli anziani genitori e di quei genitori coinvolti nella disperata ricerca dei propri figli usciti per andare a scuola e non più tornati. Una ricerca di giorni, settimane, mesi e anni che, in alcuni casi portò al ritrovamento dei resti, spesso irriconoscibili, dei propri cari mentre, in altri casi, la ricerca non portò a nessuno ritrovamento e a nessun corpo su cui piangere. Quello di Richard Lloyd Parry, dal 1995 corrispondente a Tokyo per «The Times», non è un romanzo, ma è un vero e proprio toccante reportage nel Giappone distrutto e colpito dallo Tsunami. Per fare questo, Loyd ha viaggiato per sei anni andando nel centro delle comunità ferite e dissolte, nel Tohoku, la periferia a nord orientale del Giappone. Un luogo lontano, un mondo dove i legami con il proprio passato sono molto forti e dove oggi si respira ancora un’atmosfera di una profonda spiritualità arcaica. Pagina dopo pagina, l’autore cerca di mettere assieme i tasselli un grande dramma umano che non solo colpì un intero Paese, ma che cambiò la vita e distrusse l’esistenza di molte famiglie. Loyd dal contesto generale si concentra infatti su quanto accaduto nella scuola elementare di Okawa, una piccola comunità vicina alla foce di un fiume e lo fa conoscendo e confrontandosi con gli abitanti della zona e ascoltando le loro storie. A Okawa furono molti coloro che non tornarono più a casa, anziani, giovani e bambini spazzati via dalla furia dell’acqua diventata indomabile. “Fantasmi dello tsunami. Nell’antica regione del Tohoku” Richard Lloyd Parry ricostruisce e porta il lettore dentro i drammatici fatti del 2011. Lo fa in modo attento, minuzioso, ma quello che emoziona e fa riflettere sono le parole delle singole persone (madri come Nagano) che raccontano il proprio vissuto e di come una grande onda lo spazzò via per sempre. Un mettersi a nudo che evidenzia quanto sia importante coltivare i propri affetti e quanto il destino e la vita siano imprevedibili e precari. Traduzione di Pietro Del Vecchio.

Richard Lloyd Parry è corrispondente dall’Asia per «The Times» e scrittore. Nato nel 1969, ha studiato a Oxford. Ha raccontato storie da ventuno paesi, tra cui Iraq, Afghanistan, Indonesia, Timor Est, Corea del Nord, Papua Nuova Guinea, Vietnam, Kosovo e Macedonia. Suoi scritti sono apparsi anche sulla “London Review of Books” e sul “New York Times Magazine”.

Source: ricevuto dal recensore.

:: Episodio increscioso – Ispirato a una vicenda reale di Laura Sciacca

12 gennaio 2022 by

EPISODIO INCRESCIOSO
Ispirato a una vicenda reale


Questo breve dramma teatrale si ispira a una storia vera. È impostato su una serie di monologhi che i vari personaggi recitano uno alla volta al centro del palcoscenico illuminato da una sola luce diretta sul personaggio. Tra un monologo e l’altro la luce si spegne lasciando per un attimo il teatro al buio. In ultimo parla la professoressa Aranzulla, nuda tranne che per gli occhiali e dei semplici drappi bianchi che le coprono le parti intime e il seno.

Da “La Sicilia” 23 gennaio 2020
“Un fatto increscioso si è svolto ieri presso la scuola media “Rodari” di XXX in provincia di XXX: un’insegnante si è avventata contro un alunno colpevole di non aver studiato la lezione assegnata, picchiandolo ripetutamente in viso e sul tronco, provocando nel malcapitato ragazzo un forte shock. Richiamati dalle urla dei compagni i collaboratori scolastici sono prontamente intervenuti per evitare ulteriori maltrattamenti e hanno avvisato il Dirigente scolastico e i genitori dell’allievo, il quale, subito
visitato dai solerti medici del Pronto Soccorso, pare non abbia subito danni permanenti, anche se rimane tuttora in osservazione. L’insegnante, sorda ai richiami del DS, dovrà ora vedersela con una denuncia presentata dai genitori dello studente ed è stata sospesa dal servizio per un tempo indefinito.”

Il Dirigente scolastico
“Sono davvero allibita di fronte al comportamento della docente Carmela Aranzulla. Ho subito provveduto a richiamarla e sospenderla dal servizio per tutelare gli altri studenti della scuola. Evidentemente la professoressa, ormai arrivata alle soglie della pensione, vive dei forti disagi emotivi e data l’età ha difficoltà a relazionarsi con le nuove generazioni, cose che la rendono ormai inadatta all’insegnamento. Mi auguro che nel periodo di sospensione dal servizio abbia modo di riflettere sul proprio operato e possa affrontare con dignità il processo. Al suo posto è stata già nominata una supplente, la quale potrà stabilire un clima di serenità nella classe e portare i ragazzi agli esami di licenza media. Noi tutti ci auguriamo che Giuseppe possa presto tornare in classe e dimenticare questo episodio che lo ha tanto scosso, proseguendo la sua carriera scolastica con successo.”

Una docente della scuola
“Carmela la conosco poco, è sempre stata una persona più che riservata, direi chiusa, dal carattere scontroso, anche nei confronti dei ragazzi. Mai un sorriso, una battuta simpatica, dicono. Certo io la conosco poco, non mi permetterei mai di giudicarla, però… di certo non era amata. Picchiare un alunno, poi! A una certa età si dovrebbe stare a casa a riposare e curare nipoti se non si è capaci di tenere la classe. È già faticoso per noi insegnanti giovani stare dietro alle continue esigenze di alunni e genitori per non deludere nessuno e mantenere viva l’attenzione dei ragazzi, così distratti, così vivaci.
Se la chiamerò? No, non credo. Vi ho già detto che la conosco poco e poi non saprei cosa dirle. Sarà meglio per lei rimanere lontana dalla scuola fino alla pensione, sarebbe oltraggioso presentarsi qui dove ha lasciato ben pochi ricordi positivi, credo che nessuno la saluterebbe neppure.”

Il collaboratore scolastico
“ A timpulate u pigghiau? Fici bonu! Ci resi chiddi che i so genitori non ci resunu mai! Avi tri anni ccà stu carusu ci rompe i cosiddetti a tutti, prufissuri, cumpagni e a nuautri collaboratori. Su era me figghiu ciava rumputu a testa!
A iddu e a mezza scola, tantu su vastasi sti carusi di oggi.1”

1 “L’ha preso a schiaffi? Ha fatto bene! Gli ha dato gli schiaffi che i suoi genitori non gli hanno mai dato! Sono tre anni che questo ragazzo rompe le scatole a tutti, professori, compagni e noi collaboratori. Se fosse stato mio figlio gli avrei già spaccato la testa! A lui e a mezza scuola, tanto sono maleducati i ragazzi di oggi!

La madre rappresentante di classe
“Questo gesto orribile era prevedibile! Fin dall’inizio dell’anno i nostri poveri ragazzi sono stati costretti a subire le vessazioni dell’insegnante di italiano: una severità fuori luogo, moltissimi compiti a casa, interrogazioni a sorpresa, pretese assurde in classe (che nessuno si alzasse mai o scambiasse una parola coi compagni), lezioni noiose, esposte in una maniera obsoleta, non in linea con le nuove direttive ministeriali che noi mamme siamo andate a spulciare e quando abbiamo gentilmente fatto presente all’insegnante la necessità di adeguarsi ad esse ci siamo sentite rispondere con insolenza “L’insegnamento è libero.” Ci siamo rivolte al Dirigente scolastico per far valere i nostri diritti, ma nessun richiamo ha raggiunto il suo scopo. Il povero Giuseppe è stato vittima di richiami verbali da inizio anno e ieri ha subito perfino delle percosse! Noi genitori manifestiamo piena solidarietà a lui e alla famiglia, la quale giustamente ha dovuto sporgere denuncia e ci auguriamo che la nuova insegnante sappia fare il suo mestiere per permettere ai nostri figli una crescita sana e armoniosa.”

Uno studente della classe di nome Davide
“Ieri ero seduto al primo banco e ho visto tutta la scena. La prof ha chiamato alla cattedra Giuseppe per interrogarlo, come gli aveva detto il giorno prima, anche se lui, come al solito, se ne era fregato. Il libro di italiano neanche ce l’ha o se ce l’ha non lo porta a scuola. Sta sempre a chiaccherare e quando i professori lo richiamano, ride. Anche ieri durante l’interrogazione faceva il buffone, senza provare a rispondere alle domande semplicissime della prof.
A un certo punto lei ha alzato la voce, chiedendogli di smetterla di fare ridacchiare, diceva che in terza media non si può arrivare in quelle condizioni e doveva provare a impegnarsi se voleva essere promosso. Lui invece di scusarsi ha iniziato a dire ad alta voce delle cose bruttissime alla prof del genere “Zitta stupida vecchia, vaff…etc.”. Lei l’ha preso dalle spalle e l’ha scrollato, dicendogli: “Calmati Giuseppe, stai esagerando!” e lui a quel punto urlando come un matto si è buttato per terra come se la prof l’avesse pugnalato a morte, ma tutti abbiamo capito che esagerava apposta. Sono arrivati i bidelli, è arrivata pure l’ambulanza. La Aranzulla era bianca in viso, immobile, non riusciva a fare nulla, mentre i compagni si alzavano in piedi, facevano quello che volevano, la preside le urlava contro, i bidelli andavano in giro per tutta la scuola a raccontare le cose a modo loro. Io penso che la Aranzulla sia severa, ma giusta. Dal primo giorno ha provato a insegnarci tante cose, non manca mai, ci fa dei discorsi su come diventare persone adulte in gamba. Altri insegnanti sono più simpatici, però poi con loro a sempre a finire che ce ne approfittiamo e lezione se ne fa poca, si fa solo casino.”

I genitori di Giuseppe
“Il bambino mi ha toccato sta strega! Guai a chi me lo tocca! Ora chiamo a suo padre, a costo che mi risponde quella stronza che gli riscalda il letto!
Sono sei mesi che non vede a suo figlio, manco una telefonata gli fa. Qua, davanti a voi gli chiamo! Prende il cellulare .
– Pronto, Saro! –
– Ccu si? – Voce maschile fuori campo, assonnata, semi ubriaca
– Saro, Angelina sono! –
– Cchi voi? –
– Vedi che quella stronza della professoressa di italiano ha preso a tumpulate a tuo figlio! –
– Cchi fici?! –
– Si, si davanti ai sò cumpagni! Aiutati a veniri a scola che dobbiamochiamare i carabinieri! Curri! –
– Stai vinennu. Ma unni fussi sta scola? 2-

2 – Pronto, Saro? – Chi sei? – Saro, sono Angelina! – Che vuoi? – Quella stronza della professoressa di italiano ha preso a schiaffi tuo figlio! – Che ha fatto?! – Si, si e davanti ai suoi compagni. Sbrigati a venire a scuola, dobbiamo chiamare i carabinieri! Corri! – Sto arrivando. Ma dove sarebbe questa scuola? -Ora cosa farò? Me lo chiedo anche io.

La professoressa Carmela Aranzulla
“Mi chiamo Carmela Aranzulla, ho 69 anni, insegno da quasi 35 anni. La mia carriera è iniziata presto, ho sempre saputo che il mio lavoro sarebbe stato questo. Fin da ragazza amavo l’idea di trasmettere agli altri il mio amore per la letteratura e forse ancor di più l’idea di suscitare nei ragazzi curiosità per il sapere in senso lato, il piacere di leggere una poesia e farsi affascinare dal suono delle parole, di leggere un romanzo e lasciarsi trasportare in mondi lontani, inaccessibili altrimenti. Credo di aver lavorato in almeno venti scuole sparse per la provincia, tra mare e montagne, prima di entrare di ruolo e stabilirmi nella scuola dove insegno ancora adesso, anzi insegnavo fino a ieri. Sono stata sospesa dal servizio, buttata fuori senza appello per…per cosa? L’ho preso per le spalle quel ragazzo, sì l’ho scrollato, è vero. In quel momento avrei voluto urlargli contro tutta la sua maleducazione, a lui e ai suoi compagni, insopportabili da inizio anno, ma non l’ho fatto, il mio gesto era controllato, la mia rabbia contenuta. Sono certissima di non avergli fatto alcun male. Eppure lui si è comportato come se l’avessi picchiato a sangue; non so fino a che punto arrivi in lui la consapevolezza nel suo gesto, però mi ha rovinata. Lo guardavo attonita contorcersi, incapace di far qualcosa. Sono tornata a casa come uno zombie dopo aver subito, senza proferire una parola, i rimproveri della preside e dei genitori di Giuseppe. Sapete ciò che mi ha fatto più male? I rimproveri? No, no. Due cose: il silenzio colpevole dei compagni di Giuseppe: hanno visto come si è svolta la scena realmente, eppure, che io sappia, nessuno ha detto una parola per riferire la verità. Loro però li giustifico, sono ragazzi, sono piccoli e immaturi, specchio delle proprie famiglie. Li viziano in maniera esagerata, giustificandoli sempre e temo, facciano così solo il loro male. Li vedo crescere deboli e svogliati. A 13 anni bisogna sapersi prendere un minimo di responsabilità delle proprie azioni, altrimenti la società ha fallito il proprio compito. L’altra cosa? Gli sguardi dei colleghi mentre passavo lungo il corridoio per andare via. Sguardi vacui, venati di cupa rassegnazione, mentre le classe dietro di loro pochi secondi dal loro allontanarsi dalla cattedra era già incontrollabile. A scuola non ho voglia di tornare
neanche per svuotare il mio cassetto. Attenderò il processo durante il quale potrò esporre le mie ragioni e certamente avere il giusto riscatto e dopo arriverà la pensione. Penso che non sentirò la mancanza del lavoro: già da qualche anno era reso sempre più difficile da burocrazia e continue esigenze di genitori e alunni. Auguro ai miei allievi di crescere bene, di diventare persone con la P maiuscola. Buio. Un attimo dopo le luci si riaccendono sul palcoscenico vuoto.


Voce fuori campo: Il 10 luglio si svolse il processo. Alla professoressa Aranzulla vennero dati pochi minuti per esporre la propria versione dei fatti.
Non avendo trovato testimoni in sua difesa ed essendo stata l’accusa molto convincente nel portare diverse prove a suo carico, la professoressa venne condannata.
Venne ritrovata qualche tempo dopo impiccata al lampadario di casa sua.
Gli alunni della III B fecero esami in giugno, concludendo il primo ciclo di istruzione tutti coi massimi voti, compreso Giuseppe.

Voce dell’autrice fuoricampo: “Quando feci leggere ad alcune persone a me vicine la prima stesura di questo breve dramma, giunsero tutte alla stessa conclusione: gli era piaciuto, però gli sembrava davvero troppo triste, angosciante. Non sopportavano la disfatta della professoressa che aveva dedicato la vita alla scuola e la visione negativa del sistema scolastico, pur riconoscendo come fortemente realistico il contesto. Forse erano troppo abituate ad aspettarsi da me finali a lieto fine o forse, davvero era necessario lasciare una pur minima speranza per il futuro. E così mi sono rimessa gli occhiali rosa e ho scritto un doppio finale, nel mio stile e di pura fantasia. Scegliete quello che preferite.”


Il 10 luglio si svolse il processo. Alla professoressa Aranzulla vennero dati pochi minuti per esporre la propria versione dei fatti. Non avendo trovato testimoni in sua difesa ed essendo stata l’accusa molto convincente nel portare diverse prove a suo carico, la professoressa venne condannata.
Gli alunni della III B fecero esami in giugno, concludendo il primo ciclo di istruzione tutti coi massimi voti, compreso Giuseppe.

Sul palcoscenico sta la professoressa Aranzulla sola, vestita in maniera dimessa. Dal soffitto pende una corda che finisce con un cappio. Laprofessoressa sta per metterselo al collo, quando squilla il telefono di casa. Sospira e va a rispondere mesta senza lasciare il cappio.


– Pronto prof? Buongiorno, sono Davide, si ricorda di me? La disturbo? –
– Davide?! – risponde incredula gettando la corda di lato – Certo che mi ricordo, come stai? Come sono andati gli esami? – improvvisamente piena di vita.
– Bene, soprattutto il compito di italiano, sa? Anzi l’ho chiamata proprio, perché vorrei farglielo leggere. Il titolo è “Il valore dell’amicizia” . –
– Mi farebbe molto piacere leggerlo! A tal proposito, perché non vieni a trovarmi ora che sei libero dalla scuola? Magari domani pomeriggio intorno alle 17? –
– Va bene! –
– Abito in via Trieste n. 12, primo piano. –
– Ci sarò prof! –
– Ti faccio trovare il gelato, che gusto ti piace? –
– Il mio gusto preferito è fragola extra variegata lampone con una montagna di panna montata sopra. –
– Che buffo, è anche il mio gusto preferito! Ok, a domani caro Davide. –
– A domani prof e…grazie. –
– Grazie a te, non sai quanto…-

Laura Sciacca è nata a Como, ma vive da sempre in Sicilia. È sposata, mamma di due bambini e insegna lettere alle scuole medie. Ha pubblicato L’ingrediente segretoRacconti per la famiglia e Candida e altre storie. Le piace raccontare e scrivere storie fantastiche per grandi e piccoli, sorridere e cucinare i prodotti del proprio orto.

:: La sinagoga degli zingari di Ben Pastor (Sellerio 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022 by

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista l’affascinante e tormentato Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Agosto 1942-marzo 1943. Due sono i misteri al centro di questo romanzo, complesso e difficile forse ancora più dei romanzi precedenti dell’autrice: scoprire chi ha ucciso due famosi scienziati romeni, e scoprire il significato di un sogno ricorrente in cui appare la Sinagoga degli zingari, sempre sfuggente, che oltre a dare il titolo al romanzo è anche il titolo di un’opera musicale scritta dal padre di Bora.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora, mai come in questo libro nudo difronte al lettore.

Sullo sfondo l’assedio di Stalingrado, una delle pagine più dolorose e terribili della Seconda Guerra Mondiale, descritta da Pastor con una tale dovizia di particolari e una tale sensibilità da apparirci in tutto il suo agghiacciante orrore, tanto che Bora pure sopravvivendo ne uscirà sdoppiato, una frattura insanabile infatti avverrà nella sua anima, una frattura che gli farà prendere coscienza di essere morto anche lui con i suoi uomini in quell’inferno, e che il Bora che uscirà da Stalingrado non potrà che essere l’ombra di sé stesso, un golem, un feticcio proiettato verso l’insensatezza delle fasi finali di una guerra ormai perduta. Di un mondo ormai perso per sempre, la cui condanna è il vuoto e l’annientamento.

La sinagoga degli zingari è senz’altro il più drammatico e oscuro romanzo della serie, non solo per le pagine di guerra, ma per quello scavo nella mente devastata del protagonista, andato ben oltre ai limiti umani, tra malattia, freddo, ben oltre i trenta gradi sotto zero, la paura, la disperazione.

Tra la narrazione in terza persona e le parti in prima persona tratte dai diari e dalle lettere si compone un puzzle di straordinario nitore, un affresco che ho veduto scorrere sotto i miei occhi e mi ha ricordato l’impressione che ho avuto sfogliando Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell, che vi consiglio anche se è in tedesco, è una collezione di fotografie di cui ne ricordo soprattutto una in cui un soldato con la testa fasciata in una benda macchiata di sangue si accende una sigaretta. Lo regalò mio zio a mio nonno, generale in pensione, che trascorse la Seconda Guerra Mondiale prigioniero in India degli inglesi e ricordava che di tutti i suoi colleghi quelli che furono mandati sul fronte russo non fecero più ritorno.

Una pagina di storia, un ritratto psicologico e morale di indubbia intensità, che portano un nuovo tassello nella saga di Bora, e confermano Ben Pastor come uno dei più significativi e profondi scrittori di romanzi storici ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018) e La sinagoga degli zingari (2021).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: “Non capisco questo silenzio”: Storia di un figlio. Andata e ritorno di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022 by

Secondo appuntamento della rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso e martoriato paese. Oggi parliamo di Storia di un figlio, seguito del fortunato Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari ed edito da Baldini e Castoldi.

Forse vi chiederete: era necessario dare un seguito a un libro come Nel mare ci sono i coccodrilli? Ecco se vi siete posti questa domanda la mia risposta è sì. Se il precedente libro racconta l’infanzia e il viaggio avventuroso e accidentato di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia, la sua storia non si esaurisce in quelle pagine, perchè dopo il viaggio la vita continua e dopo l’arrivo nel paese ospite le cose non diventano nè più facili, nè meno ricche di umanità, coraggio, speranza, o ostacoli, dolore, lontananza. Enaiatollah Akbari in Italia ha studiato, ha lavorato, ha trovato una nuova famiglia che l’ha ospitato, è stato avvicinato per raccogliere le sue memorie, e ha scritto assieme a Fabio Geda il suo primo libro, ha fatto presentazioni, ha imparato una lingua nuova, è andato a vivere da solo, si è innamorato, è diventato adulto. Ecco tutto non finisce con lo sbarco, quello è il semplice inizio, inizio di una nuova vita possibile grazie all’aiuto di tante persone. E non solo la vita di Enaiat è cambiata, ma anche quella della sua famiglia lontana, di sua madre, di sua sorella, di suo fratello, che il protagonista ha continuato ad amare e aiutare anche economicamente negli anni. Quando muore sua madre abbiamo un punto di svolta, un grumo di sentimenti, riconoscenza, rabbia, esplode e il ritorno in Pakistan sembra ostacolato da mille gabole, soprattutto da una burocrazia cieca e sorda al dolore che irregimenta. Ma c’è anche il coraggio dei volontari che lavorano per le organizzazioni umanitarie e aprono ospedali nei luoghi di guerra diventando le uniche briciole di speranza per le popolazioni civili così duramente provate. Non sempre riescono a salvare tutti, con la mamma di Enaiat non riescono, ma ci sono, e questo illumina di luce un buio che è davvero grande. Un pezzo di vita che si accompagna alle nostre, un monito contro i fondamentalismi, le guerre, la semplice indifferenza, scritto in modo vivace e intelligente, stile che abbiamo imparato ad amare ne Nel mare ci sono i coccodrilli. Forse in questo secondo si sente più ancora la voce di Enaiatollah Akbari, la sua rabbia, la sua delusione, la sua presa di coscienza, il suo impegno, e la sua capacità di amare chi è vicino e chi è lontano, nonostante l’Occidente l’abbia cambiato e non sia più il ragazzino di un tempo. Ma tutti cambiamo, cresciamo, maturiamo ed è giusto così.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

Una biografia a fumetti di Tina Modotti per Edizioni NPE a cura di Elena Romanello

5 gennaio 2022 by

Tina-o-Maria_coverLe Edizioni NPE propongono una nuova opera di Ivo Milazzo, ideatore del personaggio di Ken Parker per la Bonelli, dove si racconta la vita di una donna affascinante e interessante, dal titolo Tina o Maria – Riflessi di una vita.
In questa graphic novel l’autore si confronta con la vita di Tina Modotti, fotografa, femminista e attrice italiana, vissuta tra il 1896 e 1942, protagonista di tanti fermenti della prima metà del Secolo breve, morta tragicamente e in circostanze misteriose. Un progetto e un personaggio a cui Ivo Milazzo era interessato da molto tempo, quasi vent’anni.
Nelle pagine del fumetto, rivive la breve e intensa vita di Tina Modotti, che espresse la sua idea di libertà attraverso la fotografia e l’impegno civile, soprattutto in Messico dove divenne una vera e propria icona di vita, amica e amante tra l’altro della pittrice Frida Kahlo. I suoi scatti compongono le collezioni dei più importanti Musei del mondo, e al suo lavoro sono state dedicate varie mostre, anche qui in Italia. Tina Modotti visse in un perenne stato d’ansia nell’impossibilità di tornare a Udine e riabbracciare i propri familiari per il terrore di finire incarcerata, se non uccisa, a causa dell’intensa attività antifascista. Un personaggio controcorrente e ribelle, su cui si sa ancora poco, soprattutto sulle circostanze della sua morte.
Non è la prima graphic novel ad uscire su Tina Modotti, alcuni anni fa la 001 Edizioni aveva pubblicato un’opera dell’autore spagnolo Angel de la Calle, ed è senz’altro un personaggio su cui c’è e ci sarà sempre da dire. Ivo Milazzo sceglie di raccontare innanzitutto la Tina donna, e poi in un secondo tempo gli aspetti artistici e politici del suo tempo. Il volume ha la prefazione di Antonio Ricci.

:: Il mistero della Fenice d’Oro: Sotto il cielo di Pechino (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa Vol 3) di Shanmei

1 gennaio 2022 by

Torna il tenente Luigi Bianchi ufficiale piemontese al seguito della Missione Internazionale giunta in Cina per liberare le Legazioni e sedare la Rivolta dei Boxer. L’avevamo lasciato a Tient-sin in partenza per Pechino, località scelta per svernare in attesa della campagna di primavera per sopprimere le ultime resistenze dei Boxer sopravvissuti. Nel viaggio verso Pechino il tenente Bianchi sarà assalito dai Boxer e salvato da una donna misteriosa che lo curerà e lo porterà in salvo a Pechino. Dopo un periodo di convalescenza la donna di nome Mei gli chiederà aiuto nel trovare il colpevole dell’omicidio del saggio Liu Xian Dong, consigliere dell’imperatrice madre fuggita da Pechino e rifugiatasi a Xian. Il tenente Bianchi per debito di riconoscenza accetta e si mette a indagare, anche se ben presto si rende conto che la bellissima Mei di cui si sta innamorando nasconde un segreto, un segreto capace di cambiare le sorti di un impero.

Terza novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

Della stessa serie potete leggere “Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina” e “Lo strano caso del missionario scomparso“.

In piena Belle Époque un viaggio a ritroso nel tempo in un mondo perduto ma di cui giungono gli echi fino a noi.

Data di pubblicazione in ebook 25 aprile 2022, a questo link. Dopo la pubblicazione costerà 4,99 Euro.

:: Liberi di Scrivere Award dodicesima edizione – Le votazioni

1 gennaio 2022 by

Sono aperte le votazioni per il miglior libro edito nel 2021, potete esprimere il vostro voto nei commenti. E’ valido un solo voto per lettore.

I libri selezionati sono:

Ogni luogo un delitto di Flavio Troisi Autori Riuniti 2021

Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva Solferino 2021 (Voti 47)

Il Professionista. Obiettivo sconosciuto Stephen Gunn (Segretissimo Mondadori 2021) (voti 1)

La sinagoga degli zingari di Ben Pastor Sellerio

Panico di James Ellroy e Alfredo Colitto Einaudi

L’uccello nero di Gunnar Gunnarsson (Iperborea 2021) (Voti 1)

Il bambino che disegnava le ombre Oriana Ramunno (Rizzoli 2021) (Voti 24)

Il menestrello di Notre Dame di Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli

Il ritorno del Samaritano di Michele Venanzi (Marna 2021) (Voti 15)

Viaggio nel Giappone Sconosciuto di Massimo Soumaré (Edizioni Lindau 2021)

C’è tempo di votare fino alla mezzanotte di sabato 15 gennaio. Domenica 16 gennaio sarà proclamato il vincitore, e il secondo e terzo classificato. Menzione d’onore per il traduttore il cui libro otterrà più voti.

Buon voto a tutti!

:: Una raccolta di testimonianze e di documenti COMUNISTI IN PROVINCIA DI ALESSANDRIA Un libro utile alle vecchie generazioni per ricordare ed alle giovani per imparare a cura di Antonio Catalfamo

31 dicembre 2021 by

L’immagine che i giovani d’oggi possono avere, attraverso i mass-media, di quel che fu il Partito comunista italiano è quella di un esercito di “spioni” al soldo di Mosca perennemente in ascolto, dietro ogni porta, ad ogni angolo di strada, per captare notizie riservate da trasmettere ai padroni d’oltre cortina. E ancora, di una massa di individui cinici disposti ad accettare tutti i crimini commessi in nome del comunismo, debitamente equiparato al nazismo. In realtà, questi “spioni”, a conti fatti, risultavano un po’ troppi, se è vero, com’è vero, che, ad un certo punto (intorno agli anni Settanta del secolo scorso), un elettore su tre votava in Italia per il Pci, in alcune aree del Paese (le cosiddette «zone rosse» dell’Emilia Romagna, della Toscana, e di altre regioni del Centro-Nord) addirittura uno su due. Si trattava dei settori più evoluti economicamente, socialmente e culturalmente della penisola. Ma questo i giovani, in grande maggioranza, non possono saperlo, perché nessuno glielo ha detto.

Ben vengano, allora, raccolte di documenti e di memorie come quella ora pubblicata dalla Fondazione Luigi Longo con un titolo suggestivo, che invita subito alla lettura: Una lunga storia… Racconti e materiali del P.C.I. di Alessandria (Editrice Impressioni Grafiche, Acqui Terme, 2021, s.i.p.). Si tratta di testimonianze rese da militanti comunisti, operanti ai vari livelli e in varie epoche storiche, in una delle aree geografiche, quale fu, per l’appunto, quella dell’alessandrino, in cui il Pci era particolarmente presente, con punte del 40% dei consensi elettorali. Sfogliando queste pagine, si viene a formare nel lettore un’immagine completamente diversa da quella imposta dal sistema informativo e mass-mediatico dominante. Emerge un esercito di persone in carne ed ossa, ognuna con proprie caratteristiche personali ed umane, propri sentimenti, propri retroterra culturali, accomunate da una stessa ideologia politica, il comunismo, per l’appunto, ma profondamente diverse tra di loro, orgogliose della loro individualità, continuamente rivendicata. Operai e operaie di fabbrica, che spesso hanno radici familiari che affondano nella Resistenza e nella lotta di Liberazione nazionale, che combattono battaglie fondamentali per l’acquisizione di diritti economici, sociali, politici, che rappresentano una pietra miliare per l’avanzamento civile del Paese. Intellettuali di valore, che si mettono al servizio della causa, svolgendo anche compiti “umili”, come distribuire la stampa di partito o “d’area” («L’Unità», «Rinascita», «Il Calendario del Popolo», «Vie Nuove», «Noi Donne»), oppure attaccare manifesti nella notte. Uomini e donne che vanno incontro a repressioni poliziesche sanguinose, persecuzioni politiche, traversie giudiziarie, emarginazione sociale, fino alla miseria. Tutto ciò viene affrontato in nome di un ideale concreto, mai astratto, dogmatico, profondamente calato nella realtà italiana, conforme ai bisogni della gente comune, la cui emancipazione rappresenta l’obiettivo primario dell’azione individuale e collettiva. E’ stata questa la parte migliore del Paese, quella che ha dato il contributo più importante per lo sviluppo e il progresso in tutti i campi.

Sarebbe difficile dar conto, seppur riassuntivamente, di tutte queste storie. Fra l’altro, toglieremmo al lettore il piacere di scoprirle, o riscoprirle (per chi le ha condivise), personalmente. Indichiamo solamente, come emblematica di una situazione generale, quella di Adriano Icardi. Nato a Ricaldone, classe 1941, in una famiglia d’origine contadina, antifascista e di sinistra. Già il padre è consigliere comunale eletto nel suo paese in una lista social-comunista. Il fratello di Adriano, Celestino, diventa sindaco di Ricaldone nel 1980 e rimane in carica fino al 2004. Anche il Nostro s’incammina in giovane età sulla strada dell’impegno politico e culturale. Frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova, dove si laurea, intraprendendo l’insegnamento. Partecipa alle proteste operaie e studentesche del 1960 contro il governo Tambroni e contro la decisione di consentire al Movimento sociale italiano, partito neofascista, di tenere il proprio congresso nazionale proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Nel 1970 viene eletto consigliere comunale ad Acqui Terme, nelle file del Partito comunista, del quale a poco a poco diviene uno dei massimi dirigenti a livello locale e provinciale, in una lista guidata dall’avvocato Raffaello Salvatore, che diventerà sindaco da lì a poco. Diviene giovane assessore alla cultura, organizzando grandi mostre delle opere di Felice Casorati, Carlo Levi, Giorgio Morandi, Carlo Carrà e Renato Guttuso. Organizza, inoltre, per un ventennio, il prestigioso Premio Acqui Storia. Fa anche l’esperienza di sindaco di Acqui Terme, a partire dal maggio 1982, a capo di una giunta minoritaria comunista, a causa delle divisioni della sinistra negli anni del “craxismo” imperante. Nel 1992 viene eletto al Senato nella lista di Rifondazione comunista, nel collegio Acqui-Ovada-Novi, con una percentuale di consensi che lo colloca al primo posto a livello nazionale, nell’ambito del suo schieramento. Conosce anche le esperienze di consigliere provinciale, assessore alla cultura, presidente del consiglio provinciale, ad Alessandria, dal 1995 al 2009.

Un caso emblematico, quello di Adriano Icardi, di dirigente comunista d’origini contadine, il quale, nell’azione, coniuga impegno politico e culturale, contribuendo, in tal modo, al progresso complessivo della società.

La memoria racchiusa nelle pagine del volume che qui stiamo presentando è importante oggi non solo per ristabilire la verità storica su quello che è stato il Partito comunista italiano, contro l’immagine che ne viene data nell’ambito del “revisionismo storico”, ma anche per capire perché questa esperienza, così vitale e feconda, è venuta meno. Il Pci è stato sciolto, a conclusione di un lungo processo di logoramento e di crisi, che va analizzato nella sua complessità e nella sua articolazione. Tutto ciò non è avvenuto da un giorno all’altro, le matrici causali sono remote e risiedono nel modo stesso in cui il partito si è sviluppato nel corso dei decenni. E in questo processo, nelle scelte fondamentali che sono state compiute, vanno cercate le ragioni della sconfitta e dell’estinzione (o quasi) del movimento comunista in Italia. Questa analisi serve anche a capire come uscire dall’attuale “impasse” e come rilanciare tale movimento per farlo rinascere, in una vita rinnovata, però. Una riproposizione delle esperienze passate, compresi gli errori, non avrebbe senso, non gioverebbe, né sarebbe storicamente possibile.

Ci limitiamo a fornire alcuni elementi di riflessione e di valutazione. A che cosa è dovuta la crisi del comunismo a livello internazionale e nazionale? Possiamo constatare, innanzitutto, che la tensione rivoluzionaria viene meno dopo due generazioni. Così è successo nella Rivoluzione Francese, nella Rivoluzione d’Ottobre e in seno al Partito comunista italiano. La spinta propulsiva proveniente dal basso si esaurisce progressivamente e viene scoraggiata dall’apparato burocratico del partito, nell’esperienza comunista, che si impadronisce delle redini del potere in maniera incontrastata, mettendo fine al processo democratico che è necessario affinché una forza rivoluzionaria si rinnovi continuamente e sia in grado di incidere positivamente nella realtà per cambiarla. Nella particolare esperienza italiana, non si è realizzato appieno il modello di partito che Gramsci aveva delineato, nei “Quaderni del carcere”: un partito di massa, ma, nel contempo, molto selettivo nella scelta dei militanti e dei dirigenti, ai vari livelli, in grado di rappresentare un’alternativa alla società capitalistica, soppiantandola nel lungo termine. Per converso, il partito è stato assorbito da questa società, è divenuto dapprima “coscienza critica” e, successivamente, parte integrante di essa, eliminando ogni profilo non solo alternativo, ma, per l’appunto, critico.

Un limite teorico molto grave è stato rappresentato da una visione dogmatica e schematica del “materialismo storico”, contrapposto a quello di stampo gramsciano, che, sulla scia di Antonio Labriola, valorizza la componente volontaristica ed il rapporto dialettico, la reciproca influenza, fra “struttura” e “sovrastruttura”. Il materialismo gretto ha portato ognuno, a partire dal singolo militante, a pensare solo a se stesso, ai propri interessi personali e familiari, alla propria emancipazione, e basta.

La “questione comunista” in Italia (e nel mondo) si può dire tutt’altro che “chiusa”. Viviamo in una società nella quale, secondo il sociologo Franco Ferrarotti, il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e il restante 90% deve dividersi il 30% della stessa. I ricchi tendono a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il divario sociale è destinato ad aumentare. Franco Ferrarotti, pur non essendo un marxista, prende molto sul serio il problema della “polarizzazione tendenziale” della ricchezza di cui parlava Marx, così come paventa la possibilità dell’incepparsi del meccanismo fondamentale del capitalismo, a causa della contraddizione fra “sovrapproduzione” e “sottoconsumo”, conseguente al progressivo impoverimento della società.

Questa realtà drammatica impone la presenza di un forte Partito comunista. Sono in corso vari tentativi, da seguire con attenzione e con ponderazione. Chi ha più tela tessa. Si tratta di un processo lungo, ma inevitabile. Nei momenti difficili sovvengono le lezioni dei grandi maestri. E’ il caso di Ludovico Geymonat. Nel volume intitolato “La civiltà come milizia” (a cura di Fabio Minazzi, La Città del Sole, Napoli, 2008), egli denuncia la “crisi gravissima” dei partiti della sinistra e dei sindacati, i limiti dello stesso assetto istituzionale del Paese, fondato su un “regionalismo burocratico”, nonché della stessa Costituzione, che è tra le più avanzate del mondo occidentale, ma anche tra le più inapplicate (ivi, p. 82). Ripropone il problema dell’esistenza di una forza comunista, ma, nel contempo, allarga l’orizzonte dell’impegno politico e civile di ogni uomo, e, quindi, di ogni comunista, valorizzando l’impegno culturale, volto a far nascere l’ “autonomia critica” di ogni individuo e della collettività, e la “solidarietà attiva” tra le diverse persone, che debbono aiutarsi reciprocamente, anche nel soddisfacimento dei bisogni materiali più immediati ed elementari, ed acquisire la consapevolezza che solo attraverso l’unità si possono modificare le situazioni che apparentemente sembrano insuperabili (ivi, p. 96). E’ necessario per ogni comunista far tesoro di questa lezione preziosa di civiltà e di umanità. Luis Sepúlveda ha detto giustamente che il comunismo del ventunesimo secolo dev’essere caratterizzato da una forte componente etica.

Assieme agli insegnamenti di Geymonat bisogna far tesoro di quelli di Franco Ferrarotti (“Dalla società irretita al nuovo umanesimo”, Armando editore, Roma, 2019). E’ necessario riacquisire i ritmi e la nozione del tempo propri della vecchia società contadina, di contro alla dinamicità inconcludente e senza obiettivi della cosiddetta “società capitalistica matura”. Muoversi come gli uomini di campagna di una volta, che avanzavano lentamente, attenti a dove mettevano i piedi, alle asperità del terreno, ponderavano non solo ogni movimento, ma anche ogni decisione, perché, nel “mondo della penuria”, è necessario risparmiare energie, sia fisiche che mentali. Nello stesso tempo, bisogna recuperare le “regole auree” dei nostri antenati greci e latini (ivi, p. 138): “Ne quid nimis” (“Nulla in eccesso”); “Festina lente (“Affrèttati lentamente”); “Age quod agis” (“Fa’ quello che fai”). E’ necessario, dunque, darsi obiettivi lungimiranti, senza abbandonarsi alla quotidianità, ma perseguirli con calma, con ponderazione estrema.

Le ragazze del Pillar 2 di Stefano Turconi e Teresa Radice (Bao Publishing, 2021) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2021 by

bc4c39aa-ce02-6f00-8cbb-8fb9a56c60f4A due anni di distanza dal primo volume, sono tornati in libreria e fumetteria per Bao Publishing Stefano Turconi e Teresa Radice, con il secondo volume de Le ragazze del Pillar, lo spin off de Il porto proibito.
Come il primo libro, anche questo racconta le storie delle ragazze del Pillar to Post, il bordello di Plymouth dove si svolgeva una parte importante della storia del Porto. Mentre Il porto proibito raccontava una vicenda a se stante, con suoi personaggi e un suo intreccio,  Le ragazze del Pillar vuole essere una storia incentrata di volta in volta sulle giovani donne ospiti del bordello, con episodi autoconclusivi per costruire un mosaico narrativo più ampio, destinato a dipanarsi negli anni.
Bao Publishing ha in progetto di riportare i suoi lettori ogni due anni in questo microcosmo affascinante e spietato, ambientato nell’Inghilterra dell’inizio dell’Ottocento, durante le guerre napoleoniche, ma con uno sguardo su come era il mondo allora e soprattutto sulla società.
Ne Le ragazze del Pillar 2 ci sono quindi due nuove storie: quella di Tess, la misteriosa ultima arrivata al Pillar, che nasconde alcuni segreti inconfessabili e inquietanti che verranno fuori e che potrebbero mettere a rischio non solo la sua vita, e Cinnamon, perseguitata invece dal suo passato. Le loro storie si chiudono nel volume 2, ma vanno a completare un intreccio di vicende sempre più articolato e ricco, una ricostruzione d’epoca intrigante e mai noiosa e un’epopea sugli ultimi della società, o meglio le ultime, che coinvolge e appassiona.
Le ragazze del Pillar 2 immerge di nuovo in un mondo dettagliato e evocativo, raccontato in ogni dettaglio, con personaggi a cui ci si affeziona e che è sempre bello ritrovare. Una saga per chiunque ami la Storia, gli intrecci da grande romanzo dell’Ottocento, i racconti per immagini e per chi pensi che i fumetti sono un modo  per narrare vicende che niente hanno da invidiare a altre forme di narrazione. In attesa a questo punto di scoprire tra un paio d’anni le altre ragazze del Pillar.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi.
Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve.
Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”:
arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015).
Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi.
Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare.
Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud: Prix Jeunesse a Bédécine Illzach 2015 e Sélection Jeunesse a Angouleme 2016).
Il Porto Proibito, pubblicato nel 2015 per BAO Publishing e ristampato nel 2016 in una Artist Edition di prestigio, ha vinto il Gran Guinigi come “Miglior graphic novel” a Lucca Comics 2015 e il Premio Micheluzzi come “Miglior fumetto” a Napoli Comicon 2016. Sempre per i tipi di BAO, pubblicano Non stancarti di andare nel 2017 (graphic novel che riscuote in brevissimo tempo un grande successo di pubblica e critica), due volumi della serie per i più piccoli Orlando Curioso (Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati) tra il 2017 e il 2018, Tosca dei Boschi (inizialmente edito da Dargaud in Francia e poi portato in Italia) nel 2018.
I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele.

Provenienza: libro del recensore.

:: Bianca Garavelli (Vigevano, 23 agosto 1958 – Vigevano, 29 dicembre 2021)

30 dicembre 2021 by

Dalla Cina all’Italia, la storia di “Giada Rossa- Una vita per la libertà” di Fiori Picco (Fiori d’Asia Editrice 2020) A cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2021 by

“Giada Rossa- Una vita per la libertà” edito da Fiori d’Asia Editrice è il romanzo-verità di Fiori Picco, nel quale l’autrice bresciana racconta le vicissitudini esistenziali di Giada Rossa, una donna che vedrà stravolta la sua esistenza da un viaggio che la porterà dalla Cina all’Italia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di scrivere la storia di Giada Rossa?

È nata da un incontro speciale con la protagonista e voce narrante del mio libro: una signora cinese che ho assistito durante un intervento e nel post-operatorio durante la mia esperienza di mediazione culturale presso gli Spedali Civili di Brescia. La signora non parlava italiano e necessitava del mio aiuto. Nel tempo mi ha raccontato la storia della sua vita che, fin da subito, ho trovato straordinaria e di valore, anche se molto drammatica e, in certi momenti, addirittura scioccante. Per questo ho deciso di trasformarla in un romanzo verità e di denuncia. Il mio intento era dare voce a tutte quelle persone che, come Giada Rossa, hanno sofferto e sono state vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

La protagonista e voce narrante vive una vita segnata fin dall’infanzia da soprusi, cosa la spinge a sopportare tutte le vessazioni?

Gli orientali per natura hanno una capacità di sopportazione del dolore fisico e mentale maggiore rispetto agli occidentali. Per millenni, Taoismo, Confucianesimo e Buddismo hanno insegnato a sopportare e a non reagire dinnanzi alla violenza. Durante gli otto anni di vita in Cina, ho assistito a situazioni di estrema intollerabilità, come un cesareo o una salpingografia eseguiti senza anestesia, e le pazienti accettavano senza protestare. Giada Rossa si è sempre chiesta se ci fosse un percorso prestabilito che doveva obbligatoriamente intraprendere, se il destino avesse già determinato ogni suo passo. Da quando si è avvicinata al Buddismo, crede fermamente nella legge del Karma, che spiega molte cose. C’è sempre una chiave logica a tutto ciò che succede; la sofferenza contribuisce alla nostra evoluzione. Le esperienze sono legate a eventi accaduti nelle vite pregresse; ci sono nodi karmici da sciogliere per potersi liberare dal dolore nelle vite future.

Come vive la protagonista il viaggio dalla Cina verso l’Italia?

Giada Rossa non voleva lasciare la Cina; sarebbe rimasta volentieri nel suo Paese svolgendo un lavoro umile, ma è stata imbrogliata da alcuni suoi connazionali: dei ciarlatani che l’hanno obbligata a emigrare illegalmente promettendole un futuro migliore all’insegna del benessere economico. Il viaggio verso l’Italia è stato durissimo, sia per la condizione di schiavitù e di forte disagio in cui si è trovata, sia per le brutalità a cui ha dovuto assistere. È stata testimone di uno stupro e di un omicidio; lei stessa ha rischiato di morire per una grave crisi ipertensiva. Quando ha implorato le compagne di viaggio di salvarle la vita, una di loro ha trovato il coraggio di bucarle la vena con uno spillone per capelli. Durante la traversata in mare, è rimasta per tutto il tempo seduta in un acquitrino lurido e stagnante, con le gambe paralizzate a causa del freddo invernale. Il ricordo dei genitori e della figlia adottiva le è stato di grande conforto e, per brevi momenti, ha alleviato la sua angoscia.

Giada Rossa si troverà in un mondo del tutto nuovo, come riuscirà a far convivere i suoi principi, valori e tradizioni cinesi in una realtà del tutto nuova come quella italiana?

Nonostante le avversità e le problematiche incontrate in Italia, Giada Rossa è un ottimo esempio di integrazione. Pur avendo avuto difficoltà linguistiche e sociali, si è avvicinata con rispetto alla nostra cultura e si è sforzata di interagire con gli italiani. È rimasta fedele ai suoi valori e alla sua fede, ma ha saputo adattarsi alla nostra mentalità. Ancora oggi, puntualmente mi invia gli auguri di Natale e partecipa con entusiasmo alle nostre festività. Non rifiuta i nostri piatti tipici, anzi è curiosa di assaggiare particolarità gastronomiche come il gorgonzola.  Ha abbracciato le tradizioni locali senza dimenticare le sue origini. È quello che ho fatto io in tanti anni di vita in Cina.  L’integrazione può avvenire solo con l’impegno e con una buona dose di rispetto e di umiltà nei confronti del Paese ospitante.

Tanti sono i personaggi con i quali Giada si relaziona, ma due di loro – il padre e il secondo marito – hanno un maggiore peso sul suo destino. Che rapporto ha la protagonista con loro?

Giada Rossa è stata privata della figura paterna all’età di tre anni, e ne ha avuto un vago ricordo fino a quando, molti anni dopo, per miracolo o casualità della sorte, è riuscita a ricongiungersi alla sua famiglia d’origine. Per lei i genitori sono sempre stati un esempio di forza interiore e di coraggio; dal padre ha ereditato il carattere scherzoso e a tratti fanciullesco, che le ha permesso di affrontare con spirito positivo ogni disgrazia. Il padre è sempre stato perseguitato da un destino ostile, ma ha dimostrato molta dignità. La sua immagine di uomo buono e onesto l’ha accompagnata durante il terribile viaggio verso l’Italia, rassicurandola e dandole conforto. Giada Rossa è stata spinta a emigrare in modo illegale dal secondo marito: un uomo freddo e calcolatore a cui è rimasta legata, anche se la coppia vive insieme saltuariamente. Lei stessa ha dichiarato che alla sua età non vuole più ricorrere al divorzio. Si concede lunghe pause di riflessione lontana dal marito; i periodi di solitudine la rafforzano rendendola più determinata e combattiva.  Giada Rossa rappresenta tante donne cinesi di mezza età, ancora legate a un concetto vecchio e tradizionalista di matrimonio. Preferiscono salvare le apparenze e rinunciare alla propria felicità piuttosto di complicarsi ulteriormente la vita.

Quanto è importante la madre per Giada Rossa?

La madre di Giada Rossa è stata una figura determinante nella vita della figlia, rappresenta la donna maoista definita “l’altra metà del Cielo”: una lavoratrice instancabile, la colonna portante della famiglia. Non si è mai voluta adagiare, nemmeno quando il marito ha aperto un’attività commerciale. Si è sempre rimboccata le maniche ritenendosi “parte attiva e produttiva della società”. Ha lavorato molti anni come manovale di cantiere rischiando la salute e la vita per mantenere i figli. A un certo punto si è trovata sola e in difficoltà ma non si è mai arresa. A Giada Rossa ha trasmesso un messaggio importante: “Ogni donna ha risorse proprie e una ricchezza interiore che possono aiutarla durante le avversità. Bisogna innanzitutto fare affidamento su noi stesse, sulle nostre capacità”. Ancora oggi Giada Rossa la ricorda come un grande esempio di coraggio.

Come è stato trattare in un romanzo temi che vanno dall’immigrazione clandestina, al traffico di essere umani, per passare alla fede e al riscatto?

Sono tutte tematiche importanti che ho voluto evidenziare per informare i miei lettori. Lo scopo della scrittura è portare a conoscenza, mettere in luce determinate realtà e situazioni. Ritengo che si sappia pochissimo dell’immigrazione cinese e delle problematiche che tante donne devono affrontare quando giungono in Italia da clandestine. Giada Rossa è la storia della protagonista ma, quando descrivo il viaggio sui Balcani, il romanzo diventa corale in quanto coinvolge tante altre persone come lei: tutte vittime unite dallo stesso amaro destino. Ho sentito il dovere morale di raccontare le loro vicissitudini. Le tragedie umane devono essere trascritte per non essere dimenticate, così come i soprusi, le violenze, il mobbing e le ingiustizie devono essere sempre denunciati. La fede è una tematica a cui tengo particolarmente perché, a mio avviso, è sinonimo di scelta e di libertà. Nessuno dovrebbe costringerci a seguire il suo credo né discriminarci solo perché abbiamo tradizioni diverse. Giada Rossa ha saputo ribellarsi ai pregiudizi e alle prevaricazioni perseguendo i suoi ideali. Era completamente sola, non aveva aiuti di alcun genere, ma ce l’ha fatta senza scendere a compromessi. Con la volontà ogni donna può riscattarsi.

Biografia

Fiori Picco è nata a Brescia il 07 marzo 1977, è sinologa, scrittrice, traduttrice letteraria ed editrice. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Cinese conseguita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è stabilita nella città cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan, dove ha vissuto otto anni insegnando presso il Dipartimento del Turismo della Yunnan Normal University e svolgendo ricerche di antropologia.  Durante gli anni di vita a Kunming ha iniziato a scrivere novelle e romanzi e dal 2007 è autrice SIAE.  Dal 2011 traduce romanzi di autori asiatici e di recente ha aperto Fiori d’Asia Editrice, una realtà editoriale multilingue specializzata in letteratura orientale. Ha ricevuto diversi premi letterari, nazionali e internazionali, tra cui il Jacques Prévert 2010 per la narrativa, il Magnificat Libri, Arte e Cultura 2014 per racconti brevi, il Premio Standout Woman Award 2016 della Regione Lombardia, il Caterina Martinelli 2017, l’Argentario 2020.  Il suo ultimo romanzo “Giada Rossa – Una vita per la libertà” è superfinalista al Premio Città di Latina 2020 (la cerimonia di premiazione è stata fissata per il 31 luglio 2021).  Nel 2018, con scrittori di tutto il mondo, ha partecipato all’International Writing Program presso l’Accademia di Letteratura Lu Xun di Pechino, e al Congresso Internazionale degli Scrittori e dei Sinologi di Guiyang le è stato conferito il certificato di Friend of Chinese Literature. Collabora con la China Writers’ Association e con la Japanese Writers’ Association.