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:: DOMENICO PISANA: “NELLA TRAFITTA DELLE ANTINOMIE” a cura di Antonio Catalfamo

13 gennaio 2022

Franco Ferrarotti ci ha avvertito ripetutamente della perdita progressiva di ruolo, di prestigio, di significato a cui è andata incontro la parola, spodestata dall’immagine nel passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La parola è essenziale per il discorso razionale, intersoggettivo, analitico. L’immagine è seducente, sintetica, a volte ipnotica. I mezzi di comunicazione elettronica, oggi dominanti, vivono di immagini, che, sebbene suggestive, accattivanti, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Ferrarotti ha evidenziato le gravi conseguenze di tutto ciò:

«Sarà allora, inevitabilmente, destinato a trionfare il disordine teoretico, miscellaneo e gratuito, l’illusione che spontaneità ed autenticità si corrispondano, premessa del confusionarismo pratico e della caduta di ogni vincolo logico, dal principio di non contraddizione alla “consecutio temporum”» (La parola e l’immagine, Solfanelli, Chieti, 2014, p. 73).

Il rischio è che nessuno sappia più ragionare in termini logici, che si giunga ad una confusione delle idee, al caos linguistico, a una notte in cui tutti i topi sembrino bigi, in cui non si riesca più a capire chi ha ragione e chi ha torto: insomma a una nuova Babele. In più l’immagine schiaccia la realtà sul presente, cancella la memoria, che non è più utile esercitare, perché si presuppone che sia tutta ben custodita “in salamoia” nella scatola del computer. Assistiamo, dunque, ad un assalto subdolo alla memoria, dall’«interno»: nel momento stesso in cui si finge di volerla potenziare con il ricorso alla tecnologia in realtà la si svilisce, la si devitalizza, oscurando «il sottile, meandrico processo in base al quale il passato ridiventa esperienza presente» (ivi, p. 72). Ma, osserva Ferrarotti, «senza la memoria l’essere umano si svuota; emergono gli uomini di paglia, gli uomini vuoti, gli “hollow men”, che il poeta (T. S. Eliot) ha previsto oltre mezzo secolo fa: caracollanti, disorientati abitatori della “terra guasta”, della “west land”. La memoria nasce invece dall’incontro fra cielo e terra, e proprio la terra, Gea ‒ racconta la mitologia classica ‒ giace per nove notti con Zeus e sono così procreate le nove Muse, di cui la memoria, Mnemosúne, è la primogenita» (ivi, p. 74). La memoria ha, infatti, in sé qualcosa di prodigioso, di soprannaturale, condensa in sé l’umano e il divino, e, perciò, non può essere archiviata in una scatola, seppur tecnologica, ma passiva, che non è in grado di riflettere, di ragionare, di assumere un atteggiamento critico o autocritico.

Questi scenari apocalittici si sono concretizzati in una raccolta poetica di Domenico Pisana: Nella trafitta delle antinomie, Edizioni Helicon, Arezzo, 2020. L’autore è un personaggio poliedrico: teologo formatosi, fra l’altro, presso la Pontificia Università Lateranense, docente di religione nelle scuole, poeta, scrittore, saggista e critico letterario, giornalista, presidente del Caffè Letterario “Salvatore Quasimodo” di Modica. Questa sua cultura “prismatica” emerge in maniera dirompente dalla presente raccolta poetica, che presuppone, per l’appunto, profonde conoscenze storiche, politiche, letterarie, teologiche. A dominare la scena è il caos linguistico della società italiana (e non solo) attuale:

«Le lingue incespicano / su simboli sbagliati / aumentando l’infelicità del mondo, / a questa ora in cui più forte / ogni popolo ‒ forse ‒ dà nomi errati alle cose / implorando la sera della tirannia / che le stelle fuggono e rischiarano» (Le lingue incespicano, ivi, p. 15).

Siamo giunti alla Babele linguistica diagnosticata con acutezza d’analisi da Ferrarotti:

«Il Paese piega su Babele / e già s’avvelenano le lingue nelle / loro parole infette e la brezza estiva / si dilegua e già avanza l’ora del pianto / e l’odore dei morti» (Il paese piega su Babele, ivi, p. 31).

E ancora:

«Viviamo di pensieri che non sono Parola, / si contano sillabe, suoni e insulti / si plagiano bellezze, costruiscono gabbie / si appicca il fuoco, si colorano le nuvole, / diventano amore, odio, inferno e paradiso. // Bruciano parole per reggere tesi, costruire / castelli con muri di cinta, frugare / nell’anima di uomini soli, si ergono sepolcri / e accendono fiaccole, sono lame e carezze, / miele e fiele, rose e spine» (Pensando di cambiare, ivi, p. 41).

Questo “neo-lalismo” (per recuperare un termine gramsciano), questa patologia del linguaggio, assume forme diverse, ad esempio forma dicotomica o “antinomica” (da qui il titolo della raccolta), di “doppia verità”, buona per tutti gli usi, specie ad opera dei politici, che sogliono parlare con “lingua biforcuta”. Un esempio eclatante dell’ “inquinamento linguistico” che ormai domina la scena politica in Italia è costituito dal solito rituale delle manovre finanziarie, che dovrebbero risolvere i problemi della povera gente, mentre in realtà producono l’effetto di rendere i ricchi sempre più ricchi, in un Paese in cui il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e l’altro 90% deve dividersi il rimanente 30% (Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 41):

«Di manovre lo stivale ne ha calzato diverse, / ora nell’ombra, ora nella luce, ora nei chiaroscuri / della notte, E siamo ancora qui: con poveri / più poveri e ricchi più ricchi. Una volta popolo, / poi popolino, ora populismo, si attende qualcuno / che faccia piazza pulita: forse il tempo / vedrà populocrati suonare la cetra fra i banchi / dei Palazzi e dipingere il quadro del paese. / […] Gli accordi dell’aula, il suono dell’odio, / l’urlo dei giusti e degli ingiusti, la muraglia / che respinge lo tsunami di parole, tutto è squallida / icona d’un paese che non c’è, di un logos smarrito, / di una virtù che cede il passo a ragnatele impenetrabili» (Manovre sopra lo Stivale, in Nella trafitta delle antinomie, cit., p. 36).

Un altro esempio è rappresentato dalle riunioni internazionali, con i capi di Stato e i ministri delle grandi potenze e degli alleati subalterni, che fingono di decidere, in una macabra messinscena, ma, alla fine, lasciano tutto insoluto, speculando sulle disgrazie dei poveri del mondo, che muoiono in mare oppure lungo gli altri pericolosissimi percorsi delle migrazioni forzate:

«Erano addormentate, stamani, le luci dell’alba / al vedere il Tavolo a 28 discutere con l’arguzia, / la malizia di maschere sul palco a recitare la parte: / un rude masaniello le aveva costrette nella notte / a stare di fronte per scrivere il tutto e il nulla» (La favola di Dublino, ivi, p. 30).

Sembra essersi realizzato quel «ritiro» di Dio dal mondo terreno pronosticato qualche secolo fa da Durkheim:

«Vedo le lacrime di Dio nell’oscurità del giardino, / il suo pianto che irrompe nel silenzio d’angelici uomini, / il dolore del padre su cui sbattono / occhi livorosi e pietre di violenza. // Cerco la torcia per rimanere umano, non voglio che Dio / si dimetta per sottrazione di luce. Rinuncio all’albero / del giardino ove gli angeli mi tentano a diventare dio» (Le lacrime di Dio, ivi, p. 21).

E, invece, secondo Domenico Pisana, è necessario il ritorno di Dio, il ritorno del Verbo, attraverso la poesia e i poeti, «artigiani del verso, profeti di parole che sognano / l’umano, amano l’umano, vogliono l’umano» (La verità è nel tanfo delle paludi, ivi, p. 32). Il poeta è, dunque, «fragile costruttore di sogni», «un uomo che cammina controvento attaccato / al filo di speranza che vince la disperazione» (Sono solo un uomo, ivi, p. 42). Acquista qui concretezza la religiosità nuova di papa Francesco, che non dev’essere invocazione egoistica della propria salvezza personale, bensì forma d’intervento nella realtà per cambiarla, a vantaggio di tutti, partendo dai poveri e dai diseredati, alimentando la speranza, che, secondo David Maria Turoldo, è, tra le virtù teologali, la più importante: perderla significherebbe la fine dell’umanità. E, allora, è necessario il ritorno alla «lingua di Dio», cioè alla lingua della misericordia, della solidarietà, dell’aiuto e dell’emancipazione dal bisogno del prossimo:

«Hablamos, ritorniamo a parlare la lingua di Dio / vero, a respirare le voci dell’aria con gli occhi / illuminati dall’amore, fermare le falci che vogliono / tagliare le radici antiche del pioppo. / Comincia tu, terra madrilena che temi la scissione, / Europa che parli d’unione stringendo la bocca; / prosegui tu, mia Italia, terra di poeti e romanzieri, / di artisti, musicisti e bellezze maestose, che soffri / di rancori distesa come un manto di menzogne / sopra il mare inquinato dall’olio di antiche ideologie. // Hablamos, parla tu, barca di Pietro invasa dalle onde, / lascia il canto di voci stonate e spargi il profumo / nella notte con parole di Luce che aprono le tombe, / con spighe di grano che saziano la fame, parole di fede / che riempiono di speranza i giardini dell’anima. // Hablamos, parliamo, tutti noi emigranti ed esiliati / nel campo dei sospetti, nella terra globale ove / voliamo come uccelli, senza volare nel sogno / dell’unione e dell’amore, liquidi tra nubi grigie / nel mare della solitudine, foglie bagnate di tristezza» (Hablamos!, ivi, pp. 44-45).

E’ necessario, infine, quel «ritorno all’uomo» che Cesare Pavese, dalle colonne de «L’Unità» di Torino invocò, il 20 maggio 1945, subito dopo la Liberazione, contro gli effetti disumananti prodotti dalla dittatura fascista, contro l’inquinamento delle parole che la propaganda demagogica del regime mussoliniano aveva determinato, auspicando un ritorno al significato primigenio delle parole stesse, alla loro aderenza alla realtà vera, come nocciolo alla polpa, perché poveri uomini, come noi, attendono quelle parole di conforto, di speranza, di cambiamento sociale, e non pronunciarle significherebbe tradirli. Questo «ritorno all’uomo» deve passare in Italia attraverso un ritorno allo spirito della Carta costituzionale, che Domenico Pisana così celebra nel settantesimo anniversario della sua entrata in vigore:

«Uomini e poche donne lasciarono boscaglie, rivissero / nell’aula i brividi degli obici e gli occhi videro balconi / di democrazia negli articoli bagnati dal sudore / del confronto nelle notti del parto approdato all’unità. / […] Sei bussola che riluce nel grigiore / dei palazzi e nell’oscuro spineto della corruzione; / non sei immortale ed immutabile, ma non voglio / che fazzoletti ti coprano la faccia, né tarme e tignole / corrodano latenti e silenziose il fiore che a 70 anni / in te ancora brilla e vive» (Sei bussola che riluce nel grigiore, ivi, p. 62).

E, assieme alla Carta costituzionale, è necessario che ritorni (per riprendere la felice definizione di Ferrarotti) la «civiltà del libro», che, nei secoli, anzi nei millenni, ha stimolato l’uomo a riflettere, su se stesso e sul mondo, ricavando da quest’analisi razionale i veri valori:

«C’è il libro, diletta compagna / distesa ai miei occhi / a un tramonto che non ardisce distrarci. // Ha il sapore di miele la Parola increata / Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco, / negli scaffali dorme l’umanesimo / ed il presente lo invoca tra polvere di stelle; / e ogni parola, pensiero e sentimento / che noi beviamo nel silenzio della sera / rende liquida la stessa aria, / la stessa discesa della notte / che ci sorprende con gli occhi aperti / a scrutare pagine su pagine» (C’è il libro, diletta compagna…, ivi, p. 56).

E l’«umanesimo», come ha scritto Cesare Pavese («La Rassegna d’Italia», 5 maggio 1949), «non è una poltrona» su cui adagiarsi, un qualcosa di acquisito una volta per tutte, ma continua ricerca, che va alimentata ogni giorno con pazienza e nuovi valori sani, in linea di continuità con quelli antichi, stabilendo l’armonia necessaria tra i vari tempi della storia: passato, presente, futuro.

Sono quelle di Domenico Pisana parole semplici, limpide, che attendevamo da tempo e finalmente sono arrivate, restituendoci la poesia della vita, l’unica che merita di essere realizzata.