:: Storia del pinguino che tornò a nuotare di Tom Michell, (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

15 aprile 2016 by
co

Clicca sulla cover per l’acquisto

Recentemente ha commosso il mondo la storia del pinguino che torna ogni anno in Sud America a trovare e salutare l’uomo che l’ha salvato dal petrolio che lo stava uccidendo, riconoscendolo tra tanti anche a distanza di tempo, mostrando intelligenza e capacità di relazionarsi, oltre che veri e propri sentimenti non certo bestiali.
Storie così non sono così rare, e Tom Michell, oggi un tranquillo docente inglese ma in gioventù insegnante in Argentina e in giro per l’America latina nei turbolenti anni Settanta, racconta una vicenda simile, che gli è successa appunto allora e l’ha segnato per sempre.
Durante una vacanza in Uruguay, poco prima di tornare a Buenos Aires dove insegna, Tom trova sulla spiaggia una colonia di pinguini ricoperti di petrolio, senza vita, tranne uno che ancora si muove. Tom sente scattare qualcosa in lui e decide di aiutarlo, portandolo in albergo e ripulendolo, con molta fatica iniziale perché il pinguino è spaventato, ma poi sembra capire. Ma quando fa per rilasciarlo in mare, il pinguino, a cui ha dato il nome di Juan Salvador dalla versione spagnola de Il gabbiano Jonathan Livingstone non ci sta e inizia a seguirlo. Diventerà per un bel po’ di tempo il nuovo ospite del collegio dove insegna Tom, creando amicizie, diventando un punto di riferimento per tutti coloro che gravitano intorno alla scuola, in particolare per un ragazzo terrorizzato dall’acqua, con cui forse troverà il coraggio di riprendere a nuotare.
Una favola vera, esilarante e struggente, che ripercorre l’eterno tema dell’amicizia tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi che condividono con noi lo spazio su questo pianeta, con stavolta come interlocutore il pinguino, un animale per molti lontano ma che in certe terre è una presenza fissa anche se a rischio per problemi ambientali. Una storia animalista e ecologista, ma non solo, anche una vicenda on the road, in Paesi per cui l’autore ha una nostalgia enorme, anche se ci ha vissuto in epoche di dittature e colpi di stato, e che ricorda nel loro incanto così diverso dalla campagna inglese e non solo, per la loro gente, per il calore umano e animale che ha trovato e che a distanza di anni sono rimasti tra i suoi ricordi più belli.
L’autore ha voluto dopo anni raccontare alla sua famiglia questa incredibile avventura, emblema di libertà, spensieratezza, giovinezza e un po’ di sana incoscienza, prima editando in proprio il libro, e poi diventando un caso editoriale. Una storia per tutte le età, non retorica ma ricca di insegnamenti e spunti, sul passato ma senza inutili nostalgie, arricchita da alcune bellissime illustrazioni di Juan Salvador fatte dall’autore stesso presente il modello o ricordandolo.

Tom Michell, docente di inglese, ha deciso di narrare per la sua famiglia la storia della sua amicizia con Juan Salvador, e l’ha stampata in proprio. Non immaginava certo che sarebbe diventata uno dei più importanti casi editoriali dell’anno. Ora pubblicato dalla casa editrice Penguin, La storia del pinguino che tornò a nuotare è stato venduto in 20 paesi del mondo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Mia amata Yuriko, Antonietta Pastore (Einaudi, 2016) a cura di Elena Romanello

14 aprile 2016 by
yu

Clicca sulla cover per l’acquisto

Antonietta Pastore, traduttrice dal giapponese e cultrice del Paese del Sol Levante, dove ha vissuto e lavorato per molti anni, racconta tra realtà e fantasia un suo incontro all’inizio degli anni Ottanta, quello con la zia del suo marito giapponese di allora.
Mia amata Yuriko, più una novella che un romanzo ma capace comunque di colpire, è sospeso tra il presente degli anni Ottanta (con una postilla oggi, dopo che l’autrice ha cambiato vita e interrotto i rapporti con l’ex coniuge e la sua famiglia, ormai tutta scomparsa, soprattutto per quello che riguarda le vecchie generazioni) e il passato tra anni Trenta e Quaranta, per una storia sullo sfondo di uno dei fatti più tragici della Storia del Novecento, il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki e le sue conseguenze sulla popolazione civile.
Yuriko, figlia di una famiglia contadina dell’isola di Etajima, dove c’è l’Accademia navale in cui studia una generazione che verrà quasi tutta distrutta dalla guerra, attratta dalla modernità più che dalla tradizione, si innamora di Yoshi, discendente di una stirpe di samurai, costretto dai suoi genitori a intraprendere la carriera militare anche se preferirebbe dedicarsi a poesia e letteratura. La guerra e la mobilitazione generale delle truppe fanno sì che comunque le due famiglie acconsentano alle nozze dei due, poi Yoshi parte per il Pacifico, dove per mesi non dà più sue notizie.
Il 6 agosto del 1945 Yuriko prende il traghetto da Etajima alla vicina Hiroshima per andare alle Poste centrali in cerca di notizie, ma l’esplosione atomica, che solo tempo dopo verrà capita in tutta la sua gravità, distruggerà per sempre la sua vita senza ucciderla ma minandone la salute.
Mia amata Yuriko non è il primo libro che tratta della tragedia delle due bombe atomiche sul Giappone, ma si distingue perché parte comunque da una storia reale e racconta soprattutto gli effetti che Hiroshima e Nagasaki ebbero sulla vita della popolazione civile, i vinti sempre e comunque di ogni guerra, a qualunque nazione appartengano. Le giovani donne come Yuriko, che pure sopravvissero all’esplosione portandone conseguenze più o meno gravi sulla salute, furono vittime di una discriminazione in un Paese allora molto tradizionalista che vedeva matrimonio e maternità come uniche strade possibili per le ragazze, isolate e costrette alla solitudine, spesso con divorzi, come una sorta di untrici che avrebbero rovinato le stirpi future. Un dramma di cui ancora oggi in Giappone si parla poco e che Antonietta Pastore ha sentito raccontare da una diretta testimone, alla quale regala un possibile ultimo lieto fine, un’ultima compensazione.
Una storia tra invenzione e realtà che fa riflettere, per chi ama il Paese del Sol Levante e non solo.

Antonietta Pastore ha studiato Pedagogia a Ginevra, come allieva di Jean Piaget, e alla Sorbona di Parigi. Ha vissuto sedici anni in Giappone dove è stata visiting professor all’Università di Lingue Straniere di Osaka. Ha tradotto numerosi autori giapponesi tra i quali ricordiamo Abe, Ikezawa, Inoue, Murakami.
Con Einaudi ha pubblicato Nel Giappone delle donne (2004), Leggero il passo sui tatami (2010) e Mia amata Yuriko (2016).

Source: prestito dalla Biblioteca Arduino di Moncalieri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: leggi un estratto qui.

:: Gli occhi neri di Susan, Julia Heaberlin (Newton Compton, 2016)

14 aprile 2016 by
oc

Clicca sulla cover per l’acquisto

Rudbeckia hirta, comunemente chiamata in Americablack-eyed-susan”, è una pianta erbacea, altamente invasiva, simile alle nostre margherite, caratterizzata da petali gialli e un bottoncino nero al centro simile a un occhio, da cui prende il pittoresco nome. Una curiosità: è il fiore dello stato del Maryland.
Se leggerete Gli occhi neri di Susan, (Black-Eyed-Susans, 2015) di Julia Heaberlin, edito da Newton Compton e tradotto da Marianna Cozzi e Angela Ricci, questo fiore vi risulterà familiare. Lo troverete in copertina, lo troverete nelle pagine del romanzo. Ricopriva infatti la fossa e il prato in cui fu ritrovata negli anni Novanta Tessa Cartwright, un’ adolescente dai fiammanti capelli rossi, assieme a un mucchietto di ossa di ragazze uccise. Da un serial killer. Un serial killer che la credette morta e fece così uno dei suoi tanti, innumerevoli, errori. Per una malformazione cardiaca, la ragazza aveva un cuore i cui battiti erano molto inferiori della media. Facile perciò sbagliarsi. Facile crederla morta.
E soprattutto lo ritroverete sul davanzale della camera da letto di Tessa ormai adulta. Qualcuno ce l’ ha piantato, fuori stagione. Qualcuno che vuole mandarle un chiaro messaggio. Qualcuno che vuole istillarle il dubbio di non essere al sicuro, lei e sua figlia Charlie.
E se il serial killer fosse ancora a piede libero, e l’uomo in carcere, in attesa dell’ iniezione letale (siamo in Texas) fosse innocente? E’ questa la domanda che ormai l’ ossessiona.  Terrell Darcy Goodwin, è un nero, in uno stato razzista come il Texas, è normale che se ne stia nel braccio della morte. Le percentuali sono a suo sfavore. A credere alla sua innocenza solo un’ attivista che combatte la pena di morte, ormai morta, ma che ha instillato il dubbio in Tessa.
Nella sua memoria c’è il volto dell’assassino, ma la sua memoria è un buco nero, una cassaforte di cui nessuno conosce la combinazione. Né lo psichiatra che l’ ha in cura e la prepara al processo nel 1995, né lei stessa. Ma Tessa non vuole che sia giustiziato un innocente, e così inizia una corsa contro il tempo, aiutata da un giovane avvocato e da una dottoressa specializzata nel risalire dal DNA all’identità delle persone scomparse (sulle ceneri delle Torri gemelle, fece miracoli). E il mistero è chiuso nella sua mente, ancora popolata dalle voci senza pace delle povere Susan, alle quali si darà finalmente un nome.
In un alternarsi di passato e presente i capitoli di questo thriller psicologico si susseguono fino al colpo di scena finale, e alla (possibile) risoluzione della storia. Nulla sarà certo comunque, fino alla fine, e anche oltre. La mente umana è un labirinto o meglio è simile alle sabbie mobili, non solo quella dei serial killer.
La scrittura della Heaberlin mi è piaciuta, densa, fantasiosa, insolita. Caratterizzata da descrizioni approfondite di particolari anche quotidiani, consueti, e uno scavo paziente nella mente disturbata di Tessa, che deve affrontare e superare un trauma non comune in cerca della normalità per il bene di sé stessa e di sua figlia.
Lo scollamento tra passato e presente, normalità e malessere, crea un effetto straniante che ci impone di prendere con le molle i dati che si susseguono alla nostra attenzione.
Tra bugie, vere e proprie menzogne, rimozioni, occultamenti più o meno consapevoli, è difficile discernere la verità oggettiva, il reale concatenarsi di causa e effetto, e su questo gioca la penna dell’ autrice, dandoci appunto più verità secondo gli occhi di chi guarda. E proprio questo è contemporaneamente sia il punto di forza del romanzo, che la sua debolezza.
Per apprezzare questo romanzo bisogna fidarsi del proprio intuito, senza lasciarsi ingannare dalla più o meno simpatia che si prova per i vari personaggi. Dallo psichiatra, a Lydia, la migliore amica di Tessa adolescente. Da Terrell Darcy Goodwin, vittima o carnefice, a Tessa stessa.
Grande successo negli Stati Uniti, forse più sensibili a temi per loro strettamente attuali come la pena di morte, lo studio del DNA per risalire a persone di cui non si conosce l’identità, i meandri della giustizia con i giusti risarcimenti agli innocenti incarcerati e condannati ingiustamente e il razzismo che ancora determina molte condanne, alla fiducia che deve legare terapeuta e paziente, in un pese dove la psicanalisi è forse più comune che da noi, Gli occhi neri di Susan è tutto sommato un buon romanzo. Se ne trarrà presto un film. Consigliato soprattutto a chi ama sondare i misteri della mente umana, più che a chi ama inseguimenti, scazzottate, pericoli nascosti in ogni pagina.
La scrittura particolare della Heaberlin è comunque ben superiore della media dei thriller che siamo soliti leggere. E già solo per questo sicuramente una interessante scoperta.

Julia Heaberlin Nata in Texas, è una giornalista pluripremiata, che ha lavorato per varie testate locali («Fort-Worth Star Telegram», «The Detroit News» e «The Dallas Morning News»). Con Gli occhi neri di Susan è arrivata in vetta alle classifiche degli Stati Uniti e presto dal suo romanzo sarà tratto un grande film. Vive a Dallas. Per maggiori informazioni, visitate il sito juliaheaberlin.com.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La rancura, Romano Luperini, (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

13 aprile 2016 by
ran

Clicca sulla cover per l’acquisto

La rancura (Mondadori, 2016) di Romano Luperini è un romanzo incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlio, sugli scontri generazionali ma soprattutto sui silenzi, sulle mancate occasioni di incontro, di dialogo. Un libro che focalizza sulle azioni compiute dai padri e motivate dalla volontà di cambiare il mondo per “lasciare” ai propri figli un posto migliore. Solo che per fare questo i padri, paradossalmente, trascurano il rapporto con i figli che vivono queste assenze, queste distanze come un abbandono. E si alimentano le incomprensioni.
Il testo di Luperini è diviso in tre parti. La prima intitolata Memoriale sul padre è una docu-fiction di tipo storico, la seconda (Il figlio) un’autobiografia romanzata mentre l’ultima (Il figlio del figlio) un racconto in terza persona.
Il titolo riprende il termine “rancura” utilizzato da Montale proprio per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre.

«Rimasi interdetto, senza sapere se essere orgoglioso o impaurito del suo elogio; e per un attimo pensai che diventare grandi e diventare cattivi fosse la stessa cosa.»

Il Memoriale del padre porta il lettore ai giorni della Seconda guerra mondiale, sul fronte italiano ai confini orientali e poi in terra straniera: Istria, Slovenia, ex-Jugoslavia… Paesi, culture, sentimenti che si mescolano e si confondono come i colori delle casacche indossate dai soldati. Ragazzi giovanissimi che si ritrovano a comandare battaglioni, ufficiali di un esercito che tale non è che combatte per un Paese che ancora non ha trovato la propria identità. Cambiamenti epocali che passano attraverso i corpi e le menti di questi giovani uomini, li formano, li fortificano e li cambiano, inesorabilmente.
Luigi Lupi, dopo il fronte e la guerra, non riesce a ritornare alla borghese quotidianità della vita dalla quale già era fuggito in passato e diventa “strano”. Suo figlio, Valerio, ha paura di lui, lo teme come anche sua madre. E allora decide che lui deve essere diverso da suo padre. Suo figlio, Marcello, penserà le stesse identiche cose. Fasi e cicli che si ripetono ma che sembrano perdere spessore e assottigliarsi di volta in volta. Come se ogni generazione “scelga” di poter fare a meno prima degli ideali, poi delle ideologie e infine della ribellione. Passare dalla lettura di racconti dal fronte nel Memoriale del padre alla descrizione dei ragazzi in fila per il provino a un reality show ne Il figlio del figlio rende drammaticamente l’idea di quanto è andato perduto, sprecato.
È un romanzo lungo, La rancura di Romano Luperini, un racconto dettagliato di innumerevoli sfaccettature di vite, volti, comportamenti, sentimenti… tre generazioni di uomini della stessa famiglia che non riescono a trovare altro punto d’incontro che non sia la terra, la campagna e lo stile di vita che a questa si lega. Tra i crinali e i boschi della campagna toscana scoprono la forza di ritrovare se stessi e affrontare sentimenti ed emozioni inespressi.

«Si asciuga le mani, guarda dalla finestra l’albicocco gocciolante, la strada ancora lucida dalla pioggia, gli olivi ripiegati su se stessi nelle valli, il crinale caliginoso dei colli. Di colpo si accorge del silenzio e della solitudine che lo circondano.»

Romano Luperini: Critico letterario e scrittore. Nato a Lucca nel 1940. Numerose sono le sue pubblicazioni di critica su letteratura e politica del Novecento. Tra i romanzi più recenti: L’età estrema (Sellerio, 2008) e L’uso della vita (Transeuropa, 2013).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Diana e la Regina – Segreti e bugie a corte, Luisa Ciuni, Elena Mora (Cairo editore, 2016)

13 aprile 2016 by
re

Clicca sulla cover per l’acquisto

All’inizio del prossimo secolo ci saranno solo cinque re sulla terra: i quattro delle carte da gioco e il re d’Inghilterra”.

Chi lo disse? Re Farouk, deposto nel 1952 da un golpe militare, penultimo re d’Egitto. La frase nacque sicuramente come una battuta, venata dall’amarezza per la fine o meglio il lento decadimento della monarchia come istituzione, ma se vogliamo non andò troppo lontano dal vero ed è sempre ricordata quando si tratta di parlare della sovrana inglese e di fare un consuntivo sul suo regno.
Elisabetta II, nata a Londra il 21 aprile del 1926, si avvia a compiere 90 anni e non sembra abbia nessuna intenzione di cedere il passo o mettersi da parte. Nel suo lunghissimo regno, se possiamo dire felice e reale (ha sul serio preso delle decisioni per le sorti del Regno Unito e del mondo), un unico piccolo neo offusca lo splendore adamantino che lo caratterizza: l’ incontro con una ragazza, una babysitter, seppure di nobili origini, che diventerà sua nuora. Lady D per tutti i rotocalchi e i giornali di gossip del mondo.
La regina dei cuori. Termine che almeno usavano quando era in vita. Dalla sua morte, avvenuta in circostanze ancora non del tutto chiarite, che danno adito a dubbi e vivaci ipotesi complottistiche, ormai non lo si usa più. Diana Spencer, ormai non più principessa del Galles, morì a Parigi il 31 agosto del 1997 in un tragico incidente stradale. Per alcuni una sicura condanna a morte, perché la decapitazione nella Torre di Londra non si usava più. Le ombre sulla famiglia reale, ipotetico mandante di questo omicidio di Stato, sembrano ormai quasi del tutto dissolte, solo pochi oltranzisti ancora combattono credendole verità.
Sta di fatto che l’astro di Lady Diana ha fatto il suo corso e vive ancora ormai solo più nella memoria dei figli che l’ hanno amata e di coloro che l’ hanno conosciuta. Davanti alla regina è fatto divieto pure di nominarla, almeno così si mormora. Forse anche solo per non ricordarle un dolore e il fatto che mai la Corona inglese rischiò di cadere come quella notte d’agosto sotto il ponte dell’Alma.
Due giornaliste, Luisa Ciuni e Elena Morra, (quest’ ultima è stata caporedattore centrale del settimanale “Diva e donna”), hanno cercato di approfondire il rapporto tra queste due donne, le ragioni dei loro contrasti, i segreti, le bugie, il perché invece di unire le loro forze in un obbiettivo comune, si siano in un certo senso combattute, dietro le quinte di una monarchia che da Elisabetta I alla Regina Vittoria, fino a Elisabetta II, ha sempre visto le donne reggere le redini del comando.
Il risultato dei loro sforzi è contenuto in Diana e la Regina, edito da Cairo editore. Premetto che non ci sono tesi rivoluzionarie o scoop sensazionalistici, molto di quello che leggerete è già apparso su rotocalchi, libri o riviste, ma ciò non toglie il grande sforzo di sintesi e di chiarezza di due giornaliste che hanno trattato nelle loro carriere quei fatti o per lo meno li hanno vissuti e approfonditi e si sono fatte le loro idee.
La storia della principessa triste e della regina di ferro non racconta, in effetti, niente di nuovo. In un’epoca in cui i principi reali si sposavano ancora con le principesse non per loro scelta, ma per motivi di Stato e di convenienza, la storia di Carlo e Diana era una delle tante, uno dei tanti matrimoni di facciata utili a unire ricchezze, celebrare fasti e perpetuare dinastie. Unica differenza, che a Elisabetta deve essere sfuggita, il carattere, e la determinazione di Diana nel perseguire i suoi sogni, e inoltre il fatto che Carlo era già sposato de facto con un’altra donna, oggi finalmente sua moglie a tutti gli effetti.
Suocera e nuora non trovarono mai un accordo, e se Elisabetta sgridava il figlio che continuava questa relazione invisa con Camilla, allo stesso tempo sgridava la nuora che non accettava la situazione con l’aplomb a la discrezione che una principessa del Galles doveva dimostrare. E quando Diana Spencer pubblicamente parlò dei suoi dissapori coniugali e sostenne che Carlo non era adatto a diventare un giorno re, il rapporto tra le due donne si ruppe per sempre, avvelenato ancora di più dalla sua decisione, inseguito, di iniziare una relazione con un musulmano.
Il libro racconta questa guerra, persa in partenza dalla principessa bella e affascinante, ma ignara di come andavano le cose a corte. Più si ribellava, più era condannata alla tragedia. Anche perché i Windsor rimasti non avevano tanto il carisma del comando, e Carlo non faceva eccezione.

Luisa Ciuni, giornalista e scrittrice, è palermitana ma vive da sempre a Milano, dove lavora come caposervizio moda al quotidiano Il Giorno, per il quale si occupa anche di cronaca bianca ed eventi mondani. Ha scritto diversi testi sulla moda e sulla storia della moda, oltre a Gossip terapia e Le bugie hanno le gambe lunghe (entrambi con Elena Mora). Ha partecipato alle raccolte di racconti Cuori di pietra, Facce di bronzo e Corpi.

Elena Mora è nata in Piemonte e vive a Milano. Giornalista per professione, è caporedattore centrale al settimanale Diva e donna. Scrittrice per passione, ha all’attivo diversi titoli tra cui Manuale anti-ansia per genitori (con Maria Rita Parsi), Gossip terapia e Le bugie hanno le gambe lunghe (con Luisa Ciuni). Ha partecipato alle raccolte di racconti Cuori di pietra, Facce di bronzo e Corpi. È anche autrice di libri per bambini e di cartoni animati.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Cairo Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Elena Romanello racconta “Storia del Fantasy”

13 aprile 2016 by
rom

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chi segue le mie recensioni su Liberi di scrivere e altrove si sarà accorto che ho un interesse costante per la letteratura di genere fantastico, fantasy in particolare. Al fantasy come genere ho dedicato il mio ultimo libro, non il primo che scrivo ma senz’altro il più impegnativo, come mole di lavoro e ricerche, uscito presso Anguana che mi aveva già pubblicato l’urban fantasy Le eredi di Bastet e il saggio Il mondo di Lady Oscar.
Un lavoro impegnativo, certo, anche perché il fantasy non è solo un fenomeno recente, ma sono decenni che è presente nelle nostre librerie e non solo, e comunque i suoi antenati sono qualcosa di molto remoto, la fiaba e il poema epico, i cui temi sono tornati e continuano a tornare fino ad oggi nelle storie contemporanee.
D’altro canto, parlare di fantasy non vuol dire solo trattare della letteratura del genere, campo peraltro amplissimo: non si possono ignorare le incarnazioni fantastiche in altri media, come il cinema, il fumetto, i cartoni animati, le serie televisive, gli illustratori, i giochi di ruolo, la musica, e il fandom ad esso legato, con gli eventi in tema, il cosplay e altro ancora.
Molto di questo è recente, ma per molte cose bisogna risalire indietro, e comunque oggi sono talmente tante le suggestioni fantasy presenti che diventa difficile districarsi e senz’altro qualcosa non l’ho citato e l’ho lasciato indietro.
Insomma, è stato un bel viaggio nella fantasia, ma molto impegnativo e intricato, tra autori e autrici che conoscevo, come Tolkien, Marion Zimmer Bradley, Michael Ende, Terry Brooks, J. K. Rowling, George R.R. Martin, e nuove scoperte, tra cui Brandon Sanderson, Terry Goodkind, C. J. Cherryh, Luca Airale e tanti altri. Senza contare poi i film, dove trovano spazio capolavori e pellicole imbarazzanti (ma il più bello è forse l’italiano La corona di ferro di Alessandro Blasetti, dove ci sono tutti gli archetipi che oggi troviamo in Game of thrones e in Tolkien) e tutto il resto, fumetti e cinema d’animazione in testa, tra conferme come i classici della Disney e le opere di Miyazaki e scoperte come il nostrano La compagnia della forca e il nonno di tutti gli anime La leggenda del serpente bianco.
Ad un certo punto ho dovuto chiudere, ma senz’altro tornerò altre volte, per altri lavori, su personaggi, autori, tematiche, storie che ho raccontato nel mio libro, dal viaggio di Ulisse nell’Odissea, mille volte imitato, agli intrighi del mondo senza pietà di Game of thrones.

Elena Romanello Torinese, classe 1968, si è laureata in lettere moderne con il professor Marziano Guglielminetti e si è poi specializzata in giornalismo e biblioteconomia. Collabora con svariati giornali on line e cartacei, oltre che con Liberidiscrivere, scrivendo in particolare di cultura, dalle recensioni di libri alla segnalazione di eventi. Inoltre presta la sua opera presso le Biblioteche civiche torinesi, il Mufant Museo della fantascienza di Torino dove sta allestendo una biblioteca in tema, lo Spazio donna della Cascina Roccafranca e il Centro di documentazione del Circolo culturale Maurice. Ha pubblicato tre saggi sugli anime giapponesi, rispettivamente su Candy Candy, Capitan Harlock e Sailormoon, per la casa editrice Iacobelli, i due romanzi fantasy Le eredi di Bastet (Anguana) e L’immortalità della sirena (Teke), una Guida alle librerie indipendenti di Torino, il saggio Il mondo di Lady Oscar per Anguana di nuovo e Buffy e Angel il senso della vita secondo cacciatrici e vampiri di prossima uscita per Solfanelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Due libri a confronto: La discriminazione e lo sradicamento in Tutti i giorni di tua vita, Lia levi, (ed e/o 2016) e Sotto un sole diverso, Ernst Lothar (ed, e/o 2016), a cura di Viviana Filippini

12 aprile 2016 by
uno

Clicca sulla cover per l’acquisto

Di solito quando recensisco libri, li commento in pezzi distinti, ma Tutti i giorni di tua vita di Lia Levi e Sotto un sole diverso di Ernst Lothar, entrambi editi da e/o, credo debbano essere raccontati assieme. I mondi narrativi creati dai due autori sono diversi, ma non troppo, perché in entrambe i testi le protagoniste sono due minoranze etniche (ebrei e altoatesini) che durante il periodo del Fascismo non ebbero vita facile nel nostro stivale. Gli ebrei come quelli narrati da Lia Levi finirono vittime delle leggi razziali del 1939, mentre i sud tirolesi raccontati da Ernst Lothar, assistettero inermi agli accordi tra Mussolini e Hitler, con i quali si stabilirono l’italianizzazione forzata per chi stava in Sud Tirolo con la rinuncia totale alla propria cultura d’origine, o il rimpatrio, ma sarebbe meglio chiamarlo esilio, nelle terre del Reich. Nonostante gli autori non si siano mai conosciuti (la Levi è nata nel 1931, Lothar nel 1890), ciò che mi ha colpito di Tutti i giorni di tua vita e di Sotto un sole diverso è che in tutti e due i testi ci sono temi ricorrenti e simili come il conflitto generazionale tra genitori e figli, l’imposizione di dover rinunciare alla propria cultura d’origine, la discriminazione accompagnata all’emarginazione perché considerati diversi e – brutto da scrivere- razze inferiori, le deportazione e lo sradicamento dalla propria terra. A Roma abbiamo una famiglia di ebrei che entra nella sua nuova casa. Al Nord, in Sud Tirolo, c’è un nucleo familiare dove un anziano nonno si ritrova a crescere i nipoti rimasti orfani. Le storie sono ambientate nell’Italia del nascente e dilagante Fascismo e i nuclei familiari protagonisti dovranno affrontare non solo i problemi quotidiani, ma dovranno imparare a convivere con il regime. Per la famiglia di Tutti i giorni di tua vita, le due sorelle (Regina e Corrina) hanno caratteri tra loro stanno agli antipodi, e non a caso assumeranno un atteggiamento differente verso il regime, che rispecchia anche il loro approccio nei confronti della vita. Regina sarà più impulsiva e propensa all’impegno politico e all’antifascismo, mentre Corinna, la minore, sceglierà la via della docilità e della tranquillità. Sulla stessa scia vivono i Mumelter nati dalla penna di Lothar, dove il capofamiglia si sente molto attaccato alle proprie origini altoatesine, tanto da vedere in Hitler l’unico che possa salvare la loro integrità culturale. Una speranza presto disillusa. Accanto a nonno Mumelter arrivano gli scapestrati nipoti: Sepp, il più giovane, si lascerà abbagliare dal Fascismo diventando un balilla; Riccarda darà scandalo rimanendo incinta fuori dal matrimonio e il maggiore Andreas verrà arrestato per il suo impegno antifascista.

due

Clicca sulla cover per l’acquisto

I capostipiti delle famiglie (Valfredo per la Levi e nonno Mumelter per Lothar) assistono inermi al frantumarsi di quella solidità che nel tempo si erano costruiti e in un certo senso sono la rappresentazione di una generazione che consapevole della fine di un epoca, non vuole rinunciare alle proprie radici per non far cadere nella dimenticanza i sacrifici secolari. In loro opposizione ci sono i figli con le loro mentalità nuove, a volte avventate, e sempre pronti a fare di tutto pur di sentirsi vivi e partecipi agli eventi a loro contemporanei. Questo creerà conflitti ed evidenzierà quanto l’evolversi delle teste delle persone della “storia”, in alcuni casi, sia pesantemente influenzato dall’imporsi della “Storia”. In entrambe i libri attorno alle due famiglie principali si aggirano personaggi che cercheranno di favorire e, soprattutto, di ostacolare l’agire delle famiglie, come per impedire loro di poter vivere in armonia e in libertà. Nella vita quotidiana narrata da Lia Levi, le due sorelle Regina e Corinna, entrambe sposate con mariti non ebrei, si confronteranno con Lilli Durante, un attrice del regime che non esiterà a fare la spia su chi sono gli ebrei del quartiere. Accanto a quest’ultima c’è una sarta fascista e pure Tarantella, un servetta di campagna che, tradita nel suo onore femminile, dovrà dare una sistemata alla sua esistenza per evitare che le conseguenze ricadano su di lei e sulla famiglia di Regina e Corinna. Stessa cosa accade nel libro di Lothar, nel quale i Mumelter, cacciati dal loro amato sud Tirolo, dovranno vivere nella sconosciuta Cecoslovacchia. Non solo, ma ogni loro azione e scelta, compresa la tenera amicizia tra Andreas e la figlia di una famiglia di americani, sarà sempre sotto stretto controllo e le conseguenze delle scelte compiute, avranno per loro conseguenze inaspettate e imprevedibili. I due romanzi usciti per e/o nel 2016 sono nati in epoche lontane tra loro, nel senso che Sotto un sole diverso venne pubblicato la prima volta nel 1943, Tutti i giorni di tua vita della Levi settantatre anni dopo. Questo lasso temporale non impedisce alla due storie di poter essere prese in esame in contemporanea, in quanto molto simili, e di scoprire come individui lontani tra loro per cultura e tradizioni abbiano narrato il dramma dello sradicamento. Con Sotto un sole diverso di Ernst Lothar e Tutti i giorni di tua vita di Lia Levi ci si rende conto che quell’essere estirpati dalla propria terra è ancora attuale, perché pensando ai tanti immigrati che occupano le cronache dei nostri giorni, sono cambiati il colore della pelle, i vestiti, usi e costumi, ma la storia di allontanamento, spontaneo o imposto, dalla propria terra è attuale ancora oggi come ieri. Sotto un sole diverso è tradotto dal tedesco da Monica Pesetti.

Lia Levi, di famiglia piemontese, vive a Roma, dove ha diretto per trent’anni il mensile ebraico Shalom. Per le nostre edizioni ha pubblicato: Una bambina e basta (Premio Elsa Morante Opera Prima), Quasi un’estate, L’albergo della Magnolia (Premio Moravia), Tutti i giorni di tua vitaIl mondo è cominciato da un pezzo,L’amore mio non puòLa sposa gentile (Premio Alghero Donna e Premio Via Po) La notte dell’oblio e Il braccialetto (Premio speciale della giuria Rapallo Carige, Premio Adei Wizo). Nel 2012 le è stato conferito il Premio Pardès per la Letteratura Ebraica. È stata finalista al Premio Maria Teresa di Lascia e al Premio Minerva.

Ernst Lothar Müller (Brno 1890-Vienna 1974) è stato uno scrittore, regista e critico teatrale, grande interprete dello spirito austriaco. Dopo la laurea in giurisprudenza e una rapida carriera nella burocrazia austriaca si dedicò anima e corpo alla scrittura e al teatro. Nel 1938, a causa delle persecuzioni del regime nazista per le sue origini ebraiche, emigrò negli Stati Uniti dedicandosi all’insegnamento universitario. Dopo la caduta del Reich tornò a Vienna e continuò a scrivere romanzi, liriche e saggi. La melodia di Vienna, pubblicato dalle nostre edizioni nel 2014, è il suo capolavoro.

Source: libri inviati dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Da quando sei scomparsa, Paula Daly (Teadue, 2016) a cura di Micol Borzatta

12 aprile 2016 by
tea

Clicca sulla cover per l’acquisto

Lisa è una classica madre di famiglia che deve riuscire a far quadrare i conti a fine mese e per questo deve dividersi tra casa, lavoro, marito e figli. Nulla a che vedere con Kate e le altre madri delle compagne di scuola della figlia, ma nonostante tutto Kate sembra esserle amica, a tal punto che le rispettive figlie crescendo sono diventate migliori amiche.
Un giorno la figlia di Kate deve rimanere a dormire a casa di Lisa, ma a causa di un mal di stomaco della figlia il programma salta. Lisa dice ala figlia di avvisare l’amica così che possa tornare a casa, e lei le manda un SMS. Lisa però non ha tempo di controllare e si fida della figlia, ma la mattina dopo scoprono che la figlia di Kate non è mai tornata a casa.
Kate teme che la figlia oltre a esser stata rapita sia anche stata uccisa e Lisa continua a incolparsi per non essersi interessata di più.
Iniziano così le indagini per ritrovarla e i segreti che si sveleranno saranno sconvolgenti.
Un romanzo nato da un episodio reale che ha scioccato la scrittrice, madre di tre figli, tocca il difficile argomento della crescita dei figli quando la madre è piena di lavoro.
Purtroppo con la vita frenetica di oggi sempre più madri sono occupate con il lavoro e dedicano troppo poco tempo ai figli. Daly lo descrive, forse esagerando un po’ le cose, con uno stile molto intenso e profondo con descrizioni minuziose degli stati d’animo di Lisa.
Un romanzo che fa pensare e trasmette molti insegnamenti, scritto con stile travolgente e avvincente da non smettere di leggere.

Paula Daly vive a Cumbria, nel Regno Unito, dove ambienta tutti i suoi romanzi.
Sposata con tre figli ha scritto solo un altro romanzo L’amica pericolosa pubblicato da Longanesi nel 2015.
Da quando sei scomparsa era già stato pubblicato sempre da Longanesi nel 2014 e ora riproposto da Teadue.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’Ufficio Stampa TEA.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibile dal 14 aprile. Subito prenotabile.

:: La scelta di Sigmund, Carlo A. Martigli (Mondadori, 2016) a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2016 by
martigli

Clicca sulla cover per l’acquisto

La psicanalisi e la religione, il diavolo e l’acqua santa, per quanto per certi versi possano essere considerate agli opposti, si basano su un medesimo principio: la fede. La fede nelle capacità dell’uomo di sondare la mente umana, la fede in un Dio trascendente causa di tutto e attento ai destini dell’uomo. Bisogna credere, prima di conoscere. Senza questo atto di fede, crollano entrambe le strutture. Sembra un paradosso, ma è divertente vedere come spesso gli opposti coincidano, per cui non è tanto bizzarro leggere un libro in cui un Papa, per la precisione Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, chiede aiuto a un medico viennese, e stiamo parlando di Sigmund Freud, padre della psicanalisi, per sbrigare alcune delicate faccende che per prudenza è bene restino segrete, al riparo delle grigie mura Vaticane.
Si sa la Chiesa ha sia grandi ricchezze che grandi nemici, ed è difficile capire di chi fidarsi, sia all’interno, che all’esterno. E quando un vecchio Papa che sente i suoi giorni volgere al termine, per un bene più grande che gli intrighi di palazzo, vuole scoprire e neutralizzare tra gli aspiranti al soglio di Pietro qualcuno così pericoloso, così infido, così malvagio da avere legami con la morte di una povera pescivendola, e una guardia svizzera precipitati da una finestra nella messinscena di un apparente doppio suicidio, cosa può fare? Chiedere aiuto alla polizia del Regno d’Italia? No, di certo e tanto meno alla gendarmeria vaticana. I nemici, i massoni, i socialisti, per dirne alcuni, non aspettano altro, uno scandalo che sommerga tutta la Chiesa.
Immaginatevi dunque un medico viennese, ebreo, ateo e massone a cospetto del Papa, anzi al suo servizio. E questa idea è venuta a uno scrittore italiano, Carlo A. Martigli, che per il suo debutto in Mondadori sceglie un titolo, La scelta di Sigmund, decisamente curioso. Per chi ha il preconcetto che gli italiani non sappiano scrivere romanzi storici, o se lo fanno li scrivano nozionistici e noiosi, una piccola sorpresa, La scelta di Sigmund non è il romanzo che vi aspettate. Non lo è affatto.
Innanzitutto i vari personaggi che intessono intrighi e commettono efferatezze di ogni genere, pur rispecchiando in un certo senso molto di quello che molti pensano avvenga in Vaticano, non sono esattamente personaggi di un’agiografia, ma Martigli si è ben documento, quindi, a parte i dialoghi, molto di cui narra è realmente accaduto, sebbene si abbia la sensazione di sentire questi fatti narrati per la prima volta.
Certamente qui siamo nel 1903, c’è tutto un contesto storico che filtra attraverso le pagine, ma di morti misteriose di guardie svizzere ne sono avvenute anche di recente (pensiamo solo al caso Cedric Tornay, Gladis Romero e Alois Estermann), e dopo tutto gli esseri umani anche con le loro vesti porporate restano, allora come oggi, esseri umani con colpe e miserie. Niente ci mette al riparo dal male, e bene o male tutti lo incontriamo nelle nostre vite. O Papa Francesco non chiederebbe che si preghi per lui, al termine di quasi ogni apparizione pubblica.
Dopo questa mia divagazione, (mi scuso con chi ho annoiato), comunque spero utile a farvi capire di che libro stiamo parlando, vorrei parlarvi in questa recensione, piuttosto che della trama [è sempre in un certo senso un giallo, ci sono dei morti, c’è un’ indagine (seppure bizzarra), è meglio non dire troppo], di alcune curiosità che non conoscevo.
50d942245aInnanzitutto che esistano una quantità spropositata di qualità di sigari, ognuna con il proprio nome, e le proprie qualità, e da non fumatrice è una cosa che mi ha sorpreso. Sigmund Freud ne fuma continuamente, e sempre diversi e costosi. Poi che Papa Leone XIII fosse un cultore, o proprio un adepto del vino Mariani, un vino medicinale corretto con la Cocaina del Perù, e ne era così entusiasta che prestò la propria immagine per locandine pubblicitarie dell’epoca (vedesi foto). Che già agli inizi del Novecento si usasse una forma rudimentale di poligrafo, (anche Lombroso si ingegnò a perfezionarlo), capace di rendere evidente se il soggetto dell’indagine mentisse o dicesse al verità. Che tra massoni si salutasse in un determinato modo, e non ostante la scomunica immediata, se scoperti, molti alti prelati lo fossero. Che Leone XIII fu il papa più longevo (e simpatico) della storia. Che Francesco Giuseppe, Imperatore del Sacro romano Impero, esercitò un antico diritto lo Ius Veti, per impedire l’elezione di un papa a lui sgradito (impedì anche la sepoltura in terra consacrata del figlio Rodolfo, morto suicida). Che la ditta Annibale Gammarelli è la più antica sartoria romana, e che da secoli veste papi e cardinali.
Insomma di aneddoti curiosi e insoliti oltre a questi ce ne sono molti altri, e tutti funzionali alla storia, che mischia fantasia e realtà, e molto spesso la fantasia è una ricostruzione credibile della realtà.
Leone XIII, Sigmund Freud, Giuseppe Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, Mariano Rampolla del Tindaro, il segretario di Stato, Luigi Oreglia di Santo Stefano, decano dei cardinali e camerlengo, Joaquín De Molina y Ortega, aiutante di camera del pontefice, furono tutti personaggi realmente esistiti, i primi tre forse più conosciuti degli ultimi tre, ma dopo tutto i romanzi si leggono per il piacere della lettura, e in questo romanzo Martigli sfodera un cattivo da manuale.
Non anticipo certo se Freud riuscirà o no a smascherare il colpevole grazie all’applicazione delle sue teorie psicanalitiche, dall’interpretazione dei sogni, all’associazione di idee, dall’ipnosi, all’uso del poligrafo, starà a voi scoprirlo leggendo il libro, quello che mi piace pensare è che i buoni e i cattivi spesso non sono dove dovrebbero essere, e che ci sia sempre un piano superiore che mette a posto le cose, non ostante le brighe degli uomini. Un pulviscolo di atomi nella grandezza dell’universo e della immensità dell’eternità e della storia.
Se questa storia vi fosse piaciuta, non temete, ho la netta sensazione che ci saranno altre storie con Sigmund Freud protagonista, tutte altrettanto interessanti di questa, velata in un certo senso di malinconia per un amore tradito. Sì, il povero Freud era davvero un rubacuori, o almeno lo è in questo libro, e l’amore sappiamo tutti è il vero motore della storia e la vera cura. A presto dunque, dottor Freud.

Carlo A. Martigli, toscano, dopo gli esordi come autore di narrativa per ragazzi, ha scritto i bestseller mondiali 999 l’ultimo custode (Castelvecchi, 2009; Tea, 2013) e L’eretico (Longanesi, 2012), pubblicati in oltre venti lingue. Il suo romanzo più recente è La congiura dei potenti (Longanesi, 2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Talmud Babilonese – Trattato Rosh haShanà, a cura del Rav Riccardo Di Segni

8 aprile 2016 by

wIl Talmud è, in un certo senso, il libro del grande mistero del popolo ebraico. È un libro misterioso non perché è scritto in una lingua diversa e con uno stile tutto suo, ma perché è un libro unico nella letteratura mondiale. Inizia come un’opera circoscritta nei suoi scopi, un commentario alla Torà Orale, ma presto arriva a affrontare ogni possibile argomento che sia rilevante per l’umanità, ovunque si trovi. Scritto in un linguaggio semplice, con tutta la sua semplicità contiene profondità di saggezza, di conoscenza e di analisi di ogni possibile domanda. Il Talmud è un libro del mistero che è totalmente aperto perché il segreto che contiene non ha bisogno di essere nascosto, essendo così profondo e criptico che ci si può solo connettere ad esso, ma non si può mai arrivare a comprenderlo appieno. Per gli ebrei il Talmud è un libro vitale perché in una certa misura da lui dipende la loro stessa esistenza, ma, contemporaneamente, il Talmud trasmette al mondo intero un messaggio, che forse il mondo, solo adesso, può cominciare a comprendere.

Rav Adin Even Israel (Steinsaltz)

Torà e Talmud sono i due testi più sacri per ogni ebreo osservante. Il cuore se vogliamo di una religione comunitaria. I profeti, i sacerdoti, gli studiosi, tutti hanno trasmesso nei secoli la parola e l’insegnamento di Dio all’uomo. Un Dio fortemente monoteista (diffusosi tra culture fortemente politeiste), capace di ispirare pensieri spirituali, ma anche norme della vita comune, ordinaria. Un Dio vicino all’uomo anche nelle sue occupazioni più quotidiane, insomma. E il Talmud se vogliamo, è uno specchio proprio di questo, di questa vicinanza.
Il Talmud contiene per la maggior parte discussioni sulla legge ebraica. Discussioni che trattano i temi più disparati: filosofici, morali, teologici, legali, filologici, folcloristici. Non solo possiamo trovare discussioni di medicina, economia, zoologia, ma tutto lo scibile umano trova un posto, una classificazione, un senso. Sempre alla luce di Dio. Le menti migliori ci hanno lavorato, intelligenze che si sono confrontate con il mistero e l’inconoscibile. Sicuramente non c’è un testo paragonabile a questo in tutta al letteratura occidentale antica e moderna.
E grande ostacolo alla sua comprensione e diffusione è sempre stata la lingua. Non tutti in Italia conoscono l’ebraico, tanto meno l’aramaico. Per ovviare a questo hanno pensato di tradurre il Talmud in italiano. Può essere sembrata dapprima una impresa impossibile, forse anche folle, e invece il Talmud – trattato Rosh haShanà (Capodanno), a cura di Rav Riccardo Di Segni, edito da Giuntina, ora è in libreria. Ci hanno lavorato più di una cinquantina di esperti, studiosi, traduttori, redattori e con il patrocinio dello stato Italiano, del Miur, del Consiglio Nazionale delle ricerche e dell’ Unione Comunità Ebraiche Italiane, ce l’ hanno fatta.
Costa 40 E, una cifra importante, ma sicuramente limitata e non corrispondente al lavoro svolto. La complessità del testo talmudico ne rende praticamente impossibile lo studio senza l’aiuto di guide e di opere di commento, dice Rav Riccardo Di Segni, non stentiamo a crederlo. Neanche gli studiosi più preparati possono comprenderlo appieno, nella sua interezza. E’ più che altro un percorso, un percorso di studio al quale applicarsi nell’intero corso della propria vita.
Può interessare solo agli italiani di religione ebraica? Non credo. Credo sia una opportunità aperta a tutti, uomini e donne. Credenti e non credenti. Perché se si parla di Dio, si parla anche delle capacità umane, dell’ammirevole intelligenza degli uomini spesa al servizio della conoscenza e della difesa della propria identità.

Rav Riccardo Di Segni Nato a Roma nel 1949. Proseguendo un’antica tradizione associa l’esercizio della professione di medico (come radiologo, direttore di un reparto di un grande ospedale pubblico romano) all’attività rabbinica. Ha conseguito il titolo rabbinico presso il Collegio Rabbino Italiano nel 1973, dove ha continuato a insegnare e che dirige dal 1999. Oltre all’insegnamento è stato attivo nell’ambito delle ricerche, pubblicando numerosi studi filologici e tre libri (l’ultimo in ebraico, Noten ta’am leshevach sul significato delle regole alimentari) e nelle attività di divulgazione della cultura ebraica tradizionale (tra l’altro con tre edizioni di una Guida alle regole alimentari ebraiche). Nominato Rabbino Capo di Roma nel novembre 2001. E’ presidente del Progetto Traduzione Talmud Babilonese.

:: L’invenzione dell’inverno, Adam Gopnik, (Guanda, 2016) a cura di Viviana Filippini

8 aprile 2016 by
l invenzione dell inverno_Esec.indd

Clicca sulla cover per l’acquisto

La primavera è arrivata e tra poco sarà il turno dell’estate, ma vi vorrei parlare di L’invenzione dell’inverno di Adam Gopnik, perché è una vera e propria analisi minuziosa della stagione che va da dicembre a marzo. Il saggio edito da Guanda è curioso e avvincente, in quanto l’autore, grazie ad elementi diversi, trascina noi lettori dentro alla stagione dominata dal freddo e dal gelo. Il testo è diviso in cinque intensi capitoli nei quali Gopnik narra e spiega i diversi modi di vivere il periodo stagionale invernale. Il tutto è un’analisi molto importante che evidenzia quanto l’inverno sia diventato soggetto e oggetto di studio dal Romanticismo in poi. A dire la verità, forse, fu proprio l’invenzione del riscaldamento centralizzato nell’Inghilterra del Settecento che permise di stare in un luogo caldo e protetto, per osservare e cominciare ad indagare il mondo niveo all’esterno. Dai ricordi d’infanzia dell’autore, nei quali l’inverno era, per lui bambino, un periodo di gioia e di serenità, il testo affonda le radici nelle diverse interpretazioni storiche, sociali e culturali che sono state fatte della stagione stessa. Per Gopnik c’è stato un periodo Romantico dell’inverno, nel quel gli artisti della pittura e letteratura proiettavano su di esso le loro emozioni e riflessioni sul mondo in evoluzione. Dopo di esso ci fu il periodo Estremo dell’inverno, da associare alla fase storica dell’umanità tra fine Ottocento e inizio del Novecento, quando molti uomini avventurieri sfidarono la stagione gelida per raggiungere i due Poli. Quello che emerge da queste missioni esplorative del passato evidenza la voglia dell’uomo di sfidare la natura e, allo stesso tempo, si scopre la non completa consapevolezza del genere umano nei confronti delle insidie presenti nel mondo dei ghiacci. Quello che lascia perplessi del periodo Estremo dell’inverno è il fatto gli uomini ad un certo punto capirono come fosse difficile contrastare l’inverno nella conquista dei Poli ma, nonostante tale barlume, gli esploratori continuarono nel loro assalto alle terre gelide, uscendone, in molti casi, sconfitti. L’autore si addentra anche nella dimensione familiare della stagione del freddo, e scrive di un inverno come Rigenerazione, compiendo una vera e propria indagine sulla tradizionale festa del Natale, alla scoperta del valore religioso e commerciale della festività (regali, addobbi, vischio), passando per un esame della nascita della figura barbuta di Babbo Natale che, in principio, non aveva la classica casacca rossa che lo distingue ancora oggi. Gopnik, non si ferma e ci porta ad un assaggio dell’inverno Ricreativo concentrato sul valore degli sport tipici della stagione con il ghiaccio e le temperature basse, seguito dall’inverno del Ricordo. Ricordo di cosa? L’inverno come una stagione ricca di eventi e fatti che ci toccano l’animo e che rimangono per sempre in noi. Nel saggio di Adam Gopnik ci son cinque dimensioni di indagine della stagione invernale, sviscerata attraverso l’arte pittorica romantica, la poesia, la letteratura, la scienza, la fede, l’antropologia e la sociologia che fanno di L’invenzione dell’inverno un saggio su come l’uomo abbia vissuto e plasmato, in base ai propri bisogni, costumi ed esigenze, quello che per Napoleone fu il “Generale Inverno”. Traduzione Isabella C. Blum.

Adam Gopnik scrive per il «New Yorker» dal 1986. Ha vinto tre volte il National Magazine Award for Essays and for Criticism e il George Polk Award for Magazine Reporting. Vive a New York con la moglie e i loro due figli. Guanda ha pubblicato Una casa a New York, Da Parigi alla luna, In principio era la tavola, Il sogno di una vita e L’invenzione dell’inverno.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, Andrew Nicoll (Sonzogno, 2016) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2016 by
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dopo il felice esordio, vincitore del prestigioso premio Saltire per la miglior opera prima, Non sarà mai inverno, recensito per noi qualche anno fa da Viviana Filippini, Andrew Nicoll torna al romanzo con un poliziesco molto particolare, tratto da un caso di cronaca realmente accaduto. L’omicidio molto brutale di un’anziana zitella di Brouhty Ferry, paesino sulla costa scozzese, avvenuto più di un secolo fa. Delitto che non trovò mai un colpevole, almeno nella realtà.
Andrew Nicoll ricostruisce la storia, grazie a un meticoloso lavoro d’archivio, che lo ha spinto a consultare vecchi rapporti di polizia, giornali ingialliti, cronache cittadine e con non poca fantasia e licenza poetica, trova un colpevole. Subdolo, sleale, violento, lucido nella sua feroce follia. Un colpo di genio se vogliamo, che ha spinto Nicoll a cambiare il suo nome, perché nel borgo vivono ancora i suoi discendenti.
Non cercate di scoprire chi sia seguendo gli indizi, che l’autore semina a piene mani, le vere prove sono nella mente umana, nel cupo labirinto di passioni che trasformano un uomo qualunque in un assassino. E Nicoll gioca bene questa carta, il dubbio, le ambiguità, tessendo una tela intricata e fragile, ma implacabile. E soprattutto credibile. Magari i fatti andarono esattamente come lui li descrive, o magari non è l’assassino di Nicoll il colpevole, e nella realtà la povera donna fu uccisa da qualcun altro, ma è nella natura dei romanzi creare una realtà alternativa, un mondo parallelo, e in questo si può dire il romanzo di Nicoll è pienamente riuscito.
Il suo sapore vintage, la sua lentezza, il suo ricostruire la mentalità dell’epoca, tutto concorre a dare al romanzo un gusto del tutto particolare, forse non indicato per chi in un giallo cerca movimento e azione. Ma per chi ama sondare la mente umana è un romanzo che consiglio, nasconde in sé non poche sorprese. Ma veniamo alla storia.
Sembra che nella Scozia del 1912, per una donna, peggio della morte ci sia la perdita della reputazione, ed è questa la leva su cui poggia La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, (The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne, 2015), di Andrew Nicoll edito da Sonzogno e tradotto da Marinella Magrì.
Il romanzo prende l’avvio in una luminosa giornata di novembre, quando un postino si domanda perché la signorina Milne, su a Elmgrove, non ritiri più la posta. Qualcosa deve essere pur successo, così avvisa il sergente Fraser e l’agente Brown (o Broon come dice lui), che recatisi sul posto il mattino dopo fanno la macabra scoperta: per terra, nell’atrio disteso sul tappeto trovano il corpo legato dell’anziana signorina Jean Milne. Uccisa con un attizzatoio. La cima del cranio era schiacciata e deformata, nient’altro che un ammasso di capelli arruffati e sangue annerito , e il viso era livido e gonfio, tra il verdognolo e il giallastro, il colore di un pesce.
Come è ovvio prende l’avvio anche un’ indagine condotta dal commissario capo Sempill e dal sergente Fraser. Ma data l’importanza del caso, (le vecchie signore non possono essere uccise nelle loro linde case)  da Glasgow arriva in soccorso il luogotenente investigatore John Trench, chiamato niente di meno che per telegrafo (quei tempi moderni possono assicurare alla polizia i metodi di indagine più moderni). Trench è una celebrità, un’ investigatore che sa il fatto suo, e così può iniziare il carosello dei testimoni, il rilevamento delle impronte, le fotografie della scena del delitto.
L’assassino non ha scampo, può senz’atro essere un forestiero e un pazzo. E in quel senso vanno le indagini, pronti anche ad arrestare, e mandare sul patibolo, il primo che capita a tiro, (sapete la stampa vuole un colpevole a tutti i costi) se non fosse che il luogotenente Trench non è disposto a questi sotterfugi. L’intero caso è avvolto nel mistero, come dicono i giornali, ma soprattutto il grande mistero è chi sia la povera eccentrica Jean Milne.
I testimoni restii a parlare la descrivono come una donna che si vestiva da ragazzina, che amava i viaggi, e pian piano si scopre anche i giovanotti. Ben lontana dalle leggi di proba rispettabilità vittoriana o dalle ferree leggi di perbenismo dell’epoca. Ma nonostante questo un’ ingenua capace di farsi abbindolare dal primo truffatore. E questo è un delitto maturato nella mentalità del tempo, nelle salde distinzioni di classe, nei segreti che una vecchia signora intesse per consumare le sue passioni e nell’amore non corrisposto. Soprattutto in quello. A voi scoprire il colpevole. (Ma fatemi scommettere che non ci riuscirete).

Andrew Nicoll è nato e vive in un paese vicino a Dundee, in Scozia. Dopo aver fatto, per breve tempo, il taglialegna, ora lavora a tempo pieno come giornalista. Il suo primo romanzo, Non sarà mai inverno (Sonzogno 2012), è stato un bestseller internazionale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: Murder file of Jean Milne