Archive for the ‘Recensioni’ Category

Guerriere dal Sol levante di Vari (Edizioni Yoshin Ryu, 2019), a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2019

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L’associazione culturale Yoshin Ryu, che da quarant’anni si occupa di divulgare a Torino la cultura giapponese partendo dalle arti marziali, collabora per la terza volta con il MAO, Museo di arte orientale, presentando fino al 1 marzo la mostra Guerriere dal Sol levante, dedicato alle donne combattenti giapponesi della Storia e dell’immaginario fantastico.
La mostra è accompagnata da un ottimo catalogo, che racconta un’epopea poco nota, quella delle combattenti nel Paese del Sol levante, donne addestrate a combattere e per difendere la loro casa e sul campo di battaglia, ma anche delle letterate, visto che il primo romanzo mai scritto nella Storia è di una donna, il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu. Un’epopea che però è giunta fino ad oggi, rivivendo nelle protagoniste di manga, anime, film, fumetti e telefilm e costruendo un immaginario amatissimo e in crescita continua con nuovi volti e nuove storie.
Il catalogo è in due lingue, italiano e inglese, e oltre a presentare gli oggetti e le opere esposti in mostra in un percorso davvero suggestivo, racconta anche alcuni approfondimenti davvero appassionanti sugli argomenti trattati.
Dopo una presentazione di Amamiya Yuji, console generale del Giappone a Milano, un omaggio di Marco Guglielminotti Trivel, direttore del MAO e due interventi di Cesare Turtoro, presidente di Yoshin Ryu e Daniela Crovella, direttrice artistica della mostra si viene immersi nel mondo delle guerriere giapponesi, partendo dalle figure delle Onnabugeisha, le combattenti storiche, per poi passare alle ninja, guerriere dell’ombra, alle letterate da Murasaki Shikibu ad oggi, alle attrici, che molto hanno faticato per emergere e alle donne guerriere rappresentate nelle stampe giapponesi.
Infine, Fabrizio Modina, curatore della sezione sulla cultura pop e studioso di fumetti e fantastico, fa immergere nelle donne guerriere dell’immaginario pop degli ultimi decenni, mettendo a confronto Occidente e Oriente con icone che hanno cresciuto e aiutato più generazioni di ragazze a cambiare.
Il catalogo si chiude, come la mostra, con le protagoniste dell’ultima stanza, donne importanti del passato e del presente raffigurate su lanterne in stile giapponese, ritratte da giovani artiste di oggi, con i volti di personaggi come Boudicca, Zenobia, Ipazia, Artemisia Gentileschi, Ada Lovelace, Emmeline Pankhurst, Virginia Woolf, Frida Kahlo, Rosa Parks, Rita Levi Montalcini, fino a Asia Ramazan Antar, martire della causa curda, così attuale: la mostra è dedicata infatti alle donne curde e alla loro lotta per la libertà di tutti, non solo la loro.
Un catalogo di una mostra unica e interessante, ma anche un libro interessante e valido a prescindere, sia si amano le civiltà antiche sia se ci si è nutriti per anni con manga, anime e cultura pop, un inno al potere delle donne e a far scoprire storie che sono patrimonio di tutti e tutte e che possono fare qualcosa per far cambiare il mondo.

Provenienza: libro del recensore.

Il catalogo è in vendita presso il bookshop del MAO. Per ulteriori informazioni visitare il sito di Yoshin Ryu.

:: La verità su Bébé Donge di Georges Simenon (Gedi 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2019

SimenonIl nostro piccolo mondo di provincia.

La verità su Bébé Donge (La Vérité sur Bébé Donge, 1941) è un breve romanzo scritto da Simenon negli anni ’40. Edito per la prima volta in Italia negli anni ’50 e ripubblicato da Adelphi nel 2001, tradotto da Marco Bevilacqua, è un romanzo senza Maigret, per intenderci.
Se vogliamo un dramma psicologico più che un autentico giallo investigativo, anche se l’investigazione c’è ma è fatta dalla vittima di un tentato omicidio, che tenta in tutti i modi di capire le ragioni che hanno spinto la moglie, la bella, elegante e diafana Bébé Donge, a mettere l’arsenico nel caffè che gli serve un mattino nel giardino della loro bella casa di campagna.
Forse non uno dei libri più famosi di Simenon, ma sicuramente uno dei più autobiografici e profondi nello scavo psicologico delle ragioni dell’infedeltà, del tradimento e della solitudine profonda che ne deriva.
François Donge, il protagonista è un solido uomo d’affari, di successo, ben piantato, ama la vita, le donne, e le piccole comodità, sposa Bébé, perché lo fa sentire a suo agio, parole sue, da sempre convinto che lei abbia sposato lui per sistemarsi, per non restare con la madre, e non essere da meno della sorella Jeanne, che sposa il fratello di François, Felix.
Sulle prime François è disorientato, non si spiega perché l’equilibrio raggiunto in dieci anni di matrimonio, con un figlio e un accordo che permetteva a lui di avere le sue frequenti storie con altre donna senza scenate, sia sfociato in tragedia. François è anzi convinto di dare tutto il necessario alla moglie, soldi, benessere, vestiti eleganti, rispettabilità, tutto insomma quello che una donna desidera dal matrimonio, e invece Bébé è infelice, anzi disperata.
Il fatto che Bébé lo ami davvero giunge sul finale del libro come una folgorazione capace di fargli comprendere quanto il suo egoismo e la sua meschinità l’abbiano reso cieco e sordo alle esigenze della moglie, prima una ragazza poi una giovane donna di cui ignora molto, se non quasi tutto. Bébé Donge è un mistero, e proprio scoprire chi è davvero diventa la ragione prima del romanzo, come anche candidamente afferma il titolo del libro.
Il carattere di Bébé Donge viene disvelato pagina dopo pagina, e più François fa chiarezza e prende coscienza di sé e di lei, e più si accorge che ormai è tutto perduto, e solo allora si accorge di esserne finalmente innamorato e che è pronto ad aspettarla fin dopo che avrà scontato la condanna di cinque anni di lavori forzati, pur conscio di non sapere chi troverà allora.
Anatomia di un matrimonio, dramma intimo e privato, La verità su Bébé Donge è un ennesimo ritratto del piccolo e claustrofobico mondo di provincia che costituisce il fulcro della poetica simenoniana. La scrittura è come sempre molto rapida, essenziale, impressionista. Con pochi tratti, con cambi di luce, crea universi capaci di far vivere personaggi che acquistano consistenza e spessore.
Sembra di vederla Bébé Donge nei suoi vaporosi completi di alta sartoria sul verde pallido, muoversi come un’ombra svagata e nello stesso tempo molto nitida. Simenon si sofferma in ogni dettaglio, quasi arrivando a focalizzare i suoi pori come in un ritratto iperrealista, ed è quasi spietato nello scavare nell’intimo di questo dramma borghese, apparentemente quasi banale, superfluo.
Una donna tradita, un uomo grossolano, ma non cattivo, diventano i protagonisti di questo intreccio di vite denso di infelicità, solitudine e incomunicabilità, e Simenon ce lo racconta con la solita capacità di non dare giudizi, ma anzi di avere somma comprensione e compassione per i colpevoli, di qualsiasi crimine si siano macchiati.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro del recensore, acquistato come supplemento de La Stampa.

:: Il ladro di tatuaggi di Alison Belsham (Newton compton 2019) a cura di Federica Belleri

24 ottobre 2019

Il ladro di tatuaggi di Alison BelshamPerché tatuarsi? Perché disegnare ad arte il proprio corpo? Forse per fermare un ricordo, un evento particolare e avere modo di ricordarlo ogni istante. Perché uccidere tatuando le proprie vittime? Perché accanirsi con crudeltà sui loro corpi? Forse per ripulirsi la coscienza, per sentirsi immaccolati di fronte ai peccati commessi
Questo emerge dal secondo thriller di Alison Belsham, che vede ancora una volta protagonista l’ispettore Francis Sullivan. Uomo particolare, burbero a suo modo. Instancabile nel lavoro e una frana nei rapporti personali. La storia è ambientata nell’afosa estate di Brighton del 2017, e non solo …
Una serie di brutali omicidi diventa la priorità per Sullivan e lo porta ad affrontare la precedente indagine, quasi conclusa, e a fare i conti con se stesso e con un “male” difficile da comprendere, che arriva da lontano. D’altronde è proprio vero che una serie di eventi delittuosi crea confusione, la stampa è agguerrita, si vorrebbe subito trovare il colpevole o quanto meno qualcuno da accusare, un perfetto capro espiatorio.
Quando però il dolore provocato dalla morte di giovani ragazze stravolge l’ordinario, quando anche la scientifica e la medicina legale prendono a cuore questi casi e non si capacitano, ecco che l’urgenza inizia a togliere il fiato. Si corre, cercando di restringere il campo, affrontando i problemi personali quasi con distacco, tanto da sembrare privi di empatia. Perché le famiglie di queste ragazze attendono una risposta, perché l’assassino potrebbe colpire ancora. Perché chi agisce come un animale è molto vicino e pericoloso. Va trovato e bloccato.
Il ladro di tatuaggi è un thriller che cattura per la pressione emotiva che riesce a trasmettere, per le immagini forti o ricche di dolci sfumature, per la rassegnazione contrapposta al voler andare sempre avanti, per le piccole tracce lasciate lungo il percorso del lettore che portano alla soluzione.
Ottima lettura. Ve lo consiglio.

Alison Belsham ha iniziato scrivendo sceneggiature, e nel 2001 è stata finalista nella BBC Drama Writer competition. Nel 2016 ha presentato Il tatuatore al Bloody Scotland Crime Writing, uno dei più prestigiosi eventi per il genere thriller, ed è stata giudicata vincitrice. Secondo The Bookseller è stato uno dei libri più interessanti tra quelli presentati a Francoforte 2017. Il ladro di tatuaggi è il secondo attesissimo caso dell’ispettore Sullivan.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Uficcio stampa Newton Compton.

:: Gleba di Tersite Rossi (Pendragon 2019) a cura di Massimo Ricciuti

21 ottobre 2019

GlebaIn una grande città italiana s’intersecano le vicende di vari personaggi, destinati a incontrarsi in un unico e terribile disegno. Paolo, un diciassettenne insicuro, frequenta una scuola particolare, che spinge i frequentanti a una competizione senza scrupoli e ad annullare le proprie emozioni, controllate dall’amigdala. Amina, una ragazza marocchina, per un periodo è compagna di studi del coetaneo Paolo, ma poi prende una brutta strada e deve rivolgersi al fratello, fanatico religioso che ha scelto il Jihad. Adriana, impiegata modello, è, in realtà, un’aspirante brigatista che medita vendetta contro i “padroni”. Poi ci sono Valeria ed Enrico, moglie e marito, che portano avanti un rapporto precario tanto quanto le rispettive occupazioni lavorative. Queste sono le principali figure di Gleba, alle quali se ne affiancano tante altre, per comporre quello che è un vero e proprio romanzo corale. Numerose sono le tematiche affrontate dall’opera: su tutte spicca il lavoro, che è quasi sempre precario, insoddisfacente e alienante. Il termine “gleba” assume così un duplice significato: come terra che dà origine alla vita e come terra a cui essere asserviti. Altro argomento portante del romanzo è il terrorismo, nella doppia accezione di islamico e brigatista. Del primo è protagonista Kemal, il fanatico fratello di Amina, del secondo Adriana, entrambi guidati da figure superiori che hanno come obiettivo due attentati. Passando all’autore del romanzo, va detto che, in realtà, si tratta di un collettivo di scrittura. Il nome è un omaggio a Tersite, l’antieroe per antonomasia della mitologia greca, qui incarnato da Paolo. Gleba è la quarta opera di Tersite Rossi ed è di difficile classificazione: questo perché tratta parecchie tematiche, utilizzando generi letterari diversi. Fondamentali sono, comunque, i significati politici e sociali che caratterizzano anche i tre precedenti romanzi. Tutti si possono ascrivere alla cosiddetta letteratura impegnata: di volta in volta gli autori si sono occupati di mafia, politica, economia e tanto altro. Anche in Gleba s’intuisce la notevole opera di documentazione, così come l’indagine sulla realtà, da cui tutto prende avvio. Quanto al finale, lascia aperto uno spiraglio di speranza almeno per due dei protagonisti. A dominare resta, però, la paura di un futuro dominato sempre più dalle tecnologie, in grado di rendere schiavi gli uomini e annullarne i sentimenti e la volontà.

Tersite Rossi è un collettivo di scrittura.
Esordisce nel 2010 con il romanzo “È già sera, tutto è finito” (Pendragon), appartenente al genere della Narrativa d’Inchiesta e centrato sul tema della cosiddetta trattativa fra Stato e mafia d’inizio anni Novanta (finalista al Premio Alessandro Tassoni 2011 e al premio Penna d’Autore 2011).
Nel 2012 esce il suo secondo romanzo con le “edizioni e/o”, il noir distopico “Sinistri”, all’interno della collana “SabotAge” curata da Massimo Carlotto, ambientato in un futuro fin troppo prossimo, intriso di tecnocrazia liberticida e folli tentativi di ribellione.
Nel 2016 esce il suo terzo romanzo, il thriller economico-antropologico “I Signori della Cenere” (Pendragon), a chiudere la “trilogia dell’antieroe” avviata con i precedenti due, sullo sfondo della crisi finanziaria d’inizio millennio e delle sue ragioni più profonde, ancestrali.
Nel 2019 esce il suo quarto romanzo, “Gleba” (Pendragon), appartenente al filone della new italian epic e centrato sulla tematica del lavoro, sfruttato e vendicato, che segna l’ingresso nell’era del post-eroe.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

Il mago di Oz di Sébastien Perez e Benjamin Lacombe (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2019

9788817141529_0_0_802_75Rizzoli propone un nuovo titolo della collana per ragazzi (e non solo!) Illustrati d’autore, e cioè Il mago di Oz, raccontato di nuovo da Sébastien Perez sulla storia originale di L. Frank Baum con i meravigliosi disegni di Benjamin Lacombe, nuovo sodalizio tra due creativi che ha già dato vita ad altri libri di immagini, sulle fiabe e non.
Testo e immagini, anche di grande formato, si alternano per raccontare una nuova versione della storia originale, recentemente tra l’altro uscita in edizione integrale per Einaudi: una storia fedele ma modernizzata dai toni forse troppo ottocenteschi e moralistici del testo originale, per un approccio fresco e interessante ad un universo fiabesco che ha poi ispirato tutti i viaggi fantastici dell’ultimo secolo, in un modo o nell’altro.
Il protagonista della vicenda, anche se non mancano gli altri personaggi, giustamente, è lo Spaventapasseri, ma nelle pagine del libro si rivivono le avventure di un gruppo di personaggi a cui manca qualcosa:  Dorothy non riesce a tornare a casa, l’uomo di latta non ha un cuore, al leone serve il coraggio e lo spaventapasseri, il protagonista, è senza cervello.
Il mago di Oz dimostrerà di non essere quello che ci si aspettava, le streghe sono paurose e temibili e alla fine i quattro amici per casa capiranno che devono trovare in loro stessi quello che cercano altrove.
Nel libro originale c’era tra le righe un elogio della diversità, in queste pagine rilette emerge insieme ad un inno all’audacia, al voler cambiare, al voler migliorare.
Il testo è sottolineato dalle tavole di Benjamin Lacombe, protagonista l’anno scorso di una mostra a Lucca Comics & Games in cui non si parlava ancora di questo libro, in cui emergono profondità di campo, nuovi sguardi su personaggi dell’immaginario, richiami all’art decò, onnipresenza del verde smeraldo, creato da un pantone nuovo su richiesta dell’artista.
Un libro per giovanissimi, anche, come primo approccio ad un classico, ma anche un volume prezioso e illustrato per chiunque, a qualsiasi età, ami i mille volti e colori della fantasia.

Benjamin Lacombe è un autore e illustratore francese. Compie i suoi studi presso l’Ecole Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi (ENSAD) lavorando contemporaneamente per la pubblicità e l’animazione. All’età di 19 anni firma i suoi primi libri di fumetti e illustrazioni e nel 2007 ottiene il primo riconoscimento con Cerise Griotte. Lacombe è tradotto e premiato in numerosi paesi e ha esposto i suoi lavori nelle più importanti gallerie del mondo come L’Art de rien (Parigi), Dorothy Circus (Roma), Ad hoc art (New York), Maruzen (Tokyo).

Sébastien Perrez nasce illustratore, ma presto si dedica alla scrittura, che scopre essere la sua vera passione, nonché efficace terapia per le proprie paure infantili. Nei suoi testi mescola abilmente storia e finzione, umorismo e cinismo, realismo e fantastico.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019) a cura di Eva Dei

19 ottobre 2019

E i figli dopo di loroTutti costoro furono onorati dai contemporanei,
furono un vanto ai loro tempi.
Di loro alcuni lasciarono un nome,
che ancora è ricordato con lode.
Di altri non sussiste memoria;
svanirono come se non fossero esistiti;
furono come se non fossero mai stati,
loro e i loro figli dopo di essi.

A questa citazione biblica (Siracide 44, 7-9) si ispira Nicolas Mathieu per il titolo del suo nuovo libro, da poco pubblicato in Italia da Marsilio, ma già vincitore del Premio Goncourt 2018.
Le vite che mette nero su bianco l’autore sono proprio quelle che più facilmente si tende a dimenticare, uomini e donne qualunque alle prese con le miserie della vita. Anni Novanta, siamo nella Lorena, regione della Francia del nord-est, vicina al confine con il Lussemburgo; tutto si svolge a Heillange, cittadina immaginaria. Qui nell’arco di quattro estati un osservatore esterno ci racconta la vita di tre giovani: Anthony, Hacine e Stéphanie. Le loro vite si sfiorano e si intrecciano durante il tempo del racconto e il lettore li segue fino al momento della loro crescita, in quel passaggio che segna la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta. Dal 1992 al 1998 qualcosa si perde in quelle estati scandite dalle canzoni che danno il ritmo alle loro giornate: è la fine dell’ingenuità e l’inizio delle responsabilità, lo scontro tra aspettative e realtà.
Anthony ha quattordici anni, una palpebra semichiusa che gli conferisce un’aria perennemente imbronciata e un padre alcolizzato; Hacine ha qualche anno in più, è di origine marocchina, vive con il padre in un appartamento delle case popolari, ma pur di non finire come lui, piegato e consumato dal lavoro in fabbrica per pochi franchi, si dedica a qualsiasi tipo di espediente, dallo spaccio al furto. Infine Stéphanie, Steph per tutti, lunghi capelli biondi fermati in una coda di cavallo e un’autentica ossessione per il bello e dannato della scuola, Simon Rotier. Tre ragazzi provenienti da famiglie diverse, alle prese con problematiche tipiche dell’adolescenza, ma anche con differenti disagi affettivi e sociali. Una cosa li accomuna: il desiderio di riscatto, di evadere da quella valle che gli imprigiona, di avere delle vite migliori di quelle dei loro genitori: più felici, più complete, più soddisfacenti. Sì perché nonostante gli sforzi nessuno riesce a riscattarsi completamente: sembra che il loro status sia un marchio indelebile che grava sulle loro esistenze.
La stessa Heillange, un tempo florida per la presenza degli altiforni, sembra adesso ammantata da un velo di decadenza. Agli occhi dei ragazzi la città si fa al tempo stesso culla e prigione. Heillange è il luogo in cui sono nati e cresciuti, ma nei loro sogni il futuro è altrove, in città come Parigi, città più grandi, ricche di prospettive e possibilità. Ma imparare a cavarsela altrove non è così facile e scontato come nei sogni adolescenziali e spesso ogni strada imboccata dai ragazzi sembra riportare all’origine.

Steph pareva cercare qualcosa nel paesaggio. A furia di girare a piedi, in bici, in scooter, in autobus, in macchina, conosceva la valle a memoria. Tutti i ragazzi erano come lei. Lì la vita era una questione di tragitti. Si andava a scuola, dagli amici, in città, in spiaggia, a farsi una canna dietro la piscina, a incontrare qualcuno ai giardinetti. Si tornava a casa, si usciva di nuovo, idem per gli adulti, il lavoro, la spesa la tata, la revisione da Midas, il cinema. Ogni desiderio induceva una distanza, ogni piacere richiedeva carburante. Alla lunga finivi per pensare come una mappa stradale. I ricordi erano necessariamente geografici. (…) Nella valle alcuni uomini si erano arricchiti e avevano costruito case imponenti che on ogni paesino irridevano l’attualità. Bambini erano stati divorati dai lupi, dalle guerre, dalle manifatture; ora lì c’erano Anthony e Stéphanie, a constatare i danni. Sotto la pelle gli correva un brivido intatto. Così come nella città spenta continuava a dipanarsi una storia sotterranea che avrebbe finito per esigere prese di posizione, scelte, movimenti e lotte.

Licenziamenti, lavori faticosi e poco remunerativi: tutto porta a una lotta tra poveri, a una difficoltà di integrazione sempre più inevitabile, a un’incapacità di riuscire che aumenta il divario tra genitori e figli. I primi non si accorgono delle reali conseguenze che le loro parole e azioni esercitano sui figli, mentre questi ultimi spesso perseguono desideri simili ai genitori anche se la volontà di non seguirne l’esempio e le scelte li porta spesso a compiere decisioni affrettate e sbagliate.
Nicolas Mathieu ricostruisce uno spaccato realistico degli anni Novanta, quel decennio che ha segnato e dato vita a molte problematiche dei giorni nostri. Scegliendo di raccontare tre storie qualunque l’autore non si interessa tanto all’eccezionalità della trama: quello che ci racconta sono le lotte e i sacrifici della classe operaia e medio borghese, fino alla sua decadenza. Quello che ne rimane vive nella rabbia e nei desideri dei figli dopo di loro.

Nicolas Mathieu è nato a Épinal, nella regione dei Vosgi, nel 1978 e oggi vive a Nancy. Ha esordito nel 2014 con il noir Aux animaux la guerre, da cui è stata tratta una serie tv. E i figli dopo di loro, suo secondo romanzo, accolto con entusiasmo da critica e pubblico, ha vinto nel 2018 numerosi riconoscimenti letterari, tra i quali il Prix Goncourt, ed è in corso di traduzione in venti paesi.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, che ringraziamo.

:: Una ragazza malvagia di Alex Marwood (Newton compton 2019) a cura di Federica Belleri

19 ottobre 2019

ragazza malvagiaRitrovo con piacere questa giornalista inglese che scrive sotto pseudonimo. Ritrovo la sua scrittura dettagliata e sentita legata a una storia pesante da digerire. Una storia legata a un errore madornale, dal quale non si può tornare indietro. Un errore che cambia il percorso di due bambine, le costringe a fare i conti con il dolore e la rabbia, la solitudine e la mancanza di empatia. La cittadina inglese nella quale è ambientato questo thriller è viva e sa di salmastro e umido. Il mare è sempre presente e il clima è uno dei personaggi che avvolge il tutto. Il buio e una gioventù che si diverte solo ubriacandosi, fanno il resto.
La morte si mescola al quotidiano, qualcuno uccide delle giovani donne che vengono trovate brutalmente picchiate e deturpate. Qualcuno osserva e si sente un “signor nessuno”. Qualcun’altro trova i loro poveri corpi e non sa come comportarsi. Qualcun’altro ancora conosce segreti orribili e li usa a proprio vantaggio.
A colpire in questo libro non è solo la trama, ma è il contesto generale: giornalisti buoni o sciacalli, identità nascoste, famiglie da proteggere, lavoratori precari o sottopagati. Non manca la lotta quotidiana per sopravvivere a un’esistenza complicata, l’inganno di non sapere chi ci sta accanto, il risentimento e l’odio per le bugie che si è costretti a dire continuamente. Sappiamo davvero chi è la persona che ci sta vicino? Possiamo dimenticare ciò che è stato? Riusciamo a proteggere chi amiamo?
Una ragazza malvagia mi ha ricordato in alcune sfumature Stephen King. Nel modo di affondare nell’oscurità di ognuno, di essere sommersi dal fango per poi riemergere, nell’intensità delle emozioni che è provoca o esalta.
A un dolore ne segue troppo spesso, un altro. Quale sarà la via d’uscita?
Buona lettura.

Alex Marwood è lo pseudonimo di una giornalista inglese. Il suo libro di esordio, Una ragazza malvagia, ha vinto il premio Edgar ed è stato scelto da Stephen King come miglior romanzo dell’anno. Gli insospettabili delitti della casa in fondo alla strada ha vinto il premio Macavity come Miglior Romanzo Mystery, ed è stato selezionato per i premi Anthony e Barry come miglior Paperback Originale. James Franco e Ahna O’Reilly hanno acquisito i diritti per realizzarne un film. La Newton Compton ha pubblicato anche Oscuri segreti di famiglia.

Source: omaggio dell’editore al recensore, ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

Miti del Nord di Neil Gaiman (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

19 ottobre 2019

gaimanNella collana Oscar Fantastica della Mondadori fa la sua comparsa forse la più recente fatica di Neil Gaiman, autore eclettico, scrittore, sceneggiatore, fumettista.
Questa volta Neil Gaiman ha scelto di occuparsi,come suggerisce il titolo, del pantheon della mitologia scandinava, equivalente nei Paesi nordici di quella classica alle nostre latitudini, e non certo meno interessante e intrigante. La mitologia nordica ha ispirato vari autori, come Joanne Harris, ed è alla base di un fumetto cult tornato recentemente alla ribalta grazie ai cinecomics Marvel come Thor.
Neil Gaiman non sceglie però di usare i personaggi del pantheon nordico come protagonisti di nuove avventure, come è accaduto in passato, ma di riscrivere miti culturalmente fondanti che sono da riscoprire dopo tante riletture più o meno fedeli.
Nelle pagine del libro rivivono quindi le gesta di Odino, il padre degli dei, di suo figlio Thor, dalla grande forza ma non certo il più intelligente (non se la prendano i e le fan di Chris Hemsworth…) e Loki, il manipolatore, dio dell’inganno, amatissimo grazie all’interpretazione al cinema del bravo Tom Hiddleston.
Non è la prima volta che Neil Gaiman guarda a dei e pantheon, che sono stati riletti in sue opere come la saga fumettistica di SandmanAmerican Gods: qui però ricostruisce un mondo con sue parole, partendo dalla genesi dei nove leggendari mondi, e ripercorrendo le gesta di dei, nani e giganti, feroci, capricciosi, ingannevoli, inclini a seguire le loro passioni.
Un libro indubbiamente interessante per chi ama Neil Gaiman e la sua inesauribile vena creativa, ma anche per chi è interessato a miti e leggende, una delle prime forme narrative dell’umanità, alla base di fenomeni della modernità come fantasy, fumetti e fantascienza.

Neil Gaiman, nato in Inghilterra nel 1960, vive negli Stati Uniti. Tra i massimi autori di narrativa fantastica contemporanea, è un artista dalle molte facce: giornalista legato al mondo del rock, autore di raffinati graphic novel, sceneggiatore televisivo e scrittore. Nel corso della sua carriera ha ricevuto diversi premi: tra i più importanti, la Newbery e la Carnegie Medal per Il figlio del cimitero e l’Hugo Award per il romanzo American Gods, da cui nel 2017 è stata tratta una serie tv. Ha scritto numerosi racconti e romanzi per ragazzi di grande successo, fra cui gli indimenticabili Coraline e Stardust.

Provenienza: libro preso in prestito nel circuito delle Biblioteche civiche torinesi.

La nuova edizione della Trilogia di Hunger Games di Suzanne Collins (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

17 ottobre 2019

hungerIn attesa del prequel, annunciato per il 2020, che svelerà come mai per decenni sono andati avanti gli Hunger Games nei Distretti, Oscar fantastica di Mondadori ripropone la trilogia di Suzanne Collins, dedicata a Katniss Everdeen, alla base anche di una fortunata serie di film, quattro per l’esattezza, perché l’ultimo libro è stato diviso in due parti.
Con nuove copertine particolarmente evocative in cui l’accento è rivolto alle atmosfere dei libri e non più ai personaggi, tornano quindi tre libri che hanno introdotto alle nuove generazioni il tema amato dalla fantascienza a più riprese della distopia, il futuro negativo, dove molto non è andato come si sperava, anzi, e dove sono emersi totalitarismi vecchi e nuovi.
Un genere frequentato da autori e autrici del calibro di George Orwell, Ray Bradbury, Margaret Atwood e Aldous Huxley, e che periodicamente torna alla ribalta, forse perché riflette paure e situazioni vecchie e nuove, e sempre attuali, in cui tornano elementi dell’oggi, come lo strapotere dei media, le limitazioni dei diritti delle persone, il degrado ambientale, le nuove dittature, gli integralismi di vario genere.
La trilogia di Hunger Games si distingue dalla molta narrativa young adult anche di genere fantastico che è uscita negli ultimi vent’anni appunto perché contiene un’efficace metafora di certi aspetti della nostra società, come i reality show, contro i quali si scaglia con decisione, la spettacolarizzazione della violenza, lo straniamento portato dai media, social media compresi.
La storia è nota, in un territorio del futuro noto oggi come gli Stati Uniti, dopo una guerra civile, il territorio è stato diviso in vari distretti, e per punire gli insorti anche a distanza di anni dell’essersi ribellati, ogni anno si svolgono gli Hunger Games, un reality show al massacro a cui partecipano un ragazzo e una ragazza, dai 13 ai 19 anni, sorteggiati tra i figli e le figlie degli abitanti. Un gioco al massacro, perché solo uno o una può sopravvivere a prezzo della vita degli altri e altre.
Un giorno la giovane Katniss Everdeen si offre come volontaria al posto della sorellina minore Primerose, sorteggiata, e saprà cambiare le cose: Katniss si pone della lunga scia di eroine protagoniste della fantascienza, donne forti, oltre gli stereotipi di genere, e ha saputo creare un nuovo modello in un momento in cui la narrativa young adult soffriva di una generale insipienza e melensaggine.
La trilogia di Hunger Games, in questa nuova edizione, è senz’altro un’ottima lettura per giovani e giovanissimi di ambo i sessi, ma anche per chi ha qualche anno in più è piacevole, interessante, intelligente e con qualcosa che fa riflettere e colpisce.

Suzanne Collins vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici. L’idea degli Hunger Games – i giochi della fame – si è fatta strada nella sua mente mentre faceva zapping tra le immagini dei reality show e quelle della guerra vera. I suoi libri sono tradotti in 40 Paesi e continuamente ristampati: negli Stati Uniti la saga ha superato i 36 milioni di copie. Un vero fenomeno di massa, tanto che la rivista Time ha nominato Suzanne Collins tra le 100 più influenti personalità della cultura. Oltre che della saga di Hunger Games, è anche autrice della serie Gregor, sempre pubblicata in Italia da Mondadori.

Provenienza: libri del recensore.

“Mi hanno chiuso la scuola”, Chiara Lico, (Lapis edizione 2019) A cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2019

ScuolaTorna in libreria e sempre con un libro per ragazzi la giornalista Chiara Lico, e lo fa con “Mi hanno chiuso la scuola”, pubblicato da Lapis edizioni. Protagonista Mos (Moscardino), un ragazzino che ama la sua scuola non solo per gli amici e gli insegnanti, ma come edificio, perché è un luogo dove si sente bene a studiare e con i compagni. Il dramma si compie quando Mos, accidentalmente, scopre che qualcuno (certi adulti che hanno interessi economici) è intenzionato a chiudere la sua scuola. Il ragazzino è disperato, allo stesso tempo arrabbiato, tanto che comincia a manifestare la sua irritazione vestendosi ogni singolo giorno, dalla testa ai piedi, di colore verde.  La cosa si complica in modo maggiore quando Mos scopre che la ragazzina per la quale ha perso la testa, Marilù, è la figlia di uno degli adulti (non vi svelo chi è) coinvolti nella vendita della scuola e questo scatenerà nel protagonista sentimenti contrastanti. Mos è quindi travolto e stravolto da emozioni e sensazioni del tutto nuove per lui e lo stress che lo colpisce lo mette a k.o. causandogli improvvisi, e anche parecchio lunghi, attacchi di sonno. Il protagonista non si perde d’animo e cerca di coinvolgere i suoi compagni in azioni che puntano alla salvezza della scuola, ma il loro agire si rivelerà composto dei veri e propri disastri. Mamma, papà, la sorella non sempre comprendono Mos, anzi spesso fraintendono quel suo attaccamento alla scuola e lo rimproverano per i suoi gesti che si trasformano in marachelle dalla conseguenze spesso incalcolabili. E l’essere incompreso colpisce il protagonista anche sul campo di calcio, dove né la sua allenatrice, né i suoi compagni di squadra sembrano comprendere il suo dramma. Il romanzo della Lico è la storia di una passione di un ragazzino per quello che è stato il luogo della sua prima formazione alla vita, non solo scolastica, ma alla vita quotidiana di ogni singolo giorno.  L’autrice si concentra sul fatto che a volte certi avvenimenti nell’esistenza delle personesono il segno incisivo del cambiamenti di abitudini consolidate, e questo variare, in alcuni casi sconvolge- come accade per Mos- chi ne è direttamente coinvolto. Mos sarà scosso dalla chiusura della scuola, dal nuovo istituto dove andrà a lezione, dai nuovi compagni che per lui sono un mondo tutto da scoprire. Mos protagonista di “Mi hanno chiuso al scuola” di Chiara Lico, vive uno dei primi step del suo cammino di formazione, nel senso che la chiusura della scuola è una prova che scatenerà in lui un cambiamento. Il libro di Chiara Lico dimostra che nella vita delle persone accadono eventi che a volte lasciano dei segni indelebili e abituarsi al nuovo che avanza e nel quale ci si trova immersi, a volte, sembra del tutto impossibile, ma la storia di Mos, dimostra che cambiare è si può, anche se il percorso è un po’ tortuoso. La storia è arricchita dalle simpatiche illustrazioni di Francesco Fagnini.

Chiara Lico lavora in RAI, al Tg2 dove si occupa di cronaca e conduce il telegiornale: ha realizzato servizi, inchieste e approfondimenti che hanno sempre come sfondo il sociale. Ha lavorato per il gruppo editoreiale L’espresso e per Mediaset (Tg5). Collabora con il blog de ilfattoquotidiano.it. Dal 2019 conduce il magazine Tg2Italia. NRl 2017 Chira Lico ha pubblicato il suo primo romanzo per ragazzi: “Il rischio” (Sinnos editore). Per saperne di più https://www.chiaralico.it/

Source: richiesto dal recensore all’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Lapis Edizione.

:: Cocktail d’autore di Petunia Ollister (Slow Food Editore, 2019) a cura di Eva Dei

14 ottobre 2019

cocktail d'autore

Stefania Soma, in arte Petunia Ollister, torna in libreria a due anni di distanza da Colazioni d’autore. È passato molto tempo dal primo post di #bookbreakfast, ma Petunia continua a deliziarci sulla sua pagina instagram (@petuniaollister) con le sue colazioni letterarie, offrendoci foto sempre più impeccabili e “invitanti”.
Negli ultimi tempi fra i tavoli dei suoi set, in mezzo a libri e tazze di caffè, hanno iniziato a fare la loro comparsa bottiglie di Campari, limoncello Villa Massa, rum Zacapa e gin Hendrick’s. Queste bottiglie di alcolici sono comunque legate con un fil rouge ai libri che le accompagnano, a volte perché ne richiamano i contenuti o li citano, altre volte perché frutto di collaborazioni (come per esempio quella con lo Zacapa Noir Festival). Queste foto sono state però anche una sorta anticipazione del secondo libro dell’autrice. Cocktail d’autore uscirà infatti il prossimo 16 ottobre, edito sempre da Slow Food Editore. Con questo nuovo volume Petunia Ollister decide di non darci più il buongiorno, ma preferisce accompagnarci all’ora dell’aperitivo o del dopocena, in un tour letterario dei più famosi cocktail.
La struttura di questo nuovo volume ricorda molto il precedente. La pagina di destra è completamente dedicata alla foto, curata esteticamente in tutti i suoi dettagli: oltre al libro e al cocktail (servito ovviamente nel bicchiere più adatto), compaiono ingredienti, strumenti da barman e altri elementi d’arredo che rievocano le atmosfere del libro. La pagina di sinistra invece è divisa quasi in due metà: quella superiore occupata da una citazione o riflessione sul libro scelto, quella inferiore dedicata alla ricetta del cocktail.
I cocktail presentati sono “d’autore” in una doppia accezione: prima di tutto perché vengono citati o sono ispirati alle opere letterarie a cui sono abbinati. I cocktail abbandonano dunque la loro ambientazione evanescente ed effimera e si materializzano sui tavoli in eleganti bicchieri. Tutto ciò è stato possibile, ed ecco il secondo motivo che li rende “d’autore”, grazie alla collaborazione con alcuni professionisti del settore che hanno regalato le loro ricette a questo progetto.
Sfogliando le pagine di questo libro vi troverete quindi a sorseggiare un Gin Rickey rievocando le suggestive atmosfere di Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, brinderete con Charles Bukowski con un bicchiere di Vodka Sour e assaggerete un Gotto Esplosivo Pangalattico chiedendovi se era così che se lo immaginava Douglas Adams. Un libro che inebrierà il vostro corpo e la vostra mente.

Petunia Ollister nasce qualche anno fa come nom de plume di Stefania Soma. Dal gennaio 2015 scatta e pubblica sul suo account Instagram @petuniaollister i #bookbreakfast, foto di libri sul tavolo della colazione, scattate dall’alto, con una grande attenzione per i colori, i materiali, lo styling. Ha lavorato per quindici anni nel campo della conservazione e valorizzazione dei beni culturali, fotografici e librari. Ha collaborato con Radio Rai e tutte le domeniche è su Robinson, inserto culturale di Repubblica. Scrive per “La Stampa” e racconta Torino con gli occhi di una Marziana. Il suo primo libro Colazioni d’autore #bookbreakfast è uscito per Slow Food Editore.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, che ringraziamo.

:: Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider (Oligo 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 ottobre 2019

Per un pugno di cioccolataEsce oggi 10 ottobre, nella collana Oro diretta da Davide Bregola di Oligo Editore, la raccolta di racconti Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider. 10 racconti, più i due finali strettamente autobiografici, che ci riportano nella Germania degli anni ’30 e ’40, sotto il regime hitleriano, più incursioni in tempi più recenti. Sia per il valore di testimonianza, che per la qualità letteraria del testo, gli scritti di Helga Schneider acquistano sempre una doppia valenza che colpisce nel profondo il lettore. Insomma è difficile restare indifferenti mentre si leggono storie all’apparenza semplici e quotidiane che in realtà racchiudono grumi di sofferenza e disperazione che forse il tempo ha conservato come insetti nell’ambra.
Helga Schneider era bambina in quegli anni, nasce infatti nel 1937 in Slesia, ma ha conservato memoria di quei tempi irreali e terribili, e può a buon titolo fungere da monito alle nuove generazioni che si trovano frastornate tra revisionismi e nuove interpretazioni della storia. La sua voce è chiara e autorevole, e il suo talento letterario sembra annullare il tempo che è passato e farci vivere quegli avvenimenti come se scorressero anche sotto i nostri occhi. Insomma attraverso di lei anche noi siamo testimoni di quegli anni, anni di barbarie, ma nello stesso tempo di solidarietà e coraggio. Anni di fame, miseria, bombardamenti, repressioni, e nello stesso tempo di altruismo, speranza, e risolutezza.
Se la dittatura nazista fu di per sé una tragedia immane, che portò sull’orlo del baratro il popolo tedesco, e alla morte nei campi di concentramento milioni di ebrei, le persone che subirono gli effetti devastanti di questa follia collettiva dovettero convivere chi con il fanatismo chi con il senso di colpa e Helga Schneider con grande acutezza e sensibilità ci descrive queste fasi che hanno ripercussioni ancora oggi sul suo e sul nostro vissuto. I sopravvissuti si sono trovati anche davanti a sé il fardello della memoria e del ricordo, oltre al dovere della testimonianza perché Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, come profetizza la stessa Schneider nella nota introduttiva.
Ma veniamo ai racconti: la raccolta si apre con Per un pugno di cioccolata, in cui troviamo una ragazzina di tredici anni, Lotte, alle prese con la temibile Frau Schmitt. In Eli Sommers, racconto ambientato invece negli anni ’80, una giornalista è sul punto di fare lo scoop della sua carriera, rivelando al mondo il passato terribile di un famoso scrittore, ma il destino e la pietà umana spariglieranno le carte. In Vojnà kaputt troviamo invece un ragazzino ebreo e la sua mamma malata prigionieri in uno scantinato, e poco dopo l’arrivo dei soldati sovietici. I disertori invece ci riporta all’attenzione la triste pagina della Volkssturm, arma disperata di Hitler in un esercito ormai allo sbaraglio, che si riflette nella storia di un nonno e di un nipote. Ne La bicicletta rossa una ragazzina che sogna una bici si trova a fare quasi involontariamente una cosa terribile per ottenerla. In Sep muore di pace, protagonista è un cane che si trova in mezzo alla follia della guerra. Follia che tutto distorce e capovolge. In Pavel Anatol ci viene narrata la triste storia di un soldato sovietico che si innamora di una donna tedesca. In Friedrich un reduce torna a casa; troverà sua moglie viva, ad attenderlo? Ne L’uomo che amava i temporali, due anziani alle prese con la fame e il razionamento celebrano il miracolo di stare ancora insieme. In Noi torneremo! Aspettando il nuovo Reich, una madre riconosce la figlia in una ragazza devastata dalla “rieducazione” nazista. Infine i due racconti autobiografici della Schneider con al centro suo fratello e la sua madre biologica.
La scrittura della Schneider è limpida ed essenziale, molto evocativa, e colpisce soprattutto considerando il fatto che l’italiano non è la sua lingua madre, sebbene viva in Italia dagli anni ’60. Poi un’altra caratteristica che emerge è il valore anche terapeutico della scrittura che ha aiutato l’autrice stessa a convivere con un passato di cui non aveva alcuna colpa, ma che avrebbe potuto schiacciarla. E questa forza si sprigiona dalle sue pagine e giunge chiara al lettore.

Helga Schneider è nata nel 1937 in Slesia, regione della Germania che dopo la guerra fu ceduta alla Polonia; durante la guerra, la madre, convinta sostenitrice dell’ideologia nazista, si arruolò nelle SS e divenne guardiana nei campi di sterminio, abbandonando i figli alle cure della nonna. Helga vive a Bologna dal 1963, è naturalizzata italiana e scrive in italiano. Ha all’attivo libri per Rizzoli, Salani, Einaudi e Adelphi. In particolare si ricorda Il rogo di Berlino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna Ardissone dell’Ufficio stampa.