Chi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.
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:: Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata (Rizzoli BUR, 1974) a cura di Giulietta Iannone
19 Maggio 2013“Chieko scoprì le violette fiorite sul tronco antico dell’acero…”
Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata inizia così, con eleganza e semplicità, e da questa breve frase si avverte già il tono poetico e delicato che attraverserà tutta la narrazione.
Pubblicato a Tokyo nel 1962 con il semplice titolo di Koto, mi sfugge a dire il vero il motivo del titolo italiano che facilmente può creare una certa confusione, (premetto che non è un romanzo storico, non ci sono amanti, si parla di due sorelle e le loro relazioni sentimentali sono del tutto incidentali, e l’antica città imperiale è Kyoto ma in tempi relativamente moderni) è senz’altro uno dei più limpidi esempi che caratterizzano la poetica in prosa dell’autore.
Esiste in commercio un’ edizione BUR Rizzoli del 1997 facilmente reperibile, ho controllato, io comunque ho esaminato la prima edizione BUR del settembre del 1974, che sebbene ingiallita, e inframmezzata di vecchi fiori secchi, (temo ormai specie protette, che se le raccogliete in montagna vi danno la multa), contiene tutte le pagine e ha fatto egregiamente il suo dovere. E’ una rilettura, appositamente fatta per questa recensione, per cui avverto i miei lettori che parte della spontaneità e della meraviglia della prima lettura è stata sostituita da un analisi più razionale e sistematica del testo, che comunque non precluderà a voi affatto il piacere della lettura. Nella edizione da me considerata la traduzione è affidata a Mario Teti e vi è anche presente un’ introduzione di Carlo Cassola, che vi consiglio di leggere al termine del romanzo.
Koto, come dicevo, è un romanzo breve, poco più di 150 pagine, appartenente ad un genere narrativo del tutto particolare che fonde la poesia con la prosa. Genere apparentemente tipico della narrativa giapponese classica, anche se in Kawabata niente è comune o scontato. Tutto anzi acquista una forza tragica e dirompente, seppure ciò di cui si narra non sono altro che i sentimenti e i moti misteriosi dell’animo umano. Innovativo e rivoluzionario nello stile, molto moderno se vogliamo, il romanzo tratta temi universali, seppure Kawabata li analizzi partendo, oltre che dalla sua dolorosa e esasperata sensibilità, anche dalla tipica ottica di un giapponese conscio delle tradizioni del suo paese, consapevole che l’unicità del suo pensiero non può essere slegata dalla società in cui viveva, dalla mentalità che caratterizzava il suo stato sociale, e dalla consapevolezza che il tempo che passa è inarrestabile e la provvisorietà dell’esistenza, in cui tutto è instabile e fugace, non può dare all’uomo certezze, ma solo il senso della sua vulnerabilità.
Koto è un romanzo caratterizzato da una trama semplice e lineare, quasi assente. E’ innanzi tutto la storia di due vite, di due sorelle, Chieko e sua sorella Naeko, sparate dalla nascita, immagini speculari di una femminilità forse lontanissima dai canoni della sensibilità occidentale, che incidentalmente nel corso della vita, si incontrano e si riconoscono. Ciò che le separa purtroppo è più forte del sentimento che le lega e sarà dunque invitabile che questo delicatissimo legame si spezzi facendo sì che le sorelle si perdano nuovamente, questa volta per sempre, ognuna destinata a seguire il proprio destino.
I personaggi di questo romanzo, sebbene il tema centrale sia la solitudine, svolgono un ruolo corale. I rapporti che li legano sono caratterizzati da lievi legami d’amore e solidarietà. L’amore tra genitori e figli, l’amore tra fratelli, il rapporto di stima e rispetto tra allievo maestro, tutto concorre a dare una dimensione affettiva e intima, sebbene l’utilizzo della terza persona consenta un certo distaccato e deprivi il narrato da ogni deriva eccessivamente sentimentale o peggio zuccherosa. Koto ha per temi soggetti fondamentali del romanzo classico giapponese: la natura, la bellezza, la solitudine, la separazione. La natura, nello scintoismo sacra e un tutt’uno con il divino, per Kawabata non è altro che lo specchio in cui si riflettono i moti dell’animo, la delicatezza dei sentimenti, la percezione dell’unicità dell’esistenza, la bellezza dell’amore.
L’estetica di Kawabata è sintetizzata dal breve scambio di battute tra il padre di Chieko e Hideo Otomo dove il giovane paragona la bellezza della ragazza a quella dei dipinti di un tempio. Il padre si indigna e sottolinea che non ci può essere paragone tra la bellezza dell’arte e quella della vita, perchè Chieko invecchierà e la sua bellezza sarà sciupata dal tempo che passa, mentre la bellezza dell’arte è eterna. Hideo Otomo ribatte che proprio per questo la bellezza della ragazza è ancora più preziosa, proprio perché effimera, ma nello stesso tempo è viva, a differenza di un semplice affresco per quanto magnificamente dipinto.
La delicatezza e l’eleganza dello stile sono assoluti. Ogni scena racchiude in sé una piccola miniatura, utilizzando una tecnica quasi pittorica di accostamento di colori, brevità di passaggi, leggerezza di tratto.
Stilisticamente perfetto, non perde né in naturalezza, né in spontaneità. Né mai prende i connotati di freddezza che caratterizzano le opere solo esternamente e formalmente ineccepibili. Non è uno sterile esercizio stilistico. Sotto la calma apparente di una struttura narrativa lenta e fluente si nasconde un sincero e autentico atto d’amore per l’arte, la vita e la letteratura.
Il linguaggio poetico, usato sia per descrivere la natura sia i sentimenti dei personaggi, trasmette con semplicità e dolcezza tutta la bellezza e l’intensità insita nei profondi abissi dell’animo umano in comunione con lo splendore della natura stessa.
La storia è ambientata a Kyoto, e si chiude nell’arco di poche stagioni passando dalla primavera all’inverno. Ovvero dalla nascita alla morte. Apparentemente formali i dialoghi, sono in realtà la forma con cui i personaggi combattono la loro solitudine. Non a caso quando un personaggio si chiude in se stesso tace ed evita ogni comunicazione. Il silenzio acquista quindi una dimensione importante, quasi quanto la conversazione, tenendo anche presente che i dialoghi rispettano le gerarchie sociali, i rapporti interpersonali e la schematica struttura della rigida società giapponese, molto sensibile alla forma esteriore, che diventa paradossalmente tessuto interiore e sostanza fondamentale.
Yasunari Kawabata nacque ad Osaka nel 1899. Rimase orfano in tenera età e la morte di genitori incise grandemente sulla sua visione pessimistica della vita e sul costante senso di separazione che caratterizzò tutte le su opere. Nel 1924 si laureò a Tokyo in letteratura inglese e giapponese in questi anni fondò il movimento letterario Sensazioni nuove. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera, La danzatrice di Izu, e fu accolta con un enorme successo. Oltre che romanzi scrisse saggi di critica e racconti. Ottenne il Nobel per la letteratura nel 1968 e fondò il più grande premio letterario giapponese L’Akugawata. Morì suicida nel 1972. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Mille gru, Il suono della montagna, Il paese delle nevi, La casa delle belle addormentate, Koto, Bellezza e tristezza, Diario di un sedicenne e Gente di Tokyo.
Source: acquisto personale.
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:: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (Einaudi, 1979) a cura di Giulietta Iannone
19 Maggio 2013Titolo originale: Death of a Salesman
Autore: Arthur Miller
Anno di pubblicazione: 1979
Traduzione a cura di: Gerardo Guerrieri
Introduzione di Elena De Angeli
Casa editrice: Giulio Einaudi Editore
Nel teatro di Miller l’uomo comune e la vita di ogni giorno vengono nobilitati e acquistano valenza epica. Oltre a usare strumenti di analisi psicologica, l’originalità di Miller sta nell’introdurre metodi di analisi antropologica, sociologica, economica, e politica – non dimenticando di filtrare tutte le scuole di teatro precedenti- cercando di cogliere ciò che di meglio hanno prodotto.
Rifiuta il teatro come mera forma di intrattenimento e rivendica la sua natura di rappresentazione della vita contemporanea e pretesto per analizzare argomenti di interesse pubblico e politico, sull’esempio del teatro sociale di Ibsen.
Inoltre inizia a elaborare un’ idea del teatro come laboratorio di formazione, cercando di sviluppare un senso critico nei suoi spettatori, coinvolgendoli sia intellettualmente che emozionalmente, fornendo strumenti per riflettere, per formare giudizi liberamente, acquistando così una coscienza critica e indipendente, strumento necessario e indispensabile per ottenere la vera libertà. Miller si interessa prevalentemente agli aspetti tragici del reale per dare più forza e veridicità alle sue opinioni.
Detto questo, che mi sembrava in un certo senso necessario, inizierò ad analizzare “Morte di un commesso viaggiatore”, pietra miliare del teatro americano del dopoguerra. Sicuramente l’opera teatrale più conosciuta e rappresentata di Miller e, nella sua apparente semplicità, la più complessa e difficile sia per struttura, sovrapposizione di tempi, analisi psicologica dei personaggi.
Tema conduttore di tutto il testo è il dualismo tra realtà e sogno e come questa contrapposizione si risolve nella mente del protagonista, e per riflesso nei personaggi a lui collegati.
La trama di Morte di un commesso viaggiatore è molto semplice: l’intera opera si limita a essere una parabola morale che parte da un inizio di falsa sicurezza, si dispiega in un processo di autocoscienza, che porterà il protagonista nel suo punto massimo di consapevolezza nel momento del licenziamento, oltre al quale tutto si orienta irrevocabilmente verso il tragico epilogo del finale. Più in dettaglio narra la vita di Willy Loman, un tipico rappresentante di commercio, mediocre esponente di un’ intera classe sociale che vive nel mito del “Denaro” e del “Successo” come unica ragione di vita e affermazione.
Loman è il tipico uomo qualunque, senza particolari qualità che lo caratterizzino, anzi racchiude in sé più difetti che pregi, ma nello stesso tempo è animato da una profonda onestà che, a discapito dei falsi idoli che venera e per cui spreca la sua vita, gli fornirà la sua unica occasione di riscatto.
Proprio la sua onestà ne conserva la dignità e gli impedisce di diventare l’uomo di successo, eroe del Sogno americano, caricaturalmente delineato nella figura del fratello Ben, sicuro di sé, spavaldo, conscio del suo valore, l’uomo capace di cogliere le opportunità, ma animato dalla certezza che per vincere bisogna trattare gli altri da nemici e non giocare pulito con loro.
Loman, esponente di quella middle class frustrata che non riesce a emergere dalla sua mediocrità inseguendo il classico Sogno Americano, l’Alaska terra dell’oro, l’Eldorado consumistico che promette falsi paradisi di benessere, serenità e felicità, dedica tutta la sua vita inseguendo quel sogno, popolato solo da illusioni e progetti irrealizzabili, per poi accorgersi che tutto era solo un miraggio, solo fumo, e che le cose concrete che veramente contano gli sono sfuggite e non c’è più modo di tornare indietro a recuperarle. Questo senso del tempo perduto viene sottolineato dall’uso incrociato del passato e presente, coesistenti nella mente del protagonista. Non a caso il titolo originario dell’opera doveva essere proprio “Dentro la sua testa”.
Il “common sense ”, il modo giusto e normale di vedere le cose, viene dissolto e si stempera in un’apparente incoerenza, sintomo della sua mente ormai disturbata e della sua identità distrutta che lo porterà inarrestabilmente al suicidio. Loman sente la vecchiaia assalirlo, sente le forze abbandonarlo e guardando in sé non trova niente che veramente valga. Ripercorre la sua vita, che sperava costellata di grandi imprese, costellata invece di squallidi atti senza importanza. La sua intera vita spesa a comprare quel sogno, costellata solo di meschinità e mediocrità, di rate e cambiali, di conti, di debiti, ora lo ripaga tradendolo e non tributandogli nemmeno quel minimo di considerazione, che in realtà è la sola cosa che ha sempre cercato.
La sua famiglia, che è tutto il suo mondo, è composta, oltre che dalla moglie, da due figli: Happy che presto si sposerà sicuramente avviato a ripercorrere i suoi errori, e Biff che nel tentativo di affermare la sua identità e la sua scala di valori è riuscito solo a diventare un ladro per reazione, non trovando niente di veramente positivo oltre alla ribellione da contrapporre ai valori paterni.
La figura di Biff soprattutto si eleva tra le altre e pone Loman di fronte a uno specchio distorto di se stesso. Non essere riuscito a trasmettergli i suoi valori di onestà, di rettitudine, laboriosità lo pone seriamente a prendere coscienza di quanto il suo panorama morale sia limitato e fragile. Vedere i suoi sogni di sportivo fallire, i suoi vagabondaggi inutili, che l’hanno portato a essere senza casa, lavoro e prospettive sono l’unico fallimento dal quale non sa riprendersi.
Infine la moglie Linda, l’unico suo sostegno, la sola che tenga veramente a lui, anche lei ormai è vecchia e senza alcuna prospettiva di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in serenità.
Nonostante questa lenta presa di coscienza, Loman si ostina a credere di avere ancora un’altra occasione, che il suo lavoro, con cui afferma la sua identità, non è inutile e la sua clientela, che ha coltivato negli anni cercando di farsi amare e benvolere, continueranno a dare uno scopo, e un senso, alla sua esistenza. Il crollo e la disintegrazione della sua identità avverrà quando il giovane Howard Wagner, titolare della sua ditta, lo licenzia senza preavviso e senza fornirgli alcuna liquidazione o indennizzo, abbandonandolo alla più completa miseria con la giustificazione “gli affari sono affari”.
Loman parla da solo, confonde presente e passato, soffre di allucinazioni e annaspa nel suo lungo calvario che lo accomuna agli uomini di ogni epoca, tormentato dalla lenta percezione dell’assurdo, del tradimento, dell’ingiustizia insita in una promessa non mantenuta. Dopo aver speso una vita per gli altri, al servizio dei suoi clienti, per la famiglia, per l’azienda, per il paese che in un certo modo ha contribuito a costruire, fisicamente usurato, con la vecchiaia che avanza, vede la sua ricompensa trasformarsi in condanna, vede i suoi figli persi, sua moglie destinata alla miseria, l’irriconoscenza e il cinismo dei datori di lavoro, il biasimo della società. La sua vita non raggiunge un compimento, l’uomo che sognava di essere si è dissolto.
Quando si lamenta “Non c’è niente di seminato nel mio pezzetto di terra, il mio giardino è senza piante” afferma il diritto e nello stesso tempo il dovere di dare concretezza alla sua umanità, un segno del suo passaggio, costruendo qualcosa non per sé ma per gli altri, superando il suo egoismo con l’unico atto eroico di cui è capace, sacrificare la sua vita per permettere alla moglie di percepire l’assicurazione.
La morte gli consente la sua ultima occasione di riscatto e liberazione da una vita mediocre, permettendogli di affermare il valore della sua persona e trasformandolo da semplice e volgare piazzista in un “uomo”. Il protagonista condizionato dall’ambiente in cui vive accetta acriticamente e persegue una filosofia materialistica che fa dei soldi e del mito del successo un idolo vendicativo e crudele.
Willy non è un eroe nel senso classico del termine, anzi è pieno di difetti, e anche la sua scelta finale, seppure determinata da buone motivazioni, non è dall’autore della piece del tutto giustificata. La vita, la famiglia, gli affetti sono più importanti della sicurezza economica e il non capirlo decreterà la grande sconfitta e la inesorabile tragicità di quest’uomo irrimediabilmente solo. I personaggi non comunicano realmente tra loro. Un senso di grande solitudine, infatti, pervade tutta l’opera. L’unica interazione reale, che supera l’isolamento in cui i personaggi si trovano, è il rapporto conflittuale tra Biff e suo padre, costellato da litigi, separazioni, abbandoni, ritorni che pur tuttavia permette di manifestare sentimenti sinceri. Quando realizza che suo figlio non lo odia, Willy percepisce che il suo fallimento non è completo, che qualcosa di sacro è riuscito a conservare e proprio questo se vogliamo è la molla che farà scattare la sua risoluzione finale.
La narrazione oscilla tra realismo ed espressionismo e utilizza il tempo cronologico con continui spostamenti tra passato e presente, per caratterizzare la sua mente disturbata. Oltre a usurargli il fisico, la sua vita spesa inseguendo falsi ideali ha corroso anche la sua mente e la sua anima. L’apparente realismo che pervade il testo crea un senso di familiarità con la vita privata dei personaggi che assumono una valenza universale rispecchiando problematiche, sentimenti, emozioni, comuni a tutti gli esseri umani. L’influenza del cinema nel teatro di Miller è evidenziata dallo specifico uso di tecniche narrative prevalentemente visive (uso dei flashback, delle luci, della musica).
Diamo infine, per concludere, un breve sguardo ai personaggi: Linda, coscienza critica del testo, paziente e amorevole moglie del protagonista, partecipe del dramma del marito, avverte che sta pensando di suicidarsi e tenta di spingere i figli ad aiutarlo impedendo la tragedia. Happy è l’emblema del conformismo acritico e standardizzato, omologato. Vede nel conformismo l’unica via per affrontare la lotta per la sopravvivenza, e tenta di tramandarlo anche ai suoi figli e facendo anche di loro dei “prodotti in serie”, gli stessi prodotti che ha sempre venduto. Biff emblema della ribellione senza logica, che lo spinge alla cleptomania. Ben caricatura del “self made man”. Charley filantropo saccente che non stima Willy, ma lo aiuta per pietà e per sentirsi migliore. (Il rifiuto di Willy di accettare il suo aiuto è il suo ultimo risveglio di dignità). Willy ha sempre tenuto un registro dei sui debiti e non vuole elemosina ma giustizia. Howard Wagner spietato, indifferente, egoista, imprenditore sterile figura apparentemente realizzata e vincente ma dietro la maschera del potere e dell’efficienza nasconde una disumanità, che ne fa un arido burattino in una pantomima crudele e vuota di ogni significato. Le voci registrate dei suoi cari danno un senso di quanto i suoi legami siano vuoti e privi di senso.
Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.
Source: libro preso in biblioteca.
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:: Recensione di La ragazza dei cocktail di James M. Cain (Isbn, 2013) a cura di Fabrizio Fulio-Bragoni
14 Maggio 2013
Come la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
Vi avvicinereste al testo con il cinismo del lettore smaliziato che ha assistito a troppe operazioni di “ripescaggio”, o vi dedichereste alla lettura, grati all’editore per la grande opportunità?
Ok, in certi casi l’eventualità è piuttosto remota; sopratutto se l’autore in questione è morto da trentacinque anni (trentasei, a voler essere pignoli), e ancora di più se ha scritto una ventina di romanzi hardboiled considerati -e non a torto- essenziali per gli sviluppi successivi del genere poliziesco, del noir, del pulp e di tutte le loro impalpabili varianti postmoderne.
Se poi l’autore ha fornito soggetti a film indimenticabili e -giustamente- indimenticati come La fiamma del peccato, Il postino suona sempre due volte, Ossessione ecc., l’eventualità si fa veramente remota.
Remota, certo, ma non nulla.
E così capita di approdare in libreria e trovarsi di fronte un inedito di James M. Cain. Proposto da Isbn. E siccome non si vuole fare la figura dei cretini, si procede al contrario, cominciando a informarsi sulla storia del testo: Com’è che un romanzo come La ragazza dei cocktail salta fuori solo nel 2012?
E si scopre, (merito della postfazione di Charles Ardai, consultata di straforo per non attirarsi le ire del libraio) che in effetti si tratta di un romanzo incompiuto. Che nella corrispondenza tra l’ottantatreenne James M. Cain e il suo agente dell’epoca ci sono vari accenni al manoscritto de La ragazza dei cocktail. Che poco prima di morire l’autore ne ha parlato con un intervistatore. E che la versione data alle stampe è frutto di un minuzioso lavoro di editing condotto dallo stesso Charles Ardai che firma la postfazione.
Charles Ardai; uno che, vi sembra di ricordare, è scrittore (anche se non l’avete letto), e fondatore di “Hard Case Crime” (http://www.hardcasecrime.com/), casa editrice che ha fatto dell’hardobiled (“dai capolavori perduti del noir ai romanzi dei migliori autori contemporanei”; il tutto in edizioni tascabili, super economiche e corredate da copertine originali dall’irresistibile sapore vintage) una vera e propria ragione di vita.
Insomma, date le premesse, il finale è scontato: vi portate a casa il libro di Cain, staccate il telefono, posticipate tutte le scadenze, vi date malati e cominciate la lettura.
E i sospetti iniziali (quei pochi residui) si dissipano presto, anzi, subito, fin dalle prime righe:
“Ho incontrato per la prima volta Tom Barclay al funerale di mio marito, come mi avrebbe rinfacciato più avanti, anche se allora mi aveva fatto un’impressione così blanda che non ricordavo di averlo mai visto prima”.
Vi trovate rituffati nel solito universo di James Cain; certo, l’incipit non è esattamente di quelli classici: la traduzione non è d’epoca e si vede, e, nostalgia a parte (ma è lecito, poi, essere nostalgici di costruzioni traballanti e scelte stilistiche spesso discutibili?), si vede anche che Rossari (autore di un paio di romanzi tutti suoi e traduttore, tra gli altri, di Twain, Bennett, Beniof, Thompson, Everett, Sinclair, Stein, Portis e Fry) è un vero professionista; sì, perché, pur dichiarando che “tradurre uno scrittore semplice è difficile”, riesce a “svecchiare” (termine che racchiude in se’, e anzi occulta, tutto il rischio dell’operazione, qui perfettamente riuscita) i polverosi modi dell’harboiled in traduzione, rapportandosi “criticamente” con i classici e correggendo alcune storture traduttive, ma senza tradirne lo spirito e senza rinunciare a una sintassi vagamente demodé e al lessico d’epoca (da segnalare, su tutto, i meravigliosi dialoghi).
Confortati dall’avvio, ci si tuffa nel romanzo.
Hyattsville, Maryland, anni ’60. La giovane e avvenente Joan Medford ha appena perso il marito (in circostanze piuttosto misteriose, o almeno così la pensa l’agente Church, uno dei due detective incaricati di indagare sul caso) e se la passa così male da essere costretta ad affidare il figlio neonato Tad alle cure dell’insopportabile Ethel (sorella del defunto Ron Medford) e cercarsi un lavoro. Vedova di un alcolizzato, per ironia della sorte si ritrova a servire cocktail in un bar, il “Garden of Roses”. Qui, conosce Earl K. White, attempato ma facoltoso spasimante al quale, dopo lunghe riflessioni, decide di concedere la mano: Earl non sarà il massimo ma sembra gentile; e poi bisogna pensare a Tad…
Ed è a questo punto che la situazione precipita: la protagonista si ritrova nuovamente al centro di un’indagine per omicidio, e stavolta l’agente Church pare pronto a tutto per inchiodarla…
Se da un punto di vista tematico La ragazza dei cocktail può sembrare un romanzo tipico (vi si ritrova l’intero campionario dei topoi cari all’autore de La morte paga doppio, dalla donna fatale all’uomo in balia del suo fascino, dalla morte incombente al senso di ambiguità morale che è alla base della reazione ambivalente -voyeurismo e riprovazione- manifestata dal pubblico d’epoca), è nelle scelte narrative che l’opera rivela tutta la sua originalità: non è la prima volta che Cain pone al centro della narrazione un personaggio femminile (Mildred Pierce), e tutt’altro che inedito è l’uso della prima persona (Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Serenata ecc.). Ma è la prima volta che le due circostanze convivono. Sì, perché ne La ragazza dei cocktail, è proprio Joan a raccontarsi, e anzi ad affidare la sua vita ad un nastro, nel tentativo di fugare anche gli ultimi sospetti di colpevolezza. Ma la sua operazione è fallimentare; non convince, o non del tutto.
Il ruolo delle donne nei romanzi di Cain è ben noto; e poi Joan Medford non è né Chambers né Huff: se questi sono essenzialmente (anti)eroi attinti alla fonte esistenzialista, uomini incatenati a una sorte tragica (avente per agente la femme fatale di turno), la “ragazza dei cocktail” è un personaggio libero che, dopo aver agito (non si sa bene in che modo, visto che mancano i testimoni) secondo arbitrio, fa di tutto per presentarsi come vittima del “caso” (il che è di per sé sospetto). Come tutti i lettori dei “vecchi” noir sanno, caso e destino sono due entità opposte: il primo è incidentale, il secondo è necessario. Non c’è spazio per il caso nel noir; e poi qui la quantità di circostanze presentate come “accidentali” è tale da minare alla base la credibilità dell’intera testimonianza.
E così, grazie a un “semplice” stratagemma narrativo, Cain riesce a instillare il dubbio nel lettore, trasformando un romanzo “tipico” in una geniale, inattesa e coinvolgente costruzione sul tema dell’attendibilità.
Dimenticavo: nel caso foste ancora lì a chiedervi chi sia il Tom menzionato nell’incipit… be’, non vi resta che leggere il romanzo. Traduzione di Marco Rossari.
James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio e Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.
:: Recensione di Paura nella notte, di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone
13 Maggio 2013
Paura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Piaga sociale che l’autore descrive con asprezza e precisione in tutto il suo potenziale destabilizzante di incertezza sociale e desolazione, non ignorando tuttavia coloro che si adoperarono per migliorare le condizioni di vita della popolazione, (è infatti descritto per esempio il picnic organizzato dal reverendo Luther Prentice e il suo tentativo di mettere pace e di offrire un pasto a gente che difficilmente mette d’accordo il pranzo con la cena).
Questa volta l’investigatore assicurativo della Pinnacle Assicurazioni Dave Brandstetter e il suo compagno Cecil Harris si trovano a indagare sulla morte di un camionista, Paul Myers, morto in uno strano incidente, apparentemente andando fuori strada una notte a una curva del Torcido Canyon, (in realtà qualcuno ha messo un congegno esplosivo sotto il camion provocandone l’esplosione). Compito di Brandstetter è scoprire se la moglie Angela Myers è in qualche modo implicata in questa morte, essendo la beneficiaria di una cospicua assicurazione di centomila dollari sulla vita del marito, o se l’assicurato ha mentito, trasportando per esempio carichi pericolosi, condizioni che permetterebbero all’Assicurazione di non versare l’importo stabilito.
Per la polizia non c’è nemmeno bisogno di indagare, il tenente Salazar, della squadra omicidi, è convinto che l’unico ad avere una ragione per volere il camionista morto è un certo Silencio Ruiz, un teppista di strada, che Paul contribuì a far condannare testimoniando per una rapina e che in Tribunale gridò al mondo la sua intenzione di vendicarsi una volta uscito di prigione. Ma Brandstetter non è affatto convinto. Di persone con un movente ce n’è più d’una, come per esempio Bruce Kilgore amante della Myers, o una misteriosa “Duchessa” implicata sicuramente in un traffico illegale di rifiuti tossici. E perché De Witt Gifford, bizzarro ed eccentrico vecchietto, proprietario di una specie di castello con tanto di torrette, ha pagato la cauzione e l’avvocato di Silencio Ruiz? Brandstetter nella sua ricerca della verità dovrà fare i conti con tutte queste piste e alla fine si troverà a considerare che la natura umana è piuttosto prevedibile e mossa non sempre solo dalla sete di denaro.
Ecco in breve la trama di Paura nella notte, romanzo che conferma le abilità narrative di Hansen, capace di tratteggiare efficaci affreschi sociali, colorire la narrazione con dialoghi pieni di spirito e di intelligenza, parlare d’amore con tenerezza e sensibilità, anche solo descrivendo una carezza, come quella che Brandstetter da a Cecil. Nessuna sbavatura, nessuna parola superflua, nessuna esibizione sopra le righe che possa cadere nel grottesco anche quando da vita al personaggio di De Witt Gifford, e sarebbe bastato veramente poco a trasformarlo in una caricatura o in una macchietta.
Hansen ha una pacatezza e un senso della misura che gli consentono, con naturalezza ed eleganza, di approfondire l’analisi psicologica dei personaggi con pochi tratti, quasi in uno schizzo narrativo, che se si osserva con attenzione ha nell’essenzialità la sua dote maggiore. La trama investigativa è come al solito robusta e unisce sprazzi di slancio ambientalista ad una calibrata esposizione dei fatti.
I problemi sociali della periferia di Los Angeles – disoccupazione, povertà, violenza, crimine più o meno organizzato- emergono sullo sfondo come riflesso di una società malata e ingiusta e proprio il senso di giustizia tormenta il protagonista. E’ più giusto scoprire la verità o essere mossi dalla compassione e dalla generosità?
Traduzione di Franco Salvatorelli. Illustrazione di copertina di Onze.
Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.
:: Recensione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Dalai Editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone
9 Maggio 2013“Perché avete tutti paura dei Bondurant? Mi dica solo questo”.
“Vuole che le dica qualcosa? Gli hanno tagliato la gola con un rasoio. Erano convinti che fosse morto, tutto quel sangue… Non ne aveva più nemmeno una goccia nelle vene. Ma se le dicessi che si è rialzato e ha camminato per più di quindici chilometri in una bufera di neve? Che ne pensa?
“Che è una gran bella storia”
“E lei ci crede?”
“No. E’ una leggenda. Una balla”.
“Be’, allora lei non ha nulla da temere”.
Può un libro diventare un’ ossessione?
Ma a me è successo che un libro diventasse un’ossessone con La contea più fradicia del mondo (The Wettest County in the World, 2008) di Matt Bondurant, pubblicato da Dalai Editore nella collana Romanzi e racconti. Sarà che il periodo in cui è ambientato, (Grande Depressione e Proibizionismo), mi ha da sempre interessato; sarà che si parla di uno scrittore come Sherwood Anderson, noto per la raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ogni appassionato di letteratura anglo-americana conosce, il cui talento forse a tutt’oggi non è ancora stato giustamente valutato e così sfortunato in vita da morire per aver inghiottito per sbaglio uno stecchino da denti in un cocktail party; sarà che è stato ispirato da una storia vera, la vita del nonno e dei prozii dell’autore, e oltre ad essere un romanzo storico, ben documentato, è anche una gangster story in cui buoni e cattivi si scambiano le parti; sarà che è uscito un film intitolato Lawless, e a volte il cinema pur quando non è al suo meglio, offre un ottimo servizio alla letteratura spingendoti a chiederti come sarà il romanzo da cui il film è tratto.
Per queste e forse altre ragioni più difficilmente identificabili leggere questo libro è diventato per me quasi un chiodo fisso e quando finalmente me ne sono procurata una copia la paura di rimanere delusa è stata tanta. Naturalmente se sto ora a parlarvene, la delusione non c’è stata anzi, mi sono divertita pure parecchio ad immaginarmi come doveva essere stata la vita dei contrabbandieri illegali di alcool nelle contee rurali della old Virginia, popolate di leggende e di gangster improvvisati e bizzarri, più avvezzi a scuoiare un maiale che a sparare con i fucili a pompa, con magari una corda invece che una cintura, la salopette di jeans, e la terra dei campi sotto le unghie.
Per non parlare delle donne che li hanno amati, donne volitive e determinate, rivisitazione in chiave proibizionista delle belle da saloon del vecchio West, come il personaggio di Maggie, il più bello a mio avviso ed evocativo di tutto il romanzo, o come il personaggio di Berta, suonatrice di mandolino, dall’animo ribelle e scanzonato seppur costretta negli abiti grigi e dimessi di una brava ragazza battista.
Se il Vecchio West incarna il lato allegro ed ottimistico del sogno americano, la Grande Depressione e il Proibizionismo ne incarnano la sua anima più dolente e tormentata e a questo proposito non posso non pensare alle bellissime foto di Dorothea Lange, che difficilmente si dimenticano una volta viste, e anche una foto compare sulla copertina, una foto di Jack presumo, nel romanzo l’autore cerca di ricreare il giorno in cui fu scattata. Starei ore a parlarvi di questo libro, ma mi rendo conto che sto divagando e forse voi vorreste conoscere qualcosa in più della trama e dello stile di Matt Bondurant, che per inciso mi deve un’ intervista – se mi leggi sappi che aspetto ancora le tue risposte-.
Tornando alla trama, allora la storia si basa sui fatti e sul processo legati al The Great Moonshine Conspiracy Trial of 1935 avvenuto nella contea di Franklin, processo teso a dimostrare il reticolo di corruzione e ricatti che legava i moonschiners, distillatori illegali di whiskey, con le forze dell’ordine locali, sceriffo e procuratore legale in testa, anche se quest’ultimo, forse per i suoi agganci politici, sarà l’unico poi a farla franca.
Sherwood Anderson sulle tracce di una fantomatica contrabbandiera, Willie Carter Sharpe, l’unico essere umano in grado di sfrecciare giù per Grassy Hill al volante di una Ford, le cui gesta il vero Anderson racconterà in Kit Brandon, si imbatte nei fratelli Bondurant: Howard, Forrest e Jack. Paladini di una lotta personale con la legge che non solo infrangono contrabbandando alcool, ma anche schierandosi platealmente contro all’idea di pagare sottobanco le forze dell’ordine per continuare i loro traffici. Proprio per questo, in quel celebre processo non sedettero sul banco degli accusati, ma furono sentiti come semplici testimoni dei fatti accaduti.
La contea più fradicia del mondo, frase coniata dallo stesso Anderson per descrivere la contea di Franklin, è una saga familiare, dai toni epici e violenti, che raffigura un mondo rude e nello stesso tempo liricamente tratteggiato, capace di evocare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più, forse l’innocenza di una nazione che nel periodo più difficile della sua storia, gravato da una crisi economica che degenerò nella Seconda Guerra Mondiale, riuscì a rafforzare quei legami di solidarietà e di fratellanza, quell’ amore per la libertà e una giustizia ben superiore ai giochi di potere della legge costituita.
Una certa anarchia soffia per tutto il romanzo, un’allegra avversione verso la giustizia umana, nelle cui pieghe corruzione, sopraffazione e sadico amore per la violenza in sé vengono combattuti da Robin Hood in salopette e stivali da contrabbandiere. Questo mondo di certo non c’è più, ma nelle pagine di questo libro ancora vive, ed è bello che sia così. Traduzione di Paolo Falcone.
Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.
Liberi di scrivere intervista Matt Bondurant: qui
Source: acquisto personale
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
Nota: questo libro appartiene alla promozione Remainders -50%
:: Recensione di 1408 racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico di Stephen King (Sperlig & Kupfer, 2005) a cura di Micol Borzatta
7 Maggio 2013
Il 20 aprile 2013 alle ore 21:00 è andato in onda su Sky Cinema Max il film 1408 tratto dall’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, collana Narrativa, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, 2002. La visione del film mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano questo bellissimo libro che oltre a una trama avvincente ha anche una storia molto particolare alle sue spalle.
La storia narra di uno scrittore Mike Enslin, che scrivi libri sui luoghi infestati demolendoli con il suo non credere, che vuole a tutti i costi pernottare nella stanza 1408 del Dolphin Hotel.
La stanza è famosissima per essere stata palcoscenico di numerosissime morti, sia suicidi che morti naturali.
Mike ovviamente non crede che una stanza possa essere la mandante o la causa delle morti e alla fine riesce, andando per vie legali, a pernottare nella camera.
Qui la vicenda è molto diversa se si legge il libro o se si guarda il film, perché nel film vengono evidenziate di più le manipolazioni della realtà causate dalla stanza, nel libro invece Stephen King descrive il tutto da un punto di vista diverso dal normale, infatti la storia degli avvenimenti che accadono è raccontata esclusivamente dal registratore che stava usando Mike all’interno della stanza per prendere appunti per il libro e che viene recuperato dai resti bruciati.
Non si sa assolutamente nulla di quello che è accaduto nella stanza ma si percepisce esclusivamente lo stato d’animo e di terrore di Mike che cambia diventando sempre più ossessivo e pesante di pagina in pagina.
Due linee quindi completamente diverse ma che ottengono assolutamente lo stesso risultato: tenere il lettore o lo spettatore incollato fino all’ultima pagina.
Come dicevo all’inizio questo racconto di Stephen King ha una straordinaria storia alle spalle. Innanzitutto è cortissimo. Il racconto infatti nasce come piccolo raccontino esclusivamente da inserire nel suo libro On Writer come esempio pratico di come si struttura un racconto e lo si modifica, se non fosse che mentre stava scrivendo il racconto ha incominciato a vivere di vita propria, come racconta lui stesso nella prefazione, e a descriversi e compilarsi da solo.
Anche se molto diverso dai soliti lavori di Stephen King, si nota subito la mano del maestro e riesce anche nella sua brevità a trasmettere al lettore tutto lo stato psicologico e mentale del protagonista.
Un’ ottima lettura adatta a chiunque non sia troppo influenzabile dagli stati psicologici e ansiosi del protagonista.
Ancora una volta un capolavoro del maestro che sa sempre come superarsi.
Stephen King nasce a Portland nel 1947. Scrittore e sceneggiatore statunitense è uno dei più celebri autori della letteratura horror del XX secolo e nel romanzo gotico.
Inizia la sua carriera di scrittore nel 1974 con Carrie.
A oggi ha pubblicato sessanta opere.
Molte delle sue opere hanno avuto trasposizioni cinematografiche e televisive con registi della portata di Stanley Kubrick, John Carpente, Brian De Palma, David Cronenberg e Frank Darabont.
:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
5 Maggio 2013
Quel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
Sì, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.
Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale, tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.
Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.
Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.
Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.
:: Recensione di Buongiorno Principessa di Francisco De Paula (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
18 aprile 2013
Il mondo dei teenager è un mondo a parte, noi adulti possiamo solo osservarlo ricordandoci come eravamo alla loro età, con certo meno internet, smartphone, e-reader e tutti quei congegni tecnologici che oggi sembrano indispensabili e che rendono simili, e forse un po’ omologati, i ragazzi di Seattle, come quelli di Milano o quelli di Madrid, come in questo romanzo Buongiorno Principessa (Buoenos dias, Prinsesa!, 2012) di Francisco De Paula, tradotto dal casigliano da Silvia Bugliolo ed edito da Corbaccio. La copertina molto simpatica, raffigurante un cuore con le ali, dà subito l’idea del pubblico di lettori a cui è indirizzato: giovanissimi, ragazzi come Bruno, Elisabet, Ester, Maria, Raul e Valeria, sedicenni madrileni, legati da una profonda amicizia, che insieme cercano di crescere, e di conoscere il mondo degli adulti, di vincere la timidezza, di conquistare l’amore. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, la lealtà, sono infatti temi importanti a quell’età, quasi scoperti per la prima volta, resi preziosi forse come in nessun altra età della vita e Francisco De Paula si impegna a cercare di analizzarli con un stile semplice e fresco, spiritoso e moderno. Forse se avessi letto questo libro a sedici anni mi sarei immedesimata maggiormente, ora vedo le loro storie un po’ con l’occhio critico di chi sorride con tenerezza per avvenimenti che a quell’età sono serissimi, o di chi considera superficialità certi atteggiamenti forse solo spontanei e spensierati. Premetto che non ho letto Moccia a cui il libro è accostato e tendo a diffidare delle opere generazionali, ma considerando il pubblico a cui è rivolto, è un romanzo piacevole, forse troppo lineare e senza malizia, ma il tipo di lettura che una volta si diceva i genitori avrebbero apprezzato che i figli leggessero. Il mondo tratteggiato nel romanzo, soffuso dai tratti della commedia più che del dramma, anche se piccoli drammi ce ne sono nel romanzo dalla separazione dei genitori, alla crisi economica che non permette di spendere soldi in svaghi superflui, dai sentimenti non corrisposti agli abbandoni, ha comunque un che di fiabesco; ma a volte è bello sognare, sperare che le avversità siano sempre limitate, che la vita non ci gravi con i suoi pesi di sofferenza e infelicità a volte troppo grandi da sopportare. E la storia di questi ragazzi ha questo di bello, non ferisce, non scoraggia, non causa amarezza. Forse mi sono maggiormente identificata con Valeria, personaggio che più mi somiglia, e infatti la sua storia è quella che ho seguito con più interesse ricordandomi come ero un tempo, e forse sono ancora sotto la maschera che da adulti indossiamo. Il libro finisce con un interrogativo, dovremo aspettare i prossimi romanzi per sapere di più del misterioso César, ma non si dovrà aspettare troppo, uscirà infatti già il 30 maggio il prossimo episodio dal titolo Il Club degli incompresi.
Francisco de Paula è nato a Siviglia. Si è iscritto alla facoltà di Legge ma dopo un anno ha deciso di cambiare vita e si è trasferito a Madrid dove ha studiato giornalismo all’Università Europea. Ha collaborato con diverse testate e parallelamente ha coltivato la sua grande passione per la scrittura, alla quale ormai si dedica a tempo pieno. È autore della trilogia «Canciones para Paula», una serie di romanzi nati in rete, così come Buongiorno Principessa! Che, una volta pubblicato in Spagna, è diventato un caso editoriale entrando subito nella classifica dei libri più venduti e affermandosi come il romanzo dei teenager del terzo millennio.
:: Recensione di Non è come pensi di Sophie Hannah (Garzanti, 2013) a cura di Giulietta Iannone
17 aprile 2013
Non è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.
Sophie Hannah vive a Cambridge con il marito e i due figli. È poetessa e autrice di racconti che le hanno valso premi prestigiosi, tra cui il Daphne Du Maurier Festival Short Story Competition. I suoi romanzi, editi in sedici paesi, sono sempre al vertice delle classifiche a poche settimane dall’uscita. Con Garzanti ha pubblicato anche Non è mia figlia, Non è lui, Non ti credo, Non è un gioco e La culla buia.
:: Recensione di Il libraio di Parigi di Mark Pryor (Time Crime, 2013)
15 aprile 2013Il libraio di Parigi (The Bookseller, 2012) esordio del texano Mark Pryor, edito da Time Crime e tradotto da Tommaso Tocci, è una piacevole sorpresa che sono certa apprezzerete quanto ho apprezzato io. Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima, uscirà in libreria il 18 aprile, e so per certo che l’intervista che farò all’autore è la prima che concede all’estero, per cui mi sento un po’ come quei talent scout che scovano bei libri, quasi per caso.
Già leggendo la trama avevo capito che era uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere: innanzitutto è ambientato a Parigi, una Parigi un po’ deformata dalla fantasia dell’autore, che si premura di dirci delle libertà che si è preso riguardo alla Storia e alla geografia dei luoghi, una Parigi vista con gli occhi di uno straniero, il protagonista è un americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, ma pur sempre una città ricca di atmosfera, di caffè tipici, di ristoranti galleggianti sulla Senna, di bouquiniste con le loro bancarelle di libri preziosi.
Poi una sottotrama del libro ci riporta alla Seconda Guerra Mondiale, alla caccia data ai Nazisti e ai collaborazionisti nella Francia del dopoguerra. Il protagonista, Hugo Marston, una sorta di Cary Grant con gli stivali da cowboy, seppure smaccatamente americano, è decisamente simpatico, onesto, coraggioso, un po’ sbruffone ma mai quanto l’amico Tom Green, agente della Cia obeso e sboccato, sempre tentato di risolvere le cose piuttosto radicalmente, che l’aiuterà nell’indagine.
Poi siamo a Parigi, volete che non ci sia una storia d’amore con una bella parigina? E soprattutto come tutti i bibliofili più accaniti non potevo non essere affascinata del fatto che si parli di libri, di prime edizioni che possono valere 500.000 Euro trovate quasi per caso e comprate per cifre irrisorie dai bouquiniste, un’ istituzione a Parigi con tanto di sindacato e tradizioni, di libri che contengono segreti terribili rimasti sepolti per decenni, per cui si è disposti a tutto pur di ritrovarli, anche a rivolgersi senza volerlo a chi non è quello che sembra, a chi non ha remore di uccidere pur ti ottenere quello che vuole.
Tutto ha inizio una giornata di inverno nei pressi di una bancarella di libri a Pont Neuf. Hugo Marston capo della sicurezza presso l’ambasciata degli Stati Uniti, e suo malgrado in vacanza, vaga lungo la Senna in cerca di un libro da regalare alla sua ex moglie Christine, che da poco l’ha lasciato, e che forse vuole riconquistare. Arrivato alla bancarella del suo amico Max, un anziano bouquiniste un po’ bizzarro che conosce da anni, scova due libri interessanti: Une saison en enfer di Rimbaud con tanto di dedica a Paul Verlaine, e un Agatha Christie prima edizione. Sfoglia casualmente un Della guerra di Carl von Clausewitz, ma Max si affretta a metterlo via, dicendo che quello non è in vendita. Poi sotto i suoi occhi Max viene rapito.
Non ostante la sua testimonianza la polizia non è intenzionata a dare l’avvio all’inchiesta per la dichiarazione di alcuni che asseriscono che Max sia andato via di sua spontanea volontà. Hugo certo non ha intenzione di rimanere con le mani in mano e inizia una sua personale indagine alla ricerca del suo amico. Scoprirà di lui cose strane, che si chiama Max Koche, che la Cia ha un dossier su di lui, e che collaborò con Serge e Beate Klarsfeld, famigerati cacciatori di nazisti.
Sempre ostacolato dalla polizia, e dallo stesso ambasciatore Taylor che gli intima di non mettersi in mezzo in una storia di competenza dei francesi, troverà come alleati l’amico Tom, agente della Cia venuto a Parigi e stanco di essere stato messo a passare carte dopo una vita sul campo e la giornalista Claudia Roux, con la quale vivrà una storia d’amore e si scoprirà essere la figlia di un conte legato alla sparizione di Max. Quando altri bouquiniste vengono rapiti e ritrovati morti nella Senna, la polizia finalmente decide di intervenire e le indagini passano a Garcia, un poliziotto francese che sospetta del marcio all’interno della polizia. Quello che scopriranno grazie all’intuito di Hugo, e che di certo non vi anticipo, è un piano diabolico che spero nessun delinquente prenderà mai in seria considerazione.
A maggio in America uscirà la prossima avventura di Hugo Marston dal titolo The Crypt Thief e quello che posso ancora dirvi è che mi è venuta una voglia pazzesca di visitare Parigi. Buona lettura.
Mark Pryor è nato in Inghilterra, e lavora come assistente del procuratore distrettuale ad Austin in Texas. Questo è il suo romanzo d’esordio.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Fanucci.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: La Signora degli Inferi, Filippo Fornari, Todaro editore, 2012 a cura di Viviana Filippini
15 aprile 2013
Ok è vero vero non si chiama Dan Brown e non ha scritto il Codice Da Vinci, e nemmeno la Biblioteca dei morti e seguenti come Glenn Cooper, ma Filippo Fornari, chimico piacentino ha creato con La Signora degli Inferi un avventuroso giallo avvincete, nel quale presente e passato si mescolano lasciando in chi legge alcune stimolanti curiosità da approfondire. La struttura è quella classica dell’omonimo genere che comincia con un morto assassinato – il bibliofilo Augusto Maria Orsini trovato cadavere con due antiche monete sugli occhi -, seguita dall’indagine del detective di turno – Marco Visconti- con la conseguente identificazione del caso come il fine tragico di un illecito traffico di monete false. Un’ipotesi che non convince Visconti, maggiore dei Carabinieri tornato da un missione estera e assegnato alla sezione omicidi, il quale vista la scia di morti presenti un po’ ovunque in Europa e molto simili a quella romana decide di fare di testa propria, dando il via ad un’indagine del tutto personale per capire quale mistero si nasconda dietro i brutali assassinii. Accanto a lui l’affascinante Lavinia Alibrandi, esperta di monetazione antica e un intelligente e simpatico docente in pensione di Storia delle Religioni. Chi leggerà La Signora degli Inferi non sarà trascinato solo in rocamboleschi inseguimenti nelle viuzze all’aperto e dentro al ventre di Roma, dove la tensione rimarrà sempre fior di pelle, ma sarà introdotto all’affascinante mondo della numismatica, alla scoperta del significato celato nei disegni incisi sulle antiche monete in circolazione tra le pagine della dinamica storia di Fornari. Accanto alla tipica azione del thriller, quella che ti tiene con il fiato sospeso pagina dopo pagina, si innestano le vicende personali di Visconti e di alcuni suoi comprimari, a dimostrazione del fatto che i protagonisti creati dall’autore piacentino superano i classici stereotipi del giallo (non sono attori narrativi imbrigliati in rigide qualità o categorie comportamentali) per assumere una natura più umana, che li rende simili a noi lettori. Ed ecco Visconti alla prese con il difficile rapporto con la ex-moglie e pienamente consapevole di non essere un buon padre per la figlia. Poi, tocca a Lavinia, che è sì bella e tenace, ma nasconde un passato drammatico e doloroso segnato da un grave lutto in famiglia e da un brutale violenza subìta. Un evento che le ha lasciato profonde ferite nell’animo, tanto dolorose da non riuscire a chiuderle. La coppia lotterà con le proprie questioni private, dimostrando di avere due anime sensibili e umane, ma nello stesso momento i due neodetective combatteranno contro il tempo per fermare la lunga inspiegabile scia di omicidi. Morti misteriose, dove le vittime possono essere importati personalità pubbliche o sconosciuti campagnoli. Decessi attuati seguendo rituali precisi che nascondono una realtà contorta, cupa ed inquietante, che portata a compimento potrebbe cambiare il destino dell’umanità. Il tutto è narrato da Fornari con un linguaggio schietto, rapido tipico della cronaca, che non si perde in inutili fronzoli descrittivi trascinando noi lettori nelle avventure di questo contemporaneo – concedetemi il paragone- Indiana Jones in fase di formazione!
Filippo Fornari, chimico, piacentino ritornato alle sue colline dopo molti anni di esilio a Milano, si occupa di marketing di sistemi di diagnostica molecolare. In precedenza ha fatto il ricercatore e l’imprenditore nel settore biomedico e, soprattutto, ed è la cosa su cui più ama soffermarsi, lo skipper di imbarcazioni a vela. È stato istruttore al Centro Velico di Caprera e per un lungo periodo, quando non teneva famiglia e poteva scialare il proprio tempo, ha fatto regate, trasferimenti (oceano compreso) e insegnato ai corsi della Lega Navale di Milano. Ora è sposato e ha una figlia tredicenne: non può più permettersi di sprecare tempo, denaro e energie, ma, grazie a Cecilia, può guardare al mondo d’oggi con lo sguardo di un adolescente.Prima di cimentarsi con i thriller, ha scritto di chimica clinica e di nautica. Ecco, questo è quello a cui vorrebbe dedicarsi in un futuro non tanto lontano, lo studio delle tecniche di navigazione e delle rotte dei marinai dell’antichità. In effetti ha già cominciato: ha in cantiere un romanzo storico, ambientato nel Mediterraneo del IV secolo a.C., che ripercorre gli itinerari degli antichi navigatori e riprende, come una sorta di prequel, i medesimi miti che compaiono ne La Signora degli Inferi.





























