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:: Un’ intervista con Matt Bondurant

16 maggio 2013

Matt BondurantGrazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac  e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.

Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così  il tuo interesse per la scrittura?

No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?

Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.

Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?

Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.

Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che  racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera  era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo  storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su unurna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?

La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.

Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?

Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va  in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?

Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.

Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?

Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.

Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?

Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più  da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.

Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?

Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.

Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:

David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante

Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere,  a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.

Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui

:: Recensione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Dalai Editore, 2012)

9 maggio 2013
Matt Bondurant

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“Perché avete tutti paura dei Bondurant? Mi dica solo questo”.
“Vuole che le dica qualcosa? Gli hanno tagliato la gola con un rasoio. Erano convinti che fosse morto, tutto quel sangue… Non ne aveva più nemmeno una goccia nelle vene. Ma se le dicessi che si è rialzato e ha camminato per più di quindici chilometri in una bufera di neve? Che ne pensa?
“Che è una gran bella storia”
“E lei ci crede?”
“No. E’ una leggenda. Una balla”.
“Be’, allora lei non ha nulla da temere”.

Può un libro diventare un’ ossessione?
Ma a me è successo che un libro diventasse un’ossessone con La contea più fradicia del mondo (The Wettest County in the World, 2008) di Matt Bondurant, pubblicato da Dalai Editore nella collana Romanzi e racconti. Sarà che il periodo in cui è ambientato, (Grande Depressione e Proibizionismo), mi ha da sempre interessato; sarà che si parla di uno scrittore come Sherwood Anderson, noto per la raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ogni appassionato di letteratura anglo-americana conosce, il cui talento forse a tutt’oggi non è ancora stato giustamente valutato e così sfortunato in vita da morire per aver inghiottito per sbaglio uno stecchino da denti in un cocktail party; sarà che è stato ispirato da una storia vera, la vita del nonno e dei prozii dell’autore, e oltre ad essere un romanzo storico, ben documentato, è anche una gangster story in cui buoni e cattivi si scambiano le parti; sarà che è uscito un film intitolato Lawless, e a volte il cinema pur quando non è al suo meglio, offre un ottimo servizio alla letteratura spingendoti a chiederti come sarà il romanzo da cui il film è tratto.
Per queste e forse altre ragioni più difficilmente identificabili leggere questo libro è diventato per me quasi un chiodo fisso e quando finalmente me ne sono procurata una copia la paura di rimanere delusa è stata tanta. Naturalmente se sto ora a parlarvene, la delusione non c’è stata anzi, mi sono divertita pure parecchio ad immaginarmi come doveva essere stata la vita dei contrabbandieri illegali di alcool nelle contee rurali della old Virginia, popolate di leggende e di gangster improvvisati e bizzarri, più avvezzi a scuoiare un maiale che a sparare con i fucili a pompa, con magari una corda invece che una cintura, la salopette di jeans, e la terra dei campi sotto le unghie.
Per non parlare delle donne che li hanno amati, donne volitive e determinate, rivisitazione in chiave proibizionista delle belle da saloon del vecchio West, come il personaggio di Maggie, il più bello a mio avviso ed evocativo di tutto il romanzo, o come il personaggio di Berta, suonatrice di mandolino, dall’animo ribelle e scanzonato seppur costretta negli abiti grigi e dimessi di una brava ragazza battista.
Se il Vecchio West incarna il lato allegro ed ottimistico del sogno americano, la Grande Depressione e il Proibizionismo ne incarnano la sua anima più dolente e tormentata e a questo proposito non posso non pensare alle bellissime foto di Dorothea Lange, che difficilmente si dimenticano una volta viste, e anche una foto compare sulla copertina, una foto di Jack presumo, nel romanzo l’autore cerca di ricreare il giorno in cui fu scattata. Starei ore a parlarvi di questo libro, ma  mi rendo conto che sto divagando e forse voi vorreste conoscere qualcosa in più della trama e dello stile di Matt Bondurant, che per inciso mi deve un’ intervista – se mi leggi sappi che aspetto ancora le tue risposte-.
Tornando alla trama, allora la storia si basa sui fatti e sul processo legati al The Great Moonshine Conspiracy Trial of 1935 avvenuto nella contea di Franklin, processo teso a dimostrare il reticolo di corruzione e ricatti che legava i moonschiners, distillatori illegali di whiskey, con le forze dell’ordine locali, sceriffo e procuratore legale in testa, anche se quest’ultimo, forse per i suoi agganci politici, sarà l’unico poi a farla franca.
Sherwood Anderson sulle tracce di una fantomatica contrabbandiera, Willie Carter Sharpe, l’unico essere umano in grado di sfrecciare giù per Grassy Hill al volante di una Ford, le cui gesta il vero Anderson racconterà in Kit Brandon, si imbatte nei fratelli Bondurant: Howard, Forrest e Jack. Paladini di una lotta personale con la legge che non solo infrangono contrabbandando alcool, ma anche schierandosi platealmente contro all’idea di pagare sottobanco le forze dell’ordine per continuare i loro traffici. Proprio per questo, in quel celebre processo non sedettero sul banco degli accusati, ma furono sentiti come semplici testimoni dei fatti accaduti.
La contea più fradicia del mondo, frase coniata dallo stesso Anderson per descrivere la contea di Franklin, è una saga familiare, dai toni epici e violenti, che raffigura un mondo rude e nello stesso tempo liricamente tratteggiato, capace di evocare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più, forse l’innocenza di una nazione che nel periodo più difficile della sua storia, gravato da una crisi economica che degenerò nella Seconda Guerra Mondiale, riuscì a rafforzare quei legami di solidarietà e di fratellanza, quell’ amore per la libertà e una giustizia ben superiore ai giochi di potere della legge costituita.
Una certa anarchia soffia per tutto il romanzo, un’allegra avversione verso la giustizia umana, nelle cui pieghe corruzione, sopraffazione e sadico amore per la violenza in sé vengono combattuti da Robin Hood in salopette e stivali da contrabbandiere. Questo mondo di certo non c’è più, ma nelle pagine di questo libro ancora vive, ed è bello che sia così. Traduzione di Paolo Falcone.

Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.

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Source: acquisto personale

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