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:: Il prezzo, Arthur Miller (Einaudi, 2015)

25 ottobre 2015
il prezzo

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A dieci anni dalla morte, e a 100 anni dalla nascita, in un periodo di doppie commemorazioni fuori e dentro i teatri, luogo ideale dove l’anima di Arthur Miller ancora risiede, Einaudi porta per la prima volta in Italia in testo scritto, nella traduzione di Masolino d’Amico (già nel 1969 Raf Vallone la portò a teatro), una pièce di Miller del 1968, Il Prezzo, uscita come dal cappello a cilindro di un prestigiatore. Pochi la conoscono, ancora meno la citano (alcuni l’hanno fatto a sproposito confondendo lavori dell’autore) sta di fatto che Il Prezzo fu coronata dal successo di ben 429 repliche consecutive, dopo il debutto il 7 febbraio del 1968 al Moresco Theatre di Broadway. La Compagnia Orsini la sta portando attualmente a teatro in Italia. Vi confesso che nella sua tappa a Torino, non mi spiacerebbe vederla.
Lasciata la cornice della Grande Depressione e della crisi del 29, sembra scritta oggi; parla della crisi del mondo di oggi. (Qui mangiavamo immondizia, dice Victor al fratello). Quanta gente, specie pensionati, nell’Italia ottimistica di Renzi, sono costretti a rovistare nei cassonetti dei mercati rionali in cerca di pompelmi marci.
Non è singolare? Forse il grande teatro, (sarà una banalità dirlo), è davvero senza tempo. Se no non troveremmo moderno Euripide, o Shakespere, o Moliere. Quindi anche Miller è davvero baciato dall’antica musa, (se ancora qualcuno si ponesse questioni se fu o non fu il più grande drammaturgo della seconda metà del Novecento, spesso accostato a Tennessee Williams a dividersi il titolo) e ci porta a riflettere sul presente con una lucidità che a tratti spaventa.
Leggere testi dedicati al teatro ha limiti e grandezze. Forse il limite più grande è la mancanza del talento degli attori, ma tra le grandezze possiamo sederci in poltrona e creare nella nostra mente uno spettacolo tutto per noi, con luci e scenografie originali e sempre diverse, persino musiche, se vogliamo un sottofondo musicale. Con un po’ di esercizio, perchè l’immaginazione va esercitata, ci si riesce ed ecco a voi una stanza in cui sono accatastati vecchi mobili dal valore indefinito e due personaggi, un marito e una moglie. Rileggendo questa ultima frase sembra che anche i personaggi siano accatastati ed equiparati a oggetti, e non correggo, forse questa è la chiave di lettura del testo, a volte la si trova senza cercarla.
C’è tensione tra i due personaggi, insoddisfazione, risentimento forse legato a motivi economici o a qualcosa di più impalpabile, fumoso, legato a un terzo personaggio, Walter, il fratello medico, quello che nella vita ha raggiunto il successo e il benessere economico, grazie anche ai sacrifici dell’altro fratello che gli permisero di studiare.
E c’è il fantsma di un padre, ormai morto. Personaggio silenzioso ma a mio avviso fondamentale. In qualsiasi rappresentazione scenica lo metterei seduto (anche come manichino) nella poltrona imbottita dalle sfumature rosa. Infondo è lui il cardine su cui ruota tutta la storia, la vittima-carnefice: vittima della fine del sogno (economico) americano, carnefice dei suoi figli, la cui colpa maggiore resta senz’altro avere generato inimicizia tra loro, rispettando quello assente e sfruttando quello presente, a cui tiene nascosto di possedere (salvata in qualche modo rocambolesco dal fallimento) un’ ingente somma di denaro. C’è un prestito in ballo, questa omissione inciderà pesantemente nella storia.
I mobili sono tutto ciò che resta della sua vita e prima di venderli bisognerà dargli un prezzo, concetto ben lontano a quello di valore. Con Miller non si può mai stare tranquilli, usa criteri econmici per parlarci di altro, o per criticare il sistema economico stesso, meglio di un testo di economia. Insomma dare un prezzo a quegli oggetti sembra lo scopo che si persegue con pervicacia durante tutta la pièce e per far ciò viene chiamato in causa un antiquario/mercante ebreo, Gregory Solomon, anche lui perseguitato da un fantasma, quello della figlia suicida. Proiezione benigna del padre assente, Solomon persegue i suoi scopi, spuntare un prezzo favorevole per quegli oggetti, ai danni di Victor, (che non ostante i pungolamenti della moglie) non sa contrattare. La sua onestà resta un enigma, la sua pessima salute (è molto anziano) fa oscillare le certezze sulla consapevolezza che la morte imminente fa sfumare la volontà di essere disonesto e ammassare i beni terreni ai danni degli altri. Ma chi può dirlo, forse tutta la contrattazione è ancora un suo modo di sentirsi abile, forte, capace di fare un mestiere in cui forse si credeva finito.
Chi invece non si faceva scrupoli, e noi tutti della sua onestà dubitiamo, è Walter, che arriva al punto di escogitare un raggiro (perfettamente legale, ma imprevedibile negli esiti) per pagare finalmente il debito che ha contratto con il fratello e guadagnarne finalmente la sua stima e amicizia. Walter, molto più simile al padre di quanto creda nella sua foga manipolatoria, nasconde però debolezze e fragilità che lo rendono diverso da come in un primo tempo potrebbe apparire. Si è disfatto delle cliniche per anziani (non si immagina quanti soldi si possono spillare a figli impotenti che vogliono delegare la cura dei propri genitori anziani) per darsi alla pratica medica con l’intento di salvare vite e spillare soldi ai ricchi solo incidentalmente per mantenersi.
Victor, al confronto, spicca per onestà e simpatia, anche se dotato di una certa colpevole ingenuità che ci fa supporre che non sia tanto sveglio. E questa sensazione è proprio cosa Miller non voleva generare, giocando in un equilibrio di simpatia tra i due personaggi come spiega nella nota finale sull’allestimento, e noi affidiamo questo, senza esitazione, alla bravura degli eventuali attori impiegati nei rispettivi ruoli.
Tra i personaggi forse quello che più facilmente può essere sottovalutato, ma che racchiude sfumature inconsuete è senz’altro quello di Edith, la moglie di Victor, presunta alcolizzata, sempre con la borsetta in mano, come a dimostatre che non vorrebbe essere lì, sempre alla ricerca di una via di fuga. In un primo tempo la sua venalità, se non avidità, sembra relegarla tra i personaggi meschini e gretti a cui non daresti due cent di simpatia. Ma se si fa attenzione non è priva di sensibilità e empatia. Avverte gli stati d’animo degli altri personaggi e non è quella gorgone che potrebbe sembrare a una considerazione più superficiale. Anche lei partecipò ai sacrifici di Victor, e forse solo il suo desiderio di sopravvivere la spinge a vedere le ultime possibilità economiche di un futuro sereno che il marito non sembra cogliere: la pensione, la vendita a un prezzo equo dei mobili, il ventilato impiego nel laboratorio di Walter. Tutti miraggi che le si spengono davanti agli occhi, miraggi, solo miraggi.
Ormai il teatro di Miller sembra una costante nel mio blog, ho avuto modo di parlare di Morte di un commesso viaggiatore e L’orologio americano, anche se niente mi toglie la sensazione (piuttosto spiacevole) di vedere Miller, seduto in seconda fila tra il mio ipotetico pubblico, che si alza in piedi, mi indica, e mi dice: “lei signorina non ci ha capito un accidenti del mio teatro”. Ci rido su, ma sapete, il dubbio rimane.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (Einaudi, 1979) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
morte commesso

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Titolo originale: Death of a Salesman
Autore: Arthur Miller
Anno di pubblicazione: 1979
Traduzione a cura di: Gerardo Guerrieri
Introduzione di Elena De Angeli
Casa editrice: Giulio Einaudi Editore

Nel teatro di Miller l’uomo comune e la vita di ogni giorno vengono nobilitati e acquistano valenza epica. Oltre ad usare strumenti di analisi psicologica, l’originalità di Miller sta nell’introdurre metodi di analisi antropologica, sociologica, economica, e politica – non dimenticando di filtrare tutte le scuole di teatro precedenti- cercando di cogliere ciò che di meglio hanno  prodotto.
Rifiuta il teatro come mera forma di intrattenimento e rivendica la sua natura di rappresentazione della vita contemporanea e pretesto per analizzare argomenti di interesse pubblico e politico, sull’esempio del teatro sociale di Ibsen.
Inoltre inizia ad elaborare un’ idea del teatro come laboratorio di formazione, cercando di sviluppare un senso critico nei suoi spettatori, coinvolgendoli sia intellettualmente che emozionalmente, fornendo strumenti per riflettere, per formare giudizi liberamente, acquistando così una coscienza critica e indipendente, strumento necessario e indispensabile per ottenere la vera libertà. Miller si interessa prevalentemente agli aspetti tragici del reale per dare più forza e veridicità alle sue opinioni.
Detto questo, che mi sembrava in un certo senso necessario, inizierò ad analizzare “Morte di un commesso viaggiatore”, pietra miliare del teatro americano del dopoguerra. Sicuramente l’opera teatrale più conosciuta e rappresentata di Miller e, nella sua apparente semplicità, la più complessa e difficile sia per struttura, sovrapposizione di tempi, analisi psicologica dei personaggi.
Tema conduttore di tutto il testo è il dualismo tra realtà e sogno e come questa  contrapposizione si risolve nella mente del protagonista, e per riflesso nei personaggi a lui collegati.
La trama di Morte di un commesso viaggiatore è molto semplice: l’intera opera si limita ad essere una parabola morale  che parte da un inizio di falsa sicurezza, si dispiega in un processo di autocoscienza, che porterà il protagonista nel suo punto massimo di consapevolezza nel momento del licenziamento,  oltre al quale  tutto si orienta irrevocabilmente verso il tragico epilogo del finale. Più in dettaglio narra la vita di Willy Loman, un tipico rappresentante di commercio, mediocre esponente di un intera classe sociale che vive nel mito del “Denaro”e del “Successo” come unica ragione di vita e affermazione.
Loman è il tipico uomo qualunque, senza particolari qualità che lo caratterizzino, anzi racchiude in sé più difetti che pregi, ma nello stesso tempo è animato da una profonda onestà che, a discapito dei falsi idoli che venera e per cui spreca la sua vita, gli fornirà la sua unica occasione di riscatto.
Proprio la sua onestà ne conserva la dignità e gli impedisce di diventare l’uomo di successo, eroe del sogno americano, caricaturalmente delineato nella figura del fratello Ben, sicuro di sé, spavaldo, conscio del suo valore, l’uomo capace di cogliere le opportunità, ma animato dalla certezza che per vincere bisogna trattare gli altri da nemici e non giocare pulito con loro.
Loman, esponente di quella middle class frustrata che non riesce a emergere dalla sua mediocrità inseguendo il classico Sogno Americano, l’Alaska terra dell’oro, l’Eldorado consumistico che promette falsi paradisi di benessere, serenità e felicità, dedica tutta la sua vita inseguendo quel sogno, popolato solo da illusioni e progetti irrealizzabili, per poi accorgersi che tutto era solo un miraggio, solo fumo, e che le cose concrete che veramente contano gli sono sfuggite e non c’è più modo di tornare indietro a recuperarle. Questo senso del tempo perduto viene sottolineato dall’uso incrociato del passato e presente, coesistenti nella mente del protagonista. Non a caso il titolo originario dell’opera doveva essere “Dentro la sua testa”.
Il “common sense ”, il modo giusto e normale di vedere le cose, viene dissolto e si stempera in un’ apparente incoerenza, sintomo della sua mente ormai disturbata e della sua identità distrutta che lo porterà inarrestabilmente al suicidio. Loman sente la vecchiaia assalirlo, sente le forze abbandonarlo e guardando in sé non trova niente che veramente valga. Ripercorre la sua vita, che sperava costellata di grandi imprese, costellata invece di squallidi atti senza importanza. La sua intera vita spesa a comprare quel sogno, costellata solo di meschinità e mediocrità,  rate e cambiali, di conti , di debiti, ora lo ripaga tradendolo e non tributandogli nemmeno quel minimo di considerazione, che in realtà è la sola cosa che ha sempre cercato.
Morte di un commesso viaggiatoreLa sua famiglia, che è tutto il suo mondo, è composta, oltre che dalla moglie,  da due figli: Happy che presto si sposerà sicuramente avviato a ripercorrere i suoi errori, e Biff che nel tentativo di affermare la sua identità e la sua scala di valori è riuscito solo a diventare un ladro per reazione, non trovando niente di veramente positivo oltre alla ribellione da contrapporre ai valori paterni.
La figura di Biff soprattutto si eleva tra le altre e pone Loman di fronte ad uno specchio distorto di se stesso. Non essere riuscito a trasmettergli i suoi valori di onestà, di rettitudine, laboriosità lo pone seriamente a prendere coscienza di quanto il suo panorama morale sia limitato e fragile. Vedere i suoi sogni di sportivo fallire, i suoi vagabondaggi inutili, che l’ hanno portato ad essere senza casa, lavoro e prospettive sono l’unico fallimento dal quale non sa riprendersi.
Infine la moglie Linda, l’unico suo sostegno, la sola che tenga veramente a lui, anche lei ormai è vecchia e senza alcuna prospettiva di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in serenità.
Non ostante questa lenta presa di coscienza, Loman si ostina a credere di avere ancora un’altra occasione, che il suo lavoro, con cui afferma la sua identità, non è inutile e la sua clientela, che ha coltivato negli anni cercando di farsi amare e benvolere, continueranno a dare uno scopo e un senso alla sua esistenza. Il crollo e la disintegrazione della sua identità avverrà quando il giovane Howard Wagner, titolare della sua ditta, lo licenzia senza preavviso e senza fornirgli alcuna liquidazione o indennizzo, abbandonandolo alla più completa miseria con la giustificazione  “gli affari sono affari”.
Loman parla da solo, confonde presente e passato, soffre di allucinazioni e annaspa nel suo lungo calvario che lo accomuna agli uomini di ogni epoca, tormentato dalla lenta percezione dell’assurdo, del tradimento, dell’ingiustizia insita in una promessa non mantenuta. Dopo aver speso una vita per gli altri, al servizio dei suoi clienti, per la famiglia, per l’azienda, per il paese che in un certo modo ha contribuito a costruire, fisicamente usurato, con la vecchiaia che avanza, vede la sua ricompensa trasformarsi in condanna, vede i suoi figli persi, sua moglie destinata alla miseria, l’irriconoscenza e il cinismo dei datori di lavoro, il biasimo della società quando tutto ciò che pretendeva era un minimo di considerazione. La sua vita non raggiunge un compimento, l’uomo che sognava di essere si è dissolto.
Quando si lamenta “Non c’è niente di seminato nel mio pezzetto di terra, il mio giardino è senza piante” afferma il diritto e nello stesso tempo il dovere di dare concretezza alla sua umanità, un segno del suo passaggio, costruendo qualcosa non per sé ma per gli altri, superando il suo egoismo con l’unico atto eroico di cui è capace, sacrificare la sua vita per permettere alla moglie di percepire l’assicurazione.
La morte gli consente la sua ultima occasione di riscatto e liberazione da una vita mediocre, permettendogli di affermare il valore della sua persona e trasformandolo da semplice e volgare piazzista in un “uomo”.  Il protagonista condizionato dall’ambiente in cui vive accetta acriticamente e persegue una filosofia materialistica che fa dei soldi e del mito del successo un idolo vendicativo e crudele.
Willy non è un eroe nel senso classico del termine, anzi è pieno di difetti, e anche la sua scelta finale, seppure determinata da buone motivazioni, non è dall’autore del tutto giustificata. La vita, la famiglia, gli affetti, sono più importanti della sicurezza economica e il non capirlo decreterà la grande sconfitta e la inesorabile tragicità di quest’uomo irrimediabilmente solo. I personaggi non comunicano realmente tra loro. Un senso di grande solitudine, infatti, pervade tutta l’opera.  L’unica interazione reale, che supera l’isolamento in cui i personaggi si trovano, è il rapporto conflittuale tra Biff e suo padre, costellato da litigi, separazioni, abbandoni, ritorni che pur tuttavia permette di manifestare sentimenti sinceri. Quando realizza che suo figlio non lo odia, Willy percepisce che il suo fallimento non è completo, che qualcosa di sacro è riuscito a conservare e proprio questo se vogliamo è la molla che farà scattare la sua risoluzione finale.
La narrazione oscilla tra realismo ed espressionismo e utilizza il tempo cronologico con continui spostamenti tra passato e presente, per caratterizzare la sua mente disturbata. Oltre ad usurargli il fisico, la sua vita spesa inseguendo falsi ideali ha corroso anche la sua mente e la sua anima. L’apparente realismo che pervade  il testo crea un senso di familiarità con la vita privata dei personaggi che assumono una valenza universale rispecchiando problematiche, sentimenti, emozioni, comuni a tutti gli esseri umani. L’influenza del cinema nel teatro di Miller è evidenziata dallo specifico uso di tecniche narrative prevalentemente visive (uso dei flashback, delle luci, della musica).
Diamo infine, per concludere, un breve sguardo ai personaggi:   Linda, coscienza critica del testo, paziente e amorevole moglie del protagonista, partecipe del dramma del marito, avverte che sta pensando di suicidarsi e tenta di spingere i figli ad aiutarlo impedendo la tragedia. Happy emblema del conformismo è l’emblema del conformismo acritico e standardizzato, omologato. Vede nel conformismo l’unica via per affrontare la lotta per la sopravvivenza, e tenta di tramandarlo anche ai suoi figli e facendo anche di loro dei prodotti in serie, gli stessi che ha sempre venduto. Biff emblema della ribellione senza logica, che lo spinge alla cleptomania. Ben caricatura del “self made man”. Charley filantropo saccente che non stima Willy, ma lo aiuta per pietà e per sentirsi migliore. (Il rifiuto di Willy di accettare il suo aiuto è il suo ultimo risveglio di dignità). Willy ha sempre tenuto un registro dei sui debiti e non vuole elemosina ma giustizia. Howard Wagner spietato, indifferente, egoista, imprenditore sterile figura apparentemente realizzata e vincente ma dietro la maschera del potere e dell’efficienza nasconde una disumanità, che ne fa un arido burattino in una pantomima crudele e vuota di ogni significato. Le voci registrate dei suoi cari danno un senso di quanto i suoi legami siano vuoti e privi di senso.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’orologio americano di Arthur Miller a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2008

indexL’orologio americano è un dramma in due atti, con struttura frammentaria, di Arthur Miller.
Apparentemente murales sociale dell’America degli anni 30, è in realtà una lunga riflessione socioeconomica sul periodo della Grande Depressione. Miller analizza il meccanismo economico legato al “trust” ovvero alla fiducia, piedi d’argilla su cui si poggia l’intera economia. Il tema principale della piece è la descrizione della fine dell’ “innocenza” dell’America (simboleggiata dal ragazzo che ruba la bicicletta al protagonista): la fine del sogno americano.
Tecnicamente è una aspra satira sull’ immaterialità del denaro, sulla spietatezza delle regole dell’economia e nello stesso tempo un’amara riflessione politica sull’inconciliabilità tra utopia e realtà.
Miller fa anche una lucida analisi dei rapporti umani, dei legami familiari che caratterizzano la civiltà contrapposti al materialismo sfrenato che porta alla barbarie. Interessante è la sua analisi sulle cause  della crisi del 29 che per Miller sono da ricercare in primo luogo in una generalizzata crisi morale che in un secondo tempo si riflettè sia  sulla sfera politica e infine su quella economica. La sua visione del ruolo della guerra principalmente della  “I guerra mondiale” è pessimista ed è vista come uno strumento “capitalistico” di riequilibramento del mercato.
La sovrapproduzione accompagnata da una scarsità di moneta, perchè sottratta dai grandi capitalisti per le loro speculazioni, fà si che i magazzini siano pieni di merci che la gente comune, non avendo soldi, non può comprare. Il conseguente crollo dei prezzi diventa il sintomo allarmante della frattura del ciclo produttivo causato principalmente dalla gestione irrazionale del sistema creditizio da parte delle banche. La fiducia cessa e il crollo del sistema del trust porta ad una svalutazione dei titoli azionari, al fallimento delle aziende, alla disoccupazione, e senza stipendi, non circolando moneta,  il sistema è destinato alla paralisi.
Gli interessi sul credito e sul debito principalmente sono per Miller il grande nemico. I grandi capitali non investiti che creano interessi da capogiro sono di per sè un atto economicamente immorale per Miller, e vengono utilizzati dalle banche per speculazioni selvaggie su oro, petrolio, costruzioni edilizie. Inoltre i  profitti gonfiati della borsa  ovvero la discrepanza tra valore reale e valore nominale di un bene poi sono il germe del crollo di Wall Street. La seconda guerra mondiale fu il tragico tentativo quindi di azzerare i debiti e i crediti per fare una sorta di  tabula rasa sulle cui ceneri ricostruire l’economia.
Tema caro a Miller è il discorso sul  reddito: un reddito che non consente risparmio è un reddito sterile che incoraggia il risparmiatore a buttarsi nelle maglie dell’usura per qualsiasi spesa imprevista. Il sistema debitorio dei prestiti, negli anni 30 frequente soprattutto tra i piccoli proprietari terrieri, cuore pulsante dell’America, per ammodernare le attrezzature agricole ed essere competitivi sul mercato, è da Miller equiparato a veri atti di pirateria da parte delle banche che alla minima rata di rimborso non pagata espropriavano le terre. Il sovraindebitamento delle famiglie portò alla tragica crisi agraria che minò la produzione degli stessi beni di sussitenza ovvero i generi di prima necessità e la fame di milioni di persone fu la conseguenza più drammatica .
Le campagne si spopolarono e la gente si riversò nelle città causandone il crollo. Miller contrappone l’etica del “valore” all’etica del “profitto” e vede nella folla dei disoccuapati, nei negozi vuoti, nella gente buttata in strada con materassi, pentole e tegami, la conseguenza ovvia di tutti gli errori economici commessi. I ricchi divennero sempre più ricchi, facendo affari favolosi per 4 soldi, mentre le classi medie che sopravvivevano unicamente con il lavoro furono rovinate e messe sul lastrico.
Miller sostiene che il boom degli anni 20 fu una gigantesca truffa organizzata dai grandi capitalisti per moltiplicare le loro ricchezze rapinando la gente. Gli avidi affaristi senza scrupoli furono i reali operatori che portarono al crollo dei mercati utilizzando le leggi liberiste del mercato al di là dell’etica del progresso comune e perseguendo utilisticamente  l’arricchimento personale.
Per quanto possa sembrare strano la religione non è esente da responsabilità in questo campo. L’etica protestante della ricchezza come segno della grazia divina e della predestinazione alla salvezza ha un ruolo fondamentale nell’incrementare la concentrazione dei capitali e fomenta l’antisemitismo poichè si contrappone all’etica ebraica che vede, ispirandosi a Quolet, con pessimismo il denaro e la ricchezza (frutto quasi sempre di ingiustizia e idolatria). Chi è veramente onesto difficilmente diventa ricco.
Queste due forze antitetiche serpeggiano segretamente nel mondo americano e fanno sì che si contrappongano capitalismo e socialismo, la destra e la sinistra, i democratici e i repubblicani, i ricchi e i poveri, la corrente di pensiero di stampo protestante e quella di stampo ebraico. L’etica ebraica vede nel denaro un bene/male per la sopravvivenza della comunità; una quantificazine di un concetto astratto che incarna tutti gli idoli ovvero ciò che si adora pur non esistendo. L’etica protestante dal canto suo, base del sistema democratico americano, esalta invece della comunità  l’individuo, la libertà.
Se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale ben presto qualsiasi economia crolla“. Questa è la lezione che Miller impara dalla crisi del 29. L’unico rimedio che può esistere è la forza della speranza ovvero la convinzione che la crisi avrà un termine, che infondo al tunnel c’è sempre una luce.
La forza del sogno è per Miller una forza reale, che sostiene la gente “anima dell’America”. Il titolo, l’orologio americano, si riferisce al tempo e al grido silenzioso delle folle disperate, “fino a quando sopporteremo tutto questo?”
Chiude Robertson con la domanda: potrebbe succedere ancora un 29? Miller non è consolante, nè consolatorio, e per lui la stupidità umana è senza limiti quindi non ritiene che la lezione serva di esempio alle nuove generazioni anche se con tutto se stesso spera che ciò non debba ripetersi di nuovo. Quando gli chiedono se fu Roosvelt e il “New Deal “a salvare l’ America, Miller scuote il capo e ricorda che fu la “fede” nel domani degli Americani a salvarli.
A questo punto sulla scena cade il buio e si chiude il sipario.

Source: libro preso in biblioteca.