La Cina è uno stato di diritto? Interessante questione, più complessa di quanto possa sembrare. Ricordo che ai tempi dell’Università, mi iscrissi a Scienze Politiche indirizzo internazionale, quando dovetti scegliere le materie del mio piano di studio decisi di inserire “Sistemi giuridici comparati” che non era nel nostro piano ufficiale ma di Giurisprudenza, così andai a sostenere l’esame nel Palazzetto Aldo Moro qui a Torino e passai con Gianmaria Ajani, che negli anni divenne anche rettore dell’Ateneo torinese, non ricordo se lui o un assistente mi fece proprio una domanda sul sistema giuridico cinese, non so se per mettermi in difficoltà o altro, e io ricordo ancora che risposi correttamente forse stupendoli un po’ che un’incosciente studentessa proveniente da Scienze politiche fosse preparata su quei temi così specifici e fumosi. Non ricordo tutto nel dettaglio, sono passati più di vent’anni, ma ricordo due punti: il concetto negativo di conflitto e quello positivo di appianamento delle divergenze nella cultura cinese, e il fatto che se la giurisprudenza statunitense si basa sui precedenti e sulle sentenze emesse dai giudici nel passato, il sistema giuridico cinese è invece molto più fluttuante. C’è un film molto bello di Zhang Yimou, La storia di Qiu Ju, con un’intensa Gong Li, che vi consiglio di vedere se amate l’argomento. Così quando ho letto che questo tema sarebbe stato affrontato nell’ultimo romanzo di Qiu Xiaolong, sono rimasta molto incuriosita. Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) è il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, e come al solito dalla sua lettura non sono rimasta delusa. Ormai Qiu Xiaolong è una sicurezza e ogni suo libro una piccola gemma per chi ama l’Oriente e la cultura cinese. Dunque non solo un giallo, un’indagine poliziesca, ma un piccolo trattato di sociologia, poesia, storia e psicologia sociale. Un fluttuare tra antico e moderno, in un mondo sempre più mutevole e in continua evoluzione sebbene all’apparenza come sulla superficie di un lago tutto sembri immobile. C’è molta amarezza, molto disincanto e nello stesso tempo un flebile filo di speranza che i mali che affliggono il Drago dormiente possano essere un giorno superati. Ma torniamo alla storia, Chen Cao non è più l’ispettore capo della polizia di Shanghai, ha dovuto lasciare il suo incarico a Yu il suo vecchio assistente per fare “carriera” e diventare Direttore dell’Ufficio del Sistema Giudiziario, per di più in licenza per un periodo di convalescenza che non si sa bene per quanto si protrarrà. A lenire questo periodo di incertezza l’efficiente e simpatica Jin, sua segretaria e preziosa collaboratrice e la lettura di Poeti e assassini del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del Giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. Poi Vecchio Cacciatore lo coinvolge nelle indagini sulla morte di Qing, assistente della Dama Repubblicana, una donna bellissima e dal passato discutibile che offre in casa sua pranzi sontuosi per ospiti super selezionati e influenti. E proprio queste sue frequentazioni saranno causa della sua rovina. Ma Chen Cao si chiede se è davvero colpevole del delitto, se davvero ha ucciso Qing per futili motivi (la ragazza voleva lasciarla per aprire a sua volta un ristorante). La sua indagine certo in incognito ha bisogno di una più seria copertura così si ingegna mobilitando le sue conoscenze e ideando un progetto di scrittura su una nuova novella sul giudice Dee, che gli permetta un parallelismo tra i sistemi giuridici antichi e quelli moderni, in cui la giustizia sembra in una posizione di sudditanza rispetto agli interessi del Partito Unico che governa il paese socialista con caratteristiche cinesi. Il linguaggio è poetico, una festa tra allusioni, rimandi e vere e proprie poesie che impreziosiscono il testo, come le struggenti poesie in appendice della celebre poetessa Xuanji. Buona lettura!
Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/
Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.
Oggi, nove anni fa approdammo su WordPress, il passaggio da Splinder non fu dei più facili, perchè lasciammo una comunità coesa e tanti amici che ora negli anni si sono persi, ma WordPress è stata la nostra nuova casa e ci stiamo bene. Dopo tredici anni online una bella soddisfazione!
Mi piace curiosare nell’archivio del Novecento alla ricerca di primizie letterarie e di scrittori di cui non si trova molto da leggere e si parla poco ma che vale la pena leggere e scoprire. Conosco personalmente Rocco Fasano, grande uomo di cultura che viene dal quel Sud ricco di fermenti. Un intellettuale illustre che viene da Gioia del Colle, paese in cui sono nato. Rocco ha dedicato la sua vita alla scuola e alla cultura, ha scritto libri, si è impegnato in politica, ci ha fatto conoscere scrittori e artisti notevoli. Rocco Fasano è anche poeta. Stoppie è il suo libro più importante. La sua pubblicazione risale al 1956 nella collana “Poeti d’oggi” dell’editore Gastaldi di Milano. Libro praticamente introvabile. L’autore qualche anno fa ha curato una riedizione in copie limitate. Il poeta, come scrive nella breve nota che accompagna la seconda edizione, si muove tra situazioni, emozioni, immagini, spesso accennate, frantumate o sospese, richiamando le forme adeguate di scrittura: abbozzi, appunti, mottetti e scorci, con cui meglio si concentra la portata lirica del sentimento di tempo interrotto, di tramonto rapido dell’età dei sogni, speranze, illusioni che lui steso chiama «Stoppie di campo mietuto». Partire da questa dichiarazione di poetica è indispensabile per avventurarsi nel mondo lirico di Rocco Fasano dove la poesia è una trama di voci e il poeta le ascolta tutte affidando la sua intuizione al tempo che scorre e da cui lui si lascia attraversare. Quella di Rocco Fasano è una poesia che contiene suggerimenti infiniti e la parola è sempre pronta a accogliere significati profondi. Il poeta si avventura negli abissi del giorno, sa che il suo verso è incerto come la vita che si vive in un quotidiano in cui le cose e le persone tremano. Ma è alla poesia che Fasano affida tutto il suo mondo interiore, si impiglia con le parole nella rete di spazi senza tempo, non rinuncia a un colloquio con i fantasmi del giorno, scava tra le macerie del paese sepolto, fa i conti con la zavorra della carne e la maledizione dell’anima. Rocco Fasano è un viandante nella cognizione del dolore, nella sua poesia è documentata con una consapevole malinconia crepuscolare la stanchezza dell’esistere:
«Ormai non segno tappe. /Ad assonata plaga torco i passi. / Cielo senza punto, / stanchezza, lungo male / che il corpo e l’anima rode.»
Le Stoppie di Rocco Fasano sono come i Trucioli di Camillo Sbarbaro. Materiale residuo dallo spessore sottilissimo, quasi inesistente su cui si posa il vuoto malinconico del tempo con le sue evocative suggestioni. Nei suoi trucioli impressionisti Sbarbaro cerca un’intesa impossibile con le cose, la parola della sua poesia ha le stimmate di una genesi dolorosa e necessaria: con ogni verso il poeta raccoglie sulla carta il totale di mancanze infinite. Rocco Fasano colleziona Stoppie e ascolta la loro voce mentre si sbriciola il tempo nelle sue distanze. Il poeta raccoglie quello che resta e dai residui scava a mani nude nel caproniano muro della terra.
Abbiamo il piacere di ospitare oggi sulle pagine di Liberi di scrivere Antonella Ferrari, autrice di “Adelaide” il suo nuovo romanzo storico, pubblicato da Castelvecchi, ambientato nella Chieti di fine Ottocento. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.
Benvenuta Antonella, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, Adelaide, una storia d’amore, o di amori, un romanzo storico, perlomeno con uno sfondo storico preciso. Ma prima mi piacerebbe che ci parlassi un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.
Grazie a voi dell’opportunità che mi offrite, sono laureata in Giurisprudenza, ho avuto diverse e variegate esperienze lavorative frutto di passioni temporanee, poi mi sono dedicata interamente alla scrittura, e spero che diventi la mia vera e unica professione.
Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?
Anche mio nonno, mio padre e mio zio nel loro piccolo scrivevano, quindi è stato naturale accostarmi a questa passione di famiglia.
Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?
Divoro ogni romanzo contemporaneo o classico, adoro leggere, è parte di me. Mi ispirano Balzac, Jane Austen, Andrea De Carlo e Sandor Màrai.
Parliamo di Adelaide, come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Adelaide nasce dai racconti sentiti nella mia città di origine Chieti e anche in casa si discorreva molto sulle vicende dei Mayo.
Adelaide è la protagonista, una donna moderna si può dire, indipendente, forte, un personaggio femminile sfaccettato. Un po’ ti somiglia?
Molto, anch’io non sono sposata e non sento la necessità di un uomo a cui appoggiarmi. Per il resto mi è piaciuto plasmare un’eroina avanti di due secoli, senza paura e intraprendente.
Parlaci degli altri personaggi.
Ci sono storie nelle storie, due suore che si uniscono alle lotte carbonare animate dalla fede, Cesare e Manfredi, uomini di una bellezza travolgente, Isabella, moglie di Manfredi bellissimo esempio di resilienza, e Ninetta, il deus ex machina che risolve i problemi.
La famiglia Mayo è un’istituzione nella città di Chieti, parlaci della storia di questa nobile famiglia abruzzese.
I Mayo sono una stirpe antica, ho ricostruito l’albero genealogico che parte dalla fine del 1600. Di sangue nobile, nel 1825 acquistano il palazzo di 5000 mq sul corso di Chieti, oggi Fondazione/Museo che tiene vivo e presente il loro ricordo.
Su che documenti hai studiato e raccolto notizie? È stato difficile il lavoro di documentazione?
Sono stata diverse volte all’Archivio di Stato di Chieti, è stato divertente sfogliare le pergamene impolverate con la storia della città, e anche presso la Biblioteca Provinciale e a Palazzo de’ Mayo. Sulla storia della famiglia ho trovato pochi riscontri, così ho sbrigliato la fantasia e creato i miei personaggi.
Ti piacerebbe se il tuo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito?
Magari! È ancora presto per simili progetti, il libro è uscito da poco, ma se finisse nelle mani di un regista o sceneggiatore interessato sarebbe il top.
E all’estero, c’è interesse per una storia di amore e di rivolte politiche sullo sfondo della provincia abruzzese di due secoli fa?
Lo spero, diamo un po’ di tempo a Adelaide per farsi conoscere, se la storia piace, funziona anche sulla luna, credo.
Parteciperai a qualche presentazione anche in streaming o Festival letterario dove potremo ascoltarti di persona?
Al momento ho registrato un paio di interviste in streaming o via radio, appena torneranno tempi migliori, girerò come una trottola ovunque.
Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?
Grazie ancora a Liberi di Scrivere per l’intervista. Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore, dal titolo L’Isuledda. Anche qui storie d’amore e avventure a cavallo dei secoli.
È stata finalmente svelata la lista dei 17 romanzi semi finalisti all’edizione 2020 del Premio Giorgio Scerbanenco, il più importante premio letterario italiano dedicato al noir.
Tra questi a partire dal 14 novembre fino alle ore 23:30 di sabato 21 novembre 2020 ogni lettore potrà votare sul sito della manifestazione i suoi cinque titoli preferiti.
I cinque finalisti saranno presentati dal 30 novembre al 3 dicembre con una serie di incontri sui canali social del festival; tra questi, la Giuria Letteraria sceglierà il vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2020 che sarà annunciato il 4 dicembre e premiato nel corso della prossima edizione del Noir in Festival, in programma dal 1 al 6 marzo 2021.
Ecco l’elenco dei libri:
Francesco Abate, I delitti della salina, Einaudi
Tullio Avoledo, Nero come la notte, Marsilio
Daniele Bresciani, Anime trasparenti, Garzanti
Enrico Camanni, Una coperta di neve, Mondadori
Cristina Cassar Scalia, La salita dei saponari, Einaudi
Ermanno Cavazzoni, La madre assassina, La nave di Teseo
Gianni Farinetti, Doppio silenzio, Marsilio
Antonio Fusco, La stagione del fango, Giunti
Gabriella Genisi, I quattro cantoni, Sonzogno
Lorenza Ghinelli, Tracce dal silenzio, Marsilio
Leonardo Gori, Il ragazzo inglese, Tea
Bruno Morchio, Dove crollano i sogni, Rizzoli
Paolo Nelli, Il terzo giorno, La nave di Teseo
Paolo Roversi, Psychokiller, SEM
Marcello Simoni, La selva degli impiccati, Einaudi
Rosa Teruzzi, La memoria del lago, Sonzogno
Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio
«In questo libro i protagonisti sono le persone nere – e di origine straniera in generale – che diventano dei corpi estranei e muti in un contesto che li nomina ma non li interpella, che se ne serve per propaganda ma non li ascolta. Le persone nere sono corpi spersonalizzati, senza identità, pensieri, opinioni. Le persone nere sono a tratti degli invasori, oppure dei cuccioli da salvare. Sono da sfruttare, oppure da nominare per appuntarsi la propria medaglietta di ‘antirazzista perfetto’. Le persone nere sono, per esempio, quello a cui ho dato l’elemosina e che deve essere il protagonista del mio post su Facebook. In questo libro si cerca di decostruire il razzismo in Italia. Razzismo che, chiaramente, non comincia con il governo giallo-verde e non si consuma con l’ennesima aggressione – che ne è solo la punta dell’iceberg. Il razzismo è qualcosa di più complesso da decifrare. Chi non fa parte di una minoranza etnica difficilmente lo coglie, e spesso anzi lo perpetua senza rendersene conto.»
Oiza Queens Day Obasuyi, ripercorrendo la storia politica e culturale d’Italia, scrive questo saggio per smantellare il sistema di esclusione e discriminazione in cui viviamo, per denunciare un Paese culturalmente arretrato nel rapporto con le minoranze etniche e le migrazioni. Un Paese che rischia di banalizzare il proprio passato coloniale, di giustificare il razzismo parlandone come forma di ‘ignoranza’, di pensare sia normale affrontare viaggi che mettono a rischio la vita per arrivare in Europa, di considerare il caporalato un evento a margine della società.
Oiza Queens Day Obasuyi ha 25 anni ed è nata e cresciuta ad Ancona. Si è laureata in Lingue, Culture e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Macerata, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Global Politics and International Relations. È una studiosa di diritti umani, migrazioni e relazioni internazionali. Collabora con The Vision e Internazionale.
E così siamo arrivati a 900 mila visualizzazioni, grazie a tutti! Se Liberi ha continuato a esistere è anche grazie a voi, voi tutti, che continuate a leggerci. Sembra una frase fatta ma è vero, soprattutto in questo momento. Ci ricorderemo tutti del 2020, tutti coloro che ce la faranno, e ci ricorderemo di tutti gli amici che stiamo lasciando sul cammino. Il 2020 è un anno davvero terribile per tutto il mondo. Speriamo di farcela, speriamo di vedere il 2021, e che soprattutto questa Pandemia finisca presto per il bene di tutti. Noi ci diamo appuntamento per il milione di visualizzazioni il prossimo anno. Quando si ha un obiettivo per cui lottare e vivere tutto resta complicato ma almeno la speranza ci dà la forza di alzarci al mattino. Un forte abbraccio!
La felice penna di Nicoletta Sipos ci porta tra le montagne, sotto una nevicata storica e ci narra una Vigilia di Natale molto diversa da quella che i nostri protagonisti avrebbero mai immaginato. Ma chi sono? Innanzitutto c’è Lena, ex professoressa in pensione, vedova, viso screziato di rughe, naso affilato, penetranti occhi azzurri e una vaga somiglianza con l’attrice Maggie Smith, la mitica nonna della teleserie Downton Abbey. Poi c’è il Moro, Gerardo Moro, Gerry per gli amici, ventidue anni compiuti a settembre, altezza un metro e ottantaquattro per settanta chili,[…]sconcertanti occhi grigi a illuminare il viso circondato da lunghi capelli bruni. Il destino, (Manzoni direbbe la Provvidenza) li fa incontrare la notte più magica dell’anno, e da quell’incontro nasce un’amicizia che cambierà per sempre le loro vite. Con garbata ironia, e una spruzzata di sano e divertito ottimismo Nicoletta Sipos ci racconta una favola di Natale adatta a piccoli e grandi lettori, ancora capaci di sognare e di credere nella bontà (anche se a volte molto nascosta) del prossimo. Non tutto fila liscio fin da subito, perchè nasca quest’amicizia ha bisogno di tempo, perchè la fiducia è un bene prezioso e si fa fatica ad accordarla su due piedi a uno sconosciuto, ma col passare delle ore Lena e il Moro imparano a conoscersi ed ad apprezzarsi in una notte degli equivoci che porterà poi solo cose buone, finanche l’amore per due coppie che si formeranno sotto gli occhi divertiti dei lettori. Una storia lieve, delicata, di sentimenti, tessuti come lievi tele di ragno, un piccolo spicchio di felicità in questo periodo tanto buio che ci troviamo a vivere. L’ho letto in due giorni, e mi ha tenuto compagnia allietandomi questi giorni feroci. Ho imparato ad apprezzare il Moro, e la sua saggezza nata dalle massime di Lao Tze e Confucio, e soprattutto Lena, una nonna che un po’ tutti noi abbiamo sognato di avere. E il colonnello Marini, e Martina, e financo Cesare e Marco che finiranno imbavagliati in cantina. Ma non vi dico altro, lascio a voi il piacere di leggere questa storia, un regalo ideale da mettere sotto l’albero, per una persona speciale. Buona lettura!
Nicoletta Sipos ha scritto per quotidiani («Il Giorno» e «Avvenire»), settimanali («Gente» e «Chi») e mensili («Studi Cattolici») e parla ancora di libri su «Chi» e sul blog http://www.nicolettasipos.it come alibi per poter leggere e intervistare scrittori straordinari. Ha un debole dichiarato per le storie vere: un caso di violenza domestica ne Il buio oltre la porta (Sperling&Kupfer), ma soprattutto la Shoah ne La promessa del tramonto (Garzanti) e ne La ragazza con il cappotto rosso (Piemme). Ha curato con Elena Mora tutte le antologie benefiche del collettivo «Donne di parola» da Cuori di pietra a Mariti. È sposata con l’uomo più paziente del mondo, ha quattro figli amatissimi, felicemente accasati, e sei quasi sempre adorabili nipoti.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona Mirata per la sorpresa.
Diamo segnalazione dell’uscita di Capitalpunk di Lorenzo Davia con la Casa Editrice Kipple, romanzo già finalista al Premio Urania 2019.
In un mondo dove il Capitalismo è l’unica religione, la risorsa postumana Captain Capitalism si batte per il trionfo del Libero Mercato. Ma tra gli Esuberi e i disoccupati sorge una nuova minaccia: Democrazy, che conosce i più oscuri segreti dell’economia mondiale.
L’elemento destabilizzante dà l’avvio a una carrellata di eventi, personaggi e supereroi che immergono la storia in un immaginario pop capitalistico a tratti delirante e spassoso.
Lorenzo Davia ha trovato una ricetta per destrutturare il nostro modo di vivere, il mondo governato dal capitale, le sue regole, i suoi assunti, le sue disumanizzazioni e i risvolti più deliranti che ci sembrano la normalità: lo ha fatto per mezzo dell’ironia, con le salaci immagini dei rapporti umani retti dal Libero Mercato e la vertigine di quello che può essere la società del futuro dove il capitale getta le sue fondamenta.
Lorenzo Davia (Trieste, 1981) è ingegnere, giramondo e topo di biblioteca. Suoi racconti sono apparsi in varie antologie: Ascensione Negata è arrivato secondo classificato alla prima edizione del Premio Urania Shorts. Ha vinto il Premio Viviani 2019 con Il Tempo che Occorre a una Lacrima per Scendere. Az-Zinds si è classificato terzo al Premio Italia 2020. Ha creato con Alessandro Forlani il progetto di scrittura condivisa “Crypt Marauder Chronicles” per il quale è uscita l’antologia Thanatolia (Watson). Ha scritto le storie della Fata Mysella pubblicate in New Camelot e Le Avventure della Fata Mysella. Assieme al Collettivo Italiano di Fantascienza ha pubblicato l’antologia Atterraggio In Italia. Il suo romanzo Capitalpunk è arrivato finalista all’edizione 2019 del Premio Urania.
Grazie a NN Editore, ormai punto di riferimento imprescindibile per chi ama la letteratura americana, arriva nelle librerie italiane Howard Owen, autore di una ventina di romanzi molti dei quali dedicati al giornalista Willie Black. E proprio Willie Black è il protagonista di questo Oregon Hill, noir dal forte impianto civile, attraversato da toni blueseggianti e malinconici. Ma partiamo dal titolo: Oregon Hill è il quartiere operaio della città di Richmond nello stato della Virginia in cui Black ha passato l’infanzia. È il posto in cui ancora abitano molti suoi amici, nonché una madre più bisognosa di venire accudita di quanto sia qualsiasi figlio. Non è un particolare secondario in un libro che fa della sua geografia un elemento narrativo di primo piano. L’indagine di Black attraversa infatti la città mappandone confini e anfratti, zone residenziali e bassifondi. Owen è attentissimo al genio del luogo, così come è preciso e minuzioso nel descrivere le differenze di classe dei suoi protagonisti. Anzi, in una realtà come la nostra, che ha progressivamente (e inesorabilmente) visto erodere il mondo del lavoro e i suoi diritti, lo sguardo di Owen acquista un rilievo sociologico raro nel poliziesco. In fondo la storia di Oregon Hill è anche una storia di odio di classe, declinata senza retorica e luoghi comuni. Uno degli aspetti più convincenti dell’arte di Owen è proprio quello di mettere in scena personaggi prismatici, dei quali è facile riconoscere i torti ma anche le ragioni. In questo senso Willie Black incarna un eroe noir archetipico. Abbastanza smagato da affrontare il male del mondo con sarcasmo e una buona dose di umanità, Black non si fa illusioni sugli esseri umani, ma non per questo sottovaluta il potenziale di bontà che chiunque può manifestare. Ma di cosa parla precisamente Oregon Hill? Di un delitto, naturalmente. Una studentessa viene trovata decapitata. Un poliziotto ansioso di chiudere il caso offre al pubblico e al sistema dei media il colpevole perfetto: un uomo frequentato dalla ragazza, un poco di buono manesco e con una certa inclinazione per le droghe. Ma le cose non sono così semplici e le apparenze, nel mondo a doppio fondo del thriller, facilmente ingannano. Lontanissimo da atteggiamenti stereotipati, Black conduce la sua inchiesta muovendosi tra sottotrame familiari che danno la misura della brillante capacità descrittiva di Owen. Bellissimo il modo in cui viene reso l’ambiente del giornalismo di piccolo cabotaggio del quale il nostro protagonista fa parte. La vita di redazione, con i suoi opportunismi e le sue reticenze, la precarietà che compromette anche i legami più saldi. Black è un uomo decisamente maturo, ha quasi cinquant’anni, diversi matrimoni alle spalle e una figlia con cui i rapporti non sono facili. Oltre a questo deve fatalmente fare le spese della grande crisi che ha sconvolto l’America e il mondo e soprattutto deve vedersela con la rivoluzione tecnologica (e antropologica) che ha trasformato il giornalismo per come lo conosceva. In fondo una delle grandi dialettiche del noir da Chandler in poi è quella che contrappone l’(anti)-eroe al proprio tempo. Da questo punto di vista Willie Black non fa eccezione: uomo e giornalista novecentesco che è costretto a fare i conti con l’informazione online, i blog, modalità del tutto nuove di fabbricare e guidare il consenso. Romanzo trascinante e ricco, abilissimo nel descrivere le mille complessità di una società imprendibile, Oregon Hill sembra dare ragione al maestro francese Jean Patrick Manchette quando individuava nel poliziesco il vero genere beahviourista nonché la più autentica letteratura di intervento sociale.
Howard Owen è nato in North Carolina, ma vive a Richmond, Virginia. Ha lavorato come giornalista per quarant’anni e ha scritto numerosi romanzi di genere. Con Oregon Hill, il primo libro della serie di Willie Black, ha vinto l’Hammett Prize, dopo scrittori come Elmore Leonard, Margaret Atwood, George Pelecanos e Stephen King.
Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca Rodella dell’Ufficio stampa NN editore.
Ecco il resoconto del dodicesimo incontro del ciclo Interviste (im)perfettetenutosi il 9 novembre sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!
Siamo consapevoli del momento particolare che stiamo vivendo, per alcuni di noi davvero drammatico, la situazione è difficile per tutti, voglio comunque cogliere l’occasione per portare avanti una certa “normalità” e fare passare qualche ora serena a discutere di libri. Ringrazio perciò ancora di più oggi tutti voi di partecipare a questo incontro.
Benvenuta Luisa Gasbarri, saggista, sceneggiatrice, studiosa di storia delle donne e docente di creative writing, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.
È una domanda ben impegnativa per rispondere qui. Diciamo che i miei studi linguistici, letterari, le mie letture, la scrittura, la storia delle donne e la docenza hanno un comune denominatore: la passione.
Come è nata in te la vocazione di narratrice e raccontaci se c’è stato un momento in cui hai iniziato a “sentirti” davvero una scrittrice?
Mi sono sempre sentita un po’ diversa nel mio approccio al mondo. Dovevo scrivere il primo libro già a sei anni, dice mia madre. 😃 La mia visione delle cose passa attraverso le parole. Ovvero devo ricrearle attraverso le parole per sentirle mie davvero.
Hai scritto manuali, sulla tua terra l’Abruzzo, e hai esordito nel romanzo con “L’istinto innaturale” per Todaro, a cura di Tecla Dozio. Raccontaci come è andata, come sono stati i tuoi esordi?
Molto difficili. Anche ora è difficile. Purtroppo in Italia si è molto abitudinari. Si tende a favorire una produzione letteraria abbastanza standard. Io sono un po’ una outsider, devo faticare molto a convincere… Dopo che mi hanno letta le cose cambiano in genere, ma che fatica si fa per arrivare a farsi leggere!
“Il male degli angeli”, pubblicato a luglio 2020 da Baldini e Castoldi, è il tuo nuovo romanzo, un thriller molto particolare con venature esoteriche. Ce ne vuoi parlare. Di cosa parla più nel dettaglio?
‘Il male degli angeli’ è un libro ‘forte’, non perché l’abbia scritto io, ma per ciò che racconta. Un episodio della seconda guerra mondiale su cui nessun libro si sofferma perché le sue implicazioni costringerebbero a riscrivere la Storia degli ultimi anni come quella antichissima. E l’essere umano non tollera di abbandonare le proprie certezze… I servizi segreti americani fanno tuttavia oggi trapelare molte informazioni più che in passato. Forse perché la nostra stessa Storia va incontro a una svolta…
Passato e presente si intrecciano e si alternano di capitolo in capitolo, perché questa scelta narrativa?
Io non racconto mai i fatti in modo unilaterale. Ci sono sempre prospettive, per esempio maschile/femminile, l’oggi/lo ieri, e punti di vista diversi che si affiancano. E la verità sul presente, benché difficile da formulare, è in sé ancestrale alla fine.
Il personaggio di Sara Wolner, protagonista del romanzo, è un bel personaggio femminile molto sfaccettato. Come è nato nella tua mente? Ti sei ispirata a qualcuno di veramente esistito?
Sì, lei è molto vivace, ribelle, insofferente, come me in fondo, e come moltissime donne immagino. Ha una cultura familiare oppressiva alle spalle, ma più per la schiacciante personalità della madre che per l’ortodossia ebraica della tradizione di famiglia. È forte ma fragile poiché ha una pelle incline alle scorticature, per usare una metafora. È una donna riservata ma che tanto vorrebbe liberare la sua personalità, tenuta a freno anche dalla formazione militare. Insomma mi sono ispirata a un modello di donna che sembra uscito da un certo modo di essere delle donne oggi piuttosto che da un romanzo.
La componente esoterica, le facoltà medianiche, gli eventi inspiegabili come hai deciso di tratteggiarli nel tuo romanzo? Che non utilizziamo tutte le facoltà del nostro cervello è un dato scientifico, l’intuizione, la meditazione, la preghiera, altre tecniche spirituali aiutano a potenziare queste facoltà, cosa ne pensi?
Un sapere antico e la scienza possono incontrarsi. Oggi sappiamo che il Vril non è propriamente un mito nostalgico ma gli studi delle energie, dei flussi individuali, sono ancora agli albori. Posso rimandare alle analisi più recenti di questo fenomeno citando per esempio i lavori in ambito diagnostico cui sta collaborando Daniele Gulla’.
La società del Vril per quanto oscura è veramente esistita, tu ipotizzi che sia giunta fino a noi. È tutta fiction o ci può essere del vero?
Non ipotizzo. È così. Della Vril antica si possono dare tante letture. Chi ipotizza fosse una associazione sindacale, chi una costola della Thule, chi una Loggia luminosa tra le tante… Che esista oggi non possiamo escluderlo affatto. Le trasformazioni storiche a volte camuffano, ma non sempre abbastanza.
La tua scrittura ha una funzione sociale e politica? È fatta per modificare, in bene, il presente?
Spero che in generale tutte le nostre vite ambiscano a modificare in bene il presente 😄 Ogni scrittura è politica. Perché è un atto comunicativo, estroflesso. E la letteratura ha nella sua natura il gene della contestazione. La letteratura è rabbia, voglia di cambiamento, denuncia delle storture, ambiguità eretta a rivisitazione del mondo. È sfida. Conflitto. Il buonismo non le è mai appartenuto. Né l’innocenza.
Ami leggere? Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?
Sono una lettrice onnivora. Mi hanno limitato i miei occhi un po’ disobbedienti negli ultimi mesi ma leggere alimenta l’immaginazione. Uno scrittore è in primo luogo qualcuno che si innamora della letteratura e della parola attraverso la lettura. Ora sto leggendo un testo piuttosto impegnativo. “Le strutture antropologiche dell’immaginario” di Durand. Mi piace ritornare alle radici per esplorare l’essere umano.
Quali sono gli autori di fantascienza (donne) che più apprezzi, italiane e straniere?
La Le Guin resta la mia preferita. Ha fatto del femminismo arte pura, precorrendo i tempi. Peccato oggi sia così poco citata, anche se ha fan trasversali! La fantascienza in Italia ha sempre faticato a imporsi. Che oggi ci sia una maggiore visibilità del genere è un notevole traguardo, ma l’influenza straniera, anche televisiva, ha fatto la differenza.
Bene, l’ora è volata ringrazio tutti, Luisa per prima, è faticoso ma anche divertente questo fuoco di fila. Penso sia tutto chiuderei questa bella intervista con un’ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.
Il mio progetto è pubblicare i romanzi, coraggiosi come questo, che forse finora non avevano ancora individuato lo spiraglio, il mood giusto. Ma siamo in una epoca di incredibile, anche violento cambiamento. E l’immaginario sta attraversando una rivoluzione in cui magari anche il mio percorso riuscira’ a trovare una sua dimensione pubblica più espansa. Perlomeno me lo auguro!
Le domande dei lettori
Michele Di Marco
Ho guardato il profilo di Luisa su IBS e su qualche pagina via Google, e ho scoperto che con il suo primo romanzo ha inventato il genere “noir shocking”: di cosa si tratta?
Il noir è incrociato col rosa shocking. Perché è una forma di thriller che mette in primo piano la violenza gender e ne analizza le sfaccettature nell’immaginario.
Nel senso che è un noir meno “sociale” ma più attento al “lato oscuro” interno alle personalità e all’osservazione che ne fanno i protagonisti (o forse “le protagoniste”)?
Michele Di Marco grazie per la bella domanda. In effetti mi dilungherei in merito se fossi dal vivo. Perché il lato oscuro e il ‘sociale’ si mescolano in una prospettiva di analisi sulla violenza gender in particolare. È un modo di scrivere che si interroga sul sé quanto sulle deformazioni cui il mondo conduce spesso quel medesimo sé.
Altra curiosità: il breve profilo sul sito di Baldini e Castoldi riporta che hai scritto “manuali alternativi”: parliamo sempre di scrittura e letteratura? E in che senso “alternativi”?
Manuali alternativi è una specifica categoria utilizzata dalla Newton Compton per cui ho pubblicato due volumi nella collana 101.
Se capisco bene (ed è un “se” molto grande, non conosco ancora i tuoi scritti), cerchi dei legami non convenzionali tra il presente e il passato, attivati da episodi o personaggi poco conosciuti: dunque non si tratta di fiction, corretto? Anche se poi scegli la forma narrativa come veicolo: perché è più attraente di un testo di pura ricerca, o permette di introdurre quei legami a un pubblico meno specialistico?
Il nazismo esoterico è di per sé un tema oscuro, per non dire ostico, come ti sei documentata?
Posso rispondere a entrambe le domande. Mi sono documentata per anni ma documentarsi su qualcosa di occulto come l’esoterismo o di delicato come il nazismo trova degli enormi ostacoli. I documenti non sono esibiti, la maggioranza sono distrutti e la leggenda obnubila la ricerca della verità coi suoi aloni deformanti. La fiction permette allora di partire da ciò che di quelle fonti rimane per condurre un discorso più coraggioso, ciò che lo storico, per le sue remore di studioso, non potrebbe affrontare a cuore leggero. Io volevo favorire non l’erudizione ma la curiosità. Vorrei che i lettori si incuriosissero, si facessero domande e magari anche attraverso la mia bibliografia oltre che tramite la storia in sé, provassero a continuare la ricerca per conto proprio.
Ottavia Capparuccini
Dove stai dirigendo la tua attenzione attualmente? Ci sono tematiche che ti interessano in modo particolare? Grazie
La mia attenzione si rivolge sempre al meno noto, all’inesplorato. E il femminile è uno di tali ambiti. Il mistero del femminile è uno dei meno esplorati della Storia, ma anche il più affascinante. Comprenderlo significa però essere disposti a una grande sfida: modificare la propria visione del mondo.
56 d.C. Il tribuno Catone e il centurione Macrone, veterani dell’esercito romano, sono di stanza sul confine orientale, consapevoli che ogni loro mossa è costantemente monitorata dalle spie del pericoloso e misterioso Impero parto. Ma la minaccia esterna potrebbe non essere nulla rispetto a quella interna. Tra i ranghi della legione si nasconde un traditore. Roma non mostra alcuna pietà verso coloro che tradiscono i commilitoni e l’Impero, ma prima di poter punire il colpevole, bisogna trovarlo. Catone e Macrone cominciano così una corsa contro il tempo per scoprire la verità, mentre i potenti nemici oltre il confine non aspettano altro che poter sfruttare qualunque debolezza per annientare la legione. Il traditore dev’essere trovato, o per l’Impero sarà la fine.
Per gli appassionati del genere sword and sandal, specializzati nell’Antica Roma, Simon Scarrow è una garanzia. Lo scrittore britannico, nato in Nigeria, è infatti uno degli scrittori più letti e prolifici. La serie dedicata al tribuno Catone e al centurione Macrone, veterani dell’esercito romano, prosegue con Il traditore di Roma (Traitors of Rome) tradotto da Andrea Russo. Cosa colpisce dello stile di Scarrow? Innanzitutto la preparazione tecnica quando si tratta di descrivere le azioni più puramente militari, il linguaggio colorito dei soldati di Roma, un venato interesse per la caratterizzazione psicologica dei personaggi, e una certa inventiva che sa rendere appassionanti mere avventure guerresche. La scrittura poi è piana e rende la lettura agevole e interessante. Se siete curiosi di sapere come vivevano i soldati di Roma al tempo di Nerone, quali erano le loro aspirazioni (oltre al mero desiderio di salvare la pelle durante i combattimenti) non avete che da leggere i libri di Scarrow è molto attento a descrivere le cicatrici che martoriavano i loro corpi e le loro anime.
In questa avventura Catone e Macrone sono a Tarso, grande e prosperosa città della Cilicia (odierna Turchia) ai confini dell’impero romano. Il regno dei Parti, oltre l’Eufrate è pronto alla guerra ma l’esercito del generale Corbulone non è pronto, e così Catone viene mandato in missione per prendere tempo o ancora meglio per siglare un trattato di pace con Vologese. Di questo piccolo contingente fa parte anche Flaminio, un veterano ridotto in schiavitù appena comprato da Catone, e il greco Apollonio, intrigante e aggiornatissimo sui fatti recenti, di cui Catone non sa se fidarsi e considerarlo un alleato o un nemico. E’ proprio Apollonio a insinuare il dubbio che ci sia un traditore, una spia dei Parti all’interno dell’esercito romano. Macrone restato a Tarso, fresco sposo della procace Petronilla, si trova mandato in missione per riportare l’ordine sulle montagne. Ma il tempo stringe, trovare il traditore si trasforma in una questione di vita o di morte. Appassionante come un’indagine poliziesca questa nuova avventura di Catone e Macrone ci condurrà nel cuore di un impero che nel bene o nel male ha segnato le sorti del mondo antico. Se vi piacciono i romanzi storici ambientati nell’Antica Roma, da non perdere. Se non conoscete Scarrow vi consiglio di rimediare, la sua bibliografia anche in italiano è ricca.
Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi si è stabilito in Inghilterra. Per anni si è diviso tra la scrittura, sua vera e irrinunciabile passione, e l’insegnamento. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifiche inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha firmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battaglia e La flotta degli invincibili (con T.J. Andrews). Le sue opere hanno venduto oltre 5 milioni di copie nel mondo.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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