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:: E per Natale regalate un libro – 2020 🎄

4 dicembre 2020

Il 2020 è un anno speciale, nel bene e purtroppo anche nel male, e anche Natale sarà un Natale speciale, si festeggia una nascita nel cuore dell’inverno, e ci si scambia doni per testimoniare il bene che vogliamo alle persone che ci sono vicine. E uno scambio, un aprire pacchetti, un mi sono ricordato di te. Ecco credo che anche tutto ciò abbia una connotazione spirituale, non è l’oggetto in sè importante ma è il simbolo di qualcosa di più grande. Lo sapete io regalo libri, non avendo molti soldi è un tipo di regalo economico e che dà gioia. Al più se non piace, è facile da regalare a qualcun’altro. E la cosa divertente è scegliere il libro giusto, che pensiamo sia adatto a chi lo riceve. Non si donano mai libri a caso. A volte ci si sbaglia, può succedere ma se così non è, è ancora più bello. Per questo ho scelto quest’anno speciale di segnalarvi alcuni libri indicandovi chi per me sarebbero i destinatari ideali. Sono tre libri molto speciali. E’ un gioco, prendetelo per quello che è.

Il primo libro che vi consiglio è di Wilfried N’Sondé: Un oceano, due mari, tre continenti edito da 66thand2nd e tradotto da Stefania Buonamassa. E’ un libro bellissimo, adatto a una perosna curiosa, intelligente e che ama viaggiare con la fantasia e non solo. Musicista e romanziere, Wilfried N’Sondé è nato a Brazzaville nel 1968. Emigrato in Francia all’età di cinque anni, ha vissuto a lungo a Berlino. Oggi risiede a Parigi. Vincitore del prix des Cinq continents de la Francophonie e del prix Senghor con Il morso del leopardo (Morellini, 2009), si è aggiudicato con Un oceano, due mari, tre continenti il prix Ahmadou Kourouma nel 2018.

Il secondo libro è un libro per “ragazze” di tutte le età. Si intitola Il mondo di Lucrezia, edito da Gallucci e tradotto dal francese da Emanuelle Caillat. L’autrice dei testi è Anne Goscinny, la figlia del papà di Asterix, e i disegni sono di Catel. E’ un libro colorato, spiritoso, pieno di verve e allegria. Per una ragazza, una figlia, una nipote, un’amica con un cuore d’oro e tanti amici.

Il terzo libro è L’ultima notte di Maria di Nazaret di Natale Benazzi, San Paolo Edizioni, un libro spirituale e nello stesso tempo capace di fare un’indagine attenta dei vari Vangeli apocrifi che raccontano la vita minima dei personaggi evangelici. Per chi vuole nuove prospettive, è in cerca di risposte, e ama l’inatteso.

:: Pane e acqua. Un libro di Ibrahima Lo Dal Senegal all’Italia passando per la Libia (Villaggio Maori Edizioni, 2020)

4 dicembre 2020

Ibrahima Lo è in Italia da pochi anni e ci è arrivato partendo dal Senegal, sopravvivendo ai lager libici e dopo che il gommone con tante, troppe persone a bordo su cui viaggiava è naufragato. Non un’inchiesta condotta da terze voci, ma la storia vera di chi è grato alla vita per averne ancora una e poterne scrivere, a partire dal ricordo della fame saziata a pane e acqua.

Questo libro è il racconto di chi ha rischiato di morire ripetutamente nella speranza di approdare a una terra promessa, l’Europa, e che – nonostante la meta venga raggiunta – deve farei i conti con il razzismo di una società ipocrita e xenofoba, con lavori in nero e sottopagati, e una nuova vita da costruire a partire dal niente.

Ma quella di Ibrahima Lo è anche la narrazione felice di una solidarietà che resiste all’oscurantismo, di persone ancora umane in grado di aiutare chi ha un’esperienza da migrante alle spalle.

Pane e acqua è il resoconto personale di chi nutre ancora il sogno di un’integrazione possibile, di chi partecipa alla speranza di un mondo realizzabile, raccontando storie di sopravvivenza e rinascita.

:: Un’intervista con Armando d’Amaro a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2020

G.I. Benvenuto Armando su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Parleremo de I luoghi del noir, quarta antologia dedicata alla memoria di Marco Frilli, e non solo. Innanzitutto presentati ai nostri lettori.

A.d.A. Innanzitutto, prima di tediare i lettori con le mie risposte, un grazie a te Giulietta e a Liberi di scrivere per l’ospitalità. Sono nato a Genova nel 1956 e, dopo studi classici e laurea in giurisprudenza, ho praticato attività forense e accademica. Da molti anni però mi dedico esclusivamente alla scrittura noir, che mi ha portato alla Frilli prima come autore (ho dieci romanzi all’attivo, con due personaggi diversi) e quindi anche come collaboratore, sia nella selezione di manoscritti che giungono alla Casa Editrice per essere valutati, che quale curatore di antologie (con ‘I luoghi del noir’ sono alla sesta). Adesso vivo con mia moglie, un cane e due gatti – i nostri figli sono ormai grandi – a Calice Ligure.

G.I. Parlaci di Marco, un ricordo che hai di lui particolarmente vivido nella tua memoria?

A.d.A. Tra me e Marco, dopo il nostro primo incontro, era nata prima una stima reciproca, quindi una grande amicizia che custodisco ancora oggi, gelosamente. Abbiamo lavorato spalla a spalla, per anni, tra problemi e grandi soddisfazioni. Il suo sorriso, la sua voce roca, i suoi suggerimenti sia di lavoro che di vita: tutto questo di lui vive in me, inalterato.

G.I. I ‘luoghi del noir’ raccoglie quarantanove racconti brevi di cinquantatré autori (alcuni scrivono a ‘quattro mani’) noti e meno noti al grande pubblico, legati a una casa editrice vera e propria fucina di talenti, si può dire che Marco Frilli e ora suo figlio abbiano preso molto sul serio il ruolo di talent scout?

A.d.A. La nascita dei Tascabili Noir iniziò quasi spontaneamente, e non solo la Liguria si dimostrò subito ricca di buoni talenti – basti pensare a Bruno Morchio e al suo Bacci Pagano – ma l’accoglienza da parte dei lettori ai primi romanzi pubblicati fu entusiasta. Inevitabile quindi andare, di pari passo all’allargarsi della distribuzione (che ora copre il territorio nazionale, dalle Alpi alla Sicilia), alla ricerca di nuovi scrittori che rimpinguassero il catalogo. Molti di questi autori sono rimasti fedeli alle copertine giallo pantone, altri sono stati attratti da ‘grandi’ editori, che non facendo più scouting ‘guardano’ – dimostrazione del buon lavoro svolto – al nostro catalogo, ma ormai ci sono anche nomi importanti del noir italiano che bussano per transitare, appunto dai ‘grandi’, ai tipi Frilli

G.I. Che criteri hai usato per selezionare questi racconti?

A.d.A. Più che ai racconti ho pensato a chi invitare a partecipare: autori di sicuro talento, Frilli e non solo, più qualche esordiente che, inviando un romanzo inedito, ha dimostrato di saperci fare. Nessuno di loro mi ha deluso, e la risposta dei lettori sembra darmene conferma.

G.I. Ho letto con curiosità il tuo racconto dell’antologia, con un finale quasi aperto, quasi enigmatico, perché questa scelta?

A.d.A. Il mio testo inserito nell’antologia non è un giallo, ma certo noir nella parte iniziale, che descrive le terribili esperienze dei fanti in trincea. Poi diviene inevitabilmente intimista, e credo che, leggendolo, si comprenda il legame che mi univa a Marco Frilli, che ne è protagonista insieme al ‘mio’ – non ancora commissario – Francesco Boccadoro. Tutto sommato il finale, come hai rilevato, è aperto: sì, alla speranza.

G.I. Credo sia doveroso citare Gianpaolo Zarini, un amico prima che scrittore prematuramente scomparso. Cosa caratterizzava il suo modo di scrivere in coppia con Andrea Novelli?

A.d.A. Gianpaolo era non solo un autore a tutto tondo e di grande talento, ma una persona seria, garbata, pacatamente ironica e di grande intelligenza. Lui e Andrea hanno costruito un sodalizio, lastricato da una produzione letteraria vasta e variegata, contraddistinto da una capacità di raccontare, molto bene, storie. Gianpaolo aveva dichiarato, tempo fa, che i suoi pregi e i suoi difetti erano gli stessi: precisione e organizzazione; anche queste sue caratteristiche aveva portato in dono al ‘duo’.

G.I. Il ricavato, va segnalato, sarà devoluto alla Gigi Ghirotti Onlus, di cosa si occupa questa associazione?

A.d.A. La Gigi Ghirotti si occupa con amore e grande competenza di assistere persone colpite da malattie inguaribili, accompagnandole nel cammino verso una morte dignitosa: sia Marco Frilli che sua moglie Nora vi sono dovuti ricorrere. Per l’Associazione, solo parzialmente finanziata da convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale, sono indispensabili le donazioni private e i ricavati dalle raccolte fondi.

G.I. E a proposito del racconto breve, pensi che abbia ancora posto nel panorama letterario italiano?

A.d.A. L’interesse del lettore italiano verso i racconti ha avuto alti e bassi, ma bisogna sottolineare che, talvolta, la qualità delle storie brevi ha raggiunto e raggiunge alte vette qualitative. Ritengo che la decisione della Frilli di proporre un’antologia, ormai attesissima, con cadenza annuale, sia tra l’altro una soluzione ‘antica’ a due esigenze del pubblico moderno: conoscere nuovi autori e leggere un’opera concisa ma compiuta anche negli scorci di tempo.

G.I. La forte caratterizzazione geografica è il tratto distintivo dei noir Frilli. Cosa fortemente voluta da Marco Frilli. Come è nata questa idea di noir?

A.d.A. Noi tutti siamo figli del noir mediterraneo, che Massimo Carlotto ha definito come una necessità nata dal “senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontarne gli aspetti meno piacevoli”. Marco Frilli volle ancor più accentuarne le caratteristiche, chiedendo ai suoi autori di narrare non soltanto crimini, ma paesaggi, storia, società, tradizioni, aspetti sconosciuti, leggende e finanche cibi e vini legati al loro territorio di nascita o elezione.

G.I. C’è ancora spazio per il noir nel panorama letterario italiano? I lettori secondo te amano questo genere di narrativa?

A.d.A. Basta dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per rendersi conto di quanto i lettori lo gradiscano: tra i bestseller campeggia sempre almeno il titolo di un romanzo noir italiano. Perché? Questo genere di narrativa rispecchia, attraverso ‘penne’ certo diverse, la sfaccettata realtà del nostro Paese, attento – come si diceva prima – a tutto ciò che accade sul territorio. A riprova di quanto dico: talvolta giungono in Casa Editrice ottimi romanzi, e si suggerisce all’autore di virarli in ‘noir’ perché possano essere pubblicati e avere successo.

G.I. E le donne nel noir, quali pensi siano le più significative, anche esordienti?

A.d.A. Non posso che nominare la punta di diamante della Frilli, Maria Masella, che un giornalista ha definito avere “un grande bagaglio letterario alle spalle ed un raggiante futuro davanti”: io la ritengo la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Non faccio nomi di brave esordienti…non voglio scatenare gelosie!

G.I. Grazie della disponibilità, come ultima domanda vorrei dare spazio ai tuoi lavori. Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

A.d.A. Sì, mi sto dedicando al quarto ‘episodio’ – ambientato nel 1941, che vede sempre protagonisti il commissario Boccadoro e la sua famiglia – frutto (come i precedenti) non solo della mia fantasia ma di quanto effettivamente accadeva, a tutti i livelli, nell’Italia fascista. Antonia Del Sambro mi ha voluto così benevolmente commentare: “…Tra metafore letterarie e squarci di vita familiare che ricordano Italo Svevo, Armando d’Amaro coglie alla perfezione l’humus della società italiana del Ventennio…”.

:: L’abbandono: il sottile filo che collega Shakespeare a Eduardo a cura di Lorenzo Romano

30 novembre 2020

Si potrebbe chiudere al volo l’articolo, senza farlo neanche iniziare, con la frase che regna in ogni dove da un po’ di secoli a questa parte: “Essere o non essere”.
Troppo facile, ma anche poco chiaro, se vogliamo, poiché sotto al ponte che collega, e divide, l’essere e il non essere ne passa davvero tanta di acqua.
Vi è un sottile filo che lega uno dei re del teatro italiano al Bardo.
Quel sottile (che poi in realtà è bello spesso, altro che sottile) filo che non dà scampo all’uomo che si interroga: l’abbandono!

“Io mi vergogno di appartenere al genere umano” dice Eduardo per bocca di Alberto Saporito in una delle sue opere più profonde “Le voci di dentro”, opera nella quale dissacra ogni tipo di essere umano: da chi, celato dietro al sacro velo dell’ipocrisia religiosa, predica bene e razzola male a chi affida la sua vita al pettegolezzo e al più che mai vivo desiderio di criticare l’altro al fine di ergersi al miglior esempio vivente (qualche secolo prima le Sacre Scritture consigliavano di premurarsi della trave propria più che della pagliuzza altrui, ma tutto ciò rientra nel discorso accennato dal titolo di questo articolo; questo è l’uomo, c’è ben poco da fare, l’ego vince sempre) fino a sottolineare quanto siano fragili i rapporti umani e quanto poco conti la coscienza nell’agire.
I capolavori di Eduardo non erano semplici operette da ridere, tutt’altro!
Con scenari e temi più che quotidiani distruggeva l’umano, lacerava l’animo con maestosa sagacia servendosi di parole semplici e comuni, anzi “diverse”, col dialetto, come a voler dire quanto sia incomprensibile la vita e quanto sia necessario evadere, scappare e trovar rifugio in un’altra lingua. 

L’ironia di Shakespeare era letale nei confronti dell’uomo: in ogni tragedia il pathos resta costante, ma costantemente cresce sempre più sino a raggiungere il punto più alto nel finale quando, come in ogni tragedia che si rispetti, muoiono tutti, o quasi tutti.
Il Bardo mette così a nudo la bassezza dei gesti umani che hanno così tanto proteso e stirato la vita dei soggetti fino a farli giungere ad un comune punto di non ritorno che consente loro, e ai lettori, di riflettere sull’inutilità e sulla meschinità di quei gesti.
“Strepito e furia”, sofferenza, brama di potere e di dominio, invidie, ego smisurato, pene da infliggere sempre all’altro e mai a se stessi, se non nel momento di morte.
Una forte condanna del genere umano e al genere umano, condanna che sottende un chiaro senso di distacco e di abbandono da parte del narratore. 
Un abbandono, un rifiuto e, al contempo, un voler elevarsi a soggetto diverso che non si riconosce e che, però, non sa collocarsi.

Il filo, come detto, è tutt’altro che sottile, è bello forte, resistente e diretto: a distanza di secoli due Maestri si ritrovano, accomunati in questo stato di abbandono, in un limbo raggiunto a furia di evidenziare tutto quello da cui hanno sempre cercato di scostarsi, di prendere le distanze e che han condannato con somma eloquenza dall’alto della postazione privilegiata di un meritato piedistallo.
Nonostante tale limbo e tale piedistallo, non raggiungono certo il significato ultimo, non trovano la soluzione, non resta loro altro se non abbandonarsi all’oblio del nulla, ma lo han potuto fare poiché hanno raggiunto un punto che li ha differenziati, com’è giusto che sia per ogni poeta, dai loro non simili e che li ha portati ben oltre i confini dell’eternità!

:: Killer elite -Professione assassino di Stefano Di Marino (Segretissimo Mondadori, 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2020

Un nuovo cavaliere oscuro emerge nella Legione di Segretissimo.
L’Aquila, la misteriosa organizzazione segreta che controlla con il crimine mondiale con l’efficienza di una multinazionale, è in allarme. Qualcuno ha tradito, rubando un documento che potrebbe cambiare gli equilibri della malavita internazionale.
Solo un uomo può risolvere il problema.
Max Costello, aka l’Eliminatore, altresì noto con l’oscuro alias di Mezzanotte. Abile killer, spietato e infallibile, Max è l’unico in grado di muoversi a proprio agio in questo feroce universo di intrighi, omicidi e vendette personali.
Questo conflitto privo di regole catapulta l’Eliminatore da Goa a Malindi, da Sorrento ad Atene, fino a raggiungere l’apice a San Pietroburgo, dove la Piccola Madre, famigerata boss della malavita russa, sfida l’Aquila a un duello senza esclusione di colpi.
Ma non ci sono solo due contendenti in questa partita. Patrizia Manni, tenace poliziotta milanese sulle sue tracce di un suo “lavoretto”, a sua volta marca stretto il killer dell’Aquila, decisa a catturarlo a ogni costo.
E così l’Eliminatore rischia di trasformarsi da cacciatore in preda.

Stefano Di Marino firma con il suo nome il primo episodio di una nuova serie action, e così dopo il Professionista e Montecristo facciamo la consocenza di Max Costello, alias Mezzanotte, killer professionsita al servizio di una fantomatica organizzazione segreta denominata Aquila che controlla con pugno di ferro il crimine mondiale. Segretissimo ha regole di ingaggio molto severe e Di Marino ormai negli anni le ha fatte proprie, aggiungendoci tocchi personali che caratterizzano il suo stile di narratore di razza perfettamente padrone dei tempi, del ritmo dell’azione e delle regole narrative del crime. Innanzitutto l’attenzione al dettaglio, la cura nel descrivere le scene di azione con taglio cinematografico, e una caratterizzazione psicologica precisa dei personaggi che non ne fa semplici sagome di cartone. Pure nel solco della narrativa popolare di evasione e intrattenimento inserisce sprazzi di umanità o rovelli personali pure nei personaggi più apparentemente refrattari a ogni sentimento. Questa volta ha scelto di focalizzare la sua attenzione su un killer professionista, un uomo che ha fatto della morte il suo mestiere, e che per potere restare in vita deve attivare tutte le sue capacità di sopravvivenza, tra cui l’intuito, le capacità tecniche, quelle fisiche e un tocco di fantasia per uscire indenne nei momenti più pericolosi. Per chi cerca il realismo a tutti i costi Di Marino ha il dono di rendere tutto verosimile, credibile, realistico, seppure parli di temi che implicano una gran dose di improvvisazione e faccia tosta. Realtà e fantasia quindi si sovrappongono dando la sensazione al lettore di essere nel centro dell’azione e di viaggiare sempre in prima classe dall’India all’Africa, dall’Italia alla Russia mentre se ne sta comodamente al sicuro in poltrona. Esotismo, un tocco di erotismo, tante scene d’azione, un po’ di introspezione sono senz’altro i fattori che hanno permesso un successo duraturo consolidatosi nel tempo. Forse non è una lettura prettamente femminile, le ragazze amano più il romance con venature romantiche (ma molte lettrici potrebbero contraddirmi) tuttavia ritengo che sia un fenomeno che meriti un’analisi seria, e non vada ghettizzato come mera lettertura da edicola. Il pulp ha una nobile storia e ha formato l’immaginario di intere generazioni, nelle sue varie facce dalla spystory, all’action thriller, al noir, chiavi privilegiate per analizzare il presente, il mondo reale non edulcorato da patine troppo scintillanti. Il mondo là fuori è buio e feroce, sembra dirci Di Marino, è fatto di sopraffazione e di violenza, e sebbene noi esseri civilizzati ci limitaimo a quella verbale (che può fare altrettanto male), altri usano armi, ricatti, e ogni forma di abuso per sopravvivere e davvero il crimine è per loro pane quotidiano. La letteratura, questo tipo di letteratura perlomeno, ha il ruolo sociale di aprire gli occhi su questa realtà, sul mondo in cui realmente viviamo.

Stefano Di Marino, tra i più prolifici narratori italiani, attivo per le collane Mondadori “Segretissimo” e “Giallo”, da anni si dedica alla narrativa scrivendo romanzi e racconti di spy-story, gialli, avventurosi e horror.
Per Fabbri ha curato Il cinema del Kung Fu e Il cinema Horror. Per la Gazzetta dello Sport le collane Il cinema del Kung Fu (diversa dalla precedente) e Gli indistruttibili – Il cinema d’azione degli ultimi vent’anni.
Tra i suoi libri sul cinema Tutte dentro – Il cinema della segregazione femminile (Bloodbuster Edizioni), Bruce e Brandon Lee (Sperling & Kupfer), Dragons Forever – Il cinema marziale (Alacran), Italian Giallo – Il thrilling italiano tra cinema, fumetti e cineromanzi (Cordero Editore) e Eroi nell’ombra – Il cinema delle spie raccontato come un romanzo (Dbooks.it).
Per Odoya ha già pubblicato Guida al cinema di spionaggio (2018).

Source: acquisto personale.

:: Processo a Shanghai di Qiu Xiaolong (Marsilio 2020) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2020

La Cina è uno stato di diritto? Interessante questione, più complessa di quanto possa sembrare. Ricordo che ai tempi dell’Università, mi iscrissi a Scienze Politiche indirizzo internazionale, quando dovetti scegliere le materie del mio piano di studio decisi di inserire “Sistemi giuridici comparati” che non era nel nostro piano ufficiale ma di Giurisprudenza, così andai a sostenere l’esame nel Palazzetto Aldo Moro qui a Torino e passai con Gianmaria Ajani, che negli anni divenne anche rettore dell’Ateneo torinese, non ricordo se lui o un assistente mi fece proprio una domanda sul sistema giuridico cinese, non so se per mettermi in difficoltà o altro, e io ricordo ancora che risposi correttamente forse stupendoli un po’ che un’incosciente studentessa proveniente da Scienze politiche fosse preparata su quei temi così specifici e fumosi. Non ricordo tutto nel dettaglio, sono passati più di vent’anni, ma ricordo due punti: il concetto negativo di conflitto e quello positivo di appianamento delle divergenze nella cultura cinese, e il fatto che se la giurisprudenza statunitense si basa sui precedenti e sulle sentenze emesse dai giudici nel passato, il sistema giuridico cinese è invece molto più fluttuante. C’è un film molto bello di Zhang Yimou, La storia di Qiu Ju, con un’intensa Gong Li, che vi consiglio di vedere se amate l’argomento. Così quando ho letto che questo tema sarebbe stato affrontato nell’ultimo romanzo di Qiu Xiaolong, sono rimasta molto incuriosita. Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) è il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, e come al solito dalla sua lettura non sono rimasta delusa. Ormai Qiu Xiaolong è una sicurezza e ogni suo libro una piccola gemma per chi ama l’Oriente e la cultura cinese. Dunque non solo un giallo, un’indagine poliziesca, ma un piccolo trattato di sociologia, poesia, storia e psicologia sociale. Un fluttuare tra antico e moderno, in un mondo sempre più mutevole e in continua evoluzione sebbene all’apparenza come sulla superficie di un lago tutto sembri immobile. C’è molta amarezza, molto disincanto e nello stesso tempo un flebile filo di speranza che i mali che affliggono il Drago dormiente possano essere un giorno superati. Ma torniamo alla storia, Chen Cao non è più l’ispettore capo della polizia di Shanghai, ha dovuto lasciare il suo incarico a Yu il suo vecchio assistente per fare “carriera” e diventare Direttore dell’Ufficio del Sistema Giudiziario, per di più in licenza per un periodo di convalescenza che non si sa bene per quanto si protrarrà. A lenire questo periodo di incertezza l’efficiente e simpatica Jin, sua segretaria e preziosa collaboratrice e la lettura di Poeti e assassini del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del Giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. Poi Vecchio Cacciatore lo coinvolge nelle indagini sulla morte di Qing, assistente della Dama Repubblicana, una donna bellissima e dal passato discutibile che offre in casa sua pranzi sontuosi per ospiti super selezionati e influenti. E proprio queste sue frequentazioni saranno causa della sua rovina. Ma Chen Cao si chiede se è davvero colpevole del delitto, se davvero ha ucciso Qing per futili motivi (la ragazza voleva lasciarla per aprire a sua volta un ristorante). La sua indagine certo in incognito ha bisogno di una più seria copertura così si ingegna mobilitando le sue conoscenze e ideando un progetto di scrittura su una nuova novella sul giudice Dee, che gli permetta un parallelismo tra i sistemi giuridici antichi e quelli moderni, in cui la giustizia sembra in una posizione di sudditanza rispetto agli interessi del Partito Unico che governa il paese socialista con caratteristiche cinesi. Il linguaggio è poetico, una festa tra allusioni, rimandi e vere e proprie poesie che impreziosiscono il testo, come le struggenti poesie in appendice della celebre poetessa Xuanji. Buona lettura!

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.    

9° Anniversario su WordPress

27 novembre 2020

Oggi, nove anni fa approdammo su WordPress, il passaggio da Splinder non fu dei più facili, perchè lasciammo una comunità coesa e tanti amici che ora negli anni si sono persi, ma WordPress è stata la nostra nuova casa e ci stiamo bene. Dopo tredici anni online una bella soddisfazione!

:: Mi manca il Novecento: Rocco Fasano, il poeta che viene da lontano a cura di Nicola Vacca

24 novembre 2020

Mi piace curiosare nell’archivio del Novecento alla ricerca di primizie letterarie e di scrittori di cui non si trova molto da leggere e si parla poco ma che vale la pena leggere e scoprire.
Conosco personalmente Rocco Fasano, grande uomo di cultura che viene dal quel Sud ricco di fermenti. Un intellettuale illustre che viene da Gioia del Colle, paese in cui sono nato.
Rocco ha dedicato la sua vita alla scuola e alla cultura, ha scritto libri, si è impegnato in politica, ci ha fatto conoscere scrittori e artisti notevoli.
Rocco Fasano è anche poeta. Stoppie è il suo libro più importante. La sua pubblicazione risale al 1956 nella collana “Poeti d’oggi” dell’editore Gastaldi di Milano.
Libro praticamente introvabile. L’autore qualche anno fa ha curato una riedizione in copie limitate.
Il poeta, come scrive nella breve nota che accompagna la seconda edizione, si muove tra situazioni, emozioni, immagini, spesso accennate, frantumate o sospese, richiamando le forme adeguate di scrittura: abbozzi, appunti, mottetti e scorci, con cui meglio si concentra la portata lirica del sentimento di tempo interrotto, di tramonto rapido dell’età dei sogni, speranze, illusioni che lui steso chiama «Stoppie di campo mietuto».
Partire da questa dichiarazione di poetica è indispensabile per avventurarsi nel mondo lirico di Rocco Fasano dove la poesia è una trama di voci e il poeta le ascolta tutte affidando la sua intuizione al tempo che scorre e da cui lui si lascia attraversare.
Quella di Rocco Fasano è una poesia che contiene suggerimenti infiniti e la parola è sempre pronta a accogliere significati profondi.
Il poeta si avventura negli abissi del giorno, sa che il suo verso è incerto come la vita che si vive in un quotidiano in cui le cose e le persone tremano.
Ma è alla poesia che Fasano affida tutto il suo mondo interiore, si impiglia con le parole nella rete di spazi senza tempo, non rinuncia a un colloquio con i fantasmi del giorno, scava tra le macerie del paese sepolto, fa i conti con la zavorra della carne e la maledizione dell’anima.
Rocco Fasano è un viandante nella cognizione del dolore, nella sua poesia è documentata con una consapevole malinconia crepuscolare la stanchezza dell’esistere:

«Ormai non segno tappe. /Ad assonata plaga torco i passi. / Cielo senza punto, / stanchezza, lungo male / che il corpo e l’anima rode.»

Le Stoppie di Rocco Fasano sono come i Trucioli di Camillo Sbarbaro.
Materiale residuo dallo spessore sottilissimo, quasi inesistente su cui si posa il vuoto malinconico del tempo con le sue evocative suggestioni.
Nei suoi trucioli impressionisti Sbarbaro cerca un’intesa impossibile con le cose, la parola della sua poesia ha le stimmate di una genesi dolorosa e necessaria: con ogni verso il poeta raccoglie sulla carta il totale di mancanze infinite.
Rocco Fasano colleziona Stoppie e ascolta la loro voce mentre si sbriciola il tempo nelle sue distanze. Il poeta raccoglie quello che resta e dai residui scava a mani nude nel caproniano muro della terra.

:: Un’intervista con Antonella Ferrari a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2020

Abbiamo il piacere di ospitare oggi sulle pagine di Liberi di scrivere Antonella Ferrari, autrice di “Adelaide” il suo nuovo romanzo storico, pubblicato da Castelvecchi, ambientato nella Chieti di fine Ottocento. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Benvenuta Antonella, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, Adelaide, una storia d’amore, o di amori, un romanzo storico, perlomeno con uno sfondo storico preciso. Ma prima mi piacerebbe che ci parlassi un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Grazie a voi dell’opportunità che mi offrite, sono laureata in Giurisprudenza, ho avuto diverse e variegate esperienze lavorative frutto di passioni temporanee, poi mi sono dedicata interamente alla scrittura, e spero che diventi la mia vera e unica professione.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?

Anche mio nonno, mio padre e mio zio nel loro piccolo scrivevano, quindi è stato naturale accostarmi a questa passione di famiglia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Divoro ogni romanzo contemporaneo o classico, adoro leggere, è parte di me. Mi ispirano Balzac, Jane Austen, Andrea De Carlo e Sandor Màrai.

Parliamo di Adelaide,  come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Adelaide nasce dai racconti sentiti nella mia città di origine Chieti e anche in casa si discorreva molto sulle vicende dei Mayo.

Adelaide è la protagonista, una donna moderna si può dire, indipendente, forte, un personaggio femminile sfaccettato. Un po’ ti somiglia?

Molto, anch’io non sono sposata e non sento la necessità di un uomo a cui appoggiarmi. Per il resto mi è piaciuto plasmare un’eroina avanti di due secoli, senza paura e intraprendente.

Parlaci degli altri personaggi.

Ci sono storie nelle storie, due suore che si uniscono alle lotte carbonare animate            dalla fede, Cesare e Manfredi, uomini di una bellezza travolgente, Isabella, moglie     di Manfredi bellissimo esempio di resilienza, e Ninetta, il deus ex machina che risolve i problemi.

La famiglia Mayo è un’istituzione nella città di Chieti, parlaci della storia di questa nobile famiglia abruzzese.

I Mayo sono una stirpe antica, ho ricostruito l’albero genealogico che parte dalla fine del 1600. Di sangue nobile, nel 1825 acquistano il palazzo di 5000 mq sul corso di Chieti, oggi Fondazione/Museo che tiene vivo e presente il loro ricordo.

Su che documenti hai studiato e raccolto notizie? È stato difficile il lavoro di documentazione?

Sono stata diverse volte all’Archivio di Stato di Chieti, è stato divertente sfogliare le pergamene impolverate con la storia della città, e anche presso la Biblioteca Provinciale e a Palazzo de’ Mayo. Sulla storia della famiglia ho trovato pochi riscontri, così ho sbrigliato la fantasia e creato i miei personaggi.

Ti piacerebbe se il tuo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito?

Magari! È ancora presto per simili progetti, il libro è uscito da poco, ma se finisse nelle mani di un regista o sceneggiatore interessato sarebbe il top.

E all’estero, c’è interesse per una storia di amore e di rivolte politiche sullo sfondo della provincia abruzzese di due secoli fa?

Lo spero, diamo un po’ di tempo a Adelaide per farsi conoscere, se la storia piace, funziona anche sulla luna, credo.

Parteciperai a qualche presentazione anche in streaming o Festival letterario dove potremo ascoltarti di persona?

Al momento ho registrato un paio di interviste in streaming o via radio, appena torneranno tempi migliori, girerò come una trottola ovunque.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

Grazie  ancora a Liberi di Scrivere per l’intervista. Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore, dal titolo L’Isuledda. Anche qui storie d’amore e avventure a cavallo dei secoli.

:: I semi finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco 2020

14 novembre 2020

È stata finalmente svelata la lista dei 17 romanzi semi finalisti all’edizione 2020 del Premio Giorgio Scerbanenco, il più importante premio letterario italiano dedicato al noir.

Tra questi a partire dal 14 novembre fino alle ore 23:30 di sabato 21 novembre 2020 ogni lettore potrà votare sul sito della manifestazione i suoi cinque titoli preferiti.

I cinque finalisti saranno presentati dal 30 novembre al 3 dicembre con una serie di incontri sui canali social del festival; tra questi, la Giuria Letteraria sceglierà il vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2020 che sarà annunciato il 4 dicembre e premiato nel corso della prossima edizione del Noir in Festival, in programma dal 1 al 6 marzo 2021.

Ecco l’elenco dei libri:

Francesco Abate, I delitti della salina, Einaudi

Tullio Avoledo, Nero come la notte, Marsilio

Daniele Bresciani, Anime trasparenti, Garzanti

Enrico Camanni, Una coperta di neve, Mondadori

Cristina Cassar Scalia, La salita dei saponari, Einaudi

Ermanno Cavazzoni, La madre assassina, La nave di Teseo

Gianni   Farinetti, Doppio silenzio, Marsilio

Antonio Fusco, La stagione del fango, Giunti

Gabriella Genisi, I quattro cantoni, Sonzogno

Lorenza Ghinelli, Tracce dal silenzio, Marsilio

Leonardo Gori, Il ragazzo inglese, Tea

Bruno Morchio, Dove crollano i sogni, Rizzoli

Paolo Nelli, Il terzo giorno, La nave di Teseo

Paolo Roversi, Psychokiller, SEM

Marcello Simoni, La selva degli impiccati, Einaudi

Rosa Teruzzi, La memoria del lago, Sonzogno

Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio

Fonte: (In 17 per il Premio Scerbanenco 2020)

:: Oiza Queens Day Obasuyi: Corpi estranei. Il razzismo rimosso che appiattisce le diversità (Ed. People, 2020)

14 novembre 2020

«In questo libro i protagonisti sono le persone nere – e di origine straniera in generale – che diventano dei corpi estranei e muti in un contesto che li nomina ma non li interpella, che se ne serve per propaganda ma non li ascolta. Le persone nere sono corpi spersonalizzati, senza identità, pensieri, opinioni. Le persone nere sono a tratti degli invasori, oppure dei cuccioli da salvare. Sono da sfruttare, oppure da nominare per appuntarsi la propria medaglietta di ‘antirazzista perfetto’. Le persone nere sono, per esempio, quello a cui ho dato l’elemosina e che deve essere il protagonista del mio post su Facebook.
In questo libro si cerca di decostruire il razzismo in Italia. Razzismo che, chiaramente, non comincia con il governo giallo-verde e non si consuma con l’ennesima aggressione – che ne è solo la punta dell’iceberg. Il razzismo è qualcosa di più complesso da decifrare. Chi non fa parte di una minoranza etnica difficilmente lo coglie, e spesso anzi lo perpetua senza rendersene conto

Oiza Queens Day Obasuyi, ripercorrendo la storia politica e culturale d’Italia, scrive questo saggio per smantellare il sistema di esclusione e discriminazione in cui viviamo, per denunciare un Paese culturalmente arretrato nel rapporto con le minoranze etniche e le migrazioni. Un Paese che rischia di banalizzare il proprio passato coloniale, di giustificare il razzismo parlandone come forma di ‘ignoranza’, di pensare sia normale affrontare viaggi che mettono a rischio la vita per arrivare in Europa, di considerare il caporalato un evento a margine della società.

Oiza Queens Day Obasuyi ha 25 anni ed è nata e cresciuta ad Ancona. Si è laureata in Lingue, Culture e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Macerata, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Global Politics and International Relations. È una studiosa di diritti umani, migrazioni e relazioni internazionali. Collabora con The Vision e Internazionale.

:: 900 mila visualizzazioni!

13 novembre 2020

E così siamo arrivati a 900 mila visualizzazioni, grazie a tutti! Se Liberi ha continuato a esistere è anche grazie a voi, voi tutti, che continuate a leggerci. Sembra una frase fatta ma è vero, soprattutto in questo momento. Ci ricorderemo tutti del 2020, tutti coloro che ce la faranno, e ci ricorderemo di tutti gli amici che stiamo lasciando sul cammino. Il 2020 è un anno davvero terribile per tutto il mondo. Speriamo di farcela, speriamo di vedere il 2021, e che soprattutto questa Pandemia finisca presto per il bene di tutti. Noi ci diamo appuntamento per il milione di visualizzazioni il prossimo anno. Quando si ha un obiettivo per cui lottare e vivere tutto resta complicato ma almeno la speranza ci dà la forza di alzarci al mattino. Un forte abbraccio!