Posts Tagged ‘Narrativa letteraria’

:: La cattura dell’effimero – Beatrice Colin (Neri Pozza 2017) a cura di Federica Spinelli

5 settembre 2017

la_cattura_dell_effimero_01La cattura dell’effimero è ambientato nella Parigi alla vigilia dell’Esposizione Universale del 1889, quella in cui sorgerà una delle meraviglie del mondo moderno: la Tour Eiffel. Siamo nella Parigi delle stagioni dell’alta nobiltà, dei corsetti e delle redingote, dei balli e degli inviti a colazione, ma anche nella Parigi dell’impressionismo e della pittura di Jeorge Seurat. Un Ottocento ancora ruggente nelle sue consuetudini e nelle sue regole ferree.
La storia si apre con un viaggio in mongolfiera in cui Alice Arrol e suo fratello Jamie, due giovani scozzesi nel bel mezzo del loro Grand Tour, accompagnati da Caitriona Wallace, si godono in una fredda mattina invernale la vista di Parigi. Sulla stessa mongolfiera si trova anche Emile Nougier, ingegnere co-responsabile insieme a Gustave Eiffel della costruzione della Tour Eiffel. Cait fa per caso la conoscenza di Emile e tra i due scatta subito il colpo di fulmine, ma Jamie si intromette architettando di far sposare la sorella al giovane ingegnere ed entrare così anche lui nella costruzione della famosa Torre. Sarà proprio intorno alla costruzione della Torre si intrecceranno così i destini di tutti i personaggi, restando inevitabilmente compromessi.
Il romanzo tocca il tema del ruolo della donna nella società di metà Ottocento, incastrata in un dedalo di regole dell’etichetta e la cui unica speranza di sopravvivenza è commisurata alla possibilità di fare un buon matrimonio. Cait, dopo essere rimasta vedova, secondo la società ha come sola speranza di sopravvivenza quella di risposarsi se non vuole incorrere in un destino di povertà. La stessa Alice, seppure provvista di mezzi materiali, ha come unica aspirazione quella di sposarsi con un buon partito. La prima riesce a riscattarsi solo fuggendo lontano dalle convenzioni in un luogo dove resterà libera di prendere le proprie decisioni, mentre la seconda pagherà ben presto il prezzo della sua superficialità. Nel corso del romanzo, come metafora della rete di cui sono vittime le donne per via dell’etichetta, si fa riferimento alla quantità di vestiti e indumenti che le signore sono costrette a indossare, con numerosi commenti circa la scomodità e la difficoltà ad annodare, tirare, allacciare, abbottonare, costringere e schiacciare il corpo in questa armatura di ferro e stoffa. In riferimento agli abiti come esempio della costrizione delle regole della società, nel finale la libertà raggiunta dalla protagonista si esprime anche nell’indossare vestiti leggeri e comodi.
La Parigi descritta nel libro è esattamente come ci si immagina la città all’epoca dell’impressionismo, con i caffè e i locali notturni dove dare sfogo a vizi proibiti, Montmatre e la vita di strada, gli artisti e personalità notabili che camminano lungo i nuovi viali voluti dal barone Haussman. Il sapore di quest’epoca è restituito alla perfezione dall’autrice che ne evoca non lo solo lo spirito ma persino colori e profumi. Il romanzo scorre sotto gli occhi del lettore come un film dove la trama lascia poco all’immaginazione ma è ben scritta e funzionante. La cattura dell’effimero a cui il titolo fa riferimento si rivolge sia alla Tour Eiffel che svetta verso il cielo – una volta eretta era l’edificio più alto dell’epoca – , a tutte le storie legate alla sua costruzione e allo sgomento che questo strano edificio suscitava, ma anche alle illusioni verso cui ciascun personaggio tende nel corso del romanzo e che sarà costretto ad abbandonare.

Beatrice Colin, nata a Londra e cresciuta in Scozia, ha vissuto per anni a New York lavorando come giornalista freelance per il Guardian e numerose altre testate. Autrice di testi teatrali e radiofonici per la BBC, ha pubblicato il romanzo La vita luminosa di Lilly Afrodite, tradotto in molti paesi e pubblicato in Italia da Neri Pozza. Vive a Glasgow. http://www.beatricecolin.co.uk/

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
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Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016), a cura di Nicola Vacca

31 luglio 2017
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La luce dei giorni, il nuovo romanzo di Jay McInerney, lo attendevamo. Sono passati trentadue anni dall’ uscita di Le mille luci di New York, il capolavoro dello scrittore americano, e adesso la Grande Mela è una città diversa e decaduta.
McInerney torna nella città in cui vive e riprende la vicende di Corrine e Russell Calloway per chiudere con La luce dei giorni la trilogia iniziata con Si spengono le luci e Good Life.
All’interno della commedia matrimoniale lo scrittore americano racconta senza rinunciare al disincanto una New York che vive assediata sotto il peso dei giorni strangolati dalla crisi, depressa da una decadenza che affonda le radici nel radicale cambiamento di stili di vita dopo gli attentati dell’11 settembre.
McInerney non rinuncia all’ironia quando attraverso Russell, editor e editore innamorato dei buoni libri, denuncia il mondo intellettuale americano e la cultura newyorkese con tutti i colpi bassi e i tiri mancini che nascondono relazioni e intrighi in cui a vincere sono sempre il conformismo e l’ipocrisia.
Lo scrittore sa che le luci sulla sua New York si sono spente per sempre. Corrine e Russell, ormai cinquantenni, e con loro anche McInerney, rimpiangono con molta nostalgia la New York viva degli anni Ottanta. Vivono la loro storia nel tentativo di ritrovare quel tempo perduto, anche se sanno che questo non potrà mai accadere.
Lo scrittore sa che il sogno americano si è frantumato e che i due protagonisti non riusciranno a trovare l’esuberanza e l’entusiasmo del tempo in cui New York era illuminata dalle mille luci.
Corrine e Russell sanno che la Storia non è dalla loro parte. Il racconto della loro vita matrimoniale si incrocia, e non simbolicamente, con l’evento della grande crisi finanziaria del 2008 che proprio nella Grande Mela ha visto la luce.
Russell sa che si sono dissolti i tempi in cui giovani uomini e donne venivano in città perché amavano i libri e Manhattan era l’isola splendente della letteratura. Questi sognatori oggi coltivano solo incubi e non ci sono più ideali in cui credere.
Corrine e Russell saranno duramente mesi alla prova dalla nuova realtà in cui è piombata New York. Disillusi e realisti non rinunceranno al tentativo di ritrovare la vivacità della loro giovinezza e il senso della lotta dell’amore e degli ideali, anche se sanno che la città è cambiata e indietro è difficile tornare.
Jay McInerney torna nella New York degli anni duemila e si accorge che le luci si sono spente ed è calato un sipario sulla grande citta che una volta era il palcoscenico in cui l’ottimismo aveva fertili ragioni creative.
La luce dei giorni è il degno epilogo della trilogia di Jay McInerney.
Lo scrittore americano non poteva chiudere meglio e New York deve molto alla sua penna che ha raccontato tutto il suo splendore e la sua decadenza attraversando anni e epoche fino a giungere ai nostri giorni in cui la disillusione è intensa e il nuovo sogno americano attende di essere rivelato.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford (Connecticut).
Allievo di Carver, vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, è passato successivamente ai romanzi, si va da “Le mille luci di New York” (il romanzo che ha imposto McInerney nel mondo a soli 29 anni), a “Professione: Modella”. A questi, hanno fatto seguito “Riscatto” (1987), “Tanto per cambiare” (1989), “Si spengono le luci” (1992), “L’ultimo dei Savage” (1996) e “Nudi sull’erba” (2000). Appassionato di vini, tiene una rubrica dedicata sul Chicago Tribune.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

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:: Cuori in viaggio: Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen (Garzanti, 2004)

26 febbraio 2017

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I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle e un amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso. L’avversione aumenta quando le sorelle riescono a separare Charles da Jane. Darcy chiede la mano di Elisabeth, non nascondendo però quanto la cosa costi al suo orgoglio. La ragazza, sdegnata, lo respinge. In un secondo tempo Elisabeth apprende che la sorella Lydia è fuggita con Wickhman. Con l’aiuto di Darcy i fuggiaschi vengono rintracciati e fatti sposare. Infine Darcy e Elisabeth, Bingley e Jane si fidanzano.

Tra gli amori letterari quello tra Elisabeth Bennett e Mr Darcy, personaggi principali del celeberrimo Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) di Jane Austen, splende di luce propria e se vogliamo è ancora in grado di competere, per freschezza e spontaneità, con tante storie d’amore anche più recenti e contemporanee. Non male per una storia d’amore presente in un romanzo edito nel 1813, che non dimostra affatto i suoi più di 200 anni, e che è di fatto una delle storie d’amore più lette al mondo. Non è stato perciò difficile scegliere e rileggere questo libro per questa bella iniziativa, Cuori in viaggio, dedicata da 28 blogger all’amore. Ho pensato a Il dottor Živago, Anna Karenina, Romeo e Giulietta, poi ho scelto loro, l’antipatico per eccellenza e scorbutico signorotto di città e l’intelligente e ironica Elisabeth, appartenente a una modesta famiglia della borghesia di campagna. Quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Rimanere così moderno e contemporaneo, sebbene i riti e i costumi sociali di quel periodo siano ormai irrimediabilmente cambiati se non evoluti (anche se c’è da dire che l’animo umano è cambiato ben poco dall’Era della Pietra)? Ecco forse le risposte sono esattamente ricavabili dalle domande stesse. Lo spirito arguto di Jane Austen è stato capace di parlare d’amore universalizzando i contesti e le opportunità concesse a una donna, non solo nel lontano 1813. Elisabeth Bennett è a modo suo un modello, un’ eroina capace di tenere testa a tutti personaggi maschili della storia, a partire da suo padre, che tra l’altro l’adora. Gli scontri, i battibecchi con Mr Darcy sono d’antologia, come il rifiuto alla sua prima proposta di matrimonio. Elizabeth difende la sua identità, la sua singolarità e non si piega ai mille compromessi che la sua seppur modesta condizione sociale imporrebbe. E lo fa con leggerezza, humour, straordinaria perspicacia. Ama sinceramente Mr Darcy, ma non permette a questo amore di cambiarla, limitarla, e in questo credo consista la bellezza e l’ anticonformismo di questo personaggio, quanto mai moderno e rivoluzionario. Concreta, realista, testarda, romantica Elizabeth Bennett è la perfetta metà di Mr Darcy, il suo complemento e la sua compiutezza. Se non avete ancora letto Orgoglio e Pregiudizio, fatevi un regalo, leggetelo in lingua originale o nella bella traduzione di Isa Maranesi. Se già conoscete la storia, rileggetela, non vi annoierà, potete contarci, la Austen ha uno stile di scrittura che è il trionfo dell’intelligenza, una gioia per qualsiasi lettore.

Edizione considerata: Garzanti editore 1975- 1982, XXII edizione marzo 2004, introduzione di Attilio Bertolucci, traduzione di Isa Maranesi.

Jane Austen. Scrittrice inglese. Compì la sua educazione quasi interamente in casa, sotto la guida del padre ecclesiastico.
Nel 1801 si trasferì con la famiglia a Bath; nel 1805, dopo la morte del padre, a Southampton; poi, nel 1809, a Chawton, Hampshire, dove scrisse quasi tutti i suoi romanzi.
Profondamente attaccata alla famiglia, in particolare alla sorella Cassandra, la Austen non si sposò mai e trascorse un’esistenza raccolta e casalinga, interrotta solo da brevi visite a Londra e ai luoghi di villeggiatura sulla costa meridionale inglese.
Il suo primo romanzo completo a noi pervenuto è L’abbazia di Northanger (Northanger abbey), pubblicato solo nel 1818.
Il romanzo è centrato sul tema della maturazione di una giovane ingenuamente romantica, convinta, all’inizio, che la vita sia fatta a somiglianza dei romanzi «gotici» della Radcliffe (dei quali il libro costituisce la garbata parodia) e che alla fine arriva a comprendere, realisticamente, la realtà quotidiana.
Lo stesso tema (la maturazione di un’anima romantica attraverso l’esperienza) è al centro di Ragione e sentimento (Sense and sensibility, 1811), iniziato nel 1797 col titolo di Elinor and Marianne, e ritorna in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice, 1813), rifacimento del giovanile e non pubblicato Prime impressioni (First impressions, iniziato nel 1796).
Anche in Mansfield Park (1814), romanzo di complessa struttura narrativa e di ammirevole sincerità, in Emma (1816), considerato uno dei suoi capolavori, e in Persuasione (Persuasion), che fu pubblicato postumo insieme a Northanger Abbey ed è forse la sua opera più ricca e sottile, l’autrice compie un’analisi dei rapporti tra valori personali e valori sociali e della validità delle emozioni come guida del comportamento.
Il mondo descritto non si estende mai al di là dei limiti della vita e degli ambienti da lei direttamente conosciuti; ma il suo fine tocco ironico, la sua prosa elegante e fredda, la sottigliezza con cui analizza e descrive il conflitto tra esigenze psicologiche e morali di varia natura conferiscono a questa narrativa una non comune complessità e collocano la Austen tra i più grandi nomi del romanzo inglese.
Parzialmente tratto da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Source: acquisto personale.

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:: Il giorno, Elie Wiesel, (Guanda, 2011) a cura di Daniela Distefano

16 novembre 2016
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Elie Wiesel non c’è più, i media ne hanno comunicato il decesso lo scorso luglio. Aveva 87 anni e la Morte vissuta per gran parte del suo cammino.
L’umanità perde un testimone della sopravvivenza umana, l’amore di Dio un suo soldato involontario.
Dopo la liberazione dal Nazismo, gli intellettuali che avevano sperimentato i campi di concentramento risalirono dagli abissi dell’incancellabile per dare prova dei fatti realmente accaduti, un percorso doloroso rivivere per l’umanità
ciò che neanche la mente più diabolica aveva mai concepito.
Questo romanzo, questo piccolo opuscolo è un racconto di come sia difficile stare al passo col Tempo quando si capovolge totalmente: il nero diventa bianco, il Male si tramuta in Bene e tu non sai se adeguarti o rimembrare per tutta la vita quella tortura perpetua che il mondo ti ha inflitto:

Ci sentiamo colpevoli di essere in vita, di mangiare pane a volontà, di portare d’inverno delle calze calde. Chi è stato là, ha portato con sé un po’ della follia dell’umanità. Un giorno o l’altro essa riaffiorerà.

Protagonista di queste parole è un uomo che viene investito in mezzo alla folla di una New York estiva e accaldata: Mentre chiunque – nelle sue condizioni – lotterebbe con tutte le forze per vivere, lui rimane inerte, pronto a raggiungere in Cielo i familiari morti nei lager.

Mi sentii solo, abbandonato. In fondo a me stesso scoprii un rimpianto: quello di non essere morto.

Mutilato dell’anima, neanche l’amore di Kathleen, affascinante e fragile donna che lo ama con la sua imperfetta volontà, riesce a fargli assaporare i frutti dell’albero esistenziale.

Così va il mondo : la vergogna non tormenta il boia ma le sue vittime.
La grande vergogna di essere stati scelti dal destino.

<< A quale scopo Dio ha creato l’uomo?>>. Capisco che l’uomo abbia bisogno di Dio. Ma a Dio cosa può dare l’uomo?

Non abbiamo risposte a questi tormenti sacrosanti, l’uomo di questo romanzo è un essere azzoppato nello spirito, può solo fingere di amare, con le dita tocca un cuore per sempre più congelato.
Elie Wiesel è riuscito a commuovere senza scadere nel patetico, a pettinare i nostri sentimenti lucidandoli con la Verità e la Speranza che germoglia nonostante le brutture di un paesaggio troppo arido, troppo vasto, troppo contaminato con l’odio e la crudeltà.

Elie Wiesel (premio Nobel per la Pace nel 1986) è nato nel 1928, da famiglia ebraica, nella regione dei Carpazi. Ha vissuto l’esperienza disumana di Auschwitz e di Buchenwald.
Emigrato in Francia nel 1945, vi ha esercitato la professione di giornalista,
poi negli anni Cinquanta si è trasferito negli Stati Uniti.
Fra le sue opere, tutte scritte in francese, ricordiamo: La notte (1958), dove ha raccontato l’orrore dell’Olocausto.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Brian dell’Ufficio Stampa “Guanda”.

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:: Le ragazze, Emma Cline (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

28 ottobre 2016
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La storia.
La notte dell’ 8 agosto 1969 alcuni membri della setta di Charles Manson entrarono nella casa di Roman Polanski e Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive su a Los Angeles, e uccisero cinque persone, tra cui la moglie di Polanski all’ottavo mese di gravidanza. Niente riti satanici, niente di così stravagante, lo fecero semplicemente per vendetta (un contratto discografico sfumato) e per una svista (credevano che fosse ancora la casa del produttore Terry Melcher, oggetto del loro odio, che invece l’aveva affittata a Polanski). Privata della leggenda e dell’aura che forse per alcuni questa vicenda ancora possiede, resta una storia squallida e terribile, atrocemente infantile per certi versi e inutile.
Parte da questo episodio reale, e diciamo mitologico della fine degli anni Sessanta, trasfigurandolo, Emma Cline per le sue Ragazze. O meglio lo fa diventare un avvenimento periferico del suo romanzo, il culmine di un’ attesa, di un crescendo che ci aspettiamo deflagri da un momento all’altro. Ma Le ragazze (The Girls, 2016) parla d’altro, narra la storia di una ragazzina di quattordici anni, Evie Boyd e del suo traumatico rito di iniziazione alla vita. Un lungo flusso di coscienza, tra passato e presente, in cui la voce di Evie Boyd ci accompagna senza darci il tempo riflettere dove e se esista un confine netto tra bene e male, tra giusto e ingiusto e soprattutto vero e falso. Per farlo l’autrice si serve di uno stile letterario complesso e coraggioso, tutt’altro che semplice da imitare, la cui diversità e alterità è subito evidente anche a una semplice lettura superficiale.
E sicuramente lo stile, forse anche prima dei temi toccati, ha sorpreso e eccitato la fantasia di molti critici, scrittori o semplici lettori, (insolito data anche la così giovane età della scrittrice). Non avendo letto il testo originale, ma unicamente tradotto da Martina Testa, parlerò di un libro che probabilmente non esiste, ma è la traduzione che ho letto, e la traduzione che recensisco, come sempre capita in questi casi. Echi e rimandi forse si perdono o in alcuni casi si acquistano, chi può dirlo per ora. Tornando a noi, spenderò ancora alcune parole per lo stile, l’elemento che maggiormente ha colpito anche me. Uno stile barocco, immaginifico, festoso come una pioggia di glitter esploso da una scatola di preziosi, spiazzante come un elefante rosa. Con sovrabbondanza di tutto, di aggettivi, verbi, avverbi sottilmente concatenati, senza soluzione di continuità. Una scrittura impegnativa, anche pesante, che se ti distrai anche un attimo solo, ciao, sei perduto.
Ma così è quando si entra nell’anima e nei pensieri di qualcuno che impariamo a conoscere senza aver altro come punto di ferimento che il suo punto di vista, anche se è solo un personaggio letterario. La voce dell’autrice, (commenti, giudizi, osservazioni esterne al personaggio) si stempera e scompare, è Evie Boyd la voce solista, la nostra guida spirituale. Evie ci appare in due età della vita: matura badante ospite nella casa di amici e quattordicenne reduce dal divorzio dei suoi genitori e alla ricerca della propria identità e del ruolo nel mondo. Tra una Evie e l’altra il fatto criminoso, amplificato da media, televisione, internet, giornali. Ma soprattutto un amore assoluto, malato, destabilizzante per un’altra ragazza della corte di Russell, del mitico ranch (a metà tra una comune hippie e un circolo di pazzi). L’amore per Suzanne, la venerazione per Suzanne, è il punto focale del caleidoscopio. Un amore così totalizzante che fa sembrare il magnetismo del guru Russell quasi ridicolo. Ridicolo come il suo ostinato desiderio di diventare musicista (senza talento), la sua sconclusionata capacità di plagiare, sedurre, affascinare i suoi seguaci (o anche uno sconosciuto che incontra per caso a cui estorce soldi, auto, case in cui risiedere come ospite), il suo modo di vestire, di dipingersi le basette con il rimmel, di implorare attenzione, di pretendere sesso dalle sue adepte.
La sua corte dei miracoli, che cerca cibo nei cassonetti, o ruba, o fuma droga, o fa sesso promiscuo, nel mito del libero amore, lasciando i piccoli nati a razzolare nel fango, con la testa piena di pidocchi, senza veramente qualcuno che si occupi di loro. Ecco questo è il regno della libertà, la casa che Evie non ha mai avuto, l’ideale di comune che nella San Francisco del 69, dell’ultima estate degli anni ’60 aveva un senso. Ed è agghiacciante pensarlo, mettere questo ranch in parallelo alla famiglia disfunzionale di provenienza della ragazza. Il padre andato via di casa con la segretaria più giovane, la madre in cerca di un nuovo amore, infantile e new age più della figlia.
Emma Cline ricostruisce quegli anni, quel periodo, senza eccessivo romanticismo o nostalgia (come potrebbe, è nata nel 1989), i gilet di pelle, gli abiti sfrangiati e ricamati, i simboli di pace, i fiori stilizzati, o il cuore dipinto sul muro tutto ci porta in un altrove credibile e terribile, dove la decomposizione e la sporcizia, smitizzano ogni cosa, come se tutto quello che ci fosse di bello fosse solo un sogno fatto di acidi. Evie adulta guarda quel mondo senza rimpianti, quasi felice di essersi salvata, per caso, quasi contro la sua volontà. Fu Suzanne a farla scendere dall’auto mentre il gruppetto si dirigeva festoso alla villa per compiere il massacro.
Tra le riflessioni che Evie fa sulla vita, sull’amore, sul rapporto tra i sessi, tutto è contagiato e infettato da un spesso strato di scetticismo e tragico disincanto se non cinismo. Più ancora nella sua verde età che nel presente narrativo dove una certa maturità e rassegnazione ne ha appesantito i tratti. L’Evie adulta è ormai molto lontana, da il sé di allora e non solo per una dimensione temporale o fisica. Certo i tempi sono cambiati, i sogni di allora, le illusioni di quegli anni sono forse del tutto scomparse, combattere il sistema, pretendere la più assoluta libertà come un diritto, idealizzare ciò che l’orrore dovrebbe farti detestare, tutto si inserisce in una nuova dimensione, più strettamente connessa con il reale, o con la percezione che abbiamo di esso.
L’Evie adulta è quasi come l’albatro di Baudelaire che goffamente cammina sul ponte. Mentre l’Evie di allora, con tutto il suo bagaglio di tristezza e di disperazione, quella sì camminava alta sui sogni e sulle sconfitte.

Emma Cline è nata in California. Le ragazze è il suo primo romanzo (2016, Stile Libero Grande).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Blogathon “I classici della letteratura”: La dama delle camelie, Alexandre Dumas figlio

30 settembre 2016

vert « Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. »

(William Shakespeare, La Tempesta, Atto IV, Scena I)

Lessi per la prima volta La signora delle camelie, tradotta dal francese da Francesco Tarquini, una trentina di anni fa, avrò avuto 15 anni, e per quanto possa sembrare bizzarro, ben pochi libri furono capaci di influenzare sicuramente in meglio la mia vita e la mia idea di cosa significasse essere una donna, e anzi la mia stessa percezione della femminilità o se vogliamo anche di una certa visione del femminismo che da allora non mi ha più lasciato. Piuttosto bizzarro che tutto questo nacque appunto da un libro edito nel 1848 e scritto da Alexandre Dumas figlio in memoria di una cortigiana parigina che per un anno fu sua amante. Quindi quando è arrivato il momento di scegliere un classico per questo Blogathon non ho avuto quasi esitazione e ho scelto La Dame aux camélias.
Ho amato certamente molti altri libri, anche forse oggettivamente più belli stilisticamente o più complessi nella trama o maturi, Dumas era giovanissimo quando lo scrisse, ma il mondo che è riuscito evocare questo breve, anzi brevissimo romanzo, nessun altro romanzo è riuscito ad eguagliare.
I primi capitoli soprattutto quando il narratore si aggira per le stanze di Marguerite Gautier al numero 9 di Rue d’Antin, aperte al pubblico perché possa vedere gli oggetti che saranno poi battuti all’asta per coprire i debiti di una vita dispendiosa e dissoluta, sono della letteratura tutta i più struggenti e allo stesso tempo terribili che abbia mai letto. Rileggerli mi provoca sempre una forte emozione, per quel carico di non detto, critica sociale e pietà umana che racchiudono.
Marguerite Gautier, la bella, affascinante e sfortunata Marguerite Gautier è appena morta, e i membri dell’alta società parigina si aggirano come avvoltoi su quanto in vita aveva posseduto. Una morte che non fa rumore, tanto che il narratore si lamenta che nessuno gliel’abbia detto tornato a Parigi da poco. Questo genere di donne, per quanto bellissime, circondate dal lusso, colte, creano rumore e scandalo da vive, ma la loro morte scivola nel silenzio e nella più totale indifferenza. Quasi fossero infiltrate in un mondo per cui appunto sono solo state fonte di divertimento, niente di più.
Per la facile morale del mio secolo, puntualizza il narratore, che per queste donne prova una sincera e autentica umana comprensione. Che ha smesso di giudicarle da quando vide una donna portata via da gendarmi con un figlio in braccio dal quale stava per essere separata. Forse oggi sono riflessioni abbastanza comuni, ma certo non lo erano a metà Ottocento. Per sfuggire alla povertà la giovane Marguerite Gautier non ha scelta, può solo usare il suo corpo e la sua bellezza per ottenere quelle ricchezze, quella libertà, quell’indipendenza che altrimenti le sarebbero stati negati, condannandola ad una vita di stenti. Marguerite Gautier ammette di non essere una donna onesta, ammette che quelle cose valgono per lei di più di una buona reputazione, e forse anche dell’amore del duca che vede in lei un riflesso della figlia morta.
Marguerite Gautier è promiscua, tendenzialmente infedele, dilapida patrimoni, conosce le regole di quel mondo e le piega per i suoi interessi. Frequenta orge, e avida sempre di nuove sensazioni, anche forse per la malattia, la tisi, che la divora. Poi incontra il giovane Armand Duval e di colpo il suo mondo gretto, egoista, vizioso, crolla. Conosce l’amore e l’impossibilità di viverlo. Il suo passato le pesa come un macigno, le regole della sua società l’uccidono prima che lo faccia la tisi. E quando il padre di Armand le chiede di rinunciare a lui, il suo sacrificio è totale, rinuncia alla sua speranza di felicità quasi senza esitazione. Tanta generosità e sensibilità in una donna di tal genere è il motivo stesso per cui il narratore decide di tramandare la sua storia. Un’ eccezione, un’anomalia.
La Dame aux camélias parla della sostanza di cui è fatto l’amore, impalpabile come un merletto veneziano, e allo stesso tempo fragile e indistruttibile. Anche se la sofferenza che procura non fa sconti ed è reale e drammatica come ogni dolore che ci procuriamo con le nostre azioni, o le nostre debolezze. Marie Duplessis, la vera Marguerite Gautier non avrebbe potuto avere maggiore tributo, e grazie a questo libro infatti ancora oggi la ricordiamo con tenerezza e simpatia. Potere della letteratura.

Alexandre Dumas (figlio), figlio dell’Alexandre Dumas autore de I tre moschettieri, nacque a Parigi, nel 1824. Il romanzo La signora delle camelie, ispirato alla figura della sua amante, Alphonsine Duplessis, gli aprì, ancora giovanissimo, le porte del successo. Tra le altre sue opere ricordiamo La società equivoca (1855), L’amico delle donne (1864) e Francillon (1887). Morì a Marly-le-Roy nel 1895.

Source: acquisto personale.

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:: L’americano tranquillo, di Graham Greene (Mondadori, 1992) a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2016
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Innanzitutto è bene precisare che L’americano tranquillo (The Quiet American, 1955) non è un saggio di geopolitica. Lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo, dedicandolo a René e Phuong, due suoi carissimi amici, dice che non ci sono alcune controparti reali ai suoi personaggi, e che anche i fatti storici sono in parte rimaneggiati, insomma questo è un racconto non un libro di storia.
Ciò non toglie che un racconto di personaggi immaginari possa fare trasparire in filigrana personali convinzioni dell’autore, ovvero molto spesso scherzando si dice la verità, ma appunto distinguere fantasia e realtà in un romanzo non è un’impresa così facile e soprattutto priva di rischi. Si potrebbe iniziare a leggere tutti gli articoli che Greene scrisse come corrispondente di guerra per “The Sunday Times” e “Le Figaro” durante la guerra d’Indocina, facendo raffronti e comparazioni, o le sue lettere private, quasi con l’entusiasmo di un entomologo, ma ne vale davvero la pena? Non che non lo si possa fare naturalmente, ma lasciamo agli storici questo compito, noi accontentiamoci di trascorrere una delle tante sere afose di Saigon.
Un’altra questione che vorrei affrontare, non certo con leggerezza, riguarda le polemiche e le accuse di antiamericanismo, misoginia, e irresponsabilità che gli furono fatte da più parti all’uscita del romanzo (fu pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1955 da William Heinemann Ltd. e solo l’anno dopo negli Stati Uniti da Viking Press). Polemiche sicuramente virulente negli anni ’50, in piena caccia alle streghe, che oggi hanno perso parte dello slancio lasciando in tutti, critici e lettori, la convinzione che Un americano tranquillo è una riuscita opera letteraria, meritevole di apprezzamento appunto per il suo valore artistico. Affermazione quest’ultima forse non del tutto veritiera se si pensa che l’uscita del film di Noyce del 2002, molto fedele al libro (sicuramente più del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958) fu ritardata per i fatti dell’ 11 settembre del 2001. Insomma il libro, e i film da esso tratti, hanno ancora oggi una componente di tale portata da essere giudicati pericolosi, o destabilizzanti. Potere della letteratura.
Per avvicinare i lettori a questo libro credo sia comunque necessario inquadrare il romanzo nel periodo storico in cui fu scritto, giusto per ricordare chi furono i Viet Minh, chi fu Ho Chi Minh, in che regioni si estendeva l’Indocina, cosa portò alla battaglia di Dien Bien Phu. Giusto una traccia e uno spunto, insomma, per chi vorrà in futuro documentarsi.
Che nel romanzo si parli di colonialismo francese, comunismo, imperialismo americano, antimilitarismo, terrorismo è indubbio, i temi etici e politici sono senz’altro parte dell’intreccio, anzi ne costituiscono il tema portante, ma non dimentichiamoci che il libro si può anche benissimo leggere senza conoscere niente della situazione del Sud-est asiatico degli anni ’50, che portò se vogliamo alla guerra del Vietnam, e Greene sembra vedere le chiare premesse (sottolinea più volte il concetto di Terza forza) di questa deriva descrivendo le imprese coperte già in atto nel paese, e forse proprio il suo doppio ruolo di giornalista e di spia gli dava se vogliamo una posizione privilegiata per analizzare e interpretare i fatti. Solo molto più tardi, anche in America, si sviluppò un certo spirito critico se non un aperto dissenso verso il coinvolgimento americano nel Sud-est asiatico, disinnescando in un certo senso la portata delle tesi di Greene. E allora le sue parole acquisteranno sì solo più una sorta di preveggenza o per lo meno di attenta lungimiranza.
Ma potrei dire di più, una certa universalità, slegata ai fatti contingenti della guerra del Vietnam, proprio un certo atteggiamento di critica verso la condotta etica e morale, collegabile al kipliniano fardello dell’uomo bianco, di autoinvestitura dell’America come esportatrice di diritto e democrazia, e di cibi energetici, coca cola e armi (come ironizza Greene) ci riporta alla più stretta attualità. L’ America come gendarme del mondo dunque, ruolo che tutt’ oggi ha conseguenze tutt’altro che trascurabili nelle vicissitudini del nostro tormentato pianeta. Detto questo, si può leggere comunque il romanzo anche come una storia d’amore, come un giallo poliziesco, come un romanzo di formazione, un esotico libro di viaggi. Insomma le letture sono molteplici e tutte legittime. Ogni lettore trovi la sua strada interpretativa.
Ma tornando al mio piccolo quadro riassuntivo del periodo storico, innanzitutto partirei col dire che l’ Indocina del 1950 assimilava gli odierni stati della Cambogia, del Laos, della Thailandia, della Birmania, della Malesia e del Vientnam. La parte orientale dell’Indocina, comprendente a vario titolo Vietnam, Laos e Cambogia, rientrava dall’ottobre del 1887 nelle dinamiche colonialiste francesi, dinamiche di sfruttamento economico, sudditanza commerciale e culturale, che Greene certo non approfondisce, ma a cui velatamente accenna. Dopo alterne vicende nel 1946 la Francia riprese il controllo dell’Indocina ma già Ho Chi Minh, a capo di un movimento comunista e indipendentista – nazionalista noto come Viet Minh, pone le basi per la guerra d’Indocina, combattuta dal 1946 al 1955, che portò dopo la battaglia di Dien Bien Phu, alla totale disfatta francese, e alla fine del suo sistema coloniale. Francia e patrioti (o ribelli) vietnamiti, a secondo dei punti di vista, furono i soldati sul campo, ma la vera guerra tra alleanze, aiuti, e balletti della diplomazia, fu combattuta tra Stati Uniti, e Unione sovietica e Cina. Tutti stati seduti allo stesso tavolo della conferenza di pace di Ginevra del 1954. Trattato di pace che lasciando tutti scontenti portò quasi senza logica di discontinuità alla guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975.
Un americano tranquillo uscì nel 1955, dopo una gestazione di alcuni anni, proprio all’inizio di quella guerra che leggendo il libro sembra inevitabile. Tre sono i personaggi principali: Thomas Fowler, cinico e disilluso reporter inglese di stanza a Saigon, voce narrante della storia; Alden Pyle, agente della CIA sotto copertura (ufficialmente lavora per una fantomatica Missione per gli aiuti economici), in Vietnam per creare proprio quei presupposti che avrebbero portato ad un intervento diretto americano; e Phuong, giovane vietnamita amante prima di Fowler, e poi di Pyle, che promette di sposarla e garantirle una vita sicura e onorevole in America.
Il romanzo inizia con la notizia della morte di Pyle, e grazie a una serie di flashback che ci riportano a un passato filtrato dagli occhi di Fowler, ricostruisce pian piano le motivazioni che portarono a questo delitto, scoprendo se Fowler (e in quale misura) fosse coinvolto. Uno schema classico, classico almeno per Greene che già nel Terzo uomo lo presentò: un’amicizia tradita, una donna contesa, un contesto politico difficile. Pyle comunque ha ben poco dell’antagonista Harry Lime, la Vienna occupata, ben poco della Saigon colonialista, ma nonostante tutto lo spirito sembra il medesimo, Greene sembra continuare un discorso precedentemente iniziato, almeno a livello artistico.
Fowler non è un eroe, può in un certo senso richiamare una proiezione dell’autore stesso, forse più che altro per alcuni atteggiamenti, ma resta un personaggio di fantasia, una creazione strumentale all’intreccio, utile alla narrazione e se anche non ci fidassimo delle premesse dell’autore, lo scopriremo durante la lettura, quando il suo doppio e triplo animo si dipana durante la storia, creando un meccanismo perfetto di suspense e dissimulazione, godibile per il lettore, anche il più smaliziato, e ammirevole da un mero punto di vista narrativo.
L’ambiente giornalistico intorno al Continental è sicuramente realistico, nato dai ricordi di Greene, da quel mood cinico e senza illusioni di una comunità di espatriati, riuniti al capezzale di una guerra che sono pagati per documentare con i loro articoli mandati per telegramma, depurati dalla censura, portati sui campi di battaglia come chiassose classi di studenti in gita, assistendo a conferenze stampa pilotate, dove ottenere vere notizie o anche solo disvelamenti è una cosa più unica che rara.
Tutti recitano un ruolo, lo stesso ruolo di Fowler, l’uomo senza opinioni, l’uomo che non si lascia coinvolgere, l’ateo convinto, mosso solo dal suo personale egoismo visto come un’unica ancora di salvezza giustificata dalla disperazione e dalla solitudine.
Il suo stesso amore per Phuong quasi non si spiega. Come lei ce ne sono molte, donne vietnamite disponibili a intrattenere rapporti con gli occidentali. Phuong infondo è una donna senza apparenti particolari qualità a parte la giovinezza e la bellezza. Il suo mistero resta inaccessibile, lo stesso Fowler si stanca presto di cercare di penetrare i suoi pensieri, di vedere cosa si agita nella sua mente. Phuong a tratti può sembrare quasi un contenitore vuoto, che colleziona sciarpe colorate, che ammira la famiglia reale inglese, di cui sfoglia in continuazione riviste e libri illustrati, che lascia un uomo per mettersi con un altro senza drammi, concedendo il suo corpo con indifferenza, preparando le pipe d’oppio priva di morali resistenze. Fondamentalmente ignorante, in questo simile a Pyle, anche se Fowler sembra giudicare l’ignoranza un effetto condizionato della giovinezza, calcolatrice, attenta più che altro al suo benessere materiale, a tratti insensibile, anche se Fowler raccomanda a Pyle di non trattarla come un bel oggetto, di non farla soffrire, perché anche lei ha sentimenti, emozioni, anche se la compostezza tutta orientale che l’anima sembra negarlo.
L’accusa di misoginia potrebbe essere sensata, se non si percepisse, anche distintamente, in questa quasi totale snaturalizzazione del personaggio, il riflesso di un’idea. Phuong non è una donna, ma lo spirito stesso del Vietnam, occupato, colonizzato, sfruttato, diviso. Un paese che cerca di sopravvivere, e si adatta a risorgere dalle sue ceneri. In questo la metafora della Fenice, non sembra limitarsi al significato letterale del nome o alla piacevolezza del suo suono o alla facilità di pronunciarlo per un occidentale come sembra sostenere Greene. Il Vietnam è destinato a risorgere sembra al contrario dirci l’autore, dopo anni di sfruttamento coloniale, alle soglie di una guerra ancora più devastante di quella già in atto, che nessuno può evitare, o forse manco ci si prova.
L’antimilitarismo di Greene è radicale, la guerra è il pianto di un uomo nel buio, potente raffigurazione che colpisce nel profondo il lettore più che la descrizione di corpi dilaniati, cadaveri ingrigiti, e innocenti sanguinanti. Forse più ancora della madre che nasconde con il cappello il cadavere del figlio dopo l’attentato nella piazza di Saigon. Odio la guerra, Greene fa dire con disperazione a Fowler, dopo l’attacco al piccolo sampan, sgretolando definitivamente la sua apparente indifferenza e il suo cinismo. Quando il capitano Trouin ci parla dei bombardamenti al napalm, (Si vede la foresta che va a fuoco. Sa Dio cosa si vedrebbe stando a terra. Quei poveri diavoli bruciano vivi, le fiamme gli arrivano addosso come una marea. Annegano nel fuoco) passano nella mente inevitabilmente i fotogrammi del film Apocalypse Now ponendo fine a ogni riflessione sul concetto di guerra giusta.
Il personaggio di Pyle, a cui Fowler, pur dichiarandosi suo amico e nutrendo del vero affetto, non evita una battuta di vendicativo scherno (mi immaginavo i suoi occhi molli e un po’ canini. Avrebbero dovuto chiamarlo Fido, non Alden) con tutte le sue valenze simboliche e metaforiche, si discosta grandemente dal villain classico. E’ un ragazzone americano giovane, con le gambe dinoccolate, i capelli tagliati a spazzola, e lo sguardo aperto, da studente universitario, (…) incapace di fare del male. E’ serio, corretto, idealista, coraggioso (salva la vita a Fowler a rischio della propria), quando se ne innamora vuole proteggere Phuong, lontano anni luce da molti suoi simili che vedono nelle donne vietnamite meri oggetti di piacere. Ma è tragicamente ingenuo e colpevolmente innocente. Tutto quello che sa dell’Estremo Oriente l’ha imparato dai libri (anche quello che sa del sesso e forse dell’amore l’ha unicamente imparato dai libri). E’ imbottito di concetti astratti sui dilemmi della Democrazia e le responsabilità dell’Occidente, concetti presi di sana pianta dai libri di York Harding (scrittore inesistente, naturalmente inventato da Greene) che racchiude in sé i tanti commentatori politici, apertamente anticomunisti, veicoli di propaganda, più che di convinzioni profonde. E solo l’ingenuo Pyle può considerare York Harding (se cercate un colpevole Vigot, è lui l’assassino di Pyle) un profeta, detentore delle più salde e incrollabili verità. Pyle è totalmente privo di spirito critico, ed è questa fondamentalmente l’accusa che Fowler gli rivolge, la sua assurda innocenza (chi può dirsi innocente a quel punto della guerra), la sua certezza di essere nel giusto, (anche quando donne e bambini cadono sul campo) il suo giustificare la propria inettitudine (doveva controllare che la parata fosse stata rimandata). Nel definirlo un americano tranquillo, (la prima è Phuong a farlo) Greene paradossalmente accentua l’ironia amara che stigmatizza chi fa danni suo malgrado, anzi con le migliori intenzioni, e lo stesso Vigot, della Suretè francese, lo definisce così alludendo al fatto che è freddo e rigido nella sala mortuaria.
E poi c’è il Vietnam che inevitabilmente Greene ama, di un amore capace di far provare nostalgia quando ancora vi ci vive (pur sapendo che molto presto sarà altrove). Il suo clima afoso, le zanzare, le pipe d’oppio, le ragazze in bicicletta con i pantaloni di seta bianca e le lunghe vesti attillate a fiori, le vecchie in pantaloni neri intente a spettegolare, le risaie, il tè servito a ogni ora come forma di ospitalità, le parate variopinte dei caodaisti, i guidatori di risciò, i tavolini all’aperto dei bar, tutto l’esotico scenario già presente nelle sue cronache giornalistiche, che qui riporta fedelmente con lo stesso rispetto e dignità e un velato senso di colpa, (noi inglesi siamo colonialisti di vecchia data tanto quanto i francesi).
Chiudo dicendo che se vi avvicinate a Greene per la prima volta, L’ americano tranquillo, può essere il libro che vi farà innamorare perdutamente di questo autore, con le sue contraddizioni, la sua fede tormentata, la sua lucidità integra e onesta, e la sua capacità di trovare le parole giuste in ogni circostanza, a cui ci si avvicina con una certa invidia, la stessa di Vigot quando cerca le parole sul piano della scrivania, parole capaci di esprimere i suoi pensieri con la mia stessa precisione.
Nuova traduzione di Alessandro Carrera ripresa dalla prima edizione I Meridiani del giugno 2000, pubblicata a partire dalla terza ristampa, condotta sul testo autorizzato della Collected Edition, la serie di volumi che Heinemann e Bodley Head pubblicarono tra il 1970 e il 1982 con l’imprimatur dell’autore.

Greene Graham (Berkhamsted, Inghilterra, 1904 – Vevey, Svizzera, 1991), convertitosi al cattolicesimo intorno al 1926, è tra i narratori inglesi novecenteschi più popolari. Giornalista e inviato speciale, ma anche autore di teatro e sceneggiatore per il cinema, Graham Greene è famoso soprattutto per i suoi romanzi, come Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) e Il console onorario (1973). Tutte le sue opere principali sono pubblicate negli Oscar Mondadori.

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:: Alice nel paese delle meraviglie; Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, Lewis Carroll (classici BUR deluxe, 2015), a cura di Maria Anna Cingolo

24 Maggio 2016
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Alice Liddell era la figlia del decano del Christ Church di Oxford dove L. Carroll insegnava ed è per lei che il nostro autore, che per le bambine aveva un particolare ma disinteressato amore, inventò una serie di storie che l’avevano come protagonista. Così hanno inizio le sue avventure in un mondo diverso e pieno di meraviglie:

Alice saltò in piedi, perché le balenò nella mente di non avere mai visto prima di allora un coniglio fornito di panciotto e di taschino, per non parlare di orologi; e, bruciando di curiosità, lo inseguì di corsa per il campo, dove fece appena in tempo a vederlo scomparire in una gran buca sotto la siepe.
Un attimo dopo Alice si era infilata dietro a lui, senza minimamente riflettere a come avrebbe poi fatto per uscire. (pag. 36)

Alice brucia di curiosità e questo aspetto del suo carattere le permetterà di vivere una serie di strabilianti peripezie ma, naturalmente, la farà anche finire in un mucchio di guai. Proprio la curiosità, che appartiene a tutti i bambini, è l’unica chiave di lettura di quest’edizione che contiene non solo Alice nel paese delle meraviglie ma anche Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, il secondo libro che Carroll scrisse per la bambina. Infatti, questo bellissimo volume dei classici BUR deluxe, oltre alle famose illustrazioni originali, ha un asso nella manica: le note di Martin Gardner, giornalista e filosofo che si dedicò con passione allo studio di questi testi. La sua edizione annotata non è adatta a chi non è curioso e, invece, soddisfa copiosamente chi, come la piccola protagonista, ha sempre una domanda pronta e vuole ottenere tante risposte. Lo studio di Gardner nasce dall’esigenza di spiegare ogni arcano, ogni segreto o dubbio nascosto dietro parole che Carroll non ha mai scelto per caso. Infatti, pur essendo un libro per bambini, ogni frase è imbevuta di riferimenti letterari, storici, matematici e scientifici; cela giochi linguistici e palesa un nonsense che spesso è coraggioso rivelatore di una critica alla società vittoriana; a volte cita in modo originale eventi vissuti in prima persona da Carroll e dalla piccola Alice stessi. Le note di Gardner, perciò, divengono uno strumento unico ed indispensabile per una lettura davvero autentica di questi due famosissimi libri.

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Seguendo un coniglio bianco nella sua tana in un caldo giorno di maggio o passando dall’altra parte del vetro dentro la Casa dello Specchio in un giorno d’inverno, insieme ad Alice incontreremo personaggi conosciuti e alcuni meno celebri. Tutti hanno presente il bruco che fuma il narghilè e la lepre, il ghiro e il cappellaio matto o ancora i fiori parlanti e Tweedledum e Tweedledee (Pincopanco e Pancopinco) ma la Tartaruga e il Grifone, il Cavaliere Rosso e il Cavaliere Bianco sono meno noti eppure sempre sorprendenti. Però, se sarete curiosi quanto Alice e, come vi consiglio, leggerete tutte le note di questo volume, finirete per conoscere a fondo il più eccentrico di tutti questi personaggi: Lewis Carroll stesso. Edizione annotata a cura di Martin Gardner, illustrazioni originali dalle incisioni di John Tenniel, traduzione di Masolino D’Amico.

Lewis Carroll (Daresbury 1832 – Guildford 1898) è lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, insegnante di matematica al Christ Church di Oxford, divenne diacono della Chiesa anglicana senza mai sposarsi. Anima caleidoscopica, è famoso per aver scritto due libri per Alice, la figlia del decano Liddell.

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Nota: disponibile anche la versione ebook.

:: Tre giusti, Nikolaj Leskóv (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2016
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Nikolàj Semënovicˇ Leskóv nacque a Gorohovo all’inizio del 1831. Sicuramente tra gli autori russi suoi contemporanei non ha mai raggiunto la fama di Tolstoj, Dostoevskij, o anche Čechov sebbene di alcuni anni più giovane, ma se si ha modo di leggere anche solo un suo racconto, si intuisce subito la grandezza e la profondità di questo scrittore, forse in anticipo con i tempi.
Si sa gli innovatori, i visionari, i precorritori dei tempi (e pensare che era considerato un conservatore) non hanno mai avuto vita facile, e se vogliamo forse proprio per questo motivo sebbene se ne intuisse la grandezza, (per lo meno i suoi colleghi illustri la intuirono bene), forse appunto i suoi lettori ideali siamo noi o i nostri figli e nipoti. Così almeno la pensava Tolstoj denominando appunto Leskov lo scrittore del futuro.
Non che naturalmente fosse considerato uno scrittore mediocre dai suoi contemporanei, era ben conosciuto e ammirato, ma non forse quanto avrebbe meritato. Siamo quindi ancora in tempo per tributare giusta fama al suo genio e rendere più noto e familiare il suo nome, da molti ancora ignorato.
Leskov fu un autore singolarmente prolifico, scrisse numerosi romanzi e ancor più racconti pubblicati su riviste, antologie, libri, e alcuni forse ancora oggi esistono solo squisitamente in lingua russa. Ettore Lo Gatto, insigne slavista, ho sicuramente studiato letteratura russa su un suo manuale all’Università, ha curato in lingua italiana Romanzi e racconti (di Leskov), Mursia, 1961, per chi fosse interessato.
Tre giusti, di Nikolaj Leskov, traduzione a cura di Paolo Nori, edito da Marcos Y Marcos è dunque un piccolo dono che troverete in libreria e che vi invito caldamente a leggere. (Se avete un piccolo budget per il libri questo mese, dedicatelo a lui. Non ve ne pentirete).
Ma veniamo a spiegare perché non ve ne dovreste pentire. Innanzitutto Tre giusti raccoglie tre racconti scritti da Leskov in periodi differenti: L’angelo sigillato, il più antico, è del 1873, A proposito della Sonata a Kreutzer, è stato scritto nel 1890 e pubblicato, postumo, nel 1899, e l’ultimo L’uomo di sentinella, è del 1887. Ma che appartengono tutti al periodo della maturità, (ricordiamoci che Leskov morì nel 1895 a 64 anni, e definisce noialtri scrittori anziani, sé stesso quando non aveva ancora compiuto cinquant’anni).
Due riflessioni mi sento di poter fare a proposito di questi racconti e della scrittura di quest’autore in genere. La prima è che indubbio scriveva per essere letto, ad alta voce. Il legame con la fiaba e l’oralità è fortissimo. E non lo dico per dire, ne ho le prove. In questo video Paolo Nori presenta il libro e legge alcune pagine dei vari racconti.  Beh prendono vita, letteralmente acquistano una forza espressiva che mentre li leggevo solo nella mia mente non mi ero manco accorta possedessero, sebbene li avessi trovati tutti e tre notevoli.
Un’altra riflessione, ruota intorno al concetto dei tre giusti. Trovare il giusto nei due ultimi racconti A proposito della Sonata a Kreutzer e L’uomo di sentinella è un gioco da ragazzi, spicca senza esitazione, ma provate a capire chi sia il giusto in L’angelo sigillato. Ho letto diverse recensioni e ogni recensore lo individuava in un personaggio diverso, chi nell’ isografo Sevas’jan, chi nello starec Pamva, chi addirittura in Pimen Ivanov, (non si contano quante specie di miracoli riesce a fare con la sua zoppicante intercessione) o nel narratore del racconto, (il tipo buffo con la barba rossa che crede di aver visto gli angeli).
Insomma ci vuole davvero uno stato di grazia per distinguere i giusti dai peccatori, e questo è senz’altro il messaggio sotteso che Leskov infonde ai racconti che avremo modo di leggere. Quello che è piaciuto più a me è senz’altro il secondo, A proposito della Sonata a Kreutzer, dove è evidente che chi si crede giusto raramente lo è, e proprio la donna che si crede una terribile peccatrice, (tra la Maddalena del Vangelo e l’Anna Karenina di Tolstoj) emerge come un personaggio moralmente titanico, al confronto per esempio del marito, che la società determina come l’offeso. Di questo racconto ho apprezzato l’ironia e il paradosso, la lievità pur trattando temi di per sé pesanti. Un bambino muore di difterite e come viene strappato brutalmente alla madre e sepolto in tutta fretta in una palude, sebbene per motivi igienici, ha un che di orrorifico. Più ancora forse del finale.
Insomma che dire, spero di leggere altro di Leskov, e sono certa che non mi deluderà.

Di Nikolàj Semënovicˇ Leskóv (1831-1895) è stato detto che “I russi riconoscono in Leskóv il più russo degli scrittori russi, e quello che meglio di chiunque altro conosce il popolo russo” (l’ha detto il principe e critico letterario Dmìtrij Petróvicˇ Svjatopólk-Mìrskij – 1890-1939).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Roberta dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

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:: Sotto una buona stella, Richard Yates, (minimum fax, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2015
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Sotto una buona stella  (A Special Providence, 1965, 1969) è il mio primo Yates, il mio approccio con questo scrittore, che già di per sè dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi lettore abbia intenzione di approfondire la cosiddetta letteratura alta, poco commerciale, quasi per adepti. Forse è una scelta azzardata. Revolutionary Road, il suo libro più noto, sarebbe stata una scelta più canonica, e io mi sono rifiutata pure di vedere il film, almeno non prima di aver letto il libro. E questa occasione non si è mai presentata. Non l’ho mai cercata, è più corretto dire.
Sotto una buona stella è dunque una divinità minore nel pantheon yatesiano. Ma sempre di divinità si tratta. Critiche tiepide al suo apparire, poco calore dal pubblico (ricordiamo Yates è per adepti), un certo ripetersi di temi che sembrano totemici per questo autore, ripetuti senza vincoli di continuità, e espressi quasi in tono minore. Che dire Yates o lo si ama o lo si odia. E’ difficile dire ni, mi piaciucchia. E anche chi lo odia deve riconoscere che è uno scrittore notevole, forse solo i temi appunto che tratta possono scoraggiare o apparire indigesti.
La mia totale ignoranza sulle sue opere (è difficile non aver sentito parlare di Yates) mi impedisce di fare seri raffronti (anche solo nella mia testa) e mi spinge a usare la prefazione di Francesco Longo e i cenni biografici di Andreina Lombardi Bom (che è anche la sensibile traduttrice del testo) come due mappe astrali (restando in tema di stelle). L’ignoranza però non viene sempre per nuocere, anzi, in questo caso, mi permette uno sgurado scevro da scorie, preconcetti, o idiosincrasie.
Yates è un autore difficile, non perche sia particolarmente oscuro o contorto, (la sua scrittura è piuttosto limpida e lineare, classica se vogliamo), ma per i temi che affronta, altamente autobiografici (se non psicoanalitici). Il suo realismo, perchè di realismo si è parlato, non tende all’ autoassoluzione o alla catarsi. E’ spietato, essenziale, (alcuni ritengono abbia portato al minimalismo) e senza dubbio americano. Non disdegna le parti sgradevoli, spoglia i suoi personaggi e ce li presenta nella luce peggiore.
Non è un realismo moralista. Si tiene ben alla larga da giudizi di merito o condanne preventive. Forse è condannato e contaminato da una certa freddezza che rende difficile parteggiare per i suoi personaggi. Anche nel finale, che non anticipo, ma che dovrebebre essere il culmine della nostra empatia verso Alice Prentice (la madre) e quasi invece lo accogliamo come una sorta di liberazione.
Piacevoli però i corsi e ricorsi, e la struttura circolare. Inizia nel prologo con madre e figlio che vanno a cena (crocchette di pollo, faccio finta di ascoltarti, etc.) e si ripete quasi identica nell’epilogo con Alice e l'”amica” Natalie Crawford a parti invertite.
Sotto una buona stella è un romanzo senza eroe, dunque, e Robert Prentice (il figlio) se ne accorge suo malgrado (in guerra) di non averne la vocazione. Ma Alice Prentice al contrario è titanica nel suo fallimento, nelle sue aspirazioni tradite, nel suo coraggio sprecato, nel suo amore per il figlio. E’ un personaggio da tragedia greca a cui si perdona egoismo, grettezza, e superficialità, tanto il suo sogno e le sue illusioni sono alte e incontaminate.
La pochezza (di ambienti, destini, talento) che la circonda non la sfiora e non l’annienta. Ha una fiducia incondizionata nel futuro e nelle sue possibilità e quasi rimpiangiamo di non potere vedere la sua faccia e conoscere i suoi pensieri dopo l’ultima lettera, con vaglia accluso, del figlio. Ma se tanto ci da tanto, non accetterà come una sconfitta neanche quella ennesima beffa del destino. Se Yates è realista, Alice Prentice è l’irrealtà fatta donna, con buona pace del sogno americano.
Un gigante e soprattutto un maestro per generazioni di scrittori.

Richard Yates (1926-1992) dopo una vita avara di successi e diversi anni di ingiustificato oblio, è stato recentemente scoperto come una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento: la sua scrittura cristallina e spietata ha anticipato il realismo di Raymond Carver e Richard Ford, e oggi viene ammirata da narratori come Nick Hornby, Michael Chabon e Zadie Smith. Yates è autore di nove libri, fra cui la raccolta di racconti “Undici solitudini” e i romanzi “Easter Parade” e “Disturbo alla quiete pubblica”, tutti editi in Italia da Minimum Fax, che sta ripubblicando la sua opera Omnia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 dicembre 2015
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Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

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