L’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.
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:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
4 aprile 2013:: Recensione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013) a cura di Giulietta Iannone
28 marzo 2013
Il passato non conta più, potrebbe metterlo in una scatola da sistemare accanto a quelle che contengono i ricordi dei suoi amori precedenti. Il passato è il regno del male. Il male è potente e fa breccia anche nel mondo dei sogni. Non c’è riparo al male. Però ci si riprova ogni volta come se non si sapesse fare altro. Il passato gli ha fatto capire che quando si sceglie un modello di vita, bisogna accettarlo fino in fondo, percorrerlo fino alle estreme conseguenze, fino a falsificare i risultati del proprio lavoro, se è un espediente capace di regalare la felicità. E Gregorio adesso è felice, felice come non lo è mai stato, felice come neppure s’ immaginava di poter un giorno essere.
Si doveva intitolare Alta Velocità il nuovo romanzo di Luigi Bernardi. Poi a questo titolo vagamente Futurista si è preferito Crepe ed è così che è uscito il 13 marzo per Il Maestrale, interessante casa editrice nuorese specializzata in narrativa, ma che pubblica anche saggi e poesia. Crepe oltre ad essere una lezione di scrittura, tutti gli scritti di Bernardi infondo lo sono, è un romanzo che evidenzia formalmente la differenza tra narrativa e letteratura, tra finzione e realtà. Siamo a Bologna, in una via non lontana dalla Stazione. In un palazzo vivono i cinque protagonisti di questo romanzo: Amanda, Arturo, Armida, Gegorio, e Orfeo. I lavori per l’Alta Velocità fervono e nelle viscere della terra si scavano gallerie che smuovono le fondamenta del loro palazzo. Per colpa di queste oscillazioni, di questi cedimenti, di questo rovistare nel grumo oscuro della terra si propagano crepe che minano non solo la sicurezza degli abitanti della zona, ma si ripercuotono anche nelle loro vite, come se tutto ciò rappresentasse un segnale, un inizio, un passare oltre dove niente sarà più lo stesso. Le crepe fisiche diventano crepe interiori che si dilatano e lacerano forse maggiormente, tra i vari personaggi, il giovane Orfeo. Lui sì passa oltre, si lascia sgretolare e concepisce un piano di morte, razionale e terribile. Forse una vendetta, o forse una liberazione. L’Alta Velocità diventa quindi un pretesto per parlare del tempo, del suo dilatarsi, del progresso che vuole ottenere tutto nell’immediato, abolendo la lentezza, la riflessione, in una frenesia che si fa agitazione e tumulto. La dolce Armida avrebbe bisogno di tranquillità, di calma, lei dell’Alta Velocità non sa proprio che farsene, il tempo per lei è ricordo, dell’amato marito da cui il destino l’ha separata lasciandole trascorrere gli ultimi anni nella solitudine. Per Amanda, giornalista di talento, un po’ ribelle, inquieta, sacrificata in un piccolo foglio locale, che insegue il grande giornalismo e perciò legge avidamente biografie di grandi giornalisti che le insegnino la differenza, l’Alta Velocità è l’occasione di scrivere un articolo verità, che scuota, morda, che la completi. Per Arturo, ricco farmacista, dalla vita sessuale movimentata, la cui moglie l’ha abbandonato per un calciatore, lasciandolo solo con un figlio da crescere, ora amante fedele e premuroso di Amanda, che cos’è l’Alta Velocità? Lui che pensa di comprare l’appartamento che ha affianco, per allargare il suo spazio, per avere più spazio. E Gregorio con la sua vita alternativa lui non ha bisogno dell’Alta Velocità per muoversi in spazi paralleli, gli basta la fantasia, gli basta l’immaginazione e di colpo si trova sulla Transiberiana a correre nella notte, ma con l’ Alta Velocità può monetizzare, stipulando contratti di assicurazione, e con i soldi che gli daranno per ripagare i danni potrà rendere più solido e più bello il suo appartamento. Definito da Bernardi il suo libro più bello, il suo romanzo migliore, Crepe merita senz’altro di essere letto e con attenzione, perché non ci sono parole gettate a caso, tutto ha un senso, un rimando emotivo e a volte solo la bellezza emerge, certi passaggi sono semplicemente belli, da leggere ad alta voce, per sentirne la musicalità e gli echi profondi, le piccole crepe che si propagano anche nelle nostre vite di lettori.
Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com
Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.
:: Recensione di Il professionista – Missione suicida di Stephen Gunn Segretissimo N°1597 (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone
13 marzo 2013
Torna in edicola, a marzo, nella più inossidabile tradizione pulp, una nuova avventura di Chance Renard, alias il Professionista, personaggio cult nato dalla prolifica penna di Stephen Gunn, ovvero Stefano Di Marino, re incontrastato dell’action thriller italiano, capace di competere con i più importanti autori internazionali di spionaggio e avventura, mantenendo intatta romanzo dopo romanzo la sua capacità di far vivere ai lettori avventure mozzafiato in paesaggi esotici pieni di fascino e di pericolo. Terminata Operazione Barracuda, con la cattura di Ludovico Misericordia, uscito a novembre, torna in scena Mimy Oshima, che a gennaio con Professionista Story 03, nel classico Appuntamento a Shinjuku, abbiamo avuto modo di conoscere. Chance Renard infatti si trova catapultato nel sud dell’India, in uno sperduto villaggio di montagna in attesa alla stazione proprio di Mimy Oshima, Fiore velenoso, per uno scambio con Ludovico Misericordia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, e l’incontro si trasforma in una trappola e in una pioggia di proiettili. Ecco l’inizio al fulmicotone di Missione suicida, che seppure ambientato in uno scenario esotico, rimanda a tante sparatorie tipiche del vecchio west, come non pensare a Sfida all’O.K. Corral o l’arrivo alla stazione di Frank Miller con il treno di mezzogiorno in Mezzogiorno di fuoco o ancora alla suspense psicologica di Quel treno per Yuma. Stefano Di Marino prende a pieni mani dall’immaginario iconico dei migliori western della storia del cinema per dare l’avvio ad un’ avventura in cui troviamo un Chance Renard invecchiato, più malinconico, che si interroga sul senso stesso della sua vita, non il classico eroe senza macchia e senza paura monodimensionale. Ibrido anche il personaggio di Mimy Oshima, ex amante, amica-nemica, dal viso rigido come una maschera del teatro Kabuki, perfetta compagna per questa avventura in cui troveremo un nuovo antagonista, l’Inglese, uomo dell’MI6, 007 con la licenza di uccidere incaricato di eliminare Renard e qui come non pensare ad un altro personaggio simbolo della spy story mondiale, che per motivi di diritti Di Marino non può citare, ma che fa il suo ingresso nell’immaginario comune con esplosiva vivacità. Di Marino gioca con l’immaginario, plasmandolo a sua misura con il chiaro intento di divertire il lettore, in un gioco di rimandi e di citazioni nascoste che faranno la gioia di tutti gli appassionati del genere. Azione, sparatorie, funamboliche digressioni, condite da sprazzi di violenza iperrealistica e nello stesso tempo simbolica, fanno da sfondo ad una storia dal sapore d’Oriente, vagamente salgariana, nella misura in cui l’avventura diventa cuore dell’azione.
Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, diciassette anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercate su Facebook Di Marino Stefano,la fan page di Chance Renard-Il Professionista e il blog hotmag.me/il professionista.
:: Recensione di “Oh…” di Philippe Djian (Voland, 2013) a cura di Giulietta Iannone
10 marzo 2013
Irène ne avrebbe fatto una malattia. Resto ancora un momento li fuori, appoggiata al muro di casa, tra il pallore del crepuscolo e l’odore di carta bruciata. Non ha mai smesso di andarlo a trovare, di mantenere un contatto, un legame fisico con lui, la cosa scatenava violente discussioni tra me e lei, soprattutto all’inizio, ma non per questo ha rinunciato a una sola delle sue maledette visite. Eppure sa Dio se manifestava rancore nei suoi confronti al pensiero di quello a cui ci aveva costrette, i conti da pagare, gli insulti, le fughe e così via, ma tornava a trovarlo ancora e ancora, rendendomi sempre più pazza di rabbia perché non la capivo e lei faticava a spiegarsi, restava volutamente sul vago. Non mi avrebbe mai perdonato di aver dato fuoco a quelle foto. La sento già accusarmi di aver ucciso quell’ uomo una seconda volta – sembra impossibile.
Protagonista di “Oh…” (“Oh…”, 2012) di Philippe Djian, edito da Voland e tradotto da Daniele Petruccioli, è Michèle, produttrice cinematografica parigina quasi cinquantenne, una donna forte, di successo; madre di Vincent, un ragazzo che lavora in un McDonald’s, fidanzato con Josie e in attesa di un figlio non suo; moglie divorziata di Richard, sceneggiatore senza fortuna, amareggiato dalla mancanza di talento della quale neanche si rende conto; figlia di Irène, caricatura patetica e grottesca della femme fatale, fidanzata di Ralf, un ragazzo molto più giovane di lei che intende addirittura sposare, contro il volere della figlia, e di un padre che da trent’anni è rinchiuso in prigione per aver massacrato un numero imprecisato di bambini, tanto da guadagnarsi il nome di mostro di Aquitania; amante di Robert, marito della sua migliore amica e socia nella casa di produzione, Anna. Un giorno il suo complicato mondo imperfetto va in mille pezzi per un’ aggressione: un uomo sconosciuto, con un passamontagna in testa entra nella sua casa e la violenta, davanti al suo gatto Marty. Da principio non lo riconosce, immagina le tesi più fantasiose, che sia uno sceneggiatore di cui ha respinto il lavoro, un uomo che vuole vendicarsi di qualche ipotetica ingiustizia subita, uno sconosciuto senza volto, nome, identità. Confida l’aggressione solo al suo ex marito, di cui subisce ancora il fascino, un po’ perché lo considera l’uomo migliore che abbia incontrato, un po’ per riconoscenza, per quello che ha fatto per lei, salvandola letteralmente dalle dolorose conseguenze degli atti di suo padre, di cui per un residuo senso di possesso, è quasi gelosa della sua nuova compagna, Helene, ragazza più giovane e bellissima. E intanto la vita continua e Michèle cerca di radunare i pezzi, cerca di aiutare il figlio, in questo periodo di crisi, i prezzi delle case a Parigi sono alti, la responsabilità di una moglie e di un figlio, sono forse più di quello che Vincent riesca a farsi carico, oltre al fatto che il vero padre del bambino è in prigione in Thailandia per motivi di droga e Josie cerca soldi da mandargli per farlo uscire di prigione e gli avvocati costano. E poi c’è sua madre e il folle desiderio di sposarsi, oltre al fatto che vuole che vada a trovare suo padre in carcere e come ultimo desiderio gli chiede di accordargli il suo perdono. E infine c’è Patrick, il suo vicino di casa, sposato con Rebecca, per cui prova una malsana attrazione, non ostante sia un bancario, forse anche insulso e qualunque. “Oh…” è questo e molto altro, un romanzo decisamente coraggioso e forte, né consolatorio, né rassicurante, il tentativo di un uomo di guardare il mondo con gli occhi di una donna, un tentativo che ha risonanze interessanti, bizzarre. Un vertiginoso tentativo di sondare le profondità della psiche femminile, cosa significhi essere madre, il doppio ruolo di Anna e Michèle come madri di Vincent è raccontato con grande sensibilità, cosa significhi subire una violenza, cosa significhi essere figlia di un padre che non merita perdono, e di una madre che seppure con tutte le sue debolezze sa ancora farsi amare. Lo stile particolare Djian è il valore aggiunto che impreziosisce ogni pagina, e raggiunge vette estetiche di particolare intensità.
Philippe Djian Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista. 37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.
:: Recensione di Fratello buono, fratello cattivo di Matti Rönkä (Iperborea, 2013) a cura di Giulietta Iannone
8 marzo 2013
Eravamo usciti insieme diverse volte, eravamo andati al cinema e a bere qualcosa sulla terrazza estiva di un pub, eravamo stati addirittura a una mostra d’arte sul realismo socialista, anche se avevo cercato di oppormi dicendo che io ci avevo vissuto – non in una mostra ma nel socialismo. Alla fine l’avevo comunque accompagnata e le opre d’arte mi avevano riempito di nostalgia.
Più tardi avevo spiegato a Helena quanto mi avrebbe dato fastidio se un altro visitatore avesse fatto commenti ironici o maligni senza rendersi conto che un piccolo ingranaggio in un grande macchinario non ha la forza, né la capacità, né la possibilità di afferrare l’intero sistema, tanto meno di fermarlo. Le avevo detto che in quei quadri, nei lavori dall’ aspetto assurdamente imponente, nelle distese infinite dei campi di grano e nei trattori dall’aria aggressiva c’era il profumo e la realtà della mia infanzia. Avevo cercato di farle capire che quella realtà esisteva, anche se ormai era solo nella mia testa. Helena mi aveva guardato, e anche allora mi aveva fatto una carezza sulla nuca.
Matti Rönkä, autore cult finlandese, vincitore di numerosi premi tra cui il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008) è sicuramente uno scrittore che ha catturato la mia curiosità. Nel 2011 pubblicò sempre per Iperborea “L’uomo con la faccia da assassino” primo romanzo di una serie con protagonista Viktor Kärppä, arrivata ormai in patria al sesto episodio, e per uno strano motivo mi passò sotto gli occhi senza che riuscissi a leggerlo, anche se non passò del tutto inosservato anzi partecipò anche al Courmayeur Noir Festival per presentare il suo romanzo d’esordio con Luca Crovi, ragion per cui basta un attimo di distrazione e si possono perdere dei libri di tutto rispetto. Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003), traduzione dal finlandese di Cira Almenti è il secondo episodio della serie e per chi ama i noir nordici, un po’ malinconici, con un buono sfondo sociale, è sicuramente un romanzo da non lasciarsi sfuggire. Siamo a Helsinki e Viktor Kärppä, uno dei tanti rimpatriati che dopo aver vissuto nell’ex Unione Sovietica decise di tornare in Finlandia in cerca delle sue radici, si arrangia guadagnandosi da vivere sempre in bilico tra legalità e illegalità, rassegnato a gestire una piccola impresa edile apparentemente in regola anche se non rinuncia a offrire lavoro in nero agli immigrati dell’Est, e per arrotondare qualche giro di contrabbando come cd contraffatti, auto usate o elettrodomestici da rottamare venduti invece a prezzi stracciati, sempre costretto a fare da informatore alla polizia che lo ricatta con un vecchio giro di sostanze doppanti per la nazionale di sci. Ed è proprio Korhonen, un poliziotto con non tutte le rotelle a posto, a coinvolgerlo in un caso che sta avendo gravi ripercussioni all’interno della criminalità di Helsinki. Qualcuno vuole subentrare nel traffico di eroina, togliendolo dalle mani della mafia russa, e spacciando una super eroina tagliata male che inizia a fare troppi morti. Toccherà a Viktor Kärppä far luce e infiltrarsi nella mafia di San Pietroburgo, grazie agli agganci dello zio Olavi, ex KGB, per scoprire cosa diavolo stia succedendo, anche se a complicare la situazione arriverà dalla Russia suo fratello Alexej, che sia lui il fratello cattivo a cui allude il titolo? Vi lascio con questa piccola curiosità e intanto vi dico che è un noir decisamente ben riuscito. Con quel pizzico di malinconia, e nostalgia che da profondità al protagonista quando ricorda la sua vita in Unione Sovietica, anche se molti ricordi di quando era nelle truppe d’assalto scoloriscono nell’amarezza. Ma si sa il passato ha sempre una luce diversa e malinconica, ci si ricorda di quando si era giovani, di quando sogni e ideali ancora avevano un senso e non erano stati contaminati dalla realtà. Molto peculiare lo sfondo sociale, della Helsinki dei primi anni 2000: il sottobosco criminale, la vita degli immigrati dell’est che cercavano lavoro in Finlandia, gli operai che lavoravano senza protezione a contatto con solventi pericolosi, i piccoli spacciatori che con il commercio di droga cercavano di fare il grande salto, e la stessa criminalità russa che tramite i suoi traffici illeciti cercava i fondi per inserirsi poi nel tessuto sano del paese, sognando anche di costruire ospedali, infrastrutture, per migliorare la vita della popolazione. O almeno questo è quello che Viktor Kärppä si sente dire quando vogliono convincerlo ad entrare nella mafia. Ma naturalmente Viktor Kärppä è un buono, è stanco di violenza e sangue, i suoi sogni sono molto più comuni: una bella casa, la sua fidanzata Marja, ora in America per studiare, un lavoro onesto. Decisamente ben caratterizzato il personaggio di Korhonen di cui Viktor Kärppä quasi si prende cura andando a riprenderlo ubriaco nei posti più impensati, lui e il suo amore platonico per una donna, non ostante abbia moglie e figli. Un accenno a Juho Takala, nonno di Marja, un vecchietto decisamente combattivo. Oltre ad Helsinki anche San Pietroburgo troviamo come scenario. Vi lascio con questa breve descrizione che ho trovato significativa: Il rivestimento in similpelle del sedile era umidiccio e appiccicoso, ma mi sembrava un lusso starmene li ad ammirare San Pietroburgo accarezzata dagli ultimi raggi del sole. L’acqua della Neva brillava, i palazzi lungo il fiume risplendevano di una bellezza solida e fredda e cespugli stendevano un verde velo pietoso sulle recinzioni metalliche abbattute, sulla spazzatura mista e indifferenziata dei cortili e sulle buche scavate chissà più perché, che si riempivano rapidamente di bottigliette di plastica schiacciate, ruote di bicicletta deformate e resti di giocattoli. Una volta questa era la mia città, ricordai con un sorriso.
L’autore – Matti Rönkä (1959), nato nella Carelia finlandese, giornalista e volto noto del telegiornale della rete di Stato, ha ottenuto con “L’uomo con la faccia da assassino” (Iperborea 2012) uno straordinario successo in patria e nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, aggiudicandosi tra gli altri il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008).
:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone
20 febbraio 2013
Grazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.
Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.
Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?
Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”) Leggo l’Orlando Furioso da anni.
Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.
Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?
Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.
E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?
“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.
Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.
Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?
Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro. Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.
Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?
“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.
Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?
Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.
Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?
Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.
Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?
Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile. E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.
Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.
“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.
Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?
La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.
Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?
Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.
Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?
Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.
Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?
Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!
:: Recensione di I baci di una notte di Antonella Boralevi (Rizzoli, 2013)
15 febbraio 2013
I baci di una notte (Rizzoli, 2013) di Antonella Boralevi è un breve romanzo molto particolare, insolito sia per struttura narrativa, in cui il registro poetico ha una parte rilevante, che per tematiche ed esiti. Se inizia come la più classica storia d’amore – una rivisitazione moderna di una delle fiabe più amate, archetipo di generazioni di sogni femminili, Cenerentola – gli sviluppi sono del tutto inattesi e si discostano grandemente dal tipico romanzo sentimentale. Sì, si parla di sentimenti e paradossalmente anche della negazione degli stessi, ma il fulcro della narrazione ci porta a considerare come l’amore entri nella vita di due persone, diversissime in tutto, per condizione sociale, sensibilità, aspettative, e rivoluzioni i punti di vista. Protagonisti di questo romanzo sono due ragazzi: Santina e Sigieri. Vent’anni. Niente che li unisca se non uno scherzo del caso, che li fa incontrare la notte di Capodanno in un rifugio di Cortina. Santina è una ragazza semplice, di modeste origini, nata in Sicilia. Una ragazza dei nostri giorni che ha toccato con mano gli effetti della crisi dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. La fabbrica è chiusa, solo cartacce trasportate dal vento al suo ingresso, e suo padre è una delle tante vittime: disoccupato, passa il tempo a giocare a carte con gli amici in cerca di un lavoro che non c’è. In cerca di un futuro, di una speranza per il domani Santina si trasferisce a Milano e qui lavora in un fast-food. Si accontenta di poco: vestiti presi a pochi euro nei grandi magazzini, la compagnia della sua migliore amica Gessica, con il ciuffo fucsia, il sogno di fare studiare il fratellino, bravissimo in matematica, e di incontrare l’amore, quello che ti cambia la vita, quello che ti da una ragione per esistere. Sigieri al suo opposto ha perso la capacità di sognare. La vita gli ha dato tutto, bellezza, salute, ricchezza ma non gli ha impedito di fare i conti con la noia, l’egoismo e il cinismo che contamina il suo ambiente, la sua famiglia, il suo intero mondo. Quando vede per la prima volta Santina, seduta ad un tavolo, in una festa privata in cui non dovrebbe stare, nei suoi poveri vestiti dozzinali, così diversa dalle ragazze che è solito frequentare, qualcosa scatta, l’istinto del predatore, o forse l’amore stesso anche se lui non se ne rende conto. L’avvicina per una scommessa crudele con un amico, più cinico e infelice di lui, e questo incontro sfocia in un atto d’amore, consumato sotto la fredda luce di un bagno, in cui tenerezza e aggressività si scontrano facendo dubitare alla ragazza stessa che sia stato amore. Ma non si abbandonano mai le persone che si amano. E questa verità emergerà dolorosa nelle pagine seguenti fino al non scontato e imprevedibile finale.
:: Recensione di Jack Reacher – La prova decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Giulietta Iannone
12 febbraio 2013
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Jack Reacher – La prova decisiva (One shot, 2005), tradotto da Adria Tissoni, nono episodio della serie di Jack Reacher, ideata dall’autore britannico Lee Child, è una riedizione voluta da Longanesi, che l’aveva pubblicato per la prima volta nel 2008 con il titolo La prova decisiva, in occasione dell’uscita dell’omonimo film di Christopher McQuarrie con Tom Cruise nei panni del protagonista. Premetto che non avendo visto il film eviterò qualsiasi parallelismo tra romanzo e opera cinematografica. Come tutti i libri di Lee Child che fino ad oggi ho letto questo romanzo merita di essere letto, soprattutto se amate i thriller in cui predomina l’azione. Jack Reacher è un personaggio tipicamente americano, il cui spirito si nutre di molte figure iconiche del vecchio west, se non addirittura andando indietro nel tempo, e cambiando continente, possiamo trovare anche delle somiglianze con la figura del ronin dell’antico Giappone. L’eroe solitario, il guerriero senza macchia e senza paura, che vaga di villaggio in villaggio, senza una casa, una famiglia, senza addirittura a volte un nome, ma rigorosamente testimone di un codice morale in cui giustizia, lealtà e libertà si uniscono e diventano un tutt’uno, è da sempre una figura cardine di quella parte più anarchica e libera, alle radici stesse del mito della frontiera, di cui Child si appropria rielaborandola e proiettandola nel suo personaggio. Jack Reacher è un ex militare, ma una specie particolare di militare, un maggiore della polizia militare, che ha avuto modo di indagare sui crimini commessi all’interno dell’esercito e già per questo un paria, ben prima della sua scelta di lasciare tutto e vagare per l’America, senza un conto corrente, un indirizzo email, una casa a cui tornare, diventando un invisibile insomma, che a malapena la previdenza sociale può stabilire che è vivo. Le parti in cui vaga in autobus, vedendo scorrere la provincia americana più profonda fuori dal finestrino, anche se brevi sono capaci di creare l’atmosfera e il giusto scenario in cui si svolgono le sue avventure. Non rifugge la violenza, pur non essendo un violento. Si limita a difendersi in un modo in cui la violenza è diffusa, le armi sono facilmente ottenibili, il più forte schiaccia il più debole senza alcuna pietà. Scusatemi sto divagando, questo non è un saggio su Jack Reacher, torno al romanzo. Allora tutto inizia nel garage di un palazzo, in una piccola cittadina di provincia. Un cecchino spara sulla folla e uccide cinque persone: quattro uomini e una donna. Apparentemente senza motivo. La polizia ferma nel giro di poche ore James Barr: un reduce, disoccupato, con problemi di insonnia, senza una assicurazione medica. Le prove portano a lui, senza ombra di dubbio, così lampanti che sembrano costruite. James Barr si chiude in un ostinato mutismo e solo con il suo primo avvocato difensore fa il nome di Jack Reacher prima di essere selvaggiamente picchiato in carcere da una banda di latinos a cui aveva mancato di rispetto. Ormai in coma, con l’onta di colpevole marchiata a fuoco, giace in un letto d’ospedale e solo la sorella lo crede innocente e cerca un altro avvocato difensore e lo trova in Helen Rodin, una preparata e ambiziosa avvocatessa alle prime armi, la figlia stessa del pubblico ministero a cui è affidato il caso. Trovare Jack Reacher diventa imperativo. Ma naturalmente nessuno ci riesce, sarà lui stesso a farsi vivo dopo aver visto in tv un servizio in cui si fa il nome di James Barr. E Jack Reacher con James Barr ha un conto in sospeso. Lo sa colpevole di un altro crimine simile, crimine per cui non l’aveva potuto perseguire per intrallazzi politico- militari. Scoprire la verità sarà per Jack Reacher l’unica via d’uscita. Azione dunque, un’ indagine che porta in direzioni diverse dalle premesse, l’intuito di Jack Reacher, il bel personaggio di Helen Rodin, sono questi gli elementi centrali di questo romanzo. Se l’inizio con l’attuazione dell’attentato è un po’ convenzionale, non lasciatevi scoraggiare appena entra in scena Jack Reacher l’azione accelera in un susseguirsi di cambi di prospettiva. Scritto in terza persona, tipo di scrittura che Child predilige quando vuole dare più spazio alla suspense, Jack Reacher – La prova decisiva è uno di quei romanzi che si leggono in poche ore, senza annoiarsi. Le possibili aperture del finale le avevo naturalmente intuite già dall’inizio, Child utilizza infatti una soluzione non certamente innovativa ma di sicuro effetto che unita alla bravura nel delineare cattivi credibili e simili a dei congiurati rendono il romanzo un thriller pienamente riuscito.
Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.
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:: Recensione di La svolta di Michael Connelly (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone
9 febbraio 2013
La svolta (The Reversal, 2010) di Michael Connelly, tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è il terzo romanzo della serie Heller, dopo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer, 2005) e La lista (The Brass Verdict, 2008), questa volta con la partecipazione anche di Harry Bosch e Rachel Walling in ruoli un po’ defilati ma essenziali per la risoluzione del caso. Con il personaggio di Mickey Haller lo scrittore di Filadelfia ha fatto ufficialmente il suo ingresso nel legal thriller, privilegiando una prospettiva anche critica nei riguardi del sistema legale americano, e del suo stretto legame con la strumentalizzazione dei mass media per influenzare l’opinione pubblica e di riflesso anche la giustizia, e questa senz’altro a mio avviso è la caratteristica più interessante di questa serie. La svolta è un legal thriller puro, la maggior parte dell’azione è svolta in tribunale, nell’ufficio del giudice, o nella preparazione del processo; chi ha amato Presunto innocente di Scott Turow, Anatomia di un omicidio di Robert Traver o i romanzi di John Grisham sicuramente troverà questa lettura interessante, ma se gli interrogatori e i controinterrogatori vi annoiano, il mio consiglio è che leggiate le serie più d’azione con protagonista Bosch o Jack McEvoy. Essenzialmente ne La svolta abbiamo a che fare con un cold case, – termine abbastanza conosciuto anche grazie una serie televisiva di successo- ovvero uno di quei casi non risolti che anche a distanza di molti anni possono venire dissepolti se per esempio si trovano nuove prove, anche grazie alle sempre più moderne tecniche di laboratorio. Ed è così che accade questa volta: l’analisi del DNA condotto sulle vesti della vittima sembra porre dubbi sulla colpevolezza di Jason Jessup, che già da più di vent’anni è in carcere accusato dell’omicidio di Melissa Landy, una ragazzina di 12 anni. Grazie anche all’intervento di un’associazione di legali conosciuta come Genetic Justice Progject e l’ostinazione di Jessup, sempre impegnato nella sua cella a compilare ricorsi, istanze, denunce, la Corte Suprema dello stato revoca la condanna, il caso viene riaperto e si inizia un nuovo processo che se stabilisse l’innocenza di Jessup implicherebbe un clamoroso danno di immagine per l’intero dipartimento della polizia di Los Angeles, il sistema giudiziario e finanche la necessità di sborsare un ingente risarcimento di milioni di dollari che la città e la contea dovrebbero corrispondergli per ingiusta detenzione. Proprio a causa di queste ripercussioni, anche politiche, e della delicatezza della situazione, dovuta anche al grande clamore mediatico, il procuratore della contea di Los Angeles, Gabriel Williams, decide di affidare l’accusa ad un pubblico ministero esterno al suo ufficio e chi meglio di Mickey Haller è la persona giusta per questo incarico? Heller, fermamente convinto della colpevolezza di Jessup, accetta di fare da pubblico ministero, lui da sempre avvocato della difesa, e chiama accanto a sé la ex moglie Maggie McPherson come vice-procuratore e il fratellastro Harry Bosch nel ruolo di detective. Da questo momento in poi Heller si occupa della preparazione del processo e dell’impegnativo scontro con l’avvocato difensore Clyve Royce, abile manovratore dell’opinione pubblica e dei media, e Bosch delle indagini sul campo. Jessup viene rilasciato e proprio il suo pedinamento porta Bosh a sospettare che ci sia sotto qualcosa di non risolto e l’intervento risolutivo Rachel Walling profiler dell’FBI chiarirà a tutti gli errori commessi nel primo processo e la minaccia che Jessup rappresenta anche per Bosch e Heller stessi. Solitamente in questo tipo di legal thriller il dubbio sulla colpevolezza del presunto colpevole viene giocato in modo più ricco di suspense, Connelly no, sceglie un approccio molto meno ad effetto: sia Heller, che Maggie, che soprattutto Bosch sono certi della sua colpevolezza e si adoperano per assicurarlo alla giustizia. Questa scelta rende le sfumature thriller molto meno marcate a favore invece di un’analisi più accurata del sistema legale in sé. Si trattano temi come la pena di morte, il dolore dei parenti delle vittime le cui ripercussioni possono condizionare le intere loro vite, ( bellissimo a mio avviso il personaggio di Sarah Ann Gleason), gli scrupoli morali degli avvocati, in lotta tra cinismo ed etica, i rapporti tra media e giustizia, il rischio che errori giudiziari possano rovinare la vita di innocenti. Connelly resta uno scrittore notevole, per stile e struttura narrativa, autore di alcuni dei più bei thriller che abbia mai letto; se paragono i primi a questi più recenti noto una diversa prospettiva di analisi, come Connelly stesso ammise ad una presentazione a cui partecipai. Connelly è cambiato e così lo sono i suoi libri e i suoi personaggi. Da lettrice vorrei più spazio per Jack McEvoy, ma nonostante questo Bosch resta un personaggio che amo ritrovare di libro in libro, invecchiato, amareggiato, sempre più desideroso di fare bene il padre. Le sue priorità sono cambiate proprio come per Connelly, presumo.
:: Recensione di 5 di Ursula Poznanski (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
8 febbraio 2013
5 (Funf, 2012) della scrittrice austriaca Ursula Poznanski, tradotto dal tedesco da Anna Carbone e edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, è un thriller poliziesco, classificato come krimis, decisamente insolito e originale che usa il geocaching – una sorta di sport più simile ad una caccia al tesoro praticato anche da famiglie con bambini da fare all’aria aperta a contatto con la natura- forse per la prima volta come filo conduttore di un’ indagine. Leggendone la trama avevo temuto che gli aspetti macabri e raccapriccianti mi avrebbero rovinato la lettura, ma se giusto avete un briciolo di amore per l’horror e amate le serie poliziesche un po’ realistiche non dovreste esserne troppo turbati. Sì, ci sono cadaveri smembrati e decomposti, scene del crimine imbrattate di sangue e liquidi corporei, ma tutto sommato non è l’aspetto più rilevante del romanzo. Lo spirito del gioco è la caccia: quella che compiono Beatrice Kaspary e Florin Wenninger della Polizia Criminale di Salisburgo, sezione crimini contro la persona, verso un potenziale serial killer, e quella del killer stesso. Non vi anticipo il nocciolo centrale del libro, su cui si regge l’intera narrazione, lo scoprirete nelle ultime pagine, ma quello che posso dirvi è che l’aspetto psicologico sia delle vittime, dell’assassino e dei poliziotti è tracciato in modo realistico e accurato e alla fine anche il colpevole, pur nel suo folle piano di vendetta, acquista uno suo spessore, una sofferta umanità ed è in possesso di una sua drammatica e distorta, anche se non giustificabile, verità. Tutto inizia con la scoperta in un pascolo del cadavere di Nora Papenberg: una pubblicitaria di successo, felicemente sposata, solare, senza apparenti scheletri nell’armadio. Sulle piante dei piedi, tatuate, le coordinate GPS di un luogo in cui i poliziotti rinveniranno un cache, una scatola dove gli owner che praticano il geocaching nascondono oggetti di scarso valore, il loro “tesoro”, che gli altri partecipanti devono scoprire. Naturalmente la polizia questa volta trova ben altro: un resto umano e un messaggio che contiene un indovinello, risolvendolo troveranno un nuovo cache, innescando una catena di macabri ritrovamenti che porterà all’identificazione del colpevole. A Beatrice e Florin non resta che assecondare il piano dell’assassino e giocare alle sue regole ignari di quello che davvero il “gioco” nasconde. Sentii parlare per la prima volta di Ursula Poznanski da Wulf Dorn quando gli chiesi in un’ intervista quale fosse il suo romanzo d’esordio preferito. Wulf mi rispose senza esitazione ‘Erebos‘ di Ursula Poznanski, un young adult fantasy diventato un bestseller in Germania e uscito anche da noi per Armenia. Da allora questo nome mi è diventato familiare così quando ho scoperto che Corbaccio pubblicava un suo thriller per adulti, mi sono detta vediamo di cosa si tratta. Innanzitutto è un buon thriller, la suspense è ben dosata e l’intreccio abbastanza complicato da non rendere subito chiaro cosa stia succedendo. Un po’ di depistaggi ci sono e sono posizionati in punti strategici; io per esempio ho sospettato per buona metà del libro di un personaggio, che mi stava francamente antipatico, per poi capire che l’autrice l’aveva reso tale apposta. I protagonisti sono ben caratterizzati: Beatrice su tutti, una donna intelligente e intuitiva, impegnata a fare i salti mortali per barcamenarsi tra lavoro e famiglia, con un ex marito che certo non le rende le cose facili. Poi c’è Florin che a parte il fatto che fa un fantastico caffè con cui vizia Beatrice, e già per questo acquista punti ai miei occhi, è leale, coraggioso, altruista, il classico collega insomma che tutti vorremmo avere. In questo episodio non ci sono divagazioni sentimentali tra i due, ma è evidente che Beatrice provi per il collega ben di più che una semplice simpatia, per cui non è detto che nei prossimi episodi della serie non ci siano sviluppi. E per saperlo manca poco, se conoscete il tedesco già da aprile in Germania dovrebbe uscire Blinde Vögel, la seconda indagine di Beatrice Kaspary e Florin Wenninger, che vedremo presto tradotta anche da noi se questo romanzo avrà successo. Ah, dimenticavo, ascolterete Message In A Bottle dei Police con un nuovo spirito.
:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone
28 gennaio 2013
Ella portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!
Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino.
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe. E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa, siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.
:: Recensione di La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone
23 gennaio 2013La bella di Buenos Aires (La muchaha que pudo ser Emmanuelle, 1997) dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán, uno dei padri del Noir Mediterraneo, tradotto dallo spagnolo da Hado Lyria ed edito per la prima volta in Italia da Feltrinelli, a dieci anni dalla scomparsa dell’autore, è un racconto, o meglio una novella breve, nata come testo da cui trarre la sceneggiatura per una puntata della serie televisiva con protagonista Carvalho, prodotta dalla televisione argentina. Pubblicata in Spagna per la prima volta a puntate sul quotidiano “El País”, tra il 3 e il 30 agosto del 1997, con illustrazioni di Fernando Vincente, e poi nel 2011 in Cuentos negros, Galaxia Gutenberg, La bella di Buenos Aires può essere considerata una sorta di introduzione a Quintetto di Buenos Aires (Quinteto de Buenos Aires) che uscì in Spagna nella “Serie Carvalho” dell’editore Planeta sempre nel 1997.
Tutto cominciò con un fax. L’intraprendente Biscuter, socio, cuoco, amico di Pepe Carvahlo, si cimenta nell’epica impresa di portare il nostro investigatore privato nella modernità, nella mitica terra di fax, computer, cd rom, Internet. “Per il momento bisogna farsi pubblicità sui giornali e subito dopo prendere un fax, non vorrei che mentre sto rigirando un manicaretto mi interrompesse il telefono, e lei sa bene quale sottile chimica talvolta si incontri nei miei piatti” dice solenne e Carvalho per amore del quieto vivere abbozza, e una volta davanti al fax lo osserva diffidente.
Il primo messaggio porta nella sua vita e nel suo studio di investigatore Doratea Samuelson, una donna in cerca di una ragazza che avrebbe potuto essere Emmanuelle. Una ragazza di Buenos Aires persa nelle nebbie del passato, non a caso la parola “memoria” si rincorre spesso tra le pagine e quasi ci da la chiave di lettura di tutto il racconto. Un’ alunna dell’ex marito di Dorotea, Rocco, così bella da poter diventare la Sylvia Kristel argentina, ambizione che resterà confinata nella terra dei sogni e delle aspirazioni e verrà spazzata via dalla dura realtà della dittatura e della polizia militare che la costringerà a scappare in Spagna per non diventare uno dei tanti desaparecidos.
Ma ora è troppo tardi, quella bellissima ragazza non c’è più, al suo posto il cadavere di una barbona, uccisa con un colpo in testa e numerose coltellate al cuore, rinvenuto nella zona più malfamata del Barrio Chino, il quartiere cinese di Barcellona. Pepe Carvahlo percepisce subito che è un crimine di stato, e le sue indagini lo portano a confrontarsi proprio con i suoi nemici del passato, coloro contro i quali si è sempre opposto, fino a non dare un volto al colpevole, nascosto dalla Storia, dal passato, luogo della memoria, terra dove abitano i colpevoli, che quando si minaccia di accusarli dei loro crimini, come si apprestava a fare Rocco, tornano ad uccidere, tornano a essere quello che sono sempre stati. Assassini.
La bella di Buenos Aires seppur breve, racchiude molti dei temi presenti nella narrativa di Montalbán, più una velata malinconia, una riflessione filosofica sulla storia e la memoria di cui la città di Barcellona si fa specchio, con la sua calle de las Tapis, la zona più infame di un quartiere di prostituzione, che sta per essere spazzata via da centri civici, parchi, parcheggi, impianti sportivi, come La Dolce Vita, locale equivoco dove si ballava e si cantava il tango, per cui è già arrivato l’ordine di demolizione.
Sì, lo sapremo chi ha ucciso la bella di Buenos Aires, sia chi l’ha fatto materialmente, sia il vero colpevole che ha voluto che la sua morte chiudesse un capitolo della Storia. Compromessi, muti accordi, rassegnate scuse faranno sì che la giustizia non trovi né spazio né voce, il prefetto accetta, la polizia dispone, Carvalho osserva dolorosamente consapevole e le ultime parole saranno concesse all’assassino, all’unico che avrà parole di tenerezza e di rispetto per la sfortunata Palita, vittima predestinata, innocente tra assassini.
Manuel Vázquez Montalbán (Barcellona, 1939 – Bangkok, 2003) con Feltrinelli ha pubblicato: Gli uccelli di Bangkok (1990), Tatuaggio (1991), Il centravanti è stato assassinato verso sera (1991), Il labirinto greco (1992), Ricette immorali (1992), La solitudine del manager (1993), I mari del Sud (1994), Le ricette di Pepe Carvalho (1994), Pamphlet dal pianeta delle scimmie (1995), La Rosa di Alessandria (1995), La Mosca della Rivoluzione nella collana “Traveller” (1995), Le Terme (1996), Il fratellino (1997), Il premio (1998), Quintetto di Buenos Aires (1999), Storie di fantasmi (1999), L’uomo della mia vita (2000), Il signore dei bonsai nella collana “Kids” (2000), Storie di padri e figli (2001), Ho ammazzato J.F. Kennedy (2001), Tre storie d’amore (2003), Millennio. Pepe Carvalho sulla via di Kabul (2004), Assassinio al Comitato Centrale (2005), Millennio 2. Pepe Carvalho, l’addio (2005), Sabotaggio olimpico (2006), Storie di politica sospetta (2008), Assassinio a Prado del Rey e altre storie sordide (2009), La bella di Buenos Aires (2013), Luis Roldán né vivo né morto (2013). Queste ultime due sue opere, recentemente tradotte in italiano, sono apparse per la prima volta a puntate su “El País” nel 1994. Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2000.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvia dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.
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