Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Recensione di Cattiverìa di Rosario Palazzolo (Perdisa, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2013

PerdisaImager.aspxCi sono romanzi misteriosi, che richiedono al lettore oltre ad una partecipazione attiva e consapevole – quale romanzo o qualsivoglia opera narrativa non lo richiedono, in fondo? – anche una precisa volontà creativa. Così è per Cattiverìa di Rosario Palazzolo, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e attore palermitano, già autore sempre per Perdisa di altre due novelle L’ammazzatore e Concetto al buio. Palazzolo richiede, anzi pretende con una certa forza, un lettore non spettatore, debordianamente considerato come un passivo consumatore a cui non resta che ammirare immagini che altri hanno scelto per lui, spot pubblicitari incanalati da un alter ego narrativo alternativo al tubo catodico (e il paragone televisivo non è pura speculazione ma, vedrete in seguito, ha una precisa ragione d’essere in tutto il romanzo). Se siete lettori pigri o distratti e non avete in voi un briciolo di sana follia, cambiate romanzo, Cattiverìa non fa per voi. Se viceversa amate l’esperienze un po’ estreme, e vi avviso subito Palazzolo non è un autore facile nè accomodante, leggendo questo libro vi divertirete, è un romanzo etremamente divertente, farete considerazioni profonde e inusuali, forse scomode, apprezzerete l’uso della parola creativamente proposta in molteplici e bizzarre combinazioni ai limiti della logica, ma comunque mai banali, mai consuete. L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Ho riletto La società dello spettacolo di Guy Dabord mentre leggevo Cattiverìa, per precisa scelta dei situazionisti libera da copyright  e qui disponibile e non posso non citare L. Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo. “E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.” Di verità si parla in Cattiverìa, di immaginario e di rappresentazione, e la chiave di lettura è in bella mostra nell’epigrafe tratta da Una specie di Alaska di Harold Pinter. Se seguirete i lunghi monologhi che si alternano nei capitoli, strumentalmente atti ad evocare i mondi interiori dei fittizi personaggi,  vi accorgerete del mistero sotteso, dell’equivoco di cui potreste essere vittime se non farete molta attenzione, e quando sul finale l’hitchcockiano colpo di scena vi svelerà tutto ribaltando le vostre certezze, avrete davvero la sensazione che Cattiverìa, (non vi svelo cos’è, lo scoprirete leggendolo, e anche il motivo di quello spostamento della ì, non temete), sia un ultimo scherzo, un’ illusione, un gioco in cui l’unico atto reale di  cattiveria dell’intero libro sia spiegarvelo, spiegarvi dove risiede la verità. Ma sarà un atto punito, in modo davvero definitivo. Ironica  e grottesca l’immagine di copertina: la caricatura di un tizio sbracato. Se fate attenzione noterete che tiene un telecomando in mano.

:: Recensione di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr (Feltrinelli, 2010) a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2013

ultima fermataLa luna non s’accorge ne bada a Harry, lungo disteso ai piedi del cartellone, e continua il suo inalterabile viaggio.

A cinquant’anni dall’uscita – se vogliamo essere cavillosi se ne festeggerà l’anniversario il prossimo anno – ecco a voi in tutto il suo splendore Ultima Fermata A Brooklyn (Last Exit to Brooklyn,1964) di Hubert Selby Jr, letto da me ahimé non in lingua originale, ma nella quinta edizione del marzo 2010 nella collana Universale Economica di Feltrinelli, tradotta da Attilio Veraldi.
Dico ahimé non perchè il traduttore abbia fatto un lavoro scadente, anzi il suo sforzo di mimesi e di imitazione della lingua parlata, trasportando lo slang newyorchese fine anni cinquanta in italiano, è sicuramente encomiabile (e sfido chiunque a cimentarsi nell’impresa), ma semplicemente perché certi libri andrebbero unicamente letti nella lingua in cui sono stati scritti, anche a costo di non capirci nulla, faccio un altro celebre esempio Finnegans Wake di Joyce. La costruzione o meglio la decostruzione sintattica e grammaticale, l’unicità lessicale dello slang, fatto di contrazioni, allitterazioni, troncamenti, scardinamenti linguistici è umanamente irripetibile e calibrata per una lingua e seppure con una traduzione, parere mio probabilmente molti critici sarebbero pronti a contraddirmi, si può catturare lo spirito della narrato non se ne può riprodurre la genialità.
Ultima Fermata A Brooklyn è un testo, seppur relativamente breve, difficile e non solo per le scelte stilistiche dell’autore che, con un gusto anarchico e funzionale al messaggio sotteso nel racconto, stravolge grammatica, sintassi, punteggiatura,  dando libero sfogo alla cosiddetta “prosa spontanea” teorizzata da Jack Kerouac, arrivando per esempio a non racchiudere i dialoghi nelle canoniche virgolette, passando quasi in un magma caotico da soggetto a soggetto, ma forse principalmente per i temi trattati, duri, sgradevoli, al limite del ributtante, (non a caso all’uscita del romanzo si augurava che facesse vomitare i suoi lettori) incarnati da personaggi deprivati da ogni connotazione empatica, sentimentale, o finanche umana, per poi paradossalmente giungere all’umano parlando di illusioni, debolezze, aspirazioni quasi sempre naufragate in un mare di violenza e di dolore.
Ultima Fermata A Brooklyn è un romanzo feroce solo formalmente definito romanzo, in realtà racchiude due racconti Tralala e The Queen is Dead già usciti su riviste, e altre tre storie, più un’ appendice finale, sorta di doppio epilogo narrante la squallida cronaca della vita di uno stabile in cui tutto deve apparire ordinato e sottocontrollo. L’amministrazione dello Stabile è d’opinione che il bambino non appartenga a nessuno degli inquilini dello Stabile. La polizia indaga accuratamente nel quartiere e nello Stabile, ma finora nessun’altra informazione è stata rilasciata dalle autorità inquirenti. Questo è il secondo cadavere di bambino trovato nello Stabile nel corso del corrente mese.
Perseguitato per oscenità, per la crudezza e il realismo con cui trattava temi come la violenza delle gang, l’omosessualità, la tossicodipendenza, Ultima Fermata A Brooklyn conserva ancora oggi la sua carica sovversiva e disturbante e sebbene molti autori da allora si siano cimentati a descrivere le vite degli ultimi, degli emarginati, ad ambientare le loro storie nei più sordidi slum delle grandi metropoli, questo romanzo emana una così autentica disperazione che è difficile rimanere indifferenti o tacciarlo di inattualità, di arretratezza o di obsolescenza. C’è una sorta di universalità senza tempo che si sprigiona dalle pagine, difficili, dure, grondanti sangue e vomito, già all’inizio nel pestaggio del militare da parte della banda di perdigiorno che bazzica intorno alla pidocchiosa tavolacalda notte-giorno del Greco si intuisce che i fluidi corporei e la sordidezza dei più infimi dettagli non ci verranno risparmiati.
Se Georgette ci commuove con le sue illusioni d’amore, è Tralala a entrare nel profondo nell’anima di chi legge. Non a caso Hubert Selby Jr introduce ogni parte del romanzo con un passo della Bibbia e per Tralala utilizza il Cantico dei Cantici e i passi dell’amata che incontra la ronda e chiede: Avete visto colui che l’anima mia ama?, proprio in un romanzo dove l’amore è virulentemente negato. La scena dello stupro poi è sicuramente una delle più tristi e devastanti che mi sia capitato di leggere e riassume bene richiamandolo per negazione ciò che il romanzo vuole evocare, la mancanza di quei sentimenti, di quell’amore appunto che rende all’uomo la dignità tolta dalla povertà, dalla violenza e dallo squallore.
Tragico il personaggio di Harry, ributtante, egoista, debole, sessualmente represso sindacalista, in cui la violenza quasi vendicatrice del gruppo (Harry affatto innocente si macchierà di un goffo approccio sessuale fatto nei confronti di Joey, ragazzino di 10 anni del quartiere) si scatenerà appendendolo mezzo morto sul cartellone pubblicitario dello spiazzo desolato, mentre la luna indifferente continua il suo corso, noncurante della sua agonia. Per il gruppo è un divertimento massacrarlo, richiamando quasi alla mente il pestaggio del militare con cui si apre il romanzo, dando così un senso di continuazione e completezza agli episodi slegati della storia.
Romanzo di culto, da leggere sicuramente se apprezzate la letteratura americana contemporanea.

Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). E’ morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima”.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Recensione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2013

lee childChi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.

:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.

:: Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata (Rizzoli BUR, 1974) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
Koto

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Chieko scoprì le violette fiorite sul tronco antico dell’acero…”

Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata inizia così, con eleganza e semplicità, e da questa breve frase si avverte già il tono poetico e delicato che attraverserà tutta la narrazione.
Pubblicato a Tokyo nel 1962 con il semplice titolo di Koto, mi sfugge a dire il vero il motivo del titolo italiano che facilmente può creare una certa confusione, (premetto che non è un romanzo storico, non ci sono amanti, si parla di due sorelle e le loro relazioni sentimentali sono del tutto incidentali, e l’antica città imperiale è Kyoto ma in tempi relativamente moderni) è senz’altro uno dei più limpidi esempi che caratterizzano la poetica in prosa dell’autore.
Esiste in commercio un’ edizione BUR Rizzoli del 1997 facilmente reperibile, ho controllato, io comunque ho esaminato la prima edizione BUR del settembre del 1974, che sebbene ingiallita, e inframmezzata di vecchi fiori secchi, (temo ormai specie protette, che se le raccogliete in montagna vi danno la multa), contiene tutte le pagine e ha fatto egregiamente il suo dovere. E’ una rilettura, appositamente fatta per questa recensione, per cui avverto i miei lettori che parte della spontaneità e della meraviglia della prima lettura è stata sostituita da un analisi più razionale e sistematica del testo, che comunque non precluderà a voi affatto il piacere della lettura. Nella edizione da me considerata la traduzione è affidata a Mario Teti e vi è anche presente un’ introduzione di Carlo Cassola, che vi consiglio di leggere al termine del romanzo.
Koto, come dicevo, è un romanzo breve, poco più di 150 pagine, appartenente ad un genere narrativo del tutto particolare che fonde la poesia con la prosa. Genere apparentemente tipico della narrativa giapponese classica, anche se in Kawabata niente è comune o scontato. Tutto anzi acquista una forza tragica e dirompente, seppure ciò di cui si narra non sono altro che i sentimenti e i moti misteriosi dell’animo umano. Innovativo e rivoluzionario nello stile, molto moderno se vogliamo, il romanzo tratta temi universali, seppure Kawabata li analizzi partendo, oltre che dalla sua dolorosa e esasperata sensibilità, anche dalla tipica ottica di un giapponese conscio delle tradizioni del suo paese, consapevole che l’unicità del suo pensiero non può essere slegata dalla società in cui viveva, dalla mentalità che caratterizzava il suo stato sociale, e dalla consapevolezza che il tempo che passa è inarrestabile e la provvisorietà dell’esistenza, in cui tutto è instabile e fugace, non può dare all’uomo certezze, ma solo il senso della sua vulnerabilità.
Koto è un romanzo caratterizzato da una trama semplice e lineare, quasi assente. E’ innanzi tutto la storia di due vite, di due sorelle, Chieko e sua sorella Naeko, sparate dalla nascita, immagini speculari di una femminilità forse lontanissima dai canoni della sensibilità occidentale, che incidentalmente nel corso della vita, si incontrano e si riconoscono. Ciò che le separa purtroppo è più forte del sentimento che le lega e sarà dunque invitabile che questo delicatissimo legame si spezzi facendo sì che le sorelle si perdano nuovamente, questa volta per sempre, ognuna destinata a seguire il proprio destino.
I personaggi di questo romanzo, sebbene il tema centrale sia la solitudine, svolgono un ruolo corale. I rapporti che li legano sono caratterizzati da lievi legami d’amore e solidarietà. L’amore tra genitori e figli, l’amore tra fratelli, il rapporto di stima e rispetto tra allievo maestro, tutto concorre a dare una dimensione affettiva e intima, sebbene l’utilizzo della terza persona consenta un certo distaccato e deprivi il narrato da ogni deriva eccessivamente sentimentale o peggio zuccherosa. Koto ha per temi soggetti fondamentali del romanzo classico giapponese: la natura, la bellezza, la solitudine, la separazione. La natura, nello scintoismo sacra e un tutt’uno con il divino, per Kawabata non è altro che lo specchio in cui si riflettono i moti dell’animo, la delicatezza dei sentimenti, la percezione dell’unicità dell’esistenza, la bellezza dell’amore.
L’estetica di Kawabata è sintetizzata dal breve scambio di battute tra il padre di Chieko e Hideo Otomo dove il giovane paragona la bellezza della ragazza a quella dei dipinti di un tempio. Il padre si indigna e sottolinea che non ci può essere paragone tra la bellezza dell’arte e quella della vita, perchè Chieko invecchierà e la sua bellezza sarà sciupata dal tempo che passa, mentre la bellezza dell’arte è eterna.  Hideo Otomo ribatte che proprio per questo la bellezza della ragazza è ancora più preziosa, proprio perché effimera, ma nello stesso tempo è viva, a differenza di un semplice affresco per quanto magnificamente dipinto.
La delicatezza e l’eleganza dello stile sono assoluti. Ogni scena racchiude in sé una piccola miniatura, utilizzando una tecnica quasi pittorica di accostamento di colori, brevità di passaggi, leggerezza di tratto.
Stilisticamente perfetto, non perde né in naturalezza, né in spontaneità. Né mai prende i connotati di freddezza che caratterizzano le opere solo esternamente e formalmente ineccepibili. Non è uno sterile esercizio stilistico. Sotto la calma apparente di una struttura narrativa lenta e fluente si nasconde un sincero e autentico atto d’amore per l’arte, la vita e la letteratura.
Il linguaggio poetico, usato sia per descrivere la natura sia i sentimenti dei personaggi, trasmette con semplicità e dolcezza tutta la bellezza e l’intensità insita nei profondi abissi dell’animo umano in comunione con lo splendore della natura stessa.
La storia è ambientata a Kyoto, e si chiude nell’arco di poche stagioni passando dalla primavera all’inverno. Ovvero dalla nascita alla morte. Apparentemente formali i dialoghi, sono in realtà la forma con cui i personaggi combattono la loro solitudine. Non a caso quando un personaggio si chiude in se stesso tace ed evita ogni comunicazione. Il silenzio acquista quindi una dimensione importante, quasi quanto la conversazione, tenendo anche presente che i dialoghi rispettano le gerarchie sociali, i rapporti interpersonali e la schematica struttura della rigida società giapponese, molto sensibile alla forma esteriore, che diventa paradossalmente tessuto interiore e sostanza fondamentale.

Yasunari Kawabata nacque ad Osaka nel 1899. Rimase orfano in tenera età e la morte di genitori incise grandemente sulla sua visione pessimistica della vita e sul costante senso di separazione che caratterizzò tutte le su opere. Nel 1924 si laureò a Tokyo in letteratura inglese e giapponese in questi anni fondò il movimento letterario Sensazioni nuove. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera, La danzatrice di Izu, e fu accolta con un enorme successo. Oltre che romanzi scrisse saggi di critica e racconti. Ottenne il Nobel per la letteratura nel 1968 e fondò il più grande premio letterario giapponese L’Akugawata. Morì suicida nel 1972. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Mille gru, Il suono della montagna, Il paese delle nevi, La casa delle belle addormentate, Koto, Bellezza e tristezza, Diario di un sedicenne e Gente di Tokyo.

Source: acquisto personale.

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:: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (Einaudi, 1979) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
morte commesso

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Titolo originale: Death of a Salesman
Autore: Arthur Miller
Anno di pubblicazione: 1979
Traduzione a cura di: Gerardo Guerrieri
Introduzione di Elena De Angeli
Casa editrice: Giulio Einaudi Editore

Nel teatro di Miller l’uomo comune e la vita di ogni giorno vengono nobilitati e acquistano valenza epica. Oltre a usare strumenti di analisi psicologica, l’originalità di Miller sta nell’introdurre metodi di analisi antropologica, sociologica, economica, e politica – non dimenticando di filtrare tutte le scuole di teatro precedenti- cercando di cogliere ciò che di meglio hanno  prodotto.
Rifiuta il teatro come mera forma di intrattenimento e rivendica la sua natura di rappresentazione della vita contemporanea e pretesto per analizzare argomenti di interesse pubblico e politico, sull’esempio del teatro sociale di Ibsen.
Inoltre inizia a elaborare un’ idea del teatro come laboratorio di formazione, cercando di sviluppare un senso critico nei suoi spettatori, coinvolgendoli sia intellettualmente che emozionalmente, fornendo strumenti per riflettere, per formare giudizi liberamente, acquistando così una coscienza critica e indipendente, strumento necessario e indispensabile per ottenere la vera libertà. Miller si interessa prevalentemente agli aspetti tragici del reale per dare più forza e veridicità alle sue opinioni.
Detto questo, che mi sembrava in un certo senso necessario, inizierò ad analizzare “Morte di un commesso viaggiatore”, pietra miliare del teatro americano del dopoguerra. Sicuramente l’opera teatrale più conosciuta e rappresentata di Miller e, nella sua apparente semplicità, la più complessa e difficile sia per struttura, sovrapposizione di tempi, analisi psicologica dei personaggi.
Tema conduttore di tutto il testo è il dualismo tra realtà e sogno e come questa  contrapposizione si risolve nella mente del protagonista, e per riflesso nei personaggi a lui collegati.
La trama di Morte di un commesso viaggiatore è molto semplice: l’intera opera si limita a essere una parabola morale che parte da un inizio di falsa sicurezza, si dispiega in un processo di autocoscienza, che porterà il protagonista nel suo punto massimo di consapevolezza nel momento del licenziamento,  oltre al quale  tutto si orienta irrevocabilmente verso il tragico epilogo del finale. Più in dettaglio narra la vita di Willy Loman, un tipico rappresentante di commercio, mediocre esponente di un’ intera classe sociale che vive nel mito del “Denaro” e del “Successo” come unica ragione di vita e affermazione.
Loman è il tipico uomo qualunque, senza particolari qualità che lo caratterizzino, anzi racchiude in sé più difetti che pregi, ma nello stesso tempo è animato da una profonda onestà che, a discapito dei falsi idoli che venera e per cui spreca la sua vita, gli fornirà la sua unica occasione di riscatto.
Proprio la sua onestà ne conserva la dignità e gli impedisce di diventare l’uomo di successo, eroe del Sogno americano, caricaturalmente delineato nella figura del fratello Ben, sicuro di sé, spavaldo, conscio del suo valore, l’uomo capace di cogliere le opportunità, ma animato dalla certezza che per vincere bisogna trattare gli altri da nemici e non giocare pulito con loro.
Loman, esponente di quella middle class frustrata che non riesce a emergere dalla sua mediocrità inseguendo il classico Sogno Americano, l’Alaska terra dell’oro, l’Eldorado consumistico che promette falsi paradisi di benessere, serenità e felicità, dedica tutta la sua vita inseguendo quel sogno, popolato solo da illusioni e progetti irrealizzabili, per poi accorgersi che tutto era solo un miraggio, solo fumo, e che le cose concrete che veramente contano gli sono sfuggite e non c’è più modo di tornare indietro a recuperarle. Questo senso del tempo perduto viene sottolineato dall’uso incrociato del passato e presente, coesistenti nella mente del protagonista. Non a caso il titolo originario dell’opera doveva essere proprio “Dentro la sua testa”.
Il “common sense ”, il modo giusto e normale di vedere le cose, viene dissolto e si stempera in un’apparente incoerenza, sintomo della sua mente ormai disturbata e della sua identità distrutta che lo porterà inarrestabilmente al suicidio. Loman sente la vecchiaia assalirlo, sente le forze abbandonarlo e guardando in sé non trova niente che veramente valga. Ripercorre la sua vita, che sperava costellata di grandi imprese, costellata invece di squallidi atti senza importanza. La sua intera vita spesa a comprare quel sogno, costellata solo di meschinità e mediocrità,  di rate e cambiali, di conti, di debiti, ora lo ripaga tradendolo e non tributandogli nemmeno quel minimo di considerazione, che in realtà è la sola cosa che ha sempre cercato.
Morte di un commesso viaggiatoreLa sua famiglia, che è tutto il suo mondo, è composta, oltre che dalla moglie,  da due figli: Happy che presto si sposerà sicuramente avviato a ripercorrere i suoi errori, e Biff che nel tentativo di affermare la sua identità e la sua scala di valori è riuscito solo a diventare un ladro per reazione, non trovando niente di veramente positivo oltre alla ribellione da contrapporre ai valori paterni.
La figura di Biff soprattutto si eleva tra le altre e pone Loman di fronte a uno specchio distorto di se stesso. Non essere riuscito a trasmettergli i suoi valori di onestà, di rettitudine, laboriosità lo pone seriamente a prendere coscienza di quanto il suo panorama morale sia limitato e fragile. Vedere i suoi sogni di sportivo fallire, i suoi vagabondaggi inutili, che l’hanno portato a essere senza casa, lavoro e prospettive sono l’unico fallimento dal quale non sa riprendersi.
Infine la moglie Linda, l’unico suo sostegno, la sola che tenga veramente a lui, anche lei ormai è vecchia e senza alcuna prospettiva di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in serenità.
Nonostante questa lenta presa di coscienza, Loman si ostina a credere di avere ancora un’altra occasione, che il suo lavoro, con cui afferma la sua identità, non è inutile e la sua clientela, che ha coltivato negli anni cercando di farsi amare e benvolere, continueranno a dare uno scopo, e un senso, alla sua esistenza. Il crollo e la disintegrazione della sua identità avverrà quando il giovane Howard Wagner, titolare della sua ditta, lo licenzia senza preavviso e senza fornirgli alcuna liquidazione o indennizzo, abbandonandolo alla più completa miseria con la giustificazione  “gli affari sono affari”.
Loman parla da solo, confonde presente e passato, soffre di allucinazioni e annaspa nel suo lungo calvario che lo accomuna agli uomini di ogni epoca, tormentato dalla lenta percezione dell’assurdo, del tradimento, dell’ingiustizia insita in una promessa non mantenuta. Dopo aver speso una vita per gli altri, al servizio dei suoi clienti, per la famiglia, per l’azienda, per il paese che in un certo modo ha contribuito a costruire, fisicamente usurato, con la vecchiaia che avanza, vede la sua ricompensa trasformarsi in condanna, vede i suoi figli persi, sua moglie destinata alla miseria, l’irriconoscenza e il cinismo dei datori di lavoro, il biasimo della società. La sua vita non raggiunge un compimento, l’uomo che sognava di essere si è dissolto.
Quando si lamenta “Non c’è niente di seminato nel mio pezzetto di terra, il mio giardino è senza piante” afferma il diritto e nello stesso tempo il dovere di dare concretezza alla sua umanità, un segno del suo passaggio, costruendo qualcosa non per sé ma per gli altri, superando il suo egoismo con l’unico atto eroico di cui è capace, sacrificare la sua vita per permettere alla moglie di percepire l’assicurazione.
La morte gli consente la sua ultima occasione di riscatto e liberazione da una vita mediocre, permettendogli di affermare il valore della sua persona e trasformandolo da semplice e volgare piazzista in un “uomo”.  Il protagonista condizionato dall’ambiente in cui vive accetta acriticamente e persegue una filosofia materialistica che fa dei soldi e del mito del successo un idolo vendicativo e crudele.
Willy non è un eroe nel senso classico del termine, anzi è pieno di difetti, e anche la sua scelta finale, seppure determinata da buone motivazioni, non è dall’autore della piece del tutto giustificata. La vita, la famiglia, gli affetti sono più importanti della sicurezza economica e il non capirlo decreterà la grande sconfitta e la inesorabile tragicità di quest’uomo irrimediabilmente solo. I personaggi non comunicano realmente tra loro. Un senso di grande solitudine, infatti, pervade tutta l’opera.  L’unica interazione reale, che supera l’isolamento in cui i personaggi si trovano, è il rapporto conflittuale tra Biff e suo padre, costellato da litigi, separazioni, abbandoni, ritorni che pur tuttavia permette di manifestare sentimenti sinceri. Quando realizza che suo figlio non lo odia, Willy percepisce che il suo fallimento non è completo, che qualcosa di sacro è riuscito a conservare e proprio questo se vogliamo è la molla che farà scattare la sua risoluzione finale.
La narrazione oscilla tra realismo ed espressionismo e utilizza il tempo cronologico con continui spostamenti tra passato e presente, per caratterizzare la sua mente disturbata. Oltre a usurargli il fisico, la sua vita spesa inseguendo falsi ideali ha corroso anche la sua mente e la sua anima. L’apparente realismo che pervade il testo crea un senso di familiarità con la vita privata dei personaggi che assumono una valenza universale rispecchiando problematiche, sentimenti, emozioni, comuni a tutti gli esseri umani. L’influenza del cinema nel teatro di Miller è evidenziata dallo specifico uso di tecniche narrative prevalentemente visive (uso dei flashback, delle luci, della musica).
Diamo infine, per concludere, un breve sguardo ai personaggi:   Linda, coscienza critica del testo, paziente e amorevole moglie del protagonista, partecipe del dramma del marito, avverte che sta pensando di suicidarsi e tenta di spingere i figli ad aiutarlo impedendo la tragedia. Happy è l’emblema del conformismo acritico e standardizzato, omologato. Vede nel conformismo l’unica via per affrontare la lotta per la sopravvivenza, e tenta di tramandarlo anche ai suoi figli e facendo anche di loro dei “prodotti in serie”, gli stessi prodotti che ha sempre venduto. Biff emblema della ribellione senza logica, che lo spinge alla cleptomania. Ben caricatura del “self made man”. Charley filantropo saccente che non stima Willy, ma lo aiuta per pietà e per sentirsi migliore. (Il rifiuto di Willy di accettare il suo aiuto è il suo ultimo risveglio di dignità). Willy ha sempre tenuto un registro dei sui debiti e non vuole elemosina ma giustizia. Howard Wagner spietato, indifferente, egoista, imprenditore sterile figura apparentemente realizzata e vincente ma dietro la maschera del potere e dell’efficienza nasconde una disumanità, che ne fa un arido burattino in una pantomima crudele e vuota di ogni significato. Le voci registrate dei suoi cari danno un senso di quanto i suoi legami siano vuoti e privi di senso.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro preso in biblioteca.

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:: Un’ intervista con Matt Bondurant a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2013

Matt BondurantGrazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac  e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.

Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così  il tuo interesse per la scrittura?

No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?

Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.

Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?

Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.

Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che  racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera  era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo  storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su unurna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?

La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.

Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?

Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va  in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?

Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.

Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?

Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.

Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?

Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più  da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.

Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?

Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.

Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:

David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante

Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere,  a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.

Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui

:: Recensione di Paura nella notte, di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 Maggio 2013

hansenPaura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Piaga sociale che l’autore descrive con asprezza e precisione in tutto il suo potenziale destabilizzante di incertezza sociale e desolazione, non ignorando tuttavia coloro che si adoperarono per migliorare le condizioni di vita della popolazione, (è infatti descritto per esempio il picnic organizzato dal reverendo Luther Prentice e il suo tentativo di mettere pace e di offrire un pasto a gente che difficilmente mette d’accordo il pranzo con la cena).
Questa volta l’investigatore assicurativo della Pinnacle Assicurazioni Dave Brandstetter e il suo compagno Cecil Harris si trovano a indagare sulla morte di un camionista, Paul Myers, morto in uno strano incidente, apparentemente andando fuori strada una notte a una curva del Torcido Canyon, (in realtà qualcuno ha messo un congegno esplosivo sotto il camion provocandone l’esplosione). Compito di Brandstetter è scoprire se la moglie Angela Myers è in qualche modo implicata in questa morte, essendo la beneficiaria di una cospicua assicurazione di centomila dollari sulla vita del marito, o se l’assicurato ha mentito, trasportando per esempio carichi pericolosi, condizioni che permetterebbero all’Assicurazione di non versare l’importo stabilito.
Per la polizia non c’è nemmeno bisogno di indagare, il tenente Salazar, della squadra omicidi, è convinto che l’unico ad avere una ragione per volere il camionista morto è un certo Silencio Ruiz, un teppista di strada, che Paul contribuì a far condannare testimoniando per una rapina e che in Tribunale gridò al mondo la sua intenzione di vendicarsi una volta uscito di prigione. Ma Brandstetter non è affatto convinto. Di persone con un movente ce n’è più d’una, come per esempio Bruce Kilgore amante della Myers, o una misteriosa “Duchessa” implicata sicuramente in un traffico illegale di rifiuti tossici. E perché De Witt Gifford, bizzarro ed eccentrico vecchietto, proprietario di una specie di castello con tanto di torrette, ha pagato la cauzione e l’avvocato di Silencio Ruiz? Brandstetter nella sua ricerca della verità dovrà fare i conti con tutte queste piste e alla fine si troverà a considerare che la natura umana è piuttosto prevedibile e mossa non sempre solo dalla sete di denaro.
Ecco in breve la trama di Paura nella notte, romanzo che conferma le abilità narrative di Hansen, capace di tratteggiare efficaci affreschi sociali, colorire la narrazione con dialoghi pieni di spirito e di intelligenza, parlare d’amore con tenerezza e sensibilità, anche solo descrivendo una carezza, come quella che Brandstetter da a Cecil. Nessuna sbavatura, nessuna parola superflua, nessuna esibizione sopra le righe che possa cadere nel grottesco anche quando da vita al personaggio di De Witt Gifford, e sarebbe bastato veramente poco a trasformarlo in una caricatura o in una macchietta.
Hansen ha una pacatezza e un senso della misura che gli consentono, con naturalezza ed eleganza, di approfondire l’analisi psicologica dei personaggi con pochi tratti, quasi in uno schizzo narrativo, che se si osserva con attenzione ha nell’essenzialità la sua dote maggiore. La trama investigativa è come al solito robusta e unisce sprazzi di slancio ambientalista ad una calibrata esposizione dei fatti.
I problemi sociali della periferia di Los Angeles –  disoccupazione, povertà, violenza, crimine più o meno organizzato- emergono sullo sfondo come riflesso di una società malata e ingiusta e proprio il senso di giustizia tormenta il protagonista. E’ più giusto scoprire la verità o essere mossi dalla compassione e dalla generosità?
Traduzione di Franco Salvatorelli. Illustrazione di copertina di Onze.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Un’intervista con Giovanni D’Alessandro a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2013

tanaOggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.

L’hai già fatto tu. Aggiungo solo che da due anni non scrivo più sul quotidiano abruzzese, col quale continuo ad avere un rapporto di amicizia. Ho collaborazioni con quotidiani nazionali che considero preziose, perché intercettano il pubblico nella vita di ogni giorno ed è una frequenza cui tengo molto. Un esempio: il recente, copiosissimo, appassionato ritorno, soprattutto da imprenditori del nord Italia, che ho avuto per la “Lettera a un aspirante suicida” ospitata su Avvenire qualche giorno fa mi ha lasciato senza parole. Ho sentito il polso, ferito e pulsante, robusto e combattivo, teso e pronto a captare nuovi segmenti di mercato, di una fascia sociale, oggi piegata, ch’è stata l’orgoglio dell’hand made italiano. Hanno chiesto i miei riferimenti alla redazione e mi hanno scritto o telefonato imprenditori che fino a ieri avevano 200 operai e oggi vivono in un miniappartamento in affitto. Ho parlato con loro, anzi stabilito rapporti già profondi anche se nati da poco, con loro. Ci incontreremo. Il giornalismo è una scrittura preziosa, è il vissuto reale e quando riesci a sollevarlo verso una dimensione di dialogo, ti accorgi, a volte il giorno stesso della pubblicazione di un pezzo, se hai fatto centro. La narrativa pratica altri pentagrammi. E’ astrazione dal reale, fascinazione, affabulazione, ciò che non esclude possa avere anche valenza di approccio più avanzato alla realtà stessa. Sono due forme di scrittura autonome e  molto importanti per ogni “scrittore”, termine che non dev’essere sinonimo, come avviene di solito, di narratore. Io mi sento scrittore di pezzi per giornali almeno quanto lo sono di romanzi.

Hai esordito nel 1996 con il romanzo Se un Dio pietoso, edito da Donzelli. Un debutto felice, caso letterario dell’anno, tradotto in diverse lingue, finalista al premio Viareggio. Come è nato il tuo amore per la letteratura, specialmente anglosassone, e poi per la scrittura?

E’ nato dal fascino per i libri, maturato fin da bambino. Vengo da una famiglia di lettori, poco intellettualoidi, molto “sostanziali”. Casa mia era una casa di porte che si chiudevano, con gente ritirata a leggere ognuno nella sua stanza. Una tacita tregua di non interruzione delle alchimie magiche che avvenivano dietro quelle porte chiuse era condivisa naturalmente, senza bisogno di essere ricordata o formalizzata: se vedevi  uno sui libri, dicevi a chi lo cercava per telefono: chiama dopo.  Poi – usciti dall’antro delle alchimie- rientravamo nella vita di ogni giorno, con una decisa ironia e con divertimento. Ma restare ognuno col suo libro in mano, nel proprio habitat mentale e spirituale, era una parte della nostra quotidianità: un atto naturale quanto il respirare. Penso avessimo una predisposizione genetica ad affrontare la vita così. Eravamo e siamo, anche quelli che non ci sono più, born reader, lettori nati; con la stessa fascinazione anche per altre forme d’arte come il cinema o la musica. Il lettore nato è come un violino Stradivari o un Guarnieri del Gesù che deve essere scaldato dalla pratica, affinato dalla disciplina, premuto e sollecitato sulle corde per cavare da sé le note, fonde e acute, del buon legno da cui viene; per farsi strumento cioè di veicolazione di armonia, melodia, ritmo. Il lettore nato è come una nave che solo andando per mare entra nel suo elemento naturale e impara a navigare. Noi eravamo maneggiatori di libri. Grandi navigatori di storie – con solido ancoraggio alla realtà, se posso aggiungere. Il mio esordio nella narrativa avvenne in modo casuale nel 1996, con la pubblicazione del romanzo ambientato nell’Abruzzo del 1708 Se un Dio pietoso, il quale prende le mosse dal rovinoso terremoto che aveva devastato la città di origine della mia famiglia, Sulmona (oggi in provincia dell’Aquila) nel 1706, causando mille morti. Prima ero stato solo un lettore, non avevo scritto neanche una lettera d’amore a una fidanzatina o una mezza poesia; soltanto pubblicazioni giuridiche, in cui alcuni rilevavano per la verità un certo gusto per la parola. Ma a parte questo, nulla. Ero preda della classica ritrosia a scrivere del forte lettore. Tuttavia dopo il Classico, nel ’96 erano vent’anni ormai che gli studi tecnici di legge e la mia attività mi avevano allontanato dalla letteratura classica… qualcosa mi spingeva a cimentarmi col rimettere i piedi sul mio terreno di formazione. Risposi alla sollecitazione di un editore che chiudeva un punto vendita in Abruzzo, lamentando l’assenza di proposte narrative da autori abruzzesi. Penso adesso che non si riferisse neppure agli esordienti, ma io lo intesi così e buttai  giù un plot come se fosse stata un’ipotesi di pubblicazione giuridica. Lo faxai a mezzogiorno a lui e un altro notissimo editore nazionale. Il secondo mi chiamò due ore dopo per dirmi che voleva assolutamente pubblicare un romanzo con quel soggetto. Lo scrissi e l’anno dopo, il 1997, prese molti premi, fu lodato dalla critica, popolò le pagine dei media,  venne tradotto dai più importanti editori europei, per essere recensito e premiato anche all’estero. Poi stop. Totale. Per 8 anni. Era stato troppo? Non lo so. Incise anche una fase personale un po’ travagliata, ad allontanarmi da un terreno di bellezza che mi sembrava di non poter o voler ripercorrere in quella fase. Dal punto di vista editoriale, un suicidio, comunque, dopo un esordio del genere.

In seguito sono venuti i grandi editori: nel 2004 hai pubblicato con Mondatori I fuochi di Kelt, vincitore dello Scanno 2005; due anni dopo con Rizzoli La puttana del tedesco, vincitore del premio Fenice Europa 2007. Una carriera costellata di premi e riconoscimenti. In che misura il talento e il duro lavoro incidono in un successo? Di quali autori, italiani e stranieri, ti senti debitore?

La disciplina è il talento della costanza. Ripartire a scrivere dopo otto anni me l’ha insegnato. Una volta ripreso, non ho smesso più. O non entri in palestra o ti alleni costantemente. O non fai venir su i muscoli o li tempri, sennò si afflosciano. Gli autori italiani e stranieri di cui mi sento debitore? Tanti. Troppi per fare alcuni nomi, senza recar offesa agli omessi. Una certa predilezione c’è per i classici, perché nel classico c’è l’appeal universale, c’è la scintilla del genio nascosta in questa o quella pagina. Oggi si spacciano per classici dei non-scrittori che hanno pubblicato per contiguità e contatti, non sempre confessabili, con la grande editoria; non-scrittori che, dopo aver afflitto magari svariate generazioni di lettori, si autocelebrano in raccolte consuntive, postume o, com’è oggi invalso, in vita. Così la non-scrittura protratta per decenni si musealizza… in operazioni in “parallelo” (intelligenti pauca) e simili. E’ l’apoteosi del grottesco. Lo spaccio della bestia trionfante. Torno alla domanda: ho letto gli anglosassoni dal 1800 in poi. Ma anche i francesi. I tedeschi. I russi. Anzi no, non li ho letti. Li ho amati. Non importa quanto si legge, importa quanto si ama. Un rigo che da una pagina ti entra, e ti dilaga, nell’anima per accompagnarti tutta la vita, vale più di cento libri scorsi ma non posseduti, non fatti propri. Tra gli italiani come si fa a non amare Manzoni?  E’ così inquieto e inquietante. E la commossa profondità di Pomilio? La visionarietà di Bufalino? Il sognante desiderio di oblio di Tomasi di Lampedusa? L’incandescente distacco di Fenoglio, la panica magia di Buzzati, la lunare eleganza di Landolfi, l’appassionata asciuttezza di Magris… basta, ci fermiamo qui, sul limitare della selva selvaggia degli omessi in cui non dovevamo metter piede.

Quest’anno hai pubblicato La tana dell’odio, un romanzo doloroso su una ferita aperta dell’Europa, la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando si parla di guerra la si immagina sempre lontana, in Iraq, in Afganistan, separata dalla nostra quotidianità. Invece Sarajevo è ad un passo da noi, solo varcato l’Adriatico, il suo lungo assedio, documentato dai mezzi di informazione ci ha presentato un dramma che avveniva nel cuore dell’Europa. Come hai trattato questo tema nel tuo romanzo?

Partendo proprio dalle tue parole, dalle interrogazioni sul mistero del male – centro di ogni teologia e  filosofia, inesausta domanda che l’uomo rivolge a se stesso dagli albori della storia, anche il più vulnerato agnostico, anche il più fervido credente – perché questa assurda guerra colma di atrocità ne è un simbolo. Si è svolta nel cuore dell’Europa pochi anni fa, dal ’92 al ’95, con uno dei suoi epicentri nel martirio della capitale della Bosnia-Erzegovina Sarajevo, città iconica di una secolare integrazione  multietnica, multiculturale, multireligiosa, sulle cui bellissime montagne solo otto anni prima, nell’84, tutto il mondo era convenuto per le olimpiadi invernali. La storia non è magistra vita, non ha insegnato niente, né quella remota né quella recente; è maestra di rimozione, semmai. Le tane dell’odio sono sempre attive, sono tra noi, ma noi disimpariamo di volta in volta a individuarle e cercarle. Disimpariamo a riconoscere l’odio al suo stanarsi e prendere a strisciare tra di noi  perché non ripete mai le forme assunte in passato, le diversifica. Diabolico, cangiante, il male assume forme sempre più avanzate di quelle che può cogliere la labile percezione prodotta in noi dalla rimozione, dall’abbassamento del livello di guardia e dalla colpevole ignoranza, mascherata da informazione, che caratterizza questa società.

Protagonista de La tana dell’odio è Giuseppe Vegagni, nato Jusuf Samirovic. Allo scoppio della guerra era solo un bambino, anni dopo lo troviamo in Italia, adottato da una famiglia italiana, diventato medico. Parlaci del tuo personaggio, si ispira ad una persona realmente esistita? Assistere alla distruzione della sua famiglia di origine incide dolorosamente nella sua coscienza. In che misura la vendetta e il perdono si fanno largo nella sua anima?

Non è un romanzo sulla vendetta e lo avrebbe ucciso essere un romanzo dal facile accesso al  perdono: sono dimensioni troppo intime perchè uno scrittore possa violarle trasferendole in una narrazione. La tana dell’odio è un romanzo-monito sulla reviviscenza del male, sulle mortali ferite che produce nell’anima e sulla esigenza di sopravvivere ad esse per tornare a vivere. E’ una storia  sulla difficile mediazione tra memoria e cancellazione, dinamiche entrambe vitali. E indomabili.

Alla ricerca di se stesso, di un equilibrio che sembra incerto, minato dall’assassinio dei suoi genitori, decide di ritornare nei luoghi della sua infanzia in cerca della verità. Cosa trova?

Trova il passato, destinato però a rovesciarsi nel suo presente in un modo particolarissimo e crudele, come se fosse sempre stato in agguato per lui. Un passato che il protagonista sperava sepolto coi suoi cari, sulle cui tombe torna per la prima volta dopo vent’anni, dopo avere assistito alla loro tragica uccisione; mente non era affatto seppellito con loro. Ciò rende per lui più drammatica la mediazione di cui parlavamo prima.

Rimozione e memoria, in che misura questo binomio influenza la vita del protagonista?

Totalmente; rimozione, immagino intenda tu, non nel senso di allontanamento della memoria, bensì di riemersione da essa: il protagonista Jusuf-Peppe, nelle mie pagine è animato, lacerato, mosso da questo binomio.

Ricordare è dolorosamente necessario, penso per esempio alla tragedia della Shoah. Che relazione c’è tra il bisogno di cancellare il male e il perdono?

Secondo me? Il perdono (che  – torno a  dire – non è tema di questo mio romanzo politematico) nasce dalla coscienza del male subito e quindi dalla memoria. Il vero perdono se è tale, vale a dire dimensione finale di un approdo spirituale trascendente, non giustificato da logiche umane, non può che nascere, umanamente, dal doloroso ricordare che tu dici. Di più: dal coltivare il ricordo.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico del tuo romanzo, che regista sceglieresti, quali attori?

Giacomo Battiatio, autore del bellissimo Résolution 519, film poco distribuito in Italia e molto lodato all’estero dov’è stato prodotto e realizzato, sulla tragedia della Bosnia-Erzegovina: prende  nome dalla risoluzione dell’ONU la cui inapplicazione portò all’eccidio di Srebrenica e alle altre centinaia di stragi ed  efferatezze di questa guerra.

Nel finale c’è spazio per la luce della speranza?

Sì. Thanatos  – odio violenza morte – non prevale su Eros, forza vitale

Parlaci del titolo: come l’hai scelto, nasce da un proverbio?

Nasce da un proverbio prodotto dalla dolorosa saggezza dei Balcani, che funge da leitmotiv del romanzo : “L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole”. L’odio nella sua tana dorme un sonno leggero, sotto un esile strato di neve che il sole, ogni giorno senza colpa sorgendo, può sciogliere, ridestandolo.

Grazie della tua disponibilità, nel concludere questa intervista, permettimi un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

I muscoli vanno tenuti tonici! La palestra di cui parlavamo prima è aperta h24. E’ una dura palestra. Dopo la quale ci vorrà un po’ di riposo, dopo. Ma siamo già quasi a metà del nuovo romanzo che uscirà tra le strenne del ’14 e le prime settimane del ’15 con un nuovo editore. Sempre che l’editoria italiana sia ancora in piedi tra due anni.

:: Recensione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Dalai Editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013
Matt Bondurant

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“Perché avete tutti paura dei Bondurant? Mi dica solo questo”.
“Vuole che le dica qualcosa? Gli hanno tagliato la gola con un rasoio. Erano convinti che fosse morto, tutto quel sangue… Non ne aveva più nemmeno una goccia nelle vene. Ma se le dicessi che si è rialzato e ha camminato per più di quindici chilometri in una bufera di neve? Che ne pensa?
“Che è una gran bella storia”
“E lei ci crede?”
“No. E’ una leggenda. Una balla”.
“Be’, allora lei non ha nulla da temere”.

Può un libro diventare un’ ossessione?
Ma a me è successo che un libro diventasse un’ossessone con La contea più fradicia del mondo (The Wettest County in the World, 2008) di Matt Bondurant, pubblicato da Dalai Editore nella collana Romanzi e racconti. Sarà che il periodo in cui è ambientato, (Grande Depressione e Proibizionismo), mi ha da sempre interessato; sarà che si parla di uno scrittore come Sherwood Anderson, noto per la raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ogni appassionato di letteratura anglo-americana conosce, il cui talento forse a tutt’oggi non è ancora stato giustamente valutato e così sfortunato in vita da morire per aver inghiottito per sbaglio uno stecchino da denti in un cocktail party; sarà che è stato ispirato da una storia vera, la vita del nonno e dei prozii dell’autore, e oltre ad essere un romanzo storico, ben documentato, è anche una gangster story in cui buoni e cattivi si scambiano le parti; sarà che è uscito un film intitolato Lawless, e a volte il cinema pur quando non è al suo meglio, offre un ottimo servizio alla letteratura spingendoti a chiederti come sarà il romanzo da cui il film è tratto.
Per queste e forse altre ragioni più difficilmente identificabili leggere questo libro è diventato per me quasi un chiodo fisso e quando finalmente me ne sono procurata una copia la paura di rimanere delusa è stata tanta. Naturalmente se sto ora a parlarvene, la delusione non c’è stata anzi, mi sono divertita pure parecchio ad immaginarmi come doveva essere stata la vita dei contrabbandieri illegali di alcool nelle contee rurali della old Virginia, popolate di leggende e di gangster improvvisati e bizzarri, più avvezzi a scuoiare un maiale che a sparare con i fucili a pompa, con magari una corda invece che una cintura, la salopette di jeans, e la terra dei campi sotto le unghie.
Per non parlare delle donne che li hanno amati, donne volitive e determinate, rivisitazione in chiave proibizionista delle belle da saloon del vecchio West, come il personaggio di Maggie, il più bello a mio avviso ed evocativo di tutto il romanzo, o come il personaggio di Berta, suonatrice di mandolino, dall’animo ribelle e scanzonato seppur costretta negli abiti grigi e dimessi di una brava ragazza battista.
Se il Vecchio West incarna il lato allegro ed ottimistico del sogno americano, la Grande Depressione e il Proibizionismo ne incarnano la sua anima più dolente e tormentata e a questo proposito non posso non pensare alle bellissime foto di Dorothea Lange, che difficilmente si dimenticano una volta viste, e anche una foto compare sulla copertina, una foto di Jack presumo, nel romanzo l’autore cerca di ricreare il giorno in cui fu scattata. Starei ore a parlarvi di questo libro, ma  mi rendo conto che sto divagando e forse voi vorreste conoscere qualcosa in più della trama e dello stile di Matt Bondurant, che per inciso mi deve un’ intervista – se mi leggi sappi che aspetto ancora le tue risposte-.
Tornando alla trama, allora la storia si basa sui fatti e sul processo legati al The Great Moonshine Conspiracy Trial of 1935 avvenuto nella contea di Franklin, processo teso a dimostrare il reticolo di corruzione e ricatti che legava i moonschiners, distillatori illegali di whiskey, con le forze dell’ordine locali, sceriffo e procuratore legale in testa, anche se quest’ultimo, forse per i suoi agganci politici, sarà l’unico poi a farla franca.
Sherwood Anderson sulle tracce di una fantomatica contrabbandiera, Willie Carter Sharpe, l’unico essere umano in grado di sfrecciare giù per Grassy Hill al volante di una Ford, le cui gesta il vero Anderson racconterà in Kit Brandon, si imbatte nei fratelli Bondurant: Howard, Forrest e Jack. Paladini di una lotta personale con la legge che non solo infrangono contrabbandando alcool, ma anche schierandosi platealmente contro all’idea di pagare sottobanco le forze dell’ordine per continuare i loro traffici. Proprio per questo, in quel celebre processo non sedettero sul banco degli accusati, ma furono sentiti come semplici testimoni dei fatti accaduti.
La contea più fradicia del mondo, frase coniata dallo stesso Anderson per descrivere la contea di Franklin, è una saga familiare, dai toni epici e violenti, che raffigura un mondo rude e nello stesso tempo liricamente tratteggiato, capace di evocare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più, forse l’innocenza di una nazione che nel periodo più difficile della sua storia, gravato da una crisi economica che degenerò nella Seconda Guerra Mondiale, riuscì a rafforzare quei legami di solidarietà e di fratellanza, quell’ amore per la libertà e una giustizia ben superiore ai giochi di potere della legge costituita.
Una certa anarchia soffia per tutto il romanzo, un’allegra avversione verso la giustizia umana, nelle cui pieghe corruzione, sopraffazione e sadico amore per la violenza in sé vengono combattuti da Robin Hood in salopette e stivali da contrabbandiere. Questo mondo di certo non c’è più, ma nelle pagine di questo libro ancora vive, ed è bello che sia così. Traduzione di Paolo Falcone.

Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.

Liberi di scrivere intervista Matt Bondurant: qui

Source: acquisto personale

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:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2013

stagnoQuel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.

Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale,  tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.

Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.

Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.