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Un’intervista con Dario Flaccovio a cura di Giulietta Iannone

4 Maggio 2013

dario-flaccovioBenvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?

Un editore innamoratissimo del suo lavoro, sin da prima di farlo.

Come è nata la Dario Flaccovio Editore? Chi sono i suoi fondatori? Quando tutto è iniziato?

Nasce come evoluzione maturata all’interno della mia iniziale attività di libraio: avevo infatti due librerie, aperte nel 1972 e nel 1976. Dal 1980, anno di apertura della casa editrice, è stato un continuo crescendo che mi ha convinto agli inizi del 2000 a cedere le due librerie per dedicarmi solo alla attività di editore. Le mie due ex librerie sono ancora in attività, con i nuovi proprietari. Le attività sono state intraprese sin dall’inizio con mia moglie, Marisa Dolcemascolo, perno amministrativo della struttura aziendale, e il futuro è rappresentato da mio figlio Enrico, che dopo anni di formazione a Milano, ha scelto il ritorno a Palermo e all’attività di famiglia.

Fare cultura a Palermo è una sfida coraggiosa, una sfida di civiltà, di amore per la condivisione del sapere, della bellezza. Ricevete aiuti statali? Ci sono enti che, non solo con sovvenzioni, supportano il vostro lavoro?

Fare cultura è una sfida coraggiosa dovunque, non solo a Palermo. Qui abbiamo a nostro carico qualcosa che si chiama “distanza fisica” dal continente e dai centri nevralgici delle principali attività industriali e commerciali, posizionati tutti nel centro/nord del Paese. E’ un costo oggettivo e notevole. Consideri che da sempre, quando devo incontrare un autore o un possibile autore per un approccio o una proposta, devo attraversare l’Italia in tutte le direzioni geografiche. Se vivessi a Roma o Milano i costi sarebbero men che dimezzati. Ma di bello c’è che da Palermo sono riuscito ad abbattere l’aspetto più negativo di questa “distanza”e sia i nostri autori che il nostro pubblico, grazie alla nostra presenza e continua proposizione, sentono che Palermo è più vicina di quanto si possa pensare.
Quanto a enti e possibili sovvenzioni, siamo notoriamente editori indipendenti e ci manteniamo rigorosamente al di fuori dell’ambiente politico e clientelare di cui le sovvenzioni (quando ci sono) sono sinonimo; abbiamo sempre preferito camminare con le nostre gambe e la nostra testa, che sinora non ci hanno mai tradito.

Molti giovani saranno curiosi di conoscere la parte più nascosta del suo lavoro. Può raccontarci una sua giornata tipo?

Oggi è una giornata abbastanza riposante. Potendo contare su uno staff super attivo, mi limito a un aggiornamento esasperante e alla continua ricerca di autori e argomenti nuovi validamente supportato da mio figlio Enrico che mostra di avere notevoli capacità e spesso mi surclassa.

Quali sono i pilastri su cui si regge la sua impresa? L’editore è ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

L’editore è l’industriale più artigiano che ci sia. Oggi come sempre le regole del business vanno rispettate, ma al primo posto c’è sempre la qualità della proposta: se non soddisfi la tua clientela, non avrai mai né durata né riconoscibilità.

L’editoria sta attraversando un momento di crisi, le librerie chiudono, anche molti editori anche medi chiudono. Certo non c’è una ricetta per curare tutti i mali ma seconda lei quali sono le cause reali inserite certo in una crisi globalizzata mondiale? Quali i rimedi più efficaci?

Bè, mi attribuisce una bella responsabilità nell’individuare cause e rimedi… Penso solo che stiamo vivendo un’epoca di grandissima trasformazione e riuscirà a superarla chi avrà capito qualcosa di quello che sta accadendo, adeguandosi alle nuove necessità che queste trasformazioni richiedono.

Recentemente avete pubblicato anche collane di gialli e narrativa e fantasy. Pensate che la diversificazione, sia un metodo efficace per crescere?

Certo, quanto meno ti mette a contatto con realtà diverse da quelle con le quali ti confronti usualmente e ti consente di esaminare più a fondo le tue capacità.

Il mercato editoriale sta attraversando una rivoluzione oserei dire copernicana. Voi siete diciamo un’eccellenza nel campo dell’editoria specializzata in letteratura tecnica e professionale. Ma l’ebook sostituirà davvero il libro di carta? Quali sono ancora i maggiori ostacoli verso questa trasformazione?

No, l’ebook non sostuirà il libro di carta. Il libro tradizionale e l’ebook sono due prodotti paralleli, che si integreranno e vivranno affiancati. L’avanzata dell’editoria elettronica apre nuove frontiere e vantaggi che certo la carta stampata non può offrire. La rivoluzione vera avverrà con la generazione che inizierà a studiare sin dalla prima elementare sul tablet. Si vedrà allora cosa può succedere. Oggi l’editoria tradizionale si sta ridimensionando, e ancor più si ridimensionerà, e credo proprio che non sia un male questo. E’ giusto che ogni anno si stampino milioni di copie tra libri e riviste e giornali che vanno a finire in gran parte al macero? Non è meglio, alla fine, che anche l’ambiente sia salvaguardato? I librai e gli editori che si rispettano dovranno adeguatamente riconvertirsi rendendosi conto che l’evoluzione tecnologica non è il diavolo, va seguita, assecondata. Arriveremo, se ci si saprà organizzare, anche ad acquistare ebook in libreria, insieme ai libri di carta. Si tratta di impegnarsi nella trasformazione, tutti. Quando arrivò la televisione, si disse che la radio era morta. Cosa vediamo oggi a distanza di sessant’anni? Che oggi la radio è più in voga che mai, ha sempre nuovi estimatori e si è enormemente avvantaggiata grazie anche ai canali satellitari e digitali.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

Possiamo fare abbastanza poco, in verità. L’avvicinamento alla lettura deve nascere dalla famiglia, dalla scuola, dal sistema…

Cosa ne pensa della critica letteraria italiana? E’ indipendente, corretta, professionale?

Penso semplicemente che i critici facciano il loro lavoro. Per come si fa oggi in Italia. Non è una cosa entusiasmante, ma è importante che ci sia, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo esercizio può offrire.

Accanto alla critica diciamo istituzionale  ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensa? Sono una valido strumento di promozione, specie per gli autori esordienti? Quali sono quelli che legge più spesso?

Forse sono un po’ troppi. Sta un po’ succedendo quello che accade con le proposte editoriali: tutti sono convinti di essere scrittori. Tutti fanno blog. Però è una nuova forma di comunicazione, alla fine ben venga: la pluralità è sempre un valore. Non sono assiduo nella lettura dei blog, mi dedico maggiormente all’area scientifica e tecnica, la mia passione.

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

I social, nuovi sistemi di comunicazione dai quali ormai non si può prescindere. I risultati sono decisamente interessanti.

Quali sono le novità maggiori per i prossimi mesi di Dario Flaccovio Editore?

Nel campo della varia abbiamo in uscita alcune ristampe tra cui Palermo al tempo del vinile un libro pubblicato a novembre e subito andato esaurito, Palermo è… il primo libro che Gaetano Basile pubblicò con noi e Via Libertà ieri e oggi un cult ormai passato in edizione economica che continua ad affascinare. Tra le novità, un importante libro sulle feste e sagre che si svolgono in Sicilia, dal titolo curioso Sagre Magìc che fa il verso all’Arbre magique, il deodorante per auto, essendo una guida da tenere in auto quando si decide di andare per sagre. Un libro che veramente mancava e sarà in libreria a giorni. Ancora, sarà a breve disponibile un interessantissimo saggio su Massoneria e Chiesa, che farà molto discutere. Nel campo tecnico, le cito solo qualcosa di siciliano, un testo indispensabile e unico per la sua qualità, l’ottava edizione di Edilizia privata in Sicilia di Giuseppe Monteleone, che non c’è professionista siciliano che non apprezzi e non possieda per la sua completezza.

:: Recensione di Buongiorno Principessa di Francisco De Paula (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2013

Buongiorno principessaIl mondo dei teenager è un mondo a parte, noi adulti possiamo solo osservarlo ricordandoci come eravamo alla loro età, con certo meno internet, smartphone, e-reader e tutti quei congegni tecnologici che oggi sembrano indispensabili e che rendono simili, e forse un po’ omologati, i ragazzi di Seattle, come quelli di Milano o quelli di Madrid, come in questo romanzo Buongiorno Principessa (Buoenos dias, Prinsesa!, 2012) di Francisco De Paula, tradotto dal casigliano da Silvia Bugliolo ed edito da Corbaccio. La copertina molto simpatica, raffigurante un cuore con le ali, dà subito l’idea del pubblico di lettori a cui è indirizzato: giovanissimi, ragazzi come Bruno, Elisabet, Ester, Maria, Raul e Valeria, sedicenni madrileni, legati da una profonda amicizia, che insieme cercano di crescere, e di conoscere il mondo degli adulti, di vincere la timidezza, di conquistare l’amore. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, la lealtà, sono infatti temi importanti a quell’età, quasi scoperti per la prima volta, resi preziosi forse come in nessun altra età della vita e Francisco De Paula si impegna a cercare di analizzarli con un stile semplice e fresco, spiritoso e moderno. Forse se avessi letto questo libro a sedici anni mi sarei immedesimata maggiormente, ora vedo le loro storie un po’ con l’occhio critico di chi sorride con tenerezza per avvenimenti che a quell’età sono serissimi, o di chi considera superficialità certi atteggiamenti forse solo spontanei e spensierati. Premetto che non ho letto Moccia a cui il libro è accostato e tendo a diffidare delle opere generazionali, ma considerando il pubblico a cui è rivolto, è un romanzo piacevole, forse troppo lineare e senza malizia, ma il tipo di lettura che una volta si diceva i genitori avrebbero apprezzato che i figli leggessero. Il mondo tratteggiato nel romanzo, soffuso dai tratti della commedia più che del dramma, anche se piccoli drammi ce ne sono nel romanzo dalla separazione dei genitori, alla crisi economica che non permette di spendere soldi in svaghi superflui, dai sentimenti non corrisposti agli abbandoni, ha comunque un che di fiabesco; ma a volte è bello sognare, sperare che le avversità siano sempre limitate, che la vita non ci gravi con i suoi pesi di sofferenza e infelicità a volte troppo grandi da sopportare. E la storia di questi ragazzi ha questo di bello, non ferisce, non scoraggia, non causa amarezza. Forse mi sono maggiormente identificata con Valeria, personaggio che più mi somiglia, e infatti la sua storia è quella che ho seguito con più interesse ricordandomi come ero un tempo, e forse sono ancora sotto la maschera che da adulti indossiamo. Il libro finisce con un interrogativo, dovremo aspettare i prossimi romanzi per sapere di più del misterioso César, ma non si dovrà aspettare troppo, uscirà infatti già il 30 maggio il prossimo episodio dal titolo Il Club degli incompresi.

Francisco de Paula è nato a Siviglia. Si è iscritto alla facoltà di Legge ma dopo un anno ha deciso di cambiare vita e si è trasferito a Madrid dove ha studiato giornalismo all’Università Europea. Ha collaborato con diverse testate e parallelamente ha coltivato la sua grande passione per la scrittura, alla quale ormai si dedica a tempo pieno. È autore della trilogia «Canciones para Paula», una serie di romanzi nati in rete, così come Buongiorno Principessa! Che, una volta pubblicato in Spagna, è diventato un caso editoriale entrando subito nella classifica dei libri più venduti e affermandosi come il romanzo dei teenager del terzo millennio.

:: Recensione di Non è come pensi di Sophie Hannah (Garzanti, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2013

Hannah-Non è come pensiNon è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.

Sophie Hannah vive a Cambridge con il marito e i due figli. È poetessa e autrice di racconti che le hanno valso premi prestigiosi, tra cui il Daphne Du Maurier Festival Short Story Competition. I suoi romanzi, editi in sedici paesi, sono sempre al vertice delle classifiche a poche settimane dall’uscita. Con Garzanti ha pubblicato anche Non è mia figlia, Non è lui, Non ti credo, Non è un gioco e La culla buia.

:: Un’intervista con Mark Pryor

16 aprile 2013

il libraio di parigiCiao Mark. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mark Pryor? Punti di forza e di debolezza.

Chi sono io? Domanda complicata … ma prima di tutto penso a me stesso come un marito, e padre di tre bellissimi bambini. Sono una persona molto attiva. Gioco a calcio in un campionato competitivo, e mi piace viaggiare ogni volta che posso. I miei punti di forza sarebbero … beh, mi piace far ridere la gente. Non prendo me stesso o il mondo troppo sul serio, e penso che non ci sia mai abbastanza da ridere. Per quanto riguarda i punti deboli, penso che quello più grande sia la mia  totale incapacità di parlare delle mie debolezze. Cosa ne pensi del mio modo di glissare?!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una fattoria in Inghilterra e mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo 25 anni. Devi sapere che mia madre è americana, e sono venuto in America solo in viaggio, ma mi sono innamorato del paese e ho deciso di trasferirmi. Sono stato molto fortunato, il posto in cui sono cresciuto aveva un parco giochi enorme per me e per il mio migliore amico e mi ha dato la capacità si apprezzare la natura e il paesaggio. Anche se vivo in una città ormai, ho sempre voglia di uscire in ampi spazi aperti e con la mia famiglia vado in campeggio ogni volta che posso. Per quanto riguarda i miei studi, beh, ho un diploma in giornalismo presso un college in Inghilterra, e un altro diploma conseguito in una università qui negli Stati Uniti. Ho anche una laurea americana in legge.

Che lavori hai svolto in passato? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

In Inghilterra ho studiato giornalismo e ho lavorato come giornalista a Colchester per tre anni. Mi occupavo di cronaca nera, ma devo dire che era un posto molto tranquillo – nulla di davvero violento, e niente di molto eccitante insomma! Era una città molto diversa dalla città in cui vivo ora, Austin, Texas. Poi, quando sono arrivato negli Stati Uniti, ho deciso di diventare avvocato e così ho studiato legge qui. Dopo di che, ho lavorato per un grande studio legale di Dallas prima di trasferirmi ad Austin e diventare un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale. Lavoro qui da circa quattro anni, e gestisco i casi di omicidio, stupri, rapine … praticamente ogni tipo di grave procedimento penale che si possa pensare. E ‘un lavoro molto gratificante, mi sento davvero di stare facendo qualcosa di utile per rendere più sicura la mia comunità e aiutare le vittime dei reati.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

E ‘qualcosa che è sempre stato dentro di me. Sono sempre stato occupato a scarabocchiare idee per delle storie, a scrivere racconti. Così non è stato che improvvisamente sono diventato uno scrittore, ho solo deciso, circa dieci anni fa, di prendere tutto sul serio, e ho iniziato a cercare di scrivere un romanzo con l’obbiettivo di farlo pubblicare. Ho una fantasia molto attiva, quindi ho deciso che mi sarei allontano dal giornalismo e avrei provato con la fiction.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Beh, per darti un’idea, Il libraio di Parigi è stato il terzo romanzo che ho finito e ho cercato di vendere. Dei primi due non se ne è fatto niente, ho il sospetto che proprio non fossero molto buoni. E sì, attraverso questa esperienza ho imparato molto sui rifiuti, probabilmente ho contattato e sono stato respinto da più di 100 agenti per quei libri. Il libraio di Parigi ha riscosso più interesse da parte degli agenti letterari, e abbastanza rapidamente, quindi ho saputo di aver scritto qualcosa di buono. Ma anche così, è stato un processo lungo e talvolta faticoso.
Il libro mi ha richiesto circa sei mesi per scriverlo, e l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi con mia moglie. Ho afferrato una penna e un taccuino da un negozio nelle vicinanze e ci siamo seduti in un bar fino a quando ho avuto l’idea di base della storia. Poi, una volta scritto il romanzo, il mio agente mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato a migliorare il libro. Le è voluto circa un anno per trovare un editore, ma sono rimasto basito quando volevano offrirmi un contratto di tre libri per la serie. Avevo scritto il secondo, The Crypt Thief, ma nemmeno pensavo ad un terzo!

Il tuo primo romanzo, The Bookseller (2012), ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo Il Libraio di Parigi, è un romanzo fantastico per chi ami Parigi e i libri. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Cosa ti ha spinto a scriverlo? E ‘ispirato ad una storia vera?

Grazie. Come ho già detto, l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi. E’ quel tipo di posto, capace di ispirarti. Se ricordo bene, ho visto i librai della Senna e ho capito che dovevo scrivere una storia in cui non solo fossero presenti, ma avessero un ruolo fondamentale. Poi ho fatto una partita di  “E se?” Allora, che cosa sarebbe successo se un libraio fosse scomparso? E se fosse stato un amico del mio personaggio principale? Che cosa sarebbe successo se un altro libraio fosse scomparso … e così via, creando piccole risposte per ciascuna domanda. Volevo anche, come avrete notato, creare un romanzo in cui Parigi fosse la star. Volevo che il lettore che già conosceva la città desiderasse tornarci, e il lettore che non ci fosse mai stato, desiderasse visitarla per la prima volta. So che molti miei lettori l’hanno fatto​​, proprio questa settimana un mio collega mi ha detto che sua moglie ha letto il libro e gli ha ordinato di portarla a Parigi! Non è tratto da una storia vera, no, e infatti ho dovuto inventare alcuni elementi per rendere il complotto. Sono contento che sia finzione, però, odierei vedere quei meravigliosi librai scomparire!

Perché hai deciso di scrivere Il libraio di Parigi?

Oltre ad avere una idea solida per la storia, penso che fosse il momento giusto per me di impegnarmi per mettere insieme un romanzo completo. Mia moglie mi ha sostenuto, nel senso che mi a dato il tempo a casa per scriverlo, e il mio lavoro mi ha permesso di dedicare tempo ed energia mentale per il libro. E, onestamente, è bastato scrivere di Parigi per avere una fonte di ispirazione, era lei il carburante di quello che ho scritto.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Hugo Marston. Potresti dire ai lettori che cosa succede?

Assolutamente. Hugo è il capo della sicurezza presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Il suo capo, l’ambasciatore, gli ha detto di prendersi una vacanza, anche se lui non ne ha alcuna voglia. La moglie di Hugo l’ ha appena lasciato e lui non sa dove andare in vacanza, e nessuno con cui andarci. Il libro inizia con lui che vaga lungo le rive della Senna. Si ferma a comprare un libro, o due, da un libraio di nome Max, un uomo più anziano che è diventato negli ultimi anni amico di Hugo. Vedete, Hugo è collezionista dilettante di libri. Mentre stanno accordandosi per l’acquisto di due libri, un uomo appare dal nulla e punta una pistola alla testa di Max. Lo trascina verso il fiume e lo costringe a salire su una barca, che si allontana. Hugo deve stare lì a guardare mentre il suo vecchio amico viene rapito, e quando la polizia mostra una strana mancanza di interesse,  decide che il tempo della sua vacanza può essere ben speso a caccia di Max, e di chi lo ha rapito.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Certamente. La trama ruota intorno a Hugo che cerca di ritrovare Max. Ma qualcuno lo aiuta nella nella sua ricerca, però. Il suo amico Tom Green, un ex agente della CIA, un amico di lunga data di Hugo, un po’ un ubriacone, con un debole per le donne e le parolacce. Hugo incontra anche Claudia, una giornalista francese, che gli offre il suo aiuto. Quando diversi librai cominciano a sparire, Hugo deve capire se Max sia stato coinvolto in qualcosa di illegale, o se ci fosse qualcosa nel suo passato che abbia iniziato a innescare questa catena di eventi. (Mi dispiace essere vago, ma non voglio svelare troppo!)

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Hugo Marston?

Fisicamente, Hugo è un uomo imponente. Alto, bello, e ha un modo di fare affascinante e gentile con le persone. Lo descriverei più come un osservatore che non un giocatore, vale a dire che preferisce in un contesto di gruppo lasciare che gli altri prendano l’iniziativa fino a che non è certo di sapere che cosa stia succedendo. Parte di questo deriva dal suo lavoro passato come ex profiler comportamentale per l’FBI, è stato infatti ben addestrato nell’individuare i difetti e le motivazioni delle persone. Così, è tranquillo ma non introverso. E ‘un uomo molto sicuro di sé, ma non arrogante. Ama piuttosto leggere un libro che guardare la TV e ama vivere a Parigi. E’ di Austin, Texas, e per tutta la sua carriera ha indossato gli stivali da cowboy, e ne ha tre coppie tra cui scegliere: casual, funzionale per il lavoro, e formale.

Max è un vecchio bouquiniste con un passato come “cacciatore di nazisti”. Ci puoi parlare di lui?

Sì. In un primo momento e anche se sono amici, Hugo non sa molto di Max. Nemmeno il suo cognome. Lo conosce davvero solo dopo che è stato rapito, e una delle cose che scopre è che Max è un sopravvissuto all’Olocausto. Non solo, ma il vecchio ha trascorso diversi anni dando la caccia ai nazisti dopo la guerra, così Hugo deve indagare se forse quella parte della storia di Max è tornata a tormentarlo. Anche Max è un uomo divertente, leggermente amaro e sarcastico, ma in modo onesto, ed è molto affascinante. A volte penso a lui come ad una versione precedente di Tom, sono molto simili e ciò spiega perché Hugo e Max vanno così d’accordo.

Claudia è una giornalista, una tipica parigina. Il nuovo amore di Hugo. Potresti dirci qualcosa su di lei?

Claudia è un po ‘come Hugo. E’ molto indipendente, forte, fieramente leale con suo padre, e ha un po’ paura di impegnarsi. Inoltre, come Hugo era sposata con qualcuno che è morto tragicamente, in un certo senso indossano la stessa cicatrice, per così dire. E’ romantica, ma anche molto realista, quindi sarà interessante vedere come lei e Hugo continueranno a sviluppare la loro romantica amicizia.

Tom Green è un agente della CIA, ex agente dell’FBI come Hugo. Qual è il suo ruolo nel tuo libro?

Tom è il migliore amico di Hugo. E’ in un certo senso controbilancia il personaggio di Hugo,  può dire e fare tutto quello che è grossolano e pericoloso (e legalmente discutibile!) Cose che Hugo non fa. Da scrittore, il suo personaggio è un gioiello – Posso inserirlo in situazioni uscite fuori dal nulla e farlo attingere alle sue risorse nella CIA se c’è un problema che deve essere risolto, e risolto in fretta. Ma lui è un uomo complesso. Tutta la sua millanteria e la sua passione per il bere, le sua caccia alle donne  e il suo essere sempre in cerca di guai, sono in parte il risultato del suo tempo passato nella CIA. E’ provato e stanco, ha visto un sacco di cose che avrebbero fatto impazzire chiunque altro, così come tutti gli altri cerca di avere a che fare con i propri demoni nel modo migliore che può.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Non consapevolmente, no. Sono più propenso ad inserire i miei interessi personali (l’analisi comportamentale, Parigi, ecc.) E le mie esperienze di vita reale non sono così interessanti come quelle di Hugo o di Tom, quindi non sono sicuro che varrebbe la pena scriverle!

Immagina che Hollywood ti chiami, quali attori indicheresti per le parti di Hugo, Tom e Claudia?

Ooh, grande domanda. Per Hugo mi piace George Clooney. Lo so che non è una scelta molto originale ma realmente penso che Clooney sia adatto. Per Tom, qualcuno come Philip Seymour-Hoffman. Lui è un grande attore e perfetto per il ruolo. Per Claudia, mi piacerebbe una attrice francese, Marion Cotillard sarebbe l’ideale. Spero che uno o tutti loro leggano questa intervista …!

Il tuo secondo romanzo, The Crypt Thief, sarà pubblicato in maggio in America. Potresti parlarne? Quando uscirà in Italia?

Mi piacerebbe parlarne, infatti ecco il riassunto della trama:
E ‘estate a Parigi e due turisti vengono uccisi nel cimitero di Père Lachaise di fronte alla tomba di Jim Morrison. Il cimitero è bloccato e messo sotto sorveglianza, ma l’assassino ritorna, svolazza dentro come un fantasma, ed entra nella cripta di una ballerina del Moulin Rouge morta da tempo. Poi scompare con il favore della notte con una parte del suo scheletro. Uno dei turisti morti è un americano e l’altra è una donna legata ad un sospetto terrorista, così l’ambasciatore degli Stati Uniti manda il suo uomo migliore Hugo Marston – capo della sicurezza dell’ambasciata -per aiutare la polizia francese con le indagine. Quando il ladro irrompe in un’altra cripta in un cimitero diverso, rubando le ossa da una seconda famosa ballerina, Hugo è perplesso. Come agisce questo killer invisibile? E perché sta rubando le ossa di alcune famose ragazze del can can? Hugo indaga nei segreti dei cimiteri, ma presto si rende conto che le vecchie ossa non sono tutto quello che l’ assassino vuole. . .  Sono abbastanza contento perché ha già ottenuto alcune ottime recensioni, sono molto impaziente che esca sugli scaffali. E sì, sicuramente uscirà in Italia, ma ho paura di non sapere la data esatta (è ancora vaga). Non sono stato in stretto contatto con il mio editore per questo, probabilmente perché stanno lavorando con Il libraio di Parigi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certo, ce ne sono molti che amo. Uno è Alan Furst, che ambienta anche i suoi libri in Europa. Lui è un grande scrittore di spionaggio, e ha un dono incredibile, quando si tratta di fare sentire il lettore veramente come se stesse in qualunque città stia descrivendo. Ho sicuramente cercato di imparare da lui. Altri scrittori moderni, fammi pensare. Mi piace Fred Vargas, la giallista francese. Adoro gli elementi leggermente mistici che si insinuano nei suoi libri, e lei è brava a creare personaggi memorabili. Tana French è anche meravigliosa, un genio con il linguaggio e le immagini, e per il suo modo avvincente di raccontare amo molto William Landay.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un romanzo ‘noir’ di James Crumley, si chiama The Last Good Kiss. Un amico della mia libreria locale me l’ha consigliato, e mi sto divertendo molto. Inoltre ho deciso che leggerò più libri noir.

Ti piace fare tour letterari ? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono molto le presentazioni. Mi piace parlare del mio viaggio verso la pubblicazione e mi piace condividere la mia esperienza con i lettori che sono anche scrittori che stanno cercando di farsi pubblicare. E mi piace incontrare le persone che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti, è un vero onore perché mi sento in debito con loro in qualche modo. A volte non riesco a credere di essere in questa posizione, uno scrittore pubblicato con i libri che vendono, per cui questi eventi sono un segno che sta succedendo davvero! Quindi, ecco una storia: in uno di questi eventi una donna si avvicinò al tavolo dove stavo firmando i libri e mi porse il libro che aveva comprato. A quel punto, mi aspettavo che mi dicesse il suo nome in modo da poter personalizzare la firma, ma lei mi fissò. Mi sorrise e disse: “Ciao, come stai?”  Ma lei non mi disse chi era, si limitò a fissarmi. Allora io dissi: “A chi devo dedicare questo libro?” Stavo cercando di essere gentile come potevo, perché, bene, non ero sicuro di quello che stava succedendo e se non altro questa donna aveva preso il tempo e la briga di venire all’ evento. Lei mi guarda e dice: “Per me.” E poi inizia a sillabare il suo nome. E ‘a metà strada mi rendo conto, Oh mio Dio, io la conosco! Beh, avevamo lavorato insieme per un anno ed eravamo stati amici, ma erano passati un paio di anni da quando l’avevo vista e lei aveva cambiato la sua acconciatura e cambiato completamente il colore dei capelli! Ero abbastanza imbarazzato, ma lei è una grande e ha semplicemente riso.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Amo stare in contatto con i miei lettori, davvero. Rispondo personalmente a tutti coloro che sono così gentili da scrivermi, e il modo migliore per contattarmi è tramite il modulo di contatto sul mio sito, che è http://www.markpryorbooks.com (non mi piace mettere il mio indirizzo di posta elettronica direttamente su Internet, dopo ti trovi sempre un sacco di spam.)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho ancora mai visitato l’Italia, ma mi piacerebbe. Infatti, dato che il mio editore mi ha dato il via libera per ambientare i futuri libri di Hugo Marston in diverse parti d’Europa, forse l’Italia è in cima alla lista. E dove va Hugo, devo andare prima anche io per fare ricerche!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

In questo momento sto lavorando al terzo romanzo di Hugo. Si intitola The Blood Promise e sono letteralmente ad una settimana di distanza dal finire la prima stesura. Una volta finito, dovrò passare un mese a fare editing, che è sempre piuttosto faticoso. Ma poi spero di essere in grado di prendere un periodo di pausa (una settimana, due settimane …!) E poi iniziare a pensare al quarto della serie. Ho Londra e Barcellona, ​​in fila, ma ora sto pensando a Firenze? Roma? Qualche luogo in Italia dovrebbe essere il prossimo della lista, non pensi?

:: Recensione di Il libraio di Parigi di Mark Pryor (Time Crime, 2013)

15 aprile 2013
il libraio di parigi

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Il libraio di Parigi (The Bookseller, 2012) esordio del texano Mark Pryor, edito da Time Crime e tradotto da Tommaso Tocci, è una piacevole sorpresa che sono certa apprezzerete quanto ho apprezzato io. Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima, uscirà in libreria il 18 aprile, e so per certo che l’intervista che farò all’autore è la prima che concede all’estero, per cui mi sento un po’ come quei talent scout che scovano bei libri, quasi per caso.
Già leggendo la trama avevo capito che era uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere: innanzitutto è ambientato a Parigi, una Parigi un po’ deformata dalla fantasia dell’autore, che si premura di dirci delle libertà che si è preso riguardo alla Storia e alla geografia dei luoghi, una Parigi vista con gli occhi di uno straniero, il protagonista è un americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, ma pur sempre una città ricca di atmosfera, di caffè tipici, di ristoranti galleggianti sulla Senna, di bouquiniste con le loro bancarelle di libri preziosi.
Poi una sottotrama del libro ci riporta alla Seconda Guerra Mondiale, alla caccia data ai Nazisti e ai collaborazionisti nella Francia del dopoguerra. Il protagonista, Hugo Marston, una sorta di Cary Grant con gli stivali da cowboy, seppure smaccatamente americano, è decisamente simpatico, onesto, coraggioso, un po’ sbruffone ma mai quanto l’amico Tom Green, agente della Cia obeso e sboccato, sempre tentato di risolvere le cose piuttosto radicalmente, che l’aiuterà nell’indagine.
Poi siamo a Parigi, volete che non ci sia una storia d’amore con una bella parigina? E soprattutto come tutti i bibliofili più accaniti non potevo non essere affascinata del fatto che si parli di libri, di prime edizioni che possono valere 500.000 Euro trovate quasi per caso e comprate per cifre irrisorie dai bouquiniste, un’ istituzione a Parigi con tanto di sindacato e tradizioni, di libri che contengono segreti terribili rimasti sepolti per decenni, per cui si è disposti a tutto pur di ritrovarli, anche a rivolgersi senza volerlo a chi non è quello che sembra, a chi non ha remore di uccidere pur ti ottenere quello che vuole.
Tutto ha inizio una giornata di inverno nei pressi di una bancarella di libri a Pont Neuf. Hugo Marston capo della sicurezza presso l’ambasciata degli Stati Uniti, e suo malgrado in vacanza, vaga lungo la Senna in cerca di un libro da regalare alla sua ex moglie Christine, che da poco l’ha lasciato, e  che forse vuole riconquistare. Arrivato alla bancarella del suo amico Max, un anziano bouquiniste un po’ bizzarro che conosce da anni, scova due libri interessanti: Une saison en enfer di Rimbaud con tanto di dedica a Paul Verlaine, e un Agatha Christie prima edizione. Sfoglia casualmente un Della guerra di Carl von Clausewitz, ma Max si affretta a metterlo via, dicendo che quello non è in vendita. Poi sotto i suoi occhi Max viene rapito.
Non ostante la sua testimonianza la polizia non è intenzionata a dare l’avvio all’inchiesta per la dichiarazione di alcuni che asseriscono che Max sia andato via di sua spontanea volontà. Hugo certo non ha intenzione di rimanere con le mani in mano e inizia una sua personale indagine alla ricerca del suo amico. Scoprirà di lui cose strane, che si chiama Max Koche, che la Cia ha un dossier su di lui, e che collaborò con Serge e Beate Klarsfeld, famigerati cacciatori di nazisti.
Sempre ostacolato dalla polizia, e dallo stesso ambasciatore Taylor che gli intima di non mettersi in mezzo in una storia di competenza dei francesi, troverà come alleati l’amico Tom, agente della Cia venuto a Parigi e stanco di essere stato messo a passare carte dopo una vita sul campo e la giornalista Claudia Roux, con la quale vivrà una storia d’amore e si scoprirà essere la figlia di un conte legato alla sparizione di Max. Quando altri bouquiniste vengono rapiti e ritrovati morti nella Senna, la polizia finalmente decide di intervenire e le indagini passano a Garcia, un poliziotto francese che sospetta del marcio all’interno della polizia. Quello che scopriranno grazie all’intuito di Hugo, e che di certo non vi anticipo, è un piano diabolico che spero nessun delinquente prenderà mai in seria considerazione.
A maggio in America uscirà la prossima avventura di Hugo Marston dal titolo The Crypt Thief e quello che posso ancora dirvi è che mi è venuta una voglia pazzesca di visitare Parigi. Buona lettura.

Mark Pryor è nato in Inghilterra, e lavora come assistente del procuratore distrettuale ad Austin in Texas. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Fanucci.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Paul French, autore di Mezzanotte a Pechino a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2013

mezzanotte a PechinoSalve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.

Sono fondamentalmente, suppongo, quello che oggi viene chiamato un “Old China Hand”. Ho studiato la lingua, la storia e la società cinese all’ Università e ho vissuto e lavorato in Cina, soprattutto a Shanghai, per quasi 20 anni. Di giorno lavoro come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, la Mintel, scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi. Di notte scrivo libri sulla storia moderna della Cina, sono specializzato nel periodo pre-1949, e mi occupo di quali erano il ruolo e la vita della popolazione straniera che visse a Pechino, a Shanghai e altrove.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono un londinese al 100% – nato e cresciuto – e nonostante quasi due decenni e mezzo di studio e lavoro in Cina, la mia storia d’amore più antica e più lunga rimane con Londra! Non c’era alcuna buona ragione per me di sviluppare un profondo interesse per la Cina – i miei genitori non hanno quasi mai lasciato l’Inghilterra e mai hanno viaggiato oltre la Francia o il Belgio, quindi non sono molto sicuro da dove sia nato questo amore per i viaggi in Estremo Oriente! Ma so che quando sono arrivato per la prima volta a Shanghai, e ho passeggiato lungo il magnifico lungo fiume del Bund e poi mi sono perso nei vicoli e nelle strade della Ex Concessione Francese, è scoccata la scintilla!

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Prima di tutto volevo solo trovare uno sbocco per le grandi storie che avevo scoperto quando avevo fatto ricerche sulla Cina del 1920 e del 1930. Ho scritto una biografia di un grande americano di nome Carl Crow che è venuto in Cina nel 1911 e l’ha lasciata nel 1937 – era un grande giornalista, avventuriero, commentatore di tutte le cose cinesi e ha aperto la prima agenzia di pubblicità in stile occidentale a Shanghai. Poi ho deciso di scrivere una storia sui corrispondenti esteri in Cina – chi erano, perché sono venuti, quello che hanno scritto e pensato sulla Cina. Ma poi mi sono imbattuto nella storia di Pamela Werner e lei è diventata la mia ossessione per circa 5 o 6 anni …

Midnight in Peking, ora pubblicato in Italia con il titolo Mezzanotte a PechinoOvvero il Torbido Omicidio della Torre della Volpe, è basato su una storia vera. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto una piccola nota in una biografia del famoso giornalista americano in Cina Edgar Snow, che ha scritto Red Star Over China nel 1936, il libro che in realtà ha introdotto il mondo al Presidente Mao. La nota diceva che Snow e sua moglie vivevano in un vicolo tradizionale (un hutong) a Pechino nel 1937, accanto ad un vecchio inglese, un ex diplomatico e a sua figlia adolescente. Nel gennaio del 1937 la figlia, Pamela, è stata orribilmente assassinata e si iniziò una indagine della polizia che fu un caso unico nella storia cinese – un detective cinese lavorò con un detective britannico addestrato a Scotland Yard. Questo era incredibile e, anche se non ha risolto l’omicidio, ha rivelato gli scandali e lo sporco della comunità straniera di Pechino in quel momento.

Parlaci di alcune delle fonti che hai scoperto durante la scrittura Mezzanotte a Pechino.

Le prime fonti più importanti sono state i giornali, che hanno seguito da vicino l’omicidio e la successiva indagine. Poi ci sono state le note della autopsia e alcune note ancora dei poliziotti. È importante sottolineare che, dopo il luglio 1937 (quando i giapponesi invasero Pechino e occuparono la città), l’inchiesta ufficiale è stata interrotta. Ma il padre di Pamela, un grande diplomatico britannico in Cina e un noto sinologo, ha continuato a dare la caccia agli assassini di sua figlia. Ha trovato un sacco di nuove prove e testimoni e ha inviato tutte le informazioni a Londra, sperando di riaprire il caso. Ma c’era la guerra, Pechino era stata occupata dal Giappone, Londra combatteva Hitler – nessuno era interessato a una ragazza che era morta nel 1937. Trovare queste carte è stato il mio momento “eureka” – quando una storia interessante è diventata una missione per portare giustizia a Pamela (dopo 76 anni!) E risolvere il suo omicidio.

Che cosa ti è piaciuto di più scrivendo il libro?

E’ stato il periodo, il tempo – la Cina nel 1937 era sull’orlo della guerra, sull’orlo del caos. Ciò che noi oggi chiamiamo “Vecchia Cina” stava per finire – questi fatti accaddero nelle ultime settimane e mesi di una vecchia Cina che avrebbe poi combattuto una guerra contro il Giappone fino al 1945 e poi avrebbe affrontato una rivoluzione e il maoismo e non sarebbe mai più stata la stessa. E ‘un momento incredibile nella storia della Cina.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

La prima metà del libro descrive realmente l’omicidio e l’inizio delle indagini della polizia. Anche se lavorarono duramente gli agenti di polizia cinesi e inglesi non furono in realtà in grado di risolvere il crimine – in effetti sia il governo britannico che quello cinese interferirono nelle indagini. Quello che è stato affascinante fu che l’inchiesta era incentrata su un territorio di Pechino denominato “Badlands” – questa era una piccola zona che è stata quasi del tutto dimenticata dal 1949 ed era il luogo dove andavano gli stranieri di Pechino, a consumare i loro vizi. Era un labirinto di bordelli, bar, fumerie d’oppio ed era in gran parte gestita da apolidi russi bianchi che erano fuggiti dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Poi, nel luglio del 1937, i giapponesi invasero Pechino e l’inchiesta fu interrotta. La seconda metà del libro segue l’ indagine non ufficiale  del padre di Pamela attraverso le Badlands di Pechino. Poi ho cercato di ricostruire quello che è successo la notte di gennaio tra il 7 e l’8 del 1937, quando Pamela è stata uccisa.

Parlaci un po’dei tuoi protagonisti principali?

Beh, il padre di Pamela è un grande personaggio – un tipico inglese della classe superiore – freddo, apparentemente impassibile, ossessionato dal suo lavoro, non eccessivamente affettuoso con sua figlia. Eppure, mentre il libro si sviluppa diventa più simpatico, si vede in che modo ha sacrificato la sua salute, i suoi risparmi di tutta una vita e la sua sicurezza per cercare di trovare gli assassini di sua figlia. Entrambi i poliziotti principali sono interessanti – il Colonnello Han era il detective più alto in grado a Pechino, il capo degli investigatori e di grande esperienza. L’ispettore capo Richard Dennis era un eroe della Prima Guerra Mondiale che aveva poi servito nella polizia metropolitana di Londra e come detective di Scotland Yard, prima di diventare il capo della polizia britannica nel Concessione britannica di Tientsin (oggi Tianjin), una città, non lontano da Pechino. Ci sono una serie di sospetti – i possibili assassini – ma io non ho intenzione di parlarvi di loro e dirvi troppo della trama – non vi resta che comprare il libro! E, naturalmente, Pamela, la ragazza di 19 anni assassinata, è un personaggio importante nel libro, di fatto si aggira per tutta la storia e tutti i soggetti coinvolti cercano di scoprire chi l’abbia uccisa.

Pamela Werner era la figlia di un ex console britannico in Cina. Che impatto ha avuto l’omicidio di Pamela nella Pechino di fine anni Trenta?

Era una storia apparsa su tutti i giornali. Tutti erano molto spaventati. Nel gennaio 1937 i giapponesi avevano circondato Pechino – non era una questione di “se” avrebbero attaccato, ma di “quando”. Tutti in città, cinesi e stranieri, si interrogavano sul fatto che se una giovane, privilegiata, bella ragazza bianca poteva essere orribilmente uccisa e i suoi assassini sfuggire alla giustizia, allora qual era il destino di chiunque altro, di Pechino o, anzi della stessa Cina?

Pechino nel mese di gennaio del 1937, è un’ ambientazione straordinaria per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario esotico?

Pechino era una città di 3 milioni di persone, con forse 3.000 stranieri. Non era la capitale della Cina, che era Nanchino nel 1937. Era circondata, gli abitanti erano spaventati, tutti sapevano che la guerra e la devastazione stavano arrivando. Ma era anche una bella città a quel tempo – una città di antiche mura e templi, la Città Proibita e il centro della storia della Cina imperiale. Era una città di tradizione e di cultura, ma era anche, purtroppo, nel posto sbagliato al momento sbagliato e proprio il luogo dove l’esercito giapponese era determinato ad entrare dalla Manciuria per invadere tutta la Cina.

E finalmente hai dato una soluzione al caso, una soluzione che era stata negata a suo tempo. Come hai fatto a scoprire la verità?

Ho preso i documenti che il padre di Pamela aveva inviato a Londra (documenti ora conservati negli Archivi Nazionali inglesi di Londra), li ho confrontati con il giornale della polizia, i referti medici e le altre carte al momento delle indagini della polizia ufficiale – I riferimenti incrociati mi hanno permesso di arrivare a quello che io credo sia la verità dell’omicidio di Pamela Werner. Sono anche, incredibilmente, riuscito a trovare circa 6 persone, ti parlo della fine degli anni ’80 e ’90, che sono andati a scuola con Pamela e che si ricordavano di lei quando era viva.

Quale è la tua scena preferita in Mezzanotte a Pechino?

C’è una scena – nel capitolo intitolato L’Elemento del Fuoco – che mi piace molto. Si trova alla fine delle indagini ufficiali quando i poliziotti sono depressi per non aver ottenuto nulla e non essere riusciti a risolvere il crimine. Succede anche che fuori stiano avvenendo le celebrazioni cinesi per il Nuovo Anno. Credo che il contrasto della depressione del poliziotto, con l’ultima celebrazione del Capodanno cinese prima che la guerra scoppi in Cina, evoca bene la vecchia Pechino. E ‘quasi impossibile, credo, per uno scrittore essere sempre soddisfatto al 100% di tutto ciò che ha scritto, ma quel capitolo è quanto di più vicino a questo che abbia mai raggiunto!

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Mezzanotte a Pechino?

La scrittura vera e propria è stata veloce – 6 o 7 mesi. Tuttavia, c’erano anche i 5 o 6 anni di ricerca per arrivare al punto in cui ho potuto dare un senso alla storia e, infine, iniziare a scrivere!

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Abbiamo un accordo con la TV Kudos, la brillante compagnia televisiva britannica che ha fatto Spooks, Hustle, Life on Mars, e altri grandi spettacoli. C’è uno script in fase di scrittura al momento e penso che potrebbe essere davvero incredibile – sarà certamente sorprendente per me vedere ricreati sullo schermo la vecchia Pechino e tutti quei personaggi, e soprattutto Pamela.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Tendo a leggere i grandi scrittori inglesi degli anni Trenta – e poi li rileggo! George Orwell, Evelyn Waugh e soprattutto Graham Greene sono i miei favoriti. Meno noti, ma ora popolari sono gli scrittori modernisti degli anni Trenta come Patrick Hamilton e Henry Green. Sto cercando di capire meglio l’età del jazz e il 1920 per un libro sulla Shanghai degli anni Venti e Trenta, per un romanzo che ho intenzione di scrivere quindi sto leggendo i grandi di quel periodo – Djuna Barnes, Hemingway, Scott Fitzgerald. Sto anche leggendo i grandi scrittori cinesi, i modernisti tra le due guerre – Lao She, Mu Shiying e Eillen Chang (Zhang Ailing).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto molto – fiction / non-fiction, classici. Di recente ho letto e amato Trilby di George Du Maurier (Bohemians a Parigi nel 1890) e The Heat of the Day di Elizabeth Bowen sulla Londra del tempo di guerra. Mi piacciono le biografie e recentemente mi è piaciuta la biografia La vita privata di Somerset Maughan di Selina Hastings, e Among the Bohemians di Virginia Nicholson. Tuttavia, se c’è uno scrittore che ammiro molto in questo momento e leggo avidamente e rileggo per le sue incredibili descrizioni dei luoghi e della storia, nonché per i personaggi e le trame: è lo scrittore di spy story Alan Furst. Sorprendentemente i suoi romanzi sono tutti impostati in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale ma sono così preso dalla vita dei personaggi e dalle speranze per la pace, anche se so che la guerra verrà. Furst ha una capacità incredibile di evocare i luoghi e il tempo passato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace visitare e incontrare i lettori. I Festival letterari sono i luoghi ideali per incontrare altri scrittori e le persone che amano i libri, mentre mi piace anche parlare in piccole librerie indipendenti, perché, spero, che durante le mie presentazioni possano vendere qualche libro in più e che ciò li aiuti a rimanere in attività. Sono egoista – Amo le belle librerie e non voglio che falliscano! Il problema più grande che provo quando vado in giro è che, per qualche motivo che non capisco, il personale di molte librerie e il pubblico si aspettano che io sia molto più vecchio. Io non sono giovane – ho 45 anni – ma molte persone sembrano pensare che stia scrivendo di un tempo che ho vissuto – il 1930! Mi credono di circa 90 anni! A volte sono un po ‘delusi perchè non sono vecchio! Tuttavia mi auguro che, quando avrò 90 potrò ancora scrivere un buon libro e andare in tour per Festival e librerie in tutto il mondo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori amano entrare in contatto con me – tramite e-mail, e lettere vecchio stile (che amo molto) e vengono e chiacchierano con me in occasione di eventi. Per lo più vogliono raccontarmi le loro teorie sull’omicidio di Pamela, che io sono sempre interessato a conoscere e mi sorprendo di vedere con quanto interesse abbiano letto il libro, tanto da conoscere tutte le informazioni ed essere diventati essi stessi “detective dilettanti”. Inoltre, ho incontrato persone che sono cresciute e vissute a Pechino nel 1930 – mi hanno mandato le foto, aneddoti e storie di quel tempo che hanno migliorato la mia conoscenza. Ho raccolto di recente il materiale in un piccolo e-book legato a Mezzanotte a Pechino che è in corso di pubblicazione intitolato Badlands: Decadent Playground of old Peking – le 8 storie raccolte in questo breve libro sono fondamentalmente le storie che mi sono state raccontate da persone con cui sono entrato in contatto a partire dalla pubblicazione in inglese di Mezzanotte a Pechino.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Se qualcuno in Italia mi invita a visitarla prometto di correre all’aeroporto e prendere il prossimo volo …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho finito le ricerche e ora sto scrivendo il prossimo libro – si tratta di una storia ambientata un paio di anni dopo Mezzanotte a Pechino e questa volta nelle Badlands di Shanghai del 1940/1941. Spero che si intitolerà City of Devils e seguirà le vite e le carriere di due stranieri – uno un ebreo viennese gestore di sale da ballo e casinò a Shanghai e l’altro un prigioniero americano appena sfuggito che gestiva una banda dedita al gioco d’azzardo a Shanghai – le due più grandi operazioni criminali straniere in Cina – ancora una volta sullo sfondo dell’attacco incombente di Pearl Harbour e la guerra totale in tutto il Pacifico tra la Cina e gli alleati e il Giappone. Spero che i lettori avranno tutti gli ingredienti che tutti si aspettano per un libro sulla Shanghai di quel periodo – jazz, oppio, belle ragazze, gangster, pistole, locali notturni …

:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2013

ultima voltaL’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.

:: Recensione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2013

crepeIl passato non conta più, potrebbe metterlo in una scatola da sistemare accanto a quelle che contengono i ricordi dei suoi amori precedenti. Il passato è il regno del male. Il male è potente e fa breccia anche nel mondo dei sogni. Non c’è riparo al male. Però ci si riprova ogni volta come se non si sapesse fare altro. Il passato gli ha fatto capire che quando si sceglie un modello di vita, bisogna accettarlo fino in fondo, percorrerlo fino alle estreme conseguenze, fino a falsificare i risultati del proprio lavoro, se è un espediente capace di regalare la felicità. E Gregorio adesso è felice, felice come non lo è mai stato, felice come neppure s’ immaginava di poter un giorno essere.  

Si doveva intitolare Alta Velocità il nuovo romanzo di Luigi Bernardi. Poi a questo titolo vagamente Futurista si è preferito Crepe ed è così che è uscito il 13 marzo per Il Maestrale, interessante casa editrice nuorese specializzata in narrativa, ma che pubblica anche saggi e poesia. Crepe oltre ad essere una lezione di scrittura, tutti gli scritti di Bernardi infondo lo sono, è un romanzo che evidenzia formalmente la differenza tra narrativa e letteratura, tra finzione e realtà. Siamo a Bologna, in una via non lontana dalla Stazione. In un palazzo vivono i cinque protagonisti di questo romanzo: Amanda, Arturo, Armida, Gegorio, e Orfeo. I lavori per l’Alta Velocità fervono e nelle viscere della terra si scavano gallerie che smuovono le fondamenta del loro palazzo. Per colpa di queste oscillazioni, di questi cedimenti, di questo rovistare nel grumo oscuro della terra si propagano crepe che minano non solo la sicurezza degli abitanti della zona, ma si ripercuotono anche nelle loro vite, come se tutto ciò rappresentasse un segnale, un inizio, un passare oltre dove niente sarà più lo stesso. Le crepe fisiche diventano crepe interiori che si dilatano e lacerano forse maggiormente, tra i vari personaggi, il giovane Orfeo. Lui sì passa oltre, si lascia sgretolare e concepisce un piano di morte, razionale e terribile. Forse una vendetta, o forse una liberazione. L’Alta Velocità diventa quindi un pretesto per parlare del tempo, del suo dilatarsi, del progresso che vuole ottenere tutto nell’immediato, abolendo la lentezza, la riflessione, in una frenesia che si fa agitazione e tumulto. La dolce Armida avrebbe bisogno di tranquillità, di calma, lei dell’Alta Velocità non sa proprio che farsene, il tempo per lei è ricordo, dell’amato marito da cui il destino l’ha separata lasciandole trascorrere gli ultimi anni nella solitudine. Per Amanda, giornalista di talento, un po’ ribelle, inquieta, sacrificata in un piccolo foglio locale, che insegue il grande giornalismo e perciò legge avidamente biografie di grandi giornalisti che le insegnino  la differenza, l’Alta Velocità è l’occasione di scrivere un articolo verità, che scuota, morda, che la completi. Per Arturo, ricco farmacista, dalla vita sessuale movimentata, la cui moglie l’ha abbandonato per un calciatore, lasciandolo solo con un figlio da crescere, ora amante fedele e premuroso di Amanda, che cos’è l’Alta Velocità? Lui che pensa di comprare l’appartamento che ha affianco, per allargare il suo spazio, per avere più spazio. E Gregorio con la sua vita alternativa lui non ha bisogno dell’Alta Velocità per muoversi in spazi paralleli, gli basta la fantasia, gli basta l’immaginazione e di colpo si trova sulla Transiberiana a correre nella notte, ma con l’ Alta Velocità può monetizzare, stipulando contratti di assicurazione, e con i soldi che gli daranno per ripagare i danni potrà rendere più solido e più bello il suo appartamento.  Definito da Bernardi il suo libro più bello, il suo romanzo migliore, Crepe merita senz’altro di essere letto e con attenzione, perché non ci sono parole gettate a caso, tutto ha un senso, un rimando emotivo e a volte solo la bellezza emerge, certi passaggi sono semplicemente belli, da leggere ad alta voce, per sentirne la musicalità e gli echi profondi, le piccole crepe che si propagano anche nelle nostre vite di lettori.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Recensione di Il professionista – Missione suicida di Stephen Gunn Segretissimo N°1597 (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2013

missione suicidaTorna in edicola, a marzo, nella più inossidabile tradizione pulp, una nuova avventura di Chance Renard, alias il Professionista, personaggio cult nato dalla prolifica penna di Stephen Gunn, ovvero Stefano Di Marino, re incontrastato dell’action thriller italiano, capace di competere con i più importanti autori internazionali di spionaggio e avventura, mantenendo intatta romanzo dopo romanzo la sua capacità di far vivere ai lettori avventure mozzafiato in paesaggi esotici pieni di fascino e di pericolo. Terminata Operazione Barracuda, con la cattura di Ludovico Misericordia, uscito a novembre, torna in scena Mimy Oshima, che a gennaio con Professionista Story 03, nel classico Appuntamento a Shinjuku, abbiamo avuto modo di conoscere. Chance Renard infatti si trova catapultato nel sud dell’India, in uno sperduto villaggio di montagna in attesa alla stazione proprio di Mimy Oshima, Fiore velenoso, per uno scambio con Ludovico Misericordia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, e l’incontro si trasforma in una trappola e in una pioggia di proiettili. Ecco l’inizio al fulmicotone di Missione suicida, che seppure ambientato in uno scenario esotico, rimanda a tante sparatorie tipiche del vecchio west, come non pensare a Sfida all’O.K. Corral o l’arrivo alla stazione di Frank Miller con il treno di mezzogiorno in Mezzogiorno di fuoco o ancora alla suspense psicologica di Quel treno per Yuma. Stefano Di Marino prende a pieni mani dall’immaginario iconico dei migliori western della storia del cinema per dare l’avvio ad un’ avventura in cui troviamo un Chance Renard invecchiato, più malinconico, che si interroga sul senso stesso della sua vita, non il classico eroe senza macchia e senza paura monodimensionale. Ibrido anche il personaggio di Mimy Oshima, ex amante, amica-nemica, dal viso rigido come una maschera del teatro Kabuki, perfetta compagna per questa avventura in cui troveremo un nuovo antagonista, l’Inglese, uomo dell’MI6, 007 con la licenza di uccidere incaricato di eliminare Renard e qui come non pensare ad un altro personaggio simbolo della spy story mondiale, che per motivi di diritti Di Marino non può citare, ma che fa il suo ingresso nell’immaginario comune con esplosiva vivacità. Di Marino gioca con l’immaginario, plasmandolo a sua misura con il chiaro intento di divertire il lettore, in un gioco di rimandi e di citazioni nascoste che faranno la gioia di tutti gli appassionati del genere. Azione, sparatorie, funamboliche digressioni, condite da sprazzi di violenza iperrealistica e nello stesso tempo simbolica, fanno da sfondo ad una storia dal sapore d’Oriente, vagamente salgariana, nella misura in cui l’avventura diventa cuore dell’azione.

Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, diciassette anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercate su Facebook Di Marino Stefano,la fan page di Chance Renard-Il Professionista e il blog hotmag.me/il professionista. 

:: Recensione di “Oh…” di Philippe Djian (Voland, 2013) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2013

ohIrène ne avrebbe fatto una malattia. Resto ancora un momento li fuori, appoggiata al muro di casa, tra il pallore del crepuscolo e l’odore di carta bruciata. Non ha mai smesso di andarlo a trovare, di mantenere un contatto, un legame fisico con lui, la cosa scatenava violente discussioni tra me e lei, soprattutto all’inizio, ma non per questo ha rinunciato a una sola delle sue maledette visite. Eppure sa Dio se manifestava rancore nei suoi confronti al pensiero di quello a cui ci aveva costrette, i conti da pagare, gli insulti, le fughe e così via, ma tornava a trovarlo ancora e ancora, rendendomi sempre più pazza di rabbia perché non la capivo e lei faticava a spiegarsi, restava volutamente sul vago. Non mi avrebbe mai perdonato di aver dato fuoco a quelle foto. La sento già accusarmi di aver ucciso quell’ uomo una seconda volta – sembra impossibile.

Protagonista di “Oh…” (“Oh…”, 2012) di Philippe Djian, edito da Voland e tradotto da Daniele Petruccioli, è Michèle, produttrice cinematografica parigina quasi cinquantenne, una donna forte, di successo; madre di Vincent, un ragazzo che lavora in un McDonald’s, fidanzato con Josie e in attesa di un figlio non suo; moglie divorziata di Richard, sceneggiatore senza fortuna, amareggiato dalla mancanza di talento della quale neanche si rende conto; figlia di Irène, caricatura patetica e grottesca della femme fatale, fidanzata di Ralf, un ragazzo molto più giovane di lei che intende addirittura sposare, contro il volere della figlia, e di un padre che da trent’anni è rinchiuso in prigione per aver massacrato un numero imprecisato di bambini, tanto da guadagnarsi il nome di mostro di Aquitania; amante di Robert, marito della sua migliore amica e socia nella casa di produzione, Anna. Un giorno il suo complicato mondo imperfetto va in mille pezzi per un’ aggressione: un uomo sconosciuto, con un passamontagna in testa entra nella sua casa e la violenta, davanti al suo gatto Marty. Da principio non lo riconosce, immagina le tesi più fantasiose, che sia uno sceneggiatore di cui ha respinto il lavoro, un uomo che vuole vendicarsi di qualche ipotetica ingiustizia subita, uno sconosciuto senza volto, nome, identità. Confida l’aggressione solo al suo ex marito, di cui subisce ancora il fascino, un po’ perché lo considera l’uomo migliore che abbia incontrato, un po’ per riconoscenza, per quello che ha fatto per lei, salvandola letteralmente dalle dolorose conseguenze degli atti di suo padre, di cui per un residuo senso di possesso, è quasi gelosa della sua nuova compagna, Helene, ragazza più giovane e bellissima. E intanto la vita continua e Michèle cerca di radunare i pezzi, cerca di aiutare il figlio, in questo periodo di crisi, i prezzi delle case a Parigi sono alti, la responsabilità di una moglie e di un figlio, sono forse più di quello che Vincent riesca a farsi carico, oltre al fatto che il vero padre del bambino è in prigione in Thailandia per motivi di droga e Josie cerca soldi da mandargli per farlo uscire di prigione e gli avvocati costano. E poi c’è sua madre e il folle desiderio di sposarsi, oltre al fatto che vuole che vada a trovare suo padre in carcere e come ultimo desiderio gli chiede di accordargli il suo perdono. E infine c’è Patrick, il suo vicino di casa, sposato con Rebecca, per cui prova una malsana attrazione, non ostante sia un bancario, forse anche insulso e qualunque. “Oh…” è questo e molto altro, un romanzo decisamente coraggioso e  forte, né consolatorio, né rassicurante, il tentativo di un uomo di guardare il mondo con gli occhi di una donna, un tentativo che ha risonanze interessanti, bizzarre. Un vertiginoso tentativo di sondare le profondità della psiche femminile, cosa significhi essere madre, il doppio ruolo di Anna e Michèle come madri di Vincent è raccontato con grande sensibilità, cosa significhi subire una violenza, cosa significhi essere figlia di un padre che non merita perdono, e di una madre che seppure con tutte le sue debolezze sa ancora farsi amare. Lo stile particolare Djian è il valore aggiunto che impreziosisce ogni pagina, e raggiunge vette estetiche di particolare intensità.

Philippe Djian Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Recensione di Fratello buono, fratello cattivo di Matti Rönkä (Iperborea, 2013) a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2013

fratelloEravamo usciti insieme diverse volte, eravamo andati al cinema e a bere qualcosa sulla terrazza estiva di un pub, eravamo stati addirittura a una mostra d’arte sul realismo socialista, anche se avevo cercato di oppormi dicendo che io ci avevo vissuto – non in una mostra ma nel socialismo. Alla fine l’avevo comunque  accompagnata e le opre d’arte mi avevano riempito di nostalgia.
Più tardi avevo spiegato a Helena quanto mi avrebbe dato fastidio se un altro visitatore avesse fatto commenti ironici o maligni senza rendersi conto che un piccolo ingranaggio in un grande macchinario non ha la forza, né la capacità, né la possibilità di afferrare l’intero sistema, tanto meno di fermarlo. Le avevo detto che in quei quadri, nei lavori dall’ aspetto assurdamente imponente, nelle distese infinite dei campi di grano e nei trattori dall’aria aggressiva c’era il profumo e la realtà della mia infanzia. Avevo cercato di farle capire che quella realtà esisteva, anche se ormai era solo nella mia testa. Helena mi aveva guardato, e anche allora mi aveva fatto una carezza sulla nuca.   

Matti Rönkä, autore cult finlandese, vincitore di numerosi premi tra cui il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008) è sicuramente uno scrittore che ha catturato la mia curiosità. Nel 2011 pubblicò sempre per Iperborea “L’uomo con la faccia da assassino” primo romanzo di una serie con protagonista Viktor Kärppä, arrivata ormai in patria al sesto episodio, e per uno strano motivo mi passò sotto gli occhi senza che riuscissi a leggerlo, anche se non passò del tutto inosservato anzi partecipò anche al Courmayeur Noir Festival per presentare il suo romanzo d’esordio con Luca Crovi, ragion per cui basta un attimo di distrazione e si possono perdere dei libri di tutto rispetto. Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003), traduzione dal finlandese di Cira Almenti è il secondo episodio della serie e per chi ama i noir nordici, un po’ malinconici, con un buono sfondo sociale, è sicuramente un romanzo da non lasciarsi sfuggire. Siamo a Helsinki e Viktor Kärppä, uno dei tanti rimpatriati che dopo aver vissuto nell’ex Unione Sovietica decise di tornare in Finlandia in cerca delle sue radici, si arrangia guadagnandosi da vivere sempre in bilico tra legalità e illegalità, rassegnato a  gestire una piccola impresa edile apparentemente in regola anche se non rinuncia a offrire lavoro in nero agli immigrati dell’Est, e per arrotondare qualche giro di contrabbando come cd contraffatti, auto usate o elettrodomestici da rottamare venduti invece a prezzi stracciati, sempre costretto a fare da informatore alla polizia che lo ricatta con un vecchio giro di sostanze doppanti per la nazionale di sci. Ed è proprio Korhonen, un poliziotto con non tutte le rotelle a posto, a coinvolgerlo in un caso che sta avendo gravi ripercussioni all’interno della criminalità di Helsinki. Qualcuno vuole subentrare nel traffico di eroina, togliendolo dalle mani della mafia russa, e spacciando una super eroina tagliata male che inizia a fare troppi morti. Toccherà a Viktor Kärppä far luce e infiltrarsi nella mafia di San Pietroburgo, grazie agli agganci dello zio Olavi, ex KGB, per scoprire cosa diavolo stia succedendo, anche se a complicare la situazione arriverà dalla Russia suo fratello Alexej, che sia lui il fratello cattivo a cui allude il titolo? Vi lascio con questa piccola curiosità e intanto vi dico che è un noir decisamente ben riuscito. Con quel pizzico di malinconia, e nostalgia che da profondità al protagonista quando ricorda la sua vita in Unione Sovietica, anche se molti ricordi di quando era nelle truppe d’assalto scoloriscono nell’amarezza. Ma si sa il passato ha sempre una luce diversa e malinconica, ci si ricorda di quando si era giovani, di quando sogni e ideali ancora avevano un senso e non erano stati contaminati dalla realtà. Molto peculiare lo sfondo sociale, della Helsinki dei primi anni 2000: il sottobosco criminale, la vita degli immigrati dell’est che cercavano lavoro in Finlandia, gli operai che lavoravano senza protezione a contatto con solventi pericolosi, i piccoli spacciatori che con il commercio di droga cercavano di fare il grande salto, e la stessa criminalità russa che tramite i suoi traffici illeciti cercava i fondi per inserirsi poi nel tessuto sano del paese, sognando anche di costruire ospedali, infrastrutture, per migliorare la vita della popolazione. O almeno questo è quello che Viktor Kärppä si sente dire quando vogliono convincerlo ad entrare nella mafia. Ma naturalmente Viktor Kärppä è un buono, è stanco di violenza e sangue, i suoi sogni sono molto più comuni: una bella casa, la sua fidanzata Marja, ora in America per studiare, un lavoro onesto. Decisamente ben caratterizzato il personaggio di Korhonen di cui Viktor Kärppä quasi si prende cura andando a riprenderlo ubriaco nei posti più impensati, lui e il suo amore platonico per una donna, non ostante abbia moglie e figli. Un accenno a Juho Takala, nonno di Marja, un vecchietto decisamente combattivo. Oltre ad Helsinki anche San Pietroburgo troviamo come scenario. Vi lascio con questa breve descrizione che ho trovato significativa: Il rivestimento in similpelle del sedile era umidiccio e appiccicoso, ma mi sembrava un lusso starmene li ad ammirare San Pietroburgo accarezzata dagli ultimi raggi del sole. L’acqua della Neva brillava, i palazzi lungo il fiume risplendevano di una bellezza solida e fredda e cespugli stendevano un verde velo pietoso sulle recinzioni metalliche abbattute, sulla spazzatura mista e indifferenziata dei cortili e sulle buche scavate chissà più perché, che si riempivano rapidamente di bottigliette di plastica schiacciate, ruote di bicicletta deformate e resti di giocattoli. Una volta questa era la mia città, ricordai con un sorriso.

L’autore – Matti Rönkä (1959), nato nella Carelia finlandese, giornalista e volto noto del telegiornale della rete di Stato, ha ottenuto con “L’uomo con la faccia da assassino” (Iperborea 2012) uno straordinario successo in patria e nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, aggiudicandosi tra gli altri il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008).

:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2013

i baciGrazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”)  Leggo l’Orlando Furioso da anni.

Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni  sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.

Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?

Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.

Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?

Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro.  Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.

Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.

Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.

Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?

Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.

Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?

Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile.  E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.

Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.

“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.

Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?

La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.

Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!