Posts Tagged ‘Luigi Bernardi’

:: L’intruso di Luigi Bernardi (DeA Planeta 2018) a cura di Nicola Vacca

5 novembre 2018

coplbLuigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Luigi, come accade ai coraggiosi uomini liberi, ha pagato in vita questa sua scelta corsara.
Nell’ ottobre 2013 un cancro ai polmoni se lo è portato via.
Da De Agostini esce postumo L’intruso, un libro toccante e denso di grande letteratura in cui lo scrittore e l’uomo si raccontano con la consapevolezza che la luce sta per spegnersi.
Luigi ha lasciato in bella vista un file, incluso in una cartella dal titolo Andandomene, sul desktop del suo Mac.
Poi tutto è diventato L’intruso, il libro che a leggerlo fa molto male e in cui Bernardi incontra il male che lo sta consumando e lo guarda in faccia chiamandolo con il suo nome.
In questo diario lungo un anno, lo scrittore e l’uomo sono lucidi e spietati nei confronti dell’intruso malefico, come lo sono stati occupandosi nella vita delle questioni letterarie e culturali.
Luigi si mette a nudo e mette a nudo tutte le sue fragilità e sa che ogni cosa, persino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome a una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza, è un gesto letterario prima ancora che una questione medica.
Il cancro è indicibile per questo Luigi lo affronta e ne scrive, sentendosi come Lovercraft uno scrittore infetto senza possibilità di guarigione. «Scrittore indicibile morto di cancro all’intestino, proprio lì, vicino al pancreas».
L’intruso come tutti i libri di Luigi Bernardi è un libro controverso, forse il più controverso dei suoi libri.
In queste istantanee di malessere l’autore fa della sua vita letteratura nella consapevolezza che la letteratura non serve a niente e non salva nessuno.
Bernardi, affrontando l’intruso di petto, è entrato nella sua morte a occhi aperti. Ha voluto lasciare sul suo computer l’ultimo messaggio senza tradire il suo stile schietto e sincero, quindi scrivendo sempre quello che gli passava per la testa:

«Cosa vuoi da me cancro di merda? Perché devi distruggermi, oltre ad ammazzarmi? Non ti basta fare un lavoro pulito, così come fai sempre? Evidentemente no, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che devo capire prima di prendermi l’ultima parola».

Luigi se n’è andato senza lasciare conti in sospeso e ci ha lasciato in eredità questa lucida presa di coscienza. Di fronte al cancro, che consuma e fa sparire gli esseri umani, lo scrittore non rinuncia a trovare le parole per raccontare come il dolore scompiglia le carte, rovescia gli assiomi, capovolge la verità.
«Il cancro sarebbe potuto nascere in un mondo sano?». Questa è una delle ultime domande che Luigi si pone prima dell’attacco finale e definitivo dell’intruso. È vero, non è mai troppo tardi per scoprire un grande scrittore.
Vi invito alla lettura di Luigi Bernardi. Magari partendo da questa ultima preziosa testimonianza.
Soltanto da morto Luigi ha avuto l’onore di essere pubblicato da un editore grande. Questo mi fa davvero incazzare.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Intervista con Luigi Bernardi

28 ottobre 2009

Bernardi-640-2

Grazie Luigi di aver accettato la mia intervista. Innanzi tutto ci racconti qualcosa di lei, ci racconti qualche aneddoto inedito, la cosa più bizzarra che le è successa nella sua carriera.

Ho cinquantasei anni, lavoro in editoria da quando ne avevo la metà. Ho fatto l’editore, il direttore di riviste, il direttore di collane, l’editor, il giornalista, il traduttore. Poco più di dieci anni fa mi sono messo a scrivere, scrivo tutt’ora, anzi ormai faccio solo questo. Di cose bizzarre me ne sono accadute parecchie, ma come spesso succede nei casi in cui diventa obbligatorio ricordarle, non me ne viene in mente neppure una.

Ha iniziato come editore creando case editrici di fumetti come “l’Isola trovata” e “Granata Press”, che ricordi ha di questa esperienza? Ci sono errori che ha commesso che con l’esperienza non rifarebbe?

Difficile rinchiudere quasi vent’anni in una risposta. Le case editrici che ho inventato e diretto appartengono a un’epoca pioneristica: l’editoria pareva essere meno sottomessa alle leggi del mercato di quanto sia adesso. Non era vero, e scoprirlo, quasi sempre troppo tardi, faceva male al cuore. Errori ne ho commessi parecchi, nessuno che tornerei indietro a correggere: senza quegli errori non avrei fatto tutto il resto, dopo.

Ha diretto riviste di settore come “Orient Express”, “Lupo Alberto” e “Mangazine” perché pensa che molte riviste, seppur curate e rimpiante da molti, siano poi costrette a chiudere. Costi troppo alti? Non c’è distribuzione? Le librerie gli dedicano poco spazio?

Le riviste che dirigevo erano distribuite in edicola, a tirature piuttosto alte, e non hanno mai costituito un problema finanziario per le mie case editrici. Il problema al quale ti riferisci, quello delle riviste in libreria, è di natura diversa in quanto queste pubblicazioni nascono spesso intorno a progetti fortemente identitari che, per loro stessa natura, si rivolgono a un pubblico minoritario incapace di garantire la sussistenza economica. C’è inoltre da dire che il pubblico che entra in libreria va alla ricerca di un determinato titolo o di un autore preciso: difficile che si faccia sedurre dalle riviste, anche da quelle molto interessanti come “L’accalappiacani”, “Il primo amore” o “Lo straniero”.

Poi da quando non fa più l’editore ha iniziato a scrivere le sue prime opere di narrativa, esordendo con un libro di racconti Erano angeli, poi Tutta quell’acqua, Musica finita, quale libro consiglierebbe di leggere per primo ad un lettore che si avvicinasse per la prima volta alle sue opere?

Di sicuro l’ultimo, Senza luce: è il mio romanzo migliore e quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni.

Quali autori l’hanno maggiormente influenzata?

Difficile rispondere. Non credo di avere maestri di riferimento. Ma se devo fare un paio di nomi, allora sono Jean-Patrick Manchette e Magnus, il fumettista. Erano entrambe persone dotate di grande curiosità, capaci di sfide enormi e guidati da un perfezionismo formale che non ho più ritrovato in altri. Nessuna influenza diretta mi lega a loro, quanto un desiderio azzardato di emulazione, umana e artistica.

Oltre che scrittore, consulente editoriale, giornalista lei ha tradotto maestri del noir francese come Jean-Patrick Manchette, il compianto Thierry Jonquet, Patrick Raynal, o Maurice G. Dantec. Ci parli del mestiere del traduttore, quale libro l’ha divertita di più, quale le ha richiesto più fatica?

Tradurre è entrare nelle stile di un altro. Ci vuole molta concentrazione, bisogna scoprire come pensava quello scrittore, scrivere come scriveva lui. La traduzione non è un problema di dizionario, quanto di rispetto. Tradurre Manchette era una sfida che mi piaceva affrontare.

Ha sicuramente svolto anche un ottimo lavoro di talent scout segnalando all’attenzione autori che poi hanno avuto enorme successo come Marcello Fois, Leo Malet o Carlo Lucarelli. Come si riconosce il talento, quali sono le doti in un esordiente che apprezza di più?

La voce. Un testo mi deve parlare con la propria voce. Se lo fa è un buon testo. Non è la storia, non sono le trovate, un testo è fatto di scrittura e la scrittura è stile, voce che racconta e che pretende di essere ascoltata.

Come saggista si è occupato di indagini sul mondo del crimine con opere come “A sangue caldo, criminalità, mass media e politica in Italia”, “Macchie di rosso, Bologna avanti e oltre il delitto Alinovi” facendo un bilancio la società italiana è una società violenta?

Le società, orientali e occidentali che siano, hanno livelli di violenza non troppo diversi le une dalle altre. In Italia accade un caso per certi versi paradossale: la presenza sul territorio di molte articolate criminalità organizzate funge da calmiere per la criminalità spicciola, che è quella che spesso si concede i gesti più estremi. In alcune regioni italiane è come se ci fossero due polizie, una statale e l’altra mafiosa. Questo, per esempio in Sicilia dove il controllo di Cosa nostra è decisivo, fa sì che la violenza sia in qualche modo trattenuta. Il rovescio della medaglia è che quando si accendono guerre all’interno delle organizzazioni criminali, i morti aumentano. Ma sono, per così dire, cadaveri di servizio, che non intaccano la prospettiva generale.

Nei suoi libri tra saggi e romanzi ha analizzato l’essenza del gesto omicida; è poi così facile uccidere, cosa scatta nella mente dell’assassino, che barriere vengono superate per lei?

Se c’è una disciplina scientifica che non mi convince è la criminologia: troppe parole e sempre a posteriori. Per rispondere alla tua domanda, dovrei uccidere io stesso. Se uccidessi, saprei dire cosa scatta e che barriere si superano. Lo saprei e potrei raccontarlo. Siccome non ho mai ucciso, la mia risposta sarebbe imprecisa e assomiglierebbe troppo a quella che darebbero certi criminologi che non stimo e vanno a Porta a porta. A ogni modo, credo molto nella casualità del gesto omicida: data la stessa situazione e gli stessi protagonisti, non sempre il gesto omicida si verifica. Il problema è che quando avviene è per sempre.

Ha realizzato laboratori di scrittura, parlando di corsi di scrittura creativa pensa che realmente servano, il mestiere di scrittore si può insegnare?

Si può insegnare la disciplina dello scrivere, non certo l’ispirazione. Le scuole di scrittura, se sono buone, servono a organizzare meglio le singole attitudini, che però devono preesistere. Magari pasticciate, arroganti, imperfette, ma preesistenti.

Da buon bolognese amerà sicuramente la buona cucina. Da giornalista la sua città l’ha spesso descritta arrabbiandosi spesso come un’amante ripudiato. Ci parli un po’ di Bologna, colori suoni, sapori che l’accompagnano da una vita.

Bologna è una città stanca, che vive di una rendita che pian piano si esaurisce. Una città debole, senza orgoglio, che si lascia fare dai poteri forti che hanno investito molto sul suo territorio. Assomiglia sempre più a una città del sud, senza peraltro averne il calore, il sole e i sapori di una cucina genuina. Già, perché di Bologna è molto sopravvalutata anche la cucina: troppo grassa, pastosa e prepotente per deliziare davvero il palato.

Quali libri sta leggendo attualmente? Quale libro non si stancherebbe mai di rileggere?

Sto scrivendo, e quando scrivo non leggo, per non mescolare la mia voce di scrittore a quella di altri. Per la seconda domanda non saprei rispondere in senso assoluto. In questo momento avrei voglia di rileggere la Trilogia della città di K, di Agota Kristof, le vecchie strip dei Peanuts e alcune tragedie greche.

Ha mai letto i libri delle inchieste del commissario Sanantonio di Dard? Apprezza il suo umorismo, il suo giocare con le parole?

Sì, li leggevo parecchi anni fa, quando uscivano in edicola. Non tutti. Mi divertivano ma li trovavo un po’ troppo fini a se stessi. Meglio, molto meglio, il Frederic Dard scrittore di romanzi noir di minor fortuna editoriale, soprattutto in Italia, dove sono quasi sconosciuti.

Si è anche dedicato al teatro, che emozioni le ha dato? che emozioni pensa si possono trasmettere ?

In teatro tutto avviene in presa diretta. Lo si capisce subito se una battuta ha colto il segno, se la storia che stai raccontando interessa oppure annoia. L’emozione è immediata e produce una scarica di adrenalina lenta a disperdersi. Non è un caso se ogni volta che esco da un teatro dove si è rappresentato qualcosa di mio, mi viene subito voglia di scrivere.

Cosa pensa del movimento di solidarietà per Cesare Battisti che ha coinvolto scrittori come Serge Quadruppani, Daniel Pennac, Gabriel Garcia Marquez? Ha avuto modo di conoscerlo? Crede nella sua innocenza?

Credo di essere stato uno dei primi a firmare a favore di Cesare Battisti. E sono stato anche uno dei primi a pubblicarlo. Lo conosco e non è colpevole di gran parte degli atti per cui lo hanno condannato. Questo forse non fa di lui un innocente, ma di sicuro un uomo che ha diritto di vivere la propria vita.

La letteratura e internet. Pensa che da quando internet è così diffuso anche il mondo della scrittura sia cambiato?

È cambiato moltissimo. Prima per definirsi scrittori bisognava almeno pubblicare un libro, oggi basta postare un racconto su una pagina web. È aumentata quella che qualcuno ha definito democrazia della scrittura. Quanto poi la letteratura abbia bisogno di democrazia è tutto da dimostrare.

Attualmente sta scrivendo? Può anticiparci qualcosa sulla sua prossima opera?

Sto scrivendo un romanzo nuovo, alcune sceneggiature di fumetti e un testo teatrale, che per la verità non ho ancora cominciato.